Thursday, September 27, 2018

il primo franzen e le tette della libraia

oggi ha riaperto la libreria centofiori.
quando apre una libreria credo sia - più o meno sempre - un bel giorno.
c'ero stato, qualche tempo fa, non ricordo esattissimamente cosa presentavano quel giorno. ma ho come il vago sospetto - che peraltro mi è sovvenuto in questo preciso momento, mentre scrivo, giuringiurello - che in quel periodo stessi leggendo "le correzioni". quindi si tratta di tardo ottobre 2013. un periodo di transizione. come il passaggio all'autunno più duro. quello che la luce ormai latita, ma è ancora lungo da arrivare al nodo minimo delle albe e tramonti vicini. insomma. quel periodo un po' di merda lì - dal punto di vista della stagione, ovvio.
comunque.
c'ero stato in quella libreria. e la libreria aveva chiuso qualche mese fa, e mi ero perso la notizia.
oggi ha riaperto.
poi vabbhé. tra chi riapre c'è uno un ex feltrinelli di piazza piemonte, forse la più fighetta di tutte. quindi riaprono personaggi di un certo mood della milano di un certo tipo. che però - cazzo, cazzo, cazzo - un po' mi titilla e che sento vorrei esserci un po' dentro lì. e non solo - certo non solo, anzi - per i fenotipi femminili che possono appartenervici. roba per nulla nazionalpopolare, in generale, mica i fenotipi femminili. roba per nulla siamo gente che sta in periferia. roba che è in certi contesti, più o meno culturali. ma non proprio del popolo. roba che credo diventi difficile entrarci con la scala sociale. specie per un orso intimidito come me - soprattutto senza nemmeno un calice di vino vellicato. specie in italia. nonostante milano.
quindi non sarà stato proprio un caso che ad un certo punto è spuntato il sindaco. in maniera formale e privata. ma se il cazzo di sindaco fa capolino all'inaugurazione di una libreria indipendente, e nemmeno così enorme, beh. sì. insomma. non lo gestiscono dei nazionalpopolari.
quindi non sarà proprio un caso che, ad un certo punto, è spuntato uno che mi son detto: cazzo, ma quello lo conosco. dov'è che l'ho già visto? sarà in qualche evento simile. però ho anche la sensazione sia pure un minimo famoso. e poi alla fine era gaetano liguori. non sapete chi è gaetano liguori? beh. si vive uguale. però al pianoforte son vaibrescion che levete. compagno, neh? ma probabilmente con l'attico da qualche parte in centro.
vabbhé.
comunque.
ho bevuto. ho mangiucchiato. e poi mi son chiesto se da qualche parte ci fosse franzen. quindi ho cercato per autore, sezione narrativa. e li ho trovati.
c'erano i tre più celebri. libertà, purity, le correzioni. in questo ordine. da sinistra a destra. e nel senso che erano proprio tre volumi tre.
al che mi son detto: però, cazzo, voglio essere il primo che compra un libro di franzen nella nuova gestione. son piccole cose da maschio per nulla alfa-dominante. e così ho fatto.
mi son messo in fila alla cassa - con molte sovrastrutture ormai sciolte nei calici di vino - quando è venuto il mio turno, brillantemente, ho esclamato: chissà se questo è il primo franzen venduto in questa nuova vita della libreria. e porgo la copia de "le correzioni". la commessa libraia mi ha guardato, sorridendo con le sua arcata superiore quel filo pronunciata [eufemismo] per poi riempiermi di soddisfazione sostenendo: direi che sì è proprio il primo franzen che vendiamo, e d'altro canto questo è il più bello che ha scritto.
son piccole gioie.
nel mentre si è chinata sul registratore di cassa, nonché aggeggio per la carta di credito, spalancandomi, inevitabile, la visione del suo decoltè. nulla di particolarmente eclatante. però senza lasciar quasi nulla all'immaginazione. si è visto quasi tutto. verosimilmente i capezzoli conici. verosimilmente, perché un po' per rispetto non ho voluto confermarmi con ineccepibilità oftalmica, un po' per l'illuminazione non del tutto favorevole. insomma non ho la certezza di averli visti distinti. ma ho idea ci fossero tutte le condizioni, considerato l'approccio lasco del maglioncino e del reggiseno.
roba che sarebbe stata stigmatizzata dai coniugi anziani delle correzioni [cosa che invece mi avrebbe invitato a fare uno dei tratti, desiderevoli e forse un po' ossessivi, di questo periodo].
roba da portare al di qua della deviazione secondo gli stilemi della buona borghesia.
roba da correggere, insomma.
la cosa interessante è la riottosità inevitabile a quelle correzioni. per incroci banali nel mio caso, in milionesimi. per la maestria di franzen nel raccontare la reazione - anti-correttiva - dei figli di quei coniugi [la foto di copertina è un capolavoro di sintesi cinestesica di quella riottosità, che costa anche una cazzo di fatica e un muso lungo].
le correzioni.
avvengono. ma non è mica detto che riescano.
[peraltro, per una certa coerenza, quel libro, quel primo franzen della nuova libreria, lo regalerò, a breve. mi lego a questi piccoli episodi qui, io. ed ho il vago sospetto che sia anche per questo che non concludo una beata minchia. non è roba da maschi alfa-dominanti.]

Sunday, September 16, 2018

voglio la pinta. non m'importa se cinico. voglio la pinta. [è che poi chissà se riesco a bere]

ho la vaga sensazione mi vogliano mostrare la birreria. ammiccando che vi si sta bene, insaid, e fermarsi per un [bel] po'.
ho la vaga sensazione. quindi potrebbe essere l'effeto di quei fumi del far un sacco di schiuma, tanta, di quel compulsare di cui i tre post precedenti.
perché è una vaga sensazione.
che mi stuzzichino con gli arredi. con i colori caldi. con la percezione avvolgente dell'atmosfera del locale. con gli specchi larghi e slanciati, che ti sembra che tutto sia più grande, bello. con la rilassatezza del vociare garrulo e conviviale. con le tubature delle spine, sinuose, puntellate di goccioline, cromate, tirate a lucido. con l'illuminazione studiata che vi punta sopra a farle rilucere. con la modanatura del bancone. con l'elegante pinguetudine dell'imbottitura degli sgabelli. con le foto alle pareti. con la solidità del legno del tavolo, dove si posa il gomito, che fa da sostegno all'avanbraccio, al polso, al palmo della mano chiuso a pugno, su cui si poggia lo zigomo, di un viso messo di sguincio, perché osserva proteso e calmo il racconto di chi hai di fronte. che ha un viso messo di sguincio, con lo zigomo che sfiora nocche di una mano chiusa a pugno, rastremata ad un polso sottile, e quindi un avanbraccio che finisce nel gomito posato sul legno solido del tavolo. con i menù ricchi di piatti sfiziosi, che sono sempre a disposizione, e non sono mai finiti quando li ordini. con la giovialità dell'oste, amico di tutti, confidente prezioso, consolatore dei delusi che afferrano il loro boccale con entrambe le mani e gli avambracci lunghi sul bancone - modanato.
con l'idea che in quella birreria si stia veramente bene. che a guardarla da fuori. specie di notte. specie se fa frescazzo. specie quando si è soli. come si fa non voler desiderare di cogestirla?
ho la vaga sensazione. ma potrei ovvio sbagliarmi. che non vogliano cogerstire alcunché. o che toccherà a qualcun'altro. anche per il solo fatto di essere più deciso, pronto a farlo. chi sta nel posto giusto nel momento giusto.
vaga sensazione. ovvio.

io voglio un paio di pinte di birra. invece. non aggiungete altro. prima voglio subito la pinta di birra. che tanto consumerò con velocità, in modo anosmico, che non mi permetterà di poterne vellicare il sapore. sono talmente cinicamente assetato che va bene anche sbrodolarmi, con una prima pinta di birra. subito. appena intuisco che me la si vuol servire. c'è una birreria. una pinta, subito. che poi magari voglio provarne subito un'altra.
voglio una pinta di birra.
è cinico. è egoista. è da etilista mancato. ci vuole anche un po' di faccia tosta. urlarlo quasi da fuori la birreria: voglio una pinta. punto.
[solo che poi, quando danno l'idea di cominciare a spillare, sarebbe coerente rimanere. per afferrare, con entrambe le mani, il boccale. meglio far la figura del bevitore a debito, che dell'astemio. al solito, il problema, è coniugare il verbo fare.]
voglio un pinta.
subito.
prima la pinta.
dopo, soltanto dopo, ragioniamo su tutto il resto.
[ecco. ci son cascato di nuovo. ragionare. il vizio che mi obnubilerà]

Wednesday, September 12, 2018

spin-off dello spin-off del post del buon analista [distocazzissimo]

e quindi gNente. a proposito dell'evento corrierifero dell'ultimo uichend. di cui i riverberi nell'altro post.
uno dei più toccanti è stato quello sulla condizione carceraria delle donne.
c'era - tra gli altri - come relatore vittorio andreoli, che un po' ci fa un po' ci è ad essere lo psicanalista che sembra stia abbastanza sulle nuvole, o nel suo mondo [fatto di cazzate [cit.]].
e quindi c'è cosa ho scoperto/intuito/baluginato/psicopipponato da lì e poi a discendere da lì.
ho scoperto che per ogni donna carcerata in italia ci sono ventiquattro uomini. detto in altri termini: le donne sono il 4% della popolazione carceraria. ed è così praticamente da sempre. quel numero, quella percentuale, immagino lasci un po' basiti. così è stato per me. così il fatto che anche quando - in parte - le donne hanno cominciato ad emanciparsi, ad uscire - in parte - dalle quattro mura del focolare domestico, non è cambiato granché. circa il 4% era, circa il 4% è rimasto. emanciparsi significa - anche, ovvio - dare sempre più possibilità sociali, relazionali, topologiche di essere in quei contesti in cui gli uomini delinquono. un effetto dell'emancipazione, avrebbe potuto essere che le donne cominciassero a delinquere un po' come fanno i maschi. per quanto si sia ben lontani dalla totale emancipazione. e invece non è successo.
sembrerebbe che le donne delinquano meno.
sembrerebbe...
è un dato di fatto, corroborato da una serie storica.
ovvio che, anche per uno non necessariamente compulsivo psicopipponico come me, il passo dopo è chiedersi: perché?
sbobino gli appunti presi sullo smartofono dell'intervento di andreoli. perché gli stimoli sanno pure di andreoli e del suo porsi coi ricci coerentemente forastici. però son le cose che mi son passate in mezzo. ed ho voluto appuntare.
in sintesi.
le donne delinquono di meno degli uomini perché sono diverse. [e fin qui...]
c'è una differenza biologica. nel fisico, ovvio, e nel cervello. il cervello di una donna è diverso dal cervello di un uomo. diverso non significa migliore o peggiore. è diverso. punto. e la cosa affascinante è che è grazie alla diversità si può attingere al grande dono della complementarietà.
c'è una differenza di personalità. e, soprattutto, la personalità è un qualcosa di plastico. muta con le esperienze, proprio perché il cervello è plastico. la qualità non sta nella massa, ma nella quantità e qualità dei collegamente sinaptici interni. e a fronte di istanze, di cose che non vanno, di situazioni esecrabili, non si può mai dire: non c'è nulla da fare. questo, in carcere, ha veramente la valenza e la potenza [in potenza] delle cellule staminali. sembra la sostanza corroborante del dettato costituzionale: quello che dice che il carcere deve avere uno scopo rieducativo, non punitivo. sembra che le donne, nei fatti, mediamente, lo recepiscano meglio degli uomini. e sappiano quasi [s]fruttare quel momento, per cominciare a ricominciare una vita.
e c'è una differenza di visione d'insieme. mediamente, ovvio - che si potrà pure inciampare nella storia del pollo di trilussa, però dà la vista di prospettiva, attraverso l'esperito di quella parte metà del cielo.
la donna è accoglienza, è speranza dell'attesa. c'è una costituzione fisiologica. c'è il fatto che concepire, gestare, partorire una creatura necessita di quelle cose lì. e se - per fortuna - la realizzazione di una donna possa anche non passare necessariamente per la maternità, le possibilità è la predisposizione è quella.
la visione dominante della donna è il noi. quello dell'uomo è l'io.
[che poi ciascuno di noi conosca casi in cui si confutano sia l'una che l'altra delle cose è pulviscolo statistico]

io lo so che 'sto post non restituisce quell'emozione. forse anche per il fatto lo abbia scritto solingo, nella stanzetta giorno/notte. alla fine dell'ennesima giornata massacrante. mentre all'incontro eravamo in una stanza e ci si guardava molti nel viso di un altro, attorno ai relatori. ed eravamo in almeno un paio di centinaia. maschi, meno di venti. ovvio che le vaibrescion, d'insieme, han giocato un fottutissimo, lisergico [e bellissimo] ischerzo.
in mezzo a tutte quelle donne, che si son sentite cantate, ammirate, riconosciute nella loro unicità. e che quindi diventano ancora più belle. nel senso più profondo e fondante di quello che tutto questo può significare.

[ed anche in questo c'è la tensione disarmonica del mio insieme. vivere quelle vaibrescion, e sentire presente, prepotente, quella tensione al basso ventre, le mani che affondano ad afferrare seni sodi e tutto il soft-porno del post precedente. sono io. siamo sempre noi. anche la più bella donna che si traluce in quelle vaibrescion angelicate, deve sapere e voler vivere nel modo più intenso l'acme nella carnalità dell'incrocio lubrico [si, insomma, i muscoli pelvici vibrano comunque, durante il gemito dell'orgasmo][per quanto in quest'ultima parentesi c'è un salto furbo et surrettizio, che non mi sfugge]. sono loro e sono io. e quelle parti che fatico a raccordare, per chissà quali motivi [per quanto non so più quanto sia importante conoscere quali possano essere]. con le mie tensioni contrapposte, anzi, com'era?... scomposte. ovvio che poi uno, alla fine, rimane sul posto esausto. e tutto il resto scorre via, dalla bicicletta, alla barca a vela, qualunque mezzo è buono, per garantirmi l'immota distopia]

Monday, September 10, 2018

spin-off del post del buon analista [distocazzo]

forse c'è una specie di propaggine, che esce dal post del buon analista, di qualche giorno fa.
quella specie di eco, di riverbero sulle istanze di quella roba là.
ed il gran vociare - da cui, appunto, l'eco - è stato pensar bene di infilarsi nei tre giorni della triennale de "il tempo delle donne".
naturalmente c'era dell'ironia, se non si era capito.
l'ottantapercento delle partecipanti erano donne.
di cui un buon ventitrentapercento a loro modo - esteticamente - interessanti.
di cui una certa espressione di una specie di - apparente, neh? - buona borghesia illuminata.
[parentesi piccolo flusso di coscienza: e se forse mi scoprissi [definitivamente?] attratto da quella roba lì. non è cosa che mi lasci così indifferente. è una specie di [s]confessione. dopo aver quasi abiurato quel tipo di aspirazione, quasi vent'anni fa, riscoprirsi un po' [troppo?] attratto da un mood esistenziale, diciamolo, anche piuttosto fighetto. [o forse è la reazione al fatto che adesso quel tipo di mood sia oltremodo molto meno mainstream... boh]. e non nascondo che sia del tutto scorrelato questo strano desiderio di serie1 bmw [per quanto sconsigliata dall'amico luca]. che io proprio non ci sono nato in quel mood. ed il fatto ci aspiri, ma decisamente non vi ci appartenga, è forse la nuova versione delle tensioni snobbbbe di una mia prozia, che invero non ho mai conosciuto. ma di cui mia madre ha sempre parlato con tutt'altro che affetto. la zia contessa, la chiamavano. frustrata per quello che non è riuscita a realizzare, o realizzarsi. come fosse stata inevitablmente distopica, anche se allora quella parola non era di moda come ora. ed io intuisco una specie di filo diretto con alcune delle mie nevrosi, perché è risaputo che questo mio lato viene da quel lato di famiglia [per quanto odg, verosimilmente mi cazzierebbe [in modalità terapeutica, ovvio] per il fatto affibbi termini su cose e di cose di cui non ho particolarmente competenza. in fondo ho studiato ben altro]].
comunque.
che è successo da riverberare così tanto?
è successo che ho visto un sacco di giornaliste, che moderavano eventi, raccontare del fatto facciano un lavoro bellissimo, di cui sono molto felici. ed io non faccio fatica a crederlo. senza scordarmi che non sarà tutto rose e fiori. e che forse se la raccontano anche un po', e ce l'hanno raccontata. però ho avuto la sensazione non fosse poi così tanto, quel un po'. [ed io continui con un lavoro che non mi piace, e non mi adoperi nemmeno così tanto per provare almeno ad uscirne].
è successo che in tante situazioni sono usciti ragionamenti et suggestioni, quando non banali, quanto meno ben lontani dall'essere così epifanici, o illuminanti, o che potessero mostrare uno volo importante rispetto ad [auto]ragionamenti et [auto]suggestioni che ho ragionato et suggestionato tra me e me svariegate volte. sì. insomma. senza voler esser troppo sbruffone: avrei potuto raccontarle pur io, un sacco di cose che son state raccontate. mentre ora sono lontano, lontanissimo a far qualcosa di simile [invero pagato non malissimo, per quanto noiosissimo et frustrantissimo, in potenza].
è anche successo che, comunque, alcune suggestioni da farti esclamare UAU! - in modo figurato, ovvio - sono pure arrivate. in un paio di occasioni mi son spuntate pure alcune lagrimucce, toste asportate con maschie simulazioni di "mi è entrata una bruchetta nell'occhio" [cit.].
è anche capitato che in alcuni istanti mi sia capitato di intravvedere una specie di intuizione importante, profonda, fugace, baluginante. e che potesse esser utile a capir meglio la stonatura che ho dentro. l'eccentricità che mi sta stare in bolla molto a fatica. una cosa del tipo le parti dell'uno che non si accordano, nel senso musicale del termine. [e l'esempio più facile et trivio, quasi banale e deludente, potrebbe essere, questo tirar da una parte e dall'altra. dal rimanere inebriato dalla femminilità - potentissima - di alcune donne, quasi da contemplare e basta, che convive colla pulsione irridente, col desiderio asfissiante sublimato di affondare mani lascive ad strizzare seni rigogliosi, quindi titillare con pollice et indice capezzoli turgidi al centro di areole vaste e rosate - e la sublimazione sta anche nel dettaglio, da porno imbellettato, di quest'ultima parte di descrizione].
è ho capito, in fin dei conti, che sia partito di nuovo il motorino del frullatore analitico-psicopipponico. quelli che fanno quel rumore acuto trtuiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiii. ma di fatto, di nuovo, sia rimasto incagliato nel solo pensare. e non agire.
smoccolando, pure, per giunta, per questa specie di distopia ontologica.
capire, capire, capire, forse sempre di più. senza aver ben chiaro quanto il capire possa essermi davvero utile. quanto e quando riuscirà a farmi uscire dall'autoinganno del: [daquesta insoddisfazione di fondo] ne ho prese davvero un sacco, ma quante gliene ho dette...ahhh, quante gliene ho dette.
sono stanco di prenderle. sono stanco di girare a vuoto e mulinare braccia et manate a caso, all'aria voglio smettere di capire, che tanto non ce la farò mai del tutto. e muovere il culo.
[pensare, e non agire. sabato sera , dopo alcuni eventi, son finito ad una specie di concerto da cortile di palazzo. c'era una che se ne stava sola, con le sue due treccine attorcigliate su loro stesse, raccolte con delle mollette. ascoltava il concerto. sembrava intimidita. coll'occhione un po' spalancato. non era esattamente giovanissima. niente trucco. un viso quasi pre-raffaelita, pulito, acqua et sapone, niente trucco [poche tette, comunque]. ovviamente l'ho osservata - cercando di capire perché mi aveva colpito - e poi osservata - non capendo esattamente perché mi aveva colpito. quindi mi sono avvicinato, mentre suonavano, continuando ad osservarla di sottecchi - pensando a come avrei potuto, nel caso molto remoto, attaccare bottone. lei non dev'essersi accorta di nulla. di me, men che meno.
alla fine ha preso la bici, e se n'è andata.
sola.]

Monday, September 3, 2018

e la veronica portò una bulaccata di briosche per il suo addio

oggi ha terminato di lavorare colà la veronica.
la veronica stava colà per conto di quelli con l'accento sul futuro [mecojoni]. a dirla tutta è una delle prime volte che ho a che fare con una di quelli con l'accento sul futuro, che mi è sembrata fosse sul pezzo [anche se qualche uscita un po' a minchia gliel'ho sentita dire, quando voleva fare pure quella supertecnica].
poi sì, diciamolo, la veronica è una gran bella donna.
ma non per questo ho avuto la sensazione fosse sul pezzo.
anzi.
a dirla tutta ho comincio a maturare una qual ritrosia per questo genere di personaggi. perché so [potenzialmente] di subirne il fascino, come peraltro il novantapercento dei maschi, alfa o nu dominanti che siano. ma proprio perché so di [potenzialmente] subirne il fascino mi arrocco guardingo. e quindi divento financo più pretenzioso. [anche per questo la sua collega, verosimilmente più carina e con due tette decisamente marmoree et importanti, forse non ha proprio il vuoto pneumatico in testa, come mi son sempre dimenato di ribadire. ma solo un po' di zucca vuota. anche se soprassiedo sul fatto azzerbini metà dei suoi colleghi diretti. ah, quanto è dura esser servi della gleba lavorativi].
e poi la veronica è toscana.
quindi anche solo quando parla, potenzialmente, potrebbe cambiarmi la chimica della stanza.
sì. insomma. credo sia decisamente brava. ed una gran bella donna.
in passato avrei perso la testa per una come la veronica.
ma non è per questo che scrivo un post sulla veronica.
né perché quella ragazza ad un certo punto mi ha incuriosito. incuriosito perché il dubbio che mi resta è quanto della sovrastruttura da coordinatricediprogettodiquellichehannol'accentosulfuturo sia sostanza ontologica. o quanto sia necessario andare di spatola per staccargliela via, la sovrastruttura - tipo cambiare la batteria agli smartofoni di oggi, che devi intervenire coi ferri del mestiere. o quanto basti uscire da colà, per una birra, [per quanto, di prendere una birra, non mi sono mai arrischiato di proporle] e vedere una persona un po' diversa.
magari senza quella risata che ho sempre avuto la sensazione fosse - fondamentalmente - un po' tirata. magari senza quell'ansia prestazionale di esser sempre quella sul pezzo di tutti i pezzi, con chiaro in testa chi dovesse far cosa. magari senza quella necessità di arrivare a farsi dir di sì da un po' tutti [dba, responsabili dei rilasci, project manager, responsabili degli ambienti di sviluppo, analisti, sistemisti, tester, utenti di back-office, baristi della mensa, noccioline, caramelle, tutto], come fosse compagnona un po' di tutti ma in fondo di nessuno. mi è rimasta questa curiosità. e le ho detto che gliel'avrei scritto. e dopo un mese di ferie, oggi è rientrata per un unico ultimo giorno. portando una bulaccata di briosce, che si era una fottia in area relacse, stamani a salutarla. e ne sono avanzate almeno tante quante. un po' da veronica suvvia. e insomma, dopo un mese e mezzo che le dissi, fugace, "me lasci con un dubbio, ma non te lo dirò fintanto sei qua dentro", mentre la salutavo mi dice "ma teee, volevi mica il mio numero, che dovevi chiedermi quella 'osa?". "no, vero, a dire il vero mi basta la mail. quella cosa là te la scrivo".
ma non so se gliela scriverò.

e di nuovo non è per questo che ho scritto della veronica che se n'è andata.
ho scritto perché oggi, mentre la salutavo e le auguravo ogni cosa buona et bella, ho provato un brivido d'invidia nei suoi confronti. un po' perché a 31 anni hai davanti ancora le praterie, visto che nel frattempo ha spianato un po' di carriera a mo' di caterpillar. un po' perché si percepisce che costei ha la perfetta et coerente consapevolezza di avere davanti le praterie, con l'approccio da caterpillar. e che sa di sapere trasferire sul terreno tutta la potenza dei cavalli motore che ha a disposizione. o come un diagramma direttivo con un lobo ben definito e performante, in cui irradiare l'energia disponibile.
però, a margine di quel brivido d'invidia, appena è passato, ho percepito altro. come effetto di bordo, come se dopo il riflusso dell'onda del mare rimanesse qualcosa, il regalo lasciato lì dalla risacca.
ed è stato un baluginio importante, di una consapevolezza vergognosamente interessante. che quella cosa sono in grado di provarla anch'io. e di adoperarmi per metterla in pratica. dipende da me. quella solita cosa che son istanze molto ben chiare nella testa. ma che poi devono radicarsi nell'emozione più profonda. ecco: ho percepito che è cosa anche mia. e l'ho percepita giù, fino al fondo fondante. dentro di me, come piantata nei fondamentali. che non me l'ha regalata né rubata nessuno. ed è un po' un qualcosa che devo vedermela tra me e me. e che quindi è lì. anche questa è una sorta di epifania, piccola, che chissà se agirò veramente mai. ma so - lo so - che è lì.
e fottesega se 'sta cosa alla veronica è [pare] molto chiara. fottesega se cavalcherà praterie che proprio non interessano a me. né come vorrà cavalcarle. né che ha tre lustri di possibilità in più davanti.
fottesega.
io ho le mie.
era davvero una fottia di tempo che non percepivo una cosa simile. [non mi arrischio ad usare gli avverbi assoluti, che è sempre roba scivolosa e/o un po' retorica, che mi piace poco.].
è durato un lampo. ma è stato un lampo folgorante. non bello, ma illuminante.
che forse è anche meglio.

Sunday, September 2, 2018

il post del buon analista [stocazzo]

una delle poche cose liete dell'aziendinacheèstataunsuccesso, fu incrociare il cartone preparatorio di raffaello de 'la scuola di atene'. incrociare nel senso di starci sotto a pinacoteca vuota, [vederlo] fotografare, starsene lì a guardarlo solinghi et senza fretta [bellissimo].
vero.
l'affresco sta in quel di roma, musei vaticani, stanza delle segnature. è lì che il nostro si è pure fatto un selfììì ante litteram, auto-affrescandosi nella parte ad estrema destra [sempre per chi guarda] dell'opera.
lui, il nostro, raffaello, nel cartone non ci sta.
però c'è dentro il logo del politecnico, che a suo modo è bellissimo - e non credo sia così casuale il fatto che il cartone preparatorio sia a milano, come la scuola politecnica since 1859 [grande merchandising, son riusciti metter in pista, in quel di piazza leonardo da vinci. che poi, di leonardo, è anche il volto con cui si raffigura platone della 'scuola', col suo dito verso l'alto, ed il cerchio un po' si chiude].
ecco. appunto. il cartone.
tecnicamente l'idea si è trasfigurata lì, per la prima volta. l'idea di rappresentare la storia della filosofia, in un'unica soluzione. in termini di primigeneità il cartone è più importante dell'affresco, perché è venuto prima. preparatorio, appunto.

ecco.
in decimiliardesimi.
il mio punto di fuga corre verso il dito che punta in alto di platone. l'oggetto della ricerca filosofica è l'idea di Bene, che sta metaforicamente nella sfera celeste - verso l'alto di cui l'additare - nell'iperuranio, oltre la percezioni senzienti dell'oggetto, su, su, fino alla sua concezione di ciò che è in verità [cit.].

faccio lo smargiasso. ma prendo quel senso potentissimo, immortale, fondante della filosofia occidentale. e precipitevolissimevolmente giù in picchiata feroce, fino alla percezione di essermi smarrito in quel punto di fuga di quell'opera.
fino a distorcerlo con le esalazioni delle mie nevrosi compulsive: come se nel mondo delle idee rimanessi intorcigliato. una specie di groppo, grupposamente raggruppato, un nodo laocoonticamente avviluppato, che più sviluppa più raggruppa [cit.]. sì, sì, una specie di matassa attorcigliata dell'incrocio di tutti i fili di pensieri.

per certi versi l'ottantapercento dei post, è un tentativo di filare lanugine da quell'ammasso. e farne uscire uno di ragionamento, più o meno filante, con cifre stilistiche più o meno raggrinzite.

ho la psicopippa facile e veloce. che poi è come fosse impazzita la maionese analizzante delle cose che mi capita di intercettare, in maniera più o meno senziente. me li ritrovo lì, tutti i pezzi, spesso senza sapere come ci siano arrivati, quale senso senziente abbiano titillato [sicuramente non odorandoli]. come possa aver colto alcune cose. insomma: c'è sempre tutto un insieme di cosi sparpagliati qua e là sul tavolo analitico. e quindi ecco l'istintivo vezzo di giocarci a metterle in un certo ordine, più o meno naif, o sui generis, quando non lisergico.
ecco.
questo sì, mi riesce fottutamente bene. anzi, è piuttosto divertente. forse è anche per questo che la parte fondante del lavoro che faccio mi sia semplicissima, automatica, efficace. e mi riesce bene, suvvia diciamolo [è tutta l'impalcatura che sta sopra a darmi qualche difficoltà, specie se la si rigetta, come ho fatto per i primi 38 mesi].

il lato nevrotico della medaglia è che è una turpe voglia [cit.] che si autoalimenta. e mi fa rimenere impigliato nel [mio] mondo delle idee. l'iperuranio secolarizzato e in pico-miliardesimi. e quindi è tutt'un complesso di cose [cit.] che mi fa agire molto poco. e quando succede, anche per cosi mooooolto minuti, è una festa, e [auto]pacche sulle spalle: la speranza di un buon viatico per continuare a darci dentro.
tipo quando si tenta di avviare il gechibois, invero un po' ingolfato, e si dà lo strattone al filo che dovrebbe far partire il motore. che magari da un borbottio ma sembra vincere l'inerzia: sbotf, sbotf, sbotf, dai che ci riesci e parte, daiiii, sbotf, sbotf... vrrrooooomm... vrooomm...
alè. partito, dajè, diamoci sotto, che l'agire sia con me.
quindi.
sbot, sbot, sbot.... stunc.
finita la benzina.

ecco. una cosa così.

e quindi, savaasaaannndiiir, riparte l'analisi sul perché. e il giochetto intorcigliante ricomincia. occhei, occhei, però ho visto che il motore è partito per un po'. son conferme importanti. però è la latenza che mi frega. tutto il tempo passato tra una cosa e l'altra. ignorando nell'analisi il fattore del tempo che va. come se da qualche parte avessi registrato male il clock che dovrebbe scandire il frusciar di messer Κρόνος. come se sul tavolo analitico ci fosse una radiosveglia che scandisce gli anni, mentre in realtà passano lustri.
e intanto analizzo, triturando possibilità e contropossibilità. scelte e controscelte [tutto in potenza, ovvio]. immaginare di far cose, che ne escludono - inevitabile - altre. e allora ri-contemplare cosa succederebbe se fossero le altre, che escludono cose, oltre che ri-altre.
a decidere dell'auto.
o lasciarsi andare a buttarsi fra le braccia di una.
o quale lavoro provar di cercare di cercare.
giusto per dire le tre cogenti di questo periodo, in ordine casuale, ovvio.

come se già non sapessi che la declinazione de l'ottimo è nemico del buono, è la consapevolezza che la scelta ottima non esiste. ed è quindi sempre una questione di compromessi - e quindi dagli addosso alla nevrosi perfezionista. e la scelta ottima non esiste per evidenti limitazione di risorse. siano gli eurI [tipo per l'auto], di dignità et correttezza verso l'altro [tipo una donna], di tempo e possibilità [tipo il lavoro]. giusto per mantere l'ordine - casuale - di cui sopra. la limitazione di risorse ambito, in termini di principio di οἰκονομία. da cui il termine economia. nei meandri del soqquadro del tavolo analitico potrebbe essere il la ad altre psicopippe, ad altri post oltre a questo, al solito sbrodolato.

tutte cose che razionalmente mi sono chiare. anche solo per il fatto che l'analisi, ribadisco, mi riesce bene suvvia. per quanto, forse, non è così impeccabile. perché si dimentica della questione del tempo, e della trappola dell'ottimo. ed ho il vago sospetto le due cose non siano così scorrelate fra di loro.

e quello che razionalmente è noto ricorda che ci sta altro, appena sotto, che fa maramao. e manda a dire che è poi lui che alla fin fine comanda. o quanto meno detta la linea spesso. al netto ci picchi la testa continuamente, nel senso azzeccato figurato della compulsione analitica.
rimanendo col sogghino amarognolo ad osservare che il 10% delle cose che analizzo sono il 90% delle cose che sintetizzo.

sarebbe bello sciogliere le vele.
sarebbe utile non cominciassi a pensare troppo a come si potrebbe fare.
ma farlo.
punto.