Saturday, September 5, 2026

polacco

qualche sera fa osservavo l'amico giuseppe. è stato a cena, quella in cui ho provato i pierogi, buonissimi. ho avuto la percezione di quanto fosse più avanti a me. tutta la biada che mi ha dato, a usare un altra figura. non che ci sia mai stata una gara, neh? solo il prendere atto di un fatto compiuto. e mentre l'osservavo mi è parso chiaro incarnasse la placida determinazione della consapevolezza del caterpillar, per quanto molto dissimulata.

perché l'amico giuseppe non si pone come un caterpillar. anzi. ma poi, con un undertatement sereno e dissimulate: vabbhuò, dai... col suo accento campano, che non è tarantelloso o struffolante, ti racconta del mondo che ha dentro, e di come si ponga nel mondo senza troppo imbarazzo o reverenza. e senza nessun ueè-ueè. bensì placido.

poi mettici l'ironia, sottile, che smonta la sovrastruttura e il chiacchiericcio esistenziale. roba da ridicolizzare, l'approccio - appunto - da chiacchiere e distintivo.

ho voluto bene all'amico giuseppe. non che non gliene voglia più, neh? allora era uno che stava nel personalissimo palmares di quelli per cui ringraziavi il cielo, allora il buondio, di avertecelo messo sul tuo cammino. accorgendomene da subito. quando comparve nell'open space dell'appartamento di quel fenomeno del pasquali. vaibs che hanno subito raccontato cose belle. è che poi ho capito che era il palmares, il suo concetto in sé ad essere venuto giù. ma è altra storia. non c'entra l'amico giuseppe, e soprattutto ora è facile ingeneroso canzonarci sopra, al palmaers.

poi allora, forse, ne ero un po' intimorito. che ero ancora in quel brodo di cultura oratoriano. [anche per questo non ho mai passato un uichend con l'amico giuseppe, che non li ha amati così tanto, quei uichend in cui si trovava solo]. io stavo nel brodo, lui viveva altro. con l'imbarazzo di sentirmi non completamente a casa, in quell'altro. tipo l'auletta brenta al politecnico, così onusta di sedicenti sinistrorsi, con tutti i bei loro paradigmi, quando con dei conformismi di ritorno. ero ancora nel guado. e forse da quel punto di vista non ci sono mai uscito del tutto, dal guado, agnosticismo a parte.

vabbhé. sticazzi.

qui voglio scrivere dell'amico giuseppe.

durante la cena, io ed i miei pierogi, ad un certo punto, ha raccontato di quando gli si era prospettata la possibilità di trasferirsi lì, a varsavia. "dieci anni fa lo avrei fatto. quando mi è stato proposto no. ricominciare da capo in una città nuova, imparare il polacco e rimettersi di nuovo in giuoco".  non l'ha fatto, ma sarebbe ben stato in grado di farlo. con la contezza, dentro, placida, ineluttabile da gąsienica.

il polacco. bellissimo sentire parlare. nella sua fottutissima complicazione di lingua slava. lo avrebbe imparato. mentre io son rimasto impantanato in cose molto meno complesse, venti, quindici, dieci, cinque anni fa. figurarsi. senza nemmeno lo sforzo di dover imparare una lingua nuova, tanto meno slava.

ovvio che la placida determinazione dell'amico giuseppe mi abbia colpito. ed abbia preso atto di un fatto compiuto. di quanto sia molto più avanti a me. per quanto non ci sia mai stata una gara. e avendo ben chiaro che lui le cose se sia ben tutte guadagnate. è partito per studiare. è tornato, forse un po' con la sensazione che milano lo stesse soverchiando. ha finito di studiare. [la mail che scrisse la mattina della sua laurea, pochi attimi prima della discussione della tesi, è una di quelle cose che avrei voluto saper scrivere io, così]. è ripartito. e poi non si è più fermato. con il quid delle lingue, forse. che si ostinava a capire i testi dei rem, perché quegli stronzi non ce li mettevano nelle musicassette. e l'internette del tutto a disposizione era piuttosto in là a venire.

dopo la sua partenza da milano mi è mancato. ci rincontrammo nei primi anni duemila. non scorderò quando lo vidi dall'altra parte del passaggio pedonale, fuori stazione termini, il giorno del suo compleanno di ventitre anni fa. mentre si aspettava il verde del semaforo la sensazione strana e bellissima di averlo salutato due giorni prima. mentre erano passati sette anni. [il senso dell'invecchiare sta anche nella percezione dei tempi passati. che sembrano uguali, mentre di anni in mezzo ce ne stanno ben di più]. 

fui invitato al suo primo matrimonio. assieme al parolin, che non rivedevo da più di dieci anni [e con la stessa loquacità non esattamente sintetica, che se lo noto io]. quando ancora nutrivo speranze, che penavo solide. invece erano bel po' evanescenti. al tempo del matrimonio, intendo, non c'entra il parolin. [mi divertii a far foto un po' a margine del fotografo vero. e cazzo, che botta, quando l'amico giuseppe, si mise al pianoforte e cantò "era de maggio". come fosse lì per caso, al pianoforte intendo, mentre noi  tutte tutti muti ad ascoltarlo].

dopodiché ci siamo interloquiti solo in maniera mediata. e ho letto di cose sempre più messe a terra con una determinazione da placido caterpillar. me lo ricordavo vicino ai radicali, me lo ritrovai del piddddì. per quanto uno di quelli che sentii meno mio,. per quanto mi sia sempre sentito un po' poco del piddddì.

ho continuato a leggerlo. spesso anche lui non esprime esattamente il dono della sintesi [che se lo noto io]. e così ho anche saputo del suo periodo complesso. complessissimo. la fine del matrimonio, i riverberi importanti. come se il suo importante spessore dentro contribuisse ad amplificarle. forse è una questione di quantità di moto intellettivo-emotiva.

si è rimesso in piedi. ha ricominciato. ha cambiato città. si è innamorato di nuovo.

sposandosi, ancora. ineluttabile.

l'ho scoperto quando mi ha invitato: ci saresti anche tu? a varsavia? mi è sgorgato il più impetuoso degli "sì, certo", che quasi ha spiazzato anche me. non me lo sarei del tutto aspettato, l'invito, ma soprattutto la risposta.. invito e riposta giunte in un momento - toh, strano -  in cui mi sentivo un po' incischiato dentro, coi miei mumble, mumble, a ragionare su come non uscire dalla zona di comfort, tossica. che sarà pure comfort, ma tossica rimane.

non immaginavo di emozionarmi così tanto. sarà per lo stupore di quando un po' ci si disintossica. sarà che mi sto debosciando. sarà la mancanza di sertralina. però è stato un bellissimo matrimonio. ed è stato bello ritrovarlo, l'amico giuseppe, con la sua placida determinazione ineluttabile. che lui si sarebbe imparato anche il polacco. perché si può fare. che ci crede ancora nello scambiarsi quelle promesse. il desiderio di provarci assieme, non lasciarsi indietro l'uno con l'altro. poi sì, sarà che ha trovato una sposa che quello spessore, quella sostanza, quell'incedere inevitabile [camuffato da una cosa del tipo: sì, però non guardate troppo me], lo accoglie, lo capisce, lo avvolge appieno. perché servirebbe un post solo per la sposa. che viene da storia importante. che quella storia se la sente scorrere dentro. anche perché ci sono popoli che la storia prende più a badilate che altri. con le fedi nuziali che sono testimoni di eventi puntuali, nell'impeto delle tragedie del novecento.

non immaginavo di emozionarmi così. perché quelle promesse sono tornite e cariche della vita che si è attraversata nel frattempo. gli alti, soprattutto i bassi. e la capacità di metterseli alle spalle, i bassi. dovesse servire anche come uno schiacciasassi, per quanto placido, iroonico, "vabbuhò... dai...", a dissimulare.

e parte dell'emozione è stata per il fatto di averlo re-incrociato l'amico giuseppe.

che i miti amicali del passato han fatto un po' la fine che han fatto. come si incartano le idealità, che poi devono passare per la torniture della vita che si attraversa nel frattempo. però è come se con l'amico giuseppe si sia un po' sfuggiti allo sfiorire, autunnale, dell'entusiasmo di pensare persone per sempre. non saprei spiegare il perché. forse perché con lui son stato abbastanza scaltro, senza saperlo compiutamente, da sfumarla quell'idealità. così che poi rimane un nocciolo di cuore tenero della sostanza. forse è perché la serena placidia te lo racconta facile, che gli entusiasmi tarantellosi, ueè-ueè, sono sopravvalutati. e posto che si può anche smettere di volersi spiegare tutto.


e l'ineluttabilità ha creato il testacoda. questa notte è morto il papà dell'emico giuseppe. festeggiavamo una manciata di giorni fa, ed ora l'amico  giuseppe passa per quel punto angoloso, quasi improvvisamente.

il post l'avrei scritto comunque. è cominciato a venire da quella cena dei pierogi, e dal fatto avrebbe imparato anche il polacco.

probabilmente lo avrei scritto con emozioni diverse. soprattutto quel testacoda non lo si augura a nessuno. figurarsi all'amico giuseppe. e figurarsi se era necessario dovesse mettere a terra la sua serena determinazione, per andare oltre a questo. tanto che mi è sembrata una cosa semplicemente ingiusta. per quanto sia struffoloso pensare a quell'aggettivo nel buco nero delle ingiustizie di questo fottutissimo mondo.

avrei voluto chiamarlo, oggi. ho evitato. anche per evitare di scoppiargli a piangere al telefono. e finire dovesse consolarmi lui. magari tirando fuori dal cappello quella frase spiazzante, nella sua ironia e nel suo essere così definitiva.

ripartirà anche questa volta. placido nella sua determinata capacità di esserci.

e grazie perché è stato possibile esserci, a festeggiarVi.





Wednesday, August 12, 2026

eclissi

potevo starmene pacioso a milano, a guardarla. l'eclisse intendo. monte stella, happening della radio, cantata collettiva anarchica sponda maestrone. roba facile, istanze da quotidiano di vita cheta.

e invece no.

ho deciso di salire sulla roisetta. quasi millequattrocento metri di dislivello da farsi. giaccate d'acqua probabili, per non dire delle nubi che potevano sostare su là, all'orizzonte. e addio eclisse.

salire sulla roisetta ha significato un po' di cose. come da elenco sparso qui sotto. rigorosamente in ordine slegato all'importanza della singola voce, nel contesto di questa personalissima tassonomia. e qualsiasi cosa significhi importanza.

l'elenco, appunto.

non starsene nella zona di confort [confort, con la n alla francese. anche in onore della geografia dei luoghi].

produrre un sacco di endorfine e sentirsele dentro.

staccare un pochetto dal lavoro.

attraversare e camminare luoghi che mozzano il fiato. in modo diverso, peraltro, da alcuni tratti dell'erta via.

vivere un momento così particolare e coinvolgente con persone cui si vuole bene. che tanto si sono adoperati e si adoperano per rimettermi in bolla. a loro modo. non so quando del tutto consapevolmente. ovvio che per costoro, la riconoscenza, è cosa che non dimenticherò mai.

veder sbucare, improvvisi, i ghiacciai. così che, di colpo, quasi sentire sgorgare lagrime di emozione.

prendere una giaccata d'acqua in salita, ed essere ospitati entro un riparo naturale da quattro baldi, con la nostra stessa idea su come sussumere l'eclisse. loro che quella del novantanove non la ricordano. anche perché dovevano ancora nascere.

prendere una giaccata di grandine, 'sì da ripartire tosti dalla cima.

arrivare in cima prima che iniziasse l'eclisse. con la soddisfazione intimo da: ce l'abbiamo fatta, noi così ci si prova ad osservarla, l'eclisse. un attimo prima che una nuvola eclissasse il sole, che però ha saputo regalarci raggi del tipo: io ho visto la luce. pochi attimi lì, per noi, i baldi giovani e noi tre. poi la nuvola li ha spenti. ma è andato bene ugualmente così.

non vedere l'eclisse.

e stigrandisssssssimicazzi non si sia vista l'eclisse.



Thursday, August 6, 2026

maestrone

io lo so, precisamente, che sono quello che sono diventato anche per le sue canzoni.

e non è una questione di ermeneutica delle liriche, interpretazione delle melodie. è che aver ascoltato alcune canzoni, in momenti precisi e fondanti, ha contribuito a  plasmarmi. poi, tecnicamente, hermes fu marco, coi suoi ricciolini, il suo gilet hippy, con al collo il simbolo della pace fatto col filo di rame spesso. fu lui a strimpellarle alla chitarra [e da lì mi venne la voglia di provarci, strimpellare una chitarra, intendo]. campo scuola delle medie sotto al devero, canzone per un amica, dio è morto, auschwitz, un vecchio e un bambino [quanto ci aveva visto giusto]. il marco fu hermes, latore del messaggio.

il messaggio erano quelle canzoni lì. che così mi sono entrate come a far germinare cose. embrioni di quello che si diventa come persone, l'umanità che si è. era il momento, ero recettivo, assetato di cose nuove e adulte. che uno non sa cosa siano di preciso. però intuisci esserci. alcune canzoni le disvelano.

e da lì poi discende il resto. così come diventano il sostrato su cui edificare il resto, oppure humus vivo e vitale con cui divenire, col tempo. quando arriverà anche la possibilità di capire meglio, allargare lo sguardo, cogliere le sfumature, intuire il tratto. per avere poi la conferma che il senso,  l'elemento fondante, l'avevi già fatto tuo, era già parte di te.

ti è appiccicata addosso, è roba tua, che senti talmente familiare e riverberante che ti viene spontaneo pensare che mica può venir meno. sennò è come se venisse meno un pezzo tu. mica può morire il maestrone. è come strappassero un arto emozionale. quindi se e quando moriremo, ma la cosa è insicura, non era l'inizio di un verso che portava alla fine sublime di una canzone. era una specie di dato di fatto apodittico.

sensazioni. emozioni. commozioni. un risuonarci, il riverbero pulsante dentro che promana dal principio attivo di quelle canzoni. ce le siamo inglobate. ognuno a modo proprio. con l'unicità di quello che siamo, unici.

ma la percezione, sono certo, è la medesima per tutte e tutti.

la vita di quelle canzoni che prende a battere e levare, più o meno di sguincio, nella parte più intima e preziosa di ciascuno.

perché, in fondo, ce le abbiamo dentro: anche le sue, e le sue in modo che son solo loro.

perché versi, strofe, ritornelli, melodie, canzoni ce le portiamo dentro da sempre. e per sempre sarà così.

è una certezza che ebbi la sera del primo concerto che ascoltai dei suoi. in realtà fu una specie di folgorazione. sono una persone banale, forse non abbastanza preparata, forse riverbero a frequenze diverse. non ho mai provato la sindrome di stendhal davanti un'opera di arte figurativa. però quella sera, all'inizio di quel concerto, vissi qualcosa che mai avevo provato, e che mai più ho provato. fu durante le battute introduttive di canzone per un'amica. ascoltate e riascoltate decine di volte. quasi come un segno di croce laico. si iniziava così. sempre si sarebbe iniziato così.

suonarono le prime battute, comparve il maestrone. ancora oggi ho 'sto ricordo lisergico: lui circonfuso di luce a scendere una specie di scalinata. cantò i primissimi versi. io ebbi la sensazione di essere lì, assieme a tutte i versi, strofe le melodie delle storia dell'umanità. qualcosa di immanente che trapassata il tempo e abbracciava lo spazio. ero lì ed ebbi l'impressione, anzi la certezza, che versi, strofe, melodie, canzoni erano dentro di me. ed erano bellissime. si trattava di capire come farle venire fuori. come se  quegli attimi, quelle prime note, quei primi versi, avessero aperto il sacco amniotico dove stavano tutti quegli embrioni. circonfusi dalla luce ad illuminarle e accendere tutto questo. erano lì. le  avevo dentro.

ancora oggi credo sia stato uno dei momenti più emozionati, toccanti, profondi abbia mai vissuto, in assoluto.

tanto che speravo di riviverle, cercandole ancora, pochissimi anni dopo con l'amico omar. altro concerto del maestrone. amico omar che mi era parso rilucere in maniera diversa dagli altri colleghi, che sentivo così alteri da me. l'amico omar no. grazie al maestrone. meglio: il medesimo aver inglobato il senso delle sue canzoni. occhei l'ermeneutica, occhei l'analisi musicale. ma quelle son cose che si spiegano. il senso e l'emozione sono cose si provano. iniziò quel concerto. quella folgorazione non ci fu.

però era bastata quell'unica volta.

col tempo mi sono poi persuaso che quella fu una specie di folgorazione estensiva. da intelligenza collettiva. avevo visto il sacco amniotico dentro di me. ma non era, necessariamente, una cosa solo mia. non sono mai diventato cantautore, anche se mi sarebbe piaciuto. ovvio. in fondo era responsabilità anche del maestrone, fare quella cosa lì. intuire e far intuire quelle cose che faceva lui, che facevano loro. nei primi momenti di quel concerto non avevo intravisto le canzoni che avrei potuto scrivere io. ma erano versi, strofe, melodie, canzoni che ciascuno di noi ha dentro. è roba immanente, che - di nuovo - trapassa il tempo ed abbraccia lo spazio, ed è di tutte e tutti.

poi ce ne sono alcuni. l'eletta schiera, che non è un pezzo di verso perculante, avvelenato. è la capacità che hanno alcuni di tirarle fuori. sanno entrarci così in contatto che poi le fanno uscire. et voilà: eccole. ad andare a costituire sostrati ed humus di generazioni. mica robetta.

e alcuni sono i prescelti, quelle avviluppati da un particolare abbraccio dal fato che confabula col caso. sono quelli che sintetizzano le chicche più raffinate e fondanti.

quelle ammantate da un senso così profondo e segnante che è come se cominciassero ad andare all'unisono col tuo respiro. che nemmeno ci pensi più. solo che quando non c'è più chi le ha tirate fuori dal suo sacco, è come se mancasse un pezzo di te.

non so se il maestrone sia stato il più bravo di tutti. non ci interessa granché, oggi. era quello cui si è voluto così bene, che è come ti avessero strappato un pezzo.

anche se poi, voglio pensare, se la sia vissuta fino in fondo il proposito del si rida sul come andrà a finire.



Tuesday, July 28, 2026

sinestesie

la viburna l'aveva ribattezzata sinestesia. la viburna è un talento ad estrapolare soprannomi che calzano a pennello. e con quel retrogusto un po' da perculaggine. è un talento anche quello, il perculamento, come usare sapientemente le spezie. molto romana, come peculiarità: il perculamento sottile, più che l'utilizzo le spezie.

quando là dentro ci portarono a lavorare in un unico biiilding, comparvero, improvvise, un sacco di donne mai viste prima. là dentro intendo. alcuni di noi ne furono piuttosto frastornati. io il giusto. non furono molte. ma ci fu anche lei. una delle poche che mi colpì davvero. sarà che sono sensibile agli occhi chiari, oltre che - è un approccio meno realizzato alla sessualità - alle tette grosse. però in quel caso furono più gli occhi chiari, la pelle quasi lattea, lo sguardo molto acqua e sapone. a dirla tutta ci deve essere pure un post, qui dentro di quasi un paio di lustri fa. dove ne scrivo in modo molto più zerbinesco. o qualcosa di simile.

non capivo fosse timidissima piuttosto che moderatamente altezzosa e spocchiosa.

propenderei per la seconda ipotesi.

anche se c'è un filo di revanscismo, non lo nascondo.

è il portato di quando provai a contattarla, via mail, da perfetto sconosciuto, per quanto collega, seppure col cordoncino bianco. quasi solo quello sapevo fare, allora. terreno più sicuro, in cui mi muovevo - pensavo - più a mio agio.

l'amico omar me ne parlò in maniera molto positiva e incuriosente. mi disse del suo blog in cui scriveva di cinema e cucina. lo lessi. pulito, rigoroso, quasi didascalico e giornalistico. l'emozione della cifra eccentrica e stordente stava da un'altra parte. ma la fanciulla ci sapeva comunque fare. volli usarlo come gancio cercando, appunto, di contattarla per stabilirlo il contatto.

le scrissi, guarda un po', di una sensazione di sinestesia. il sussumere quelle due forme d'arte: il cinema e la cucina. sinestesia, appunto. un po' anche per tirarmela, sperando notasse ed apprezzasse quel dettaglio.

ovvio che la viburna poi ebbe ispirazione facile.

non si degnò neppure di rispondermi. come fossi semplicemente da ignorare. nessuna reazione, energia buttata. nessun altro sforzo. passare oltre, minima fatica. giusto, forse, l'impegno di cestinare la mail. ambrogio, ci pensi tu schiacciare"canc" sull'anteprima di questa mail? come da perfetta principessa sul pisello di stocazzo - allora non la presi benissimo.

ecco perché il filo revanscismo.

le dedicai, mi ispirai a lei, in un racconto. doveva far parte di una raccolta a più mani, a narrare della vita da singol. di cui, si sa, fui cultore della materia, indi ricercatore. per divenire quindi cattedratico: professore ordinario.

del racconto, dicevo. avrebbe potuto far parte di una pubblicazione, come prodotto collettivo della scuola di scrittura di allora. un racconto per allievo. il mio era la storia di due che, primo appuntamento, decidono a cenare assieme. lui pensa di cucinarle il pollo al curry [pensa te. come si evolve, ora che non consumo più carne e pesce]. la ricetta presa pari pari dal suo di blogghe. dal post, appunto, del pollo al curry con riso basmati. nel racconto, però monta la titubanza di entrambi. un po' attratti dal cambio di paradigma. un po' paciosi nella loro zona di confort che non vogliono lasciare. così lui un po' si pente di averla invitata. lei si pente di aver accettato. forse meglio il trastullio della loro singletudine, non ostante ci provino a raccontarsi il contrario. alla fine lei tira il pacco in maniera non esattamente trionfale. lui ne è quasi sollevato. soprattutto quella sera potrà finire di leggere "le correzioni" di franzen. [la scelta del romanzo un omaggio alla viburna].

lo portai a lezione, il racconto. avrebbe dovuto leggerlo, per la condivisione e la critica con la classe, il docente di quella sera. invece lo fece la bruna. che aveva grandi qualità, ma non quello di essere grande interprete nel leggere. sapevo ne sarebbe uscito qualcosa di imbruttito. difatti. quasi mi sembrò noiosino: scritta io 'sta roba qui? il colpo di accetta finale lo abbattè la bruna medesima: saltò una pagina intera cercando di riassumerla [male] per arrivar tosta alla conclusione. "devi asciugarlo un po'", commentò alla fine. io avevo già deciso che si poteva anche evitare di pubblicarlo. [e mi è rimasto il dubbio non avesse apprezzato granché la figura non esattamente cristallina che fa la protagonista femminile. che poi era abbastanza quella di là dentro, che non si era nemmeno degnato di rispondermi alla mail].

insomma. sembrava l'eponimo di un qualcosa di un po' sovrastrutturato, senza grandi possibilità. il racconto. tipo quel tentativo di approccio, deprivato della dignità di una risposta.

in tutti questi anni non le ho mai rivolto la parola. non ci sarebbe stato motivo.


sinestesia, qualche tempo fa, ha dato alle stampe un romanzo. credo che l'emozione della cifra eccentrica e stordente stia da tutt'altra parte. non fosse che parla di una adolescente e del suo affrontare le prime beghe da farfalle nello stomaco e dintorni. non credo di rientrare nel target dei lettori di quel libro.

però ero curioso di leggerlo. almeno per cercare di osservane la tecnica, l'abilità.

così chiesi in biblioteca di acquistarlo - non solo l'amico paolo è il mio pusher. ma invita a fornirgli una uiiscclist di titoli con cui rifornire quegli scaffali satolli.

alla fine non se ne fece nulla. quindi quel libro devo ancora leggerlo.


oggi pomeriggio l'ho vista sola nell'aria relacse. non c'era praticamente quasi nessun altro, tranne un paio di colleghe che, variegatamente, ho supportato e supporto.

così, di colpo, mi è venuto di dirglielo, che avrei voluto leggerlo il suo romanzo. ma non ero ancora riuscito a recuperarlo. da quando mi è sovvenuta l'idea a quando le ho rivolto la parola sono passati pochi attimi. ho percepito chiaramente il battito accelerare. l'antinomia di quello che cioè fa un seduttore paraculo, magari anche maschio alfa dominante.

non che m'importi granché di lei, ovviamente - per quanto quell'occhio chiaro e la pelle diafana fanno ancora il loro bell'effetto.

però è stato un po' mettermi alla prova. in quella cosa che ormai sta diventando una specie di muro liscio et insuperabile, e anche un po' un golem che mi schiaccia e mi ottunde. quello di un embrione di pre-corteggiamento ad una donna. quel po' di sicurezza che avevo ammonticchiato è evaporata, manco il letto di un torrente riarso dalla siccità inevitabile da riscaldamento globale.

così, senza troppi preamboli e presentazioni le ho parlato. dicendole che avrei voluto leggerlo il libro. come sapessi chi era lei, che ne avesse scritto uno, roba non necessaria dettagliare. conoscenze risapute. forse è anche per questo è rimasta un po' spiazzata. oltre che, probabile è il personalissimo baias, anche un filo quasi infastidita. immagino comunque meravigliata. chi è mai costui, che mai mi rivolse la parola e che sa del mio libro?

me ne sono andato senza aggiungere molto altro. per darmi un tono ho provato a salutare le due colleghe appena distanti, che di fatto non se ne sono accorte. così da risultarmi ancora più impacciato.

ho attraversato la bussola per risalire al piano. mi son sentito un po' stordito. con l'impressione di aver fatto una figura  da pirla. con sempre quella sensazione di riverbero imbarazzato ex-post, che monta piano piano. dopo, appunto.

ho pensato all'amica paola. chissà come mi avrebbe perculato per quell'essere poco sciolto, tutt'altro che naturale e spontaneo. una cosa inamidata. poi forse non è andata esattamente così da schifo. forse ho fatto un'impressione meno idiota di come mi son sentito risalendo i tre piani di scale.

però.

non le avevo mai rivolto la parola in tutti questi anni. quasi intimidito, imbarazzato di ritorno per quella risposta mai arrivata - posto che, non mi meraviglierei, non si ricordi affatto di 'sta cosa né tanto meno se abbia mai capito sia stato io. anzi: piuttosto probabile sia così.

di colpo mi è venuto di farlo. parlarle, intendo. ed in fondo è stato questo il piccolo tentativo di uscire dal cul de sac. esercizio. minimale quanto importante.

un passettino. insomma. e credo debba esserne fiero.

anche se fierezza più calante ad un quattordicenne intimidito. non un adulto, per quanto ben lontanino dall'essere risolto.

però un passettino è stato fatto.

e passettin passettino, ce la farò

mi serviranno ancora soltanto almeno un setto-otto dozzine d'anni. ho un fulgido futuro da seduttore alle spalle. e finalmente potrò utilizzare tutta la masnada di preservativi che, durante ogni praid, mi capita di accumulare e che mi affollano i cassetti.

tra qualche decennio, finalmente, si scoperà di nuovo!

Sunday, May 24, 2026

giftcrossing

questo pomeriggio sono stato a san cristoforo, la chiesa vicino al casello. solo che è il casello che prende il nome della chiesa. sono legato a quel luogo, la chiesa intendo. piccola, intima, un corpo che fu edificato per allargare il primigenio. è la chiesa che accoglieva i viandanti che giungevano da sud-ovest, seguendo il naviglio grande. quando ancora le mura della città distavano un bel po' di cammino.

sì. ci trovo pace. ogni tanto mi ci fermo. anche solo per dare un senso ad un peregrinare senza particolare meta. ad osservare la macina che sta sotto l'altare.

ci sono stato perché ho deciso di lasciar lì, in quel luogo, un paio di oggetti. furono dei doni. doni del prete oratoriano.

l'unica cosa che mi vien di fare, del residuo di costui, è liberarmene. ho visto ardere nella stufa un fermacarte che consegnò ad un campo scuola, l'anno della maturità. oggetto di legno pirografato con un cuore antropomorfo e quella grafia che non ho mai amato. equivoca. infatti. ho bruciato, tenendone via via i lembi che si annerivano, una specie di lettera di saluto/benvenuto che vergò pochi anni dopo, quando arrivò il prete a sostituirlo. lettera a quattro mano, prete che partiva e prete che arrivava. lettera, peraltro, invecchiata malissimo e in brevissimo tempo. il prete nuovo riuscì a disfare in pochi mesi esperienze di anni. se possibile un elemento totalmente disfunzionale e inadatto, a partire dal fatto di esserlo diventato, sacerdote. chissà se quell'ordinazione fosse da fare. prete che fece danni, in quella comunità e comunitariamente. molti di meno a me, nel mio essere e divenire.

del prete di prima rimanevano, tra l'altro, una riproduzione del francesco di cimabue, l'olio su tavola. oltre che una croce,  in legno d'ulivo, con intagliata vuota la sagoma stilizzata di un uomo crocifisso. l'assenza che dà senso all'oggetto. il pieno a forma di croce, da cui cogliere quel vuoto.

sono oggetti che, ovviamente, non si bruciano. non importa non creda, non importa  mi sia allontanato, non importa provare e pensarli scevri dal loro significato. non importa quanta necessità di liberarmi dei residui. c'è un senso di sacro, o di rispetto per coloro che lo vivono, che non riesco ad espungere. e per fortuna, aggiungerei.

così ho deciso di fare come i libri che non ha senso tenere. o che desidero donare. una sorta di bookcrossing, solo che non c'entravano i libri, questa volta. [e non sarà un caso che anche i libri, ovviamente, non si bruciano]. e se c'era un posto cui affidare quei residui, questo non poteva essere che san cristoforo.

ho lasciato anche alcune righe vergate a mano, con la mia grafia sempre meno leggibile. volevo spiegare il perché fossero lì. perché volessi disfarmene. mentre scrivevo è come se una nuvola di calore mi si fosse avvolta, avvampante. ho iniziato a sudare copioso. mica mi è sfuggito il nesso causale. riuscire a finire di scrivere è stato liberatorio.

ho scritto una cosa tipo: questi sono oggetti donatimi da colui che fu il mio padre spirituale. è stata una persona importante. pensavo fosse una delle amicizie più fondanti della mia vita. non so quanto consciamente lui lo abbia fatto, ma da lui, in quegli anni, ho subito un "abuso". ed ho capito dopo molto tempo quanto il nocumento sia stato profondo. ora, da agnostico, li lascio a qualcuna o qualcuno che possa viverli come simboli di speranza e serenità, qualcuna o qualcuno con la possibilità di crederci. io ho smesso da tempo. ora sono oggetti che mi ricordano qualcosa di spiacevole, forse doloroso.

non so quanto servirà lasciar andare i residui dentro. so che andava fatto. e l'ho fatto. non può che andar bene così.




Saturday, May 2, 2026

leggero

leggero. 

come la canzone del liga [pensa te, guarda chi vado a citare]. che quando l'ascoltavo e partiva l'assoleotto finale, passava un po' del dolore che lancinava. 'ché ero lancinantamente pirla a correre dietro a quella là. sapeva mai me l'avrebbe data [figurativamente], bastava gliela battessi, allora ero il caricabatterie perfetto del suo compiacimento ad essere desiderata. [soffrivo le pene, per colpa del pene che era anni luce dall'essere usato, in universi paralleli proprio con quella, peraltro.]. 

leggero.

come odg ogni tanto mi ricorda. sfronda, alleggerisci, butta la zavorra. che l'inerzia, quando si è leggeri è piccola. si parte, si svolta più facile [questo gliel'ho fatto notare io: centro di massa elevato: i cambiamenti di stato e di moto richiedono più energia. la queen elizabeth vira con meno facilità di una canoa] [peraltro].

leggero.

come mi scivolano i post nella testa. e poi quando escono e finiscono qui, sembrano con quel suono un po' pesante. lunghi che ormai la levità ha fatto tempo a svaporare [tipo quel poco che rimaneva della mia autostima erotica, peraltro]

leggero. 

come mi ricorda il biglietto dell'amica laura. viaggia leggero, anche ieri è un bagaglio.

pensa te, proprio oggi. con tutti quegli ieri che si affastellano.

che son ricorrenze recenti, da andare oltre. lasciar andare. ci ero riuscito subito, meno ora.

che quel romanzo sulla rimozione delle rimozioni, ha fatto di nuovo sgorgare cose. ed è forse ora che le proto-molestie - pre-consapevoli o meno - non le racconti solo a chi, in quegli anni, non c'era.

bagagli involontari. e non si viaggia leggeri.

mentre cerco, comunque, di andare. la ragione del viaggio, viaggiare. fosse anche leggero, che nuovo senso avrebbe..





Friday, May 1, 2026

fondata

lavoro. nel senso di una Repubblica fondata sul. il primo complemento di specificazione del primo articolo della Costituzione.

le fondamenta. quello che sta alla base di tutto, su cui poggiare il resto.

più fondamentale di così.

lessi che quel riferimento, nel primo comma del primo articolo, fu fortisssssssimamente voluto dai comunisti dell'assemblea costituente. non fu accolta esattamente con entusiasmo, applausi e banda che suona festante, dai molti altri. e comunque ce lo misero.

Repubblica fondata sul.

e mi sovviene se la degenerazione del concetto di diritto al lavoro, quella che si sta insinuando sempre più ovunque in questo paese, sempre più pezzottato, non sia il paradigma del paese medesimo, e della sua pezzottaggine. forse effetto e causa assieme. fuori dalle bolle di privilegio in cui siamo quei tre-quattro che passano di qui. 

causa ed effetto. un sistema industriale che viene dismesso a pezzi, competenze che svaporano, aver solo subito la globalizzazione, poca capacità di adattarsi all'evoluzione e al correre del mondo. ed il lavoro che smette di essere un diritto, ma quasi una concessione. col potere d'acquisto dei salari al palo da lustri, e la contraddizione lancinante dei lavoratori poveri.

ribadisco: fuori dalla bolla del privilegio. che quelle cose ci saranno sempre state. è che adesso sono diventate troppe. si allargano. si istituzionalizzano.  

se questa lo stato di salute del diritto del lavoro, su quali fondamenta stiamo? pare ovvia quella percezione di subsidenza. fino alla pernacchia dei pochi, sempre più pochi, che a quella subsidenza possono ovviare. che la lotta di classe esiste, l'hanno vinta i ricchi.

con i figuri che ci governano che dichiarano, primo discorso in parlamento, elemento fondante [appunto] del loro agire: non disturberemo il manovratore. quelli che fanno i decreti primo maggio fuffosi, perché loro il primo maggio lavorano, mica festeggiano. il loro primo primo maggio, licenziaano il primo di questi decreti primomaggio, gli anni dopo li licenziano prima del primo maggio, che il primo maggio c'è il ponte. quelli che si inventano la retorica del salario giusto. che non possono mica ascoltare chi chiede il salario minimo. che giusto per me può non esser giusto per te. la soggettività discrezionale del gioco delle tre carte. minimo un qualcosa di oggettivo. no. loro fanno il salario giusto, che lascerà in povertà molti lavoratori.

fondata. e fondante. pensavo a come il lavoro sia per ciascuno. o dovrebbe esserlo. di come ci innesti nel vivere assieme agli altri. come ne sostanzi, o rammollicci, la dignità della persona.

e di come sia fondante - participio - ovviamente anche di me medesimo. che sono un po' nel mezzo, una specie di crinale. privilegiato da una parte, non così soddisfatto dall'altra. una cosa che fonda da un'altra parte, che però è sempre più fondata. quindi strutturata, financo solida.

voglio provare a ricordarmelo, anche oggi. soprattutto oggi. che un buon lavoro sarebbe fondamentale. per fondamenta solide. da lì passa la realizzazione, di come si fonda la res publica. da lì bisogna passare. la Costituzione è bellissima. per questo bisogna attuarla. dall'articolo uno.