Thursday, August 6, 2026

maestrone

io lo so, precisamente, che sono quello che sono diventato anche per le sue canzoni.

e non è una questione di ermeneutica delle liriche, interpretazione delle melodie. è che aver ascoltato alcune canzoni, in momenti precisi e fondanti, ha contribuito a  plasmarmi. poi, tecnicamente, 'hermes fu marco, coi suoi ricciolini, il suo gilet hippy, il suo simbolo della pace fatto col filo di rame spesso. fu lui a suonarle, al campo scuola delle medie, canzone per un amica, dio è morto, auschwitz, il marco fu hermes, latore del messaggio.

il messaggio erano quelle canzoni lì. che sono entrate, perché era il momento, perché ero recettivo, assetato di cose più grandi, che uno non sa cosa siano di preciso. però intuisci ci sono. e possono essere alcune canzoni.

e da lì poi discende il resto. così come è il sostrato su cui edificare il resto. col tempo. quando arriverà anche la possibilità di capire meglio, allargare lo sguardo, cogliere le sfumature, intuire il tratto. per avere poi la conferma che il senso,  l'elemento fondante, faceva già parte di te.

ti è appiccicata addosso, è roba tua, che senti talmente familiare e riverberante che ti viene spontaneo pensare che mica può venir meno. sennò è come se venisti meno tu. mica può morire il maestrone. è come se si atrofizzasse un arto emozionale. quindi se e quando moriremo, ma la cosa è insicura, non era un verso che portava alla fine sublime di una canzone. era una specie di dato di fatto apodittico.

sensazioni. emozioni. commozioni. un risuonarci, il riverbero pulsante dentro che promana dal principio attivo di quelle canzoni. ce le siamo inglobate. ognuno a modo proprio. con l'unicità di quello che siamo, unici.

ma la percezione, sono certo, è la medesima per tutte e tutti.

la vita di quelle canzoni che prende a battere e levare, più o meno di sguincio, nella parte più intima e preziosa di ciascuno.

perché, in fondo, ce le abbiamo dentro: anche le sue, e le sue in modo che son solo loro.

versi, strofe, ritornelli, melodie, canzoni ce le portiamo dentro da sempre. e per sempre sarà così.

è una certezza che ebbi la sera del primo concerto che ascoltai dei suoi. in realtà fu una specie di folgorazione. sono una persone banale, forse non abbastanza preparata, forse riverbero a frequenze diverse. non ho mai provato la sindrome di stendhal davanti un'opera di arte figurativa. però quella sera, all'inizio di quel concerto, vissi qualcosa che mai  avevo provato prima, e che mai più ho provato. fu durante le battute introduttive di canzone per un'amica. ascoltate e riascoltate decine di volte. quasi come un segno della croce laico. si iniziava così. sempre si sarebbe iniziato così.

suonarono le prime battute, comparve il maestrone. ancora oggi ho il ricordo di lui che mi parve circonfuso di luce a scendere una specie di scalinata. cominciò con i primissimi versi. io ebbi la sensazione di essere lì, assieme a tutte i versi, strofe le melodie delle storia dell'umanità. qualcosa di immanente che abbracciava il tempo e lo spazio. ero lì ed ebbi l'impressione, anzi la certezza, che versi, strofe, melodie, canzoni erano dentro di me. si trattava di capire come farle venire fuori. e quegli attimi, quelle prime note, quei primi versi, avessero aperto il sacco amniotico dove stavano tutti quegli embrioni. circonfusi dalla luce che illuminava tutto questo. erano lì. le  avevo dentro.

ancora oggi credo sia stato uno dei momenti più emozionati, toccanti, profondi abbia mai vissuto, in assoluto.

tanto che speravo di rivivere quelle sensazioni, le cercai ancora, pochissimi anni dopo con l'amico omar. altro concerto del maestrone. amico omar che mi era parso rilucere in maniera diversa dagli altri colleghi, grazie al maestrone. meglio: il medesimo aver inglobato il senso delle sue canzoni. occhei l'ermeneutica, occhei l'analisi musicale. ma quelle son cose che si spiegano. il senso e l'emozione sono cose si provano. iniziò il concerto. ma quella folgorazione non ci fu.

però era bastata quell'unica volta.

col tempo mi sono poi persuaso che quella fu una specie di folgorazione estensiva. da intelligenza collettiva. avevo visto il sacco amniotico dentro di me. ma non era, necessariamente, una cosa solo mia. non sono mai diventato cantautore, anche se mi sarebbe piaciuto. ovvio. nei primi momenti di quel concerto non avevo intravisto le mie canzoni. ma quelle i versi, strofe, melodie, canzoni che ciascuno di noi ha dentro. è roba immanente, che abbraccia il tempo e lo spazio, ed è di tutte e tutti.

poi ce ne sono alcuni. l'eletta schiera, che non è un pezzo di verso perculante, avvelenato. è la capacità che hanno alcuni di tirarle fuori. di entrarci così in contatto che si tratta di farle uscire.

e alcuni sono i prescelti, quelle avviluppati da un particolare abbraccio dal fato che confabula col caso. sono quelli che sintetizzano le chicche più raffinate e fondanti.

quelle ammantate da un senso così profondo e segnante che è come se cominciassero ad andare all'unisono col tuo respiro. che nemmeno ci pensi più. solo che quando non c'è più chi le ha tirate fuori dal suo sacco, è come se mancasse un pezzo di te.

anche se poi, voglio pensare, se la sia vissuta fino in fondo il proposito del si rida sul come andrà a finire.