Thursday, September 10, 2026

denise

stare nei giardini lea garofalo mi fa sempre sentire partecipe. non indifferente in quella piccola, grande storia, di una donna ammazzata dal marito, fatta e pezzi e bruciata. perché non si era assoggettata allo costrizioni della famiglia, la peggiore si possa pensare: quella 'ndranghetista.

l'omicidio di lea garofalo - a  trentacinqueanni - è un femminicidio e assassinio vendetta di mafia su un'innocente. insieme. è il quadrato dell'ignominia si possa riservare ad una donna.

per questo, accanto a via mondello, sono stati intitolati a lei quei giardini. meglio: quello spazio verde ancora con tracce di vegetazione spontanea. è come stare in un posto ancora più autentico. lì dentro io lo percepisco: qualcosa nella memoria di questa donna, coraggiosissima, risuona. come se lì, il suo spirito, ti si appiccasse ancora più addosso. a non lasciarti dimentico di quello è stata lei e quello che le è toccato. che è cosa che mi strugge.

ed oltre alla memoria, c'era la consapevolezza che qualcosa di lea rimanesse. la figlia. denise. una vita che rappresentava una specie di invincibilità di lea. denise come testimonianza vivente di quello che era stata lea. non importava vivesse con un altro nome, in un'altra città. il fatto ci fosse denise era il fatto ci fosse qualcosa di molto tangibile di lea. a partire dalla lotta nel ricordo della madre. ed il coraggio che ha mostrato nel ricordo della madre.

deve essere stato qualcosa di troppo faticoso da portare avanti. denise ha deciso di  andarsene. a trentacinqueanni, la stessa età che aveva sua madre quando fu uccisa da quell'immenso abominio umano del marito.

denise era ciò che restava di vivo di lea, per tutte e tutti coloro sono stati toccati dalla sua storia. a cominciare dal fatto denise accusò e denunciò colui che aveva la sciagura di avere come padre.

forse era qualcosa che ci poteva consolare. ben lontani e paciosi da chissà quale fatica di continuare ad essere, per lei. figlia di una madre assassinata per mafia da parte di quell'abominio del padre. "per lui provo solo pena. per tutto quello che ha perso: la moglie, la figlia, l'amore". così disse di lui, dopo la condanna.

quando ho sentito la notizia mi è placata dentro un'immensa tristezza. per tutto il dolore che deve aver provato e sopportato. per il fatto ne sia stata schiacciata definitivamente. perché è come se anche lea, oggi, morisse ancora un po'.

e non rimanesse nemmeno più nemmeno la speranza, la testimonianza vivente di ciò che è stata.

una grandissima amarezza e tristezza.

e quindi ora, il ricordo, dovrà essere ancora più vivo. ricordo per loro, entrambe vittime di mafia. ricordo per andare oltre quella tristezza. provarci, almeno.



Saturday, September 5, 2026

polacco

qualche sera fa osservavo l'amico giuseppe. è stato a cena, quella in cui ho provato per la prima volta i pierogi, buonissimi. ho avuto la percezione di quanto fosse più avanti a me. tutta la biada che mi ha dato, a usare un'altra figura. non che ci sia mai stata una gara, neh? solo il prendere atto di un fatto compiuto. e mentre l'osservavo mi è parso chiaro incarnasse la placida determinazione della consapevolezza del caterpillar, per quanto molto dissimulata.

perché l'amico giuseppe non si pone come un caterpillar. anzi. ma poi, con un undertatement sereno e dissimulate: vabbhuò, dai... col suo accento campano, che non è tarantelloso o struffolante, ti racconta del mondo che ha dentro, e di come si ponga nel mondo fuori senza troppo imbarazzo o reverenza. e senza nessun ueè-ueè. bensì placido.

poi mettici l'ironia, sottile, che smonta la sovrastruttura e il chiacchiericcio esistenziale. roba da ridicolizzare l'approccio - appunto - da chiacchiere et distintivo.

ho voluto bene all'amico giuseppe. non che non gliene voglia più, neh? allora era uno che stava nel personalissimo palmares di quelli per cui ringraziavi il cielo, allora il buondio, di avercelo messo sul tuo cammino. accorgendomene da subito, quando comparve nell'open space dell'appartamento di quel fenomeno del pasquali. vaibs che hanno subito raccontato cose belle. è che poi ho capito che era il palmares, il suo concetto in sé ad essere venuto giù. ma è altra storia. non c'entra l'amico giuseppe, e soprattutto ora è facile ingeneroso canzonarci sopra, al palmares.

poi, forse, ne ero un po' intimorito. che ero ancora in quel brodo di cultura oratoriano. [anche per questo non ho mai passato un uichend con l'amico giuseppe, che non li ha amati così tanto, quei uichends in cui si trovava solo]. io stavo nel brodo, lui viveva altro. con l'imbarazzo di sentirmi non completamente a casa, in quell'altro. tipo l'auletta brenta al politecnico, così onusta di sedicenti sinistrorsi, con tutti i bei loro paradigmi, quando non con dei conformismi di ritorno. ero ancora nel guado. e forse da quel punto di vista non ci sono mai uscito del tutto, dal guado, agnosticismo a parte.

vabbhé. sticazzi.

qui voglio scrivere dell'amico giuseppe.

durante la cena, quella dei pierogi, ad un certo punto, ha raccontato di quando si prospettò l'idea di di trasferirsi lì, a varsavia, che declinò. "dieci anni fa lo avrei fatto. quando è venuta l'idea no. ricominciare da capo in una città nuova, imparare il polacco e rimettersi di nuovo in giuoco".  non l'ha fatto, ma sarebbe ben stato in grado di farlo. con la contezza, dentro, placida, ineluttabile da gąsienica.

il polacco. bellissimo sentire parlare. nella sua fottutissima complicazione di lingua slava. lo avrebbe imparato. pensavo. notando subito lo iato: io rimasto impantanato in cose meno complesse, venti, quindici, dieci, cinque anni fa. figurarsi. senza nemmeno lo sforzo di dover imparare una lingua nuova, tanto meno slava.

ovvio che la placida determinazione dell'amico giuseppe mi abbia colpito. ed abbia preso atto di un fatto compiuto. di quanto sia molto più avanti a me. per quanto non ci sia mai stata una gara. e avendo ben chiaro che lui, le cose, se le sia ben tutte guadagnate. è partito per studiare. è tornato, forse un po' con la sensazione che milano lo stesse soverchiando. ha finito di studiare. [la mail che scrisse la mattina della sua laurea, pochi attimi prima della discussione della tesi, è una di quelle cose che avrei voluto saper scrivere io, così]. è ripartito. e poi non si è più fermato. con il quid delle lingue, forse. che si ostinava a capire i testi dei rem, perché quegli stronzi non ce li mettevano nelle musicassette. e l'internette del tutto a disposizione era piuttosto in là a venire.

dopo la sua partenza da milano mi è mancato. ci rincontrammo nei primi anni duemila. non scorderò quando lo vidi dall'altra parte del passaggio pedonale, fuori stazione termini, il giorno del suo compleanno di ventitre anni fa. mentre si aspettava il verde del semaforo la sensazione strana e bellissima di averlo salutato due giorni prima. mentre erano passati sette anni. [il senso dell'invecchiare sta anche nella percezione dei tempi passati. che sembrano uguali, mentre di anni in mezzo ce ne stanno ben di più]. 

fui invitato al suo primo matrimonio. assieme al parolin, che non rivedevo da più di dieci anni [e con la stessa loquacità non esattamente col dono della sintesi, che se lo noto io]. quando ancora nutrivo speranze, che penavo solide. invece erano bel po' evanescenti. al tempo del matrimonio, intendo, non c'entra il parolin. [mi divertii a far foto un po' a margine del fotografo vero. e cazzo, che botta, quando l'amico giuseppe, si mise al pianoforte e cantò "era de maggio". come fosse lì per caso, al pianoforte intendo, mentre noi  tutte tutti muti ad ascoltarlo].

dopodiché ci siamo interloquiti solo in maniera mediata. e ho letto di cose sempre più messe a terra con una determinazione da placido caterpillar. me lo ricordavo vicino ai radicali, me lo ritrovai del piddddì. per quanto la versione che sentii meno mio,. per quanto mi sia sempre sentito poco del piddddì.

ho continuato a leggerlo. spesso anche lui non esprime esattamente il dono della sintesi [che se lo noto io]. e così ho anche saputo del suo periodo complesso. complessissimo. la fine del matrimonio, i riverberi importanti. come se il suo spessore importante dentro contribuisse ad amplificarle. forse è una questione di quantità di moto intellettivo-emotiva.

si è rimesso in piedi. ha ricominciato. ha cambiato città, lavoro. si è innamorato di nuovo.

sposandosi, ancora. con tanto di proposta alla fine del mondo dall'altra parte del globo. ineluttabile.

l'ho saputo, del matrimonio non dei dettagli della proposta, quando mi ha invitato: ci saresti anche tu? a varsavia? mi è sgorgato il più impetuoso degli "sì, certo", che quasi mi ha spiazzato. non me lo sarei del tutto aspettato, l'invito, ma soprattutto la risposta.. invito e riposta giunte in un momento - toh, strano -  in cui mi sentivo un po' incischiato dentro, coi miei mumble, mumble, a ragionare su come non uscire dalla zona di comfort, tossica. che sarà pure comfort, ma tossica rimane.

non immaginavo di emozionarmi così tanto. sarà per lo stupore di quando un po' ci si disintossica. sarà che mi sto debosciando. sarà la mancanza di sertralina. è stato un bellissimo matrimonio. ed è stato bello ritrovarlo, l'amico giuseppe, con la sua placida determinazione ineluttabile. che lui si sarebbe imparato anche il polacco. perché si può fare. che ci crede ancora nello scambiarsi quelle promesse. il desiderio di provarci assieme, non lasciarsi indietro l'uno con l'altro. poi sì, ha trovato una sposa, persona specialissima, che quello spessore, quella sostanza, quell'incedere inevitabile [camuffato da una cosa del tipo: sì, però non guardate troppo me], lo accoglie, lo capisce, lo avvolge appieno. perché servirebbe un post solo per la sposa. che viene da storia importante. che quella storia se la sente scorrere dentro. anche perché ci sono popoli che la storia prende più a badilate che altri. a partire dalle fedi nuziali, portato di eventi puntuali, nell'impeto delle tragedie del novecento.

non immaginavo di emozionarmi così tanto. perché quelle promesse sono tornite e cariche della vita che si è attraversata nel frattempo. gli alti, soprattutto i bassi. e la capacità di metterseli alle spalle, i bassi. dovesse servire anche come uno schiacciasassi, per quanto placido, iroonico, "vabbuhò... dai...", a dissimulare.

e parte dell'emozione è stata per il fatto di averlo re-incrociato l'amico giuseppe.

che i miti amicali del passato han fatto un po' la fine che han fatto. come si incartano le idealità, che poi devono passare per la torniture della vita che si attraversa nel frattempo. però è come se con l'amico giuseppe si sia un po' sfuggiti allo sfiorire, autunnale, dell'entusiasmo di pensare persone per sempre. non saprei spiegare il perché. forse perché con lui son stato abbastanza scaltro, senza saperlo compiutamente, da sfumarla quell'idealità. così che poi rimane un nocciolo di cuore tenero della sostanza. forse è perché la serena placidia te lo racconta facile, che gli entusiasmi tarantellosi, ueè-ueè, sono sopravvalutati. e posto che si può anche smettere di volersi spiegare tutto.


e l'ineluttabilità ha creato il testacoda. questa notte è morto il papà dell'emico giuseppe. festeggiavamo una manciata di giorni fa, ed ora l'amico  giuseppe passa per quel punto angoloso, quasi improvvisamente.

il post l'avrei scritto comunque. è cominciato a venire da quella cena dei pierogi, e dal fatto avrebbe imparato anche il polacco.

probabilmente lo avrei scritto con emozioni diverse. soprattutto quel testacoda non lo si augura a nessuno. figurarsi all'amico giuseppe. e figurarsi se era necessario dovesse mettere a terra la sua serena determinazione, di saper andare oltre anche a questo. mi è sembrata una cosa semplicemente ingiusta. per quanto sia struffoloso pensare a quell'aggettivo nel buco nero delle ingiustizie di questo fottutissimo mondo.

avrei voluto chiamarlo, oggi. ho evitato. anche per evitare di scoppiargli a piangere al telefono [mi sto debosciando, appunto]. e finire dovesse consolarmi lui. magari tirando fuori dal cappello quella frase spiazzante, nella sua ironia e nel suo essere così definitiva.

ripartirà anche questa volta. placido nella sua determinata capacità di esserci.

e grazie perché è stato possibile esserci, a festeggiarVi.





Wednesday, August 12, 2026

eclissi

potevo starmene pacioso a milano, a guardarla. l'eclisse intendo. monte stella, happening della radio, cantata collettiva anarchica sponda maestrone. roba facile, istanze da quotidiano di vita cheta.

e invece no.

ho deciso di salire sulla roisetta. quasi millequattrocento metri di dislivello da farsi. giaccate d'acqua probabili, per non dire delle nubi che potevano sostare su là, all'orizzonte. e addio eclisse.

salire sulla roisetta ha significato un po' di cose. come da elenco sparso qui sotto. rigorosamente in ordine slegato all'importanza della singola voce, nel contesto di questa personalissima tassonomia. e qualsiasi cosa significhi importanza.

l'elenco, appunto.

non starsene nella zona di confort [confort, con la n alla francese. anche in onore della geografia dei luoghi].

produrre un sacco di endorfine e sentirsele dentro.

staccare un pochetto dal lavoro.

attraversare e camminare luoghi che mozzano il fiato. in modo diverso, peraltro, da alcuni tratti dell'erta via.

vivere un momento così particolare e coinvolgente con persone cui si vuole bene. che tanto si sono adoperati e si adoperano per rimettermi in bolla. a loro modo. non so quando del tutto consapevolmente. ovvio che per costoro, la riconoscenza, è cosa che non dimenticherò mai.

veder sbucare, improvvisi, i ghiacciai. così che, di colpo, quasi sentire sgorgare lagrime di emozione.

prendere una giaccata d'acqua in salita, ed essere ospitati entro un riparo naturale da quattro baldi, con la nostra stessa idea su come sussumere l'eclisse. loro che quella del novantanove non la ricordano. anche perché dovevano ancora nascere.

prendere una giaccata di grandine, 'sì da ripartire tosti dalla cima.

arrivare in cima prima che iniziasse l'eclisse. con la soddisfazione intimo da: ce l'abbiamo fatta, noi così ci si prova ad osservarla, l'eclisse. un attimo prima che una nuvola eclissasse il sole, che però ha saputo regalarci raggi del tipo: io ho visto la luce. pochi attimi lì, per noi, i baldi giovani e noi tre. poi la nuvola li ha spenti. ma è andato bene ugualmente così.

non vedere l'eclisse.

e stigrandisssssssimicazzi non si sia vista l'eclisse.



Thursday, August 6, 2026

maestrone

io lo so, precisamente, che sono quello che sono diventato anche per le sue canzoni.

e non è una questione di ermeneutica delle liriche, interpretazione delle melodie. è che aver ascoltato alcune canzoni, in momenti precisi e fondanti, ha contribuito a  plasmarmi. poi, tecnicamente, hermes fu marco, coi suoi ricciolini, il suo gilet hippy, con al collo il simbolo della pace fatto col filo di rame spesso. fu lui a strimpellarle alla chitarra [e da lì mi venne la voglia di provarci, strimpellare una chitarra, intendo]. campo scuola delle medie sotto al devero, canzone per un amica, dio è morto, auschwitz, un vecchio e un bambino [quanto ci aveva visto giusto]. il marco fu hermes, latore del messaggio.

il messaggio erano quelle canzoni lì. che così mi sono entrate come a far germinare cose. embrioni di quello che si diventa come persone, l'umanità che si è. era il momento, ero recettivo, assetato di cose nuove e adulte. che uno non sa cosa siano di preciso. però intuisci esserci. alcune canzoni le disvelano.

e da lì poi discende il resto. così come diventano il sostrato su cui edificare il resto, oppure humus vivo e vitale con cui divenire, col tempo. quando arriverà anche la possibilità di capire meglio, allargare lo sguardo, cogliere le sfumature, intuire il tratto. per avere poi la conferma che il senso,  l'elemento fondante, l'avevi già fatto tuo, era già parte di te.

ti è appiccicata addosso, è roba tua, che senti talmente familiare e riverberante che ti viene spontaneo pensare che mica può venir meno. sennò è come se venisse meno un pezzo tu. mica può morire il maestrone. è come strappassero un arto emozionale. quindi se e quando moriremo, ma la cosa è insicura, non era l'inizio di un verso che portava alla fine sublime di una canzone. era una specie di dato di fatto apodittico.

sensazioni. emozioni. commozioni. un risuonarci, il riverbero pulsante dentro che promana dal principio attivo di quelle canzoni. ce le siamo inglobate. ognuno a modo proprio. con l'unicità di quello che siamo, unici.

ma la percezione, sono certo, è la medesima per tutte e tutti.

la vita di quelle canzoni che prende a battere e levare, più o meno di sguincio, nella parte più intima e preziosa di ciascuno.

perché, in fondo, ce le abbiamo dentro: anche le sue, e le sue in modo che son solo loro.

perché versi, strofe, ritornelli, melodie, canzoni ce le portiamo dentro da sempre. e per sempre sarà così.

è una certezza che ebbi la sera del primo concerto che ascoltai dei suoi. in realtà fu una specie di folgorazione. sono una persone banale, forse non abbastanza preparata, forse riverbero a frequenze diverse. non ho mai provato la sindrome di stendhal davanti un'opera di arte figurativa. però quella sera, all'inizio di quel concerto, vissi qualcosa che mai avevo provato, e che mai più ho provato. fu durante le battute introduttive di canzone per un'amica. ascoltate e riascoltate decine di volte. quasi come un segno di croce laico. si iniziava così. sempre si sarebbe iniziato così.

suonarono le prime battute, comparve il maestrone. ancora oggi ho 'sto ricordo lisergico: lui circonfuso di luce a scendere una specie di scalinata. cantò i primissimi versi. io ebbi la sensazione di essere lì, assieme a tutte i versi, strofe le melodie delle storia dell'umanità. qualcosa di immanente che trapassata il tempo e abbracciava lo spazio. ero lì ed ebbi l'impressione, anzi la certezza, che versi, strofe, melodie, canzoni erano dentro di me. ed erano bellissime. si trattava di capire come farle venire fuori. come se  quegli attimi, quelle prime note, quei primi versi, avessero aperto il sacco amniotico dove stavano tutti quegli embrioni. circonfusi dalla luce ad illuminarle e accendere tutto questo. erano lì. le  avevo dentro.

ancora oggi credo sia stato uno dei momenti più emozionati, toccanti, profondi abbia mai vissuto, in assoluto.

tanto che speravo di riviverle, cercandole ancora, pochissimi anni dopo con l'amico omar. altro concerto del maestrone. amico omar che mi era parso rilucere in maniera diversa dagli altri colleghi, che sentivo così alteri da me. l'amico omar no. grazie al maestrone. meglio: il medesimo aver inglobato il senso delle sue canzoni. occhei l'ermeneutica, occhei l'analisi musicale. ma quelle son cose che si spiegano. il senso e l'emozione sono cose si provano. iniziò quel concerto. quella folgorazione non ci fu.

però era bastata quell'unica volta.

col tempo mi sono poi persuaso che quella fu una specie di folgorazione estensiva. da intelligenza collettiva. avevo visto il sacco amniotico dentro di me. ma non era, necessariamente, una cosa solo mia. non sono mai diventato cantautore, anche se mi sarebbe piaciuto. ovvio. in fondo era responsabilità anche del maestrone, fare quella cosa lì. intuire e far intuire quelle cose che faceva lui, che facevano loro. nei primi momenti di quel concerto non avevo intravisto le canzoni che avrei potuto scrivere io. ma erano versi, strofe, melodie, canzoni che ciascuno di noi ha dentro. è roba immanente, che - di nuovo - trapassa il tempo ed abbraccia lo spazio, ed è di tutte e tutti.

poi ce ne sono alcuni. l'eletta schiera, che non è un pezzo di verso perculante, avvelenato. è la capacità che hanno alcuni di tirarle fuori. sanno entrarci così in contatto che poi le fanno uscire. et voilà: eccole. ad andare a costituire sostrati ed humus di generazioni. mica robetta.

e alcuni sono i prescelti, quelle avviluppati da un particolare abbraccio dal fato che confabula col caso. sono quelli che sintetizzano le chicche più raffinate e fondanti.

quelle ammantate da un senso così profondo e segnante che è come se cominciassero ad andare all'unisono col tuo respiro. che nemmeno ci pensi più. solo che quando non c'è più chi le ha tirate fuori dal suo sacco, è come se mancasse un pezzo di te.

non so se il maestrone sia stato il più bravo di tutti. non ci interessa granché, oggi. era quello cui si è voluto così bene, che è come ti avessero strappato un pezzo.

anche se poi, voglio pensare, se la sia vissuta fino in fondo il proposito del si rida sul come andrà a finire.



Tuesday, July 28, 2026

sinestesie

la viburna l'aveva ribattezzata sinestesia. la viburna è un talento ad estrapolare soprannomi che calzano a pennello. e con quel retrogusto un po' da perculaggine. è un talento anche quello, il perculamento, come usare sapientemente le spezie. molto romana, come peculiarità: il perculamento sottile, più che l'utilizzo le spezie.

quando là dentro ci portarono a lavorare in un unico biiilding, comparvero, improvvise, un sacco di donne mai viste prima. là dentro intendo. alcuni di noi ne furono piuttosto frastornati. io il giusto. non furono molte. ma ci fu anche lei. una delle poche che mi colpì davvero. sarà che sono sensibile agli occhi chiari, oltre che - è un approccio meno realizzato alla sessualità - alle tette grosse. però in quel caso furono più gli occhi chiari, la pelle quasi lattea, lo sguardo molto acqua e sapone. a dirla tutta ci deve essere pure un post, qui dentro di quasi un paio di lustri fa. dove ne scrivo in modo molto più zerbinesco. o qualcosa di simile.

non capivo fosse timidissima piuttosto che moderatamente altezzosa e spocchiosa.

propenderei per la seconda ipotesi.

anche se c'è un filo di revanscismo, non lo nascondo.

è il portato di quando provai a contattarla, via mail, da perfetto sconosciuto, per quanto collega, seppure col cordoncino bianco. quasi solo quello sapevo fare, allora. terreno più sicuro, in cui mi muovevo - pensavo - più a mio agio.

l'amico omar me ne parlò in maniera molto positiva e incuriosente. mi disse del suo blog in cui scriveva di cinema e cucina. lo lessi. pulito, rigoroso, quasi didascalico e giornalistico. l'emozione della cifra eccentrica e stordente stava da un'altra parte. ma la fanciulla ci sapeva comunque fare. volli usarlo come gancio cercando, appunto, di contattarla per stabilirlo il contatto.

le scrissi, guarda un po', di una sensazione di sinestesia. il sussumere quelle due forme d'arte: il cinema e la cucina. sinestesia, appunto. un po' anche per tirarmela, sperando notasse ed apprezzasse quel dettaglio.

ovvio che la viburna poi ebbe ispirazione facile.

non si degnò neppure di rispondermi. come fossi semplicemente da ignorare. nessuna reazione, energia buttata. nessun altro sforzo. passare oltre, minima fatica. giusto, forse, l'impegno di cestinare la mail. ambrogio, ci pensi tu schiacciare"canc" sull'anteprima di questa mail? come da perfetta principessa sul pisello di stocazzo - allora non la presi benissimo.

ecco perché il filo revanscismo.

le dedicai, mi ispirai a lei, in un racconto. doveva far parte di una raccolta a più mani, a narrare della vita da singol. di cui, si sa, fui cultore della materia, indi ricercatore. per divenire quindi cattedratico: professore ordinario.

del racconto, dicevo. avrebbe potuto far parte di una pubblicazione, come prodotto collettivo della scuola di scrittura di allora. un racconto per allievo. il mio era la storia di due che, primo appuntamento, decidono a cenare assieme. lui pensa di cucinarle il pollo al curry [pensa te. come si evolve, ora che non consumo più carne e pesce]. la ricetta presa pari pari dal suo di blogghe. dal post, appunto, del pollo al curry con riso basmati. nel racconto, però monta la titubanza di entrambi. un po' attratti dal cambio di paradigma. un po' paciosi nella loro zona di confort che non vogliono lasciare. così lui un po' si pente di averla invitata. lei si pente di aver accettato. forse meglio il trastullio della loro singletudine, non ostante ci provino a raccontarsi il contrario. alla fine lei tira il pacco in maniera non esattamente trionfale. lui ne è quasi sollevato. soprattutto quella sera potrà finire di leggere "le correzioni" di franzen. [la scelta del romanzo un omaggio alla viburna].

lo portai a lezione, il racconto. avrebbe dovuto leggerlo, per la condivisione e la critica con la classe, il docente di quella sera. invece lo fece la bruna. che aveva grandi qualità, ma non quello di essere grande interprete nel leggere. sapevo ne sarebbe uscito qualcosa di imbruttito. difatti. quasi mi sembrò noiosino: scritta io 'sta roba qui? il colpo di accetta finale lo abbattè la bruna medesima: saltò una pagina intera cercando di riassumerla [male] per arrivar tosta alla conclusione. "devi asciugarlo un po'", commentò alla fine. io avevo già deciso che si poteva anche evitare di pubblicarlo. [e mi è rimasto il dubbio non avesse apprezzato granché la figura non esattamente cristallina che fa la protagonista femminile. che poi era abbastanza quella di là dentro, che non si era nemmeno degnato di rispondermi alla mail].

insomma. sembrava l'eponimo di un qualcosa di un po' sovrastrutturato, senza grandi possibilità. il racconto. tipo quel tentativo di approccio, deprivato della dignità di una risposta.

in tutti questi anni non le ho mai rivolto la parola. non ci sarebbe stato motivo.


sinestesia, qualche tempo fa, ha dato alle stampe un romanzo. credo che l'emozione della cifra eccentrica e stordente stia da tutt'altra parte. non fosse che parla di una adolescente e del suo affrontare le prime beghe da farfalle nello stomaco e dintorni. non credo di rientrare nel target dei lettori di quel libro.

però ero curioso di leggerlo. almeno per cercare di osservane la tecnica, l'abilità.

così chiesi in biblioteca di acquistarlo - non solo l'amico paolo è il mio pusher. ma invita a fornirgli una uiiscclist di titoli con cui rifornire quegli scaffali satolli.

alla fine non se ne fece nulla. quindi quel libro devo ancora leggerlo.


oggi pomeriggio l'ho vista sola nell'aria relacse. non c'era praticamente quasi nessun altro, tranne un paio di colleghe che, variegatamente, ho supportato e supporto.

così, di colpo, mi è venuto di dirglielo, che avrei voluto leggerlo il suo romanzo. ma non ero ancora riuscito a recuperarlo. da quando mi è sovvenuta l'idea a quando le ho rivolto la parola sono passati pochi attimi. ho percepito chiaramente il battito accelerare. l'antinomia di quello che cioè fa un seduttore paraculo, magari anche maschio alfa dominante.

non che m'importi granché di lei, ovviamente - per quanto quell'occhio chiaro e la pelle diafana fanno ancora il loro bell'effetto.

però è stato un po' mettermi alla prova. in quella cosa che ormai sta diventando una specie di muro liscio et insuperabile, e anche un po' un golem che mi schiaccia e mi ottunde. quello di un embrione di pre-corteggiamento ad una donna. quel po' di sicurezza che avevo ammonticchiato è evaporata, manco il letto di un torrente riarso dalla siccità inevitabile da riscaldamento globale.

così, senza troppi preamboli e presentazioni le ho parlato. dicendole che avrei voluto leggerlo il libro. come sapessi chi era lei, che ne avesse scritto uno, roba non necessaria dettagliare. conoscenze risapute. forse è anche per questo è rimasta un po' spiazzata. oltre che, probabile è il personalissimo baias, anche un filo quasi infastidita. immagino comunque meravigliata. chi è mai costui, che mai mi rivolse la parola e che sa del mio libro?

me ne sono andato senza aggiungere molto altro. per darmi un tono ho provato a salutare le due colleghe appena distanti, che di fatto non se ne sono accorte. così da risultarmi ancora più impacciato.

ho attraversato la bussola per risalire al piano. mi son sentito un po' stordito. con l'impressione di aver fatto una figura  da pirla. con sempre quella sensazione di riverbero imbarazzato ex-post, che monta piano piano. dopo, appunto.

ho pensato all'amica paola. chissà come mi avrebbe perculato per quell'essere poco sciolto, tutt'altro che naturale e spontaneo. una cosa inamidata. poi forse non è andata esattamente così da schifo. forse ho fatto un'impressione meno idiota di come mi son sentito risalendo i tre piani di scale.

però.

non le avevo mai rivolto la parola in tutti questi anni. quasi intimidito, imbarazzato di ritorno per quella risposta mai arrivata - posto che, non mi meraviglierei, non si ricordi affatto di 'sta cosa né tanto meno se abbia mai capito sia stato io. anzi: piuttosto probabile sia così.

di colpo mi è venuto di farlo. parlarle, intendo. ed in fondo è stato questo il piccolo tentativo di uscire dal cul de sac. esercizio. minimale quanto importante.

un passettino. insomma. e credo debba esserne fiero.

anche se fierezza più calante ad un quattordicenne intimidito. non un adulto, per quanto ben lontanino dall'essere risolto.

però un passettino è stato fatto.

e passettin passettino, ce la farò

mi serviranno ancora soltanto almeno un setto-otto dozzine d'anni. ho un fulgido futuro da seduttore alle spalle. e finalmente potrò utilizzare tutta la masnada di preservativi che, durante ogni praid, mi capita di accumulare e che mi affollano i cassetti.

tra qualche decennio, finalmente, si scoperà di nuovo!

Sunday, May 24, 2026

giftcrossing

questo pomeriggio sono stato a san cristoforo, la chiesa vicino al casello. solo che è il casello che prende il nome della chiesa. sono legato a quel luogo, la chiesa intendo. piccola, intima, un corpo che fu edificato per allargare il primigenio. è la chiesa che accoglieva i viandanti che giungevano da sud-ovest, seguendo il naviglio grande. quando ancora le mura della città distavano un bel po' di cammino.

sì. ci trovo pace. ogni tanto mi ci fermo. anche solo per dare un senso ad un peregrinare senza particolare meta. ad osservare la macina che sta sotto l'altare.

ci sono stato perché ho deciso di lasciar lì, in quel luogo, un paio di oggetti. furono dei doni. doni del prete oratoriano.

l'unica cosa che mi vien di fare, del residuo di costui, è liberarmene. ho visto ardere nella stufa un fermacarte che consegnò ad un campo scuola, l'anno della maturità. oggetto di legno pirografato con un cuore antropomorfo e quella grafia che non ho mai amato. equivoca. infatti. ho bruciato, tenendone via via i lembi che si annerivano, una specie di lettera di saluto/benvenuto che vergò pochi anni dopo, quando arrivò il prete a sostituirlo. lettera a quattro mano, prete che partiva e prete che arrivava. lettera, peraltro, invecchiata malissimo e in brevissimo tempo. il prete nuovo riuscì a disfare in pochi mesi esperienze di anni. se possibile un elemento totalmente disfunzionale e inadatto, a partire dal fatto di esserlo diventato, sacerdote. chissà se quell'ordinazione fosse da fare. prete che fece danni, in quella comunità e comunitariamente. molti di meno a me, nel mio essere e divenire.

del prete di prima rimanevano, tra l'altro, una riproduzione del francesco di cimabue, l'olio su tavola. oltre che una croce,  in legno d'ulivo, con intagliata vuota la sagoma stilizzata di un uomo crocifisso. l'assenza che dà senso all'oggetto. il pieno a forma di croce, da cui cogliere quel vuoto.

sono oggetti che, ovviamente, non si bruciano. non importa non creda, non importa  mi sia allontanato, non importa provare e pensarli scevri dal loro significato. non importa quanta necessità di liberarmi dei residui. c'è un senso di sacro, o di rispetto per coloro che lo vivono, che non riesco ad espungere. e per fortuna, aggiungerei.

così ho deciso di fare come i libri che non ha senso tenere. o che desidero donare. una sorta di bookcrossing, solo che non c'entravano i libri, questa volta. [e non sarà un caso che anche i libri, ovviamente, non si bruciano]. e se c'era un posto cui affidare quei residui, questo non poteva essere che san cristoforo.

ho lasciato anche alcune righe vergate a mano, con la mia grafia sempre meno leggibile. volevo spiegare il perché fossero lì. perché volessi disfarmene. mentre scrivevo è come se una nuvola di calore mi si fosse avvolta, avvampante. ho iniziato a sudare copioso. mica mi è sfuggito il nesso causale. riuscire a finire di scrivere è stato liberatorio.

ho scritto una cosa tipo: questi sono oggetti donatimi da colui che fu il mio padre spirituale. è stata una persona importante. pensavo fosse una delle amicizie più fondanti della mia vita. non so quanto consciamente lui lo abbia fatto, ma da lui, in quegli anni, ho subito un "abuso". ed ho capito dopo molto tempo quanto il nocumento sia stato profondo. ora, da agnostico, li lascio a qualcuna o qualcuno che possa viverli come simboli di speranza e serenità, qualcuna o qualcuno con la possibilità di crederci. io ho smesso da tempo. ora sono oggetti che mi ricordano qualcosa di spiacevole, forse doloroso.

non so quanto servirà lasciar andare i residui dentro. so che andava fatto. e l'ho fatto. non può che andar bene così.




Saturday, May 2, 2026

leggero

leggero. 

come la canzone del liga [pensa te, guarda chi vado a citare]. che quando l'ascoltavo e partiva l'assoleotto finale, passava un po' del dolore che lancinava. 'ché ero lancinantamente pirla a correre dietro a quella là. sapeva mai me l'avrebbe data [figurativamente], bastava gliela battessi, allora ero il caricabatterie perfetto del suo compiacimento ad essere desiderata. [soffrivo le pene, per colpa del pene che era anni luce dall'essere usato, in universi paralleli proprio con quella, peraltro.]. 

leggero.

come odg ogni tanto mi ricorda. sfronda, alleggerisci, butta la zavorra. che l'inerzia, quando si è leggeri è piccola. si parte, si svolta più facile [questo gliel'ho fatto notare io: centro di massa elevato: i cambiamenti di stato e di moto richiedono più energia. la queen elizabeth vira con meno facilità di una canoa] [peraltro].

leggero.

come mi scivolano i post nella testa. e poi quando escono e finiscono qui, sembrano con quel suono un po' pesante. lunghi che ormai la levità ha fatto tempo a svaporare [tipo quel poco che rimaneva della mia autostima erotica, peraltro]

leggero. 

come mi ricorda il biglietto dell'amica laura. viaggia leggero, anche ieri è un bagaglio.

pensa te, proprio oggi. con tutti quegli ieri che si affastellano.

che son ricorrenze recenti, da andare oltre. lasciar andare. ci ero riuscito subito, meno ora.

che quel romanzo sulla rimozione delle rimozioni, ha fatto di nuovo sgorgare cose. ed è forse ora che le proto-molestie - pre-consapevoli o meno - non le racconti solo a chi, in quegli anni, non c'era.

bagagli involontari. e non si viaggia leggeri.

mentre cerco, comunque, di andare. la ragione del viaggio, viaggiare. fosse anche leggero, che nuovo senso avrebbe..





Friday, May 1, 2026

fondata

lavoro. nel senso di una Repubblica fondata sul. il primo complemento di specificazione del primo articolo della Costituzione.

le fondamenta. quello che sta alla base di tutto, su cui poggiare il resto.

più fondamentale di così.

lessi che quel riferimento, nel primo comma del primo articolo, fu fortisssssssimamente voluto dai comunisti dell'assemblea costituente. non fu accolta esattamente con entusiasmo, applausi e banda che suona festante, dai molti altri. e comunque ce lo misero.

Repubblica fondata sul.

e mi sovviene se la degenerazione del concetto di diritto al lavoro, quella che si sta insinuando sempre più ovunque in questo paese, sempre più pezzottato, non sia il paradigma del paese medesimo, e della sua pezzottaggine. forse effetto e causa assieme. fuori dalle bolle di privilegio in cui siamo quei tre-quattro che passano di qui. 

causa ed effetto. un sistema industriale che viene dismesso a pezzi, competenze che svaporano, aver solo subito la globalizzazione, poca capacità di adattarsi all'evoluzione e al correre del mondo. ed il lavoro che smette di essere un diritto, ma quasi una concessione. col potere d'acquisto dei salari al palo da lustri, e la contraddizione lancinante dei lavoratori poveri.

ribadisco: fuori dalla bolla del privilegio. che quelle cose ci saranno sempre state. è che adesso sono diventate troppe. si allargano. si istituzionalizzano.  

se questa lo stato di salute del diritto del lavoro, su quali fondamenta stiamo? pare ovvia quella percezione di subsidenza. fino alla pernacchia dei pochi, sempre più pochi, che a quella subsidenza possono ovviare. che la lotta di classe esiste, l'hanno vinta i ricchi.

con i figuri che ci governano che dichiarano, primo discorso in parlamento, elemento fondante [appunto] del loro agire: non disturberemo il manovratore. quelli che fanno i decreti primo maggio fuffosi, perché loro il primo maggio lavorano, mica festeggiano. il loro primo primo maggio, licenziaano il primo di questi decreti primomaggio, gli anni dopo li licenziano prima del primo maggio, che il primo maggio c'è il ponte. quelli che si inventano la retorica del salario giusto. che non possono mica ascoltare chi chiede il salario minimo. che giusto per me può non esser giusto per te. la soggettività discrezionale del gioco delle tre carte. minimo un qualcosa di oggettivo. no. loro fanno il salario giusto, che lascerà in povertà molti lavoratori.

fondata. e fondante. pensavo a come il lavoro sia per ciascuno. o dovrebbe esserlo. di come ci innesti nel vivere assieme agli altri. come ne sostanzi, o rammollicci, la dignità della persona.

e di come sia fondante - participio - ovviamente anche di me medesimo. che sono un po' nel mezzo, una specie di crinale. privilegiato da una parte, non così soddisfatto dall'altra. una cosa che fonda da un'altra parte, che però è sempre più fondata. quindi strutturata, financo solida.

voglio provare a ricordarmelo, anche oggi. soprattutto oggi. che un buon lavoro sarebbe fondamentale. per fondamenta solide. da lì passa la realizzazione, di come si fonda la res publica. da lì bisogna passare. la Costituzione è bellissima. per questo bisogna attuarla. dall'articolo uno.

Saturday, April 4, 2026

veglie

quest'anno gioco d'anticipo.

nel senso che non scriverò nulla mentre le campane si sciolgono a festa. o in attesa di. per quanto ormai non vieppiù nemiche, le campane e il loro sciogliersi. passato da mo quella sensazione come da piccola vendetta, struggente, per la mia apostasia che comunque è già di qualche vita fa.

convinta, l'apostasia. però rimaneva comunque un vuoto, non partecipare più alla veglia pasquale. che mi contorceva le budella emozionali. per il fatto di esserci, assieme alla comunità. per il fatto di sperarci in un senso che passasse [anche] da quella rivelazione. per il fatto di crederci come un elemento fondante del proprio essere e strutturarsi.

invece era volato tutto via. se n'era andato. come lo spirito, πνεῦμα, che il gesù uomo sulla croce aveva reso, prima che si facesse buio su tutta la terra, e i paramenti a lato gli altari di mezzo mondo, per secoli a venire, fossero lasciati cadere.

qualcosa non c'era più. apostasia.

ma era rimasto il vuoto per il senso perduto dell'essere là, quando le campane si sciolgono a festa.

poi è passato. le cose sono cambiate. il senso si è fatto percorrendo altre vie, arabescheggianti, ma mica puoi dire loro: cazzo arabeschi a fare? o no?

e le cose sembrano cambiare, anche se ci si ritrova a rimbalzare sul tappeto dell'esistenza. ed in alcuni momenti ci hai un po' la sensazione di deja vù. ma come: siamo ancora a questo punto?

poi uno non è del tutto risolto.

quest'anno gioco di anticipo.

nel senso che scrivo ora delle campane che si sciolgono a festa. che c'è ancora luce, là fuori. e là fuori andrò quando sarà sceso il buio. chissà se un pezzo di luna rischiarerà un po'.

[parentesi. l'amico daniele, mille anni fa, quando fece lui la sua di apostasia, qualche anno prima della mia, aveva il suo modo di ovviare alle campane che si sciolgono a festa. posto che manco ho mai saputo se per lui, 'sta cosa delle campane che si sciolgono a festa, abbia mai significato qualcosa. insomma. lui saliva in montagna la notte di pasqua. "perché a pasqua c'è la luna piena e quindi illumina il cammino". pensai, già allora, che aveva un che di romantico. ma era piuttosto calato male nella realtà. perché può essere nuvoloso. e bastano pochi giorni dopo il plenilunio, che è un attimo perderla, la luna, nella prima serata, che sorge sempre più tardi mentre cala. poi  uno dice che alcune cose si potrebbero riconoscere da lontano. a sapere che bisogna cercarle.]

andrò là fuori. e parteciperò ad un pezzo di veglia. voglio esserci di nuovo. senza peraltro sperarci e senza vieppiù crederci. ascoltare le letture che raccontano del passaggio, pesach, pasqua. voglio essere presente. starci anche io nella veglia che è la madre di tutte le veglie. il sussulto emozionale me lo voglio concedere, nel caso. e se non arriva, sticazzi.

poi, una volta sciolte le campane a festa, me ne tornerò a casa. il resto è per i cattolici, per chi ci crede, o semplicemente chi deve far una certa presenza nel contesto del paesello.

quindi non è roba per me.

però quello prima sì. che le cose tornino, rimbalzando. però in un qualcosa di diverso. e a suo modo nuovo. è tipo un altro inizio.

dubito vedrò la luce, come accadde a jack alla triple rock baptiste church di scicago. ed ovviamente non è questo il punto. quindi è piuttosto probabile farò ritorno a casa in controtempo.

ma sarà comunque una veglia di pasqua diversa, qualsiasi cosa significhi pasqua, qualsiasi declinazione assuma diversa.

ma che riesca a cogliere il fatto che si può muovere il culo. che non siamo destinati [già ora] alla disperanza.

che sia passaggio, quindi, pesach, pasqua.

Sunday, March 8, 2026

donne

non ci son cazzi.

ci salveranno le donne. se daremo loro la possibilità di farlo. o se riusciranno a prendersela quella possibilità, in qualche modo. se c'è una speranza per l'evoluzione dell'Umanità son certo passi per di lì. attraverso loro, spostandoci sempre più' dal paradigma fallocratico degli ultimi secoli, millenni. abbattendo il totem arcaico del patriarcato. che occhei il maschio, testosterone dotato, era più forte. utile quando si cacciava e si stava nelle caverne. è che poi è venuta fuori, darwinianamente, 'sta struttura culturale. quindi la sublimazione teologica: il capo degli dei un maschio, maschio il dio monoteista. e così giù, appunto, per secoli e millenni.

se c'è una speranza per l'evoluzione passa dando sempre più peso alle intelligenze delle donne. e che i maschi la facciano loro, ed un po', già che ci sono, si levino anche dai coglioni. tipo la gerontocrazia che dovrebbe lasciar spazio alle menti più giovani. è proprio una questione di intelligenza collettiva. che è altra e  raffinata. quella di noi maschi ha dimostrato spesso la sua banalità. poi esistono donne meschine, inette, stupide, così come esistono maschi eccezionali. pare banale ribadire l'ovvio. così come non basta una donna al comando. tipo la fratella d'italia. che sarà pure femmina, ma poi incarna ampie falcate di retroguardia maschilista, e si vede bene come siamo messi [che la fratella, proprio perché donna di suo intelligente, svetta in quei lidi destrofasci da mo. e le riesce soprattutto per la mediocrità dei loro maschi, imbarazzante].

se c'è salvezza sarà grazie alle donne. siamo in un periodo di passaggio, come in fondo lo sono tutti i periodi. ora per evolverci dobbiamo andare in quella direzione. che magari non è semplicissimo, neh?. ci sono strati e strati e strati, quasi una cosa litologica che ci pervade. e quindi ovvio che il tentativo di rottura, il pungolo delle avanguardie, quelle puntute femministe. e la loro spigolatura che si percepisce eccome. ma è l'invito perentorio a muovere il culo. a schiodarsi dallo status quo di essere portatori [più o meno] sani di patriarcato. lo siamo tutte e tutti. però i maschi di più, ovvio. portano seco un privilegio per il fatto di nascere con il pistolino. [poi vabbhé, parentesi personale. 'sto privilegio, personalmente, non l'ho mai davvero agito. anzi. e per anni mi sia sentito quasi non degno di questa complessità che tanto mi affascinava e mi intimidiva. e conta poco se alcune donne han capito fossi d'uso all'azzerbinarmi. in fondo hanno esercitare uno dei pochi poteri che è stato lasciato loro. forse l'unico. che fa scopa con la dabbenaggine che a volte mostriamo in alcuni ambiti, noi maschi col pistolino.]

non è una festa, quella della donna. forse il termine è sviante. giornata internazionale dei diritti delle donne. che [ancora] lottano per l'uguaglianza dei diritti e delle possibilità. lottomarzo. lotta perché c'è un'antropologia da cambiare. in questo pezzo di mondo, pezzo di un altro pezzo di un altro pezzo di cosa più globale.

da qui dobbiamo passare. in quella direzione l'Umanità deve camminare. tutta assieme.

è un percorso. io ci sto mettendo del mio. cercar di essere migliore passa anche da qui. anche se non espungerò tutte le contraddizioni che porto meco. anche se magari inizierò ancora i post con "non ci son cazzi". ma ben consapevole di un fatto. se una qualche peculiarità bella ed interessante ce l'ho, è anche, soprattutto, legata alla mia componente femminile elevata. ben lieto di trovarmela dentro quel tipo di intelligenza. ben lieto di questa contaminazione. come mischiare due corredi cromosomici molto diversi: è più probabile si manifestino le caratteristiche genetiche migliori, funzionali allo sviluppo. e poi ci si può esercitare a migliorarla.

contaminiamoci. l'Umanità ha bisogno dell'intelligenza delle donne. noi maschi di imparare sempre più da loro. e lasciarle fare sempre di più. finora è stato fatto ancora troppo poco. voglio contribuire, quel che riesco, ad andare sempre più lesti per di là.

e buon lottomarzo a tutte le donne. consapevoli o meno.

Saturday, February 21, 2026

abbracci

ci son cose che non hai mai fatto. e poi lo fai. senza pianificarlo, programmarlo, ritualizzarlo. vengono, punto. come a trovarsi pronto, senza capire esattamente come ti ci sei trovato. pronto, intendo. ed in fondo stigrandisssssimicazzi dover o voler capire il perché delle cose che vengono.

erano lustri che non festeggiavo il compleanno con più di tre-quattro persone. volutamente intendo.

capitato andassi a bussare un po' di compagnia in quel giorno. quasi furtivo e senza troppo preavviso. possibilmente nascondendo il perché. al limite raccontandolo alla fine.

sì. ad un certo punto era un giorno che quasi temevo. come se il non sentirmi realizzato, lontano da quello che avrei voluto essere, fare, fosse motivo sufficiente di [auto]disdoro. non c'era nulla da festeggiare, visto che la vita non veniva come mi ero immaginato, desiderato dovesse venir fuori. il non riuscire a costruire una relazione. la sensazione di aver sbagliato facoltà, lavoro, destino. il non sentirmi così all'altezza, non realizzato. una via di mezzo tra lo sprecar le potenzialità che intuivo esserci, ma che se poi non servivano tanto valeva averle. avrei poi imparato il termine più sofisticato: irrisolto. 'ste cose qui. insomma.

figurarsi, così, se me li meritavo gli abbracci. il tutto condensato nel giorno del genetliaco.

un anno ho tenuto il telefono spento, tutto il giorno. lasciar tutte e tutti fuori. peddddddire.

col paradosso che che tanto mi saliva una leggera ansia il giorno precedente, e tanto più ero evitante. e tanto più la sera, a giornata genetliaca conclusa, mi prendeva una nostalgia, che come cantano è canaglia. nostalgia per le cose che non c'erano più, soprattutto perché non c'erano state. sensazione, spiacevole, di aver perso un'occasione di qualcosa che neanch'io sapevo come.

mica non avevo contezza vi erano ragioni per essere grato e festeggiare. starsene in salute [fisica], ad esempio. e via tutto il corollario. poi uno dice che un po' c'è di bisogno di una brava, tipo odg.

e non sarà un caso che le cose son cominciate a cambiare da durante la pandemia. che lì era più semplice capire come le cose hanno le loro proporzioni. lo capisce anche un pistola come me.

insomma. nesso causale o temporale. il festeggiarlo mi è venuto più semplice, armonico, naturale. che poi il festeggiarlo è l'epifenomeno. quel che si è strutturata è stata la voglia di condividere quel momento. e cominciare, un po' timidamente, a far pace con la storia degli abbracci. che sì: meritavo. e merito.

fino alla mezza improvvisata di questo, di genetliaco. o forse erano maturi i tempi. senza capire esattamente come sia venuta fuori 'sta cosa. sì. ho chiamato persone, pezzi di vita variegate. tutti importanti, a loro modo. ad accogliere la richiesta di annunciare: sì, voglio i vostri abbracci. voglio condividere con voi che 'sta cosa me la merito.

che occhei l'epifania del senso della vita che passa anche attraverso il dono. però donare è anche essere capace di ricevere. senza troppo timore, il negarlo non ha più tanto ragione d'essere, né senso.

anche questa è una conquista.

ed ovviamente è stato bellissimo. una cosa che non sapevo potesse scaldare così il cuore. spiazzante, per certi versi. che non ci ero proprio abituato. la cosa confortante è che si impara, neh? anche a smettere di autosabotarmi. smettere di essere uno dei nemici più efficaci verso me medesimo. volermi più bene. che era poi anche il piccolo impegno che mi ero preso per questo, di anno.

sì. è stato fottutamente bello, coinvolgente, rinfrancante. che sarà pure stata l'ossitocina sviluppatasi. che vien voglia di ripeterla. con la grande consapevolezza della gratitudine verso chi c'è stato. testimone e attuatore di una cosa che mi rimarrà dentro, per sempre.




Wednesday, February 18, 2026

dono

"tutta la vita è un dono, per ogni uomo. tutta la vita è un dono, in ogni momento". così cantano quei mattacchioni del gen rosso. devo averla pure suonata, sdren-sdren-sdren, ai tempi oratoriani.

niente di particolarmente originale, e ci mancherebbe, all'interno della gran fluire maieutico del cattolicesimo più o meno militante. oltre che mantra che si ascolta spesso ma si recepisce poco nel marketing delle omelie della domenica. chissà quanti fedeli, più o meno stancamente, ascoltano, come una specie di ovvietà. che poi non mettono via. scivola da altre parti. in fondo, per certi versi, ho fatto così anch'io per anni, che pur ero ben convinto.

il messaggio di ordinazione della figura più importante, disturbante e dolorosamente deludente [forse tossica] di quegli anni recitava: se il seme caduto in terra non muore, non porta frutto.

mi è tornato dalla memoria lontana il refrain di quella canzone. e quella frase qualche giorno fa.

perché ho avuto una specie di piccola epifania. che magari non è la prima volta. però forse me lo sono dimenticato. che uno diventa vecchio, e per far posto a quel po' di esperienza in più si lascia dietro anche le epifanie. chi lo sa.

e la piccola epifania è che 'sta cosa, della vita come un dono, mi è parsa lucidamente chiara e teleologica nel piccolo. che forse il senso di questo stare ed esserci è proprio 'sta roba qui. che si declini in millemilamodi [anche ad esempio. e che esempio, nell'essere genitori]. che si accompagni ad altre realizzazioni più o meno cool o da paradigmi piccolo borghesi. che stia accanto a certe piccole soddisfazioni irrazionali e piaceri più o meno spirituali, emotivi, carnali. che sia il contrafforte del creare e vivere relazioni sincere, appaganti, disinteressate. ma un senso è quello di donarsi agli altri, per gli altri. qualcosa che trascenda l'ombelico del pronome io, e renda precipuo il noi. dal singolare al plurale. che saremo pure uniche singolarità, ma che senza la pluralità si va poco lontano. come un neuroncino col suo assone.

darsi agli altri. qualsiasi cosa, serenamente e da adulti risolti significhi. tanto, poco, tutto, ma non niente.

la cosa interessante, confortante, è che tutto questo può valere nel perfetto immanente del prossimo. intendendolo nella maniera più laica, agnostica, atea. senza la necessità di una qualche trascendenza [in senso stretto], di una qualche vita eterna da raggiungere [anche] con questo.

bastiamo noi, creature incerte e fragili. se un senso può esserci. in quanto tocchi di umanità.

questa cosa mi è parsa una specie di piccola felicità di intuizione. non so se e quanto la metterò compiutamente in pratica. o riuscirò ad adoperarmi oltre che quello che, variegatamente, provo già a fare.

però qui, per quello che può avere una ragione esserci. forse è financo disperante. ma è una disperanza di ciascuno che costruisce la speranza per tutte e tutti coloro, qui su questa spelonca di roccia vagolante nell'universo, vive ed è.

mi pare un bel regalo, oggi, averne serena consapevolezza.

Tuesday, February 17, 2026

tossici

scrivo un post banale. quasi ovvio. è che uno alcune cose le dà per scontate. tipo la salute. mica ce lo prescrive il dottore che dobbiamo stare al meglio, in perfetta forma fisica, mentale.

e così, di trasposizione in trasposizione, 

vale la stessa considerazione considerando i propri genitori. nel senso di quelli che ci han tirato variegatamente grandi. che il software ce l'hanno installato loro e fatto il setup [cit]. che avranno pure pensato di farlo al meglio, nel contesto culturale, valoriale, sociale di dove siam stati in quel periodo della nostra esistenza.

che magari di cagate ne han ben fatte. in assoluta buona fede. e gran parte del tuo divenire, magari, a cercare le patches, altri setup. o tirar fuori il meglio dalle installazioni che ci hai dentro. magari smadonnando, facendo dei giri pazzeschi. probabilmente le stesse cagate che avresti fatto pure tu. semplicemente con altri e più variegati strumenti culturali. cagate più dotte, ma comunque cagate. e la progenie a provare ad installare le sue di patches, o altri setup. anche questo è decircoolovvlaif. poi non è andata così. e forse è anche meglio. vabbhè. divago.

in ogni caso, da figlio, con la consapevolezza che han cercato di fare del loro meglio. che questa consapevolezza è una grandissima conquista.

ecco.

non è che sia per forza così scontata 'sta roba qui. la consapevolezza, intendo. ma soprattutto la garanzia che abbiano cercato di fare il meglio.

cioè.

io lo so che con me è stato così. con le cagate di cui sopra. ma è nell'ordine delle cose. e ci si fa pace.

il punto è che mi rendo conto di quel che succede quando capitano genitori tossici. non nel senso delle dipendenze, ovvio. ma vulnus nel relazionarsi. 

l'eco ed il reliquio che 'sta cosa lascia. come dei segni invisibili, ma hai voglia se ci sono. come le grinze della pelle quando è cicatrice. 

come un software installato male, che non è questione di bug. è proprio l'assistenza post rilascio.

non sarà per forza fatto apposta, consapevolmente.

però l'effetto può percepirsi. che sia l'eco di un dolore, di una sofferenza, di lagrime cacciate indentro nel profondissimo.

non ho avuto genitori tossici. lo davo per scontato. non è poi così scontato.

che anche di questo non ci si dimentichi la gratitudine.

Monday, February 9, 2026

inerzie

neve splendida. corona di quattromila nel far girotondo attorno sé medesimi. sensazione di libertà a farsi scivolare giù. la percezione di movimenti e consapevolezze muscolari sempre più naturali, armoniche. il vento a sferzare il viso. la quiete della risalita osservando il paesaggio intorno.

aver ritrovato qualcosa che scuote un desiderio che arriva da lontano. una specie di felicità incrociata quando era tutto così facile esserlo, onusto di speranze bambine. che non sai da dove venga, perché te la sei trovata addosso.

cose così.

basta prendere, muovere il culo, caricare quel po' di roba necessaria sull'auto e partire.

tra la roba necessaria lo spunto di farlo.

condizione necessaria, anche sufficiente a voler essere puntacazzisti.

nulla.

la testa ha remato contro. non ha ancora capito che così non si fa. e che se si fa così si rimane impantanati dall'attrito delle cose che non si smuovono.

perché è inerzia.

l'inerzia del copione depressivo. o del racconto che ne esce.

inerzia, la resistenza di un grave a cambiare il suo stato di moto. io che mi percepisco immoto.

ci vorrebbe levità. mica non lo so.

tanta più levità, tanta meno inerzia.

sono rimasto lontano dalla neve splendida. a colpevolizzarmi. poi ovvio uno ne esce frustrato.

ecco il mio uichend, dopo aver vellicato per tutta la settimana precedente di ritrovarmi in quella gioia, nel uichend ed oltre. ed invece il tutto ha preso un'altra piega inerziale. troppo stanco, sfatto, prosciugato di energie ed entusiasmi. titubante. che poi si sceglie non scegliendo. così si rimane bloccati. due giorni. a dormire molto. uichend finito, durato giusto il tempo di riposare abbastanza per ricominciare con nuova lena la settimana lavorativa. verosimilmente a sfondarmi di nuovo di ore là dentro.

non va bene.

fanculo l'inerzia.

Thursday, February 5, 2026

teopanda76

oggi è il compleanno del teo. compeanno tondo. è un po' in sbadta per 'sta cosa. credo anche per il fatto non stia passando un periodo esattamente semplicissimo. tuttuncomplesso di cose. se non fossi uno stronzo razionalista scettico gli suggerirei espedienti apotropaici: tipo un rito antimacumba, oppure dei gran bei ceri ad una qualche serie di santi.

e mi spiace davvero che per lui non sia un periodo esattamente semplicissimo.

e non solo perché al teo io devo molto.

perché se sono ancora là dentro, tutto sommato in bolla, dopo centotrentaquattromesi è anche, forse soprattutto, per lui. l'amico omar mi spinse ad entrare [per quanto la situazione finanziaria, allora, urlava di non fare troppo il difficile e di andarci di corsa]. il teo è stato, ed è un elemento di stabilizzazione. oltre ad essere colui che mi fece capire il senso.

e pensare che non si era proprio iniziato benissimo. almeno io. sarà perché allora mi stavano tutti sui coglioni. che poi era l'effetto del mio mood interiore di quando entrai là dentro, con tutto il peso del fallimento, relazionale, professionale, mi portavo appresso. ragionevole o meno fosse. e quindi mi stava sui coglioni anche il teo. figurarsi poi, con il quid in più dell'essere l'autorità costituita. non era un periodo facile nemmeno per lui. la responsabilità di un gruppo appena nato [proviamo se va, al limite si smantella tutto]. un sacco di bella gente che forse avrebbe gioito del fatto andassimo a gambe per aria. le persone che dovevano supportarci nei primi mesi, che il gruppo aveva sostituito, che non speravano altro di soffocarci nella culla. il cielo, un giorno scoprirà, per quale strana combinazione lisergica ha inventato la consulenza accenture.

quindi quei primi mesi non furono esattamente una passeggiata. ed il teo accusò il colpo. e non solo figurativamente.

nel frattempo ci sentivamo precari fin dentro al midollo: ci lasciano a casa, ripeteva ogni tanto il teo. non che aiutasse, neh? però subiva una pressione non indifferente, e alla fine non solo figurativamente. non ostante questo percepivo un comportamento quasi di riguardo nei miei confronti. 'sta cosa mi destabilizzava. mi stavano tutti sui coglioni. perché non accadeva esattamente il reciproco?

l'ho capito mesi e mesi dopo. ed il fatto è che il teo aveva capito, ben prima di me, il senso del mio stare là dentro. e quello che ero in grado di fare, di cui ero di gran lunga all'oscuro. anche troppo impegnato a masticare ancora amaro. con davanti autostrade spalancate in cui correva il mio sentirmi inadeguato. smoccoalando fantasiosamente e fantasticando vie di fuga. alcune anche psichedeliche, peraltro. nel mentre lui aveva già capito cose.

poi vero. il gruppo si assestava, faceva il suo là dentro. e lo faceva sempre meglio. roba che passava sempre meno inosservata. hai capito il gruppo del teo come gira bene, manco il motore della lamborghini di mister wolf, che risolve problemi. non ostante alcuni elementi improbabili [e ne sono passati in questi anni, ah se ne sono passati], quando non stronzi [nel nostro cuore, un posto speciale inarrivabile, ce l'avrà sempre il mai dimenticato essemme]. però ce la gestivamo internamente. tutte e tutti a darci una mano, con una più che discreta efficienza. sarebbe interessante capire quanti altri gruppi funzionano allo stesso modo, là dentro. merito del teo, sicuramente. a partire dal fatto abbia sempre acclarato che il merito non sia suo, ma nostro. e si capisce benissimo che non è un purrrparlè, da falsa modestia.

poi vero. alcuni atteggiamenti li capivo poco. e forse non li sopportavo così serenamente. anche quella specie di affezione paterna verso il gruppo, e molti di noi. spocchioso che ero: ce l'ho già avuto un padre, pensavo.

poi un giorno, vai a sapere perché, mi venne di scriverli cor ad cor. cuore a cuore. sentii la necessità di condividere cose. chi ero davvero, cosa provavo là dentro, perché mi sentivo ancora ben lontano dal percepirmi in sereno equilibrio omeostatico-emotivo, là dentro. odg non la riteneva una buona idea. una delle poche volte che odg ha ciccato in modo piuttosto plastico.

me lo ricordo quel pomeriggio, in area relacse, seduti al tavolino. mi aveva chiesto di far due chiacchiere, felice avessi deciso di scrivergli in quel modo. gli spiegai cose. gli raccontai di me. e lui fece altrettanto. non me l'aspettavo e fu una piccola epifania. intuii del perché del suo porsi.. e molto si disvelò in un affresco di rara coerenza. con quel senso di pienezza può regalare una cosa simile. ma soprattutto mi regalò, il teo, un senso importante del mio stare là dentro. non ci ero mica ancora arrivato. lui l'aveva capito da mo.

si chiamano soft skills, per quelli bravi che usano un sacco l'inglese. non c'è dubbio che il teo ne sia particolarmente dotato. e non sarà solo per quello credo sia uno dei responsabili più benvoluti dal suo gruppo, là dentro. è un dare-avere reciproco. un sincero win-win. e mi piacerebbe sapere quanti altri, di responsabili, possano affermare lo stesso, pure quelli bravi che usano un sacco di inglese.

ora. non che sia diventato o tutto facile, anzi. e la quantità di lavoro a sommergermi non aiuta. però non c'è dubbio che quel senso, piccola epifania teopandesca di quel giorno, sia un elemento fondante. poi aiuta anche la fatturazione. perché non siamo così ipocriti. però c'è modo e modo di mantenere in sicurezza il conto corrente. però è ben giusto sia riconoscente del privilegio con cui avviene.

così come c'è modo e modo di poter fare le cose. con il grande contribuito della serenità di sentirsi stimati, sinceramente, dal proprio responsabile [mica non le sento un sacco di altre persone, là dentro].  che ha capito, da molto prima lo capissi io, come costruirmi le condizioni migliori, per star là dentro. foss'anche il non detto ma ben mutuamente inteso: fai tu, mi fido, non c'è bisogno ti dica altro.

finché c'è il teo, là dentro in quell'organizzarsi, sarò ben poco tentato di andarmene. per questo continuo a pensare sia un gran bell'elemento di stabilità. per questo provo a far del mio meglio. anche perché il teo ne possa beneficiare più o meno direttamente. glielo devo. minchia se glielo devo.

ora traguarda con un po' di sbadta questo compleanno un po' particolare. in un momento un po' particolare, a suo modo molto faticoso. poi lo sbadta passa. lo so che passa. se potessi sarei ben lieto di regalargli un po' di levità dagli affanni sulle spalle. perché in fondo non se le merita nessuno. figurarsi uno come il teo. [che poi mi piacerebbe trovarne altri che, dopo trentanni, parlano ancora così innamorati della propria moglie. oltre che savaassanndiir, dell'affetto verso la sua creatura. che forse è cosa più diffusa. ma l'effetto che si percepisce è sempre qualcosa di avvolgente].

auguri teo. è stato un gran culo incrociare un personaggio sui generis come te. che lo sappiano ben bene anche quei tre-quattro che passano di qui.

Tuesday, January 27, 2026

difficile

mi è scappato un pensiero stronzo. tipo quando ti scivola il piede dalla frizione, mentre sei fermo al semaforo. l'auto fa ooops, in avanti. un pensiero tipo i proclami di cui si ammanta fiero il mateo, quello cattivo. ho pensato: quanto è difficile e che senso ha celebrare il giorno della memoria, con la consapevolezza del genocidio di gaza. pensiero stronzo che dietro c'è l'altro, banale forse: voi che avete provato l'abominio, come fate a considerare le vite e la dignità dei palestinesi nel modo che state mostrando al mondo. poi ce ne sarebbe un altro, che è la stronza conseguenza del pensiero stronzo. una specie di anticausalità dell'abominio. però quello, per fortuna, son riuscito a non farlo.

poi è stato un attimo, a capire che prima che stronzo era un pensiero idiota. però ho cercato di non colpevolizzarmi troppo. che forse ho capito il perché è scappato fuori, il pensiero stronzo. magari ci torno sopra, più sotto.

perché il giorno della memoria ha ancora più senso oggi, ora.

spiace ribadire l'ovvio. coloro che subirono l'abominio non hanno colpe, se non quello di essere allora, e con le nefandezze perpetrate oggi. non esiste una merdosissima anticausalità. è già fuori dal lecito la faccenda delle colpe dei padri che ricadano sui figli. figurarsi l'idiozia ontologica del contrario. tanto idiota che quasi mi vergogno. figurarsi se le nefandezze genocide di oggi le perpetra il governo di uno stato. condannare un popolo per causa dei crimini dei governanti di uno stato.

sempre nell'alveo dell'ovvio, l'abominio non lo subirono solo gli ebrei. per quanto su di loro si abbatté in modo precipuo. furono rom, sinti, omosessuali, portatori di malattie invalidanti, oppositori politici. sempre abbia senso tutti i distinguo. ai distinguo era l'afflato di precisione del male assoluto, chi lo perpetrò. ogni gruppo con il suo segno distintivo. la necessità malata di categorizzare la categoria dei subumani. coloro per cui si applicava il monito di primo levi: considerate se questo è un uomo. coloro la cui vita non valeva. l'essenza dell'abominio.

ho ascoltato le testimonianze di figli, nipoti di ex deportati. l'eredità  lasciata da coloro che sono tornati da là. schiacciati dall'abominio ma che l'abominio non ha portato [del tutto] via. tutto il grumo di dolore, trauma irrisolto che hanno introiettato, inconsciamente. quasi tutti accomunati dal fatto che per decenni il genitore non ne ha parlato. troppo il dolore di verbalizzare. troppo il carico che sapevano avrebbero riversato. insopportabile l'idea che un figlio potesse conoscere cosa ha sopportato il proprio padre, la propria madre.

che pensiero idiota mi è scappato fuori. oltre che un'offesa a tutte e tutti coloro che l'abominio lo hanno attraversato. discendenti inclusi. ed inclusi anche gli assassini genocidi a gaza. che quel portato lo portano. ed assassini genocidi rimangono.. le loro colpe sono quelle, puntuali e senza prescrizione.

e poi c'è dell'altro. per cui oggi ha ancora più senso celebrarlo, il giorno della memoria.

oggi dove sembra stia per saltare tutto. l'abominio, la guerra mondiale, il disastro dell'uomo sull'uomo ha lasciare almeno l'idea di strutture sovrannazionali. ed il diritto internazionale come unico riferimento. tentativo con tutti i difetti ed i limiti. tentativo che [variegatamente sgarruppato] ha provato a funzionare. ora che che si sta spaccando tutto, lo iato è evidente. e quanto è comunque meglio quel tentativo. ora che non funziona più. che il [trito] chiasmo: la forza del diritto sostituito dal diritto della forza è ormai un dato di fatto. in quest'oggi senza più freni non ci si vergogna più. è normalizzato, conta solo l'arroganza del più forte. non se n'era mai andata 'sta cosa. ma provavamo a considerarla un'ignominia. ora lo è di meno. sembra essersi innestato nella circolazione della normalità delle cose. e ci sta avvelenando.

quanto siamo lontani dall'abominio, oggi? si era detto: mai più. non serve si ripeta quell'efficienza di sterminio. anche se non si ripeterà quell'unicum, quanto siamo già lungo sul piano inclinato? quanto stiamo iniziando a rotolare, quanto già rotolato? sempre un pezzo di mondo, ovvio. sempre noi la parte più ricca. che gran tocchi di umanità affogano in mari agitati di ingiustizie da troppo tempo.

ho ascoltato in una rassegna stampa porsi una domanda: qual era il clima quando, un secolo fa, si è cominciati a rotolare. per poi finire dove siamo finiti. com'era stare all'inizio dei fascismi. la storia non si ripete mai uguale. però un'idea, chi scriveva, la buttava lì. quando c'era di diverso rispetto ad oggi?

per tutto questo, per tutto il resto ha senso, ancora di più, celebrare la giornata della memoria. anche questa è resistenza. ricordare cosa è stato. perché se siamo stati capaci una volta, non possiamo essere più al sicuro. specie quando si intravvede il piano inclinato davanti a noi.


piccola chiosa finale. sul perché non voglio colpevolizzarmi troppo. le notizie del mondo mi abbattono. lo percepiscono, picconano il mio umore. dei cinquanta milligrammi di sertralina giornalieri, qualcuno di questi è dovuti, son certo, al non ignorarle, le notizie del mondo. il giorno della memoria è la memoria di un dolore, per quanto un'eco, che ci si augura non si spenga mai. ma è dolore. forse è un tentativo di non farmi soverchiare, anche da questo, di dolore. di cui mi sento impotente, quindi frustrato. anche se mica non lo so sia un'esperienza collettiva, mica son così originale. impotenza e frustrazione in un momento, di mio, in cui la sento perfettamente l'inerzia che mi affatica ad agire. già fatico sulle cose semplici. figurarsi l'atto ad agire per scrollarsi di dosso la frustrazione impotente. figurarsi. ecco. non è che non volessi celebrarlo. sapevo sarebbe stato un po' più [emotivamente] faticoso. ma poi è l'unica cosa giusta da fare. quindi va bene così. giusto sia così. anche se è difficile.