Tuesday, April 17, 2018

piccola epifania autostimica [gliela devo raccontare ad odg] 1/2 [pars destruens]

stavo ricomponendo il divano letto. operazione che ormai faccio da otto anni. operazione che serve a tappare il senso di piccolità et precarietà di questa appartamento. fintanto che il divano letto viene ri-aperto, per andarci a dormire. ma almeno poi lì sono le extravaganze oniriche che ballano la rumba. e tutto passa un po' in secondo piano.
ricomponevo. e - come spesso accade - stavo pensando a qualcos'altro. e quel qualcos'altro - come spesso accade - era una specie di piccola decompressione delle menatie della giornata. soprattutto lavorative. i pensieri che vagolano in una specie di flusso di coscienza. che questo post, al confronto, è prosa essenziale, disidratata, condensata, compattata.
nel pensare a qualcos'altro mi è apparsa un'immagine del giorno della mia laurea. un attimo dopo aver terminato la presentazione della tesi. insomma. i primissimi momenti in cui è veramente finita. si è oltre l'ostacolo. potrà succedere la qualunque, ma tu alla laurea ci sei arrivato. estigrandissssssssimicazzi se sei il primo a non esserne convinto. [per dovere di cronaca: la tesi credo sia stata uno dei lavori più inutili della storia del dipartimento di elettronica e informazione del politecnico di milano. vabbhè.] [nota idomatica: estigrandissssssssimicazzi, da intendere nel senso originale, alla romana: cosa di cui importa poco].
in quell'immagine compare l'amico andrea. sorride. e mi sta aiutando a raccogliere i lucidi che ho via via appoggiato sullo schermo della lavagna luminosa, cercando di dare un senso, che potesse reggere almeno per quei pochi minuti, alla presentazione della tesi. presentazione per cui nessuno ha avuto la curiosità di far domande. uno dei lavori più inutili, eccetera, eccetera. quei lucidi l'amico andrea li conosce, ho provato anche davanti a lui la presentazione. colpo di polso compreso, ad andare a levarne uno dallo schermo della lavagna luminosa [facciamo finta che qui c'era la lavagna luminosa], per riporre quello successivo. mi ha sicuramente dato una mano a stamparli. quanto meno ho rubato a lui qualche piccolo trucco pratico per realizzarli in LaTeX [no, non quello delle perversioni sadomaso, questa cosa qui.]
lui che si è laureato pochi mesi prima di me. ma soprattutto con un botto di punti in più.
l'amico andrea è stato l'unico cento della cumpa [cento, sì. avevamo pure questo snobbismo, ai tempi. al poli il punteggio era in centesimi]. sicuramente un passo avanti rispetto a tutti noi altri. molto ingegnere. molto fiero di esserlo. molto consapevole del suo valore accademico, che è stato tanto. una voce baritonale e piena a far da bordone di fondo. oggettivamente esalava un'autorevolezza che era di pochi, in quella distesa di brufolosi [e alcuni verosimilmente segaioli] futuri laureati in ingegneria, ramo informazione. sono convinto la percepissero anche i professori. non mi meraviglierei scoprire, ex-post, che magari qualcuno la temeva pure, in aula, durante le esercitazioni, agli esami.
siamo stati molto amici. a quei tempi.
anche se non mi meraviglia più di tanto che, alla fine, ci sia persi un po' di vista. fuori dai rispettivi radar per una serie variegata e poliedrica di motivi. [parentesi uno. radar, parola palindroma, non è scelta a caso. lui i radar li fa. e i radar sono una delle cose più fiche e omnicomprensive di quello che si studiò, in quegli anni. avrei potuto farli anch'io, forse. il mio problema è che quei radar stanno sui gggiet militari][parentesi due. non penso che tra questi motivi ci sia quello, buffo, che per anni, quando gli arrivava il mio augurio genetliaco il giorno del suo compleanno, lui mi ribadiva lo stesse aspettando. il fatto è che poi i suoi, di auguri genetliaci, non arrivavano il giorno del mio di compleanno. mi faceva sorridere 'sta cosa].
così, di quella cumpa, son rimasto solo con colui che è diventato ancor di più amico. proabilmente una delle persone più buone conosca. [ci sarebbe l'amica laura. ma è un discorso un po' più ampio].
insomma.
ricomponevo il letto e mi è sovvenuto l'amico andrea che mi aiuta a raccogliere i lucidi con sopra la presentazione di una delle tesi più inutili della storia del dei del poli [dipartimento elettronica e informazione].
e mi è sovvenuto in quel mentre - forse non ci avevo mai ragionato così lucidamente - che l'amico andrea, ai tempi, a quei tempi, ha creduto molto più in me che me medesimo. in quegli anni, mentre vagheggiavo di fare quasi qualsiasi cosa, soprattutto grandiosa, e magari anche l'ingegnere, ma nel contempo quasi non scommettevo sarei mai riuscito a laurearmi [poi uno alla fine, dice, non ha bisogno di odg]. lui è sempre stato convinto sarei arrivato dove sono arrivato. in termini universitari, dico. anche se con una tesi tra i lavori più inutili del dei.
verosimilmente gli rimproverei alcune cose. ma questa cosa dell'autostima per interposto compagno di corso gliela devo riconoscere. come se l'avesse messo lui quel tocco che mancava.
non che ci fosse bisogno di acclararlo, o di annunciarlo all'inizio di ogni lezione. son cose che si percepiscono a prescindere, anche senza percerpire di percepirlo. allora non mi era chiaro. ma perché - fondamentalmente - non mi era chiaro il garbuglio avessi in testa. tanto più che mi sembrava, altresì, tutto così lineare e all'interno dell'alveo del sereno equilibrio esistenziale. ora che quel garbuglio mi pare per quel che era: un fottuto incasinamento di percezioni, relazioni, obiettivi, consapevolezze complesse [come nei numeri: nel senso di parte reale e immaginaria].
eppure l'amico andrea c'era. quasi a puntellarmi. a crederci anche in parte per me. immagino avrà avuto i suoi buoni motivi. anzi. alla luce delle consapevolezze di oggi tolgo pure il verbo immagino. non so quanto gli fossero chiari. però l'ha fatto.
e credo di dovergli essere riconoscente per tutto questo.
tanto che, mentre finivo di ricomporre il letto, mi è venuto quasi di fargli un cenno. e chiedergli una mano.
amico andrea, tu che ci capivi meglio di me, allora, spiegaglielo a questi maramaldi per cui fatico ogni fottuto giorno, perché ne ho i coglioni pieni. spiegagli perché mi senta frustrato per la pochezza di quel che mi viene chiesto di fare. spiegagli perché mi senta sprecato. spiegagli cosa hai avuto intuizione avrei potuto fare. spiegaglielo tu, che - allora - ci credevi quasi più di me. anzi: senza il quasi. spiegagli che non è una questione di tecnicismo di codice da debuggare a mente, di processi di cui intuire il giro del fumo, che dettaglio dover cogliere nelle spiegazioni abborracciate di un utente che ne capisce poco un cazzo. spiegagli quando guardavamo dall'alto verso il basso gli informatici [ingegneri, figurarsi quelli di scienza dell'informazione], che per noi sviluppare codice è un mero strumento di lavoro. non come il fine dei loro solipsismi nerdici. spiegagli tu perché ne sono cotto. diglielo tu che cazzo di altre abilità avrei, di cui loro se ne fottono, che io sono un cordoncino bianco, consulente esterno time-material. che a loro serve capisca solo dove stia una meniatia. ne indirizzi la soluzione e poi passi alla menatia successiva. giusto il tempo per un caffè e sistemare meglio gli stivaloni di gomma, per muoversi nel guano.
diglielo tu.

è stato lì, in quel momento, in cui mi son accorto della perversione di quel delegare. una zavorra. la stanza ostentamente chiusa con dentro aria molto viziata. quasi soffocante. l'ennesimo - potenziale - fio da pagare al rapporto poco strutturato con l'autostima.
e ho visto perfettamente tutto questo da fuori.
e da fuori acchiappare il lambicco insidioso del pensiero perverso, con tutto quello che si portava appresso.
presi!
e mentre non me lo laciavo scappare, tenendoli stretti, è arrivata la piccola epifania.
un po' incazzosa.
ma molto liberatoria.
però questa sta nella pars construens.
quella del prossimo post.

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