Tuesday, December 31, 2019

sulla storia del solito post che a fine anno divido in due, e questa è la parte construens

uh, dunque.
la parte construens.
in senso minimalista la potrei chiudere con l'estrema sintesi della prima parte del post che di solito butto giù a fine anno. la parte destruens, dico.
perché non ho davvero un cazzo di cui lamentarmi.
e forse il distillato di quello che regala l'esperienza di quando si comincia ad invecchiare è tutto qui: le cose vanno bene quando non vanno male.
sembra un approccio mimino. forse che uno smette di guardare a qualcosa che butti al meglio. o forse è il semplice punto di partenza. da lì è tutta discesa, con davanti anche delle praterie. forse non è così nemmeno semplice discernere. dove finisce lo scampato inciampettio di buchette. e dove iniziano quelle briciole da seguire per giungere a sentirsi se non felici, almeno serenamente garruli. come osservare quei disegni che ingannano, perculandole, le interpretazioni di quel che giunge dal nervo ottico. quell'immagine è il volto di una donna anziana, con naso gibboso, sguardo triste? oppure è quello di tre quarti di una giovane donna, impellicciata ed una striscia di taffeta a gingerle il collo sinuoso?
c'è dentro uno e l'altro, senza distinzione, come un continuo eppur così distinto. come l'ambivalenza onda-particella della luce, e quindi della materia.
ma questo non significa, ovvio, che non si possano cogliere quella specie di boccioli, che sono spuntati qua e là. un po' inattesi, un po' conquistati tocchettino a tocchettino, per quanto a volte senza accorgermene poi mica tanto. e che - ooooohhhhhh - ad un certo punto c'era un prato fiorito. ed io ci ho camminato dentro un po' estasiato, un po' con la titubanza di rovinar qualcosa, un po' sopreso a vedere tutto quel puntinellinare di steli, petali, rizomi a cingermi i passi.
tipo quando sei in montagna ed attraversi i pianori che ti si spalancano di fronte, al termine della salita. si aspetta qualcuno, se il passao è stato più sostenuto del tuo compare. oppure c'è qualcuno che ti aspetta che il suo è stato più rapido di quel che è riuscito a te.
che poi anche questa è una specie di ambivalenza. che a camminare in montagna è bello di suo, che sei te, con il tuo respiro, la tua fatica, il tuo cervello che si adegua al resto del corpo, non il contrario. ma è bello farlo con qualcun altro, che è da par lui, con il suo respiro, la sua fatica. poi ci si ritrova e so condivide insieme l'acqua. ambivalenza particella-onda.
è stata così anche la parte construens, quella oltre la specie di bordone di fondo delle cose che non vanno male. è stata così spesso camminando a piedi da solo. che è poi l'esperienza che sto vivendo adesso, in questo momento [anche se, invero, non sarei del tutto onesto a ommettere di scrivere che un po' di malinconia 'sta cosa me spalma addosso. dev'essere la sensazione atavica di attraversare - da solo - il limitare di un'esperienza andata, ed entrare in quella nuova. guarda un po' che strani scherzi che giocano gli archetipi. solo ci rimango tutte le sere, spesso nei uichend, ma è davvero molto diverso. solitudine diversa].
dicevo.
la parte construens camminando solo. e scoprire da me di avercela fatta. la spianata quel pomeriggio da odg. non c'è nulla di tangibile, nulla di concreto, nulla di esteriorizzato. ma sento quella sensazione che tanti nodi sono sciolti, e che gli ingarbugli di tanti anni passati è come se fossero lì, cime che se ne stanno paciose e dispiegate. ed è la sensazione dell'esserci andato oltre che, ogni tanto, ancora mi commuove. a volte la sento arrivare quando metto in fila ricordi spigolosi, e complicati, ma che sono roba andata. a volte d'improvviso, e magari nei momenti o nei posti meno indicati, tipo nell'intimità con una donna. e mi si strozza la voce in gola, tipo quando provo a cantare in contesti numerosi "bella ciao".
e poi c'è la parte construens camminando con altri. tipo i baci rimandati, rimandati, rimandati, e poi che sono arrivati, illuminati solo da alcune candele glimma; sentirsi accolti in una casa calda e lenzuola di flanella; il tramonto struggente nella pianura che se guardi con la città alle spalle davanti ci son solo campi; la schiena nuda mentre ti accomodi nel giardino interno di un cascinale che sembra roba di decenni fa, mentre è solo quindici minuti dal capolinea della cinquanta.
e poi gli amici che ti cercano e che ti fanno sentire accolto e coccolati a casa loro. i prosit ed i calici alzati. il terrazzino, che basta guardare il mare, che è sempre onda su onda, ma ogni volta è cosa diversa. o la coorte con le candele a rischiarare i visi e i muri antichi, l'amico che ti mostra tutto questo soddisfatto e garrulo, vellicando la birra, il cane che dorme sotto il tavolo dopo essersi quietata alla fine della perlustrazione nella casa che non conosce dove l'ho portata. la birra con le amiche un po' in daun, che però non capisci come ti escano quelle cose piene di buonsenso che sembrano quasi intelligenti, che forse la birra le fa scivolar fuori meglio. mia madre che nel viaggio verso l'hometown, quando ritorno, mi racconta le peripazie delle sue interlocuzioni sociali, che sembra quella che continua ad essere sul pezzo, ed io che quando ci entro, nell'hometown, non ho più quel senso di soffocamento. il ringraziamento di alcuni colleghi, o i complimenti che - comunque - continuano a mettermi in imbarazzo.
i sogni quando la luce del tramonto è struggente, e l'acqua è limpida.
e poi i libri, non così tutti eccezionali, ma quei due o tre che dici alla fine: uau, checazzodifottuto libro, tempo ben speso.
qualche post. che magari è financo venuto benino.

e quindi la storia del progetto. che se lo chiami progetto ha tutto un altro senso. che è punto di arrivo ed insieme di ripartenza: ambivalenza onda-particella. chissà se e quanto riuscirò a metterne in pratica un qualche pezzo importante. occorre provarci. anche perché è qualcosa da raggiungere, che è poi significa avere speranza [semicit]
ci provo.
mettendoci dentro quel quid, che sembrerebbe un'altra ambivalenza. invece è solo valore aggiunto: pensare ebbri, agire sobri. buttandoci dentro il proprio essere sempre più civili e sempre più cordiali.
neuroncini per l'intelligenza collettiva.



Monday, December 30, 2019

sulla storia del solito post che a fine anno divido in due, e questa è la parte destruens

a 'sto giro vado diritto.
sì, insomma, la storia del post che faccio alla fine dell'anno mi piace. e non devo giustificarmi, costruendoci sopra psicopippe, come impalcature. tipo quella dello scorso anno. me lo sono riletto quel post. cercavo un dettaglio che non mi sovveniva, piuttosto che per auto-esibizionisimo. solo che il dettaglio non l'ho mica trovato. [forse sovviene all'amico luca. ultimo giorno dell'anno. ero sul pullman savda, quello per la val d'aosta. stavo raggiungendo gli amici a casa loro. noto la foto del profilo uotsapp dell'amico luca, un'immagine nuova, strana. la ingrandisco, è una frase. la leggo e mi pare interessante. poi mi dico: "ehi, ma 'sta cosa l'ho già sentita, dove?". ci ho messo qualche attimo a rendermi conto fosse il dettaglio dello screenshot di un mio post. quello che avevo peraltro scritto qualche ora prima. era la pars destruens del post di fine anno. la pars construens, l'avrei scritta dagli amici, quella sera stessa.].
dicevo.
ho riletto il post dello scorso anno.
il dettaglio non l'ho mica trovato. però mi sono detto: "diooommmmmmmmmmmmmmioooo. che contorcimento". il post dico. soprattutto nella parte iniziale, con la psicopippa del perché scriva il post di fine anno, al netto di separarlo in destruens e construens. quindi ho proseguito nel dirmi "mmmammmmmmminchia, scrivilo e basta. cazzo ti arrotoli attorno ad un canape cosparso di grasso. scrivilo e basta". intendevo il post.
era come se l'ecodisseando di oggi, rimbrottasse - bonariamente - l'ecodisseando di trecentosessantacinquegiorni fa.
per via di quel sacco di attorcigliamenti inutili, come sembrano a quello di oggi. che chissà cosa diranno a quest'ultimo quelli che verranno dopo
quindi vado dritto, perché la storia del post che faccio alla fine dell'anno in fondo mi piace.
e per prima sintetizzo la pars destruens.
contorcimenti e fatica.
potrei finirla così.
invece proseguto, giusto per dettagliare un minimo.
tipo che non mi posso un cazzo lamentare. specie se torno indietro di altri post di fine anno. e provo a ricordare le voragini destruens che avevo unito, come il gioco dei puntini da tirar le righe tra uno e l'altro, e vedere che viene fuori. solo che non erano puntini, ma appunto voragini.
no.
niente di tutto questo, a 'sto giro di parte destruens del post di fine anno.
certo.
ci sono state giornate meno semplici. ovvio sia stato così.
ma è come se fossero cosa di congiuntura. una combinazione di concause che prese singole, forse, avrei ovviato con un buffetto, o una puzzetta - dipende da quanto mi sarei sentito greve in quel momento.
congiuture tipo la stanchezza a lavorare troppo e troppo intensamente. e quindi la consapevolezza di essere incompatibile con una relazione compiuta. e quindi il cane che sta male ed io non so esattamente come comportarmi, che se avessi evitato di lavorare come un pazzo anche tutto agosto forse avrei potuto portarla dal veterinario prima. ed io che scoppio a frignare istericamente davanti a matreme, testé tornata dal mare, con la sensazione di "io non ce la faccio ccccchiù, non reggo più"
ecco.
questa è stata la cosa più destruens dell'anno.
per dire.
poi la stanchezza si è alleviata. la consapevolezza dell'essere incompatibile con una relazione compiuta è stata condivisa, e come tutte le cose condivise si sopporta meglio [e comunque poi abbiamo fatto all'ammmmore ancora più intensamente]. il cane, operata ed isterectomizzata, è più che guarita, financo più ingestibile di prima, quasi l'avessero regredita a poco più che cucciolo.
tutto qui.
direi che non c'è proprio un cazzo di cui lamentarsi.
poi vabbhé. c'era la storia dell'intorcigliamento. che potrebbe avere una doppia spiega. racconto la realtà che percepisco, aggrovigliandone l'ordito e la trama. quindi un pat-pat di stima solidale ai tre che leggono, che non ce ne saranno molti altri di più. oppure è proprio la realtà che mi pare più ingarbugliata di quel che l'è. quindi è tutto un florilegio di nodi che non ci sono, ma in cui potrei inciampare.
ed inciampando aver prova provata di quella sensazione che ogni tanto mi coglie. che non sono più tenuto su con lo sputo. ma le strutture elastiche e resistenti, che sono sintesi auspicabili, sono ancora un bel po' a divenire. tra quanto ancora non saprei. tanto per cambiare dipende. è probabile che prima o poi 'sta cosa sarà da scoprire. o vagliare.
poi vabbhè. c'è la storia dei tre lettori. che non è quello un problema in sé. figurarsi. piuttosto il fatto non mi interessi 'sto granche diventino sei, dodici, dozzine. è roba figurata, ovvio. e dipinge il fenomeno di me medesimo che mi rintano, mi acciucciolo. e va bene così. forse è saggezza, forse è stanchezza, forse sono i remi in barca, forse è la vecchiaia. forse è resilienza, forse è lasciar andare [troppa?] assertività. chi lo sa. forse sono post che si sfarinano, forse non mi viene [più?] niente di raccontare di interessante.
niente di che, neh? forse solo una nota dissonante, sullo sfondo. giusto per non lasciar andare nulla.
anche se poi, a guardarla meno titubante, non ho proprio un cazzo di cui lamentarmi in questa parte destruens del post della fine dell'anno.
sono andato dritto. però non esattamente sintetico. cosicché ho disquisito su quello che potrebbero essere future parti destruens. cose di cui non ho proprio un cazzo di cui lamentarmi.
approccio scaltro non dimentircarlo, possibilmente mai.
e per il resto ci vuole poco altro.
un po' di culo - nel senso di caso che arride quel pochino, per quanto tutta roba fuori dalla nostra giurisdizione.
ricalibrare i desideri, distillandone solo la parte che merita essere desiderata. meno roba, ma migliore.
osservare quello che viene con il viso rilassato, tipo il solco lungo il viso. come appoggiati su un divano a le braccia allargate, distese.
accumulare serenità fintanto che va così. per accorgersi che così ce ne vorrà un po' di più per farci tirare i muscoli del viso, nonché spingerci mangiucchiarsi le pellicine delle dita.

questa non sembra nemmeno una parte destruens.
non ho proprio un cazzo di cui lamentarmi
come finire senza soluzione di continuità nella parte construens.

Friday, December 27, 2019

sui paradossi [quantistici e non quantistici]

sarà la storia del natale. ed il mood psicotropo che tende a portarsi dietro. o forse è che c'è poca luce, il sole poco alto all'orizzonte, ombre lunghe pure a mezzodì.
comunque.
se provo a scrivere, quindi cominciare a risolvere, l'equazione delle funzioni d'onda di questo contesto, mi sento pervaso da sensazioni delocalizzanti.
come se una funzione d'onda mi raccontasse delle armonie che in maniera costruttiva si stanno mettendo in fase.
e nel contempo sbucassero attorno a me funzioni d'onda intorcigliate, sghembe, non derivabili. punti angolosi che deviano persone non troppo lontane rispetto a me.
e tutto procede simultaneamente.
insomma un puttanaio, spiazzante.
è come se, d'improvviso, fosse esploso su scala macroscopica il campionario più curioso, o forse esoterico, dei paradossi quantistici. che sono paradossi, perché siamo cresciuti sulla percezione della meccanica, che non a caso viene definita classica.
ecco.
a 'sto giro è come se quei paradossi, o cose normali a dimensioni quanstiche, si riproponessero nelle dimensioni a noi consuete. come un isomorfismo interessante.
è qualche giorno che ci penso.
forse suggestionato da questo video qui, che ci segnalò l'amico QuiTo. che è un giochetto leggero, o forse questa polynerdeia ha qualcosa di molto grazioso a prescindere. [piccola parentesi che forse può sembrare bacchettona. in realtà è esattamente il contrario. l'immagine poster di uno dei video ce la mostra - apparentemente - discinta. è un primo piano, ma sembra voglia far intendere che anche sotto le spalle sia del tutto scoperta. credo sia fastidiosamente inutile. perché è brava, senza dover usare 'sti trucchetti. e se sei così convinta delle tue potenzialità, non ammiccare usando quell'immagine, che dura peraltro pochi secondi in sei minuti di video. se fai divulgazione anche in quell'ambito, divulga in maniera compiuta. concretizza il paradosso provocatorio, unendo quei due piani. non mezzucci succedanei.].
tornando tosti all'idea di qui sopra.
come se questo periodo in cui mi sembra di essere uscito dalle buche, altri attorno a me ci son finiti dentro. e sulle mie emozioni gli effetti si sovrappongono. e le porto dentro entrambe, ed entrambe sono simultaneamente vere: vitali e vivide nello stesso momento. come il gatto di schroedinger fintanto che non si apre la scatola, facendo collassare la funzione d'onda corrispondente.

anche se, finito l'effetto psicotropo del video, del periodo, e del sole così basso a mezzodì, tutto può essere letto in maniera molto più classica. sono gli [apparenti] paradossi della complessità del principio di realtà. le cose che viviamo sono complesse. a volte talmente tanto che tagliamo le visioni laterali, già quelle appena fuori dallo sguardo dritto e oltre il nostro nasino. forse per sopravvivere, forse perché è troppo oneroso dal punto di vista delle energie da impiegare. quindi forbiciate all'empatia.
non solo.
la complessità della realtà è talmente sfidante che mi fanno un po' di tenerezza coloro che credono di avere la soluzione pronta, anche solo per una delle istanze. in maniera metoniminica, per autosimilarità alle piccole e puntuali esperienze dirette. è successo un numero interessante di volte, specie in questi giorni. durante un pranzo natalizio ho ascoltato rimedi pronti all'uso per caratteristiche endemiche di una nazione spaesata come la nostra, fin su all'europa unita.
la cosa interesante è che una volta mi sarei accapigliato, bollando come stronzate banalizzanti tutto ciò. ora osservo in silenzio il metaverbale dei risolutori, distaccato. e ben rasserenato sulla forma d'onda di questo momento. forse do l'impressione di esser quello senza [più] idee, o non buono a prendere una posizione. stigrandissssssssssssimicazzi. un po' mi sto riposando. un po' forse le cose mi sono addirittura un po' più chiare di prima.
pedddddddddddddire...

Tuesday, December 24, 2019

post più o meno natalifero [o giù di lì]

qualche anno fa mi scrissero che la psicoterapia non è una spesa. è un investimento.
oggi mi è tornata in mente questa suggestione dell'amica psicoalchimie. incidentalmente lei è anche una psicoterapeuta, ma sono certo che non me lo scrisse per un conflitto di interessi di suggestioni. ma a ragion veduta. d'altro canto l'amica psicoalchimie/alba ha sempre scritto di essere una persona fortunata [anche] perché ha la possibilità di fare un lavoro che ama. e mi prendo la fantasia di intuire, seppure da lontanissimo, la sensazione che dà osservare i suoi pazienti prendere contezza del valore di quell'investimento.
incidentalmente, inoltre, oggi l'amica alba/psicoalchime compie gli anni. e mi piacerebbe ricevesse tutti gli auguri che si merita, a prescindere.
amica alba, avevi fottutamente ragione sulla storia di quel genere di investimento. dovesse capitarti di leggere è un po' che lo sto scrivendo. per quanto declini in qualcosa che i tre che passan di qui credo abbiano ormai colto, e di cui forse cominciano un po' ad essere stufi. qualcuno, a lettura superficiale e sprovveduta, potrebbe financo definirmi buonista. sull'onda che ormai è cosa che han provato a far diventare un qualcosa tra il dileggio e l'insulto. ma d'altronde i tre che passan di qui, non sono lettori superficiali, tanto meno sprovveduti. ne son certo. e d'altronde, come si dice, buonista un cazzo.
per quanto, in effetti, posto post che stendono una specie di fill rouge blogghico-logorroico di questa specie di presa di consapevolezza. e le sensazioni conseguenti. tipo quella specie di voce strozzata in gola dall'emozione commovevole che ancora mi prende. tipo questo pomeriggio quando, davanti al lago - discretamente frescazza l'aria - mi è venuto di scrivere gli auguri festivevoli ad odg.
non ostante non riuscissi a sottrarmi quella specie di malinconia avvolgente. che è malinconia, ma non è cosa che fa danno.
e d'altro canto non è mica nemmeno lontana parente delle giaculatorie dei post indietro, e di blog passati. quelli che raccontano di qualcosa di difficile.
no. questa malinconia è che comunque percepisco lo iato. l'eco di quella cosa che è stato un faticoso investimento individuare, capire, cominciare di smontare e nel contempo accettare. di come mi senta abbastanza oltre quegli infossamenti. un po' per caso - fortuito - un po' perché ci ho lavorato sopra, investendo energie importanti. ecco, quell'eco di quel che son stati quei momenti - difficili - miei, riverberano nei momenti variegatamente complicati di persone più o meno vicine. un po' per salute, un po' per intorcigliamenti, un po' perché il caso è meno fortuito. e quindi c'è 'sta storia della storia del natale e quel che di specchiante gli gira intorno. e che tira staffilate più forte proprio a chi è un po' in difficoltà. o che per ragioni variegatamente declinanti non ha molto modo di festeggiare alcunché, o qualcosa che gli si approssimi.
non posso guarire me medesimo, figurarsi se riesco a guarire il mondo, anche solo quello attorno a me.
però lasciar correre un po' di empatia, quello sì.
che a vederla da un certo punto di vista è una variante di I care, di cui parlava don milani.
figurarsi, pure a parlà di un prete vado a fare. manco fosse una notte santa, come ostentavo a infilare nel profondo del crederci, quel quarto di secolo orsono.
anche se, a proposito di suggestioni correlate a questa notte, ci sarebbe pure quella dell'amico Itsoh. un giorno, ispirazione geniale, ricordò che l'annuncio degli angeli riguarda un po' tutti, mica solo chi ci crede. perché ci sarà pure la parte trascedente del "gloria a dio nell'alto dei cieli" che, vabbhé, c'entrerebbe la faccenda della fede. ma c'è la parte immanente del "pace in terra agli uomini di buona volontà".
e se per la pace ci si deve ancora lavorare, si dovrebbe partire dalla buona volontà.
e la buona volontà agisce meglio al di qua, dopo l'investimento. come se si fosse efficientato il tutto. che sarà pure fatica, e zizzagare la complessità disordinata di un sacco di cose. ma è come si avesse la sensazione che qualcosa funziona.
ecco. se proprio ci fosse da augurare qualcosa è questo: riuscir a farla funzionare il meglio possibile 'sta fottuta buona volontà. non avremo che da guadagnarci tutti. tipo quella scintilla di pace in terra.

Thursday, December 19, 2019

sul puntualissimo zeitgeist [post dei mood quasi antipodali]

questo è un post tipo da quelli del diario.
ci sono mood del personalissimo et puntualissimo zeitgeist. e lo spirito del tempo, puntale e del personalissimo senso del fluire delle cose, è ambivalente. in maniera quasi antipodale.

la pars denstruens è che non devo abbassare la guardia, credendo di scoprire un aziendalismo per cui, proprio, non sono stato sviluppato.
l'azienda medio-grande non è cosa per me. non è la mia dimensione ottimale. lo sapevo già prima di entrare là dentro. ma avevo da rimettere in sesto i conti, oltre che un futuro molto incerto. ho impiegato mesi et mesi et mesi di giornate a masticare [molto] amaro, per cercare di provare a prendere le misure su 'sta cosa. e magari provare a cambiare idea.
e invece nulla.
cioè.
non che non abbia provato a cambiarla. anzi. tanto che ho anche spalancato un po' le braccia in segno di [intesa] reciproca accoglienza. e invece tutto è tornato a scoppiarmi sotto il culo, quando meno me l'aspettavo. per quanto, aver tirato come un mulo per mesi et mesi et mesi, forse non ha aiutato. occhei la fatturazione. liquefatti i coglioni, però.
e quindi il mio pessimo rapporto con l'autorità. un sacco di pezzi più o meno grossi che potrei stracciare a trivial e nei fondamentali dei rapporti con il prossimo, per cui invece sono l'informatico dal cordoncino bianco consulente da fuori che, da trasparente, alla bisogna diventa utile.
forse sono stanco. forse do troppo potere a figurini piuttosto chiacchiere et distintivo: mica meritano di carbonizzarmi l'umore e la serenità. per quanto non riesco ad inquadrare con precisione dove abbia colpito il sassolino schizzato dal caso, per riuscire a far franare questo bel po' di materiale. 'sì che ci è finito sotto quel senso di identità, ruolo, costruito con molta fatica, ed ora ne vagoli alla ricerca da chi manco mi vede incrociare nei corridoi. figurarsi che ideona.
potrebbe essere una cosa congiunturale. e soprattutto è memento che il mio progettino è un altro. accumulare ancora un po', essere nelle condizioni di fare l'investimento grosso, accumulare ancora un po'. e poi riuscire a salutare tutti con un simpatico e riconoscente vaffanculo. riconoscente non foss'altro per il conto in sicurezza e per la contezza di taluni abilità che non immaginavo di avere - al netto della mia incompatibilità con le aziende medio-grandi. abilità che forse nemmeno meritano troppo, là dentro. informatico dal cordoncino bianco, persona trasparente, eventualmente utile alla bisogna.

che poi magari è il periodo, neh? ma in questi giorni ho trattenuto un sacco di vaffanculo. tipo gli starnuti, che comprimono perché non vengono uscitifuori. mi prendo il contentino succedaneo del post. e naturalmente: e a culo tutto il resto.

la pars construens è che una volta accastavo legna, appena fuori casa, ora non più.
per qualche anno, dopo la morte di mio padre, era una specie di rito di commiato domenicale. la catastra grossa della legna per il camino è qualche metro in mezzo al giardino. di notte, proveniendo dal tepore di casa, magari con la pioggia o la neve, sono pochi metri che è fastidioso fare. quindi la domenica ne accumulavo quanta più possibile nel cassone accanto al camino, dentro casa. o appena fuori la porta. era una specie di carezza che facevo a matreme. quasi per giustificarmi me ne stessi andando. e quindi - verosimilmente - fuggendo dalla mestizia sottile e permanente, tipo radiazione di fondo del lutto. un bordone continuo che ho percepito per tanto tempo, ancora dopo. e che nelle domeniche pomeriggio, poco prima partissi, specie quando sapevo non sarei tornato per quindici giorni, mi sembrava sentire riverberare. e quindi accumulavo legna, in piccole cataste anche azzardate. cercavo di metternegliene, lì comoda, quanta più possibile. fare in modo non dovesse attaversare il giardino per prepararsi la legna per la serata.
all'inizio dell'inverno portavo in casa la cassa della legna, e ne accumulavo quanta più possibile lì nei dintorni. alla fine dell'inverno riportavo la cassa della legna accanto la catasta grossa. sollevato che stesse arrivando la bella stagione. sollevato dall'idea, forse sbilenca, che quando le temperature si alzano e il giorno si allunga, il bordone di fondo della mestizia risuonasse meno intenso.
forse lo percepivo solo io. ed in fondo ancora non so quanto abbia fatto davvero pace con il mio di lutto. specie in questi ultimi tempi, ogni tanto, mi sovviene di domandarmelo, quando il groppo in gola improvviso, pensando certi pensieri, mi si concretizza e poi se ne va.
forse era una specie di moralizzazione della fuga lontano da lì. anche perché spesso tornandomene dopo quindici giorni, trovavo gran parte della legna non utilizzata. "non sempre ho voglia di accenderlo, va bene così ugualmente" la spiegazione di mia madre. così il rabbocco successivo era più rapido. ma sempre che ce ne fosse il più possibile. per potermene partire con l'idea ne avesse abbastanza, anche se mi sembrava non bastasse mai, non ostante non la bruciasse mai del tutto. senza accenderse il camino tutte le sere. come avrebbe fatto mio padre se ci fosse stato.
pochi giorni fa mi è preso il ghiribizzo di accendere il camino. in sala, quella sera, non ci sarei stato. però mi faceva piacere potesse starsene davanti alla tivvù, giochicchiando al piccì, con quel tepore in più. lei, a dirla tutta, nemmeno ne sentiva tutta 'sta necessità.
ma mi era preso il ghiribizzo.
e mi sono accorto che ho trasportato legna necessaria per una serata, e poco più. un solo piccolo viaggio, con il contenitore all'uopo con ruote, che se ne sta comodo nell'angolo accantao al camino. scomparsa la sensazione non ce ne fosse abbastanza. senza fare numerosi viaggi con carriole ben più capienti.
legna per una serata. quella che bastava. senza l'ansia sottile di accumularne come da farne scorta di prossimità, come non ce ne fosse mai abbastanza.
ed è sembrato tutto più leggero, serenamente il necessario. senza addossarmi l'obbligo di aggiungere alcunché in più.
una cosa che va bene così.
finalmente.

Thursday, December 12, 2019

l'italia del dodicidicembre

[post un po' retoreggiante, ma mi rendo conto di percezioni nuove, che sposano quelle che non solo non se ne vanno, ma è come se si barricassero].
non l'ho mai letto, o ascoltato espressamente. ma il deGre aveva visto lungo quando scrisse "viva l'italia". cosa peraltro tipica dei poeti. e cantò anche l'italia del dodicidicembre.
oggi è il dodicidicembre. che significa piazza fontana. che fu il [primo] punto angoloso della storia della Repubblica. dopo non fu più stata la stessa cosa. siamo tutti figli di quella strage. chi la organizzò voleva andasse diversamente: gli incidenti, i disordini di protesta, magari capeggiati dai partiti dell'estrema sinistra, dai movimenti, dagli anarchici. la scusa per promulgare misure eccezionali, per tutelare e garantire l'ordine pubblico, dare il la ad una svolta autoritaria. la giovane democrazia da soffocare nell'adolescenza. un sacco di reliqui del regime fascista in alcuni gangli: prefetti, questori.
invece non accadde nulla di tutto questo.
non ci fu la svolta autoritaria, ma non fu più la stessa cosa. e si produsse una frattura importante tra lo stato e gran parte dei suoi cittadini.
in questi giorni, ho ascoltato spesso, nelle considerazioni, ragionamenti, ricordi di avvicinamento al cinquantesimo anniversario, che quel tentativo di sovvertire i canoni democratici si infranse anche e soprattutto contro il silenzio composto delle trecentomila persone che assistettero ai funerali in duomo e dalla piazza. cittadini, lavoratori, gli operai delle fabbriche che scioperarono e parteciparono alle esequie. non accadde nulla. solo il silenzio rispettoso ed unificante, in una giornata piovosa, talmente buia con le luci dei lampioni accede a mezzogiorno.
milano e quello che gli stava intorno reagì così.
che non c'entrassero gli anarchici, che valpreda fosse innocente, pinelli assassinato e qualcosa di molto più pervasivo, pericoloso, putrido si muovesse al di là delle apparenze, io sono intimamente convinto, lo intuirono quasi tutti. forse percezione appena al di sotto della razionalità.
per quel tipo di razionalizzazioni ci vogliono gli intellettuali, che sono gli usignoli del vivere civile: percepiscono, prima e meglio, le fughe di gas delle miniere dei recessi delle storture delle istituzioni democratiche.
"io so, ma non ho le prove".
perché sono riusciti a non far arrivare ad una verità giudiziaria. ma ci dev'essere un'ostinazione ancora più grande, e inesorabile, e irrinunciabile, e indemandabile al dovere della memoria e al senso - istintuale - della giustizia che anela alla verità storica. e spesso alla fine ci riesce.
a mettere la bomba furono i nazifascisti di ordine nuovo. pezzi dello stato depistarono. è una colpa grave, che imbratta pure lei l'innocenza di una democrazia. e che allarga lo iato, di nuovo, tra lo stato e una parte dei suoi cittadini.
un sacco di gente si è sentita, più o meno consapevolmente, tradita da quel fare melmoso e parafascista. e si è sentita meno Stato. ha smesso di riconoscersi, o ne ha sfilacciato i legami nell'istituzione che ci trascende, a cui tutti apparteniamo ma da cui possiamo sentirci avulsi.
in decimilionesimi è anche in parte parte della mia di formazione e percezione. e non so quanto ci sia il pessimo rapporto che ho sempre avuto con l'autorità [istanza, che in altri tempi avrei discusso più con odg, che altri]. non so quanto dipenda dal fatto che, ad un certo punto della mia adolescenza, abbia preso come modello intellettuale un quasi sociopatico, cui suonavo accanto. lui figlio di quella ribellione movimentista che, negli anni settanta, lo portò a posizioni quanto meno contigue con situazioni limiti. fosse rimasto in città a studiare, chissà. tornò invece sul lago, a fare il giardiniere, che si presentava al lavoro col manifesto, con visioni critiche al massimo non comprese, più che da osteggiare. e lì in parte si neutralizzò [non avevo ancora dieci anni quando mi disse: "ricordati che l'unico errore che hanno fatto le bierre, è stato quello di ammazzare le persone". impiegai qualche anno per capirne il senso]. tutti filamenti in cui si sfilacciò gran parte del senso di riconoscimento e di appartenenza. un ulteriore mazzata ad una nazione che non era venuta su ancora compiutamente, anche per ragioni storiche, culturali, sociologiche, di arretratezza sociale. qui si allargava il fronte del sentirsi meno stato dalla parte segnatamente antifascista, la percezione del tradimento della resistenza: aver combattuto per uno stato che teneva dentro sé, proteggeva, coloro che quell'ordine volevano sovvertire. e che hanno "colpevolmente depistato".
per non riuscire ad arrivare ad una verità giudiziaria. e obnubilando quella storica.
ci sono i piani diversi.
così come ci sono i diciassette morti della bomba.
e c'è la caccia all'untore pianificata da tempo, preparata quasi scientificamente.
poi succede che pinelli viene gettato da una finestra della questura, fu suicidato come si affrettarono a cercare di cristalizzare nella verità posticcia che stavano montando [dettaglio su cui non ci si sofferma spesso: a pinelli venne chiesto di seguire dei poliziotti in questura la sera del 12, per un controllo. ci entrò di sua spontanea volontà sulla sua motoretta. fu fatto volare fuori dalla finestra il 15. per quei tre giorni si sapeva solo fosse in questura, trattenuto senza un mandato, un ordine di un giudice, uno straccio di pezza giustificativa di uno stato di diritto].
la cesura, e lo iato che ne è conseguito.

ci sono voluti cinquantanni. ma solo ieri il sindaco beppe ha chiesto scusa ai famigliari del pinelli assassinato. lo ha ripetuto oggi. ieri come oggi con addosso la fascia tricolore. come sindaco, in rappresentanza della città, quindi dei suoi cittadini, nati o adottati che siano. sono dettagli, ma si portano dietro un significato importantissimo. ci son voluti cinquantanni, e forse pure la serenità della consapevolezza che la memoria e la verità storica sono istanze impegnative. ma nel contempo sono lievi per la loro inevitabilità, se si decide di starsene dalla parte dell'onestà intellettuale e non solo.
ci sono voluti cinquantanni. ma solo in questo anniversario c'è stato un Presidente della Repubblica a presenziare a milano. e che mai, prima di allora, ha parlato di depistaggi da parte di pezzi dello stato e della doppia colpevolezza che ne è conseguita.

lo sapevamo già. ma sarebbe il trionfo del benaltrismo più destrutturante [spesso si sentono pure, ai microfoni aperti in radio] ignorare il fatto che in un discorso ufficiale, il più alto rappresentante dichiara quel tipo di colpe ha un valore simbolico fondamentale.
specie in un contesto e in un perimetro di sensibilità provate, offese, urticate dal tradimento di un pezzo di stato, che ha rinnegato la sua ragione d'essere: quello di rappresentare le istanze Costituzionali a tutela dei suoi cittadini.
ora.
pragmaticamente non so cosa succederà. nel mio piccolissimo continuerò a lavorare, cercando di fatturare il più possibile per il progetto in divenire. e tutto continuerà a scorrere. i benaltristi continueranno a strepitare, la sinistra - probabilmente - a non rimanere del tutto unità. altri continueranno a punzonare la pancia della gente, fondamentalmente perculandola.
ma ho la sensazione che tra ieri e oggi un po' di quello iato si sia ridotto, la cesura un po' ricomposta. e che possa essere ripensato quel concetto di rappresentanza che sembrerà meno lontano e avulsa, e di appartenenza che sembrerà meno aliena, di minore alterità. non sarà una cosa immediata. ma forse è più importante che il gradiente prenda una certa direzione. ed il resto potrebbe ricomporsi senza che ce ne si accorga. roba che rimane appena al di sotto del razionale.
ma che va. hai voglia se va.
ne abbiamo bisogno un po' tutti [e non credo sia solo una cosa del perché invecchio]. non foss'altro che i tempi che ci attendono non saranno così semplici. sia per la zona di comfort di questo mondo occidentale, che per il pianeta e l'umanità tutta. meglio affrontarlo un po' meno soli. e con un'attitudine più marcata a non doverci sentire altro, rispetto uno stato che sentiamo non esattamente il nostro, per quanto dovremmo essere anche noi.

tutte cose che, peraltro, il deGre aveva già capito quasi quarantanni fa, prendendosi dei cazziatoni trombonanti da un sacco di gente, che probabilmente pensava di sapere tutto. cantava, il deGre, "viva l'italia", quando quel concetto, da certe parti, era qualcosa di retorico, chiacchiere et distintivo, sentirsi altro. l'italia del dodici dicembre. l'italia presa a tradimento. l'italia con gli occhi tristi e colpita al cuore. viva l'italia. l'italia che non muore.

Sunday, December 8, 2019

e le domande della conci [immacolata?]

di notte ho fatto gli auguri onomastici alla mia cummà.
indi mi sono coricato. apparecchiato la solita abbuffata di sogni strani.
appena sveglio sono sovvenute alcune considerazioni, come distillate, dal post precedente. è che quando sono un po' contento, tendo alla logorrea. anche perché mi si infilano una serie di pensieri che mostrano un loro senso, che ne innescano altri, che prendono senso, che ne innescano altri. e così via. alcuni di questi li scrivo. e sull'onda dell'entusiasmo provo a rincorrerli in rapporto uno-a-uno. quindi divento ancora più logorroico.
d'altro canto scrivo molto anche quando finisco nelle buchette, o il senso mi sembra di averlo perso del tutto.
quindi meglio l'altra di logorrea.
poi vabbhé l'amico professò, ieri ad un certo punto, mi ha scritto "calmati!". stavo condividendo i fuori artificiali emotivi del primo atto. fa sempre piacere quando qualcuno è pronto a condividerli con te [c'era dell'ironia, se non si era capito].
insomma.
il post di ieri sera è come il caffè compresso dentro il filtro della moka da uno, quella piccola. mentre lì accanto troneggia appena aperta la confezione famiglia.
alcune idee sono riuscite e infilarle dentro. è rimasta fuori un sacco di altra roba.
volevo riprenderle alcune, e rimarcarle. perché sono l'addentellato per un sacco di altra roba. che non so se scriverò, ovvio. anche perché è tutta roba molto più grande di me.
però ieri mi son venute alcune domande. che vorrei buttar lì. non perché abbia la riposta - è tutta roba ben più grande di me, appunto. d'altro canto le risposte, certe, univoche, inconfutabili, stanno scimmiottando di darle dei figuri, variegatamente loschi et perigliosi. e queste sono ripetute dagli emuli.
niente risposte, quindi.
penso possa essere più arricchente trovare le domande [forse] interessanti. e che nella mia testa, ieri, parevanomi assonanti con la storia del rapporto censis, i possibili antidoti personali, lo strabordare delle capitone, le sardine, i miei privilegi - in parte, financo lavorato per. e un sacco d'altro.
l'introduzione mi già ha portato via un sacco di posto nel post. quindi prendo solo spunto dalla prima, e la prima diffusa del santrambroeus come simbolica causa scatenante, in un luogo specifico, 'sta città moto a luogo del mio personalissimo progetto. è un qualcosa che, credo, sia simbolicamente significativa, 'ché si porta dietro sfaccettature, interessanti anche perché contradditorie.
quello è un evento topico. qualcosa di esclusivo, mondano, appariscente, elitario, sfoggio di presenzialità come testimonio di status sociale poco avvicinabile, contiguità col potere nelle sue forme sfaccettate, sfrontatezza di relazioni in essere.
è roba per nemmeno l'uno per cento. ci stanno quelli che sono arrivati. quelli che fanno parte di una elitè, variegatissima: dai parvenù ai [cosiddetti] professoroni. tutta gente che suscita, in vario modo, l'invidia sociale. specie da gran parte di quelli che hanno la percezione di non farcela, o che non ce la fanno. quelli che sono terzultimi, penultimi. quelli meno privilegiati. [parentesi, ma ho la percezione che costoro siano più incazzati coi [cosiddetti] professoroni, che coi parvenù. ma forse è una mia visione distopica. ma se così è, un suo senso ce l'ha. ma mica posso scrivere tutto adesso].
assieme a questo c'è, innervato e non districabile, l'evento artistico, di eccezionale unicità. la scala è [forse] il più importante teatro operistico al mondo. l'evento artistico unico, eccezionale, è l'opera che si mette in scena.
ed è talmente eccezionale, che concentra su di sé investimenti gazziGlionari. per un qualcosa che si ripeterà solo altre otto volte.
e fuori da lì piuttosto molto pochissimo d'altro. fuori da lì, come scala. fuori da lì come solo alcuni teatri e professionalità che vi girano attorno. non sono un esperto, ma da evocazioni degli addetti al lavoro c'è quasi da fare la fame. che recitare dia altre soddisfazioni che millemila altri lavori, occhei. ma la soglia della povertà è soglia della povertà per tutti.
e la prima diffusa, allora?
perché ne sono rimasto così suggestionato?
non è uno strapuntino? un succedaneo misero? un contentino alla stragrande maggiornanza diffusa, che magari pensa di esserne parte, solo perché va assieme ad altri a guardare la prima? una variante di preteso acculturamento rispetto il selfie con il potente o il famoso di turno? che questa prossimità, per quanto vista in tivvvvvù, dia l'idea di non essere escluso da quel topico elitario?
basta che la prima diffusa arrivi anche in periferia, per far sentire la periferia meno lontana dal centro?
è un lavarsi la coscienza che la prima diffusa arrivi a san vittore, al beccaria? quasi che l'animo illuminista e del laurà meneghino dia una carezza, laica, a quelli che sta bene stiano dietro le sbarre? mentre nel resto d'italia sia proprio lo stato delle carceri a testimonio di quanto si stia diventando sempre meno civili?
basta la prima diffusa, o ci vuole benaltro, benaltristicamente?
basta questo a definire una comunita? che poi significa riconoscersi dentro qualcosa più grande, che ci trascende, che è importante almeno tanto quanto noi singoli? un punto dove iniziare ad avere un ruolo sociale? che non ci fa sentire del tutto soli? specie in un contesto che può essere straniante come una città? e soprattutto nella città in cui, ormai, i single sono di più delle persone accoppiate, quindi in potenza ancora più soli?
che senso ha la prima diffusa?
perché ne ero così entusiasta?
per una cosa così eterea, sfuggente. ed anche difficile, complicata, che forse è anche necessario imparare ad apprezzare. come il buon vino ed il buon cibo. [solo che, in questo momento, il buon vino ed il buon cibo non vanno d'accordissimo con il mio stomaco. e costano molto di più.]
perché invece mi pare ci sia dentro una stilla di salvezza? è solo perché sto meglio, e mi pare di essere - al momento - non più tra i terzultimi, i penultimi, che ho la sensazione di potercela fare?
perché quell'eccellenza, diffusa e condivisa, per quanto elitaria, mi pare l'esatto antipodo delle cose urlate, sguaiate?
anche se sembra così tutto mischiato. dove l'urlo sguaiato è una specie di bordone di fondo cacofonico e continuo, l'eccellenza un volare etereo di un di un pomeriggio con le voci importanti e sublimi dei cantanti, del coro, la musica dell'orchestra.
perché è tutto così contiguo, eppure così nettamente diviso?
l'esempio sublime, di quella cosa elitaria ma diffusa, non è un di cui di un'altra cifra stilistica di porsi, di raccontare, di portare avanti le proprie idee? il modo ragionato, pacato, costruttivo, inclusivo che [tra gli altri] è l'intuzione più importante sardinesca [come declinerà, è altra cosa poi, ovvio].

insomma.
tutte 'ste favelle qui.
ce n'è di cui ragionarci sopra, e sbrodolare postico.
poi è mica detto che succeda.
ho poche risposte nette e definite.
ma mi vengono un sacco di domande.

Saturday, December 7, 2019

buon SantAmbroeus

sono appena tornato dalla prima diffusa. e mi sto cucinando un risotto.
in effetti non avrei dovuto essere qui, ma nell'hometown.
poi, qualche giorno fa, sono andato ad ascoltare davide livermore, dal vero. colloquio di storia e di attualità culturale. il tema "tosca", incidentalmente l'opera con cui si apre la stagione scaligera. a santambroeus. che al restares 'l patron de Milan. livermore è incidentalmente anche il regista della prima. ed è un personaggio che va dritto per dritto. pare piuttosto convinto di alcune idee fondamentali, e non mostra molte remore a ribadirle. cosa più semplice da fare nel contesto in cui lo ha fatto, che poi sarebbe la fondazione feltrinelli. il posto dove si offrono un sacco di spunti ad una certa categoria di eventuali radicalscìc. spunti peraltro sempre molto interessanti, dal mio punto di vista, ovvio. e gli spunti rimangono interessanti, al netto degli eventuali radicalscìc.
ero arrivato a quell'incontro piuttosto provato dalla giornata lavorativa.
ne sono uscito ringalluzzito.
livermore dapprima ha titillato evocando quello che sarebbe stato il tratto della sua regia. e mi è venuta un po' di acquolina in bocca per l'attesa. ma quello avrei potuto godermelo anche nell'hometown, guardandomela solitario con a fianco la cagnolina addormentata.
ma non sarebbe stata la stessa cosa.
già perché livermore ha anche aggiunto che quello che si fa alla scala, soprattutto per la prima, è patrimonio che è quasi un unicum al mondo. è importante per tutta l'italia, 'ché mostra un'eccellenza italiana nell'orbo terracqueo. e milano, per quella sera, diventa il centro di tutto questo.
ora.
può essere che costui abbia anche pisciato un po' fuori dal vaso.
può essere che sia l'uscita, molto orgogliosa, di uno che ha delle indubbie capacità. a cui viene messa a disposizione l'eccellenza modiale dal punto di vista musical-operistico, nonché la primizia delle maestranze, delle artigianerie, dei saperi teatrali. oltre che una imponente quantità di denaro per dar corpo alle sue visioni. e che da un ruolo apicale lui diriga - l'avvenenza erotica del potere - grandissima parte della baracca che è, appunto, unica.
ma i giudizi assoluti ed univoci comincio a credere siano veramente una strettissima minoranza [tipo che il razzismo ed il fascismo siano delle cose merdose. a prescindere, comunque, sempre. tipo].
e quindi può essere che oltre all'uscita [ipoteticamente] trombonante, ci sia del vero.
e quello che sono riusciti a far in quel teatro, 'sta sera, è stato qualcosa di pazzesco. effetto leva emozionale di un capolavoro di un visionario, qual è stato il giacomino puccini. uno che ha inventanto il cinema, con trent'anni di anticipo, componendo opere teatrali.
e quella cosa pazzesca sia a disposizione di tutti coloro vogliono fruirne, in tutto il mondo. in tutt'italia. a milano la diffondono in un sacco di spazi condivisi. perché farlo in maniera condivisa ha un'altro effetto leva emotiva. perché percepisci che è anche roba tua, come di coloro che sono dentro la gabbia dorata del teatro, coi frizzichi et lazzi et lustrini et papillon. e fai parte di tutto quell'insieme di cose che è 'sta città. dove quella cosa lì succede, grazie ad eccellenze che arrivano da tutt'italia e da gran parte del mondo. ma succede qui, non altrove. non perché è meritato, o che dia il permesso di guardar dall'alto verso il basso tutto il resto. però resta il fatto che da qualche parte succede. e succede qui. per questo è stato quasi un richiamo andarmelo a vederlo in un posto condiviso. per sentirmi dentro questa specie di comunità che - verosimilmente - non si vedrà più. farlo dall'hometown avrebbe avuto un altro senso. mi sarei emozionato anche lì, ovvio, ma sarebbe stata una roba diversa.
ora.
capisco anche che quest'ondata entusiastica viene via più facile, rispetto a contesti strutturali e congiunturali diversi.
se faticassi ad arrivare a fine mese, o fossi senza lavoro, o nelle millemila altre condizioni di minor privilegio che possono concretizzarsi. sai quanto me ne farei, di starmene in un posto quattro ore e mezzo - guida all'ascolto iniziale compresa. sai quato potrebbe farmi venir la pelle d'oca il finale da brivido, con quarantacinque secondi di musica in più rispetto alla partitura che solitamente viene eseguita. quarantacinque secondi dove livermore tira fuori dal cilindro un finale incredibile [l'aveva buttata lì: se rimarrete sorpresi sarà anche merito mio, se rimarrete delusi sarà solo colpa mia. paraculo, sapendo bene di aver tra le mani il meglio].
non solo.
mi entusiasmo per una rappresentazione teatrale. che è come fosse una ferrari costruita in edizione unica. ed intorno, nel contesto ampio culturale, è come se si avesse la possibilità avere dei macinini scassati, inquinanti, tenuti assieme chissà come. un unicum, che però se rimane unico, allora tanto vale. ed è solo il trionfalismo delle zetatielle di questa città che poterci vivere sta diventando sempre più caro. anche in considerazione del fatto abbia ripreso a marciare spedita, ed il resto d'italia arranca.
tutto questo non s'avrebbe da ignorare.
lo iato diventa sempre più ampio. da una parte insopportabile. dall'altra sarebbe anche poco onesto non riconoscere che visto sia a bordo, provo a prendermi il meglio. tipo la prima diffusa. con cui consustanziare un senso di appartenenza a qualcosa di molto più ampio. forse etereo, ma penso fondamentale: che è quello di comunità, per quanto di perfetti sconosciuti.
anche per questo 'sta città diventa il moto a luogo del progetto che mi pare di aver individuato. [progetto, che è parola facile, ma non mi veniva. è stata odg a tirarla fuori nel profluvio di considerazioni dell'ultima seduta, probabilmente la prima della nuova modalità].
a dirla tutta non è la prima volta che succede, per quanto con declinazioni e precisioni molto variegate fra di loro. lo fu trent'anni fa. poi quasi venti. poi una dozzina. quindi la statistica non mi è favorevole. per quanto aver fatto un po' pace col principio di realtà, una piccola mano potrebbe darla.

d'altro canto è proprio la realtà delle cose a trascendere i bordi di ogni ragionevole tazza [cit]. e la complessità, quando viene ignorata o sbeffeggiata, genera mostri di benaltrismo. ci vuol ben altro che entusiasmarsi per una prima, cui è possibile accedere solo se ricchissimi, ben introdotti, dove quasi nessuno capisce un cazzo di lirica. quella minoranza di una minoranza di privilegiati senza merito, in un paese stressato, diffidente, affacinato dall'uomo forte, cui guardare con astio, perché ci sono loro e non io.
già, vero.
però gli applausi entusiasti della mia vicina di posto, alla fine di ogni atto, erano un po' anche i miei. e mi hanno confermato che spesso è tutto lì, da fruire. anche se costa un po' di fatica, impegno, attenzione, concentrazione.
però alla fine rende un po' più redenti, laicamente. la bellezza dell'arte è punto di attacco della salvezza. perché è il meglio che 'sta pezzottatissima umanità continua a sentir la necessità di produrre, da quando ha cominciato a capire di non aver capito da che parte è girata.  salvezza che dovrebbe essere di tutti, ed ovviamente oggi non è così per ancora troppa umanità.
bisogna farci un po' pace, senza dimenticarsi del resto.
e godersela, quando giungon le stille, proprio per il privilegio di poterla cogliere. ed il fatto di sia statto a santambroeus, non me lo leva nessuno.

Sunday, December 1, 2019

sardinizzamenti [invero disincantati]

in effetti questo pomeriggio avrei voluto sardinizzarmi. non foss'altro per il gusto di riempire piazza del duomo, che fa sempre un certo effetto esserci con tutta quella gente.
invece ero in viaggio, sul treno, a scrivere di getto un racconto delle balle. per quanto sia stato divertente farlo.
ogni tanto guardavo gli aggiornamenti sul sito di repubblica.
avrei voluto sardinizzarmi. però con molto disincanto. d'altro canto uno dei lasciti più importanti di odg è il memento a non distaccarsi troppo dal principio di realtà. occhei a non farsi zavorrare, e fare qualche saltello leggero, tipo gli astronauti sulla luna. ma niente decolli per orbite eccentriche, che quando poi si incrociano si prendono musate dolorose.
quindi desiderio ma con judicio.
provo a spiegarmi. e parto da un po' lontano.
negli ultimi dieci anni si è sloganato a botte di vaffanculo, rottamazione, ruspe. non sono la stessa cosa, ovvio. ma tutte funzionano. sono d'impatto, arrivano dirette. smuovono e concentrano attenzione che si farà consenso. ma hanno una insidiosa caratteristica comune. sono denstruens. si portano dietro una palingenesi de noarti. de noartri perché chi, dopo la potenza, è incaricato di farsi atto, si è dimostrato essere - variegamente - incapace, quando non pericoloso. non guidano ed incanalano la pancia. la inseguono, quando non la pungolano pericolosamente.
la sardina invece parla di solidarietà, accoglienza, rispetto, diritti umani, intelligenza, non-violenza, antifascismo e allegria [se non si era capito, bisognerebbe prendere le iniziali di 'ste cose qui, e vedere cosa ne viene fuori. non è ovviamente idea mia]. chiaro sia roba del tutto opposta a quella di qui sopra. sono istanze anti-sloganistiche. che invitano al ragionamento, alla riflessione, non la reazione quasi istintuale. allargano l'orizzonte a considerare la complessità delle cose, non a banalizzarle. di certo però si fa ben più complicato l'addentellato tra la potenza e l'atto.
ora. per uno psicopipponico logorroico di sinistra come me, chiaro che tutta la vita la sardina. però mi sentirei uno sprovveduto se ignorassi un paio di questioni sul sardinamento. non è la parte di quello di sinistra che deve trovare da eccepire su tutto. ma è la parte dello psicopipponico che ha preso le musate, dopo voli pindarici lontano dal principio di realtà. e d'altro canto, far pace con il suddetto principio, aiuta tanto a trovarci sempre qualcosa di positivo, in [più o meno] tutte le cose.
provo a dettagliare.
come e perché nascono le sardine. nascono sardine perché si vuole stare stretti come, sul crescentone di piazza maggiore a bologna. sopra lì ci stanno seimila persone, strette come sardine, appunto. una in più del comizio del capitonEx di quella sera in un palazzetto. si va in piazza per manifestare contro il capitonEx. solo che il capitonEx sta all'opposizione, mica al governo. può essere che ci arrivi, ovvio. ma ora è all'opposizione. quindi più che il potere reale, interessa il potere percepito. quello che passa per l'attenzione mediatica che genera. starsene schiacchiati come sardine sul crescentone, in fondo, nasce per quella cosa banale lì. portargli via l'attenzione mediatica.
solo che ne esce una specie di eterogenesi dei fini. e quella cosa mediatica lì diventa altro, perché c'è una fottuta necessità anche di altro. è tipo quando sei in crisi ipoglicemica. basta una caramella, e risorgi. la caramella si è manifestata magnificamente quella sera a bologna. la fottuta necessità è quella di proporsi, manifestare, raccontare, acclarare che esiste un popolo, variegatissimo, che è in crisi ipoglicemica di rappresentanza.
ovvio che ci vuole pochissimo a riempire, oltre le piazze, soprattutto il dibattito, l'attenzione mediatica. è per quello che il capitonEx è nervoso, e non la sta prendendo bene.
ovvio che c'era talmente un vuoto, che ci è voluto il piccolo colpo di biglia, per genearsi un effetto non lineare. e c'è un vuoto così importante poiché chi dovrebbe farsi carico di essere da tramite, da potenza ad atto, è drammaticamente disconosciuto.
tanto che nelle piazze delle sardine non ci deve stare nessuna bandiera.
lascerei da parte le categorie morali, quindi fottesega se questa cosa qui sia giusta o sbagliata.
però farei sommessamente notare che, se non è un problema, è una questione precipua di cui si dovrà trovare il bandolo. se non si vuole far evaporare il tutto, sgonfiando la spinta propulsiva in essere.
l'addentellato, appunto.
perché io posso anche sardinizzarmi con una spontaneità rasserenante. mi viene naturale non portarmi appresso nessuna bandiera, non avendone nemmeno una. posso anche provare a cantare bella ciao [provarci nel senso che ci provo, ma faccio sempre una fatica fottuta, mi viene da piangere dall'emozione e mi si strozza la voce in gola]. ma poi, prima o poi, qualcuno che mi rappresenta dovrò pure votarlo. qualcuno che si faccia atto ad interpretare la mia potenza. la mia e quella di tutti coloro che si sono sardinizzati e si sardinizzerebbero.
perché non possono esserlo le sardine?
perché, stando così le cose, si farebbe la stessa fine dei faivstarrrrrrrrrrre. forse inanellando meno figure da pezzottamenti inguardabili. proprio perché fare politica è cosa complessa, e seria. non ostante facciano di tutto per calettarci nella testa l'idea opposta. e non basta l'onestàonestà ed il sacro furore nel culo di essere quelli più migliori di tutti e gli altri #eallllorailpidddddddì?
insomma, questa sera mi sarei sardinizzato più che volentieri. ma in questo momento sarei molto, molto, molto scettico a dar il voto alla sardina, in quanto tale. posto sarà mai presente sulla scheda elettorale. e se lo fosse, magari la voterei anche. lo farei però con lo stesso disincanto con cui ho votato il meno peggio nelle ultime elezioni.

per tutto questo osservo, disincantato. seppur ben disposto a sardinizzarmi come espressione di una potenza che sento molto simile. così come la crisi ipoglicemica.
figurarsi se so come finirà [ho idea non lo sappia davvero nessuno]. quello che mi augurerei è che quell'addentellato si strutturi, prima o poi. e che venga fuori un meccanismo che si avvicini e superi la decenza. da una parte con la potenza delle idee, dei titilli, delle suggestioni construens delle piazze sardiniche. e che dall'altro la si ascolti, la si interpreti, la si interiorizzi, senza scimmiottarla o approssimarla nel diventare atto.
potrebbero essere molto utili alcune delle loro intelligenze, fresche e genuine. qualcosa di più di quello che passa nella profferta attuale. e se fosse evitare il riflesso pavloviano che la vorrebbe cosa reiettevole, che infanga la sardina.
vuoi vedere che avremmo tutti da guardarci se qualche sardina contribuisse fattivamente?
delle minchiate pericolose dei pieni poteri, o la patacca della democrazia diretta sarebbe il caso di fare a meno. per il bene di tutti. tutti.
poi, se serve, si scenderà in piazza - anch'io - tutte le volte necessarie. [e magari riuscirò pure a cantare bella ciao]

Thursday, November 28, 2019

blechfraidei, sticazzi

le suggestioni non mancano. e sono opposte, antipodali.
da una parte.
là dentro, coi colleghi che - verosimilmente - si sentono meno estranei all'andare delle cose del tempo, ho provato a sollevare la questione. provando a ribadire la mia alterità. a me, làamazson, non attira, anzi. se posso lo evito. e durante il blechfraidei tanto più. il più giovane, forse il più presente nel ribadire la propria visione, ha reagito in maniera quasi pavloviana. con un metaverbale che mi dava, secco, del fuori di testa. ma come? una multinazionale che fattura con arguzia gazziGlioni di eurI, come può esserti invisa? quando ha il fatturare gazziGlioni di eurI è la prova provata della sua arguzia, oltre che la sua abilità a far gazziGlioni di eurI, quindi non criticabile per l'essenza stessa di far argutamente gazziGlioni di eurI. è il capitalismo con strumenti e processi arguti, bellezza. altri, meno rumorosamente, mi hanno osservato: chi con stupita curiosità - l'esemplare esotico - chi con sufficienza - l'esemplare cagacazzo.
in realtà a me làamazson, non attira. ma voi accaparratevi pure un po' quella minchia che vi pare. siano oggetti inutili o quasi. in compulsione da blechfraidei o meno.
dall'altra.
ascolto la radio espressione del [variegatissssssssssssssimo] mondo della sinistra milanese. durante i microfoni aperti, contattano la radio un po' di tutto. e quindi quasi tutto lo scibile. chi acquista, pragmatico, i regali di natale col blechfraidei e con làamazson, se capita. chi discetta inorridito si possa solo pensare di portarsi a così pochi click di distanza da quella cosa lì. l'eponimo dello sfruttamento capitalistico dei lavoratori, usurpatore delle risorse del pianeta che corre verso la distruzione, drenatore fiscale di furbizia diabolica ed esecrabile. e pestelocolga chi non è d'accordo. insomma un po' di tutto.
in realtà a me làamazson, non attira. ma voi lanciate pure un po' quella minchia di strali offesissimi e indignati che vi pare. siano obiettivi o quasi. in parossismo da blechfraidei o meno.

da par mio, davvero, stigrandissimicazzi. con etimologia corretta, quella dell'articolo 7 della costituzione romana dico [vediamo se vi siete imparati].

e me lo ricordo, preciso preciso, il momento in cui presi atto dello stigrandissssimicazzi. per quanto làamazson c'entrasse poco, al limite come eponimo del fatto di voler acquistare cose.
si era in una sorta di declinazione materica, per quanto limitata, dellàamazson. un outlet. sulla via del ritorno di un weekend autunnale al mare. ma uno di quei weekend di confine. che lo inizi che sembra ancora propaggine dell'estate e lo finisci che è ormai grigioautunno. gli amici proposero di fermarsi. noi si fa un giro, dissero. io rimasi fuori dalle casette, invero quasi pre-infreddolito dentro la mia giacchetta di pelle nera. per ogni casetta, o che ad una casetta tipo casettaincanadà [ma più cuuuul] voleva assomigliare, uno o più marche - marchettose. o come dicono quelli bravi: una costruzione per ogni brand.
rimasi fuori per una questione molto semplice: le mie finanze erano ormai più che asfittiche da oltre un anno. lo sarebbero diventate ancora di più, ma allora non ne avevo contezza. quindi non potevo permettermeli quei prezzi, financo così imperdibilmente scontati. e poi, forse, non avevo davvero bisogno di nulla.
ma non fu solo questa cosa qui.
fuori dalle casette osservavo le persone entrarvi con sacchettoni giganti onusti di ogni bendidddddio marchettoso, e uscirvi magari con un sacchettone in più. vidi persone che tascinavano anche un paio di trolley, intuendone onusti di cose marchettose.
i visi di quelle persone, molti di quelli, non mi apparivano così felici. ma come incuriositi e tesi nello stesso modo. incuriositi di sapere quale occasione imperdibile potesse celarsi dentro la casetta. tesi dal fatto qualcosa potesse sfuggire loro.
in ogni caso visi non esattamente promananti guudvaibrescion.
ed in quel momento che capii, al netto del mio stato di [relativa] necessità, di quanto poco tutto quello mi importasse. quanto poco venissi coinvolto.
e capii anche con una limpidezza cristallina che non era la questione della volpe e l'uva. non era roba da: non posso permettermelo, quindi è roba inutile, quindi è pirla chi ci entra. e questo mi fece percepire una favolosa sensazione di leggerezza. nel senso che mi sentii davvero affrancato da quella specie di coinvolgimento paradigmatico, furbo consumistico o meno che fosse. e la leggerezza stava appunto nello stigrandisssssssimicazzi. che chi voleva facesse dentro e fuori quelle casette, con in mano i sacchettoni giganti. non mi sentivo né migliore né peggiore di costoro. non percepivo sensazioni né di sfighitudine - non ci potevo comprare -, né di illuminazione - era vacuo e superfluo comprare. mi percepivo semplicemente diverso. di quell'alterità che forse può essere confusa come snobbismo, ma in fondo stigrandisssssssssimicazzi pure se lo si pensa. io me ne sto tranquillo[?] con i miei alti e bassi da me. e gli altri forse felici con i loro sacchettoni giganti.
forse. nel senso che ho la vaga sensazione sia un succedaneo, financo blando.
ma in fondo chi sono io per alzar il ditino verso costoro, ed enunciare verità apodittiche giudicanti.
davvero.
ed in maniera antipodale chi sono io, per riprendere e confutare col sacro fuoco del proclama solenne, chi enuncia quelle [pretese] verità apodittiche e giudicanti. pâsdârân dell'anticapitalismo, anticonsumismo, anticonformismo. e coglioni irrecuperabili tutti gli altri.

proprio nulla di tutto ciò.
la leggerezza che provai quel giorno, peraltro in periodi non proprioproprio così rasserenanti. fu una specie di piccolo unicum. il sentirmi affrancato e nello stesso momento distaccato e non giudicante. poter vivere quell'attimo, braccia conserte appoggiato un po' di sguincio ad un muro, l'essenza più rasserenante dello stigrandissssssssssssimicazzi.

ps.
la controprova è questa sequela di ultimi mesi. con i conti più che capienti. potrei permettermi di entrare in un sacco di casette. potrei farmi di brutto di blechfraidei. e invece stigrandisssssssssssssssssimicazzi. e la leggerezza di quel giorno di inizio autunno, è ancora più leggera. quasi non si fosse ancora stancato di essere sempre più rasserenante lo stigrandisssssssssssssssssssssssssimicazzi.

Wednesday, November 20, 2019

domani si chiude [ed io ne sono molto garrulo]

quando la mia [quasi] ex-socia mi propose di entrare nella compagine sociale provai un brivido, di gioia. ed il pensiero andò immediatamente ad una persona che mi stava diventando omologa. la sua ex-socia, sua nel senso della mia [quasi] ex-socia. quando la mia [quasi] ex-socia era all'interno di un'altra compagine sociale, che nel frattempo si era chiusa. e questa sua ex-socia era diventata ex con strascichi emotivi non indifferenti. sì, insomma, avevano scazzato mica poco. tutto però in maniera molto sacerdotale: senza far volare gli stracci, sorrisi di circostanza, livore sottotraccia.
pensai alla sua ex-socia [di cui peraltro, in nevrosi passate, pensavo di dovermi innamorare [occhioni azzurro-verdi, efelidi intriganti, due gran belle tette]]. e pensai al fatto avesse gettato al vento la possibilità di starsene in una compagine sociale con colei che sarebbe diventata, di lì a poco, la mia nuova socia. e mi rivolsi a lei in un dialogo immaginifico: hai sprecato una possibilità irripetibile, quella che ora si sta spalancando davanti a me. sei stata un po' pirletta.
ero felice.
poter lavorare con lei, arrrivare ad inventarsi cose mirabolanti, dedicarsi a contenuti alti, poter dimostrare di essere un ingegnere creativo, fregiarsi dell'aura di piccolo imprenditore di una startup innovativa, oltre che sicuramente arrivare a guadagnare gazziGlioni di eurI.
era la prima cosa veramente bella et importante mi stesse capitando da quando mio padre se n'era andato. la vidi come un ricominciare. una cosa viva. una progetto per ripartire, di cui sarebbe stato sicuramente fiero.
certo, certo.
c'era il suo nuovo compagno. loro due avevano avuto l'idea dell'aziendina [che sarebbe diventata un'azienda coi controcazzi], lui avevano già deciso sarebbe stato l'amministratore. quando ci conoscemmo, la primissima volta qualche settimana indietro, non era stato esattamente all'insegna della paciosa e reciproca stima.
c'erano un paio di altri due soci che, bedvaibrescion, mi avevano comunicato sensazioni non esattamente positive, o confortanti. uno inquietante, l'altro con una sovrastruttura cordiale ma egotica in maniera preoccupante.
io però ero il più giovane, inesperto, impreparato. solo laureato in ingegneria, non avevo di che imparare da questi maestri paludati et navigati.
e poi c'era lei. la colei di cui mi fidavo in modo ontologico. se c'era lei potevo star tranquillo, riporre tutte le perplessità nella sacca delle cose di cui non curarsi. lei avrebbe garantito per me, così come lei era garanzia ci fosse. tutto il resto sarebbe passato in secondo piano. ed io avrei dato il massimo perché potevo finalmente far azienda con lei. mica come quella stolta della sua ex-socia, che aveva sprecato l'occasione che ora capitava a me.

giuringiurello.
non sto usando cifre stilistiche smaccatamente esagerate. quelle per portare da una parte il lettore, costruendo un bouquet mieloso che poi, ssssbbbbram, si demolisce con il colpo di scena che arriva di improvviso.
no. no.
io la vivevo esattamente così.
che fossi dentro un turbine nevrotico, a tratti disconnesso con il principio di realtà, non credo sia necessario sottolinearlo troppo.
poi uno dice che ha bisogno di uno bravo.

aprimmo l'azienda in un giorno di fine maggio che pioveva in maniera molto convinta. troppo convinta. quasi l'intemperia volesse farci [o farmi?] da monito: stattevi quieti, nun ce provate, fatichereste per nulla, stattevene buoni e accuorti, lassate peerde. io lessi quella avversione meteorologica come il segno sarebbe stata dura, ma che alla fine ce la si sarebbe fatta, ed avremmo vinto noi.
aveva ragione l'intemperia [forse].
per quanto anch'io ci presi, segnatamente nella prima parte dell'[auto]vaticinio. tanto che fu durissima, da subito.
guadagnavamo un cazzo.
lavoravo tantissimo.
imparavo cose nuove a furia di sessioni informatiche faticosissime.
però lavoravo con lei.
certo, certo.
a tratti cominciai ad avere la vaghissima sensazione di essermi infilato in un cul de sac.
forse non eravamo davvero tutti soci alla pari. ma un paio erano più alla pari di altri, che la sera desinavano allo stesso tavolo e dormivano nello stesso letto. noi tre avevamo il controllo del capitale sociale, mi dicevano. però mi sentivo minoranza nella maggioranza.
nel mentre cubavo tonnellate di ore lavorate in più degli altri. ma vuoi mettere l'impegno di portarsi a casa il pensiero dell'azienda quando desini allo stesso tavolo e dormi nello stesso letto: è come essere sempre al lavoro. mi facevano intendere. fortunato che non ero altro ad essere quello che apriva il mattino, e chiudeva la sera.
forse la socia non era esattamente quel quadretto idilliaco che mi ero dipinto [nevroticamente]. a lavorarci assieme tutti i giorni qualche vaga nota dissonante, ogni tanto, introduceva armonie nuove. forse pure troppo nuove.

e poi per me l'azienda finì. forse di colpo. forse era solo questione di girarsi indietro e accorgersi delle mollichine di pane che nel frattempo il divenire delle cose aveva disseminato. a portarmi lì, a quella sera in cui l'azienda finì.
stava inziando l'estate. avevo appena cambiato casa, andando finalmente a vivere solo. vero: con quello sforzo, di fatto, avevo azzerato i risparmi residui, dopo tre anni a non guadagnare praticamente un cazzo. ma avevamo appena consegnato un progetto molto prestigioso. naturalmente gratis, ma vuoi mettere la visibilità che ne sarebbe seguita. un investimento per il futuro. ero ad un punto di svolta. ed il futuro sarebbe stato radioso.
invece l'azienda finì.
ascoltandola nel turbinare di un momento di rabbia con la madre - financo di una intensità del tutto fuori luogo - mi resi conto di come la mia socia intendesse l'amicizia con me. che poi, piccola coincidenza, era solamente una delle cose che ritenevo più importanti e preziose della mia vita. e di rimbalzo l'architrave su cui poggiava la mia concezione di azienda.
che finì quella sera.
in effetti fu un punto di svolta. anche se non propriamente come l'avevo immaginato.
non ebbi il coraggio di magnificare nulla di tutto questo.
e mi infilai in una delle estati più complicate e dolorose abbia mai vissuto. non ringrazierò mai abbastanza l'amica cummmmmmmmà Liude e l'amico Luca per avermi accudito et coccolato per qualche giorno in uno dei momenti più difficili.
pochi mesi dopo inziai la terapia con odg [diamo merito al socio di essersi accorto avessi bisogno di una mano, non sapendo il perché, ovviamente. e di avermi trovato il contatto con ella]. la prima cosa che le dissi? questa persona così importante per me mi ha fatto capire come intenda la nostra amicizia, ed a me è caduto tutto addosso. idea dell'azienda compresa.

poi l'azienda invece andò avanti. ma con la direzione che - dal mio punto di vista - aveva preso: verso il fondo.

e verso il fondo ha tirato giù finanze, consapevolezze, serenità, gioie, fiducia. è stato un declino lento ma costante, con qualche sobbalzo ogni tanto. giusto per ricordarci, o ricordarmi, che a fondo stavamo andando. ed io ero zavorrato da tutto questo, da tutto quello che non ero stato capace di scrollarmi di dosso. a cominciare dai soci.
poi alla fine ho rinculato, un fragoroso e cacofonico tummmccckk. la botta e la culata presa quando sul fondo si arrivò. raccontarla come culata improvvisa è solo perché uno non voleva vederlo si stesse affondando. non ostante le suggestioni di odg, e di [pochi] altri.

la culata dell'essere giunti in fondo arrivò praticamente dopo sette anni da quel pomeriggio in cui pioveva in maniera molto convinta. un altro periodo molto, molto, molto, molto complicato.
non è stato semplice ripartire. da allora sono passati più di cinque anni. ho in parte ribaltato l'esistenza. ma l'acuto di quella culata, il bubbone che esplose, ancora producono un'eco per un cazzo piacevole.

forse è [anche] per questo che sono garrulo che domani si chiuda. danno pioggia, ma senza che venga una cosa molto convinta.
domani si chiude. per certi aspetti una formalità. specie da che abbiamo assodato il fatto ciascuno dei soci si viva la vita a prescindere dagli altri, e da quell'idrovora di finanze, aspettative, progetti, speranze che si è rivelata essere quella specie di startup. quella cosa che è diventatata, dopo che per me finì in una sera di inzio estate di qualche anno prima, senza che gli altri ne avessero sentore. e poi son state le circostanze, il contesto, la congiuntura strutturale. roba che però è andata a passo di danza sgraziata con la mediocrità di chi si pensava imprenditore, per cultura acquisita o per la percezione di sé medesima.

l'aziendina si è rivelata essere la scelta più sciagurata abbia mai fatto. involontariamente, ovvio. ma la più sciagurata rimane.
e domani chiudiamo.
ed io ne sono molto garrulo.
perché il positivo di [alcune] persone che ho conosciuto grazie all'aziendina, non me lo leverà nessuna firma da un notaio con cui mettere la parola fine.
e poi perché, comunque, ad oggi io ce la sto facendo. per quanto sia stata ed è ancora molto dura. minchia se è dura.
ma vuoi vedere che forse, quel giorno di fine maggio, avevo ragione io? mica l'intemperia.

Sunday, November 17, 2019

sull'implicazione delle isoglosse, in questo uichend un po' particolare

questo è un uichend un po' particolare. però sono un po' quei giorni in cui, passati questiduni, è come dare una bella mazzata al novembre. che vabbhé che pesa meno, occhei. però quando sarà finito è quel pochino meglio.
è anche il uichend di bookcity. che ormai è una specie di luogo di perdizione dell'anima, del desiderio e del bisogno. vagolo in maniera solitaria et rabdomantica. cerco spunti per suggestioni psicopipponiche. le propongono quelli che di mestiere fanno gli scrittori, o attraverso i libri trovano modo di raggranellare qualche spicciolo, oltre che la possibilità di confrontarsi con i lettori. compulsivi più o meno. io abbastanza più.
sono suggestioni succedanee a qualcosa di intenso che ormai non so desiderare o non so se davvero vorrei. [peraltro non trombo, indi qualche acme emotivo-intellettivo me lo scelgo per compensare]. confrontarmi in quei modi mi mostra la curvatura terrestre che si riesce a percepire, per arrivare ad intuire gli sconfini della mia ignoranza. questo però è sempre positivo. perché confrontarsi con quelli più bravi fa sgorgare una specie di tentativo di mimesi. ma nel senso che è l'esatto opposto dell'invidia o del disconoscimento [massssssì, quello in fondo è un pirla, capìss nagot]. che sono le direzioni che mica bisogna pigliare. inoltre mi ricordano che, qualche volta, qualche idea abborracciata ce l'avevo in testa. poi è appunto solo abborracciata. manca il tempo, la costanza, la formazione. probabilmente non manca la sensibilità, il terreno di coltura. cosicché, in qualche modo, l'idea c'è.
insomma.
spesso è facile che al termine di tutto questo arrivi ad essere financo quasi euforico.
non è così, questa sera.
credo anche perché è un uichend un po' particolare, appunto.
e forse è perché da stamani che ogni tanto penso a mio padre. che poi è anche la storia del uichend un po' particolare. e per cui, tutto sommato, me lo voglio vivere in maniera un po' intimista. per quanto andare a bookcity possa non sembrare così, in battuta.
e ci sto pensando anche alla luce della mancanza, anche se forse non me ne sono mai reso troppo conto, quando c'era. e che ha dovuto smettere di esserci, per capire come [mi] sia mancato. per certi versi. mentre per altri quanto lui sia stato più formativo di quel intuissi allora.
riconoscimento e lamentela. gratitudine ed incazzo. essere molto più figlio di mio padre di quanto abbia capito e accettato, prima. e quanto avrebbe potuto essermi più padre lui, durante. un po' mastincando amaro sia con me che con lui. che lo so non serve a nulla. ma mastico comunque. smettere di farlo sarebbe peggio della sensazione un po' così, che mi sento appiccata addosso in questo momento.
ed il tutto è partito con la storia delle isoglosse.
che il linguista primo relatore - l'autore del libro - ad un certo punto ha nominato nel suo intervento. intervento invero molto più scoppiettante di quello che è venuto dopo, la star mediatica, che fa da spalla al fatto si compri 'sto cazzo di libro, e poi si può far la fila per la firma. la star mediatica, a 'sto giro, impersonata da massimo cacciari. solo che cacciari, è tipo un diesel vecchia generazione di un mezzo con le marce ridotte e mozzi bloccati. forse è meno brillante, specie se viene dopo uno che ha una parlata ed un ritmo che mettono quasi allegria. quando però entra e régime aggrappa il ragionamento e pare lo domini, lo avviluppi, salendo le irte scoscesità delle sue tesi, e lo fa demolendo la sensazione di essere in salita. la sua erre arrotata ti dà quasi quella sensazione fisica.
insomma. quel ragionare di un'oretta sulle "sei lezioni di linguistica contro il razzismo" si sono distillate - tra l'altro - nell'idea, bellissima, che quando si scorgono alterità, differenze, peculiarità alternative, bisogna sempre mettere in comparazione, mai in gerarchia. perché nella comparazione della varietà è possibile individuare elementi che possano influenzare, e quindi arricchire in maniera vicendevole. se queste varietà sono impilate secondo una gerarchia, la mutua contaminazione - sono sempre più convinto, arricchente - ovvio non può esserci. e si dà il la a possibili effetti collaterali poco lieti.
il tema dell'incontro - a titillare il libro - era quello se esistano lingue migliori di altre [in passato han pure provato ad usare questo elemento per rimbalzare fino a pensare esistessero razze migliori di altre, illudendosi di esserci pure riusciti a dimostrarlo]. ma la questione si è allargata, ovvio, su questioni molto più ampie.
mentre andavo a pigliare il tramme, per raggiungere il luogo del secondo incontro che mi ero segnato di seguire, ho avuto questa specie di flash.
che quest'idea di fondo, la comparazione che è meglio della gerarchizzazione, in fondo non mi era così estranea. come se ce l'avessi nel manuale delle istruzioni che partono da lontano. molto lontano. roba che si acquisce mentre non si ha la benché minima intuizione stia accadendo. credo sian quelle cose che arrivano dai genitori, o chi genitore tuo diventa.
ed ho avuto la sensazione che l'imprinting di questa propensione a pensarla già così, che 'sta cosa arrivi da mio padre. che per ragioni variegate, forse pure per gli strumenti culturali che aveva, non è stato un gran comparatore. ma sicuramente un ontologico anti-gerarchizzante. ad occhio ho idea non avesse idea di esserlo. e non ostante fosse rimasto folgorato dall'esperienza della naja, e mettersi sull'attenti col cappello d'alpino, e 'ste cose qui. era piuttosto anarcoide, per quanto col volto pacioso perculasse ad insaputa di tutti, anche di lui medesimo, non lo fosse. con l'idea di non voler essere poi così conformizzato. anche se non l'avresti detto. tanto poi faceva quel pareva a lui, senza necessità di acclararlo.
credo di essergli debitore anche di questo. che la storia dell'anarcoidismo l'ho acclarata un po' di più. ma da lui credo di aver intuito la dritta per evitare di infilarsi in questo genere di processi mentali che, passettino dopo passettino, tende a mettere sempre e comunque qualcosa come migliore di altri.
sempre e comunque.
migliori e peggiori.
credo di aver assorbito da lui quest'automatismo a rejettare la pars destruens del ragionamento di cacciari. non è stata l'unica cosa, ovvio. e molto altro ho assorbito da matreme, ovvio. ma mi piace pensare che questo possa non essere solo merito mio.
sono cose che spuntano in maniera quasi foscoliana. e ci sta tutto.
[e se le facessi spuntare altresì io, per certi versi, stigrandisssssimicazzi. e comunque foscoliani rimarrebbero].
in questo uichend un po' particolare, che non smette di essere particolare non ostante tutto il tempo passato. che rimesta anche nel senso di quello che sono diventato, come e perché. e che provo a diventare [anche] come effetto di quello che è stato. che è stato anche prima di me, corredocromosomicamente e molto altro oltre.

Wednesday, November 6, 2019

piccolo post ipotetico [retoricamente ipotetico]

ma se io intravvedessi, in una qualunque caleidoscopica modalità, un qualcosa che possa diventare un obiettivo a medio-corto termine. diciamo uno, due anni. obiettivo tutto sommato abbastanza preciso e definito.
e se questo obiettivo a medio-corto termine fosse un qualcosa che, una volta raggiunto, realizzato, messoinsaccocciato significasse un'istanza ormai inalienabile. impegnativa, magari, ma che si può concretizzare a fronte di incroci di condizioni che non si presentano così, a gratis, e quando capitano allora bisogna più o meno cogliere l'attimo. ma poi il grosso appunto è fatto.
e se poi, una volta che il grosso è stato fatto, si possa pensare che a quel punto fosse anche possibile portarsi avanti più tranquilli, financo più lenti, senza prescia o affanni, anche perché ormai col culo al caldo.
e quindi, grazie a questa minore ansia prestazionale, pensare di dedicarsi a cose più confacenti, che non serve mica poi 'sto granché per viversela dignitosamente. e serenamente appagati.
e se si riuscisse pure a trovare cose più confacenti.
e se questo diventasse così un obiettivo a medio termine. diciamo tre, quattro anni. per quanto con meno precisione su come declinare quell'istanza, rispetto a quella precedente dico. però sapendo che si può anche pensare di andare in quella direzione. e non solo pensarlo. ma che si può fare. diventa possibile.

sapere cioè di poterle fare, le cose. come se fossero sorte al di qua degli orizzonti degli eventi. in cieli che stanno in un emisfero non solo ed esclusivamente immaginifico.

nei giorni scorsi ho accarezzato questo brivido rassicurante.

non so quanto durerà. non so quanto il tutto si scontrerà con quella cosa che poi si chiama vita, calata dentro il principio di realtà.

però, per la prima volta in gazziGlioni di anni, ho la vaga impressione che pianificare le cose - anche solo un minimo - e definire degli obiettivi siano possibilità concessemi.
e che non sarebbe così idiota sfruttare queste possibilità unite alla consapevolezza. e poter passare dalla potenza all'atto.

chi l'avrebbe mai detto, peraltro.

Thursday, October 31, 2019

il rito, l'eco lontana, il riverbero profondo, il senso che balugina

credo che non sia del tutto scorrelato a questa nuovo, intimo, personalissimo zeitgeist.
ma a 'sto giro, ad esempio, ho superato in surplace e con leggerezza financo il cambio dell'ora. quando di colpo si fa tutto più buio più presto. e manca la luce dove, solo il giorno prima, non era ancora notte, che se ne stava cacciata un po' più in là.
e quindi, qualche giorno fa, ho avuto questa fugace, eterea, incartavelinata intuizione. come se questa specie di giocherellare di strati fessurati sovrapposti, d'un tratto, avessero inanellato la combinazione giusta, e allineate le piccole aperture che ospitano. e per quell'attimo abbia intravvisto là in mezzo, come se ci fosse stata luce per poter vedercivisi attraverso. forse il giocherellare di strati in questo [nuovo] periodo ha rallentato un poco. o forse non avendoci molto altro rumore di fondo, distrazioni di sorta, giaculatorie da reiterare, viene più semplice. e succede.
e quindi mi sono immaginato più o meno in questo momento, in questo posto soppaclato, con questa luce alle spalle, questo tepore coccolante e rassicurante, questa meticcia cagnolosa a ronfare accanto - dopo che mi fa sentire obbligato a portarla in braccio, in cima a scale che da sola non osa fare ogni volta.
e mi sia visto fluire, armonicamente, nel cogliere il senso lontanissimo nel traguardare queste ore, di questa serata, di questa notte in cui è stata messa la bandierina per ricordarci l'inevitabile ciclo delle stagioni, e quindi quello della vita. un qualcosa tipo la radiazione di fondo del weltanschauung.
per anni sono stato distratto da un'inspiegabile antipatia, con la sottilissima inquietudine, verso il mese di novembre. facile poi prendersi il bias verso la scimmiottatura commercial-manieristica dell'allllllovvuiin. poi ci hanno pensato i punti angolosi, proprio di questi periodi, a corroborare il tutto.
quindi che passasse il prima possibile 'sto novembre, e meno attenzione possibile. a cominciare dal rituale che gli gira attorno.
ora ne sono meno ossessionato, vai a sapere il perché. ma in fondo possiamo anche non pensarci al riguardo.
però c'è la storia delle ritualità di questa notte. mi piacerebbe essere meno ignorante per poter contestualizzare meglio, nella mia testa soprattutto. sapere meglio del filo rosso che tiene assieme usanze che ogni popolo, ogni cultura, ha modellato con le proprie peculiarità. ma il senso primigenio mi pare di percepirlo, flebile ma inevitabile, come una specie di bordone di fondo. lontano, soffuso ma non smorzabile.
ci son di mezzo i morti, i trapassati, coloro che se ne sono andati per quei sentieri di tenebra, sconosciuta. senza tornarsene indietro mai. e quindi provare a pensare come contrastarlo quel senso profondo ed un po' angosciantello. e tirar fuori dal cappello quei pochi elementi, che si declinano nelle fantasie delle genti.
così ci sono le fiammelle di luce e fiaccole per difendersi, squarciando i muri bui e neri come la pece.
così ci sono gli esorcismi per dar addosso alle cose mostruose, che mimeticamente prendono un po' di quelle sembianze. ci fate paura? e noi proviamo a farla a voi, creature che siete andate al di là, proviamo a spaventarvi.
tutto questo nel suggello di questo periodo. quando la luce ed il volgere della natura cambiano. come se andassero appunto a morire. quella specie di ripresentazione ciclica delle cose che vanno a spegnersi, i declini che si approssimano. ed il memento per l'inverno, lungo, incerto, che sta per arrivare. e da cui [giova ricordarlo] per secoli, millenni, non era mica così certo se ne sarebbe usciti.
dev'esserci questa consapevolezza condivisa, archetipa, fondante, che tira fuori tutto questo. e lo si declina nei modi e nelle manifestazioni più disparate. mossi da quel tic fondante, quell'eco che ci è nascosta dentro, talmente sotto tanti strati, che si diverte a non farsi avvertire. però c'è.
ed è un qualcosa di decisamente rasserenante intuirne la presenza, scorgerla in qualunque modo, accada anche solo per pochi attimi.
è come cogliere il senso di un fluire condiviso, che seppur nel proprio tempo, da vivere attimo dopo attimo, scorre dentro un tempo antichissimo, iniziato prima ancora della consapevolezza del suo andare, inesorabile e ciclico.
come essere immersi nella storia dell'umanità che ci portiamo dentro, e percepirlo nello scandirsi del tempo presente.
che scivola anche ora, mentre scrivo in questa specie di situazione chiara e precisa, che prova ad afferare questa eco così labile, ma così sicura che racconta di quello che siamo stati e quello che saremo.
non si butta via nulla.
basta la volontà di volerlo cercare.
e poco importa se, alla fine, il senso di tutto questo potrebbe essere: nulla, tranne il fatto si continui a provare di scoprirlo, all'interno delle ciclicità delle cose che sono venute, vengono e verranno.

[e comunque non ostante l'eco, anche questa volta, quando novembre sarà finito, sarà un piccolo sospiro soddisfatto. dicembre suona già più sbarazzino, lieve. e poi: l'inverno che si porta dietro, finirà anche lui.]

Thursday, October 24, 2019

la spianata

oggi, alle 18.00, c'è stata una seduta con odg.
non mi pare di averlo mai scritto così precisamente, in tutti questi anni e questi millemilapost.
sono felice? no [però in maniera tale che il contesto lo semantizzi con un estigrandissssssssimicazzi].
sono sereno? abbastanza [ed abbastanza per goderne come qui, presente, rassicurante].
ed ho capito di esser riuscito a far mio l'adattamento. non nel senso del mibastaquesto. ma in una declinazione psichico-darwiniana.
e la capacità di adattamento è il fondamento per l'equilibrio psichico.
l'equilibrio psichico è riuscire a mettere in atto l'adattamento.
ad un certo punto è come se mi fossi visto arrivare alla fine di una salita, quasi di slancio, sospinto dal moto tenuto in moto, come un abbrivio finale per arrivare a conquistare una specie di spianata, in alto. e da lì prendere fiato e guardare il panorama: si è fatto proprio un lavoro, importante.

poi succederanno cose. belle e meno belle. il gerundio nel nome del blogggggghe non è lì a caso. è tutto un divenire. e quando le cose divengono, le cose accadranno.

quindi non è che si sta fermi lì, sulla spianata.


odg parlava lenta e pacata, come sempre. ma un po' si percepiva quella specie di sorriso nel suo tono: ha proprio fatto un bel lavoro, importante.

ad un certo punto mi sono venuti gli occhi un po' lucidi.

ci rivedremo ancora, ovvio. anche perché succederanno cose. e non si sta fermi. ma penso che il tutto che sarà fatto avrà un altro senso.

oggi, ho la sensazione di rasserenante malinconia, è terminata la mia psicoterapia.

Sunday, October 20, 2019

volevo andare a praga, ma poi c'è la storia del viaggio parte della meta

c'è un momento in cui ti manca casa tua, e non vedi l'ora di tornarci. lessi una cosa del genere, pochi giorni fa, durante le giornate di proluvio di miGlioni di ore di straordinario. l'autrice scriveva questo a proposito delle vacanze.
posto tutto ciò sia vero, devo esser inciampato in un falso allarme. e questa specie di nostalgia l'ho giusta intuita, lieve come una sorta di eco-miraggio, nei primissimi giorni. ma poi proprio non è più capitata.
poi sì, ovvio, forse son stato via troppo poco tempo per.
comunque.
volevo andare a praga.
poi mi son ricordato "che il viaggio è parte della meta" [cit.] e quindi mi è tornata l'idea di un mini interrail. tre città europee e millemilachilometri su rotaia, a leggere, a guardar fuori, ascoltare musica, e titillare l'epidermide con quadri cangianti ed emozionevoli, 'sì da coglierne il pizzicorio della cosidetta pelle d'oca.
una variante della specie di versione vacanzifera che improvvisò l'amica laura e che - a sua insaputa - mi incuriosì ormai più di un anno fa. per quanto l'amica laura possegga un auto e verosimilmente quella capacità di buttar qualcosa in un baule e partire. e vedere cosa ne viene fuori. io non sono dotato d'auto [anche se proprio da quella suggestione mi venne l'idea di acquistarla, cosa che rimando da ormai 15 mesi], e forse sono un po' più timido di ella. per questo l'idea era di virare su una declinazione del tipo "la locomotiva ha la strada segnata" [cit.].
[una parentesi sull'amica laura. che tecnicamente non è che siamo amici. anzi, a dirla tutta non ci siamo proprio mai incontrati. fotografa pazzescamente, e questo immagino sia solo uno dei motivi per cui ho idea sia, soprattutto, una persona interessante. però ella è anche una specie di realizzazione esperita del principio di inderterminazione di heisenberg. fugace come una particella sub-atomica: se ne conosci la posizione, diventerà molto più indeterminata la velocità - che la porta da altra parte. e viceversa. poi al limite ti invita ad eventi nell'unico uichend in cui io non posso che essere nell'hometown. una volta ebbi addirittura l'ardire di invitarla ad ammirare il mare d'inverno. mi spernacchiò, per quanto, invero, con molto garbo e cortesia].
ma torniamo alla vacanza e al mini-interrail.
ad un tratto ho poi pensato che, considerati i ritmi di lavoro degli ultimi mesi, forse non sarebbe stato molto scaltro percorrere quei millemilachilometri, e toccar fugando tre città europee.
occorreva un'alternativa meno esosa energeticamente, e con una via di fuga più agevole.
quindi, italia. ma dove?
lo scorso anno fu rumiz, ad incuriosirmi sulla giulia e sulla sua trieste.
questa volta è stato un romanzo ambientato a livorno. nulla di fenomenale, il romanzo. però con un'insolita e riuscita capacità di pennellarla così bene, far diventare la città una co-protagonista del libro, imprescindibile. tanto da vederteli i colori, le sfumature, intuire la brezza del mare, il caldo, il cielo striato, la parlata, persino l'odore di schiacciata rustica, dello iodio durante il libeccio, la salsedine stantia dei canali.
insomma, livorno.
al netto dell'effetto di sentirselo raccontare e raccontarlo. dove vai? maaahhh, pensavo a livorno. poi farò capatine qua e là per l'alta toscana. tutto in treno. apprezzamenti di circostanza, forse nemmeno troppo convinti negli interlocutori, più che altro straniti. ed in alcuni lampi di sguardo che sembravano domandare: livorno? che cazzo ci vai a fare a livorno?
ecco.
poi non è andata esattamente così. per quanto a livorno ci sia andato. ed ho trovato quelle vaibrescion che mi ero immaginato. come se ci fossi già stato.
solo che a metà pomeriggio me ne sono ritornato. tra l'altro si era messo a piovere anche lì.
già.
perché sono stato per tutto il tempo nella casa col terrazzino.
dovevo passarci tre giorni, quasi improvvisando la visita. l'ospite che mi stramalediceva via uotsapp mi stessi negando. ed invece poi ho respirato iodio che saliva in presa diretta venticinquemetri più sotto, a picco. ed ho fatto evaporare un po' della stanchezza accumulatasi negli ultimi mesi.
forse non avevo tutta 'sta gran voglia di starmene da solo per più giorni.
inoltre mi sono accorto, con il mare d'autunno, di quanto mi fosse mancato quest'estate, quel fottuto terrazzino. non tanto per il mare, ma per la sensazione di lasciamounpo'tuttoindietroeguardiamocil'orizzionte. forse invecchio, ma mi basta.
[parentesi meta-licenziosa: su quel terrazzino sono partite cose, intese, sollecitazioni, tutte intermediate dallo strumento smartofonico. alcune concretizzate bene, altre carambolate meno fattivamente. questo pomeriggio in treno, mentre me ne tornavo, mi è sgorgata una specie di visione: io che faccio all'amore nella stanza che dà sul terrazzino, guardando il mare dalle finestre che occupano quasi tutta la parete. [naturalmente qualora dovesse prestarmela l'ospite, la casa. e naturalmente senza avere la minima idea di chi possa essere la fanciulla con cui condividere quel momento d'ammmmmmore immaginato]].
quindi è stata tutta una vacatio abbastanza improvvisata, viene quel che viene, saltando su di un treno ogni giorno, e tornando al terrazzino e agli ospiti la sera.
e son stati momenti che un po' non ti aspetti, ma che quando son venuti ti è venuto un po' di battere il cinque, o abbracciarli con quei colpetti sulla schiena di intensa fraternità. come se fossero delle piccole stille di serena consapevolezza che si è lì, presenti, a farsi attraversare dall'unicità del momento.
tipo quando inizia piovere, ma i piedi sono comunque all'asciutto ed il resto anche se si bagna un po' chi se ne fotte.
tipo quando piove anche oggi, ma in fondo va bene così uguale. me la godo lo stesso.
tipo quando si alza il vento freddo sul ponte pedonale che traguarda il polcevera, ed alzi lo sguardo e c'è un vuoto, pieno di quel che c'era prima, riverbero ed eco di immagini, stampigliate nella memoria che si è fatta ormai condivisa e comunitaria.
tipo quando, dopo qualche chilometro camminato, poggi il culo sullo scalino della calata al canale di fronte la fortezza nuova, senti i muscoli che si rilassano, e ti godi il crocchiare sotto i denti della focaccia rustica.
tipo passare dai vicoli "dove il sole del buon dio non dà i suoi raggi" [cit.] alla piazza più centrale ed elegante in pochi minuti a piedi.
tipo ripercorrere, lento, le vie che camminavo durante il servizio civile. immaginando le più strampalate illusioni, e che son state il limite estremale più prossimo al principio di realtà, narratore inflessibile e spigoloso, a raccontarmi che le cose, poi, sarebbero andate in altro modo [ma su questo, mi sa che ci faccio un altro post].
tipo quando sto cercando l'albergo per livorno, e mi dicono: ma che minchia fai la sera, da solo, a livorno? torna qui. ed accorgermi che no, tutta 'sta voglia di starmene da solo non ce l'avevo, e di come sarebbe stato piacevole cambiare il programma, ancora una volta.
tipo cincischiarmi che, per il rientro, avrei potuto non prendere il treno successivo, ma quello dopo ancora: dopo peraltro averne già lasciati andare quattro-cinque. e poi di colpo, veder comparire questa coppia di sposi, coi fotografi al seguito. sposi non proprio di primissimo pelo: occhioni azzurri lei, pelle-viso non proprio velluto nonostante il troppo fondotinta, ma soprattutto la giacca più improbabile di lui. vederli arrivare sulla terrazza che dà sul piccolo lungomare e il signore sulla panchina così vicino a loro in posa, che non dà idea di spostarsi da lì, con la sua pipa in bocca che osserva tra il perplesso e il divertito. come se stessi aspettando quella scena per sapere che, a quel punto, avrei potuto decidermi a tornare sul terrazzino.
e tipo la sensazione di sentirmi accolto, coccolato, ospitato come uno di famiglia. nonostante o soprattutto la singolarità del padrone di casa. un po' finto-stralunata, un po' con lo sguardo che nel fondo intuisci una tristezza irrisolvibile, un po' che di colpo si fa silenziosa e sembra di sentire il proluvio dei pensieri che si dispiegano. il tutto annichilito alle nove di sera dal crollo verticale, con sbadigli importanti ed il suo "io vado a letto... tu fai un po' quel cazzo che ti pare". o della sua figlia tredicenne, nel pieno della sua adolescenza un po' da ennuì, un po' faccio quel che mi pare. un po' ancora bimba, un po' già ragazzina, che ci rammenta e ci spiega, quasi dovesse essere chiaro a noi, che la pelle del suo viso non è così liscia come prima perché lei è "nella tempesta del pieno della pubertà"; che ha passato la notte a casa del nuovo fidanzatino - così cortese ed educato - dormendo nella stessa stanza: "io sotto e lui sopra", parlando ovvio del letto a castello, e non capendo esattamente l'erompere di quella risata sottile, ma forse anche un po' invidiosa di quell'innocenza che si è persa nei tempi che furono.
sì, una sensazione davvero piacevole. davvero un bel percepire, che ogni tanto sento ancora l'eco della meraviglia: cioè, tutto questo affetto per me? ma son proprio sicuri? però è eco sempre più rado e che dura sempre di meno.
son tornato a casa, per quanto non ne sentissi tutta questa nostalgia.
dopo aver cambiato, smontato, adattato i programmi più volte. ogni tanto non pianificare ti regala anche queste cose così.
son tornato però anche con la convizione, oltre al fatto sia una persona privilegiata, che fosse una vacatio necessaria. per rimettermi a resiliare questo periodo un po' così, impegnativo, piuttosto solitario, con questi picchi improvvisi ed inattesi, di struggentevolezza et emozione commovevole.
è una parentesi, e bisogna viverla più sul pezzo e convinta possibile. che le cose possono anche combinarsi in maniera interessante e favorevole. forse mi ricorda il quinto anno di università. quando in quattordici mesi inanellai undici esami. mi ero iscritto al pelo in corso al quinto, ed arrivai lanciato all'ultimo rettilineo prima della laurea [poi vabbhé, buttato nel cesso, simbolicamente, con la tesi più inutile del DEI del politecnico di milano, ma è altra storia].
ora non mi devo più laureare. ma forse è un momento quasi tanto importante. non foss'altro per la percezione di essere piuttosto sul pezzo, come forse non era mai accaduto.
ci voleva la vacatio. per quanto troppo breve, che già un po' mi manca.
forse, improvvisando, l'ho pure imbroccata.
torno là dentro carico di 'stigrandissimicazzi. vediamo in quanto tempo li consumerò.
però, al momento, fa decisamente bene.