qualche sera fa osservavo l'amico giuseppe. è stato a cena, quella in cui ho provato i pierogi, buonissimi. ho avuto la percezione di quanto fosse più avanti a me. tutta la biada che mi ha dato, a usare un altra figura. non che ci sia mai stata una gara, neh? solo il prendere atto di un fatto compiuto. e mentre l'osservavo mi è parso chiaro incarnasse la placida determinazione della consapevolezza del caterpillar, per quanto molto dissimulata.
perché l'amico giuseppe non si pone come un caterpillar. anzi. ma poi, con un undertatement sereno e dissimulate: vabbhuò, dai... col suo accento campano, che non è tarantelloso o struffolante, ti racconta del mondo che ha dentro, e di come si ponga nel mondo senza troppo imbarazzo o reverenza. e senza nessun ueè-ueè. bensì placido.
poi mettici l'ironia, sottile, che smonta la sovrastruttura e il chiacchiericcio esistenziale. roba da ridicolizzare, l'approccio - appunto - da chiacchiere e distintivo.
ho voluto bene all'amico giuseppe. non che non gliene voglia più, neh? allora era uno che stava nel personalissimo palmares di quelli per cui ringraziavi il cielo, allora il buondio, di avertecelo messo sul tuo cammino. accorgendomene da subito. quando comparve nell'open space dell'appartamento di quel fenomeno del pasquali. vaibs che hanno subito raccontato cose belle. è che poi ho capito che era il palmares, il suo concetto in sé ad essere venuto giù. ma è altra storia. non c'entra l'amico giuseppe, e soprattutto ora è facile ingeneroso canzonarci sopra, al palmaers.
poi allora, forse, ne ero un po' intimorito. che ero ancora in quel brodo di cultura oratoriano. [anche per questo non ho mai passato un uichend con l'amico giuseppe, che non li ha amati così tanto, quei uichend in cui si trovava solo]. io stavo nel brodo, lui viveva altro. con l'imbarazzo di sentirmi non completamente a casa, in quell'altro. tipo l'auletta brenta al politecnico, così onusta di sedicenti sinistrorsi, con tutti i bei loro paradigmi, quando con dei conformismi di ritorno. ero ancora nel guado. e forse da quel punto di vista non ci sono mai uscito del tutto, dal guado, agnosticismo a parte.
vabbhé. sticazzi.
qui voglio scrivere dell'amico giuseppe.
durante la cena, io ed i miei pierogi, ad un certo punto, ha raccontato di quando gli si era prospettata la possibilità di trasferirsi lì, a varsavia. "dieci anni fa lo avrei fatto. quando mi è stato proposto no. ricominciare da capo in una città nuova, imparare il polacco e rimettersi di nuovo in giuoco". non l'ha fatto, ma sarebbe ben stato in grado di farlo. con la contezza, dentro, placida, ineluttabile da gąsienica.
il polacco. bellissimo sentire parlare. nella sua fottutissima complicazione di lingua slava. lo avrebbe imparato. mentre io son rimasto impantanato in cose molto meno complesse, venti, quindici, dieci, cinque anni fa. figurarsi. senza nemmeno lo sforzo di dover imparare una lingua nuova, tanto meno slava.
ovvio che la placida determinazione dell'amico giuseppe mi abbia colpito. ed abbia preso atto di un fatto compiuto. di quanto sia molto più avanti a me. per quanto non ci sia mai stata una gara. e avendo ben chiaro che lui le cose se sia ben tutte guadagnate. è partito per studiare. è tornato, forse un po' con la sensazione che milano lo stesse soverchiando. ha finito di studiare. [la mail che scrisse la mattina della sua laurea, pochi attimi prima della discussione della tesi, è una di quelle cose che avrei voluto saper scrivere io, così]. è ripartito. e poi non si è più fermato. con il quid delle lingue, forse. che si ostinava a capire i testi dei rem, perché quegli stronzi non ce li mettevano nelle musicassette. e l'internette del tutto a disposizione era piuttosto in là a venire.
dopo la sua partenza da milano mi è mancato. ci rincontrammo nei primi anni duemila. non scorderò quando lo vidi dall'altra parte del passaggio pedonale, fuori stazione termini, il giorno del suo compleanno di ventitre anni fa. mentre si aspettava il verde del semaforo la sensazione strana e bellissima di averlo salutato due giorni prima. mentre erano passati sette anni. [il senso dell'invecchiare sta anche nella percezione dei tempi passati. che sembrano uguali, mentre di anni in mezzo ce ne stanno ben di più].
fui invitato al suo primo matrimonio. assieme al parolin, che non rivedevo da più di dieci anni [e con la stessa loquacità non esattamente sintetica, che se lo noto io]. quando ancora nutrivo speranze, che penavo solide. invece erano bel po' evanescenti. al tempo del matrimonio, intendo, non c'entra il parolin. [mi divertii a far foto un po' a margine del fotografo vero. e cazzo, che botta, quando l'amico giuseppe, si mise al pianoforte e cantò "era de maggio". come fosse lì per caso, al pianoforte intendo, mentre noi tutte tutti muti ad ascoltarlo].
dopodiché ci siamo interloquiti solo in maniera mediata. e ho letto di cose sempre più messe a terra con una determinazione da placido caterpillar. me lo ricordavo vicino ai radicali, me lo ritrovai del piddddì. per quanto uno di quelli che sentii meno mio,. per quanto mi sia sempre sentito un po' poco del piddddì.
ho continuato a leggerlo. spesso anche lui non esprime esattamente il dono della sintesi [che se lo noto io]. e così ho anche saputo del suo periodo complesso. complessissimo. la fine del matrimonio, i riverberi importanti. come se il suo importante spessore dentro contribuisse ad amplificarle. forse è una questione di quantità di moto intellettivo-emotiva.
si è rimesso in piedi. ha ricominciato. ha cambiato città. si è innamorato di nuovo.
sposandosi, ancora. ineluttabile.
l'ho scoperto quando mi ha invitato: ci saresti anche tu? a varsavia? mi è sgorgato il più impetuoso degli "sì, certo", che quasi ha spiazzato anche me. non me lo sarei del tutto aspettato, l'invito, ma soprattutto la risposta.. invito e riposta giunte in un momento - toh, strano - in cui mi sentivo un po' incischiato dentro, coi miei mumble, mumble, a ragionare su come non uscire dalla zona di comfort, tossica. che sarà pure comfort, ma tossica rimane.
non immaginavo di emozionarmi così tanto. sarà per lo stupore di quando un po' ci si disintossica. sarà che mi sto debosciando. sarà la mancanza di sertralina. però è stato un bellissimo matrimonio. ed è stato bello ritrovarlo, l'amico giuseppe, con la sua placida determinazione ineluttabile. che lui si sarebbe imparato anche il polacco. perché si può fare. che ci crede ancora nello scambiarsi quelle promesse. il desiderio di provarci assieme, non lasciarsi indietro l'uno con l'altro. poi sì, sarà che ha trovato una sposa che quello spessore, quella sostanza, quell'incedere inevitabile [camuffato da una cosa del tipo: sì, però non guardate troppo me], lo accoglie, lo capisce, lo avvolge appieno. perché servirebbe un post solo per la sposa. che viene da storia importante. che quella storia se la sente scorrere dentro. anche perché ci sono popoli che la storia prende più a badilate che altri. con le fedi nuziali che sono testimoni di eventi puntuali, nell'impeto delle tragedie del novecento.
non immaginavo di emozionarmi così. perché quelle promesse sono tornite e cariche della vita che si è attraversata nel frattempo. gli alti, soprattutto i bassi. e la capacità di metterseli alle spalle, i bassi. dovesse servire anche come uno schiacciasassi, per quanto placido, iroonico, "vabbuhò... dai...", a dissimulare.
e parte dell'emozione è stata per il fatto di averlo re-incrociato l'amico giuseppe.
che i miti amicali del passato han fatto un po' la fine che han fatto. come si incartano le idealità, che poi devono passare per la torniture della vita che si attraversa nel frattempo. però è come se con l'amico giuseppe si sia un po' sfuggiti allo sfiorire, autunnale, dell'entusiasmo di pensare persone per sempre. non saprei spiegare il perché. forse perché con lui son stato abbastanza scaltro, senza saperlo compiutamente, da sfumarla quell'idealità. così che poi rimane un nocciolo di cuore tenero della sostanza. forse è perché la serena placidia te lo racconta facile, che gli entusiasmi tarantellosi, ueè-ueè, sono sopravvalutati. e posto che si può anche smettere di volersi spiegare tutto.
e l'ineluttabilità ha creato il testacoda. questa notte è morto il papà dell'emico giuseppe. festeggiavamo una manciata di giorni fa, ed ora l'amico giuseppe passa per quel punto angoloso, quasi improvvisamente.
il post l'avrei scritto comunque. è cominciato a venire da quella cena dei pierogi, e dal fatto avrebbe imparato anche il polacco.
probabilmente lo avrei scritto con emozioni diverse. soprattutto quel testacoda non lo si augura a nessuno. figurarsi all'amico giuseppe. e figurarsi se era necessario dovesse mettere a terra la sua serena determinazione, per andare oltre a questo. tanto che mi è sembrata una cosa semplicemente ingiusta. per quanto sia struffoloso pensare a quell'aggettivo nel buco nero delle ingiustizie di questo fottutissimo mondo.
avrei voluto chiamarlo, oggi. ho evitato. anche per evitare di scoppiargli a piangere al telefono. e finire dovesse consolarmi lui. magari tirando fuori dal cappello quella frase spiazzante, nella sua ironia e nel suo essere così definitiva.
ripartirà anche questa volta. placido nella sua determinata capacità di esserci.
e grazie perché è stato possibile esserci, a festeggiarVi.




