mi è scappato un pensiero stronzo. tipo quando ti scivola il piede dalla frizione, mentre sei fermo al semaforo. l'auto fa ooops, in avanti. un pensiero tipo i proclami di cui si ammanta fiero il mateo, quello cattivo. ho pensato: quanto è difficile e che senso ha celebrare il giorno della memoria, con la consapevolezza del genocidio di gaza. pensiero stronzo che dietro c'è l'altro, banale forse: voi che avete provato l'abominio, come fate a considerare le vite e la dignità dei palestinesi nel modo che state mostrando al mondo. poi ce ne sarebbe un altro, che è la stronza conseguenza del pensiero stronzo. una specie di anticausalità dell'abominio. però quello, per fortuna, son riuscito a non farlo.
poi è stato un attimo, a capire che prima che stronzo era un pensiero idiota. però ho cercato di non colpevolizzarmi troppo. che forse ho capito il perché è scappato fuori, il pensiero stronzo. magari ci torno sopra, più sotto.
perché il giorno della memoria ha ancora più senso oggi, ora.
spiace ribadire l'ovvio. coloro che subirono l'abominio non hanno colpe, se non quello di essere allora, e con le nefandezze perpetrate oggi. non esiste una merdosissima anticausalità. è già fuori dal lecito la faccenda delle colpe dei padri che ricadano sui figli. figurarsi l'idiozia ontologica del contrario. tanto idiota che quasi mi vergogno. figurarsi se le nefandezze genocide di oggi le perpetra il governo di uno stato. condannare un popolo per causa dei crimini dei governanti di uno stato.
sempre nell'alveo dell'ovvio, l'abominio non lo subirono solo gli ebrei. per quanto su di loro si abbatté in modo precipuo. furono rom, sinti, omosessuali, portatori di malattie invalidanti, oppositori politici. sempre abbia senso tutti i distinguo. ai distinguo era l'afflato di precisione del male assoluto, chi lo perpetrò. ogni gruppo con il suo segno distintivo. la necessità malata di categorizzare la categoria dei subumani. coloro per cui si applicava il monito di primo levi: considerate se questo è un uomo. coloro la cui vita non valeva. l'essenza dell'abominio.
ho ascoltato le testimonianze di figli, nipoti di ex deportati. l'eredità lasciata da coloro che sono tornati da là. schiacciati dall'abominio ma che l'abominio non ha portato [del tutto] via. tutto il grumo di dolore, trauma irrisolto che hanno introiettato, inconsciamente. quasi tutti accomunati dal fatto che per decenni il genitore non ne ha parlato. troppo il dolore di verbalizzare. troppo il carico che sapevano avrebbero riversato. insopportabile l'idea che un figlio potesse conoscere cosa ha sopportato il proprio padre, la propria madre.
che pensiero idiota mi è scappato fuori. oltre che un'offesa a tutte e tutti coloro che l'abominio lo hanno attraversato. discendenti inclusi. ed inclusi anche gli assassini genocidi a gaza. che quel portato lo portano. ed assassini genocidi rimangono.. le loro colpe sono quelle, puntuali e senza prescrizione.
e poi c'è dell'altro. per cui oggi ha ancora più senso celebrarlo, il giorno della memoria.
oggi dove sembra stia per saltare tutto. l'abominio, la guerra mondiale, il disastro dell'uomo sull'uomo ha lasciare almeno l'idea di strutture sovrannazionali. ed il diritto internazionale come unico riferimento. tentativo con tutti i difetti ed i limiti. tentativo che [variegatamente sgarruppato] ha provato a funzionare. ora che che si sta spaccando tutto, lo iato è evidente. e quanto è comunque meglio quel tentativo. ora che non funziona più. che il [trito] chiasmo: la forza del diritto sostituito dal diritto della forza è ormai un dato di fatto. in quest'oggi senza più freni non ci si vergogna più. è normalizzato, conta solo l'arroganza del più forte. non se n'era mai andata 'sta cosa. ma provavamo a considerarla un'ignominia. ora lo è di meno. sembra essersi innestato nella circolazione della normalità delle cose. e ci sta avvelenando.
quanto siamo lontani dall'abominio, oggi? si era detto: mai più. non serve si ripeta quell'efficienza di sterminio. anche se non si ripeterà quell'unicum, quanto siamo già lungo sul piano inclinato? quanto stiamo iniziando a rotolare, quanto già rotolato? sempre un pezzo di mondo, ovvio. sempre noi la parte più ricca. che gran tocchi di umanità affogano in mari agitati di ingiustizie da troppo tempo.
ho ascoltato in una rassegna stampa porsi una domanda: qual era il clima quando, un secolo fa, si è cominciati a rotolare. per poi finire dove siamo finiti. com'era stare all'inizio dei fascismi. la storia non si ripete mai uguale. però un'idea, chi scriveva, la buttava lì. quando c'era di diverso rispetto ad oggi?
per tutto questo, per tutto il resto ha senso, ancora di più, celebrare la giornata della memoria. anche questa è resistenza. ricordare cosa è stato. perché se siamo stati capaci una volta, non possiamo essere più al sicuro. specie quando si intravvede il piano inclinato davanti a noi.
piccola chiosa finale. sul perché non voglio colpevolizzarmi troppo. le notizie del mondo mi abbattono. lo percepiscono, picconano il mio umore. dei cinquanta milligrammi di sertralina giornalieri, qualcuno di questi è dovuti, son certo, al non ignorarle, le notizie del mondo. il giorno della memoria è la memoria di un dolore, per quanto un'eco, che ci si augura non si spenga mai. ma è dolore. forse è un tentativo di non farmi soverchiare, anche da questo, di dolore. di cui mi sento impotente, quindi frustrato. anche se mica non lo so sia un'esperienza collettiva, mica son così originale. impotenza e frustrazione in un momento, di mio, in cui la sento perfettamente l'inerzia che mi affatica ad agire. già fatico sulle cose semplici. figurarsi l'atto ad agire per scrollarsi di dosso la frustrazione impotente. figurarsi. ecco. non è che non volessi celebrarlo. sapevo sarebbe stato un po' più [emotivamente] faticoso. ma poi è l'unica cosa giusta da fare. quindi va bene così. giusto sia così. anche se è difficile.