Wednesday, February 18, 2026

dono

"tutta la vita è un dono, per ogni uomo. tutta la vita è un dono, in ogni momento". così cantano quei mattacchioni del gen rosso. devo averla suonata, sdren-sdren-sdren, ai tempi oratoriani.

niente di particolarmente originale, e ci mancherebbe, all'interno della gran fluire maieutico del cattolicesimo più o meno militante. oltre che mantra che si ascolta spesso ma si recepisce poco nel marketing delle omelie della domenica. chissà quanti fedeli, più o meno stancamente, ascoltano, come una specie di ovvietà. che poi non mettono via. scivola da altre parti. in fondo, per certi versi, ho fatto così anch'io per anni, che pur ero ben convinto.

il messaggio di ordinazione della figura più importante, disturbante e dolorosamente deludente [forse tossica] di quegli anni recitava: se il seme caduto in terra non muore, non porta frutto.

mi è tornato dalla memoria lontana il refrain di quella canzone. e quella frase qualche giorno fa.

perché ho avuto una specie di piccola epifania. che magari non è la prima volta. però forse me lo sono dimenticato. che uno diventa vecchio, e per far posto a quel po' di esperienza in più si lascia dietro anche le epifanie. chi lo sa.

e la piccola epifania è che 'sta cosa, della vita come un dono, mi è parsa lucidamente chiara e teleologica nel piccolo. che forse il senso di questo stare ed esserci è proprio 'sta roba qui. che si declini in millemilamodi [anche ad esempio. e che esempio, nell'essere genitori]. che si accompagni ad altre realizzazioni più o meno cool o da paradigmi piccolo borghesi. che stia accanto a certe piccole soddisfazioni irrazionali e piaceri più o meno spirituali, emotivi, carnali. che sia il contrafforte del creare e vivere relazioni sincere, appaganti, disinteressate. ma un senso è quello di donarsi agli altri, per gli altri. qualcosa che trascenda l'ombelico del pronome io, e renda precipuo il noi. dal singolare al plurale. che saremo pure uniche singolarità, ma che senza la pluralità si va poco lontano. come un neuroncino col suo assone.

darsi agli altri. qualsiasi cosa, serenamente e da adulti risolti significhi. tanto, poco, tutto, ma non niente.

la cosa interessante, confortante, è che tutto questo può valere nel perfetto immanente del prossimo. intendendolo nella maniera più laica, agnostica, atea. senza la necessità di una qualche trascendenza [in senso stretto], di una qualche vita eterna da raggiungere [anche] con questo.

bastiamo noi, creature incerte e fragili. se un senso può esserci. in quanto tocchi di umanità.

questa cosa mi è parsa una specie di piccola felicità di intuizione. non so se e quanto la metterò compiutamente in pratica. o riuscirò ad adoperarmi oltre che quello che, variegatamente, provo già a fare.

però qui, per quello che può avere una ragione esserci. forse è financo disperante. ma è una disperanza di ciascuno che costruisce la speranza per tutte e tutti coloro, qui su questa spelonca di roccia vagolante nell'universo, vive ed è.

mi pare un bel regalo, oggi, averne serena consapevolezza.

Tuesday, February 17, 2026

tossici

scrivo un post banale. quasi ovvio. è che uno alcune cose le dà per scontate. tipo la salute. mica ce lo prescrive il dottore che dobbiamo stare al meglio, in perfetta forma fisica, mentale.

e così, di trasposizione in trasposizione, 

vale la stessa considerazione considerando i propri genitori. nel senso di quelli che ci han tirato variegatamente grandi. che il software ce l'hanno installato loro e fatto il setup [cit]. che avranno pure pensato di farlo al meglio, nel contesto culturale, valoriale, sociale di dove siam stati in quel periodo della nostra esistenza.

che magari di cagate ne han ben fatte. in assoluta buona fede. e gran parte del tuo divenire, magari, a cercare le patches, altri setup. o tirar fuori il meglio dalle installazioni che ci hai dentro. magari smadonnando, facendo dei giri pazzeschi. probabilmente le stesse cagate che avresti fatto pure tu. semplicemente con altri e più variegati strumenti culturali. cagate più dotte, ma comunque cagate. e la progenie a provare ad installare le sue di patches, o altri setup. anche questo è decircoolovvlaif. poi non è andata così. e forse è anche meglio. vabbhè. divago.

in ogni caso, da figlio, con la consapevolezza che han cercato di fare del loro meglio. che questa consapevolezza è una grandissima conquista.

ecco.

non è che sia per forza così scontata 'sta roba qui. la consapevolezza, intendo. ma soprattutto la garanzia che abbiano cercato di fare il meglio.

cioè.

io lo so che con me è stato così. con le cagate di cui sopra. ma è nell'ordine delle cose. e ci si fa pace.

il punto è che mi rendo conto di quel che succede quando capitano genitori tossici. non nel senso delle dipendenze, ovvio. ma vulnus nel relazionarsi. 

l'eco ed il reliquio che 'sta cosa lascia. come dei segni invisibili, ma hai voglia se ci sono. come le grinze della pelle quando è cicatrice. 

come un software installato male, che non è questione di bug. è proprio l'assistenza post rilascio.

non sarà per forza fatto apposta, consapevolmente.

però l'effetto può percepirsi. che sia l'eco di un dolore, di una sofferenza, di lagrime cacciate indentro nel profondissimo.

non ho avuto genitori tossici. lo davo per scontato. non è poi così scontato.

che anche di questo non ci si dimentichi la gratitudine.

Monday, February 9, 2026

inerzie

neve splendida. corona di quattromila nel far girotondo attorno sé medesimi. sensazione di libertà a farsi scivolare giù. la percezione di movimenti e consapevolezze muscolari sempre più naturali, armoniche. il vento a sferzare il viso. la quiete della risalita osservando il paesaggio intorno.

aver ritrovato qualcosa che scuote un desiderio che arriva da lontano. una specie di felicità incrociata quando era tutto così facile esserlo, onusto di speranze bambine. che non sai da dove venga, perché te la sei trovata addosso.

cose così.

basta prendere, muovere il culo, caricare quel po' di roba necessaria sull'auto e partire.

tra la roba necessaria lo spunto di farlo.

condizione necessaria, anche sufficiente a voler essere puntacazzisti.

nulla.

la testa ha remato contro. non ha ancora capito che così non si fa. e che se si fa così si rimane impantanati dall'attrito delle cose che non si smuovono.

perché è inerzia.

l'inerzia del copione depressivo. o del racconto che ne esce.

inerzia, la resistenza di un grave a cambiare il suo stato di moto. io che mi percepisco immoto.

ci vorrebbe levità. mica non lo so.

tanta più levità, tanta meno inerzia.

sono rimasto lontano dalla neve splendida. a colpevolizzarmi. poi ovvio uno ne esce frustrato.

ecco il mio uichend, dopo aver vellicato per tutta la settimana precedente di ritrovarmi in quella gioia, nel uichend ed oltre. ed invece il tutto ha preso un'altra piega inerziale. troppo stanco, sfatto, prosciugato di energie ed entusiasmi. titubante. che poi si sceglie non scegliendo. così si rimane bloccati. due giorni. a dormire molto. uichend finito, durato giusto il tempo di riposare abbastanza per ricominciare con nuova lena la settimana lavorativa. verosimilmente a sfondarmi di nuovo di ore là dentro.

non va bene.

fanculo l'inerzia.

Thursday, February 5, 2026

teopanda76

oggi è il compleanno del teo. compeanno tondo. è un po' in sbadta per 'sta cosa. credo anche per il fatto non stia passando un periodo esattamente semplicissimo. tuttuncomplesso di cose. se non fossi uno stronzo razionalista scettico gli suggerirei espedienti apotropaici: tipo un rito antimacumba, oppure dei gran bei ceri ad una qualche serie di santi.

e mi spiace davvero che per lui non sia un periodo esattamente semplicissimo.

e non solo perché al teo io devo molto.

perché se sono ancora là dentro, tutto sommato in bolla, dopo centotrentaquattromesi è anche, forse soprattutto, per lui. l'amico omar mi spinse ad entrare [per quanto la situazione finanziaria, allora, urlava di non fare troppo il difficile e di andarci di corsa]. il teo è stato, ed è un elemento di stabilizzazione. oltre ad essere colui che mi fece capire il senso.

e pensare che non si era proprio iniziato benissimo. almeno io. sarà perché allora mi stavano tutti sui coglioni. che poi era l'effetto del mio mood interiore di quando entrai là dentro, con tutto il peso del fallimento, relazionale, professionale, mi portavo appresso. ragionevole o meno fosse. e quindi mi stava sui coglioni anche il teo. figurarsi poi, con il quid in più dell'essere l'autorità costituita. non era un periodo facile nemmeno per lui. la responsabilità di un gruppo appena nato [proviamo se va, al limite si smantella tutto]. un sacco di bella gente che forse avrebbe gioito del fatto andassimo a gambe per aria. le persone che dovevano supportarci nei primi mesi, che il gruppo aveva sostituito, che non speravano altro di soffocarci nella culla. il cielo, un giorno scoprirà, per quale strana combinazione lisergica ha inventato la consulenza accenture.

quindi quei primi mesi non furono esattamente una passeggiata. ed il teo accusò il colpo. e non solo figurativamente.

nel frattempo ci sentivamo precari fin dentro al midollo: ci lasciano a casa, ripeteva ogni tanto il teo. non che aiutasse, neh? però subiva una pressione non indifferente, e alla fine non solo figurativamente. non ostante questo percepivo un comportamento quasi di riguardo nei miei confronti. 'sta cosa mi destabilizzava. mi stavano tutti sui coglioni. perché non accadeva esattamente il reciproco?

l'ho capito mesi e mesi dopo. ed il fatto è che il teo aveva capito, ben prima di me, il senso del mio stare là dentro. e quello che ero in grado di fare, di cui ero di gran lunga all'oscuro. anche troppo impegnato a masticare ancora amaro. con davanti autostrade spalancate in cui correva il mio sentirmi inadeguato. smoccoalando fantasiosamente e fantasticando vie di fuga. alcune anche psichedeliche, peraltro. nel mentre lui aveva già capito cose.

poi vero. il gruppo si assestava, faceva il suo là dentro. e lo faceva sempre meglio. roba che passava sempre meno inosservata. hai capito il gruppo del teo come gira bene, manco il motore della lamborghini di mister wolf, che risolve problemi. non ostante alcuni elementi improbabili [e ne sono passati in questi anni, ah se ne sono passati], quando non stronzi [nel nostro cuore, un posto speciale inarrivabile, ce l'avrà sempre il mai dimenticato essemme]. però ce la gestivamo internamente. tutte e tutti a darci una mano, con una più che discreta efficienza. sarebbe interessante capire quanti altri gruppi funzionano allo stesso modo, là dentro. merito del teo, sicuramente. a partire dal fatto abbia sempre acclarato che il merito non sia suo, ma nostro. e si capisce benissimo che non è un purrrparlè, da falsa modestia.

poi vero. alcuni atteggiamenti li capivo poco. e forse non li sopportavo così serenamente. anche quella specie di affezione paterna verso il gruppo, e molti di noi. spocchioso che ero: ce l'ho già avuto un padre, pensavo.

poi un giorno, vai a sapere perché, mi venne di scriverli cor ad cor. cuore a cuore. sentii la necessità di condividere cose. chi ero davvero, cosa provavo là dentro, perché mi sentivo ancora ben lontano dal percepirmi in sereno equilibrio omeostatico-emotivo, là dentro. odg non la riteneva una buona idea. una delle poche volte che odg ha ciccato in modo piuttosto plastico.

me lo ricordo quel pomeriggio, in area relacse, seduti al tavolino. mi aveva chiesto di far due chiacchiere, felice avessi deciso di scrivergli in quel modo. gli spiegai cose. gli raccontai di me. e lui fece altrettanto. non me l'aspettavo e fu una piccola epifania. intuii del perché del suo porsi.. e molto si disvelò in un affresco di rara coerenza. con quel senso di pienezza può regalare una cosa simile. ma soprattutto mi regalò, il teo, un senso importante del mio stare là dentro. non ci ero mica ancora arrivato. lui l'aveva capito da mo.

si chiamano soft skills, per quelli bravi che usano un sacco l'inglese. non c'è dubbio che il teo ne sia particolarmente dotato. e non sarà solo per quello credo sia uno dei responsabili più benvoluti dal suo gruppo, là dentro. è un dare-avere reciproco. un sincero win-win. e mi piacerebbe sapere quanti altri, di responsabili, possano affermare lo stesso, pure quelli bravi che usano un sacco di inglese.

ora. non che sia diventato o tutto facile, anzi. e la quantità di lavoro a sommergermi non aiuta. però non c'è dubbio che quel senso, piccola epifania teopandesca di quel giorno, sia un elemento fondante. poi aiuta anche la fatturazione. perché non siamo così ipocriti. però c'è modo e modo di mantenere in sicurezza il conto corrente. però è ben giusto sia riconoscente del privilegio con cui avviene.

così come c'è modo e modo di poter fare le cose. con il grande contribuito della serenità di sentirsi stimati, sinceramente, dal proprio responsabile [mica non le sento un sacco di altre persone, là dentro].  che ha capito, da molto prima lo capissi io, come costruirmi le condizioni migliori, per star là dentro. foss'anche il non detto ma ben mutuamente inteso: fai tu, mi fido, non c'è bisogno ti dica altro.

finché c'è il teo, là dentro in quell'organizzarsi, sarò ben poco tentato di andarmene. per questo continuo a pensare sia un gran bell'elemento di stabilità. per questo provo a far del mio meglio. anche perché il teo ne possa beneficiare più o meno direttamente. glielo devo. minchia se glielo devo.

ora traguarda con un po' di sbadta questo compleanno un po' particolare. in un momento un po' particolare, a suo modo molto faticoso. poi lo sbadta passa. lo so che passa. se potessi sarei ben lieto di regalargli un po' di levità dagli affanni sulle spalle. perché in fondo non se le merita nessuno. figurarsi uno come il teo. [che poi mi piacerebbe trovarne altri che, dopo trentanni, parlano ancora così innamorati della propria moglie. oltre che savaassanndiir, dell'affetto verso la sua creatura. che forse è cosa più diffusa. ma l'effetto che si percepisce è sempre qualcosa di avvolgente].

auguri teo. è stato un gran culo incrociare un personaggio sui generis come te. che lo sappiano ben bene anche quei tre-quattro che passano di qui.

Tuesday, January 27, 2026

difficile

mi è scappato un pensiero stronzo. tipo quando ti scivola il piede dalla frizione, mentre sei fermo al semaforo. l'auto fa ooops, in avanti. un pensiero tipo i proclami di cui si ammanta fiero il mateo, quello cattivo. ho pensato: quanto è difficile e che senso ha celebrare il giorno della memoria, con la consapevolezza del genocidio di gaza. pensiero stronzo che dietro c'è l'altro, banale forse: voi che avete provato l'abominio, come fate a considerare le vite e la dignità dei palestinesi nel modo che state mostrando al mondo. poi ce ne sarebbe un altro, che è la stronza conseguenza del pensiero stronzo. una specie di anticausalità dell'abominio. però quello, per fortuna, son riuscito a non farlo.

poi è stato un attimo, a capire che prima che stronzo era un pensiero idiota. però ho cercato di non colpevolizzarmi troppo. che forse ho capito il perché è scappato fuori, il pensiero stronzo. magari ci torno sopra, più sotto.

perché il giorno della memoria ha ancora più senso oggi, ora.

spiace ribadire l'ovvio. coloro che subirono l'abominio non hanno colpe, se non quello di essere allora, e con le nefandezze perpetrate oggi. non esiste una merdosissima anticausalità. è già fuori dal lecito la faccenda delle colpe dei padri che ricadano sui figli. figurarsi l'idiozia ontologica del contrario. tanto idiota che quasi mi vergogno. figurarsi se le nefandezze genocide di oggi le perpetra il governo di uno stato. condannare un popolo per causa dei crimini dei governanti di uno stato.

sempre nell'alveo dell'ovvio, l'abominio non lo subirono solo gli ebrei. per quanto su di loro si abbatté in modo precipuo. furono rom, sinti, omosessuali, portatori di malattie invalidanti, oppositori politici. sempre abbia senso tutti i distinguo. ai distinguo era l'afflato di precisione del male assoluto, chi lo perpetrò. ogni gruppo con il suo segno distintivo. la necessità malata di categorizzare la categoria dei subumani. coloro per cui si applicava il monito di primo levi: considerate se questo è un uomo. coloro la cui vita non valeva. l'essenza dell'abominio.

ho ascoltato le testimonianze di figli, nipoti di ex deportati. l'eredità  lasciata da coloro che sono tornati da là. schiacciati dall'abominio ma che l'abominio non ha portato [del tutto] via. tutto il grumo di dolore, trauma irrisolto che hanno introiettato, inconsciamente. quasi tutti accomunati dal fatto che per decenni il genitore non ne ha parlato. troppo il dolore di verbalizzare. troppo il carico che sapevano avrebbero riversato. insopportabile l'idea che un figlio potesse conoscere cosa ha sopportato il proprio padre, la propria madre.

che pensiero idiota mi è scappato fuori. oltre che un'offesa a tutte e tutti coloro che l'abominio lo hanno attraversato. discendenti inclusi. ed inclusi anche gli assassini genocidi a gaza. che quel portato lo portano. ed assassini genocidi rimangono.. le loro colpe sono quelle, puntuali e senza prescrizione.

e poi c'è dell'altro. per cui oggi ha ancora più senso celebrarlo, il giorno della memoria.

oggi dove sembra stia per saltare tutto. l'abominio, la guerra mondiale, il disastro dell'uomo sull'uomo ha lasciare almeno l'idea di strutture sovrannazionali. ed il diritto internazionale come unico riferimento. tentativo con tutti i difetti ed i limiti. tentativo che [variegatamente sgarruppato] ha provato a funzionare. ora che che si sta spaccando tutto, lo iato è evidente. e quanto è comunque meglio quel tentativo. ora che non funziona più. che il [trito] chiasmo: la forza del diritto sostituito dal diritto della forza è ormai un dato di fatto. in quest'oggi senza più freni non ci si vergogna più. è normalizzato, conta solo l'arroganza del più forte. non se n'era mai andata 'sta cosa. ma provavamo a considerarla un'ignominia. ora lo è di meno. sembra essersi innestato nella circolazione della normalità delle cose. e ci sta avvelenando.

quanto siamo lontani dall'abominio, oggi? si era detto: mai più. non serve si ripeta quell'efficienza di sterminio. anche se non si ripeterà quell'unicum, quanto siamo già lungo sul piano inclinato? quanto stiamo iniziando a rotolare, quanto già rotolato? sempre un pezzo di mondo, ovvio. sempre noi la parte più ricca. che gran tocchi di umanità affogano in mari agitati di ingiustizie da troppo tempo.

ho ascoltato in una rassegna stampa porsi una domanda: qual era il clima quando, un secolo fa, si è cominciati a rotolare. per poi finire dove siamo finiti. com'era stare all'inizio dei fascismi. la storia non si ripete mai uguale. però un'idea, chi scriveva, la buttava lì. quando c'era di diverso rispetto ad oggi?

per tutto questo, per tutto il resto ha senso, ancora di più, celebrare la giornata della memoria. anche questa è resistenza. ricordare cosa è stato. perché se siamo stati capaci una volta, non possiamo essere più al sicuro. specie quando si intravvede il piano inclinato davanti a noi.


piccola chiosa finale. sul perché non voglio colpevolizzarmi troppo. le notizie del mondo mi abbattono. lo percepiscono, picconano il mio umore. dei cinquanta milligrammi di sertralina giornalieri, qualcuno di questi è dovuti, son certo, al non ignorarle, le notizie del mondo. il giorno della memoria è la memoria di un dolore, per quanto un'eco, che ci si augura non si spenga mai. ma è dolore. forse è un tentativo di non farmi soverchiare, anche da questo, di dolore. di cui mi sento impotente, quindi frustrato. anche se mica non lo so sia un'esperienza collettiva, mica son così originale. impotenza e frustrazione in un momento, di mio, in cui la sento perfettamente l'inerzia che mi affatica ad agire. già fatico sulle cose semplici. figurarsi l'atto ad agire per scrollarsi di dosso la frustrazione impotente. figurarsi. ecco. non è che non volessi celebrarlo. sapevo sarebbe stato un po' più [emotivamente] faticoso. ma poi è l'unica cosa giusta da fare. quindi va bene così. giusto sia così. anche se è difficile.

Wednesday, December 31, 2025

analemma

guardo l'analemma, con ben in evidenza quello del solstizio invernale.

guardo l'analemma, un mondo di suggestioni a sommergermi.

l'analemma, così simile al simbolo dell'infinito, un'altra declinazione del nastro di möbius. che ha dentro il senso dell'incedere continuo, ciclico ed in eterna trasformazione. per quanto anche per l'analemma il concetto di eterno si affianca, ma non ci combacia. terminerà anche l'analemma.

guardo l'analemma ed è la percezione noi si rimanga sempre più segnati. che l'analemma si dispiega nel cielo, cambiando gli alzi del sole di mezzodì. ma noi passandoci, è come uno sfrigolio, l'attrito e lo sfregare di quello che ci accade, sotto quel cielo.

guardo l'analemma e lo sento l'effetto del suo incedere. stagione dopo stagione, anno dopo anno. diversità di alzo del sole del mezzodì dopo diversità di alzo del sole del mezzodì. ci passiamo in mezzo. cambiati. un po' più consumati. un po' peggiori. un po' migliori. un po' delusi. un po' rinfrancati. un po' con la nostra ciclicità nel tentare di agire, o agire per tentativi. sicuramente, mentre si dispiega l'analemma, impariamo cose nuove. anche se pensiamo di saperle già.

guardo l'analemma. e penso a quest'altro ciclo di alzo del sole del mezzodì. e cosa ci è finito in mezzo.

il ripetersi del volersi sentire sommersi, riempiendo quanti più attimi in quella cosa che è zona di comfort tossico, che è lavorare là dentro.

l'emozione di salire in cima ad una morena, aggrappare ad un masso il ricordo di una persona - peraltro mai conosciuta.

percepire quanto sia il piano inclinato dell'anzianità del genitore. e la gratitudine di aver la consapevolezza di doversi baciar i gomiti, per il momento.

lo stupore per come la morte, improvvisa, del costruttore di ponti mi abbia turbato.

l'idea di essere ormai giunto al cambio di paradigma. e poi veder vedere scioglierla come la neve di maggio. ed assieme la grandissima lezione: le ossessioni, sono un giogo che schiaccia. liberarsene è una ventata di levità.

il rendersi conto di come scivoli meglio il camminare, quando ci si adopera per espungere le asperità. ed in qualche modo le cose ti tornano indietro. star meglio quando si sta bene. a partire dal come porsi con il prossimo. chiunque sia.

la consapevolezza, di nuovo, del privilegio. che non sia cosa da sprecare. qualsiasi cosa significhi.

le persone, che accompagnano da tempo. quelle incrociate sotto il dispiegarsi di questo analemma.

il cielo dove declinano gli altzi del sole a mezzodì sembra sempre lo stesso. ma mica è così. come l'acqua che sembra che è ferma, ma hai voglia se va. come lo siamo noi. immersi. a guardar di nuovo il sole di mezzodì. anche senza accorgercene, ma ben sotto quella volta.

che sia un altro analemma. con un po' meno, almeno un pochino suvvia, di ingiustizia. sempre meno femminicidi, morti sul lavoro, suicidi in carcere, morti nel mediterraneo centrale. basta col genocidio a gaza. basta con la guerra di aggressione in ucraina. un po' più di amore per l'ambiente. e magari alberto trentini libero. il resto, non lasciar andare la consapevolezza.





Saturday, December 13, 2025

cinquantaEtCinquanta

[disclaimer. non ho riletto. troppo stanco. il post potrebbe essere un florilegio di refusi e forma faticosa e ingarbugliata. ora vado dormire, che domani si va in corteo... [che poi, 'sta cosa qui, fa un po' radiopopolare. è roba libera, ma libera veramente. refusi compresi]] 

e pensare che il primo approccio fu da snob, puntacazzista, maccartista di ritorno. lessi di 'sti giornalisti di radio popolare, che ci avevano i microfoni attaccati su con lo scotch. però erano i primi ad arrivare sul pezzo, pronti a dar la notizia, impeccabili. quei comunisti, pensai. che poi 'sta radio popolare mi era pure capitata di sentirla, alla radio. e me li vedevo i microfoni attaccati su con lo scotch. che si declinava, acusticamente, in suoni saturi, voci che finivano, me li vedevo, con gli indicatori dei livelli fissi a destra. equalizzazione da proletari, affettata come il minimalismo da architettura del socialismo reale. ero abituato al lavoro mirabile dei fonici di radioitalia, solo musica italiana, con quel bel riverbero avvolgente.

ero in fase di transizione. nel senso che dovevo ancora capire che il sacro fuoco, che mi batteva nel cuoricino, declinava dalla stessa parte di quelli col microfono attaccati su con lo scotch. che poi dici sinistra e dici tutta la variegate nuance dei suoi ascoltatori. ma questo lo avrei capito solo dopo.

il primo ricordo nitido nel novantasette. quando l'ascoltai davvero, intendo. poco prima della laurea. mi svegliava robecchi con piovono pietre. poi andavo in dipartimento a scrivere la tesi e preparare la presentazione. di quel periodo ho in testa la copertina blu acceso di "cronaca di una morte annunciata", quando ricominciai a leggere, oscar mondadori a tremilanovecentolire. e soprattutto la genialità del robecchi. quei diciotto-venti minuti, con quattro-cinque notizie sui generis, e la narrazione  fintocazzara, inebriante, da improvvisatore blues del robecchi. sembrava una cosa buttata lì a caso, con questa narrazione per me fascinosamente irriverente. era genialità pura. cazzo, pensai. anvedi 'sta radio popolare. però poi non ascoltavo altro. non sapevo [ancora] quella fosse una specie di vetta, non so se [ancora] inarivata. so solo che pure oggi molti ricordano piovono pietre con la lagrimuccia.

partì tutto da lì. e poi venne il resto. ma dopo un po'. lasciai milano un annetto ed un pezzo, nemmeno così certo di tornarci. poi ritornai, ma non ho memoria precisa di quando cominciai davvero ad ascoltarla.

ho ricordi sparsi nella successiva dozzina d'anni.

tipo quando comprai al hyndai tiburon, usata, il proprietario che me la vendette preconizzò: quest'auto è molto da cucco e da fichi. risposi: tanto ascolterò tutto il tempo radio popolare. quindi dovevo aver già sintonizzato la rotellina del cuoricino sui centosettepuntoseimegacicli, modulazione di frequenza.

tipo un sacco di spunti musicali. spesso al mattino, quando la radiosveglia mi svegliava. tipo eurialo e niso, cantata da bubola, poco prima della settimana del punto angoloso di mio padre. per anni, riascoltandola, ripensai al uichend precedente di quella settimana. quando ancora ero giovane, e da lì a breve sarebbe finita, la giovinezza.

tipo quando il bachi finse un collegamento col professor di stefano, in viaggio verso il lussemburgo, per discutere con i responsabili del fondo di investimento che voleva acquisirla, la radio. "abbiamo fatto il passo più grande della gamba cercando di allagare il bacino di utenza. siamo in grandi difficoltà finanziarie. vogliamo capire come gestire, concordare la scalata di costoro". arrivarono messaggi, tentativi di telefonate di ascoltatori terrorizzati: perdere la libertà editoriale che l'indipendenza garantisce, che la radio è della cooperativa dei lavoratori. attimi di sbandamento. poi partì il pistolotto perculante del bachi, che annunciava l'inizio della campagna di abbonamenti annuale, l'abbonaggio. "vi siete cacati in mano, vero? che non manca il profluvio di critiche e puntacazzismi da parte vostra. che siamo quelli troppo rifondaroli, quelli troppo poco rifondaroli, quelli troppo a destra, quelli troppo a sinistra. pieni di difetti, ma indipendenti, raccontiamo quello che ci sembra giusto raccontare, nessuno ci dice quale musica mettere. e noi ci siamo grazie a quelli che ci sostengono, e che magari ci criticano, ma ci sostengono. siamo noi perché ci siete voi. e a tutti quelli che ascoltano a scrocco diciamo: abbonatevi, starete meglio, ci criticherete meglio. ma intanto si garantisce la nostra voce libera e l'indipendenza". il bachi lo disse molto meglio e col suo piglio. ma il senso fu quello. cose così. e partì l'abbonaggio.

perché la radio è la sostanza de "e se una radio e libera, ma libera veramente, mi piace ancor di più perché libera la mente", del finardi, nella canzone omonima. dedicata, guarda un po', alla radio. nel senso di radiopopolare

già. l'abbonaggio. ho ascoltato per qualche anno a scrocco. ad ogni abbonaggio, mi sentivo pungolato, centrifugato emotivamente. tutta 'sta grande comunità che si palesa, il palinsesto grande frullato di conduzioni improbabili [rimangono solo i giornali radio. in fondo, di fondo, l'essenza è fare informazione libera. il resto viene di conseguenza. dall'approfondimento all'intrattenimento. dalla cultura altra alle facezie totali]. per qualche abbonaggio mi son detto: ora li chiamo e annuncio che mi abbono.

non l'ho mai fatto, chiamare in diretta intendo. però sì, mi sono abbonato. in un novembre dove l'afasia finanziaria cominciava a percepirsi netta ed inequivocabile. mi abbonai lo stesso. in effetti poi ti senti meglio, più parte di quella grande comunità. variegatamente puntacazzista, che sa far rilucere elementi di solidarietà, condivisione, collaborazione che - a volte - è semplicemente commovente. tutte e tutti legati in una maniera che sarebbe interessante studiare, dal punto di vista socio-antropologico. tutte e tutti parte integrante di questa emittenza, probabilmente unica in tutto lo stivalone italico e oltre.

avrei decine di ricordi personali, aneddoti, considerazioni. in questo blogghettino ce ne sono sparpagliati qua e là alcuni. riverso cose poco sintetiche qua dentro quando una qualche emozione legata alla radio è più forte di altre. post-it, foglietti, foto appiccicate nell'album del vissuto degli ultimi quattro, cinque lustri.

spulciando qua e là. tra i tanti. 

quando la ghidini, con le sue galosce gialle, presentò uno spettacolo sulla resistenza in un deposito atm, ed io la vidi per la prima volota oltre che ascoltarla, faceva davvero strano, quasi spiazzante [peraltro pensai: carina. la immaginavo più sfighinz].

quando ordinai al facco la maglietta di sunday blues, che magnificava francesca carla [mi chiamo francesca carla. no, non è la prima volta che telefono]: rossa, la voglio rossa, mica nera. 

quando una domenica di undici anni fa, la sera prima di iniziare a lavorare là dentro [per nulla convinto, spaventatino, perplesso. ma senza più un soldo: da qualche parte dovevo pur ricominciare. avrebbero conculcato il mio tempo. molta meno libertà di andare a tutte le chiamate della radio, o quello che sentivo consigliato in onda] ascoltai per la prima volta sunday blues. e mi parve un'emerita cagata. per poi cambiare idea piuttosto radicalmente da lì a qualche settimana. non passava l'ansia di tornar là dentro. c'erano facchini e gattuso ad accompagnarmi la domenica sera.

quando in una trasmissione di un sabato pomeriggio di più di vent'anni fa sentii parlare di un libro dal titolo strano: la gang del pensiero, libro che poi mi travolse.

quando arrivò loro addosso, secca, una crisi finanziaria importante, altro che il bachi di cui sopra. e si ridussero lo stipendio per non lasciar a casa nessuno. e coniarono l'impresa eccezionale. che fu scritto anche sulle magliette. e da lì le ho tutte, ovviamente, le magliette. 

quando composero con lenzuoli bianchi e rossi il simbolo della pace, al parco nord, poco prima della seconda guerra del golfo. simbolo della pace fotografato dal satellite, ed io me ne stavo tornando sul lago che rosicavo non potessi esserci.

quando il bacchetta. oddio. quando il bacchetta ci sarebbero almeno metà delle puntate di tutto scorre. però quando il bacchetta consolò ed accompagnò, in un microfono aperto, un'ascoltatrice che camminava nel bosco, sola, per tenere a bada la tristezza ed il senso di spaesamento per la perdita del marito mancato da poco. chiamò in onda per cercare compagnia nella disperazione che la stava assalendo.

quando un papà chiamò durante un abbonaggio per annunciare un nuovo abbonamento, dedicato del figlio mancato qualche giorno prima, ed il bachi, giullarmente cazzaro specie durante l'abbonaggio, riuscì a virare la cifra stilistica con una delicatezza avvolgente in un amen. 

quando il bachi annunciò al demone del tardi, l'inizio della guerra in ucraina, o quando mandò all'aria la scaletta, un attimo dopo aver annunciato la morte di battiato: facciamo che oggi ascoltiamo solo canzoni sue. quando il bachi ritornò per l'ultima puntata del demone, dopo due mesi di assenza, per ringraziare: era necessaria una pausa, una prova importante da affrontare era appena iniziata. [ho ancora i brividi, pensando a nina simone in sottofondo, e la voce del bachi. mentre entro leeeeeento là dentro. per ascoltarmelo tutto, il bachi]

e poi la gentilezza e la cortesia del jampaglia. l'acutezza e la preparazione  del liguori, con la sua capacità di interloquire a pari livello con dotti, professori, eminenze. la cultura sconfinata in tantissimi ambiti della rubini, oltre la sua risatina a volte così insopportabile, a volte così coinvolgente. la puntuta sagacia argomentativa dell'ambrosio, a volte carta vetra nei microfoni aperti. la competenza letteraria spaventosa del festa. l'ironia velocissima del facco. la capacità autoriale di disma, che ti chiedi: ma è lo stesso pirla che non smette di ricordarti della sua inadeguatezza esistenziale nella altre trasmissioni? la poli che fammi sorridere con delicatezza, e già un po' mi hai conquistato [una birra, con lei, mi incuriosirebbe assai]. le giornaliste e giornalisti più giovani, che già capisci quanto ci sappiano fare [e un po' li ammiri e un po' li invidi, che forse hanno trovato la loro strada, nella vita].

e poi la notte in cui morì, di covid raffaele masto una colonna portante della radio. innamorato e conoscitore immenso dell'africa. un sabato sera. palinsesto stravolto e alcuni suoi servizi mandati in onda - la bravura oltre il giornalismo era tutta lì, nella perfezione del cronista che narra soprattutto l'anima di quello che vuole raccontare. la ghidini che non riusciva a trattenere le lacrime in onda. 

la compagnia ed il senso di comunità che ha saputo dare, durante il lockdown a me e migliaia di altre persone. non ci sentiva soli. chiuso in casa senza nessun altro. ma non ero solo.

il viaggio in palestina, uno di quelli che la radio promuove[va]. quando matreme disse: voglio venire anche io, le buttai lì: non ti ci vedo così amalgamata con gli ascoltatori della radio. fu così. però sono tanto contento che l'ultimo viaggio abbiamo fatto assieme sia stato proprio laggiù.

in fondo, la radio per me, è come radiomaria per una beghina. con la differenza che io non andrò in paradiso nella prossima vita, [anche] per aver ascoltato un'emittente. ma va bene così. perché in questa di vita, appunto, è come se mi sentissi parte di una comunità. in cui magari mi riconosco in maniera cangiante [oltre che grazie alle magliette, a volte]. come rilucono diverse le goccioline nebulizzate che sono tutte le espressioni che stanno a sinistra. tecnicamente non sono un compagno, né proletario, e tanto meno so quale sia il mio grado in purezza, stante i requisti richiesti dai più puntacazzisti ascoltatori della radio. e come me, tutte e tutti, puntacazzisti o meno, si sentono parte della stessa comunità. che riverbera, dall'antifascismo in poi, in un qualcosa che ha a che vedere con il desiderio di giustizia sociale, civile, ambientale. vale qualsiasi ordine la si elenchi, la declinazione della giustizia.

comunità che è attorno a quell'emittente. che sono i redattori, collaboratori, ma è soprattutto l'idea che li unisce e li trascende. perché poi un sacco di gente se n'è andata a far altro. a volte con platee nazionali. ma l'idea di fondo, rimane. una radio libera, indipendente, che racconta quello che i redattori scelgono di raccontare, non quello che decide l'editore. perché un editore non c'è. e linea editoriale è semplice, nella complessità del mondo di ieri e di oggi: di sinistra - con tutte le cose che questo significhi - e antifascista - che significa solo una cosa.

non sono ricchi. vanno in onda anche con degli sgangheri, ma non lo capisci. così come a volte sono sgangheri nell'organizzare cose, creare hype. che poi magari l'hype ne rimane un po' deluso, ma sticazzi. sono liberi. rispondono solo alla loro onestà intellettuale.

a tratti è paradigmatico della mia stessa esistenza. a volte sgangherata, con hype disattesi, libera e onesta intellettivamente.. per questo so di non essere solo. non solo in senso stretto. ma anche non essere solo a immaginare e desiderare un mondo più giusto, equo, che rispetti tutte e tutti, pianeta compreso.

sono iniziati i festeggiamenti per i primi cinquant'anni della radio. ovvio mi senta della festa anche io. anche se domani andrò al corteo, rappresentazione di massa non competitiva, da solo, come spesso accade [è parte dello sganghero esistenziale di cui sopra]. però so che sarò un po' meno solo, di quel che può sembrare. sgangherato o meno, alla fin fine, sia. 

faccio parte, facciamo pare della cinquanta e cinquanta. cinquanta ce lo mette la radio, cinquanta ce lo mettiamo noi. il fatto è che la somma è ben oltre la semplice aritmetica. e quella roba lì, l'oltre l'aritmetica, è davvero bella sentirsela dentro. auguri errepi, auguri a tutte e tutti noi.