questo pomeriggio sono stato a san cristoforo, la chiesa vicino al casello. solo che è il casello che prende il nome della chiesa. sono legato a quel luogo, la chiesa intendo. piccola, intima, un corpo che fu edificato per allargare il primigenio. è la chiesa che accoglieva i viandanti che giungevano da sud-ovest, seguendo il naviglio grande. quando ancora le mura della città distavano un bel po' di cammino.
sì. ci trovo pace. ogni tanto mi ci fermo. anche solo per dare un senso ad un peregrinare senza particolare meta. ad osservare la macina che sta sotto l'altare.
ci sono stato perché ho deciso di lasciar lì, in quel luogo, un paio di oggetti. furono dei doni. doni del prete oratoriano.
l'unica cosa che mi vien di fare, del residuo di costui, è liberarmene. ho visto ardere nella stufa un fermacarte che consegnò ad un campo scuola, l'anno della maturità. oggetto di legno pirografato con un cuore antropomorfo e quella grafia che non ho mai amato. equivoca. infatti. ho bruciato, tenendone via via i lembi che si annerivano, una specie di lettera di saluto/benvenuto che vergò pochi anni dopo, quando arrivò il prete a sostituirlo. lettera a quattro mano, prete che partiva e prete che arrivava. lettera, peraltro, invecchiata malissimo e in brevissimo tempo. il prete nuovo riuscì a disfare in pochi mesi esperienze di anni. se possibile un elemento totalmente disfunzionale e inadatto, a partire dal fatto di esserlo diventato, sacerdote. chissà se quell'ordinazione fosse da fare. prete che fece danni, in quella comunità e comunitariamente. molti di meno a me, nel mio essere e divenire.
del prete di prima rimanevano, tra l'altro, una riproduzione del francesco di cimabue, l'olio su tavola. oltre che una croce, in legno d'ulivo, con intagliata vuota la sagoma stilizzata di un uomo crocifisso. l'assenza che dà senso all'oggetto. il pieno a forma di croce, da cui cogliere quel vuoto.
sono oggetti che, ovviamente, non si bruciano. non importa non creda, non importa mi sia allontanato, non importa provare e pensarli scevri dal loro significato. non importa quanta necessità di liberarmi dei residui. c'è un senso di sacro, o di rispetto per coloro che lo vivono, che non riesco ad espungere. e per fortuna, aggiungerei.
così ho deciso di fare come i libri che non ha senso tenere. o che desidero donare. una sorta di bookcrossing, solo che non c'entravano i libri, questa volta. [e non sarà un caso che anche i libri, ovviamente, non si bruciano]. e se c'era un posto cui affidare quei residui, questo non poteva essere che san cristoforo.
ho lasciato anche alcune righe vergate a mano, con la mia grafia sempre meno leggibile. volevo spiegare il perché fossero lì. perché volessi disfarmene. mentre scrivevo è come se una nuvola di calore mi si fosse avvolta, avvampante. ho iniziato a sudare copioso. mica mi è sfuggito il nesso causale. riuscire a finire di scrivere è stato liberatorio.
ho scritto una cosa tipo: questi sono oggetti donatimi da colui che fu il mio padre spirituale. è stata una persona importante. pensavo fosse una delle amicizie più fondanti della mia vita. non so quanto consciamente lui lo abbia fatto, ma da lui, in quegli anni, ho subito un "abuso". ed ho capito dopo molto tempo quanto il nocumento sia stato profondo. ora, da agnostico, li lascio a qualcuna o qualcuno che possa viverli come simboli di speranza e serenità, qualcuna o qualcuno con la possibilità di crederci. io ho smesso da tempo. ora sono oggetti che mi ricordano qualcosa di spiacevole, forse doloroso.
non so quanto servirà lasciar andare i residui dentro. so che andava fatto. e l'ho fatto. non può che andar bene così.

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