io lo so, precisamente, che sono quello che sono diventato anche per le sue canzoni.
e non è una questione di ermeneutica delle liriche, interpretazione delle melodie. è che aver ascoltato alcune canzoni, in momenti precisi e fondanti, ha contribuito a plasmarmi. poi, tecnicamente, hermes fu marco, coi suoi ricciolini, il suo gilet hippy, il suo simbolo della pace fatto col filo di rame spesso. fu lui a strimpellarle alla chitarra, al campo scuola delle medie, canzone per un amica, dio è morto, auschwitz, un vecchio e un bambino [quanto ci aveva visto giusto]. il marco fu hermes, latore del messaggio.
il messaggio erano quelle canzoni lì. che così mi sono entrate come a far germinare cose. embrioni di quello che si diventa come persone, l'umanità che si è. era il momento, ero recettivo, assetato di cose nuove e adulte. che uno non sa cosa siano di preciso. però intuisci esserci. alcune canzoni le disvelano.
e da lì poi discende il resto. così come diventano il sostrato su cui edificare il resto, oppure humus vivo e vitale con cui divenire, col tempo. quando arriverà anche la possibilità di capire meglio, allargare lo sguardo, cogliere le sfumature, intuire il tratto. per avere poi la conferma che il senso, l'elemento fondante, l'avevi già fatto tuo, era già parte di te.
ti è appiccicata addosso, è roba tua, che senti talmente familiare e riverberante che ti viene spontaneo pensare che mica può venir meno. sennò è come se venissi meno un pezzo tu. mica può morire il maestrone. è come strappassero un arto emozionale. quindi se e quando moriremo, ma la cosa è insicura, non era un verso che portava alla fine sublime di una canzone. era una specie di dato di fatto apodittico.
sensazioni. emozioni. commozioni. un risuonarci, il riverbero pulsante dentro che promana dal principio attivo di quelle canzoni. ce le siamo inglobate. ognuno a modo proprio. con l'unicità di quello che siamo, unici.
ma la percezione, sono certo, è la medesima per tutte e tutti.
la vita di quelle canzoni che prende a battere e levare, più o meno di sguincio, nella parte più intima e preziosa di ciascuno.
perché, in fondo, ce le abbiamo dentro: anche le sue, e le sue in modo che son solo loro.
perché versi, strofe, ritornelli, melodie, canzoni ce le portiamo dentro da sempre. e per sempre sarà così.
è una certezza che ebbi la sera del primo concerto che ascoltai dei suoi. in realtà fu una specie di folgorazione. sono una persone banale, forse non abbastanza preparata, forse riverbero a frequenze diverse. non ho mai provato la sindrome di stendhal davanti un'opera di arte figurativa. però quella sera, all'inizio di quel concerto, vissi qualcosa che mai avevo provato, e che mai più ho provato. fu durante le battute introduttive di canzone per un'amica. ascoltate e riascoltate decine di volte. quasi come un segno di croce laico. si iniziava così. sempre si sarebbe iniziato così.
suonarono le prime battute, comparve il maestrone. ancora oggi ho 'sto ricordo lisergico: lui circonfuso di luce a scendere una specie di scalinata. cantò i primissimi versi. io ebbi la sensazione di essere lì, assieme a tutte i versi, strofe le melodie delle storia dell'umanità. qualcosa di immanente che trapassata il tempo e abbracciava lo spazio. ero lì ed ebbi l'impressione, anzi la certezza, che versi, strofe, melodie, canzoni erano dentro di me. ed erano bellissime. si trattava di capire come farle venire fuori. come se quegli attimi, quelle prime note, quei primi versi, avessero aperto il sacco amniotico dove stavano tutti quegli embrioni. circonfusi dalla luce ad illuminarle e accendere tutto questo. erano lì. le avevo dentro.
ancora oggi credo sia stato uno dei momenti più emozionati, toccanti, profondi abbia mai vissuto, in assoluto.
tanto che speravo di riviverle, cercandole ancora, pochissimi anni dopo con l'amico omar. altro concerto del maestrone. amico omar che mi era parso rilucere in maniera diversa dagli altri colleghi, che sentivo così alteri da me. l'amico omar no. grazie al maestrone. meglio: il medesimo aver inglobato il senso delle sue canzoni. occhei l'ermeneutica, occhei l'analisi musicale. ma quelle son cose che si spiegano. il senso e l'emozione sono cose si provano. iniziò quel concerto. quella folgorazione non ci fu.
però era bastata quell'unica volta.
col tempo mi sono poi persuaso che quella fu una specie di folgorazione estensiva. da intelligenza collettiva. avevo visto il sacco amniotico dentro di me. ma non era, necessariamente, una cosa solo mia. non sono mai diventato cantautore, anche se mi sarebbe piaciuto. ovvio. in fondo era responsabilità anche del maestrone, fare quella cosa lì. intuire e far intuire quelle cose che faceva lui, che facevano loro. nei primi momenti di quel concerto non avevo intravisto le canzoni che avrei potuto scrivere io. ma erano versi, strofe, melodie, canzoni che ciascuno di noi ha dentro. è roba immanente, che - di nuovo - trapassa il tempo ed abbraccia lo spazio, ed è di tutte e tutti.
poi ce ne sono alcuni. l'eletta schiera, che non è un pezzo di verso perculante, avvelenato. è la capacità che hanno alcuni di tirarle fuori. sanno entrarci così in contatto che poi le fanno uscire. et voilà: eccole. ad andare a costituire sostrati ed humus di generazioni. mica robetta.
e alcuni sono i prescelti, quelle avviluppati da un particolare abbraccio dal fato che confabula col caso. sono quelli che sintetizzano le chicche più raffinate e fondanti.
quelle ammantate da un senso così profondo e segnante che è come se cominciassero ad andare all'unisono col tuo respiro. che nemmeno ci pensi più. solo che quando non c'è più chi le ha tirate fuori dal suo sacco, è come se mancasse un pezzo di te.
non so se il maestrone sia stato il più bravo di tutti. non ci interessa granché, oggi. era quello cui si è voluto così bene, che come ti avessero strappato un pezzo.
anche se poi, voglio pensare, se la sia vissuta fino in fondo il proposito del si rida sul come andrà a finire.


