Thursday, August 6, 2026

maestrone

io lo so, precisamente, che sono quello che sono diventato anche per le sue canzoni.

e non è una questione di ermeneutica delle liriche, interpretazione delle melodie. è che aver ascoltato alcune canzoni, in momenti precisi e fondanti, ha contribuito a  plasmarmi. poi, tecnicamente, hermes fu marco, coi suoi ricciolini, il suo gilet hippy, il suo simbolo della pace fatto col filo di rame spesso. fu lui a strimpellarle alla chitarra, al campo scuola delle medie, canzone per un amica, dio è morto, auschwitz, un vecchio e un bambino [quanto ci aveva visto giusto]. il marco fu hermes, latore del messaggio.

il messaggio erano quelle canzoni lì. che così mi sono entrate come a far germinare cose. embrioni di quello che si diventa come persone, l'umanità che si è. era il momento, ero recettivo, assetato di cose nuove e adulte. che uno non sa cosa siano di preciso. però intuisci esserci. alcune canzoni le disvelano.

e da lì poi discende il resto. così come diventano il sostrato su cui edificare il resto, oppure humus vivo e vitale con cui divenire, col tempo. quando arriverà anche la possibilità di capire meglio, allargare lo sguardo, cogliere le sfumature, intuire il tratto. per avere poi la conferma che il senso,  l'elemento fondante, l'avevi già fatto tuo, era già parte di te.

ti è appiccicata addosso, è roba tua, che senti talmente familiare e riverberante che ti viene spontaneo pensare che mica può venir meno. sennò è come se venissi meno un pezzo tu. mica può morire il maestrone. è come strappassero un arto emozionale. quindi se e quando moriremo, ma la cosa è insicura, non era un verso che portava alla fine sublime di una canzone. era una specie di dato di fatto apodittico.

sensazioni. emozioni. commozioni. un risuonarci, il riverbero pulsante dentro che promana dal principio attivo di quelle canzoni. ce le siamo inglobate. ognuno a modo proprio. con l'unicità di quello che siamo, unici.

ma la percezione, sono certo, è la medesima per tutte e tutti.

la vita di quelle canzoni che prende a battere e levare, più o meno di sguincio, nella parte più intima e preziosa di ciascuno.

perché, in fondo, ce le abbiamo dentro: anche le sue, e le sue in modo che son solo loro.

perché versi, strofe, ritornelli, melodie, canzoni ce le portiamo dentro da sempre. e per sempre sarà così.

è una certezza che ebbi la sera del primo concerto che ascoltai dei suoi. in realtà fu una specie di folgorazione. sono una persone banale, forse non abbastanza preparata, forse riverbero a frequenze diverse. non ho mai provato la sindrome di stendhal davanti un'opera di arte figurativa. però quella sera, all'inizio di quel concerto, vissi qualcosa che mai avevo provato, e che mai più ho provato. fu durante le battute introduttive di canzone per un'amica. ascoltate e riascoltate decine di volte. quasi come un segno di croce laico. si iniziava così. sempre si sarebbe iniziato così.

suonarono le prime battute, comparve il maestrone. ancora oggi ho 'sto ricordo lisergico: lui circonfuso di luce a scendere una specie di scalinata. cantò i primissimi versi. io ebbi la sensazione di essere lì, assieme a tutte i versi, strofe le melodie delle storia dell'umanità. qualcosa di immanente che trapassata il tempo e abbracciava lo spazio. ero lì ed ebbi l'impressione, anzi la certezza, che versi, strofe, melodie, canzoni erano dentro di me. ed erano bellissime. si trattava di capire come farle venire fuori. come se  quegli attimi, quelle prime note, quei primi versi, avessero aperto il sacco amniotico dove stavano tutti quegli embrioni. circonfusi dalla luce ad illuminarle e accendere tutto questo. erano lì. le  avevo dentro.

ancora oggi credo sia stato uno dei momenti più emozionati, toccanti, profondi abbia mai vissuto, in assoluto.

tanto che speravo di riviverle, cercandole ancora, pochissimi anni dopo con l'amico omar. altro concerto del maestrone. amico omar che mi era parso rilucere in maniera diversa dagli altri colleghi, che sentivo così alteri da me. l'amico omar no. grazie al maestrone. meglio: il medesimo aver inglobato il senso delle sue canzoni. occhei l'ermeneutica, occhei l'analisi musicale. ma quelle son cose che si spiegano. il senso e l'emozione sono cose si provano. iniziò quel concerto. quella folgorazione non ci fu.

però era bastata quell'unica volta.

col tempo mi sono poi persuaso che quella fu una specie di folgorazione estensiva. da intelligenza collettiva. avevo visto il sacco amniotico dentro di me. ma non era, necessariamente, una cosa solo mia. non sono mai diventato cantautore, anche se mi sarebbe piaciuto. ovvio. in fondo era responsabilità anche del maestrone, fare quella cosa lì. intuire e far intuire quelle cose che faceva lui, che facevano loro. nei primi momenti di quel concerto non avevo intravisto le canzoni che avrei potuto scrivere io. ma erano versi, strofe, melodie, canzoni che ciascuno di noi ha dentro. è roba immanente, che - di nuovo - trapassa il tempo ed abbraccia lo spazio, ed è di tutte e tutti.

poi ce ne sono alcuni. l'eletta schiera, che non è un pezzo di verso perculante, avvelenato. è la capacità che hanno alcuni di tirarle fuori. sanno entrarci così in contatto che poi le fanno uscire. et voilà: eccole. ad andare a costituire sostrati ed humus di generazioni. mica robetta.

e alcuni sono i prescelti, quelle avviluppati da un particolare abbraccio dal fato che confabula col caso. sono quelli che sintetizzano le chicche più raffinate e fondanti.

quelle ammantate da un senso così profondo e segnante che è come se cominciassero ad andare all'unisono col tuo respiro. che nemmeno ci pensi più. solo che quando non c'è più chi le ha tirate fuori dal suo sacco, è come se mancasse un pezzo di te.

non so se il maestrone sia stato il più bravo di tutti. non ci interessa granché, oggi. era quello cui si è voluto così bene, che come ti avessero strappato un pezzo.

anche se poi, voglio pensare, se la sia vissuta fino in fondo il proposito del si rida sul come andrà a finire.



Tuesday, July 28, 2026

sinestesie

la viburna l'aveva ribattezzata sinestesia. la viburna è un talento ad estrapolare soprannomi che calzano a pennello. e con quel retrogusto un po' da perculaggine. è un talento anche quello, il perculamento, come usare sapientemente le spezie. molto romana, come peculiarità: il perculamento sottile, più che l'utilizzo le spezie.

quando là dentro ci portarono a lavorare in un unico biiilding, comparvero, improvvise, un sacco di donne mai viste prima. là dentro intendo. alcuni di noi ne furono piuttosto frastornati. io il giusto. non furono molte. ma ci fu anche lei. una delle poche che mi colpì davvero. sarà che sono sensibile agli occhi chiari, oltre che - è un approccio meno realizzato alla sessualità - alle tette grosse. però in quel caso furono più gli occhi chiari, la pelle quasi lattea, lo sguardo molto acqua e sapone. a dirla tutta ci deve essere pure un post, qui dentro di quasi un paio di lustri fa. dove ne scrivo in modo molto più zerbinesco. o qualcosa di simile.

non capivo fosse timidissima piuttosto che moderatamente altezzosa e spocchiosa.

propenderei per la seconda ipotesi.

anche se c'è un filo di revanscismo, non lo nascondo.

è il portato di quando provai a contattarla, via mail, da perfetto sconosciuto, per quanto collega, seppure col cordoncino bianco. quasi solo quello sapevo fare, allora. terreno più sicuro, in cui mi muovevo - pensavo - più a mio agio.

l'amico omar me ne parlò in maniera molto positiva e incuriosente. mi disse del suo blog in cui scriveva di cinema e cucina. lo lessi. pulito, rigoroso, quasi didascalico e giornalistico. l'emozione della cifra eccentrica e stordente stava da un'altra parte. ma la fanciulla ci sapeva comunque fare. volli usarlo come gancio cercando, appunto, di contattarla per stabilirlo il contatto.

le scrissi, guarda un po', di una sensazione di sinestesia. il sussumere quelle due forme d'arte: il cinema e la cucina. sinestesia, appunto. un po' anche per tirarmela, sperando notasse ed apprezzasse quel dettaglio.

ovvio che la viburna poi ebbe ispirazione facile.

non si degnò neppure di rispondermi. come fossi semplicemente da ignorare. nessuna reazione, energia buttata. nessun altro sforzo. passare oltre, minima fatica. giusto, forse, l'impegno di cestinare la mail. ambrogio, ci pensi tu schiacciare"canc" sull'anteprima di questa mail? come da perfetta principessa sul pisello di stocazzo - allora non la presi benissimo.

ecco perché il filo revanscismo.

le dedicai, mi ispirai a lei, in un racconto. doveva far parte di una raccolta a più mani, a narrare della vita da singol. di cui, si sa, fui cultore della materia, indi ricercatore. per divenire quindi cattedratico: professore ordinario.

del racconto, dicevo. avrebbe potuto far parte di una pubblicazione, come prodotto collettivo della scuola di scrittura di allora. un racconto per allievo. il mio era la storia di due che, primo appuntamento, decidono a cenare assieme. lui pensa di cucinarle il pollo al curry [pensa te. come si evolve, ora che non consumo più carne e pesce]. la ricetta presa pari pari dal suo di blogghe. dal post, appunto, del pollo al curry con riso basmati. nel racconto, però monta la titubanza di entrambi. un po' attratti dal cambio di paradigma. un po' paciosi nella loro zona di confort che non vogliono lasciare. così lui un po' si pente di averla invitata. lei si pente di aver accettato. forse meglio il trastullio della loro singletudine, non ostante ci provino a raccontarsi il contrario. alla fine lei tira il pacco in maniera non esattamente trionfale. lui ne è quasi sollevato. soprattutto quella sera potrà finire di leggere "le correzioni" di franzen. [la scelta del romanzo un omaggio alla viburna].

lo portai a lezione, il racconto. avrebbe dovuto leggerlo, per la condivisione e la critica con la classe, il docente di quella sera. invece lo fece la bruna. che aveva grandi qualità, ma non quello di essere grande interprete nel leggere. sapevo ne sarebbe uscito qualcosa di imbruttito. difatti. quasi mi sembrò noiosino: scritta io 'sta roba qui? il colpo di accetta finale lo abbattè la bruna medesima: saltò una pagina intera cercando di riassumerla [male] per arrivar tosta alla conclusione. "devi asciugarlo un po'", commentò alla fine. io avevo già deciso che si poteva anche evitare di pubblicarlo. [e mi è rimasto il dubbio non avesse apprezzato granché la figura non esattamente cristallina che fa la protagonista femminile. che poi era abbastanza quella di là dentro, che non si era nemmeno degnato di rispondermi alla mail].

insomma. sembrava l'eponimo di un qualcosa di un po' sovrastrutturato, senza grandi possibilità. il racconto. tipo quel tentativo di approccio, deprivato della dignità di una risposta.

in tutti questi anni non le ho mai rivolto la parola. non ci sarebbe stato motivo.


sinestesia, qualche tempo fa, ha dato alle stampe un romanzo. credo che l'emozione della cifra eccentrica e stordente stia da tutt'altra parte. non fosse che parla di una adolescente e del suo affrontare le prime beghe da farfalle nello stomaco e dintorni. non credo di rientrare nel target dei lettori di quel libro.

però ero curioso di leggerlo. almeno per cercare di osservane la tecnica, l'abilità.

così chiesi in biblioteca di acquistarlo - non solo l'amico paolo è il mio pusher. ma invita a fornirgli una uiiscclist di titoli con cui rifornire quegli scaffali satolli.

alla fine non se ne fece nulla. quindi quel libro devo ancora leggerlo.


oggi pomeriggio l'ho vista sola nell'aria relacse. non c'era praticamente quasi nessun altro, tranne un paio di colleghe che, variegatamente, ho supportato e supporto.

così, di colpo, mi è venuto di dirglielo, che avrei voluto leggerlo il suo romanzo. ma non ero ancora riuscito a recuperarlo. da quando mi è sovvenuta l'idea a quando le ho rivolto la parola sono passati pochi attimi. ho percepito chiaramente il battito accelerare. l'antinomia di quello che cioè fa un seduttore paraculo, magari anche maschio alfa dominante.

non che m'importi granché di lei, ovviamente - per quanto quell'occhio chiaro e la pelle diafana fanno ancora il loro bell'effetto.

però è stato un po' mettermi alla prova. in quella cosa che ormai sta diventando una specie di muro liscio et insuperabile, e anche un po' un golem che mi schiaccia e mi ottunde. quello di un embrione di pre-corteggiamento ad una donna. quel po' di sicurezza che avevo ammonticchiato è evaporata, manco il letto di un torrente riarso dalla siccità inevitabile da riscaldamento globale.

così, senza troppi preamboli e presentazioni le ho parlato. dicendole che avrei voluto leggerlo il libro. come sapessi chi era lei, che ne avesse scritto uno, roba non necessaria dettagliare. conoscenze risapute. forse è anche per questo è rimasta un po' spiazzata. oltre che, probabile è il personalissimo baias, anche un filo quasi infastidita. immagino comunque meravigliata. chi è mai costui, che mai mi rivolse la parola e che sa del mio libro?

me ne sono andato senza aggiungere molto altro. per darmi un tono ho provato a salutare le due colleghe appena distanti, che di fatto non se ne sono accorte. così da risultarmi ancora più impacciato.

ho attraversato la bussola per risalire al piano. mi son sentito un po' stordito. con l'impressione di aver fatto una figura  da pirla. con sempre quella sensazione di riverbero imbarazzato ex-post, che monta piano piano. dopo, appunto.

ho pensato all'amica paola. chissà come mi avrebbe perculato per quell'essere poco sciolto, tutt'altro che naturale e spontaneo. una cosa inamidata. poi forse non è andata esattamente così da schifo. forse ho fatto un'impressione meno idiota di come mi son sentito risalendo i tre piani di scale.

però.

non le avevo mai rivolto la parola in tutti questi anni. quasi intimidito, imbarazzato di ritorno per quella risposta mai arrivata - posto che, non mi meraviglierei, non si ricordi affatto di 'sta cosa né tanto meno se abbia mai capito sia stato io. anzi: piuttosto probabile sia così.

di colpo mi è venuto di farlo. parlarle, intendo. ed in fondo è stato questo il piccolo tentativo di uscire dal cul de sac. esercizio. minimale quanto importante.

un passettino. insomma. e credo debba esserne fiero.

anche se fierezza più calante ad un quattordicenne intimidito. non un adulto, per quanto ben lontanino dall'essere risolto.

però un passettino è stato fatto.

e passettin passettino, ce la farò

mi serviranno ancora soltanto almeno un setto-otto dozzine d'anni. ho un fulgido futuro da seduttore alle spalle. e finalmente potrò utilizzare tutta la masnada di preservativi che, durante ogni praid, mi capita di accumulare e che mi affollano i cassetti.

tra qualche decennio, finalmente, si scoperà di nuovo!

Sunday, May 24, 2026

giftcrossing

questo pomeriggio sono stato a san cristoforo, la chiesa vicino al casello. solo che è il casello che prende il nome della chiesa. sono legato a quel luogo, la chiesa intendo. piccola, intima, un corpo che fu edificato per allargare il primigenio. è la chiesa che accoglieva i viandanti che giungevano da sud-ovest, seguendo il naviglio grande. quando ancora le mura della città distavano un bel po' di cammino.

sì. ci trovo pace. ogni tanto mi ci fermo. anche solo per dare un senso ad un peregrinare senza particolare meta. ad osservare la macina che sta sotto l'altare.

ci sono stato perché ho deciso di lasciar lì, in quel luogo, un paio di oggetti. furono dei doni. doni del prete oratoriano.

l'unica cosa che mi vien di fare, del residuo di costui, è liberarmene. ho visto ardere nella stufa un fermacarte che consegnò ad un campo scuola, l'anno della maturità. oggetto di legno pirografato con un cuore antropomorfo e quella grafia che non ho mai amato. equivoca. infatti. ho bruciato, tenendone via via i lembi che si annerivano, una specie di lettera di saluto/benvenuto che vergò pochi anni dopo, quando arrivò il prete a sostituirlo. lettera a quattro mano, prete che partiva e prete che arrivava. lettera, peraltro, invecchiata malissimo e in brevissimo tempo. il prete nuovo riuscì a disfare in pochi mesi esperienze di anni. se possibile un elemento totalmente disfunzionale e inadatto, a partire dal fatto di esserlo diventato, sacerdote. chissà se quell'ordinazione fosse da fare. prete che fece danni, in quella comunità e comunitariamente. molti di meno a me, nel mio essere e divenire.

del prete di prima rimanevano, tra l'altro, una riproduzione del francesco di cimabue, l'olio su tavola. oltre che una croce,  in legno d'ulivo, con intagliata vuota la sagoma stilizzata di un uomo crocifisso. l'assenza che dà senso all'oggetto. il pieno a forma di croce, da cui cogliere quel vuoto.

sono oggetti che, ovviamente, non si bruciano. non importa non creda, non importa  mi sia allontanato, non importa provare e pensarli scevri dal loro significato. non importa quanta necessità di liberarmi dei residui. c'è un senso di sacro, o di rispetto per coloro che lo vivono, che non riesco ad espungere. e per fortuna, aggiungerei.

così ho deciso di fare come i libri che non ha senso tenere. o che desidero donare. una sorta di bookcrossing, solo che non c'entravano i libri, questa volta. [e non sarà un caso che anche i libri, ovviamente, non si bruciano]. e se c'era un posto cui affidare quei residui, questo non poteva essere che san cristoforo.

ho lasciato anche alcune righe vergate a mano, con la mia grafia sempre meno leggibile. volevo spiegare il perché fossero lì. perché volessi disfarmene. mentre scrivevo è come se una nuvola di calore mi si fosse avvolta, avvampante. ho iniziato a sudare copioso. mica mi è sfuggito il nesso causale. riuscire a finire di scrivere è stato liberatorio.

ho scritto una cosa tipo: questi sono oggetti donatimi da colui che fu il mio padre spirituale. è stata una persona importante. pensavo fosse una delle amicizie più fondanti della mia vita. non so quanto consciamente lui lo abbia fatto, ma da lui, in quegli anni, ho subito un "abuso". ed ho capito dopo molto tempo quanto il nocumento sia stato profondo. ora, da agnostico, li lascio a qualcuna o qualcuno che possa viverli come simboli di speranza e serenità, qualcuna o qualcuno con la possibilità di crederci. io ho smesso da tempo. ora sono oggetti che mi ricordano qualcosa di spiacevole, forse doloroso.

non so quanto servirà lasciar andare i residui dentro. so che andava fatto. e l'ho fatto. non può che andar bene così.




Saturday, May 2, 2026

leggero

leggero. 

come la canzone del liga [pensa te, guarda chi vado a citare]. che quando l'ascoltavo e partiva l'assoleotto finale, passava un po' del dolore che lancinava. 'ché ero lancinantamente pirla a correre dietro a quella là. sapeva mai me l'avrebbe data [figurativamente], bastava gliela battessi, allora ero il caricabatterie perfetto del suo compiacimento ad essere desiderata. [soffrivo le pene, per colpa del pene che era anni luce dall'essere usato, in universi paralleli proprio con quella, peraltro.]. 

leggero.

come odg ogni tanto mi ricorda. sfronda, alleggerisci, butta la zavorra. che l'inerzia, quando si è leggeri è piccola. si parte, si svolta più facile [questo gliel'ho fatto notare io: centro di massa elevato: i cambiamenti di stato e di moto richiedono più energia. la queen elizabeth vira con meno facilità di una canoa] [peraltro].

leggero.

come mi scivolano i post nella testa. e poi quando escono e finiscono qui, sembrano con quel suono un po' pesante. lunghi che ormai la levità ha fatto tempo a svaporare [tipo quel poco che rimaneva della mia autostima erotica, peraltro]

leggero. 

come mi ricorda il biglietto dell'amica laura. viaggia leggero, anche ieri è un bagaglio.

pensa te, proprio oggi. con tutti quegli ieri che si affastellano.

che son ricorrenze recenti, da andare oltre. lasciar andare. ci ero riuscito subito, meno ora.

che quel romanzo sulla rimozione delle rimozioni, ha fatto di nuovo sgorgare cose. ed è forse ora che le proto-molestie - pre-consapevoli o meno - non le racconti solo a chi, in quegli anni, non c'era.

bagagli involontari. e non si viaggia leggeri.

mentre cerco, comunque, di andare. la ragione del viaggio, viaggiare. fosse anche leggero, che nuovo senso avrebbe..





Friday, May 1, 2026

fondata

lavoro. nel senso di una Repubblica fondata sul. il primo complemento di specificazione del primo articolo della Costituzione.

le fondamenta. quello che sta alla base di tutto, su cui poggiare il resto.

più fondamentale di così.

lessi che quel riferimento, nel primo comma del primo articolo, fu fortisssssssimamente voluto dai comunisti dell'assemblea costituente. non fu accolta esattamente con entusiasmo, applausi e banda che suona festante, dai molti altri. e comunque ce lo misero.

Repubblica fondata sul.

e mi sovviene se la degenerazione del concetto di diritto al lavoro, quella che si sta insinuando sempre più ovunque in questo paese, sempre più pezzottato, non sia il paradigma del paese medesimo, e della sua pezzottaggine. forse effetto e causa assieme. fuori dalle bolle di privilegio in cui siamo quei tre-quattro che passano di qui. 

causa ed effetto. un sistema industriale che viene dismesso a pezzi, competenze che svaporano, aver solo subito la globalizzazione, poca capacità di adattarsi all'evoluzione e al correre del mondo. ed il lavoro che smette di essere un diritto, ma quasi una concessione. col potere d'acquisto dei salari al palo da lustri, e la contraddizione lancinante dei lavoratori poveri.

ribadisco: fuori dalla bolla del privilegio. che quelle cose ci saranno sempre state. è che adesso sono diventate troppe. si allargano. si istituzionalizzano.  

se questa lo stato di salute del diritto del lavoro, su quali fondamenta stiamo? pare ovvia quella percezione di subsidenza. fino alla pernacchia dei pochi, sempre più pochi, che a quella subsidenza possono ovviare. che la lotta di classe esiste, l'hanno vinta i ricchi.

con i figuri che ci governano che dichiarano, primo discorso in parlamento, elemento fondante [appunto] del loro agire: non disturberemo il manovratore. quelli che fanno i decreti primo maggio fuffosi, perché loro il primo maggio lavorano, mica festeggiano. il loro primo primo maggio, licenziaano il primo di questi decreti primomaggio, gli anni dopo li licenziano prima del primo maggio, che il primo maggio c'è il ponte. quelli che si inventano la retorica del salario giusto. che non possono mica ascoltare chi chiede il salario minimo. che giusto per me può non esser giusto per te. la soggettività discrezionale del gioco delle tre carte. minimo un qualcosa di oggettivo. no. loro fanno il salario giusto, che lascerà in povertà molti lavoratori.

fondata. e fondante. pensavo a come il lavoro sia per ciascuno. o dovrebbe esserlo. di come ci innesti nel vivere assieme agli altri. come ne sostanzi, o rammollicci, la dignità della persona.

e di come sia fondante - participio - ovviamente anche di me medesimo. che sono un po' nel mezzo, una specie di crinale. privilegiato da una parte, non così soddisfatto dall'altra. una cosa che fonda da un'altra parte, che però è sempre più fondata. quindi strutturata, financo solida.

voglio provare a ricordarmelo, anche oggi. soprattutto oggi. che un buon lavoro sarebbe fondamentale. per fondamenta solide. da lì passa la realizzazione, di come si fonda la res publica. da lì bisogna passare. la Costituzione è bellissima. per questo bisogna attuarla. dall'articolo uno.

Saturday, April 4, 2026

veglie

quest'anno gioco d'anticipo.

nel senso che non scriverò nulla mentre le campane si sciolgono a festa. o in attesa di. per quanto ormai non vieppiù nemiche, le campane e il loro sciogliersi. passato da mo quella sensazione come da piccola vendetta, struggente, per la mia apostasia che comunque è già di qualche vita fa.

convinta, l'apostasia. però rimaneva comunque un vuoto, non partecipare più alla veglia pasquale. che mi contorceva le budella emozionali. per il fatto di esserci, assieme alla comunità. per il fatto di sperarci in un senso che passasse [anche] da quella rivelazione. per il fatto di crederci come un elemento fondante del proprio essere e strutturarsi.

invece era volato tutto via. se n'era andato. come lo spirito, πνεῦμα, che il gesù uomo sulla croce aveva reso, prima che si facesse buio su tutta la terra, e i paramenti a lato gli altari di mezzo mondo, per secoli a venire, fossero lasciati cadere.

qualcosa non c'era più. apostasia.

ma era rimasto il vuoto per il senso perduto dell'essere là, quando le campane si sciolgono a festa.

poi è passato. le cose sono cambiate. il senso si è fatto percorrendo altre vie, arabescheggianti, ma mica puoi dire loro: cazzo arabeschi a fare? o no?

e le cose sembrano cambiare, anche se ci si ritrova a rimbalzare sul tappeto dell'esistenza. ed in alcuni momenti ci hai un po' la sensazione di deja vù. ma come: siamo ancora a questo punto?

poi uno non è del tutto risolto.

quest'anno gioco di anticipo.

nel senso che scrivo ora delle campane che si sciolgono a festa. che c'è ancora luce, là fuori. e là fuori andrò quando sarà sceso il buio. chissà se un pezzo di luna rischiarerà un po'.

[parentesi. l'amico daniele, mille anni fa, quando fece lui la sua di apostasia, qualche anno prima della mia, aveva il suo modo di ovviare alle campane che si sciolgono a festa. posto che manco ho mai saputo se per lui, 'sta cosa delle campane che si sciolgono a festa, abbia mai significato qualcosa. insomma. lui saliva in montagna la notte di pasqua. "perché a pasqua c'è la luna piena e quindi illumina il cammino". pensai, già allora, che aveva un che di romantico. ma era piuttosto calato male nella realtà. perché può essere nuvoloso. e bastano pochi giorni dopo il plenilunio, che è un attimo perderla, la luna, nella prima serata, che sorge sempre più tardi mentre cala. poi  uno dice che alcune cose si potrebbero riconoscere da lontano. a sapere che bisogna cercarle.]

andrò là fuori. e parteciperò ad un pezzo di veglia. voglio esserci di nuovo. senza peraltro sperarci e senza vieppiù crederci. ascoltare le letture che raccontano del passaggio, pesach, pasqua. voglio essere presente. starci anche io nella veglia che è la madre di tutte le veglie. il sussulto emozionale me lo voglio concedere, nel caso. e se non arriva, sticazzi.

poi, una volta sciolte le campane a festa, me ne tornerò a casa. il resto è per i cattolici, per chi ci crede, o semplicemente chi deve far una certa presenza nel contesto del paesello.

quindi non è roba per me.

però quello prima sì. che le cose tornino, rimbalzando. però in un qualcosa di diverso. e a suo modo nuovo. è tipo un altro inizio.

dubito vedrò la luce, come accadde a jack alla triple rock baptiste church di scicago. ed ovviamente non è questo il punto. quindi è piuttosto probabile farò ritorno a casa in controtempo.

ma sarà comunque una veglia di pasqua diversa, qualsiasi cosa significhi pasqua, qualsiasi declinazione assuma diversa.

ma che riesca a cogliere il fatto che si può muovere il culo. che non siamo destinati [già ora] alla disperanza.

che sia passaggio, quindi, pesach, pasqua.

Sunday, March 8, 2026

donne

non ci son cazzi.

ci salveranno le donne. se daremo loro la possibilità di farlo. o se riusciranno a prendersela quella possibilità, in qualche modo. se c'è una speranza per l'evoluzione dell'Umanità son certo passi per di lì. attraverso loro, spostandoci sempre più' dal paradigma fallocratico degli ultimi secoli, millenni. abbattendo il totem arcaico del patriarcato. che occhei il maschio, testosterone dotato, era più forte. utile quando si cacciava e si stava nelle caverne. è che poi è venuta fuori, darwinianamente, 'sta struttura culturale. quindi la sublimazione teologica: il capo degli dei un maschio, maschio il dio monoteista. e così giù, appunto, per secoli e millenni.

se c'è una speranza per l'evoluzione passa dando sempre più peso alle intelligenze delle donne. e che i maschi la facciano loro, ed un po', già che ci sono, si levino anche dai coglioni. tipo la gerontocrazia che dovrebbe lasciar spazio alle menti più giovani. è proprio una questione di intelligenza collettiva. che è altra e  raffinata. quella di noi maschi ha dimostrato spesso la sua banalità. poi esistono donne meschine, inette, stupide, così come esistono maschi eccezionali. pare banale ribadire l'ovvio. così come non basta una donna al comando. tipo la fratella d'italia. che sarà pure femmina, ma poi incarna ampie falcate di retroguardia maschilista, e si vede bene come siamo messi [che la fratella, proprio perché donna di suo intelligente, svetta in quei lidi destrofasci da mo. e le riesce soprattutto per la mediocrità dei loro maschi, imbarazzante].

se c'è salvezza sarà grazie alle donne. siamo in un periodo di passaggio, come in fondo lo sono tutti i periodi. ora per evolverci dobbiamo andare in quella direzione. che magari non è semplicissimo, neh?. ci sono strati e strati e strati, quasi una cosa litologica che ci pervade. e quindi ovvio che il tentativo di rottura, il pungolo delle avanguardie, quelle puntute femministe. e la loro spigolatura che si percepisce eccome. ma è l'invito perentorio a muovere il culo. a schiodarsi dallo status quo di essere portatori [più o meno] sani di patriarcato. lo siamo tutte e tutti. però i maschi di più, ovvio. portano seco un privilegio per il fatto di nascere con il pistolino. [poi vabbhé, parentesi personale. 'sto privilegio, personalmente, non l'ho mai davvero agito. anzi. e per anni mi sia sentito quasi non degno di questa complessità che tanto mi affascinava e mi intimidiva. e conta poco se alcune donne han capito fossi d'uso all'azzerbinarmi. in fondo hanno esercitare uno dei pochi poteri che è stato lasciato loro. forse l'unico. che fa scopa con la dabbenaggine che a volte mostriamo in alcuni ambiti, noi maschi col pistolino.]

non è una festa, quella della donna. forse il termine è sviante. giornata internazionale dei diritti delle donne. che [ancora] lottano per l'uguaglianza dei diritti e delle possibilità. lottomarzo. lotta perché c'è un'antropologia da cambiare. in questo pezzo di mondo, pezzo di un altro pezzo di un altro pezzo di cosa più globale.

da qui dobbiamo passare. in quella direzione l'Umanità deve camminare. tutta assieme.

è un percorso. io ci sto mettendo del mio. cercar di essere migliore passa anche da qui. anche se non espungerò tutte le contraddizioni che porto meco. anche se magari inizierò ancora i post con "non ci son cazzi". ma ben consapevole di un fatto. se una qualche peculiarità bella ed interessante ce l'ho, è anche, soprattutto, legata alla mia componente femminile elevata. ben lieto di trovarmela dentro quel tipo di intelligenza. ben lieto di questa contaminazione. come mischiare due corredi cromosomici molto diversi: è più probabile si manifestino le caratteristiche genetiche migliori, funzionali allo sviluppo. e poi ci si può esercitare a migliorarla.

contaminiamoci. l'Umanità ha bisogno dell'intelligenza delle donne. noi maschi di imparare sempre più da loro. e lasciarle fare sempre di più. finora è stato fatto ancora troppo poco. voglio contribuire, quel che riesco, ad andare sempre più lesti per di là.

e buon lottomarzo a tutte le donne. consapevoli o meno.