Saturday, August 26, 2017

sbandimenti

al solito ho bisogno di lasciar sedimentare un paio di giorni alcune cogenze delle gnius. tipo i rifugiati sfollati con sfollagente in piazza, a termini.

no. la sensazione è che non ci siamo proprio.

forse si sta raggiungendo il famoso angolo in cui ci si sta cacciando tutti, figurativamente. e da lì poi lo sbandamento sarà il modo di riuscire ad orientarsi.

non ci siamo. non c'è possibilità nemmeno di chiamarli clandestini. manca pure l'alibi al salvinismo che c'è in ciasuno [in tanti troppo, in pochi nulla]. non c'è, o non dovrebbe esserci, il gancio a quella tipizzazione: arbitraria, qual è il marchio di una legge - che guarda verso orizzonti di stigma sociale, massì diciamolo, infamanti - che più che normare vuole categorizzare. sono rifugiati, il cui diritto di asilo è incastonato nella Costituzione. sono persone di cui lo stato dovrebbe prendersi cura [ci sono anche italiani che avrebbero bisogno di aiuto, ovvio. ma sono categorie diverse - anche solo intuendo il concetto di categoria. e nel caso ci fosse qualce salvinico che passa per di qui].

non ci siamo. non si lasciano allo sbando, per anni, disinteressandone. abdicando in senso trasversale negli ambiti dell'amministrazione e della politica. lasciando andare le cose perché i problemi sono altri. perché prima ci sono gli italiani. che alla fine diventa una guerra tra poveri. pelosa e sottilmente merdosa, come tutte le guerre, anche quelle solo figurate. che poi la questione diventa un problema di ordine pubblico. e coloro che diventano un problema di ordine pubblico - percepito, prima che reale - sono gli sbandati dello sbando. ma in questo tipo di sbando gli sbandati sono l'effetto, non sono la causa. la causa. e le cause sono tante, tantissime. e si riassumono, tra l'altro, nella la banalizzazione del pensiero politico che il sindaco della capitale d'italia deve occuparsi prima dei romani. e lo dice quello che si pensa già il prossimo presidente del consgilio [sic!], non so quanto cosciente del fatto quella sindaca stia facendo poco o nulla, tanto meno per quelli che partono da sbandati: italiani-romani e no. lo sbando è sia vissuta come emergenza, perenne, insostenibile, la questione, con la sintesi nel proclama ci saranno le barricate per non ospitare qualche decina di costoro. che poi, magari, la questione esiste, e potrebbe non essere opportuno mandarli proprio lì. è l'approccio che anima la questione dentro lo sbando.

non ci siamo. perché l'inazione e lo sbando dell'ordine pubblico viene gestito come si è visto. alle sei di mattino, poca gente attorno, poco circo mediatico, sicuramente nessun politico/amministratore. che facciano il lavoro sporco quelli preposti. che lo fanno e non possono che farlo come i bracci operativi dello sbando. idranti e cariche verso chiunque, come facinorosi pericolosi qualsiasi. gestito in maniera spropositata, violenta, rabberciata. nei filmati alla fine si vedono sciamare, rincorrere le persone sfollate in mezzo ai turisti e coloro che escono dalla stazione termini. manganelli e opliti tra trolley e zaini. come se tutto si stesse squagliando e non si riuscisse a tener compatte le cose. lo sbando. dalla gestione di quello ridotto a ordine pubblico su su su, fino alle responsabilità di quelli che avrebbero dovuto fare. e non hanno fatto. perché inetti, o irresponsabili.

non ci siamo. perché tutto, a parlare di migranti, accoglienza, rifugiati, si è squagliata, in tante e troppe persone, la consapevolezza della complessità. e si sbanda nel proclama dell'emergenza, della chiusura, del fuggire la responsabilità. e buttandola in rissa pre-analitica, chiacchiericcio salvinico, dibattiti infuocati alla tivvvù e il seme del disorientamento nella pancia della gente. la quasi resa del compito della politica.

non ci siamo [quasi più].

[piccola parentesi finale. che forse non c'entra. ma forse sì. sto leggendo un libercolo-pamphletdenoarti di piergiorgio odifreddi. dizionario della stupidità. il matematico più mediatico nei massmedia italici se la prende un po' con tutti, o almeno con ampie categorie di persone. enunciandone, o provando ad argomentarne, la stupidità. fa quasi tenerezza vedere tanta ostentata sicumera. a dire il vero, nella premessa, celia sul fatto che un po' stupido possa esserlo anche lui. non ho capito quanto per convinzione o per paraculaggine.
comunque.
in quel libro c'è una pagina anche sul senso della vita. di cui è [ovvio] stupido cercarne un senso. lui ne fa una questione di anti-semantica e anti-metafisica.
ebbene.
può anche essere che abbia ragione lui. e non ci sia un senso. se non quello di sopravvivere per riprodursi per preservare la specie. per quanto un senso più essenziale, innegabile. tanto che non basta ad un sacco di persone, che per questo sono stupide, stando al suo ragionare.
ecco.
forse ha anche ragione. però, suvvia, nella mia stupidità, e senza aver pretese di stabilire cosa sia il senso, ho la percezione, vivida, che anche sdegnarsi per episodi come questi assomigli ad un qualcosa che comprenda il fatto stia qui, oltre al mantenermi vivo vieppiù senza esser riuscito a riprodurmi. e mi venga da scriverci. male e sbrodolando come sempre. in fondo son pareccho stupido pur io]

Saturday, August 19, 2017

post un po' banale, sulla rambla di barcellona, e la fatica conseguente

ogni azione terroristica è un po' ormai [ahimè] consueta, e pungolo per riflettere come fosse un'altra volta la prima volta.
prima volta, perché almeno non ci si rassegni al fatto sia una cosa che riesca a far capolino nella norma delle cose. se ogni volta c'è un pungolo, si prova a guardar in faccia la complessità della cosa.
anche perché questo ho voluto lasciar passare un paio di giorni.
avevo bisogno di leggere lo scorrere delle notizie. attendere il clangore delle opinioni. lasciar che tutto distillasse qualche straccio di pensiero.
e questa volta, lo spunto, tra l'altro me l'ha dato ada colau. che poi sarebbe la sindaca di barcellona. quella che ha deciso di prendere dalla parte più complicata, ma credo utile per l'intelligenza collettiva dell'umanità, la questione dei migranti. noi, a milano, ci siamo arrivati il ventimaggio. l'idea l'hanno avuta loro. o forse proprio lei.
comunque.
ada colau ha dichiarato, poche ore dopo l'attentato, che "Barcellona è una città di pace ribadendo che il terrore non avrebbe cambiato la natura della città. Ovvero che Barcellona continuerà ad essere una città aperta al mondo, coraggiosa e solidale".
questa volta non mi sono sentito ammantare, quasi orgoglioso, di voler ribadire voglia far così anch'io. specie per quel che riguarda la faccenda del terrore che non avrebbe cambiato la [mia] natura.
cioè.
questo ormai, dal mio punto di vista, è istanza che voglio continuare a sentire, e sostenere. forse per questo meno pelledoca il pensiero di questa prouditudine.
però, mentre cucinavo il farro, giovedì sera, ho pensato che ada colau stava - di nuovo - prendendo la strada più complicata. ma che, di nuovo, è l'unica da fare. se il senso è quello di farla evolvere, collettivamente, 'sta fottuta umanità.
provo a dettagliare un concetto forse già chiaro di suo.
la paura [il terrore] è una emozione installata nel kernel del nostro cervello. è roba che ci portiamo dentro da quando eravamo sugli alberi. forse prima. la paura, al pari della rabbia e della tristezza, sono funzionali alla prosecuzione della specie. sono emozioni negative. ma senza di quelle ci saremmo già estinti, e forse saremmo ancora in tempo ad estinguerci.
poi vabbhé. siamo scesi dagli alberi, abbiamo messo su un po' di struttura. siamo diventati senzienti con la consapevolezza della nostra senzietà, e del nostro essere, della nostra finitezza. e quei tre sentimenti negativi, sono un'eredità importante. servono ancora, eccome. solo che su marchingeni così complessi come siamo, a volte, qualche casino lo creano.
ora.
ada colau ribadisce si debba andare nella direzione di mandarla un po' affanculo la paura. ma è qualcosa di antigravitazionale. che poi, occhei, fa l'effetto di elevarsi. che, guarda caso, è la similitudine che associamo al crescere, all'evolvere. è chiaro che è fottutamente più semplice aver paura. ce l'abbiamo nel kernel. invece un'altra istanza ci dice di andare nella direzione opposta. verso quella che - verosimilmente - è la chiamata alla nostra natura. nostra. di tutti. mi arrogo l'idea di coinvolgere l'umanità.
quella natura che non ha paura, e che lo fa in nome di certi principi di solidarietà che è roba antigravitazionale pure quella. perché, in ultima istanza, significa rinunciare ad un pezzo del qualcosa che è [solo] mio, per farlo [anche] di altri, o [anche] di tutti. al netto del quanto e del come è chiaro che non è come il sasso lasciato andare al decimo piano del palazzo: che tende ad andare in giù. no, qui si tratta di lanciarlo il sasso, verso l'alto [che poi, sì, cadrà giù, ma non sottilizziamo troppo, forse ho preso la similtudine non perfetta].
insomma, andare contro una natura per seguirne un'altra.
solo che è più complicato. però [forse] è l'unica strada da fare per andare avanti. o più in alto. che poi è il senso perché noi ci si sia, ho la vaga idea. il riprodursi e starsene vivi è la componente accessoria [poi si muore, occhei, è funzionale al mantenimento e quindi evoluzione della specie].
ecco.
appunto.
evoluzione.
pare che siamo ben dentro la convizione che per evolversi non basti mantenersi vivi [ed i tre sentimenti negativi servono a quello]. ma anche far cose antigravitazionali. anche se è cosa faticosa.
non so se ada colau pensasse esattamente a questo. ma in quello che ha detto mi pare di vederci, in controluce su campo lunghissimo, qualcosa di simile, omologo.
è per questo che tutte le istanze che titillano solo ed esclusivamente la paura sono contronatura. più comode, certo. come far cadere il sasso. ma fanno tornare indietro.
nell'italica masnadia della classe politica [che la parte di classe dirigente che dovrebbe educare i cittadini alla responsabilità della democrazia basata sui diritti-doveri], quasi tutti fanno un po' quello: fanno cadere il sasso verso il basso. ovvio, con diversi gradi di salvinità. ma, quasi tutti, a loro modo e con diverso grado [ribadisco: diverso grado, non sono tutti uguali, ovvio] ci fanno tornare indietro. abdicano al ruolo di classe dirigente politica. che poi è una delle colpe peggiori.
e siamo tutti un po' soli.
anche e soprattutto nella complessità del mondo che ci si irradia addosso. sempre più complicato.
provo a metter in campo, per quel che posso far di mio, quella manciata di strumenti culturali. e l'irrefrenabile automatismo a ragionarci sopra, psicopippa o meno: vuoi con la complicità della solitudine, creativa, da certi punti di vista.
ed in tutto questo, titillato dalla colau, mi viene naturale pensare [e sono contento che ora, oggi, mi sia appunto naturale] che io no tiengo miedo.

Monday, August 7, 2017

i codici di comportamento e i pungoli

io mi son fatto un'idea.
da quando un certo tipo di mainstream ha cominciato a sputtanare le ong che si adoperano a salvare i migranti, quelli in mare.
sputtanare, sì.
con un metodo anche piuttosto peloso: trovagli una definizione che non offende smaccata, in prima battuta. però insinua un piccolo tarlo. e glielo associ. usi un caso singolo, sfiorato dal dubbio, e applichi in maniera estensiva. una metonimia da stronzi. "taxi del mare". si parte dalla [ri]definizione. si [ri]crea il fondamento, la percezione. e si mette tutto in circolo. tipo il sassolino, piccolo, nella scarpa, che poi a furia di camminarci sopra comincia a dar fastidio, sempre di più.
peloso, no?
non sono un retroscenista similgrillinico. quindi non penso che questa cosa sia stata pianificata scientemente a tavolino. si è presentata l'occasione. è stato comodissimo infilarvicisi sopra. con vari gradi di virulenza, anche a seconda di quanto è importante il grado di salvinità, e tutto il becerame politico che tutto questo comporta.
niente di così nuovo rispetto alla storiella della calunnia, che è un venticello.
io mi sono chiesto perché, allora.
a maggior ragione me lo chiedo ora.
perché farsi delle domande è un altro modo di sentirsi libero. anche quando la domanda pare un po' curiosa.
perché?
penso che la risposta non debba essere per forza una sola. oppure possa declinare in vari modi.
quindi provo a rispondermi.
il fenomeno migratorio è, oggettivamente, una questione che determina complessità che soverchia tutti. diciamolo: un puttanaio.
esiste da che esiste l'uomo. non finirà non ostante tutta la salvinità ci si possa inventare. questo qui, quello in cui siamo coinvolti come europa, durerà decenni. non ostante il parere contario dello slogan salvinico: aiutiamoli a casa loro [che permea la salvinide un po' abbastanza ovunque].
i fenomeni complessi richiedono analisi importanti, per cercare di trovare sintesi che gestiscano, o ci provino, la complessità del fenomeno.
la classe dirigente europea non è, molto probabile, all'altezza. figurarsi quella italiana, permeata dalla salvinità.
e in tutto questo il fenomeno migratorio è un pungolo morale. penso anche laddove le percentuali di salvinità sono molto alte [ecco, forse giusto manca nella fognitudine fascista, ma è altra categoria, quella]. perché il dis-sperare di ciascuno che se ne viene via - come se ne vengono via - dalla propria terra di origine è qualcosa che intuisce chiunque. magari giù in fondo alle cose che sembrano rumore di fondo. ma c'è. che uno negherebbe spergiurando salvinicamente, ma c'è. non ci sono persone migliori o peggiori a percepirlo: ci sono persone diversamente informate e/o empatiche.
non sto dicendo che questo risolva la complessità.
anzi.
sto dicendo che è un potenziale aumento della complessità. perché implica il fatto che potrebbe venire di averne cura: take care, a 'sto giro l'inglese funziona meglio. ed averne cura è - mediamente - più complicato che ignorarli. perché significa rinunciare ad un po' del mio io. in fondo sono due istinti naturali contrapposti. salvaguardare il mio e rinunciarvi, solidarizzando. il primo forse è più basico, serviva quando stavamo sulle piante, il secondo guarda avanti, permette di costiture il senso di comunità.
insomma.
un puttanaio.
e in quel puttanaio il salvinismo che permea la classe dirigente sceglie la semplificazione. vien via più facile, si capisce meglio, non comporta sforzi per dare l'esempio. masssssssì, la storia della pancia delle persone. che dal punto di vista elettorale ha sempre grande resa.
e il pungolo morale di cui sopra?
facile.
anche la salvinità ha capito che prendersela con i migranti non è efficace. sarà la storia del pungolo. sarà che sono massa troppo indistinta. sarà che sono ancora altro da noi, fintanto che non arrivano qui da noi. sarà che anche la salvinimica de "aiutiamoli a casa loro" porta dentro un abbozzo pezzottato di solidarietà.
quindi il bersaglio ideale sono chi li aiuta. soprattutto le ong. non-governative. significa essere affrancati dalla salvininiade. il salvinico senso del controllo governativo non c'è. sono libere. ed in questa libertà c'è un potenziale pericolo per il mainstream salvinesco.
e soprattutto ribadiscono il pungolo morale. fanno quello che ognuno sa andrebbe fatto [inversamente al grado di salvinità che lo pervade]. e questo è fottutamente fastidioso [in maniera proporzionale alla percentuale di salvinamento]. le ong illuminano la cattiva coscienza che ci portiamo dentro: tanto o poco. e lo fanno senza troppi compromessi salvineschi.
ovvio che tutto questo è abbastanza insopportabile, mediamente per il mainstream. tipo il secchione in classe. lui cazzo sì che la sa la lezione. se me ne sto a salvinizzare come un salviniade qualunque in fondo alla classe me la devo giocare: massì, mi sembrava di aver visto sul libro che bisognerebbe aiutarli a casa loro, ecco, sì diceva più o meno questo. e poi, al limite, il secchione lo sputtani. ma con pelosa salvineria, poco a poco.
taxi del mare.
ed imporre un codice che - lo sai, ministro dell'interno - non potrebbero mai accettare è un attimo.
e così diventano, le ong, quelle irresponsabili: tutte.
ed il giochetto è riuscito.
fatto.
sputtanati.
e noi, paciosamente, ci godiamo questo mainstream salvinizzato.

[chiosa più tranchant finale: limitare l'azione delle ong significherà solo una cosa: far aumentare i morti. i flussi migratori non diminuiranno. la complessità del fenomeno non ne sarà intaccata. la pancia della gente continuerà a percepire un pericolo artefatto. moriranno "solo" più persone. morti della cattiva coscienza. [a volte sarebbe piuttosto rinfrancante credere in qualcosa che, ad un certo punto, arrivasse anche a chiederne conto]]

Sunday, July 30, 2017

l'altro pezzo del post sperimentale [vediamo se lo finisco ora]

il primo pezzo è due post indietro questo. nel caso.
dicevo di baricco. e della personalissima epifania a leggere "oceano mare". e dell'idea sbilenca di aver provato, per la prima volta, che in quella cosa - scrivere - potevo sentirmici dentro. non come avevo fatto fino a quel momento e - ribadisco - qualsiasi cosa potesse significare. scrivere dico.
ora.
provai a scimmiottarne lo stile. che non è mai una cosa così originale, ovvio. come mi ricordò con questa ovvietà, financo quasi banale, una collaboratrice dell'aziendida rovinata, e che mi ha rovinato un bel po' dell'esistenza recente [dopo magari ci torno, si ri-aggancia ad un discorso]. personaggio molto sui generis questa collaboratrice, proprio tanto. un talento. forse ancora di più dello stylist che arrivò prima di lei. solo che lo stylist era pregno del suo valore. ed a volte l'effetto dell'autoconsapevolezza, e dei variegati modi con cui lo manifestatva era abbastanza irritante. lei invece altra pasta. tra le altre cose sembrava che la storia dell'arte, l'essenza, il punto dipanante, le fosse stata infusa. tipo le proteine del latte materno. poi eccelleva in altre cose, per quanto non mi interessassero così tanto. però eccelleva. un talento. lei non so quanto sapesse di esserlo. o forse gliene fregava poco saperlo o farcelo sapere. comunque. costei un giorno, parlando di una sorta di artista con cui si collaborava, mi disse: se costui [l'artista nostro] ti ricorda troppo quest'altro [un artista dell'umanita] allora significa che non sta inventando nulla, ed è lontano dall'essere un artista in senso compiuto. va precisato che non usò quelle parole. e che tutto sommato si può essere artisti in senso non compiuto e godersela, nella propria artistica non-essenzialità, come se la gode il nostro di artista, o quella roba lì.
ecco. io lo scimmiottavo [scimmiotto?] [parlo di baricco, se si fosse perso il filo del discorso] perché avevo trovato una specie di via. un qualcosa che mi sentivo conforme, anche solo a scopiazzare. e a culo se non è cosa originale. volevo giocarci pure io a quel gioco lì. giocando più o meno così. intuivo potesse essere divertente a ripetere quei gesti.
poi - di nuovo - nel tentativo di scimmiottamento c'era da piallare, rintuzzare, ri-ordinare, sgrossare. magari senza usare un proluvio di avverbi. magari stirando il fluire semantico: linee dritte, o con curvature gentili, ma non arzigogoli con frizzetti e laccetti e fiocchetti. i punti angolosi, in natura, non esistono.
e poi c'è anche l'altro punto però.
che poi sarebbe l'idea che sta dietro a questo post.
e l'eco che ho sentito nel leggere i nuovi barnum.
occhei la forma. lo stile scimmio-scopiazzato. la storia del come. ma poi c'era il punto, il grumo cogente: il cosa.
perché fintanto che ne leggi i romanzi, guardi la cattedrale incernierata sulla scrittura creativa. che è un mostro complicato assaje. almeno per me. io provavo a scopia-scimmiottarlo, ma damned, c'era da inventarsi una storia. o ci sarebbe stato da farlo. ma roba che riesce giusto il primo guizzo. come quando iniziai a leggiucchiare il cirillico bulgaro. fico: accidenti, ma poi avrei dovuto anche capire che c'era scritto, e prima ancora anche ricordarmi degli accenti che le parole non sono mica così tanto piane come in italiano. sdruccioli sull'abbondanza delle sdrucciole, gli accenti, dico.
quindi, per la storia dei romanzi baricchiani lascerei - di nuovo - cadere la questione.
perché appunto l'altra illuminazione, allora, fu sui barnum. o meglio è stata una specie di piccola epifania ex-post [nel senso di anticausale] pensando a miei post [nel senso di cosi dei blogggghe] molto post [nel senso di molto tempo dopo: cioè, praticamente quindici giorni fa].
perché leggendo i barnum, ormai sedici-diciassette anni orsono, io cominciai a pensare di scrivere i post dei miei blogggghe sgarruppati. solo che non lo sapevo ancora. anche perché non c'erano ancora i bloggghe. mi piace pensare che è stata lì l'origine di quella inevitabilità, di cui ho lucido ricordo, che si manifestò in una notte di fine gennaio del duemilasei. ci vollero una serie di coincidenze, e nemmeno tutte piacevoli, anzi. ma si arrivò lì. alla luce dell'abat-jour di quella scrivania adorna del solo picccccì, qualche ora dopo aver sostenuto un colloquio ed intuito che volevo darmene a gambe levate dall'informatica in generale. e che volevo gestirmi il mio tempo. e che volevo trovare brandelli di cose da raccontare durante il giorno per poi distillarle la notte [ma sia molto tardi che si va a dormire]. e che quella cosa avrebbe potuto portarsi dietro un qualcosa di taumaturgico, forse terapeutico. e che cosa sublime sarebbe stata se fossi riuscito fare quello per vivere.
forse non ebbi così chiaro tutto questo, così nella cristallina tersitudine del dettaglio che ho ora. forse perché ho dovuto metterci in mezzo variegati anni, e disillusioni, e consapevolezze, e cazzi, e pianti, e sbrandellamenti, e fallimenti, e sedute, e prese di realtà, e accettazioni [poche] per arrivarci.
ex-post è facile.
gran premio GAC [cit. "gazebo", nel senso della trasmisione di raitre anche se ora passa a la7].
insomma.
credo che la storia dei barnum c'entri, eccome.
perché lì, nei barnum, c'è un giochino ispirativo-creativo-sintetico che fotte sega se i molti dei miei post sono stati scimmiottatura. di nuovo: troppo bello quel gioco. non rubo nulla a lui se lo gioco anch'io. posto che non è un gioco suo. l'ha pensato prima, e lo fa in un altro campionato. ma è qualcosa in cui il pensato di quel pensare sta prima di lui e me messi assieme. e di molto. scimmio-scopiazzo? embeh? è come se anche per lui l'archetipo di bellezza fosse la fanciulla - ora ha tre figlie - di cui mi innamorai in maniera ontologica a quindici anni. l'occhio chiaro, il capello biondo, il tratto pre-raffaellita. ma è archetipo. ci prescinde a prescindere. e soprattutto non me frega una beata sega della scimmiottatura perché è l'essenza di una specie di avventura speculativa [nel senso più alto e puro] che, la dico semplice, mi farebbe intuire, o sfiorare, cos'è il senso di compiutezza. o il senso dell'esserci. mio per me, dico.
non ho 'sto gran timore di averla sparata troppo grossa. davvero. questo, a suo modo, è un momento epifanico bello chiaro. non so se c'entri il fatto sia in vacanza. anche se poi la vacatio non esiste, come il vuoto. credo che però non sia così casuale 'sta cosa. un momento di serena consapevolezza con il baricentro ed assetto basso, che si tiene bene la strada. qui ed ora. che son trentaduemesi che non stacco. ed ora stacco.
stacco non solo dal lavoro.
ma anche da questo post.
che manca ancora un pezzo di idea, di intuizione.
proverò a giochicciarci mentre navigo. via da tutto, almeno logisticamente.
chissà se mi verrà da scrivere anche da là.
posto i mezzi complicati per.
insomma, credo che il post continui.

Saturday, July 29, 2017

rebound vacanziferi

tra un baricco e l'altro. nel senso di post, dico.
ed a proposito di dico.
ma dico io.
cioè, ma ha un senso?
sono trentaduemesi che sto là dentro.
prendo ben una settimana di vacanza.
e chi è l'ultima persona che incrocio prima di andarmene?
roba che mi son fermato al dispenser dell'acqua a bere, e costei mi si è avvicinata per bere pure lei.
ed io che mi sono scansato col bicchiere in mano mentre bevevo il primo [avevo sete, me ne serviva almeno un altro].
no.
dico io.
tra tutti le centinaia di persone.
chi?
lei.
quella che, in un attimo, prolungato nevvero, di obnubilamento estivo scorso, mi era parsa la persona più interessante da conoscere là dentro. e che avevo, nevroticamente, messo su una sorta di piedistallo. quella che mi sembrava una specie di mosca bianca là dentro - invero anche per il colorito sul diafano, ad iscastonare l'occhio chiaro ed il capello liscio biondo. quella che mi appariva così colta e raffinata nello scrivere [me la menano pesantemente ancora oggi per quell'abbaglio: riassunto in un "ricordati che lei suggerisce i diari di bridget jones"]. quella che avevo pensato cosa scriverle per giorni e giorni. e non dire dei dialoghi immaginifici che mi ero possibilmente fatto. roba da coprire un discreto ventaglio di possibilità: avevo la battuta pronta.
non avevo considerato abbastanza il fatto non rispondesse affatto.
in effetti, in quel caso, dialogare diventa complicato. non riesce nemmeno a darti una grossa mano il dialogo immaginifico.
i mesi, dal giugno dello scorso anno fino alla primavera avanzata di questo, sono stati duri. lei è la protagonista femminile principale dalla parte dello storytelling bigio, ed un po' deprimente.
ogni tanto la sogno. è il fatto non mi abbia risposto. non è lei in se [contina ad avere un viso che mi ammalia. delle belle tette. ed un culo che un filo deborda - un filo un filo lungo] ma è l'eponimo di colei che non mi risponde. che si sottrae a qualsiasi forma di confronto. il rifiuto.
naturalmente anche oggi.
nemmeno un cenno di cordiale scambio impersonale, nei fondamentali di quando due persone stanno convididendo uno spazio relativamente ristretto: quello attorno ai dispenser dell'acqua.
dico io.
l'ultima persona che dovevo incrociare.
ostinatamente muta e rimbalzante. [lei sa chi sono. quello che le mandò quel messaggio - sgarruppato, forse - prima di cominciar a vedere tramontare in maniera mesta l'estate].
anche per questo mi è partito un rebound un po' complicatino.
d'altro canto se dopo tutti questi mesi ancora succede così - e non è che fossi così innamorato di lei - è probabile che le sedute da odg non siano un lezzo che mi colgo, così, 'ché dà un tocco di glamour.

ho risolto - anche - facendo trentachilometri in bici.
il mio culo - indolennzito - ringrazia.

Thursday, July 27, 2017

post un po' sperimentale [nel senso che lo inizio ora, e non so quando lo finisco, e magari lo cambio anche]

e niente.
ho ripreso in mano baricco, nel senso di un suo libro.
nel dettaglio "il nuovo barnum".
ed è scattato quella cosa dentro un po' strana. ci ho fatto una specie di mini-psicopippa anche sul feisbuch. che poi sarebbe quel posto dove scrivo tutto sommato poco. perché in fondo le psicopippe, e il denudamento figurato ma importante, lo faccio sotto [simil]mentite spoglie. qui, ad esempio.
come scrivevo colà, leggerlo, mi ricorda un po' come quando bevo lo shyraz yellow tail dell'esselunga. quello con il canguro sull'etichetta. che il chilometro zero e la filiera corta giocano in un altro campionato. berlo dà quella sensazione che sembra-che-è-vera-in-realtà-il-dubbio-ci-sia-qualcosa-di-artefatto-c'è-ma-te-ne-fotti. perché, tutto sommato è piacevole.
lui, baricco, usa il termine holliwodiano ne "i barbari" [che è un libro di quelli che non dimentico di aver letto]. holliwodiano nel senso estensivo della storia holliwodiana. che non è lo star-system, o lo story-telling, o tutte le menate di primo livello cui è financo facile impallinarle, manco si stesse tirando al piattello, o al piccione. holliwodiano diventa - per i barbarati - una categoria ben precisa. solo che ora ho il prurito si possa applicare anche a baricco stesso. una [auto]meta-categorizzazione a sua insaputa.
comunque.
baricco.
lui non è che proprio riesca a strapparmi brandellate di simpatia di dosso. però - mi auto-cito-nel feisbuch - lui scrive. ed io posso leggermelo. mica devo farci la transiberiana assieme. oddio: magari poi sarebbe anche interessante farci la transiberiana. perché non strappa le brandellate. però forse interessante da interloquirci.
di certo ho la vaga sensazione, ex-post, che ri-andando indietro di qualche lustro, lui, nel senso di leggerlo, sia stato una sorta di pungolo di partenza.
forse mi auto-suggestiono. ma - ebbene, dai, lo scrivo - mi verrebbe da scrivere che se dovessi provare a ricordarmi la primissima volta che ho avuto quel tocchettino di idea di provare a scrivere, è stato dopo aver letto "oceano mare".
forse devo riconoscermelo. per quanto non so quanto troverei ancora così para-epifanico quel libro.
ecco, provare a scrivere in un senso molto esteso, neh?
non velleità più o meno professionali. o giacca su dolcevita nero ed il mio faccione girato di tre-quarti mentre indice e medio sono poggiati sotto il mento di uno sguardo impegnato e lieve, e il gomito della mano di quelle dita poggia sull'altra mano, in una sorta di braccia quasi conserte per la posa della foto della terza di copertina, quella che devi aprire in fondo al libro per guardarla.
niente di questo. o almeno: non con quell'obiettivo precipuo [al limite la carambola e rimpiattino finale di una serie di rimbalzi, più che fortuiti e fortunati, del divenire delle cose. io che peraltro non credo nella sfortuna e nella fortuna. per dire].
però, insomma, dopo aver letto quel libro, il baluginio di un'idea che avrei potuto farlo anch'io. qualsiasi cosa significasse, qualsiasi cosa avessi mai avuto modo e voglia di raccontare.
lo so.
come totem fondativo sarebbe stato più da fondamenta massiccia e portante dostoevskij, che uno deve controllare su gugol, se l'ha scritto giusto.
però forse, c'era già ad attendermi sulla strada la questione della cosa holliwodiana.
boh.
chi lo sa.
e poi, a dirla tutta, ma devo farmi ormai menate oggi, che quello stesso prurito epifanico non l'ebbi leggendo "cronaca di una morte annunciata"? [sempre a proposito di libri che non riesco a dimenticarmi di aver letto].
è ovvio che a colpirmi, e farmi prudere la mano epifanica, fu il come, mentre leggevo della locanda almayer.
e, altrettanto ovvio, provai a scimmiottare quel come. solo che dovevo ancora passare per le strettoie depilando-caudine della scrematura del periodo [almeno quel fottuto master a qualcosa è servito]. e dovevo leggere ancora parecchio: in generale, mica baricco. quindi scimmiottarlo per imitazione - pronti via - e la tendenza a scrivere periodi di tre-quattro righe, con subordinate barocche, veniva fuori una specie di maionese impazzita fatta con l'acqua perrier [la più gassata al mondo, nell'epos fantozziano].
per poi scoprire - sconfinata la mia ignoranza - che c'era quel tale, quel salinger, che scriveva come lui. come baricco, dico.
ah no.
è baricco che scrive come salinger.
e la sua scuola - di baricco - si chiama holden.
pensa un po'.
[ecco, il giovane holden. nella mia prevedibilità di trentenne, è un altro libro che non riesco a dimenticarmi di aver letto. una delle cosa più sublimi che si arrotolano in uno dei garbugli più malinconici, lancinanti e struggenti mi sia mai capitato di percepire, vivido, nel leggere qualcosa].

[vabbbeh. per ora la sospendo qui...].

Sunday, July 16, 2017

i desgggiaaaavvù, però le camminate verso cignana sono meglio

in effetti sono di nuovo qui. accanto alla luce palla ed una discreta distesa di bottiglie. vuote, nel senso di già bevute. alcune di queste - probabile - le ho bevute pur io. è una sensazione piacevole. anche perché c'è dentro l'eco del sentirsi accolti, ospitati quasi come qualcuno che è di casa. a volte mi chiedo cosa possa aver fatto per meritarmelo. ora provo ad aver imparato a prendermi l'effetto taumaturgico.

questo è un luogo di affetto [al netto delle fette di salumi e formaggi che si è consumato su questo tavolo, donde sto scrivendo]. questo è anche un luogo dove - più che altrove - ho trovato una specie di plaga e di rinfranco dai tanti - troppi - momenti et situzioni che la vicissitudine dell'aziendina hanno saputo regalarmi.

tecnicamente questo è la prosecuzione di un post iniziato ormai quasi due mesi fa. siccome sono sul pezzo e rapido, lo ripiglio solo ora. e nemmeno tutto, suvvia. mi è tornato in mente quel post e un sacco di episodi oggi, mentre camminavo alla volta della diga di cignana. che è un po' lunga da spiegare come e dove per chi non ne sa molto.

sentieri che già ho calcato. sentieri che - in particolar modo tra l'altro - calpestai rabbiosamente tre anni fa. ero solo. in uno dei momenti più intricati e complicati degli ultimi dieci anni. incazzato di una incazzatura più che altro repressa per il volgere che l'aziendina [di cui decennale, il post precedente] aveva ormai preso. c'era stata una sterzata importante, definitiva. il bubbone era saltato. tanto tempo dopo si è capito che quello stapparsi è stato un bene. ma ha spurgato parecchio ed io sentivo dolore. quel pomeriggio ero partito a piedi. nervoso e scalpitante. "vado a far due passi", dissi ai miei ospiti. forse non misi nemmeno le scarpe grosse. senza averlo pianificato troppo salii un bel po'. salivo e masticavo amaro. ragionavo e dialogavo immaginificamente coi i due soci, raccontando loro l'incazzo e la sensazione di torto che percepivo aver subito, chidevo conto a loro e pretendevo mi dessero ragione e mi chiedessero scusa. salii, sudando nervoso. arrivai ad un punto di vederla, la diga. un digradare, in alto, della piccola gola che lasciava libera alla vista una porzione. era là, l'avevo raggiunta: anche solo con lo sguardo. me ne tornai.

ho ripensato a quella salita, oggi pomeriggio, che invece fino alla diga si è arrivati. e con quel ricordo ho ricordato ancora un sacco di altre salite e discese in cui mi pareva di spargere, passo dopo passo, l'ammonticchiare di tossine accumulate per questioni avvenute in quel contesto aziendalinico. escursioni depurative. odisseandare terapeutico.

quella fottuta aziendina ha dieci anni. tutto si è abbastanza consumato e accartocciato nei primi cinque-sei. dopo è soltanto una sorta di abbrivio, come un carrozzone che prosegue a luci spente, e vagola in una direzione, data dagli eventi, senza che ci si prenda più tanto la briga di re-dirigerlo.

in quei cinque-sei anni ci sono stati pochi momenti veramente felici. tanti di un lavorio che sembrava non potesse esserci altro che da far quello. meno [ma emotivamente troppi] di situazioni in cui il trovar risposta alla domanda: che cazzo ci faccio in questa situazione? è sembrato troppo complicato, intorcigliato, incistato: impossibile.

sì. anche momenti felici. tipo l'emozione quando vidi completato il primo lavoro importante commissionato. gratis, ovvio. avremmo avuto la nostra parte nel fatto di far curricolo e nei cd che avrebbero venduto. perché gazzilioni dovevano venderne. quando cominciammo quel progetto non avevo praticamente mai aperto adobe flash. nel giro di cinque mesi arrivai a vedere finito quel lavoro. e mi sentii pure un privilegiato: il primo che lo vedeva completato, non fosse altro per il fatto dovessi gestirne io lo sviluppo e l'integrazione. ero il primo. per qualcosa che pensavamo dovesse essere una killer application in ambito digital-museale. ne ero orgoglioso, anche per la sfida sviluppatoria raccolta e portata a termine. me lo gustai provando l'effetto sul monitor enorme del mac di mio fratello [anche per testarlo su quelle macchine fichette]. scrissi una mail con il cuore in mano alla socia, ringraziandola per l'opportunità mi aveva dato.

coglione.

in realtà fu l'anno dopo che si rivelò essere quello latore di aspetti che poi avrebbero riverberato disastrosamente più avanti. non che comparvero improvvisi. erano in nuce già da tempo. io ero obnubilato e non li colsi, almeno consciamente.

era il 2009. e capii:
  • che dei progetti io era quello che cubava devastantemente più lavoro degli altri. ma questo non significava arrivassi a fatturare più degli altri, anzi. dovevo sviluppare, mettere assieme, cucire tutti i pezzi.e per farlo spesso ero il primo ad arrivare e l'ultimo ad uscire. senza contare i uichend, i festivi. per un progetto praticamente senza capo né coda - lo si capì dopo, ovvio - lavorai praticamente in maniera ininterrotta quasi cinquanta giorni. ricavammo non più di 200 euro. successone;
  • che la socia riteneva di esser una abbastanza irripetibile per la gestione [ed il controllo] di un certo numero di maschi significativi attorno a lei: il compagno attuale, l'ex compagno, il compagno sublimato. io ero quello sublimato, ovvio;
  • che ero minoranza nella maggioranza. quindi va bene il nocciolo con la maggioranza del capitale sociale che decide. però poi, alla bisogna, gli altri due decidevano e stabilivano. poco importa se questo mi lasciava fuori dal consesso per stabilire quel che fare, o situazioni in cui avrei far voluto sentire le mie [sacrosante] ragioni. il cliente ha sempre ragione, taci, il senso.
poi le cose sono rotolate di conseguenza. sino a scoprire a metà dell'anno successivo qual era il paradigma con cui la socia incernierava la nostra amicizia, tra le cose più importanti pensavo stessi vivendo. un'amicizia sostanzialmente ottriata: da lei verso di me. lo capii con una battuta che fece. la sera. si stava festeggiando la chiusura dell'ennesimo progetto prestigioso. i soldi sarebbero arrivati dopo, ovvio. sulla scorta del curricolo con anche quella perla. avevo lavorato come un pazzo fino all'ultimo, ovvio. quella sera - era un lunedì, inizio giugno - la socia butto lì 'sta frase. ed io capii. quell'episodio fu la prima cosa che raccontai ad odg, pedddddddire.

ad usare un eufemismo non la presi benissimo, e non fu una botta di autostima. e tanto per cambiare c'era da pensare al nuovo progetto, che incombeva per la fine dell'estate. appunto. c'era tutta l'estate per completarlo.

in parte venne sviluppato anche qui, da dove sto scrivendo. mi invitarono qualche giorno. "ti porti il computer un po' lavori, un po' ti rilassi". se non sono crollato definitivamente quell'estate è stato anche grazie a quei giorni passati qui. allo scaricare dopaminico nel calpestare con gli scarponi diversi sentieri qui intorno. non so quanto i miei ospiti abbiano capito quanto furono importanti lì [e/o quanto sia riuscito a comunicarglielo fino in fondo].

fu la prima volta. non è stata l'ultima in quel contesto e per far scaricar il malessere di quel contesto.

ora quel contesto è passato [ce n'è un altro, ma il post è già lungo di suo]. rimane ri-edificante ed importante traguardare quei tragitti e quegli itinerari dove, mica robetta, ti vedi sullo sfondo la potenza iconica del cervino. rimane molto intimo e coccoloso scrivere da qui, su questo tavolo. illuminato da questa luce palla. una distesa di bottiglie. piene, nel senso che avrò il piacere di tanti altri brindisi, quelli da scaldare il cuore, anche perché fatti con i miei ospiti. è un po' l'effetto di quando ci si sente voluti bene.

Saturday, July 1, 2017

e se il problema del renzismo fosse renzie? [post semiserio, ma molto amaro]

massì. via. quasi quasi torno a far un post su renzie. che forse è triste tanto quanto le mie contumelie. ma almeno diversifico. posto che avrei voluto scriverci sopra dopo le ultime amministrative. che poteva andare peggio [cit.], ed io ho pensato al solito riflesso pavloviano paraculo, che si guarda il fondo del bicchiere pieno. che il resto l'han bevuto gli altri. che son solo cose locali, alle politiche va diverso [quasicit.]. che sarà pur vero però tante amministrazioni che han governato verosimilmente bene è un peccato non siano riconfermate: il locale che paga il vulnus dell'incertezza delle politiche centrali. che vincere a cernusco s/n [con tutto il rispetto, dove abita la zia] non vale come perdere a sesto [sixth saint john, che ci ho abitato nella stalingrado italiana]. che poi alla fine i voti, quelli che ci sono, sono in gran parte per te. il problema sono quelli mancanti. nel senso di quelli delle persone che non riesci più a portare a votare. un punto cogente, su cui [un po' tutti] i politichesi hanno nicchiato.

e allora lascio andare la mia deriva più banale. e ringalluzzito dal gianmarcobachi, che lo dice meglio, anche se l'amica elisabetta le si incrocchia il podcastE durante la sigla, acclaro che forse il problema del renzismo è proprio renzie.

che mostro una raffinatezza di analisi piuttosto frusta a chiamarlo renzie, in effetti.

cioè. intendiamoci. che poi i renzieani più di renzie fanno benissimo a scandalizzarsi. e lamentarsi. ma come? abbiamo appena fatto un congresso, e delle primarie, l'hanno votato in duemigLioni di persone, di cosa stiamo a parlà? [ormai il mantra è quello: dueMigLioni. anche se, vabbhé, non erano proprio dueMigLioni. e non tutti i nonDueMigLioni l'hanno votato, ma sono quisquilie, suvvia. anch'io che sottolineo 'ste robette qui.]. e da un certo punto di vista il ragionamento non fa una piega. si rischia di cadere nella coazione a ripetere della sinistra che si divide su tutto. [io, in quanto di sinistra sono d'accordo, ma anche no. cioè poi una parte di me non pensa sia una divisione vera e propria, piuttosto un'incompresione che si può sanare. un'altra parte pensa sia uno iato incolmabile. ebbene sì, sono scisso anch'io. e, giuringiurello, non deriva dalle mie personalità multiple. ma proprio il fatto sia di sinistra. per quanto - per formazione - tecnicamente mai stato comunista].

cazzaraggine a parte. o almeno solo in parte.

cioè. credo ci sia un problema per tutta quell'area in cui variegatamente mi ci trovo. perché renzie, mannaggia, è stato votato dai suoi. e i suoi, nell'area variegatamente in cui mi ci trovo, sono tanti. rappresentivamente parecchi. e allora, appunto, abbiamo un problema, compagni/amici/sodali. perché renzie, per come intende il porsi, è uno divisivo. e che sta in un contesto dove non è che bisogna farsi pregare per dividersi. tipo se mandi un flautulante compulsivo in una camerata di tisici messi male. [anche se, magari, dal punto di vista medico è pure una metefora demmmerda. [c'era un nesso, se non si era capito]].

cioè. la maggioranza del pidddddì ha tutti i fottuti diritti di eleggere renzie come segretario. e per la vocazione maggioritaria che - legittimamente - quel partito vuol rappresentare in un'area più vasta, far derivar la conclusione che sarà lui il candidato premier. il problema è l'effetto che fa in quell'area. e poiché ci son dentro pur io, è un problema - variegatamente - per me. e non mi soffermo neppure più di tanto, nel considerarlo un problema per me, se sia responsabilità di renzie o di tutti gli avversatori che via via si è creato [io, nel mio milionesimo, lo avverso dalla prima volta che l'ho sentito in tivvvvù, per dire]. in fondo ci si relaziona [almeno] in due. si va d'accordo e ci si scazza [almeno] in due.

è un po', facendo un parallelo moltiplicato per qualche migliaio di volte, come quando gli statunitensi eleggono un personaggio come deDonald. aiò. è la democrazia. con tutti i suoi paradossi. il problema è anche se deDonald, da sindaco del mondo, decide di far uscire dagli accordi di parigi sul clima il paese che contribuisce in misura maggiore al global warming. è tutto democrativo, neh? peccato che poi un po' di mondo finirà sott'acqua [salata], aumenteranno le guerre per l'acqua [dolce], le carestie, i fenomemi metereologici estremi e i flussi migratori di oggi sembreranno bagatelle da inizio millennio.

oppure, parallelo un po' estremo, se lo spirito santo, che onusto permea la sistina durante il conclave, facesse eleggere papa uno alla don verzé, oppure padre tam, o don mercedes. sarà pure la maggioranza dei cardinali. ma poi niente stupore se la gente cominciasse ad aprire ai testimoni di geova la domenica mattina alle 8.30, oppure ad aderire ai pastafariani, o banalmente rifugiarsi nelle plaghe agitate dell'ateismo e/o agnosticismo.

il punto è che renzie, per ragioni che non tornerei ad enucleare in questo post già sbrodolato, è un divisivo. come berlusconi, di cui è una prosecuzione antropologica. solo che berlusconi spaccava [spacca?] in due un paese. renzie spacca in due un terzo del paese: quello che in questo momento si riconosce in quell'area. forse anche perché è un elemento avulso alle ontologie di quell'area. ma in quell'area ha trovato spazio per attecchire. e di cui credo non gli fotta granché, se non fosse per il fatto sia la lunga leva che gli può permettere di comandare. che poi è l'unica cosa che credo in fondo gli fotta. visto che, tra l'altro, pare che cumannari è megghiu ca futtiri [così il vernacolo, mi fido. non ne so quasi nulla né da una parte, tanto meno dall'altra].

un leader politico, un potenziale statista, dovrebbe far sintesi, aggregando. che mi pare sia esattamente l'opposto quello che si riesca a fare con lui. l'unico pronome che deve conoscere è noi. mentre a renzie non riesce di dirlo, esattamente come a fonzie con la parola "scusa", roba che gli si ingarbuglia la lingua. nel mondo ideale un aspirante leader così dovrebbe farsi da parte. perché non è leader. perché non è adatto. punto. siamo in un mondo che è tutto tranne che ideale. quindi non succederà.

l'ha detta quasi tutta giusta, oggi: fuori da qui solo sconfitta. al netto del gancio deittico, resta da intendersi cos'è il qui?, in effetti ci sarà la sconfitta. per quanto non sarà responsabilità solo di renzie. ne pagheremo un po' tutti le conseguenze, variegatamente.

Sunday, June 18, 2017

il biglietto del traghetto, e tutto quello che è venuto dopo

un anno fa - giorno più, giorno meno - scrissi un post. uno di quelli lamentoso-giaculaotori. fu al termine di un uichend emotivamente molto pesante, di rimando. scrissi di tristezze e insoddisfazioni per riuscire, finalmente, a buttar fuori tutto quello che avevo finto di non essere e di non provare. anche per quel uichend in cui mi ero posto così apparentemente sul pezzo, e pregno, e deciso. ottima finzione. solo che poi dopo, 'ste cose, solitamente le pago. difatti mi venne quel post.

l'inizio di quel uichend ero stato alla festa della radio. che per le beghine c'è radio maria. io ho radiopopolare. ma le solitudini che va a colmare non sono così diverse. ci andai da solo. faceva freddo, relativamente per quel periodo, spiacevolmente fresco. ascoltai un paio di dibattiti, un po' smarrito in mezzo ad un sacco di gente con cui mi sentivo comunque un po' estraneo. ascoltai un concerto. poi arrivò l'amica paola, con persone conosciute fuori alle casse, e di cui aveva già i numeri di cellulare. e mi dovetti sorbire pure questi suoi nuovi amici, che verosimilmente poi non vide più. poi quasi ci scazzai, con l'amica paola.

poi lo scazzo più importante arrivò due giorni dopo, la domenica. che è solitamente il giorno della festa in montagna nel bel mezzo di giugno. e tutto il portato emotivamente pesante. la festa si fa di domenica. la scalata dell'ultimo sabato di gennaio si fa di sabato. che è l'ultimo di gennaio. però quello mi è sempre piaciuto a prescindere. sono le cose di domenica ad essere più impegnativi. e nemmeno tutti gli anni. l'anno scorso non era in quel nemmeno. anzi.

poi iniziò un estate triste. a tratti autolivorosa. sentii di colpo i diciannove mesi senza far praticamente ferie. ed in parte scoppiai. travolto da passione che non riuscivo ad esalare. tutto mi sembrava compresso e senza senso. percepivo una specie di foschia di fondo. ad agosto mi sembrò di tirare un po' il fiato. semplicemente perché c'era meno gente attorno a me: al lavoro [senza il responsabile tutto sembra più leggero], in città. presi un mezza scuffia di disperazione, quasi per riflesso pavloviano [qualche post su di lei c'è, qui addietro]. quando le vedevo le primissime volte mi chiedevo se era molto timida o molto supponentemente non corteggiabile, stizzosa. non era la prima opzione. non si degnò nemmeno di rispondere ad una prima, banale, suggestione.

non ricordo un giorno lieto o che si approssimasse, anche molto da lontano, alla felicità. se non il giorno in cui si sposarono l'amica liude e l'amico luca. inizio ottobre.

poi venne un pessimo autunno ed un inverno lungo. ebbi la sensazione, in alcuni momenti, che sarei venuto giù del tutto. d'improvviso.

a parte il capodanno - peccato per la febbre dell'amica liude - fu un gennaio se possibile ancora più duro. ne avevo i coglioni pieni per tutto.
scrissi un racconto, volevo - brutta cosa il revanscismo - prendere come elemento negativo la tipa di cui sopra, quella del falso pre-innamoramento pavloviano. per una serie di coincidenze alla fine mi sembrò un cacata. avrebbe dovuto finire su una specie di pubblicazione vera. non ho mai terminato la ri-edizione dopo l'editing. quasi mi sentissi del tutto inadatto anche solo a pensare potessi scrivere qualcosa.

spensi il telefono per due giorni, a ridosso del compleanno, tanto per cambiare uno dei più tristi che ricordi.

mi sentivo bloccato, incapace di agire, ingolfato, un gommoso ed asfissiante cul de sac.

ho iniziato a frignare spesso con odg. quando sentivo venir meno la volontà di darmi una mossa. o forse per far uscire la dis-sperazione che mi sembrava attanagliarmi.

insomma. una trafila di cose così.

poi, verso maggio, le cose mi son sembrate un po' più lievi. non è successo nulla di particolare. solo che tutto mi sembrava più lieve.

la settimana scorsa c'è stata ancora la festa della radio. meno imponente dell'anno prima. ma con le stesse solitudini. la prima sera, mentre ci andavo, ho infilato la mano nella giacca che avevo appena cambiato. e che indossavo nonostante la temperatura decisamente più calda, piacevolmente calda. ci ho trovato un biglietto del traghetto. guardo la data. è esattamente di un anno fa. ricordo quel viaggio. ricordo una foto che scattai e che inviai prima dello scazzo.
l'ho guardato. e mi è sembrato di guardare una cosa da fuori. come se in fondo a tutta la trafila ci fosse una bella riga, a consuntivo. che per quanto - percettivamente - negativo, è un consuntivo. roba che si coniuga al passato.

ho strappato il biglietto. l'ho buttato nei cestini della carta della radio, mentre me ne uscivo dopo la prima serata. solo, come sempre. ma va bene uguale.

oggi sono di nuovo salito in montagna. è domenica. ed ho ribadito che le feste sono di domenica. però le bedvaibrescion dello scorso anno non c'erano. senza che sia successo nulla. ma non c'erano. ne le mie, né quelle di matreme. che poi è il fottutissimo rimando di cui comunque un po' sarei anche stufo. non so perché. non so come mai. ma in fondo me ne stracafotto. tutto è parso con molta più levità. anche i momenti di relativa noia. mentre attendevo di ripartire verso valle. la giornata è andata. ma non c'è la sensazione di cosa pesante passata. che rende tutto più leggero. no. oggi la levità è stata più ontologica al divenire.

ho fatto delle foto. anche il condividerle si è portato dietro sensazioni diverse.
un po' voglia di star meglio. è già una conquista anche questa cosa qui.

Sunday, May 28, 2017

Pioveva, cazzo se pioveva il ventottomaggioduemilasette



Fosse stato un matrimonio si sarebbe detto: sposa bagnata sposa fortunata. Senza il benché minimo appiglio ad una qualche logica stringente. Ma tant’è. Non era un matrimonio, bensì un consesso aziendale, ed in fondo si stava stipulando un contratto tra persone atte ad adoperarsi per un fine comune: oltre a quello ultimo di far profitto, creare impresa, azienda. E quel giorno di dieci anni fa esatti cazzo se pioveva. Io lo presi come un segno di presagio: sarebbe stato cazzo dura, ma alla fine non può piovere per sempre, e ne saremmo usciti. D’altro canto, non c’erano spose bagnate, perché non era un matrimonio, anche se di una [doppia] fascinazione dopaminica era il frutto. Quell’azienda l’avevano decisa in due. Si erano messi assieme pochi mesi prima. Due percezioni di sé articolate ed un po’ distorte. Erano in fase dopaminica: è il periodo in cui la maggior parte delle coppie si sente pronta ad affrontare la sfida di una maternità, è funzionale alla prosecuzione della specie. Loro decisero di fondare un’azienda.
Lei mi propose di farne parte. Un po’ per l’amicizia, un po’ perché avevano bisogno di una figura come la mia. Quando me lo chiese ebbi la percezione di toccare il cielo con un dito. Mi sentii un privilegiato: poter finalmente lavorare con lei. Oggi rimango perplesso riguardo al me di quegli anni, e di quanto fosse distorta la mia percezione di lei, e dell’abbaglio totalmente spiazzante di cui rimasi abbacinato. Al netto della mia poca autostima, ovvio. Non ero una persona del tutto sprovveduta, ero già la fottuta testa di cazzo che sono – anzi, forse di più - soprattutto in termini di selezione – stringentissima- per le persone per cui provare stima. Volevo il meglio. Lei era tra quelle, pensavo.
Accettai. Senza riserve e senza pormi troppi dubbi. Se me lo chiedeva lei non poteva che essere una cosa che mi avrebbe dato un sacco di soddisfazioni. Giusto quei sottilissimi dubbi, istintivi, verso un paio di personaggi della compagine: ma in fondo chi ero io se non il più giovane ed inesperto? Dovevo mettere a disposizione la mia tecno creatività, le mie risorse, la mia capacità di imparare cose nuove “tecniche”. E dovevo confermare quello che lei disse agli altri: è un ingegnere, ma vi stupirà per la sua vena e la sua sensibilità artistica. Garantiva per me, non potevo certo deluderla.
Accettai. Pensai che la mia vita professionale stava per imboccare la svolta definitiva. Per non dire sarei stato finalmente addentro ad un certo tipo di relazioni “milanesi”. E non potevamo che andare verso magnifiche sorti e progressive. Grandi soddisfazioni ci aspettavano. Con il corrispettivo ritorno economico. Quante volte, da lì a pochissimi anni dicevo cose del tipo: quando l’azienda ingranerà definitivamente farò questo e potrò permettermi quest’altro.
Accettai. Quel giorno cazzo se pioveva. Alla fine quel giorno venne fuori un po’ all’improvviso: la combinazioni di eventi, persone in visita, notai a disposizione per firmare l’atto costitutivo. E firmammo, in un palazzo del complesso delle costruzioni svizzere. Tra i giardini di porta Venezia e corso Manzoni. Firmammo dopo un’estenuante spiegazione punto punto al notaio della ragione sociale e l’ambito di attività. Preciso, il notaio, come uno svizzero: voglio esser certo di aver capito bene, volete fare cose troppo nuove per quello che posso intendere - diceva. Mentre fuori pioveva, cazzo se pioveva. Il presagio sarebbe stata dura. Ma alla fine ce l’avremmo fatta.
Alla fine non ce l’abbiamo fatta per un cazzo. E non perché quel giorno pioveva, ovvio. E non solo e non soprattutto, perché di lì a poco – poco dopo quel ventotto maggioduemilasette - avrebbe deflagrato la più grande crisi economica dalla fine della seconda guerra mondiale. Ce lo raccontavamo e lo raccontavamo i primi tempi. Quasi a giustificarci. Non ce l’abbiamo fatta. Nonostante la fatica, la difficoltà, le rinunce, i soldi investiti e soprattutto quelli non guadagnati in quegli anni. Non so come ci si senta quando finisce un matrimonio, o una storia importante. Ho ragione di intuire in maniera non troppo diversa.
Poi si riparte, ovvio. Anche con il lavoro di togliersi di dosso il senso di fallimento. Forse un bel passo avanti sarà quando lo decreteremo – tecnicamente - il fallimento.

[continua]

Saturday, May 20, 2017

20 maggio senza muri, oggi

a parte che il ventimaggio è una data che mi è sempre piaciuta. per quanto gli effetti positivi legati a quel giorno che non hanno avuto effetti così duraturi. però ci furono.
comunque.
ed oggi sarò in manifestazione. che mi sembrava così connaturale fosse organizzata proprio oggi. esattamente come il venticinqueaprile, che è così naturale sia in mezzo alla primavera ormai acclarata. come se qualcosa avesse scelto proprio quella data di quel periodo per far finire una cosa così orribile.
comunque.
oggi sarò in manifestazione un po' come quando vado a quella del venticinqueaprile. in termini di compartecipazione emotiva e di ideali che la animano. [poi, verosimilmente, ci andrò solitario in mezzo ad una fottia di gente. che non so quanto riuscirò a non sentire un po' estranea. ma questo è un altro discorso].
comunque.
andrò in manifestazione con una intuizione che non so quanto renderò mai pratica [forse mai], alcune idee molto chiare e nette, ed anche con una piccola dose di potenziale ipocrisia.
provo a dettagliarle, dettagliandole all'incontrario, cercando di ammonticchiare una specie di climax ascendente.
la piccola dose di potenziale ipocrisia è che non so quanto mi sentirei così coinvolto in altre situazioni. sono una persona fortunata, nonostante i miei blocchi, le mie buchette, le mie imprecisioni e cose che mi stanno zavorrando. ma vivo - ad esempio - in una bella zona, che mi piace, borghese, posso continuare a farlo e voglio continuare a farlo. sono una persona agiata, al netto del fatto che tante altre persone sono più agiate di me. non vivo problemi seri e gravi. non mi manca nulla che mi permetta di vivere dignitosamente per quello che reputo sia il vivere dignitoso. posso permettermi di fare il solidale, quello che ha abbastanza energie positive da rivolgere alle istanze che trovo inclusive, che fanno crescere l'intelligenza collettiva, che guardano oltre al benessere di quante più persone possibili, magari a partire da quelle più "bisognose" [con tutte le virgolette del caso]. però mi sono sinceramente chiesto come sarebbe e come mi comporterei, se fossi costretto in altre situazioni: logistiche, abitative, contestuali, esistenziali che in fondo non mi sarei scelto e che subirei. e so che in questa situazione ce ne sono tanti, proprio tanti, magari pure migliori e meritevoli di me. e tra i tanti che dicono "non sono razzista però" ci sarà pure qualcuno che inizia con quella frase cripto-razzista soprattutto perché la complicazione dell'esistenza li porta, più o meno inevitabilmente, a guardarsi solo il proprio ombelico, o soprattutto quello.
l'idea netta è semplice nella sua complessità epocale. la migrazione di popoli è qualcosa di connaturato al fatto di essere umanità. e in questo periodo, come in altri periodi della storia dell'umanità, è qualcosa - appunto - di epocale. non è un'emergenza [e in questo la classe dirigente politica mostra - non tutti ovvio - dalla misera mediocrità ad una merdosissima faccia]. e le cause sono talmente complicate da risolvere che è inutile, oggi, pensare di rimuoverle o mitigarle. sarà uno sforzo epocale anche quello. punto. è un po' - in miliardesimi e in logica negativa - come la vocazione maggioritaria del pidddddddì: oggi in italia non si può, punto. occorre adoperarsi per cogliere le opportunità di questo fenomeno. a partire dall'idea che l'integrazione e l'accoglienza sono inevitabili quanto necessarie. per quanto complessa è la sfida che questo sottende, chiaro. un po' per il contesto un po' per il fatto si debba crescere in intelligenza collettiva, come popolo. gli olandesi capirono, secoli fa, che non si può combattere col mare, specie se sei una depresssione: alleati e sfruttalo a tuo vantaggio. non è stato semplice, suppongo, e come probabilmente potrebbero confermare gli olandesi. ecco: io oggi voglio essere parte di quell'idea semplice nella sua complessità epocale. perché è qualcosa - di nuovo - che farà crescere l'intelligenza collettiva e sociale. perché posso permettermelo, e poiché posso permettermelo voglio farlo. perché tutta la fatica che ho fatto per divenire quell'abbozzo di caso e di coacervie disperatamente ottimistiche che sono, mi porta a fare questo. punto.

nel mio paese nessuno è straniero.

[aggggià, ci sarebbe l'intuizione che non so quanto renderò mai pratica [forse mai]. ma d'altro canto lasciar i post aperti è financo divertente...]

Saturday, May 13, 2017

a climax discendenti

mi è venuta questa associazione. impropria, decisamente. però mi è venuta.
lessi in un libercolo di storia contemporanea - ce lo fecero acquistare in seconda superiore come libro di testo, non ci studiai sopra granché. però lo ripresi in mano qualche anno dopo. scoprendo cose interessanti. tipo che il fascismo prese il potere a tempo ormai quasi scaduto, nel tempo che lo aveva fatto nascere ed iniziare a crescere.
cioè.
il primo immediato primo dopo guerra scombussolò un'intiera [giovane] nazione. forti tensioni sociali, instabilità politica, grande incertezza per l'avvenire.
nazione che aveva pagato un tributo altissimo di vite [nonché l'aviaria che impazzò subito dopo fece più vittime del conflitto], i costi importanti della guerra anche per i vincitori, svalutazione della lira. va bene gli entusiasmi immediati della vittoria, va bene il proclama di diaz e la storia della risalita in disordine su per valli di quel che rimaneva di uno degli eserciti più forti del mondo, valli che avevano sceso con tanta sicurezza e arroganza tre anni prima. va bene trento e trieste che si muore per. però il paese era in ginocchio, il futuro incerto, la classe politica mica tanto capace di cogliere il rebound epocale, i socialisti che vedevano lì lì il sol dell'avvenire della rivoluzione e la dittatura del proletariato.
insomma. un troiaio.
uno degli effetti di quelle incertezze su il nascere delle squadracce fasciste. e la menata della vittoria mutilata, e l'esigenza dell'uomo forte che rimettesse tutto a posto. la prima azione violenta fu nel '19. reduci di guerra, studenti del politecnico, assaltarono la sede dell'avanti. mica cotiche, gli studenti irredenti futuri ingegneri.
certo erano un po' maneschi questi in camicia nera, però erano per l'ordine e la sicurezza. davano garanzie. un argine per i rossi. insomma. un certo potere costituito, la reazione che non muore mai, li scambiò per utili idioti per tener sul chi va là i facinorosi. tanto quei neri li avrebbero gestiti, riassorbiti, ammansiti, al limite introdotti pure nella gattopardesca melassa parlamentare. dove chi tirava le fila era più o meno sempre lo stesso.
ed il climax stava effettivamente scemando nel '22. quindi i fascisti servivano meno. alcune istanze stavano tornando negli alvei, o comunque sembrava si potessero gestire. i socialisti massimalisti si erano scissi. era nato il partito comunista d'italia. in due facevano meno paura. anche perché cominciarono da subito a scannarsi fra di loro. e la rivoluzione ormai non sembrava riuscire ad uscire dai confini russo-sovietici. insomma: le cose andavano a riprendere il loro normale corso. tutto sotto controllo.
ma come? proprio ora che non erano più necessari questi decidevano di marciare su roma? non era un po' pericoloso? qualcuno abbozzò, che venissero. tanto li avrebbero facilmente assorbiti. qualcuno pensò che forse era il caso di mostrare i muscoli. c'erano i cavalli di frisia già pronti per sbarrar loro il cammino. magari in maniera un po' cruenta ma alla bisogna si sarebbero potuti fermare. il crapone, che a roma ci arrivò in treno, comodamente, poteva anche evitare il disturbo di partire. oppure sarebbe l'avrebbero fatto tornare indietro.
invece il re nano, pusillanime, non diede l'ordine. un'onta che - giustamente - non gli si sarebbe mai levata di dosso. sarebbe bastato un poco di risolutezza. e probabilmente ci si sarebbe risparmiati il ventennio, la dittatura, l'abominio delle leggi razziali, forse anche la guerra per come è stata la seconda guerra mondiale. re nano vigliacco.

la storia, ovvio, non si fa con i se. però ho pensato a questo.
perché ho accompagnato questo parallelo alle mie buchette. un rapporto di parecchie centinaia di milioni (la storia, tragica) a uno (me medesimo). forse un parallelo da grandissima cacata fuori dalla tazza.
però ho pensato che ultimamente

sono titillato in una sorta di autonarrazione di nevrosi, di ossessioni, di inadeguatezze. di cose che una si direbbe anche: ma che cazzo, questo è da soccorrere, mica da accoppiare. e ci sono momenti in cui mi chiedo se riuscirò, veramente, a mettermele un po' alle spalle. perché alcuni atteggiamenti sono così da mo. però ho la netta sensazione che fino a non molto tempo fa la pregnanza esistenziale era ben altra. poi sì, piccolo dettaglio, il conto era incapiente. ero tornato a farmi mantenere da matreme. però, cristosanto, io mi sentivo meno appannato. veramente un'altra persona.
però vivo però questa specie di ambivalenza.
che alcuni di questi blocchi. di nuovo, queste nevrosi, queste ossessioni queste istanze da caso umano, in realtà ora me li sto molto racconanto, perché sono [mi] molto chiari, individuati, accerchiati. [io] me ne rendo conto [di loro]. sono lì. ed è come se quella facile evidenza mi aiutasse all'idea che sbrammm, li si può domare. poi, cazzo, è vero. ne ho talmente contezza che li metto come costituivi portanti del mio essere. poi altro che fare sogni da gluuuump [saliva inghiottita con tensione] da parte di odg.
è come se da una parte mi sentissi quasi oltre il climax. anzi, forse intravvedo il climax discendente. ma dall'altra parte vivo anche la paura di non riuscire più ad uscirne. e che le cose non torneranno a risplendere [almeno] un poco di più. tipo prima. ma con un conto corrente capiente. qualche consapevolezza lavorativa in più [là dentro sono - anche - stimato, forse anche un filo di più di quello di cui mi renda effettivamente conto. e so che la stima non dipende quasi per nulla dalle mie abilità tecniche. che da una parte non è che siano così necessarie, in proporzione a quello che potrei fare, né quanto mi fotta, effettivamente, di usarle]. un po' dispero, sul ritorno di un qualcosa di shining [nel senso di brillante e luccicante]. mi ci aggrappo razionalmente. so che le cose potrebbero cambiare. ma lo so in maniera, appunto, razionale. non lo sento come qualcosa che mi strizza le vestigia emozionali. lo sento di testa. non lo percepisco di cuore o di pancia. tipo quella volta, una volta, ma sono davvero molti anni fa, che provai a pensarmi innamorato di una fanciulla in questo modo. avevo anche scelto la canzone colonna sonora. "baci da pompei" [che passi il segno della piena, su questo cuore su questa schiena, che si addormentino gli amanti all'ombra del vulcano [in effetti il principe ha scritto di meglio]]. tutta roba di testa, niente di pancia [o pisello] a proposito di nevrosi da uno che non era del tutto sul pezzo. che si è [auto]sminchiato un bel tocco di esistenza in taluni ambiti. però ora è come se fossero decisamente un po' altro.
insomma.
forse è climax discendente.
però un po' la paura di finire in una specie di pozzo. che magari non è nemmeno così alto. però l'idea di non riuscire ad uscirne.
forse invece manca tanto così. un po' di risolutezza. ed i cavalli di frisia per alcuni pensieri [quelli che si fanno convnzioni. e le cose diventano complicate e pesanti. ma tutto è solo un pensiero].
fermarli.
e a culo tutto il resto.
niente paura.

Sunday, April 30, 2017

ennniente, volevo votare pippo, mi hanno rimbalzato

[avvertenza, post sardonico et politico. nonché polemico e a bassa leggibilità].
e niente.
sono andato a votare alle primarie piddddì. a quelle della volta scorsa, ci andai con la socia, faceva frescazzo, era dicembre, un complesso dell'edilizia social-solidale di via solari, ci passa il 14 nel centro della strada, quei palazzoni con cortili enormi, che t'immagini quale fosse l'effetto con i palazzi attorno, conquista sociale, possibilità di vivere e condividere uno spazio, quel cortilone, essere un po' tutti assieme, classe che in parte pensava di emanciparsi proprio a partire dal vivere lì, che a costruire appartementi, farlo per tante famiglie i costi si abbassano e si rendono accessibili, possono starci lavoratrici e lavoratori, che anche a loro è garantito il diritto di abitare in appartamenti dignitosi e pensati razionalmente. e magari un avvenire migliore.
insomma. quella cosa cooperativa-social-demoratica lì. ora il palazzone è grigio, vecchio, un po' decrepito. triste, oserei dire.
e niente.
sono andato a votare. ho chiesto perché sulla scheda non era indicato pippo, [bah]civati dico.
mi hanno guardato in tralice. solo che voleva dire: ma che minchia dici? pippo? non è mica candidato, ci fai o ci sei? doveva essere un sostenitore di orlando, che poi sarebbe un ministro del governo renzi I e renziVestigiale I che si batte contro renzi [semicit]. un altro non ha fatto in tempo a guardarmi perché se n'era già andato, ancora prima della fine delle primarie. credo fosse un sostenitore di emiliano. un altro mi ha sguardato [sì, sguardato, non è un refiso, al limite refiso è un refuso, anzi: quasi un metarifuso]. ed io ho avuto la sensazione mi sguardasse col sopracciglio fastidiosamente alzato, entrambi i sopraccigli. e lui proprio me l'ha fatto capire con quello sguardo da superiore: quel facinoroso, ce ne siamo fatti una ragione, pusillanime traditore, roba vecchia, [auto]esiliata, rottamata, pensare che era pure venuto alla prima leopolda. tze. la sensazione è che fosse un sostenitore del vecchio nuovo segretario [o vecchio nuovo, non saprei].
mi è presa una gran nostalgia per la volta precedente. non tanto per il periodo in sé, o il fatto di esserci andato con la socia [sic]. figurarsi, ero scannato finanziariamente e non solo. e non è che possa dire: ahhhh, ci avevo tre anni ed un pezzo in meno.
no. la nostalgia è per la sensazione di possibilità che si sarebbero potute aprire. con quelle elezioni primarie, intendo. naturalmente mancate, le possibilità. tipo quando si va ad una festa, che l'attesa è quasi fica. e poi vedi come la festa si sviluppa. che quando te ne vai è quasi una liberazione.
ecco. tutta quella sensazione di possibilità e di attesa. che la frustrazione doveva ancora arrivare. la sensazione sgradevole di sentirsi un po' perculato e via via di non sentirsi rappresentato: per le scelte fatte, le politiche adottate e poi quello che racconta che sei un gufo, che non capisci, che ci vuole ottimismo [già sentita, questa]. l'ego debordante che vabbhé, io ho il bias, ma che poi riverbera in situazioni a volte imbarazzanti e si porta dietro delle incapacità pragmatiche. specie quando ti circondi di mediocri amichettituoi.
i miei occhietti devono essersi fatti mesti, pensando tutto questo. quello che che mi guardava, col sopracciglio fastidiosamente alzato, ha così sgranato gli occhi.
sembrava mi rimproverasse nel dirmi: ma come? e la festa della democrazia primaria? quegli altri votano via gueb e lo fanno in sessanta. noi non siamo meglio dei nostri dirigenti? la possibilità di far ripartire l'italia che che in questi mesi si era fermato - che hanno bocciato, sciamannati, il nostro referendum costituzionale che doveva venire giù il mondo e invece siamo ancora qui. al limite ci vestiamo di blu per la manifestazione del 25aprile, che siamo europeisti en marche. che una volta va bene essere macroniani, mentre se serve, alla bisogna, anche far gli emuli di quegli altri populisti, e darla addosso all'europa brutta e cattiva. son tutte cose relative. l'importante è che comandi chi deve comandare.
ecco, appunto, siamo ancora qui. ho girato mestamente i tacchi e me ne sono uscito. via stendhal ora è a senso unico. incamminandomi mi son trovato controcorrente al traffico veicolare.
non è più nemmeno una situazione controcorrente, ormai.
ma proprio di estraneità - al netto dei miei stati depressivi transitori.
la cosa interessante è che c'è un sacco di spazio, ancora. tipo per accalorarsi o prendersi a cuore istanze o situazioni in cui un qualcosa di sinistra si adoperi. ad esempio contro le sperequazioni, e non per. si adoperi, e non si fermi alle mozioni.
certo, cazzo, sinistra. senza la paura di dirlo o viverlo. che certe categorie politiche non basta affermare siano superate, perché le istanze che dovrebbero rappresentare lo siano ugualmente [tipo, in sedicesimi, la storia della vocazione maggioritaria, che poi il quadro sia frammentato, spezzettato [non uso balcanizzato, che almeno qui non si muore, al massimo ci si copre di ridicolo] vabbeh, vocazione maggioritaria].
che, si sa, dire non esiste più la destra e la sinistra è, poltigliosamente, di destra.

Tuesday, April 25, 2017

ora e sempre

come ogni anno, e di più ogni anno, il venticinqueaprile viene usato come scudo per distinguo. tutti uguali chi lo festeggia, ma poi c'è quello che è più venticinqueapriloso di altri. o quello che lo intepreta meglio. o quello che che dice agli altri di unire il fronte antifascista, però vedi di farlo come dico io. un po' la storia della giacchetta, tirata di qui o di là, a 'sto venticinqueaprile. strattonato che così chi lo strattona un po' se n'è dimenticato il senso più profondo. un po' terreno di disfida.

che venticinqueaprile verrebbe da usare il maschile.

ma che poi una cosa così bella non può che essere donna.

che poi anche Costituzione è femminile, ed un po' tutto torna.

ecco. secondo me, come ogni anno, ed ogni anno di più, converebbe tornare un po' all'essenza. che rende tutto più semplice e serenamente dirimente.

c'è una Carta, figlia del venticinqueaprile, che su determinati valori si fonda. che si possa ritoccare qua e là è financo pacifico. ma il cuore pulsante no, quello proprio no. così come le radici. non si possono estirpare. sono poi quei valori per cui continua ad avere molto senso, grande senso, fottutamente senso, festeggiare il venticinqueaprile. settantadueanni dopo, e poi ancora dopo, e ancora dopo, e ancora dopo.

è semplice. chi si riconosce in quei valori sta di qua. la polemica su chi sia più bravo a starci è vero, fa girare i coglioni, perché è pelosa furbizia. ma c'è abbastanza spazio, di qua.

già, di qua. dalla parte di chi ha fatto la scelta giusta. e tutti coloro che oggi la riverberano.
di là: no.
le scelte non sono tutte uguali. non importa nemmeno se fatte in buona fede.
il punto è dirimente, ed assoluto. di là la scelta sbagliata. di qua quella giusta, nessun relativismo.

ora e sempre.

Saturday, April 15, 2017

passate le campane

il post pasquale è un po' una specie di must. per certi versi è l'evoluzione della mail che inviavo all'amica queenfrancy. che poi è anche colei che mi titillò ad aprire un blogghe ["ci sono un sacco di donne che ci scrivono, più degli uomini, conosci un sacco di gente"].
nella mail, che le inviavo, c'era sempre dentro la storia delle campane che si scioglievano a distesa, a festa. roba che squarcia il silenzio che inizia dalle tre pomeridiane del venerdì, con un rintocco lento e profondo: la campana a morto. mentre qui, la distesa, è il momento della resurrezione.
è tutto dentro la simbologia della liturgia più lunga che la dottrina cattolica preveda. la madre di tutte le celebrazioni, la veglia delle veglie.

insomma.

gliela menavo alla francy perché per anni, quelle campane che squartavano il silenzio della notte pasquale, tecnicamente, mi facevano male. e la lettera alla francy era un modo per mitigare tutto quello.

il perché non sono mai riuscito a spiegarmelo del tutto. sopratutto perché ad un certo punto ho pensato che potevo anche smettere di cercare di spiegarmelo. anche perché poi, dalla mail alla francy, si è passati al post.

sicuramente c'era dentro l'eco per un qualcosa che sentivo estremamente vivido e/o vivo, anni e anni fa. frequentavo e praticavo e la pasqua era il punto nodale, la cogenza che si fa momento fondante. l'eco di qualcosa di forte che pensavo fosse necesario e imprescindibile.

da quando le campane ho cominciato ad ascoltarle da fuori, quasi temendo il momento in cui si sarebbe propagato il primo clangolio, si è posta la necessità di doverne trovrare un altro. più o meno a tutti i costi. una specie di desiderio lancinante. che poi faceva mischione con le luci, i colori, le sensazioni inebrievoli anche per un naso sordo come il mio, di questo: che poi è quello primaverile. quando la natura ricomincia a prendere ritmo e tutto sa di rinascita, di ripartenza. gli stessi simboli, le uova, il coniglio. tutta roba che rimanda alla nuova fecondità.

ed io mi sentivo sterile. per tutta una ragione di incompletezze e di non realizzazioni. per quanto cercate e desiderate. altro cazzo sentirle con timore, quello squarcio nella notte.

oggi gironzolavo per la hometown. sono passato accanto alla chiesa e mi è venuto di entrarci. era tutto pronto. ho riconosciuto i segni e i simboli - a partire dai drappi - che sono comunque memoria e che non posso eradicare. ho visto quel tipo di luce. certo. ho ripensato anche ad alcune pasque lancinanti per il fervore emozionale che provavo allora. ma ero teenager radical-idealista, e mi innamoravo in maniera totalizzante. che poi fosse nevrosi, l'ho scoperto dopo. allora c'era solo il turbinio agrodolce di qualcosa che in potenza era potentissimo. ma solo in potenza rimaneva. ed il tutto si mischiava nel totus religioso-celebrativo. spero si intuisca che mescioni facevo, e perché è stato così difficile sgarbugliare il tutto.

ed oggi, in quella chiesa vuota, per caso ho incrociato l'amico storico. quello che si agnosticò quando io furoreggiavo per l'altra sponda. salvo poi raggiungerlo una diecina di anni dopo. naturalmente lui era con una donna. una delle più che frequenta in questo periodo, con variegati coinvolgimenti. non credo sia così causale l'abbia invitata proprio 'sta sera. forse per non stare del tutto solo.

ed in quella chiesa mi sono accorto di quanto, in fondo, mi senta decisamente più affrancato. e molto libero. anche l'ossessione di cercare un succedaneo a quella sensazione che trovava nella pasqua il suo climax. non so quanto durerà. so che è legata al contesto. e mi fa sensazione strana - e rilassante - che sia venuta fuori dopo mesi piuttosto più complicati del solito - dentro. fuori le cose vanno più che discretamente.

naturalmente stasera hanno suonato le campane a distesa. però, per qualsiasi causa o motivo o contesti [più o meno duraturi], le ho ascoltate. serenamente affrancato da loro. anche per questo, in fondo e da scriverci dopo, me le sono godute.

Sunday, March 26, 2017

attorno ai sessant'anni dei trattati di roma e quisquilie sull'intelligenza collettiva ed altre amenità psicopipponiche

m'è venuta un'altra piccola psicopippa. peraltro con valore pragmatico praticamente nullo [cfr. dopo]. è in qualche modo omologo et legato al post precedente. quanto meno sulla psicopipponicità di fondo. m'è venuta mentre seguivo distrattatamente la cerimonia per il 60° anniversario dei trattati di roma. che, con molta enfasi, ci hanno ricordato essere i trattati che hanno fatto nascere l'europa unita. e giù con la pomposità del mainstream più o meno governativo. e quindi sullo stato di salute di quel consesso. sugli effetti positivi e sulle speranze disattese. sulle istanze che sono in potenza e sui paradigmi di fondo da ripensare. e quindi, giù in milionesimi, come la vorrei io, in estrema sintesi: meno culo spianato e prono a questo neo-liberismo ed un approccio più umano - e coraggioso - come la sua storia dovrebbe suggerire con i migranti [visto che, tra l'altro, è un fenomeno epocale. roba di cui parleremo per i prossimi decenni].

insomma.

ascoltavo distrattamente mentre pulivo casa, e quasi con ovvietà si è sentito l'insieme del coro del quarto movimento della Sinfonia n. 9 in re minore per soli, coro e orchestra Op. 125, nota anche solo come Nona sinfonia o Sinfonia corale. insomma, l'inno alla gioia.

e mi è sovvenuto di aver letto, da qualche parte, che ludovico van [cit] dovette usare la versione dei versi di schiller e del suo ode alla gioia:


Alle Menschen werden Brüder, [tutti gli uomini si affratellano]


invece altri che tradotti dicevano - vado a memoria - "tutti gli uomini sono uguali e fratelli".

versi che vennero censurati perché considerati sovversivi.

ecco, è roba di due secoli fa, nemmeno. e sessant'anni fa si misero i presupposti per istanziare un qualcosa che a quei versi facevano comunque riferimento, e quindici anni dopo quell'inno e quella musica diventò l'inno dell'europa unita. certo, certo. fu una reazione - construens - al più grande abominio mai pensato e perpetrato dall'uomo. dopo i drammi di due guerre mondiali e tutto quello che significò.

ed un po' sardonicamente, ludvig e friedirich, ci fosse un paradiso chissà quante volte hanno abbozzato per 'sta cosa. roba da: facciamo sommessamente notare che ve l'avevamo detto!

però, manco ce ne fosse bisogno, è altro esempio di come le intuizioni - visionarie - di alcuni, diventano esperienza condivisa dopo un po': tanto, poco, chissà a che prezzo. baluginii iniziali grazie a geni - nel senso più ampio del termine - che arriveranno ad illuminare la strada che si sta percorrendo, come gran bel pezzo di umanità. e roba che serve a buttar sempre più indietro l'istinto bestiale che ci portiamo tutti dentro.

e tutto queste cose qui è il bagaglio di intelligenza collettiva, che è a disposizione di ogni fottutissima creatura che viene al mondo, in potenza.

sarà. ma a me 'ste due cose continuano a lasciar a bocca aperta. come anche se questo fosse una stilla di senso a starci su questo fottutissimo mondo. comprenderla al meglio 'st'intelligenza condivisa. e far qualcosa, qualunque cosa, per onorarla e, se capita, mettercici un respiro in più. ed il mio modo di essere un ottimista, per quanto disperato.

già, disperato.
perché è ovvio che tutto questo ha un senso pragmaticamente nullo. non credo possa essermi utile per alleviare la malinconia da domenica sera. ed il pensiero che domani tornerò in quel posto che a suo modo contribuisce a frustrarmi di senso, oltre che rimpiunguare il conto corrente.
o mitigare la considerazione di grande incompletezza, senza sapere bene da che parte cominciare a provar a completarami.
di più.
il fatto di pensare ai millenni da qui in avanti e all'umanità, che sarà migliore di oggi, è un modo per sganciarsi dall'oggi e dal me - ombelichismi a parte. e l'immarcescibile senso di realtà. anche se è un essere immarcescibile che marcisce e si rigenera in ogni momento. e perdere di vista il senso di realtà è una delle nevrosi da qui devo guardarmi con più solerzia. non foss'altro per il fatto piuttosto probabile, che tra qualche millennio, non ci sarò più, mentre l'oggi e la realtà è quello che dovrei vivere. magari, toh, per cercare di capire da che parte cominciare a completarmi. anche per evitare di dire domani: ieri potevo far altro, e meglio.

quindi, 'sta cosa dell'intelligenza collettiva che ci farà diventare meglio, occhei.
oltre al post, anche domani, vediamo di attaccarci lì un soffio in più. che magari mi percepisco un soffio meglio. e capire anche che potrebbe essere un soffio di completamento.
[poi, come si soffia, nel respiro, si ispira ed espira. ciclici. tipo il mio umore].