Saturday, April 4, 2026

veglie

quest'anno gioco d'anticipo.

nel senso che non scriverò nulla mentre le campane si sciolgono a festa. o in attesa di. per quanto ormai non vieppiù nemiche, le campane e il loro sciogliersi. passato da mo quella sensazione come da piccola vendetta, struggente, per la mia apostasia che comunque è già di qualche vita fa.

convinta, l'apostasia. però rimaneva comunque un vuoto, non partecipare più alla veglia pasquale. che mi contorceva le budella emozionali. per il fatto di esserci, assieme alla comunità. per il fatto di sperarci in un senso che passasse [anche] da quella rivelazione. per il fatto di crederci come un elemento fondante del proprio essere e strutturarsi.

invece era volato tutto via. se n'era andato. come lo spirito, πνεῦμα, che il gesù uomo sulla croce aveva reso, prima che si facesse buio su tutta la terra, e i paramenti a lato gli altari di mezzo mondo, per secoli a venire, fossero lasciati cadere.

qualcosa non c'era più. apostasia.

ma era rimasto il vuoto per il senso perduto dell'essere là, quando le campane si sciolgono a festa.

poi è passato. le cose sono cambiate. il senso si è fatto percorrendo altre vie, arabescheggianti, ma mica puoi dire loro: cazzo arabeschi a fare? o no?

e le cose sembrano cambiare, anche se ci si ritrova a rimbalzare sul tappeto dell'esistenza. ed in alcuni momenti ci hai un po' la sensazione di deja vù. ma come: siamo ancora a questo punto?

poi uno non è del tutto risolto.

quest'anno gioco di anticipo.

nel senso che scrivo ora delle campane che si sciolgono a festa. che c'è ancora luce, là fuori. e là fuori andrò quando sarà sceso il buio. chissà se un pezzo di luna rischiarerà un po'.

[parentesi. l'amico daniele, mille anni fa, quando fece lui la sua di apostasia, qualche anno prima della mia, aveva il suo modo di ovviare alle campane che si sciolgono a festa. posto che manco ho mai saputo se per lui, 'sta cosa delle campane che si sciolgono a festa, abbia mai significato qualcosa. insomma. lui saliva in montagna la notte di pasqua. "perché a pasqua c'è la luna piena e quindi illumina il cammino". pensai, già allora, che aveva un che di romantico. ma era piuttosto calato male nella realtà. perché può essere nuvoloso. e bastano pochi giorni dopo il plenilunio, che è un attimo perderla, la luna, nella prima serata, che sorge sempre più tardi mentre cala. poi  uno dice che alcune cose si potrebbero riconoscere da lontano. a sapere che bisogna cercarle.]

andrò là fuori. e parteciperò ad un pezzo di veglia. voglio esserci di nuovo. senza peraltro sperarci e senza vieppiù crederci. ascoltare le letture che raccontano del passaggio, pesach, pasqua. voglio essere presente. starci anche io nella veglia che è la madre di tutte le veglie. il sussulto emozionale me lo voglio concedere, nel caso. e se non arriva, sticazzi.

poi, una volta sciolte le campane a festa, me ne tornerò a casa. il resto è per i cattolici, per chi ci crede, o semplicemente chi deve far una certa presenza nel contesto del paesello.

quindi non è roba per me.

però quello prima sì. che le cose tornino, rimbalzando. però in un qualcosa di diverso. e a suo modo nuovo. è tipo un altro inizio.

dubito vedrò la luce, come accadde a jack alla triple rock baptiste church di scicago. ed ovviamente non è questo il punto. quindi è piuttosto probabile farò ritorno a casa in controtempo.

ma sarà comunque una veglia di pasqua diversa, qualsiasi cosa significhi pasqua, qualsiasi declinazione assuma diversa.

ma che riesca a cogliere il fatto che si può muovere il culo. che non siamo destinati [già ora] alla disperanza.

che sia passaggio, quindi, pesach, pasqua.

Sunday, March 8, 2026

donne

non ci son cazzi.

ci salveranno le donne. se daremo loro la possibilità di farlo. o se riusciranno a prendersela quella possibilità, in qualche modo. se c'è una speranza per l'evoluzione dell'Umanità son certo passi per di lì. attraverso loro, spostandoci sempre più' dal paradigma fallocratico degli ultimi secoli, millenni. abbattendo il totem arcaico del patriarcato. che occhei il maschio, testosterone dotato, era più forte. utile quando si cacciava e si stava nelle caverne. è che poi è venuta fuori, darwinianamente, 'sta struttura culturale. quindi la sublimazione teologica: il capo degli dei un maschio, maschio il dio monoteista. e così giù, appunto, per secoli e millenni.

se c'è una speranza per l'evoluzione passa dando sempre più peso alle intelligenze delle donne. e che i maschi la facciano loro, ed un po', già che ci sono, si levino anche dai coglioni. tipo la gerontocrazia che dovrebbe lasciar spazio alle menti più giovani. è proprio una questione di intelligenza collettiva. che è altra e  raffinata. quella di noi maschi ha dimostrato spesso la sua banalità. poi esistono donne meschine, inette, stupide, così come esistono maschi eccezionali. pare banale ribadire l'ovvio. così come non basta una donna al comando. tipo la fratella d'italia. che sarà pure femmina, ma poi incarna ampie falcate di retroguardia maschilista, e si vede bene come siamo messi [che la fratella, proprio perché donna di suo intelligente, svetta in quei lidi destrofasci da mo. e le riesce soprattutto per la mediocrità dei loro maschi, imbarazzante].

se c'è salvezza sarà grazie alle donne. siamo in un periodo di passaggio, come in fondo lo sono tutti i periodi. ora per evolverci dobbiamo andare in quella direzione. che magari non è semplicissimo, neh?. ci sono strati e strati e strati, quasi una cosa litologica che ci pervade. e quindi ovvio che il tentativo di rottura, il pungolo delle avanguardie, quelle puntute femministe. e la loro spigolatura che si percepisce eccome. ma è l'invito perentorio a muovere il culo. a schiodarsi dallo status quo di essere portatori [più o meno] sani di patriarcato. lo siamo tutte e tutti. però i maschi di più, ovvio. portano seco un privilegio per il fatto di nascere con il pistolino. [poi vabbhé, parentesi personale. 'sto privilegio, personalmente, non l'ho mai davvero agito. anzi. e per anni mi sia sentito quasi non degno di questa complessità che tanto mi affascinava e mi intimidiva. e conta poco se alcune donne han capito fossi d'uso all'azzerbinarmi. in fondo hanno esercitare uno dei pochi poteri che è stato lasciato loro. forse l'unico. che fa scopa con la dabbenaggine che a volte mostriamo in alcuni ambiti, noi maschi col pistolino.]

non è una festa, quella della donna. forse il termine è sviante. giornata internazionale dei diritti delle donne. che [ancora] lottano per l'uguaglianza dei diritti e delle possibilità. lottomarzo. lotta perché c'è un'antropologia da cambiare. in questo pezzo di mondo, pezzo di un altro pezzo di un altro pezzo di cosa più globale.

da qui dobbiamo passare. in quella direzione l'Umanità deve camminare. tutta assieme.

è un percorso. io ci sto mettendo del mio. cercar di essere migliore passa anche da qui. anche se non espungerò tutte le contraddizioni che porto meco. anche se magari inizierò ancora i post con "non ci son cazzi". ma ben consapevole di un fatto. se una qualche peculiarità bella ed interessante ce l'ho, è anche, soprattutto, legata alla mia componente femminile elevata. ben lieto di trovarmela dentro quel tipo di intelligenza. ben lieto di questa contaminazione. come mischiare due corredi cromosomici molto diversi: è più probabile si manifestino le caratteristiche genetiche migliori, funzionali allo sviluppo. e poi ci si può esercitare a migliorarla.

contaminiamoci. l'Umanità ha bisogno dell'intelligenza delle donne. noi maschi di imparare sempre più da loro. e lasciarle fare sempre di più. finora è stato fatto ancora troppo poco. voglio contribuire, quel che riesco, ad andare sempre più lesti per di là.

e buon lottomarzo a tutte le donne. consapevoli o meno.

Saturday, February 21, 2026

abbracci

ci son cose che non hai mai fatto. e poi lo fai. senza pianificarlo, programmarlo, ritualizzarlo. vengono, punto. come a trovarsi pronto, senza capire esattamente come ti ci sei trovato. pronto, intendo. ed in fondo stigrandisssssimicazzi dover o voler capire il perché delle cose che vengono.

erano lustri che non festeggiavo il compleanno con più di tre-quattro persone. volutamente intendo.

capitato andassi a bussare un po' di compagnia in quel giorno. quasi furtivo e senza troppo preavviso. possibilmente nascondendo il perché. al limite raccontandolo alla fine.

sì. ad un certo punto era un giorno che quasi temevo. come se il non sentirmi realizzato, lontano da quello che avrei voluto essere, fare, fosse motivo sufficiente di [auto]disdoro. non c'era nulla da festeggiare, visto che la vita non veniva come mi ero immaginato, desiderato dovesse venir fuori. il non riuscire a costruire una relazione. la sensazione di aver sbagliato facoltà, lavoro, destino. il non sentirmi così all'altezza, non realizzato. una via di mezzo tra lo sprecar le potenzialità che intuivo esserci, ma che se poi non servivano tanto valeva averle. avrei poi imparato il termine più sofisticato: irrisolto. 'ste cose qui. insomma.

figurarsi, così, se me li meritavo gli abbracci. il tutto condensato nel giorno del genetliaco.

un anno ho tenuto il telefono spento, tutto il giorno. lasciar tutte e tutti fuori. peddddddire.

col paradosso che che tanto mi saliva una leggera ansia il giorno precedente, e tanto più ero evitante. e tanto più la sera, a giornata genetliaca conclusa, mi prendeva una nostalgia, che come cantano è canaglia. nostalgia per le cose che non c'erano più, soprattutto perché non c'erano state. sensazione, spiacevole, di aver perso un'occasione di qualcosa che neanch'io sapevo come.

mica non avevo contezza vi erano ragioni per essere grato e festeggiare. starsene in salute [fisica], ad esempio. e via tutto il corollario. poi uno dice che un po' c'è di bisogno di una brava, tipo odg.

e non sarà un caso che le cose son cominciate a cambiare da durante la pandemia. che lì era più semplice capire come le cose hanno le loro proporzioni. lo capisce anche un pistola come me.

insomma. nesso causale o temporale. il festeggiarlo mi è venuto più semplice, armonico, naturale. che poi il festeggiarlo è l'epifenomeno. quel che si è strutturata è stata la voglia di condividere quel momento. e cominciare, un po' timidamente, a far pace con la storia degli abbracci. che sì: meritavo. e merito.

fino alla mezza improvvisata di questo, di genetliaco. o forse erano maturi i tempi. senza capire esattamente come sia venuta fuori 'sta cosa. sì. ho chiamato persone, pezzi di vita variegate. tutti importanti, a loro modo. ad accogliere la richiesta di annunciare: sì, voglio i vostri abbracci. voglio condividere con voi che 'sta cosa me la merito.

che occhei l'epifania del senso della vita che passa anche attraverso il dono. però donare è anche essere capace di ricevere. senza troppo timore, il negarlo non ha più tanto ragione d'essere, né senso.

anche questa è una conquista.

ed ovviamente è stato bellissimo. una cosa che non sapevo potesse scaldare così il cuore. spiazzante, per certi versi. che non ci ero proprio abituato. la cosa confortante è che si impara, neh? anche a smettere di autosabotarmi. smettere di essere uno dei nemici più efficaci verso me medesimo. volermi più bene. che era poi anche il piccolo impegno che mi ero preso per questo, di anno.

sì. è stato fottutamente bello, coinvolgente, rinfrancante. che sarà pure stata l'ossitocina sviluppatasi. che vien voglia di ripeterla. con la grande consapevolezza della gratitudine verso chi c'è stato. testimone e attuatore di una cosa che mi rimarrà dentro, per sempre.




Wednesday, February 18, 2026

dono

"tutta la vita è un dono, per ogni uomo. tutta la vita è un dono, in ogni momento". così cantano quei mattacchioni del gen rosso. devo averla pure suonata, sdren-sdren-sdren, ai tempi oratoriani.

niente di particolarmente originale, e ci mancherebbe, all'interno della gran fluire maieutico del cattolicesimo più o meno militante. oltre che mantra che si ascolta spesso ma si recepisce poco nel marketing delle omelie della domenica. chissà quanti fedeli, più o meno stancamente, ascoltano, come una specie di ovvietà. che poi non mettono via. scivola da altre parti. in fondo, per certi versi, ho fatto così anch'io per anni, che pur ero ben convinto.

il messaggio di ordinazione della figura più importante, disturbante e dolorosamente deludente [forse tossica] di quegli anni recitava: se il seme caduto in terra non muore, non porta frutto.

mi è tornato dalla memoria lontana il refrain di quella canzone. e quella frase qualche giorno fa.

perché ho avuto una specie di piccola epifania. che magari non è la prima volta. però forse me lo sono dimenticato. che uno diventa vecchio, e per far posto a quel po' di esperienza in più si lascia dietro anche le epifanie. chi lo sa.

e la piccola epifania è che 'sta cosa, della vita come un dono, mi è parsa lucidamente chiara e teleologica nel piccolo. che forse il senso di questo stare ed esserci è proprio 'sta roba qui. che si declini in millemilamodi [anche ad esempio. e che esempio, nell'essere genitori]. che si accompagni ad altre realizzazioni più o meno cool o da paradigmi piccolo borghesi. che stia accanto a certe piccole soddisfazioni irrazionali e piaceri più o meno spirituali, emotivi, carnali. che sia il contrafforte del creare e vivere relazioni sincere, appaganti, disinteressate. ma un senso è quello di donarsi agli altri, per gli altri. qualcosa che trascenda l'ombelico del pronome io, e renda precipuo il noi. dal singolare al plurale. che saremo pure uniche singolarità, ma che senza la pluralità si va poco lontano. come un neuroncino col suo assone.

darsi agli altri. qualsiasi cosa, serenamente e da adulti risolti significhi. tanto, poco, tutto, ma non niente.

la cosa interessante, confortante, è che tutto questo può valere nel perfetto immanente del prossimo. intendendolo nella maniera più laica, agnostica, atea. senza la necessità di una qualche trascendenza [in senso stretto], di una qualche vita eterna da raggiungere [anche] con questo.

bastiamo noi, creature incerte e fragili. se un senso può esserci. in quanto tocchi di umanità.

questa cosa mi è parsa una specie di piccola felicità di intuizione. non so se e quanto la metterò compiutamente in pratica. o riuscirò ad adoperarmi oltre che quello che, variegatamente, provo già a fare.

però qui, per quello che può avere una ragione esserci. forse è financo disperante. ma è una disperanza di ciascuno che costruisce la speranza per tutte e tutti coloro, qui su questa spelonca di roccia vagolante nell'universo, vive ed è.

mi pare un bel regalo, oggi, averne serena consapevolezza.

Tuesday, February 17, 2026

tossici

scrivo un post banale. quasi ovvio. è che uno alcune cose le dà per scontate. tipo la salute. mica ce lo prescrive il dottore che dobbiamo stare al meglio, in perfetta forma fisica, mentale.

e così, di trasposizione in trasposizione, 

vale la stessa considerazione considerando i propri genitori. nel senso di quelli che ci han tirato variegatamente grandi. che il software ce l'hanno installato loro e fatto il setup [cit]. che avranno pure pensato di farlo al meglio, nel contesto culturale, valoriale, sociale di dove siam stati in quel periodo della nostra esistenza.

che magari di cagate ne han ben fatte. in assoluta buona fede. e gran parte del tuo divenire, magari, a cercare le patches, altri setup. o tirar fuori il meglio dalle installazioni che ci hai dentro. magari smadonnando, facendo dei giri pazzeschi. probabilmente le stesse cagate che avresti fatto pure tu. semplicemente con altri e più variegati strumenti culturali. cagate più dotte, ma comunque cagate. e la progenie a provare ad installare le sue di patches, o altri setup. anche questo è decircoolovvlaif. poi non è andata così. e forse è anche meglio. vabbhè. divago.

in ogni caso, da figlio, con la consapevolezza che han cercato di fare del loro meglio. che questa consapevolezza è una grandissima conquista.

ecco.

non è che sia per forza così scontata 'sta roba qui. la consapevolezza, intendo. ma soprattutto la garanzia che abbiano cercato di fare il meglio.

cioè.

io lo so che con me è stato così. con le cagate di cui sopra. ma è nell'ordine delle cose. e ci si fa pace.

il punto è che mi rendo conto di quel che succede quando capitano genitori tossici. non nel senso delle dipendenze, ovvio. ma vulnus nel relazionarsi. 

l'eco ed il reliquio che 'sta cosa lascia. come dei segni invisibili, ma hai voglia se ci sono. come le grinze della pelle quando è cicatrice. 

come un software installato male, che non è questione di bug. è proprio l'assistenza post rilascio.

non sarà per forza fatto apposta, consapevolmente.

però l'effetto può percepirsi. che sia l'eco di un dolore, di una sofferenza, di lagrime cacciate indentro nel profondissimo.

non ho avuto genitori tossici. lo davo per scontato. non è poi così scontato.

che anche di questo non ci si dimentichi la gratitudine.

Monday, February 9, 2026

inerzie

neve splendida. corona di quattromila nel far girotondo attorno sé medesimi. sensazione di libertà a farsi scivolare giù. la percezione di movimenti e consapevolezze muscolari sempre più naturali, armoniche. il vento a sferzare il viso. la quiete della risalita osservando il paesaggio intorno.

aver ritrovato qualcosa che scuote un desiderio che arriva da lontano. una specie di felicità incrociata quando era tutto così facile esserlo, onusto di speranze bambine. che non sai da dove venga, perché te la sei trovata addosso.

cose così.

basta prendere, muovere il culo, caricare quel po' di roba necessaria sull'auto e partire.

tra la roba necessaria lo spunto di farlo.

condizione necessaria, anche sufficiente a voler essere puntacazzisti.

nulla.

la testa ha remato contro. non ha ancora capito che così non si fa. e che se si fa così si rimane impantanati dall'attrito delle cose che non si smuovono.

perché è inerzia.

l'inerzia del copione depressivo. o del racconto che ne esce.

inerzia, la resistenza di un grave a cambiare il suo stato di moto. io che mi percepisco immoto.

ci vorrebbe levità. mica non lo so.

tanta più levità, tanta meno inerzia.

sono rimasto lontano dalla neve splendida. a colpevolizzarmi. poi ovvio uno ne esce frustrato.

ecco il mio uichend, dopo aver vellicato per tutta la settimana precedente di ritrovarmi in quella gioia, nel uichend ed oltre. ed invece il tutto ha preso un'altra piega inerziale. troppo stanco, sfatto, prosciugato di energie ed entusiasmi. titubante. che poi si sceglie non scegliendo. così si rimane bloccati. due giorni. a dormire molto. uichend finito, durato giusto il tempo di riposare abbastanza per ricominciare con nuova lena la settimana lavorativa. verosimilmente a sfondarmi di nuovo di ore là dentro.

non va bene.

fanculo l'inerzia.

Thursday, February 5, 2026

teopanda76

oggi è il compleanno del teo. compeanno tondo. è un po' in sbadta per 'sta cosa. credo anche per il fatto non stia passando un periodo esattamente semplicissimo. tuttuncomplesso di cose. se non fossi uno stronzo razionalista scettico gli suggerirei espedienti apotropaici: tipo un rito antimacumba, oppure dei gran bei ceri ad una qualche serie di santi.

e mi spiace davvero che per lui non sia un periodo esattamente semplicissimo.

e non solo perché al teo io devo molto.

perché se sono ancora là dentro, tutto sommato in bolla, dopo centotrentaquattromesi è anche, forse soprattutto, per lui. l'amico omar mi spinse ad entrare [per quanto la situazione finanziaria, allora, urlava di non fare troppo il difficile e di andarci di corsa]. il teo è stato, ed è un elemento di stabilizzazione. oltre ad essere colui che mi fece capire il senso.

e pensare che non si era proprio iniziato benissimo. almeno io. sarà perché allora mi stavano tutti sui coglioni. che poi era l'effetto del mio mood interiore di quando entrai là dentro, con tutto il peso del fallimento, relazionale, professionale, mi portavo appresso. ragionevole o meno fosse. e quindi mi stava sui coglioni anche il teo. figurarsi poi, con il quid in più dell'essere l'autorità costituita. non era un periodo facile nemmeno per lui. la responsabilità di un gruppo appena nato [proviamo se va, al limite si smantella tutto]. un sacco di bella gente che forse avrebbe gioito del fatto andassimo a gambe per aria. le persone che dovevano supportarci nei primi mesi, che il gruppo aveva sostituito, che non speravano altro di soffocarci nella culla. il cielo, un giorno scoprirà, per quale strana combinazione lisergica ha inventato la consulenza accenture.

quindi quei primi mesi non furono esattamente una passeggiata. ed il teo accusò il colpo. e non solo figurativamente.

nel frattempo ci sentivamo precari fin dentro al midollo: ci lasciano a casa, ripeteva ogni tanto il teo. non che aiutasse, neh? però subiva una pressione non indifferente, e alla fine non solo figurativamente. non ostante questo percepivo un comportamento quasi di riguardo nei miei confronti. 'sta cosa mi destabilizzava. mi stavano tutti sui coglioni. perché non accadeva esattamente il reciproco?

l'ho capito mesi e mesi dopo. ed il fatto è che il teo aveva capito, ben prima di me, il senso del mio stare là dentro. e quello che ero in grado di fare, di cui ero di gran lunga all'oscuro. anche troppo impegnato a masticare ancora amaro. con davanti autostrade spalancate in cui correva il mio sentirmi inadeguato. smoccoalando fantasiosamente e fantasticando vie di fuga. alcune anche psichedeliche, peraltro. nel mentre lui aveva già capito cose.

poi vero. il gruppo si assestava, faceva il suo là dentro. e lo faceva sempre meglio. roba che passava sempre meno inosservata. hai capito il gruppo del teo come gira bene, manco il motore della lamborghini di mister wolf, che risolve problemi. non ostante alcuni elementi improbabili [e ne sono passati in questi anni, ah se ne sono passati], quando non stronzi [nel nostro cuore, un posto speciale inarrivabile, ce l'avrà sempre il mai dimenticato essemme]. però ce la gestivamo internamente. tutte e tutti a darci una mano, con una più che discreta efficienza. sarebbe interessante capire quanti altri gruppi funzionano allo stesso modo, là dentro. merito del teo, sicuramente. a partire dal fatto abbia sempre acclarato che il merito non sia suo, ma nostro. e si capisce benissimo che non è un purrrparlè, da falsa modestia.

poi vero. alcuni atteggiamenti li capivo poco. e forse non li sopportavo così serenamente. anche quella specie di affezione paterna verso il gruppo, e molti di noi. spocchioso che ero: ce l'ho già avuto un padre, pensavo.

poi un giorno, vai a sapere perché, mi venne di scriverli cor ad cor. cuore a cuore. sentii la necessità di condividere cose. chi ero davvero, cosa provavo là dentro, perché mi sentivo ancora ben lontano dal percepirmi in sereno equilibrio omeostatico-emotivo, là dentro. odg non la riteneva una buona idea. una delle poche volte che odg ha ciccato in modo piuttosto plastico.

me lo ricordo quel pomeriggio, in area relacse, seduti al tavolino. mi aveva chiesto di far due chiacchiere, felice avessi deciso di scrivergli in quel modo. gli spiegai cose. gli raccontai di me. e lui fece altrettanto. non me l'aspettavo e fu una piccola epifania. intuii del perché del suo porsi.. e molto si disvelò in un affresco di rara coerenza. con quel senso di pienezza può regalare una cosa simile. ma soprattutto mi regalò, il teo, un senso importante del mio stare là dentro. non ci ero mica ancora arrivato. lui l'aveva capito da mo.

si chiamano soft skills, per quelli bravi che usano un sacco l'inglese. non c'è dubbio che il teo ne sia particolarmente dotato. e non sarà solo per quello credo sia uno dei responsabili più benvoluti dal suo gruppo, là dentro. è un dare-avere reciproco. un sincero win-win. e mi piacerebbe sapere quanti altri, di responsabili, possano affermare lo stesso, pure quelli bravi che usano un sacco di inglese.

ora. non che sia diventato o tutto facile, anzi. e la quantità di lavoro a sommergermi non aiuta. però non c'è dubbio che quel senso, piccola epifania teopandesca di quel giorno, sia un elemento fondante. poi aiuta anche la fatturazione. perché non siamo così ipocriti. però c'è modo e modo di mantenere in sicurezza il conto corrente. però è ben giusto sia riconoscente del privilegio con cui avviene.

così come c'è modo e modo di poter fare le cose. con il grande contribuito della serenità di sentirsi stimati, sinceramente, dal proprio responsabile [mica non le sento un sacco di altre persone, là dentro].  che ha capito, da molto prima lo capissi io, come costruirmi le condizioni migliori, per star là dentro. foss'anche il non detto ma ben mutuamente inteso: fai tu, mi fido, non c'è bisogno ti dica altro.

finché c'è il teo, là dentro in quell'organizzarsi, sarò ben poco tentato di andarmene. per questo continuo a pensare sia un gran bell'elemento di stabilità. per questo provo a far del mio meglio. anche perché il teo ne possa beneficiare più o meno direttamente. glielo devo. minchia se glielo devo.

ora traguarda con un po' di sbadta questo compleanno un po' particolare. in un momento un po' particolare, a suo modo molto faticoso. poi lo sbadta passa. lo so che passa. se potessi sarei ben lieto di regalargli un po' di levità dagli affanni sulle spalle. perché in fondo non se le merita nessuno. figurarsi uno come il teo. [che poi mi piacerebbe trovarne altri che, dopo trentanni, parlano ancora così innamorati della propria moglie. oltre che savaassanndiir, dell'affetto verso la sua creatura. che forse è cosa più diffusa. ma l'effetto che si percepisce è sempre qualcosa di avvolgente].

auguri teo. è stato un gran culo incrociare un personaggio sui generis come te. che lo sappiano ben bene anche quei tre-quattro che passano di qui.