Saturday, February 21, 2026

abbracci

ci son cose che non hai mai fatto. e poi lo fai. senza pianificarlo, programmarlo, ritualizzarlo. vengono, punto. come a trovarsi pronto, senza capire esattamente come ti ci sei trovato. pronto, intendo. ed in fondo stigrandisssssimicazzi dover o voler capire il perché delle cose che vengono.

erano lustri che non festeggiavo il compleanno con più di tre-quattro persone. volutamente intendo.

capitato andassi a bussare un po' di compagnia in quel giorno. quasi furtivo e senza troppo preavviso. possibilmente nascondendo il perché. al limite raccontandolo alla fine.

sì. ad un certo punto era un giorno che quasi temevo. come se il non sentirmi realizzato, lontano da quello che avrei voluto essere, fare, fosse motivo sufficiente di [auto]disdoro. non c'era nulla da festeggiare, visto che la vita non veniva come mi ero immaginato, desiderato dovesse venir fuori. il non riuscire a costruire una relazione. la sensazione di aver sbagliato facoltà, lavoro, destino. il non sentirmi così all'altezza, non realizzato. una via di mezzo tra lo sprecar le potenzialità che intuivo esserci, ma che se poi non servivano tanto valeva averle. avrei poi imparato il termine più sofisticato: irrisolto. 'ste cose qui. insomma.

figurarsi, così, se me li meritavo gli abbracci. il tutto condensato nel giorno del genetliaco.

un anno ho tenuto il telefono spento, tutto il giorno. lasciar tutte e tutti fuori. peddddddire.

col paradosso che che tanto mi saliva una leggera ansia il giorno precedente, e tanto più ero evitante. e tanto più la sera, a giornata genetliaca conclusa, mi prendeva una nostalgia, che come cantano è canaglia. nostalgia per le cose che non c'erano più, soprattutto perché non c'erano state. sensazione, spiacevole, di aver perso un'occasione di qualcosa che neanch'io sapevo come.

mica non avevo contezza vi erano ragioni per essere grato e festeggiare. starsene in salute [fisica], ad esempio. e via tutto il corollario. poi uno dice che un po' c'è di bisogno di una brava, tipo odg.

e non sarà un caso che le cose son cominciate a cambiare da durante la pandemia. che lì era più semplice capire come le cose hanno le loro proporzioni. lo capisce anche un pistola come me.

insomma. nesso causale o temporale. il festeggiarlo mi è venuto più semplice, armonico, naturale. che poi il festeggiarlo è l'epifenomeno. quel che si è strutturata è stata la voglia di condividere quel momento. e cominciare, un po' timidamente, a far pace con la storia degli abbracci. che sì: meritavo. e merito.

fino alla mezza improvvisata di questo, di genetliaco. o forse erano maturi i tempi. senza capire esattamente come sia venuta fuori 'sta cosa. sì. ho chiamato persone, pezzi di vita variegate. tutti importanti, a loro modo. ad accogliere la richiesta di annunciare: sì, voglio i vostri abbracci. voglio condividere con voi che 'sta cosa me la merito.

che occhei l'epifania del senso della vita che passa anche attraverso il dono. però donare è anche essere capace di ricevere. senza troppo timore, il negarlo non ha più tanto ragione d'essere, né senso.

anche questa è una conquista.

ed ovviamente è stato bellissimo. una cosa che non sapevo potesse scaldare così il cuore. spiazzante, per certi versi. che non ci ero proprio abituato. la cosa confortante è che si impara, neh? anche a smettere di autosabotarmi. smettere di essere uno dei nemici più efficaci verso me medesimo. volermi più bene. che era poi anche il piccolo impegno che mi ero preso per questo, di anno.

sì. è stato fottutamente bello, coinvolgente, rinfrancante. che sarà pure stata l'ossitocina sviluppatasi. che vien voglia di ripeterla. con la grande consapevolezza della gratitudine verso chi c'è stato. testimone e attuatore di una cosa che mi rimarrà dentro, per sempre.




Wednesday, February 18, 2026

dono

"tutta la vita è un dono, per ogni uomo. tutta la vita è un dono, in ogni momento". così cantano quei mattacchioni del gen rosso. devo averla pure suonata, sdren-sdren-sdren, ai tempi oratoriani.

niente di particolarmente originale, e ci mancherebbe, all'interno della gran fluire maieutico del cattolicesimo più o meno militante. oltre che mantra che si ascolta spesso ma si recepisce poco nel marketing delle omelie della domenica. chissà quanti fedeli, più o meno stancamente, ascoltano, come una specie di ovvietà. che poi non mettono via. scivola da altre parti. in fondo, per certi versi, ho fatto così anch'io per anni, che pur ero ben convinto.

il messaggio di ordinazione della figura più importante, disturbante e dolorosamente deludente [forse tossica] di quegli anni recitava: se il seme caduto in terra non muore, non porta frutto.

mi è tornato dalla memoria lontana il refrain di quella canzone. e quella frase qualche giorno fa.

perché ho avuto una specie di piccola epifania. che magari non è la prima volta. però forse me lo sono dimenticato. che uno diventa vecchio, e per far posto a quel po' di esperienza in più si lascia dietro anche le epifanie. chi lo sa.

e la piccola epifania è che 'sta cosa, della vita come un dono, mi è parsa lucidamente chiara e teleologica nel piccolo. che forse il senso di questo stare ed esserci è proprio 'sta roba qui. che si declini in millemilamodi [anche ad esempio. e che esempio, nell'essere genitori]. che si accompagni ad altre realizzazioni più o meno cool o da paradigmi piccolo borghesi. che stia accanto a certe piccole soddisfazioni irrazionali e piaceri più o meno spirituali, emotivi, carnali. che sia il contrafforte del creare e vivere relazioni sincere, appaganti, disinteressate. ma un senso è quello di donarsi agli altri, per gli altri. qualcosa che trascenda l'ombelico del pronome io, e renda precipuo il noi. dal singolare al plurale. che saremo pure uniche singolarità, ma che senza la pluralità si va poco lontano. come un neuroncino col suo assone.

darsi agli altri. qualsiasi cosa, serenamente e da adulti risolti significhi. tanto, poco, tutto, ma non niente.

la cosa interessante, confortante, è che tutto questo può valere nel perfetto immanente del prossimo. intendendolo nella maniera più laica, agnostica, atea. senza la necessità di una qualche trascendenza [in senso stretto], di una qualche vita eterna da raggiungere [anche] con questo.

bastiamo noi, creature incerte e fragili. se un senso può esserci. in quanto tocchi di umanità.

questa cosa mi è parsa una specie di piccola felicità di intuizione. non so se e quanto la metterò compiutamente in pratica. o riuscirò ad adoperarmi oltre che quello che, variegatamente, provo già a fare.

però qui, per quello che può avere una ragione esserci. forse è financo disperante. ma è una disperanza di ciascuno che costruisce la speranza per tutte e tutti coloro, qui su questa spelonca di roccia vagolante nell'universo, vive ed è.

mi pare un bel regalo, oggi, averne serena consapevolezza.

Tuesday, February 17, 2026

tossici

scrivo un post banale. quasi ovvio. è che uno alcune cose le dà per scontate. tipo la salute. mica ce lo prescrive il dottore che dobbiamo stare al meglio, in perfetta forma fisica, mentale.

e così, di trasposizione in trasposizione, 

vale la stessa considerazione considerando i propri genitori. nel senso di quelli che ci han tirato variegatamente grandi. che il software ce l'hanno installato loro e fatto il setup [cit]. che avranno pure pensato di farlo al meglio, nel contesto culturale, valoriale, sociale di dove siam stati in quel periodo della nostra esistenza.

che magari di cagate ne han ben fatte. in assoluta buona fede. e gran parte del tuo divenire, magari, a cercare le patches, altri setup. o tirar fuori il meglio dalle installazioni che ci hai dentro. magari smadonnando, facendo dei giri pazzeschi. probabilmente le stesse cagate che avresti fatto pure tu. semplicemente con altri e più variegati strumenti culturali. cagate più dotte, ma comunque cagate. e la progenie a provare ad installare le sue di patches, o altri setup. anche questo è decircoolovvlaif. poi non è andata così. e forse è anche meglio. vabbhè. divago.

in ogni caso, da figlio, con la consapevolezza che han cercato di fare del loro meglio. che questa consapevolezza è una grandissima conquista.

ecco.

non è che sia per forza così scontata 'sta roba qui. la consapevolezza, intendo. ma soprattutto la garanzia che abbiano cercato di fare il meglio.

cioè.

io lo so che con me è stato così. con le cagate di cui sopra. ma è nell'ordine delle cose. e ci si fa pace.

il punto è che mi rendo conto di quel che succede quando capitano genitori tossici. non nel senso delle dipendenze, ovvio. ma vulnus nel relazionarsi. 

l'eco ed il reliquio che 'sta cosa lascia. come dei segni invisibili, ma hai voglia se ci sono. come le grinze della pelle quando è cicatrice. 

come un software installato male, che non è questione di bug. è proprio l'assistenza post rilascio.

non sarà per forza fatto apposta, consapevolmente.

però l'effetto può percepirsi. che sia l'eco di un dolore, di una sofferenza, di lagrime cacciate indentro nel profondissimo.

non ho avuto genitori tossici. lo davo per scontato. non è poi così scontato.

che anche di questo non ci si dimentichi la gratitudine.

Monday, February 9, 2026

inerzie

neve splendida. corona di quattromila nel far girotondo attorno sé medesimi. sensazione di libertà a farsi scivolare giù. la percezione di movimenti e consapevolezze muscolari sempre più naturali, armoniche. il vento a sferzare il viso. la quiete della risalita osservando il paesaggio intorno.

aver ritrovato qualcosa che scuote un desiderio che arriva da lontano. una specie di felicità incrociata quando era tutto così facile esserlo, onusto di speranze bambine. che non sai da dove venga, perché te la sei trovata addosso.

cose così.

basta prendere, muovere il culo, caricare quel po' di roba necessaria sull'auto e partire.

tra la roba necessaria lo spunto di farlo.

condizione necessaria, anche sufficiente a voler essere puntacazzisti.

nulla.

la testa ha remato contro. non ha ancora capito che così non si fa. e che se si fa così si rimane impantanati dall'attrito delle cose che non si smuovono.

perché è inerzia.

l'inerzia del copione depressivo. o del racconto che ne esce.

inerzia, la resistenza di un grave a cambiare il suo stato di moto. io che mi percepisco immoto.

ci vorrebbe levità. mica non lo so.

tanta più levità, tanta meno inerzia.

sono rimasto lontano dalla neve splendida. a colpevolizzarmi. poi ovvio uno ne esce frustrato.

ecco il mio uichend, dopo aver vellicato per tutta la settimana precedente di ritrovarmi in quella gioia, nel uichend ed oltre. ed invece il tutto ha preso un'altra piega inerziale. troppo stanco, sfatto, prosciugato di energie ed entusiasmi. titubante. che poi si sceglie non scegliendo. così si rimane bloccati. due giorni. a dormire molto. uichend finito, durato giusto il tempo di riposare abbastanza per ricominciare con nuova lena la settimana lavorativa. verosimilmente a sfondarmi di nuovo di ore là dentro.

non va bene.

fanculo l'inerzia.

Thursday, February 5, 2026

teopanda76

oggi è il compleanno del teo. compeanno tondo. è un po' in sbadta per 'sta cosa. credo anche per il fatto non stia passando un periodo esattamente semplicissimo. tuttuncomplesso di cose. se non fossi uno stronzo razionalista scettico gli suggerirei espedienti apotropaici: tipo un rito antimacumba, oppure dei gran bei ceri ad una qualche serie di santi.

e mi spiace davvero che per lui non sia un periodo esattamente semplicissimo.

e non solo perché al teo io devo molto.

perché se sono ancora là dentro, tutto sommato in bolla, dopo centotrentaquattromesi è anche, forse soprattutto, per lui. l'amico omar mi spinse ad entrare [per quanto la situazione finanziaria, allora, urlava di non fare troppo il difficile e di andarci di corsa]. il teo è stato, ed è un elemento di stabilizzazione. oltre ad essere colui che mi fece capire il senso.

e pensare che non si era proprio iniziato benissimo. almeno io. sarà perché allora mi stavano tutti sui coglioni. che poi era l'effetto del mio mood interiore di quando entrai là dentro, con tutto il peso del fallimento, relazionale, professionale, mi portavo appresso. ragionevole o meno fosse. e quindi mi stava sui coglioni anche il teo. figurarsi poi, con il quid in più dell'essere l'autorità costituita. non era un periodo facile nemmeno per lui. la responsabilità di un gruppo appena nato [proviamo se va, al limite si smantella tutto]. un sacco di bella gente che forse avrebbe gioito del fatto andassimo a gambe per aria. le persone che dovevano supportarci nei primi mesi, che il gruppo aveva sostituito, che non speravano altro di soffocarci nella culla. il cielo, un giorno scoprirà, per quale strana combinazione lisergica ha inventato la consulenza accenture.

quindi quei primi mesi non furono esattamente una passeggiata. ed il teo accusò il colpo. e non solo figurativamente.

nel frattempo ci sentivamo precari fin dentro al midollo: ci lasciano a casa, ripeteva ogni tanto il teo. non che aiutasse, neh? però subiva una pressione non indifferente, e alla fine non solo figurativamente. non ostante questo percepivo un comportamento quasi di riguardo nei miei confronti. 'sta cosa mi destabilizzava. mi stavano tutti sui coglioni. perché non accadeva esattamente il reciproco?

l'ho capito mesi e mesi dopo. ed il fatto è che il teo aveva capito, ben prima di me, il senso del mio stare là dentro. e quello che ero in grado di fare, di cui ero di gran lunga all'oscuro. anche troppo impegnato a masticare ancora amaro. con davanti autostrade spalancate in cui correva il mio sentirmi inadeguato. smoccoalando fantasiosamente e fantasticando vie di fuga. alcune anche psichedeliche, peraltro. nel mentre lui aveva già capito cose.

poi vero. il gruppo si assestava, faceva il suo là dentro. e lo faceva sempre meglio. roba che passava sempre meno inosservata. hai capito il gruppo del teo come gira bene, manco il motore della lamborghini di mister wolf, che risolve problemi. non ostante alcuni elementi improbabili [e ne sono passati in questi anni, ah se ne sono passati], quando non stronzi [nel nostro cuore, un posto speciale inarrivabile, ce l'avrà sempre il mai dimenticato essemme]. però ce la gestivamo internamente. tutte e tutti a darci una mano, con una più che discreta efficienza. sarebbe interessante capire quanti altri gruppi funzionano allo stesso modo, là dentro. merito del teo, sicuramente. a partire dal fatto abbia sempre acclarato che il merito non sia suo, ma nostro. e si capisce benissimo che non è un purrrparlè, da falsa modestia.

poi vero. alcuni atteggiamenti li capivo poco. e forse non li sopportavo così serenamente. anche quella specie di affezione paterna verso il gruppo, e molti di noi. spocchioso che ero: ce l'ho già avuto un padre, pensavo.

poi un giorno, vai a sapere perché, mi venne di scriverli cor ad cor. cuore a cuore. sentii la necessità di condividere cose. chi ero davvero, cosa provavo là dentro, perché mi sentivo ancora ben lontano dal percepirmi in sereno equilibrio omeostatico-emotivo, là dentro. odg non la riteneva una buona idea. una delle poche volte che odg ha ciccato in modo piuttosto plastico.

me lo ricordo quel pomeriggio, in area relacse, seduti al tavolino. mi aveva chiesto di far due chiacchiere, felice avessi deciso di scrivergli in quel modo. gli spiegai cose. gli raccontai di me. e lui fece altrettanto. non me l'aspettavo e fu una piccola epifania. intuii del perché del suo porsi.. e molto si disvelò in un affresco di rara coerenza. con quel senso di pienezza può regalare una cosa simile. ma soprattutto mi regalò, il teo, un senso importante del mio stare là dentro. non ci ero mica ancora arrivato. lui l'aveva capito da mo.

si chiamano soft skills, per quelli bravi che usano un sacco l'inglese. non c'è dubbio che il teo ne sia particolarmente dotato. e non sarà solo per quello credo sia uno dei responsabili più benvoluti dal suo gruppo, là dentro. è un dare-avere reciproco. un sincero win-win. e mi piacerebbe sapere quanti altri, di responsabili, possano affermare lo stesso, pure quelli bravi che usano un sacco di inglese.

ora. non che sia diventato o tutto facile, anzi. e la quantità di lavoro a sommergermi non aiuta. però non c'è dubbio che quel senso, piccola epifania teopandesca di quel giorno, sia un elemento fondante. poi aiuta anche la fatturazione. perché non siamo così ipocriti. però c'è modo e modo di mantenere in sicurezza il conto corrente. però è ben giusto sia riconoscente del privilegio con cui avviene.

così come c'è modo e modo di poter fare le cose. con il grande contribuito della serenità di sentirsi stimati, sinceramente, dal proprio responsabile [mica non le sento un sacco di altre persone, là dentro].  che ha capito, da molto prima lo capissi io, come costruirmi le condizioni migliori, per star là dentro. foss'anche il non detto ma ben mutuamente inteso: fai tu, mi fido, non c'è bisogno ti dica altro.

finché c'è il teo, là dentro in quell'organizzarsi, sarò ben poco tentato di andarmene. per questo continuo a pensare sia un gran bell'elemento di stabilità. per questo provo a far del mio meglio. anche perché il teo ne possa beneficiare più o meno direttamente. glielo devo. minchia se glielo devo.

ora traguarda con un po' di sbadta questo compleanno un po' particolare. in un momento un po' particolare, a suo modo molto faticoso. poi lo sbadta passa. lo so che passa. se potessi sarei ben lieto di regalargli un po' di levità dagli affanni sulle spalle. perché in fondo non se le merita nessuno. figurarsi uno come il teo. [che poi mi piacerebbe trovarne altri che, dopo trentanni, parlano ancora così innamorati della propria moglie. oltre che savaassanndiir, dell'affetto verso la sua creatura. che forse è cosa più diffusa. ma l'effetto che si percepisce è sempre qualcosa di avvolgente].

auguri teo. è stato un gran culo incrociare un personaggio sui generis come te. che lo sappiano ben bene anche quei tre-quattro che passano di qui.

Tuesday, January 27, 2026

difficile

mi è scappato un pensiero stronzo. tipo quando ti scivola il piede dalla frizione, mentre sei fermo al semaforo. l'auto fa ooops, in avanti. un pensiero tipo i proclami di cui si ammanta fiero il mateo, quello cattivo. ho pensato: quanto è difficile e che senso ha celebrare il giorno della memoria, con la consapevolezza del genocidio di gaza. pensiero stronzo che dietro c'è l'altro, banale forse: voi che avete provato l'abominio, come fate a considerare le vite e la dignità dei palestinesi nel modo che state mostrando al mondo. poi ce ne sarebbe un altro, che è la stronza conseguenza del pensiero stronzo. una specie di anticausalità dell'abominio. però quello, per fortuna, son riuscito a non farlo.

poi è stato un attimo, a capire che prima che stronzo era un pensiero idiota. però ho cercato di non colpevolizzarmi troppo. che forse ho capito il perché è scappato fuori, il pensiero stronzo. magari ci torno sopra, più sotto.

perché il giorno della memoria ha ancora più senso oggi, ora.

spiace ribadire l'ovvio. coloro che subirono l'abominio non hanno colpe, se non quello di essere allora, e con le nefandezze perpetrate oggi. non esiste una merdosissima anticausalità. è già fuori dal lecito la faccenda delle colpe dei padri che ricadano sui figli. figurarsi l'idiozia ontologica del contrario. tanto idiota che quasi mi vergogno. figurarsi se le nefandezze genocide di oggi le perpetra il governo di uno stato. condannare un popolo per causa dei crimini dei governanti di uno stato.

sempre nell'alveo dell'ovvio, l'abominio non lo subirono solo gli ebrei. per quanto su di loro si abbatté in modo precipuo. furono rom, sinti, omosessuali, portatori di malattie invalidanti, oppositori politici. sempre abbia senso tutti i distinguo. ai distinguo era l'afflato di precisione del male assoluto, chi lo perpetrò. ogni gruppo con il suo segno distintivo. la necessità malata di categorizzare la categoria dei subumani. coloro per cui si applicava il monito di primo levi: considerate se questo è un uomo. coloro la cui vita non valeva. l'essenza dell'abominio.

ho ascoltato le testimonianze di figli, nipoti di ex deportati. l'eredità  lasciata da coloro che sono tornati da là. schiacciati dall'abominio ma che l'abominio non ha portato [del tutto] via. tutto il grumo di dolore, trauma irrisolto che hanno introiettato, inconsciamente. quasi tutti accomunati dal fatto che per decenni il genitore non ne ha parlato. troppo il dolore di verbalizzare. troppo il carico che sapevano avrebbero riversato. insopportabile l'idea che un figlio potesse conoscere cosa ha sopportato il proprio padre, la propria madre.

che pensiero idiota mi è scappato fuori. oltre che un'offesa a tutte e tutti coloro che l'abominio lo hanno attraversato. discendenti inclusi. ed inclusi anche gli assassini genocidi a gaza. che quel portato lo portano. ed assassini genocidi rimangono.. le loro colpe sono quelle, puntuali e senza prescrizione.

e poi c'è dell'altro. per cui oggi ha ancora più senso celebrarlo, il giorno della memoria.

oggi dove sembra stia per saltare tutto. l'abominio, la guerra mondiale, il disastro dell'uomo sull'uomo ha lasciare almeno l'idea di strutture sovrannazionali. ed il diritto internazionale come unico riferimento. tentativo con tutti i difetti ed i limiti. tentativo che [variegatamente sgarruppato] ha provato a funzionare. ora che che si sta spaccando tutto, lo iato è evidente. e quanto è comunque meglio quel tentativo. ora che non funziona più. che il [trito] chiasmo: la forza del diritto sostituito dal diritto della forza è ormai un dato di fatto. in quest'oggi senza più freni non ci si vergogna più. è normalizzato, conta solo l'arroganza del più forte. non se n'era mai andata 'sta cosa. ma provavamo a considerarla un'ignominia. ora lo è di meno. sembra essersi innestato nella circolazione della normalità delle cose. e ci sta avvelenando.

quanto siamo lontani dall'abominio, oggi? si era detto: mai più. non serve si ripeta quell'efficienza di sterminio. anche se non si ripeterà quell'unicum, quanto siamo già lungo sul piano inclinato? quanto stiamo iniziando a rotolare, quanto già rotolato? sempre un pezzo di mondo, ovvio. sempre noi la parte più ricca. che gran tocchi di umanità affogano in mari agitati di ingiustizie da troppo tempo.

ho ascoltato in una rassegna stampa porsi una domanda: qual era il clima quando, un secolo fa, si è cominciati a rotolare. per poi finire dove siamo finiti. com'era stare all'inizio dei fascismi. la storia non si ripete mai uguale. però un'idea, chi scriveva, la buttava lì. quando c'era di diverso rispetto ad oggi?

per tutto questo, per tutto il resto ha senso, ancora di più, celebrare la giornata della memoria. anche questa è resistenza. ricordare cosa è stato. perché se siamo stati capaci una volta, non possiamo essere più al sicuro. specie quando si intravvede il piano inclinato davanti a noi.


piccola chiosa finale. sul perché non voglio colpevolizzarmi troppo. le notizie del mondo mi abbattono. lo percepiscono, picconano il mio umore. dei cinquanta milligrammi di sertralina giornalieri, qualcuno di questi è dovuti, son certo, al non ignorarle, le notizie del mondo. il giorno della memoria è la memoria di un dolore, per quanto un'eco, che ci si augura non si spenga mai. ma è dolore. forse è un tentativo di non farmi soverchiare, anche da questo, di dolore. di cui mi sento impotente, quindi frustrato. anche se mica non lo so sia un'esperienza collettiva, mica son così originale. impotenza e frustrazione in un momento, di mio, in cui la sento perfettamente l'inerzia che mi affatica ad agire. già fatico sulle cose semplici. figurarsi l'atto ad agire per scrollarsi di dosso la frustrazione impotente. figurarsi. ecco. non è che non volessi celebrarlo. sapevo sarebbe stato un po' più [emotivamente] faticoso. ma poi è l'unica cosa giusta da fare. quindi va bene così. giusto sia così. anche se è difficile.

Wednesday, December 31, 2025

analemma

guardo l'analemma, con ben in evidenza quello del solstizio invernale.

guardo l'analemma, un mondo di suggestioni a sommergermi.

l'analemma, così simile al simbolo dell'infinito, un'altra declinazione del nastro di möbius. che ha dentro il senso dell'incedere continuo, ciclico ed in eterna trasformazione. per quanto anche per l'analemma il concetto di eterno si affianca, ma non ci combacia. terminerà anche l'analemma.

guardo l'analemma ed è la percezione noi si rimanga sempre più segnati. che l'analemma si dispiega nel cielo, cambiando gli alzi del sole di mezzodì. ma noi passandoci, è come uno sfrigolio, l'attrito e lo sfregare di quello che ci accade, sotto quel cielo.

guardo l'analemma e lo sento l'effetto del suo incedere. stagione dopo stagione, anno dopo anno. diversità di alzo del sole del mezzodì dopo diversità di alzo del sole del mezzodì. ci passiamo in mezzo. cambiati. un po' più consumati. un po' peggiori. un po' migliori. un po' delusi. un po' rinfrancati. un po' con la nostra ciclicità nel tentare di agire, o agire per tentativi. sicuramente, mentre si dispiega l'analemma, impariamo cose nuove. anche se pensiamo di saperle già.

guardo l'analemma. e penso a quest'altro ciclo di alzo del sole del mezzodì. e cosa ci è finito in mezzo.

il ripetersi del volersi sentire sommersi, riempiendo quanti più attimi in quella cosa che è zona di comfort tossico, che è lavorare là dentro.

l'emozione di salire in cima ad una morena, aggrappare ad un masso il ricordo di una persona - peraltro mai conosciuta.

percepire quanto sia il piano inclinato dell'anzianità del genitore. e la gratitudine di aver la consapevolezza di doversi baciar i gomiti, per il momento.

lo stupore per come la morte, improvvisa, del costruttore di ponti mi abbia turbato.

l'idea di essere ormai giunto al cambio di paradigma. e poi veder vedere scioglierla come la neve di maggio. ed assieme la grandissima lezione: le ossessioni, sono un giogo che schiaccia. liberarsene è una ventata di levità.

il rendersi conto di come scivoli meglio il camminare, quando ci si adopera per espungere le asperità. ed in qualche modo le cose ti tornano indietro. star meglio quando si sta bene. a partire dal come porsi con il prossimo. chiunque sia.

la consapevolezza, di nuovo, del privilegio. che non sia cosa da sprecare. qualsiasi cosa significhi.

le persone, che accompagnano da tempo. quelle incrociate sotto il dispiegarsi di questo analemma.

il cielo dove declinano gli altzi del sole a mezzodì sembra sempre lo stesso. ma mica è così. come l'acqua che sembra che è ferma, ma hai voglia se va. come lo siamo noi. immersi. a guardar di nuovo il sole di mezzodì. anche senza accorgercene, ma ben sotto quella volta.

che sia un altro analemma. con un po' meno, almeno un pochino suvvia, di ingiustizia. sempre meno femminicidi, morti sul lavoro, suicidi in carcere, morti nel mediterraneo centrale. basta col genocidio a gaza. basta con la guerra di aggressione in ucraina. un po' più di amore per l'ambiente. e magari alberto trentini libero. il resto, non lasciar andare la consapevolezza.