Thursday, October 8, 2026

cedrata

la conobbi come docente. in un corso per diventare volontario di amnesty. ci ero finito trascinato dal mio compagno di stanza. a sua volta trascinato dalla fidanzata di allora, sua attuale moglie. che peraltro ha fatto anche la volontaria di amnesty.

ne ricordo la competenza, la vivacità intellettuale, quanta energia promanasse. l'ascoltavo ammirato. anche titillandomi della musicalità del suo accento partenopeo. l'associavo lieto alla parlata della persona che consideravo tra le più importanti, allora. poi una delle sòle più solenni dell'intiera esistenza. io, altresì, durante la sua docenza, a lezione, continuavo a fare domande. sicuramente stimolato dalle considerazioni che le si promanavano. e forse sì, anche per far colpo su un'altra discente. ero rimasto colpito dallo slancio delle sue caviglie e i suoi polpacci torniti. peraltro era un periodo in cui rimanevo colpito con una inusitata facilità e frequenza. no. no. inutile mi si canzoni con una cosa del tipo: ma come? cosa cambia rispetto ad ora? no. no. allora ero nel vortice di dover adeguarmi ad un certo paradigma sociale: laurea, servizio civile, lavoro. ovvio dovesse arrivare una moglie, dei figli, una famiglia. cose così.

quindi non è che mi innamorassi di tutto, come coda di lupo quando era piccolo [ci sarebbe una citazione parafrasata]. ma mi ci avvicinavo con una pericolosa prossimità.

di lei, della docente, invece nulla. non che mancassero i presupposti. ne ero comunque affascinato. ma in una specie di rapimento mistico ed intellettivo. non altro. quindi non ne ero turbato, eroticamente o para sentimentalmente. ovvio riuscissi a seguire così bene le lezioni. fruendo tutto quello che aveva da docere.

bene per l'eventuale attivista che non sarei mai diventato. cazzo. peccato per il resto.

per quanto sarebbe stato meno bizzarro il modo in cui la riconobbi, rincrociandola, pochi anni dopo. a volte il mondo è piccolo. in quella cena. parlava, parlava, parlava. ed io a chiedermi: ma dove mi è capitato di averci a fare con 'sta fanciulla? la osservavo. e nel farlo mi sfuggiva il lembo con cui stavo per far volare il lenzuolo e disvelare.il ricordo. così smisi di osservarla. e cominciai ad ascoltai ad occhi chiusi. concentrandomi solo sulla voce. l'accento partenopeo meno marcato. però sì, ecco chi era.

"ma tu, qualche anno fa sei stata docente per amnesty a corsi per aspiranti volontari?"

"ma tu, eri quello che a lezione rompeva i coglioni facendo in sacco di domande?"

ritrovai la vivacità intellettuale. ed il fascino. stesso tipo di rapimento di qualche anno prima. non altro.. e non credo c'entrasse il fatto fosse sposata. ed io meno travolto dalla necessità di adeguarmi al paradigma.

non ci siamo più visti né sentiti per vent'anni.

quindi ci siamo ritrovati. con l'amico luca a far da catalizzatore.

entrambi alla ricerca di qualcosa in qualcun altro. senza saperlo bene fino in fondo. o forse senza aver il coraggio di darci la risposta, la domanda invece sempre lì a girar attorno.

solo i cretini non cambiano idea. quindi non mi è venuto di farlo. e di nuovo il rapimento mistico ed intellettivo. non altro.

però con il piacere di intendersi a meraviglia in modo del tutto naturale e rasserenante. non più scomoda la base delle le colonne di san lorenzo. poter discutere di tutto, con una facilità disarmante. senza ci fosse questa necessità di porsi dei limiti a scoprirsi. ed elencare i bachi. i bozzi che la vita ha prodotto. tanto, poco. sono i bozzi che ci accompagnano. nudi, figurativamente.

e quella sensazione di percepirmi ammantato di ampi tratti di banalità, nei suoi confronti.

a partire del perché ci eravamo incrociati anni prima, lei docente. anche lei era rimasta  colpita nelle emozioni importanti, human rights now. il tour mondiale di concerti [uno springsteen tarantolato e travolgente] che si fecero per i quarant'anni della dichiarazione dei diritti dell'uomo. millenovecentottantotto. quando nel pieno dell'adolescenza tutto sembrava possibile. ed alcuni ideali a pompare più dell'ormone- lei decise di iscriversi ad amnesty, per studiarli, adoperarsi per quei diritti. io decisi che sarei stato sul palco per il concerto dei cinquant'anni della dichiarazione dei diritti dell'uomo, grazie alle canzoni che avrei scritto. 

giuso per dire chi ha mostrato il grip sul proprio divenire.

ed a proposito di grip lei è stata chiara. su quel che avrebbe voluto. con tutta l'ampiezza della sua consapevolezza, in combo con l'acutissime intelligenza emotiva. io nel rapimento mistico ed intellettivo. non altro.

non ci si è incrociati, da quel punto di vista. per quando ci si è provato. e ricordo il senso di smarrimento di quando ne presi atto. e mi sentii davvero un po' più solo. tanto avrei voluto quel tipo di confronto e di nuova abitudine con una presenza di cotanta complessa compiutezza e intelligenza. solo qualche giorno prima le avevo fatto gli auguri, quasi entusiasti, dalla cima del monte. ma c'era già qualcosa di che vibrava strano. e non solo forse per i trenta gradi ad ottobre a mielleduecento metri, o l'eco del pogrom del setteottobre il giorno prima.

da allora qualche guizzo interlocutorio. molto silenzio. qualche recriminazione, con un velo di incomprensione. oltre la sensazione di un certo tipo di sovrastruttura, ed il rischio di formalizzare, appannandole, le cose , poco, tanto. non so. avevo intravisto anche leggerezza e spontaneità. poi ci sono i bozzi che giungono comunque. l'ultima volta, quando le portai la cedrata tassoni, qualcosa è stato piacevolissimo. qualcosa suonava distante. e forse, malinconico. oltre le punzecchiature del giorno dopo. forse perché non più prossimi l'una all'altro. forse per i pensieri insinuatisi, nel frattempo. tipo la ratifica di non essersi trovati del tutto. o forse in modi non del tutto combacianti, scombinati. tipo occasione perduta. ognuno col suo pezzo smarrito.

oggi compie gli anni. mi piacerebbe augurarglieli meno distante del piccolo messaggio le manderò.. e a proposito di compleanni ho voluto ci fosse anche lei, al mio. ovvio che coloro non la conoscevano ne siano rimasti colpiti. roba che i bookmaker non ci avrebbero nemmeno provato e quotare  roba quasi banale. banale come mi sento, per lunghi tratti, io nei suoi confronti. come sembra quell'aggeggio rimescolante, banale nella sua efficacia, e ci si trova un po' più lontani. tipo un astrolabio dispettoso, che disegna orbite eccentriche, che si incrociano tangenzialmente. e poi [de]siderano altrove.

ne avevamo bevuto una bottiglietta a testa, di cedrata. ci eravamo ripromessi avremmo fatto lo stesso con le altre, nelle occasioni successive. chissà non ci abbia ripensato. evitando possano andare a scadere.

Tuesday, September 29, 2026

sottotitoli

a metà della proiezione del film ho pensato avrei voluto fosse la versione in lingua originale, con i sottotitoli. stavo ascoltando la traduzione in italiano, a coprire parzialmente le voci in ebraico. parzialmente. così da percepire il tono neutro, senza enfasi, tratti di trasporto emotivo. un tono di voce normale. come stessero raccontando cose normali. senza lasciare spazi ad increspature potessero somigliasse vagamento ad un dubbio, un rimorso, una perplessità.

ascoltandone distintamente voce, sarebbe sembrato ancora più distrurbante, ancora più d'impatto. forse ancora più da rimanerne alla fine con lo sguardo fisso sui titoli di coda, ammutolito.

ascoltare il tono, quasi neutro, di quel soldato, analista, operatore d'intelligence, che raccontava di aver sentito di operazioni cinquecento naza ad uno. così come ce ne sono stati di duecento naza ad uno. cinquanta, venti, quindici naza ad uno. 

naza, vittime civili collaterali nel colpire il bersaglio, cioè chiunque appartenga ad hamas. o che l'algoritmo stabilisce con un margine di errore del quindicipercento vi faccia parte. naza. coloro che non hanno altra responsabilità che quella di trovarsi nei pressi dell'obiettivo, quando viene liquidato.

ma questo, cosa si intende per naza, suppongo sia quasi scontato. quanto meno per gli appartenenti alla bolla che passa di qui. sei o sette, ormai.

è un film di quasi solo parole. che lascia, appunto, senza parole. per quanto ne stia sprecando qui dentro.

piazzante lo iato tra la disumanità di quello che si sente raccontare con il tono - per quanto intuito dalla voce di doppiaggio - con cui viene raccontato. è questo che spiazza, ne amplifica l'importanza di doverlo guardare, quel film. per questo avrei preferito i sottotitoli.

la normalità che danno per scontata chi racconta. prendere atto, roba apodittica, sia tutto pianificato, quindi portato in essere, per far sì che una popolazione venga annientata. è roba quasi asettica. come di un chirurgo che spiega d'aver rimosso un qualcosa di malato da un corpo per renderlo più sano.

mi son trovato a domandarmi più volte, in quei paralizzanti ottanta minuti: ma sto ascoltando cose vere? sono lo spettatore coinvolto in una sceneggiatura inventata?  quasi a volermi scuotere, a causa di quelle semantiche che paiono davvero così estranee dal contesto umano. di chi ha una certa idea di umanità.

non c'è odio, livore, racore nel paraverbale di quelle persone. non c'è - apparentamente - emozione perché non sembrano considerarle umane, le vittime. naza o meno. numeri, statistiche, colori che mappano zone più o meno densamente popolate, dopo aver bombardato tutto per spingerle verso sud.

qualcuno che è brava o bravo, credo proprio, può spiegarla meglio 'sta cosa. l'assenza - apparente - di emozione è forse l'effetto di una rimozione. autoprotezione. perché averne consapevolezza porterebbe  più facilmente a perdere il lume, piuttosto che affrontare quella colpa. talmente è fuori dall'ordinario dell'umano quello che costoro raccontano.

sì. ogni tanto si percepisce un silenzio che fa intuire - forse - un qualche baluginio di dubbio. silenzi - forse - carichi di significati alla fine di alcune frasi. come se l'enunciarle, ascoltandosi raccontarrle ad un altro, smuovesse qualcosa dentro. per quanto si intrecci alla didascalia del dettagliare l'efficienza della struttura organizzata sterminatrice. di cui si sentono ingranaggi: per cui se tutti sono colpevoli, nessuno è colpevole. "se non lo faccio io, lo farebbe qualcun altro". "obbedisco solo a degli ordini arrivano dall'altro, da chi ha deciso di farlo".

roba sentita, tra l'altro, a norimberga.

guarda un po' com'è tutto sommato limitata la sintassi dell'abominio. perché, naturalmente, l'abominio in sé non esisterebbe, se non ci fosse qualcuno a sostanziarlo. e quel qualcuno non potrà sottrarsi del tutto alla necessità di cercare risposte, perché le domande sono inevitabili, in quanto senzienti.

ho provato ad immaginare cos'abbia provato uno dei registi. colui che in scena. yuval abraham. ad ascoltare, interagire, confrontarsi con quella pragmatica di disumanità normalizzata. si coglie che a tratti sia sconcertato dal flusso di normale disumanizzazione ascolta. se la vede scorrere accanto, non se ne lascia sopraffare. immagino cosa  sia costato ad entrambi i registi. cosa deve essere passato per la loro testa a raccogliere quei racconti. così, in presa diretta. niente a che vedere con il clamore mediatico, gli articoli della critica  la sinossi. ciò che può aver preparato - immagino - chi quel film è andato a vederlo con consapevolezza. mentre lui, yaval, interloquirci, come si farebbe con un tuo prossimo che è prossimo nel senso più stretto. magari coetaneo, stessa nazionalità, stessa religione. uno con cui potresti aver studiato, giocato a calcio, bevuto una birra il giorno prima.

è un film stordente. anche per lo scorrere della quieta serenità della notte di tel aviv, filmata dai balconi. ovvio quel senso placido, rassicurante. mentre a sessanta chilometri da lì il genocidio. termine peraltro usato anche da qualcuno dei soldati, o quella roba disumana lì.

ed il genocidio si intravvede negli ultimi due-tre minuti. una scena nemmeno tra le più crude siano circolate negli ultimi tre anni. posto sia già straniante definire nemmeno tra le più crude quello che rappresentano i corpi di cinque, sei creature, quello che si vede: le gambe. la parti superiori del corpo schiacciate e nascoste da quello che resta del un pavimento crollato di un palazzo. calcinacci e armature di ferro scoperte. il padre che li chiama, li cerca, scavando a mani nude e che li scopre. per crollare  devastato dal dolore. niente sangue o carni maciullate. l'effetto tra le decine di migliaia di quell'abominio. dopo tutte quelle parole, che rischiavano di diventare asettiche, anche per proteggerci, eccolo lì, cosa significano, come si sostanziano. 

non sono naza. è umanità cui è stata negata l'umanità.

se capita, comunque, andate a vederlo. è d'uopo starci male e rimanere senza parole. dopo averle lette dai sottotitoli.

Saturday, September 19, 2026

incel

questo non è un pipipi, piccolo post psicopipponico. ma un po' potrebbe avvicinarvicisi è un post di cruda confidenzialità. scrivo di cose un po' di cazzi miei. non che gli altri post non lo siano, perbacco. ma ci sono cazzi miei e cazzi miei, pure quelli non esattamente serenissimi, né encomiabilissimi, tipo questi. mi  viene da acclararli, per una qualche vaga speranza nel valore [auto]terapeutico della scrittura, sticazzi se ingarbugliata. e un po' per ricordarmi che si è passati da qui. ancora.

in questo momento il desiderio di una donna è importante. meglio. il desiderio del corpo di una donna è martellante. meglio. il desiderio dell'intimità del corpo di una donna, e la complicità con lei, è spiazzante. siamo ad una versione un po' classista e raffinata del: basta che respiri. basta che mi susciti una qualche curiosità estetica. fottesega mi annoierebbe dopo averci interloquito un quarto d'ora. fottesega i congiuntivi. fottesega la carta velina di spessore intellettivo-emotivo.

sì. insomma. ho desiderio [disturbante] di chiavare. forse si avvicina più ad un pensiero ossessivo più che ad un desiderio, per quanto disturbante.

paradossalmente è un succedaneo. la storia del chiavare, dico.

perché è come se fossi oramai persuaso che le relazioni siano sopravvalutate. e che tanto oramai siamo rimaste e rimasti solo quelli fuori bolla, troppo fuori bolla. quindi almeno chiaviamo. però, nel frattempo, è come avessi disimparato ad approcciare con una donna sconosciuta. anche se c'era poco da disimparare. di più: è un qualcosa che carica un po' il meccanismo a molla del panico. come se avessi decretato la mia totale incapacità. l'impossibilità di poter cominciare a percorrere i pendii del suscitare l'interesse di una donna, a partire dal punto zero di curiosità.

non sono buono. è inutile che ci provi. ognuna che incrocio, potenzialmente, potrebbe confermare. il bias dell'autoinganno, che così si sostanzia. quindi incrocio un sacco di donne [il canone estetico che può scatenare curiosità si è aperto a ventaglio, parecchio] che diventano, potenzialmente, sostanziatrici del bias. quindi da guardare con sospetto. nemiche, a sbracare un po' con i termini.

mica non lo so che non ci sono ragioni razionali. mica non lo so che posso piacere alle donne. mica non lo che al netto della timidezza sono ben capace. mica non lo so che questo doveva essere l'anno in cui cominciare ad essere un po' meno il peggior nemico di me medesimo. lo so.

però questo sfasciume sta tutto nel recesso delle pieghe di ciò che non si può controllare con la razionalità. 

è un trambusto, emotivo, di tristezza e rabbia. verso di me e la mia timidezza, che mi ottunde. rabbia per andar oltre la tristezza che poi se ne sta a braccetto con l'autocommiserazione. che non so cosa sia peggio.

e un pulviscolo di rabbia distillata verso le donne, che nulla c'entrano. su cui si infrange la percezione di inadeguatezza, e che mediante l'atto mancato verso costoro, si attiva nuova e medesima inadeguatezza. e tutta la frustrazione che ne consegue. ed il paradosso è che l'eco delle possibilità di cui so, razionalmente, la moltiplica pure, la frustrazione.

credo sia questo uno dei giri perversi, viziosi, da nodo scorsoio che può portare ai deliri - frustrati - degli incel: involontary celibate. non scopo, colpa di quelle stronze di donne, che non mi vogliono. ragione per considerarle nel peggiori dei modi, giustificando i peggiori modi nei loro confronti.

se non avessi introiettato il rispetto per loro [e questo, lo so, arriva dritto da mio padre], non avessi ben chiari i fondamentali, non ci fossero limiti invalicabili nel provare rancore vendicativo [da cui, il caso mi ha arriso, son sempre stati molto lontani], non avessi contezza di alcuni miei bachi e degli averli accettati, rischierei, forse, di finirci dentro a piedi uniti. nel delirio da sabbie mobili degli incel, intendo. 

poi, lo so, di esserci ben lontano da quelle sabbie mobili. grazie anche la consapevolezza, sempre più importante, di essere portatore sano di patriarcato.

ma aver intravisto, lontano all'orizzonte, uno dei possibili - ma molto improbabili - scivolamenti è stato una specie di schiaffeggiamento.

non so.

spero solo passi, quanto meno il titillo ossessivo. che è faticoso. e possa rimettere abbastanza nel cantuccio la frustrazione, che azzoppa.

ovvio, non basta sperarlo. confido nel tempo e nella capacità di fare, oltre che scriverlo nei post, intendo. e confido, di nuovo, degli inibitori dei ricaptatori serotoninergici.

so che così non va bene. si riparte anche da questa consapevolezza.


Thursday, September 10, 2026

denise

stare nei giardini lea garofalo mi fa sempre sentire partecipe. non indifferente in quella piccola, grande storia, di una donna ammazzata dal marito, fatta e pezzi e bruciata. perché non si era assoggettata allo costrizioni della famiglia, la peggiore si possa pensare: quella 'ndranghetista.

l'omicidio di lea garofalo - a  trentacinqueanni - è un femminicidio e assassinio vendetta di mafia su un'innocente. insieme. è il quadrato dell'ignominia si possa riservare ad una donna.

per questo, accanto a via mondello, sono stati intitolati a lei quei giardini. meglio: quello spazio verde ancora con tracce di vegetazione spontanea. è come stare in un posto ancora più autentico. lì dentro io lo percepisco: qualcosa nella memoria di questa donna, coraggiosissima, risuona. come se lì, il suo spirito, ti si appiccasse ancora più addosso. a non lasciarti dimentico di quello è stata lei e quello che le è toccato. che è cosa che mi strugge.

ed oltre alla memoria, c'era la consapevolezza che qualcosa di lea rimanesse. la figlia. denise. una vita che rappresentava una specie di invincibilità di lea. denise come testimonianza vivente di quello che era stata lea. non importava vivesse con un altro nome, in un'altra città. il fatto ci fosse denise era il fatto ci fosse qualcosa di molto tangibile di lea. a partire dalla lotta nel ricordo della madre. ed il coraggio che ha mostrato nel ricordo della madre.

deve essere stato qualcosa di troppo faticoso da portare avanti. denise ha deciso di  andarsene. a trentacinqueanni, la stessa età che aveva sua madre quando fu uccisa da quell'immenso abominio umano del marito.

denise era ciò che restava di vivo di lea, per tutte e tutti coloro sono stati toccati dalla sua storia. a cominciare dal fatto denise accusò e denunciò colui che aveva la sciagura di avere come padre.

forse era qualcosa che ci poteva consolare. ben lontani e paciosi da chissà quale fatica di continuare ad essere, per lei. figlia di una madre assassinata per mafia da parte di quell'abominio del padre. "per lui provo solo pena. per tutto quello che ha perso: la moglie, la figlia, l'amore". così disse di lui, dopo la condanna.

quando ho sentito la notizia mi è placata dentro un'immensa tristezza. per tutto il dolore che deve aver provato e sopportato. per il fatto ne sia stata schiacciata definitivamente. perché è come se anche lea, oggi, morisse ancora un po'.

e non rimanesse nemmeno più nemmeno la speranza, la testimonianza vivente di ciò che è stata.

una grandissima amarezza e tristezza.

e quindi ora, il ricordo, dovrà essere ancora più vivo. ricordo per loro, entrambe vittime di mafia. ricordo per andare oltre quella tristezza. provarci, almeno.



Saturday, September 5, 2026

polacco

qualche sera fa osservavo l'amico giuseppe. è stato a cena, quella in cui ho provato per la prima volta i pierogi, buonissimi. ho avuto la percezione di quanto fosse più avanti a me. tutta la biada che mi ha dato, a usare un'altra figura. non che ci sia mai stata una gara, neh? solo il prendere atto di un fatto compiuto. e mentre l'osservavo mi è parso chiaro incarnasse la placida determinazione della consapevolezza del caterpillar, per quanto molto dissimulata.

perché l'amico giuseppe non si pone come un caterpillar. anzi. ma poi, con un undertatement sereno e dissimulate: vabbhuò, dai... col suo accento campano, che non è tarantelloso o struffolante, ti racconta del mondo che ha dentro, e di come si ponga nel mondo fuori senza troppo imbarazzo o reverenza. e senza nessun ueè-ueè. bensì placido.

poi mettici l'ironia, sottile, che smonta la sovrastruttura e il chiacchiericcio esistenziale. roba da ridicolizzare l'approccio - appunto - da chiacchiere et distintivo.

ho voluto bene all'amico giuseppe. non che non gliene voglia più, neh? allora era uno che stava nel personalissimo palmares di quelli per cui ringraziavi il cielo, allora il buondio, di avertelo messo sul tuo cammino. accorgendomene da subito, quando comparve nell'open space dell'appartamento di quel fenomeno del pasquali. vaibs che hanno subito raccontato cose belle. poi col tempo, a proopsito di palmares, ho capito che era il palmares stesso,, il suo concetto in sé, ad essere venuto giù. ma è altra storia. non c'entra l'amico giuseppe, e soprattutto ora è facile ingeneroso canzonarci sopra, al palmares.

è vero, forse, ero un po' intimorito. dall'amico giuseppe, che ero ancora in quel brodo di cultura oratoriano. [anche per questo non ho mai passato un uichend con l'amico giuseppe, che non li ha amati così tanto, quei uichends in cui si trovava solo]. io stavo nel brodo, lui viveva altro. con l'imbarazzo di sentirmi non completamente a casa, in quell'altro. tipo l'auletta brenta al politecnico, così onusta di sedicenti sinistrorsi, con tutti i bei loro paradigmi, quando non con dei conformismi di ritorno. ero ancora nel guado. e forse da quel punto di vista non ci sono mai uscito del tutto, dal guado, agnosticismo a parte.

vabbhé. sticazzi.

qui voglio scrivere dell'amico giuseppe.

durante la cena, quella dei pierogi, ad un certo punto, ha raccontato di quando si prospettò l'idea di di trasferirsi lì, a varsavia, che declinò. "dieci anni fa lo avrei fatto. quando è venuta l'idea no. ricominciare da capo in una città nuova, imparare il polacco e rimettersi di nuovo in giuoco".  non l'ha fatto, ma sarebbe ben stato in grado di farlo. con la contezza, dentro, placida, ineluttabile da gąsienica.

il polacco. bellissimo sentirlo parlare. nella sua fottutissima complicazione di lingua slava. lo avrebbe imparato. pensavo. notando subito lo iato: io rimasto impantanato in cose meno complesse, venti, quindici, dieci, cinque anni fa. figurarsi. senza nemmeno lo sforzo di dover imparare una lingua nuova, tanto meno slava.

ovvio che la placida determinazione dell'amico giuseppe mi abbia colpito. ed abbia preso atto di un fatto compiuto. di quanto sia molto più avanti a me. per quanto non ci sia mai stata una gara. e avendo ben chiaro che lui, le cose, se le sia ben tutte guadagnate. è partito per studiare. è tornato, forse un po' con la sensazione che milano lo stesse soverchiando. ha finito di studiare. [la mail che scrisse la mattina della sua laurea, pochi attimi prima della discussione della tesi, è una di quelle cose che avrei voluto saper scrivere io, così]. è ripartito. e poi non si è più fermato. con il quid delle lingue, forse. che si ostinava a capire i testi dei r.e.m., perché quegli stronzi non ce li mettevano nelle musicassette. e l'internette del tutto a disposizione era piuttosto in là a venire.

dopo la sua partenza da milano mi è mancato. ci rincontrammo nei primi anni duemila. non scorderò quando lo vidi dall'altra parte del passaggio pedonale, fuori stazione termini, il giorno del suo compleanno di ventitre anni fa. mentre si aspettava il verde del semaforo la sensazione strana e bellissima di averlo salutato due giorni prima. mentre erano passati sette anni. [il senso dell'invecchiare sta anche nella percezione dei tempi passati. che sembrano uguali, mentre di anni in mezzo ce ne stanno ben di più]. 

fui invitato al suo primo matrimonio. assieme al parolin, che non rivedevo da più di dieci anni [e con la stessa loquacità non esattamente col dono della sintesi, che se lo noto io]. quando ancora nutrivo speranze, che penavo solide. invece erano bel po' evanescenti. al tempo del matrimonio, intendo, e non c'entra il parolin. [mi divertii a far foto un po' a margine del fotografo vero. e cazzo, che botta, quando l'amico giuseppe, si mise al pianoforte e cantò "era de maggio". come fosse lì per caso, - al pianoforte intendo, non al suo matrimonio - mentre noi  tutte tutti muti ad ascoltarlo].

dopodiché ci siamo interloquiti solo in maniera mediata. e ho letto di cose sempre più messe a terra con una determinazione da placido caterpillar. me lo ricordavo vicino ai radicali, me lo ritrovai del piddddì. per quanto la versione che sentii meno mia,. per quanto mi sia sempre sentito poco del piddddì, a volte così a destra.

ho continuato a leggerlo. spesso anche lui non esprime esattamente il dono della sintesi [che se lo noto io]. e così ho anche saputo del suo periodo complesso. complessissimo. la fine del matrimonio, i riverberi importanti. come se il suo spessore importante dentro contribuisse ad amplificarle. forse è una questione di quantità di moto intellettivo-emotiva.

si è rimesso in piedi. ha ricominciato. ha cambiato città, lavoro. si è innamorato di nuovo.

sposandosi, ancora. con tanto di proposta fatta alla sua sposa alla fine del mondo, dall'altra parte del globo. ineluttabile.

l'ho saputo, del matrimonio non dei dettagli della proposta, quando mi ha invitato: "ci saresti anche tu? a varsavia?" mi è sgorgato il più impetuoso degli "sì, certo", che quasi mi ha spiazzato. non me lo sarei del tutto aspettato, l'invito, ma soprattutto la risposta.. invito e riposta giunte in un momento - toh, strano -  in cui mi sentivo un po' incischiato dentro, coi miei mumble, mumble, a ragionare su come non uscire dalla zona di comfort, tossica. che sarà pure comfort, ma tossica rimane.

non immaginavo di emozionarmi così tanto. sarà per lo stupore di quando un po' ci si disintossica. sarà che mi sto debosciando. sarà la mancanza di sertralina. è stato un bellissimo matrimonio. ed è stato bello ritrovarlo, l'amico giuseppe, con la sua placida determinazione ineluttabile. che lui si sarebbe imparato anche il polacco. perché si può fare. che ci crede ancora nello scambiarsi quelle promesse. il desiderio di provarci assieme, non lasciarsi indietro l'uno con l'altro. poi sì, ha trovato una sposa, persona specialissima, che quello spessore, quella sostanza, quell'incedere inevitabile [camuffato da una cosa del tipo: sì, però non guardate troppo me], lo accoglie, lo capisce, lo avvolge appieno. perché servirebbe un post solo per la sposa. che viene da una storia importante. che quella storia se la sente scorrere dentro. anche perché ci sono popoli che la storia prende a badilate più di altri. a partire dalle fedi nuziali, portato di eventi puntuali, nell'impeto delle tragedie del novecento. [anche la storia delle fedi meriterebbe un post a parte].

non immaginavo di emozionarmi così tanto. perché quelle promesse sono tornite e cariche della vita che si è attraversata nel frattempo. gli alti, soprattutto i bassi. e la capacità di metterseli alle spalle, i bassi. facendolo come uno schiacciasassi, dovesse servire,, per quanto placido, iroonico, "vabbuhò... dai...", a dissimulare.

e parte dell'emozione è stata per il fatto di averlo re-incrociato l'amico giuseppe.

che i miti amicali del passato han fatto un po' la fine che han fatto. come si incartano le idealità, che poi devono passare per la torniture della vita che si attraversa nel frattempo. però è come se con l'amico giuseppe si sia un po' sfuggiti allo sfiorire, autunnale, dell'entusiasmo di pensare persone per sempre. non saprei spiegare il perché. forse perché con lui son stato abbastanza scaltro, senza saperlo compiutamente, da sfumarla quell'idealità. così che poi rimane il nocciolo di cuore tenero della sostanza. forse è perché la serena placidia te lo racconta facile, che gli entusiasmi tarantellosi, ueè-ueè, sono sopravvalutati. e posto che si può anche smettere di volersi spiegare tutto.


e l'ineluttabilità ha creato il testacoda. questa notte è morto il papà dell'emico giuseppe. festeggiavamo una manciata di giorni fa, ed ora l'amico giuseppe passa per quel punto angoloso, quasi improvvisamente.

il post l'avrei scritto comunque. è cominciato a venire da quella cena dei pierogi, e dal fatto avrebbe imparato anche il polacco.

probabilmente lo avrei scritto con emozioni diverse. soprattutto quel testacoda non lo si augura a nessuno. figurarsi all'amico giuseppe. e figurarsi se era necessario dovesse mettere a terra la sua serena determinazione, di saper andare oltre anche a questo. mi è sembrata una cosa semplicemente ingiusta. per quanto sia struffoloso pensare a quell'aggettivo nel buco nero delle ingiustizie di questo fottutissimo mondo.

avrei voluto chiamarlo, oggi. ho evitato. anche per evitare di scoppiargli a piangere al telefono [mi sto debosciando, appunto]. e finire dovesse consolarmi lui. magari tirando fuori dal cappello quella frase spiazzante, nella sua ironia e nel suo essere così definitiva.

ripartirà anche questa volta. placido nella sua determinata capacità di esserci.

e grazie perché è stato possibile esserci, a festeggiarVi.





Wednesday, August 12, 2026

eclissi

potevo starmene pacioso a milano, a guardarla. l'eclisse intendo. monte stella, happening della radio, cantata collettiva anarchica sponda maestrone. roba facile, istanze da quotidiano di vita cheta.

e invece no.

ho deciso di salire sulla roisetta. quasi millequattrocento metri di dislivello da farsi. giaccate d'acqua probabili, per non dire delle nubi che potevano sostare su là, all'orizzonte. e addio eclisse.

salire sulla roisetta ha significato un po' di cose. come da elenco sparso qui sotto. rigorosamente in ordine slegato all'importanza della singola voce, nel contesto di questa personalissima tassonomia. e qualsiasi cosa significhi importanza.

l'elenco, appunto.

non starsene nella zona di confort [confort, con la n alla francese. anche in onore della geografia dei luoghi].

produrre un sacco di endorfine e sentirsele dentro.

staccare un pochetto dal lavoro.

attraversare e camminare luoghi che mozzano il fiato. in modo diverso, peraltro, da alcuni tratti dell'erta via.

vivere un momento così particolare e coinvolgente con persone cui si vuole bene. che tanto si sono adoperati e si adoperano per rimettermi in bolla. a loro modo. non so quando del tutto consapevolmente. ovvio che per costoro, la riconoscenza, è cosa che non dimenticherò mai.

veder sbucare, improvvisi, i ghiacciai. così che, di colpo, quasi sentire sgorgare lagrime di emozione.

prendere una giaccata d'acqua in salita, ed essere ospitati entro un riparo naturale da quattro baldi, con la nostra stessa idea su come sussumere l'eclisse. loro che quella del novantanove non la ricordano. anche perché dovevano ancora nascere.

prendere una giaccata di grandine, 'sì da ripartire tosti dalla cima.

arrivare in cima prima che iniziasse l'eclisse. con la soddisfazione intimo da: ce l'abbiamo fatta, noi così ci si prova ad osservarla, l'eclisse. un attimo prima che una nuvola eclissasse il sole, che però ha saputo regalarci raggi del tipo: io ho visto la luce. pochi attimi lì, per noi, i baldi giovani e noi tre. poi la nuvola li ha spenti. ma è andato bene ugualmente così.

non vedere l'eclisse.

e stigrandisssssssimicazzi non si sia vista l'eclisse.



Thursday, August 6, 2026

maestrone

io lo so, precisamente, che sono quello che sono diventato anche per le sue canzoni.

e non è una questione di ermeneutica delle liriche, interpretazione delle melodie. è che aver ascoltato alcune canzoni, in momenti precisi e fondanti, ha contribuito a  plasmarmi. poi, tecnicamente, hermes fu marco, coi suoi ricciolini, il suo gilet hippy, con al collo il simbolo della pace fatto col filo di rame spesso. fu lui a strimpellarle alla chitarra [e da lì mi venne la voglia di provarci, strimpellare una chitarra, intendo]. campo scuola delle medie sotto al devero, canzone per un amica, dio è morto, auschwitz, un vecchio e un bambino [quanto ci aveva visto giusto]. il marco fu hermes, latore del messaggio.

il messaggio erano quelle canzoni lì. che così mi sono entrate come a far germinare cose. embrioni di quello che si diventa come persone, l'umanità che si è. era il momento, ero recettivo, assetato di cose nuove e adulte. che uno non sa cosa siano di preciso. però intuisci esserci. alcune canzoni le disvelano.

e da lì poi discende il resto. così come diventano il sostrato su cui edificare il resto, oppure humus vivo e vitale con cui divenire, col tempo. quando arriverà anche la possibilità di capire meglio, allargare lo sguardo, cogliere le sfumature, intuire il tratto. per avere poi la conferma che il senso,  l'elemento fondante, l'avevi già fatto tuo, era già parte di te.

ti è appiccicata addosso, è roba tua, che senti talmente familiare e riverberante che ti viene spontaneo pensare che mica può venir meno. sennò è come se venisse meno un pezzo tu. mica può morire il maestrone. è come strappassero un arto emozionale. quindi se e quando moriremo, ma la cosa è insicura, non era l'inizio di un verso che portava alla fine sublime di una canzone. era una specie di dato di fatto apodittico.

sensazioni. emozioni. commozioni. un risuonarci, il riverbero pulsante dentro che promana dal principio attivo di quelle canzoni. ce le siamo inglobate. ognuno a modo proprio. con l'unicità di quello che siamo, unici.

ma la percezione, sono certo, è la medesima per tutte e tutti.

la vita di quelle canzoni che prende a battere e levare, più o meno di sguincio, nella parte più intima e preziosa di ciascuno.

perché, in fondo, ce le abbiamo dentro: anche le sue, e le sue in modo che son solo loro.

perché versi, strofe, ritornelli, melodie, canzoni ce le portiamo dentro da sempre. e per sempre sarà così.

è una certezza che ebbi la sera del primo concerto che ascoltai dei suoi. in realtà fu una specie di folgorazione. sono una persone banale, forse non abbastanza preparata, forse riverbero a frequenze diverse. non ho mai provato la sindrome di stendhal davanti un'opera di arte figurativa. però quella sera, all'inizio di quel concerto, vissi qualcosa che mai avevo provato, e che mai più ho provato. fu durante le battute introduttive di canzone per un'amica. ascoltate e riascoltate decine di volte. quasi come un segno di croce laico. si iniziava così. sempre si sarebbe iniziato così.

suonarono le prime battute, comparve il maestrone. ancora oggi ho 'sto ricordo lisergico: lui circonfuso di luce a scendere una specie di scalinata. cantò i primissimi versi. io ebbi la sensazione di essere lì, assieme a tutte i versi, strofe le melodie delle storia dell'umanità. qualcosa di immanente che trapassata il tempo e abbracciava lo spazio. ero lì ed ebbi l'impressione, anzi la certezza, che versi, strofe, melodie, canzoni erano dentro di me. ed erano bellissime. si trattava di capire come farle venire fuori. come se  quegli attimi, quelle prime note, quei primi versi, avessero aperto il sacco amniotico dove stavano tutti quegli embrioni. circonfusi dalla luce ad illuminarle e accendere tutto questo. erano lì. le  avevo dentro.

ancora oggi credo sia stato uno dei momenti più emozionati, toccanti, profondi abbia mai vissuto, in assoluto.

tanto che speravo di riviverle, cercandole ancora, pochissimi anni dopo con l'amico omar. altro concerto del maestrone. amico omar che mi era parso rilucere in maniera diversa dagli altri colleghi, che sentivo così alteri da me. l'amico omar no. grazie al maestrone. meglio: il medesimo aver inglobato il senso delle sue canzoni. occhei l'ermeneutica, occhei l'analisi musicale. ma quelle son cose che si spiegano. il senso e l'emozione sono cose si provano. iniziò quel concerto. quella folgorazione non ci fu.

però era bastata quell'unica volta.

col tempo mi sono poi persuaso che quella fu una specie di folgorazione estensiva. da intelligenza collettiva. avevo visto il sacco amniotico dentro di me. ma non era, necessariamente, una cosa solo mia. non sono mai diventato cantautore, anche se mi sarebbe piaciuto. ovvio. in fondo era responsabilità anche del maestrone, fare quella cosa lì. intuire e far intuire quelle cose che faceva lui, che facevano loro. nei primi momenti di quel concerto non avevo intravisto le canzoni che avrei potuto scrivere io. ma erano versi, strofe, melodie, canzoni che ciascuno di noi ha dentro. è roba immanente, che - di nuovo - trapassa il tempo ed abbraccia lo spazio, ed è di tutte e tutti.

poi ce ne sono alcuni. l'eletta schiera, che non è un pezzo di verso perculante, avvelenato. è la capacità che hanno alcuni di tirarle fuori. sanno entrarci così in contatto che poi le fanno uscire. et voilà: eccole. ad andare a costituire sostrati ed humus di generazioni. mica robetta.

e alcuni sono i prescelti, quelle avviluppati da un particolare abbraccio dal fato che confabula col caso. sono quelli che sintetizzano le chicche più raffinate e fondanti.

quelle ammantate da un senso così profondo e segnante che è come se cominciassero ad andare all'unisono col tuo respiro. che nemmeno ci pensi più. solo che quando non c'è più chi le ha tirate fuori dal suo sacco, è come se mancasse un pezzo di te.

non so se il maestrone sia stato il più bravo di tutti. non ci interessa granché, oggi. era quello cui si è voluto così bene, che è come ti avessero strappato un pezzo.

anche se poi, voglio pensare, se la sia vissuta fino in fondo il proposito del si rida sul come andrà a finire.