occhei. occhei. scrivere [e leggere] mi mancano un po'. che poi non è che non scriva [legga] più. però è come se gustassi meno la cosa, tipo i non anosmici quando sono molto raffreddati.
occhei. occhei. la storia dell'oberameno lavorativo, la stanchezza, ed il cervello in pappa di conseguenza. tutto vero, neh? non è che la meni a vicini e lontani ormai da settimane e poi, di colpo, in un post finalmente all'ora che gli si confà, uno scrive più o meno il contrario.
però ho il sospetto che ci sia dell'altro. era un embrione di psicopippa, l'altro giorno, che non riusciva ad acclararsi del tutto. poi sono arrivate un paio di suggestioni. e qualcosa mi si è manifestato un pochetto, mentre camminavo sostenuto verso l'esselunga, ad infilarmici un attimo prima che chiuda.
e m'è sovvenuta una considerazione, forse banale. forse c'è una sorta di ritrosia, in dimensione frattale tra il conscio e l'inconscio. ma vuoi mica mettere che sia una specie di autocensura di reazione alla compulsione da proclami da soscialz?
provo a spiegarmi.
quando si era nicche, si era in una specie di nicchia, financo protetta. eravamo proiezioni che già nel nome, il modo in cui ci si identifica "comunitariamente", era una specie di artefatto. rappresentativo, simbolico, una sora di sineddoche blog-anagrafica. poi si scriveva, si cazzeggiava, ci si proponeva, anche con proclami postici mica da ridere. però, ecco, tutto in questa specie di comunità parallela. eravamo nicche, proiezioni forse. poi, vabbhé, il desiderio, la volontà, l'inevitabile [forse] curiosità, incrociarsi, di guardarsi anche dal "vero", di uscir un po' dalla nicchia. con lo spiazzamento che prima si era suggestioni lette, e quindi si diventava ciccia, odori, fisicità, gente che si muove, parla: matericamente ben oltre il nicche.
ecco. coi soscialz, le cose sono un po' cambiate. è tutto, troppo, facile. sarà che è tutto molto più circolare, suggerito, immesso nel calderone [pseudo]socializzante. senza la necessità, o l'esigenza [reale] di aver qualcosa da scrivere, raccontare. non è che il mondo blogghico significasse automaticamente qualcosa di interessante, anzi. però, ecco, non si era così imboccati. un minimo salto quantico a far lo sforzo di aprirselo, e riempirlo di contenuti più o meno con frequenza, era una piccola barriera: poi veniva anche la socialità da dietro il nicche. ma in fondo era una conseguenza, non la causa.
coi soscialz, invece, accade l'esatto contrario. e quindi si socializza: nomi e cognomi che siamo. e, chissà per quale diavoleria interna, si ha la sensazione di aver automaticamente qualcosa di interessante da comunicare, raccontare, esalare, annunciare al mondo [soscialz] intiero. e quindi succede il pieno, la bulimia, il blob dei proclami. qualche sociologo/antropologo/psicanalista forse lo può pure spiegare, io ho studiato [ahimè] altro. però ho il presentimento che basti aver l'idea di esser sul proprio spiiiccccorner ad hhhaidddpark: e quindi si diventa depositari di chissà quali verità che proprio non si può far a meno di annunciare urtietrobi, nella rete [soscialz]. anche se poi si è spesso nel proprio piccolissimo orto, poche centinaia di metri da casa propria, simbolici o meno.
ecco. fatico a sentirmici coinvolto. forse è orsitudine. forse è timidezza. forse è ecologia delle idee. quindi posto poco di là. dribblo le pastoie banali [a mio modo] di troppi. rifuggo le verità con i punti esclamativi. e ogni tanto pulisco: la condivisione di un articolo insulso, il correr dietro a qualcosa di insopportabile, una presa di posizione [a mio modo] inaudita, e cancello. non è che non sia volterriano. c'è posto per tutti, ci mancherebbe, solo che il mio tempo ha comunque un suo valore. specie da quando è diventato molto poco, quello libero.
un po' mi manca il blogghe. la commmmiunity dei nicche che vanno e vengono. o al limite rimangono. scrivo qui, senza voler socializzare. chi ci passa è perché per lui non sono più un solo nicche. scrivo qui solo per il gusto psicopipponico di scrivere. forse è un filo più difficile. forse è per questo che i post sono spesso slabrati e lunghi. sono di meno, anche perché di soscialminchiate ce ne sono fin troppe. e quindi mi casso idee.
però poi, di notte, ogni tanto, il gusto di raccoglier idee, intimamente: che la solitudine s'ha regalarti questi passaggi. anche se lo scrivere, in ultima istanza, è la volontà di fotterla, la solitudine. anche solo per sfinimento logorroico di post lunghi, pieni di refusi, con frasi circonvolute.
ma sia molto tardi, che si va a dormire.
Saturday, February 7, 2015
Sunday, February 1, 2015
che poi sarebbe financo un anno di gniublogggghe
cioè. no. non è esattamente un anno. quello è passato la scorsa settimana. è che si può ragionar per appuntamenti più che per calendari.
questo è un po' il giorno in cui, per me e simbolicamente, comincia a finire l'inverno. magari verrà ancora la botta di freddo. ma la luce ormai comincia a rifarsi largo. niente di ancora eclatante, ovvio. ma a volte basta il baluiginio di un virgulto che illumina plasticamente il fatto: che la notte arriva dopo.
e che inizia a finir prima. ora che mi sta ricapitando di vedere sorger albe. sarà ancora per poco, la storia delle albe, intendo. non per altro: potrei continuare a svegliarmi [relativamente] presto, ma ormai si anticiperanno sempre di più. c'è una effemerida certezza che albeggia e tramonta sulla consistente incertezza della precarietà delle cose che vo' a fare. ora faccio questo. non ne sono così certo potrebbe essere lo stesso il mese prossimo, o forse sì.
non è un periodo semplice. ma non lo scrivo per la solita giaculatoria. ho smesso di aver tempo per me. il resto provo ad impiegarlo per poter emetter fattura. non mi sono avidizzato tutto d'un tratto, è una compulsiva illusione di poter ripianare il fallimento della piccola imprenditoria delisticazzi. la lunga coda emi-tossica di quel rabbrividente tentativo che prima sarà consegnato definitivamente agli annali emotivi, e meglio sarà per la mia incertamente assertiva persona.
però appunto non è un periodo semplice. non riesco più a leggere. non riesco più a scrivere. ho smesso gli entusiasmi e i momenti in cui si acquieta l'ottimistica disperazione. e si rimane senza l'ottimismo. sono troppo stanco o troppo occupato anche solo per pensare. e non riesco più a sperare o disperare nulla.anzi, no, la disperazione che non ne uscirò.
naturalmente è solo l'onda emotiva. perchè so che questo periodo finirà. ora sono sotto l'effetto tuneling. e non riesco a veder fuori nulla.
intanto però la mia marcia col lanternino in mano me la sono fatta. perché qualcosa da salvare bisognerà pur recuperarlo, qua e là. anche solo per un appiglio, per quando finirà il tunèl. anzi, un piccolo punto luce, anche solo per andare a cercare dove sta l'interruttore grande.
questo è un po' il giorno in cui, per me e simbolicamente, comincia a finire l'inverno. magari verrà ancora la botta di freddo. ma la luce ormai comincia a rifarsi largo. niente di ancora eclatante, ovvio. ma a volte basta il baluiginio di un virgulto che illumina plasticamente il fatto: che la notte arriva dopo.
e che inizia a finir prima. ora che mi sta ricapitando di vedere sorger albe. sarà ancora per poco, la storia delle albe, intendo. non per altro: potrei continuare a svegliarmi [relativamente] presto, ma ormai si anticiperanno sempre di più. c'è una effemerida certezza che albeggia e tramonta sulla consistente incertezza della precarietà delle cose che vo' a fare. ora faccio questo. non ne sono così certo potrebbe essere lo stesso il mese prossimo, o forse sì.
non è un periodo semplice. ma non lo scrivo per la solita giaculatoria. ho smesso di aver tempo per me. il resto provo ad impiegarlo per poter emetter fattura. non mi sono avidizzato tutto d'un tratto, è una compulsiva illusione di poter ripianare il fallimento della piccola imprenditoria delisticazzi. la lunga coda emi-tossica di quel rabbrividente tentativo che prima sarà consegnato definitivamente agli annali emotivi, e meglio sarà per la mia incertamente assertiva persona.
però appunto non è un periodo semplice. non riesco più a leggere. non riesco più a scrivere. ho smesso gli entusiasmi e i momenti in cui si acquieta l'ottimistica disperazione. e si rimane senza l'ottimismo. sono troppo stanco o troppo occupato anche solo per pensare. e non riesco più a sperare o disperare nulla.anzi, no, la disperazione che non ne uscirò.
naturalmente è solo l'onda emotiva. perchè so che questo periodo finirà. ora sono sotto l'effetto tuneling. e non riesco a veder fuori nulla.
intanto però la mia marcia col lanternino in mano me la sono fatta. perché qualcosa da salvare bisognerà pur recuperarlo, qua e là. anche solo per un appiglio, per quando finirà il tunèl. anzi, un piccolo punto luce, anche solo per andare a cercare dove sta l'interruttore grande.
Wednesday, December 31, 2014
sui paradossi del '14
l'ho iniziato garrulo et speranzoso. davvero con una sensazione di novità che avrei avuto davanti, come le praterie del vecchio farvuest. erano solo sensazioni, ma con poca pragmatica e prospettive realmente concrete. credevo fossero lì lì. e invece ci son voluti mesi.
il momento più brutto è stato nel tardo pomeriggio del 21 di maggio. lì ho vestigialmente mandato afffffanculo il progetto più fallimentare mi sia capitato di principiare. non è stata un'epifania al negativo, ma il prendere [finalmente] atto di quanto la mia vita si fosse azzavorrata negli ultimi anni. [la vibù ci era arrivata prima a capirlo, ma nel gioco delle interlocuzioni non lo sapevo io].
e poi sono venute settimane cupe. molto cupe. il paradosso era che bisognava passarci attraverso per sbucare poi fuori dal tunél. o quanto meno vederne il baluginio in fondo a. è stato durante una birra, verso la fine di settembre. forse quello il momento, l'attimo più felice.
perché uno è comunque sempre in cammino, come la storia dell'acqua di fiume che sembra che è ferma ma hai voglia se va. e tutto sommato, con tutte le cupezze di quelle settimane cupamente da orso, ho tenuto botta. perché sono circondato da amici che probabilmente non merito del tutto, o forse sì, ed in fondo potrei anche evitare di farmi di queste domande un po' così, psicopipponiche. e perché un po' di quel cammino me lo sto percorrendo consolidando consapevolezze e facendo via via pace con me medesimo: che poi odg mi dia una mano è assodato, come il fatto sia assoldata acciocché.
ho letto compulsivamente un sacco di libri, e il paradosso è che lo facevo per carpire segreti [o evitare errori] per un'inesplicata volontà di scriverne, che non metterò mai in pratica, forse.
ho fatto qualche volta alll'ammmmmore, e il paradosso è che forse ho smesso di pensare sia un paradosso il fatto che financo io possa fare alllll'ammmmmore.
mi sono immerso in pochissimi bagni, e il paradosso è che volendo l'acqua potrebbe comunque andare bene.
ho acquistato, per generi indumentistici, solamente un paio di scarpe in offerta decathlon a 5 eurI, e il paradosso è che la vivo come una bellissima libertà il fatto di non provare più desiderio di acquistare cose per me.
ho costruito un piccolo muro per cintare un piatto doccia, con piastrellamento, come lavoretto estivo, e il paradosso è che quando mi han detto "fallo fare ad un altro" mi è venuta voglia di farlo.
ci sono stati per mesi le condizioni per sbandare: tanto e pericolosamente, e il paradosso è stato che quanto più me ne rendevo conto, tanto più mi accorgevo non avrei sbandato.
il libro più bello "espiazione".
e poi un sacco di psicopippe, interlocuzioni, confronti, brindisi, passeggiate per eventi più o meno culturali, solitudini piacevoli, e compagnie garrule, poca ma selezionata gente, traghetti da e per le due case che non so mai come chiamarle quelle due abitazioni, meno post e piuttosto meno incisivi.
non sono riuscito nemmeno quest'anno a scattar foto di nudo: peccato. è un qualcosa che vorrei riuscir a fare pria o poi.
ed infine son tornato a far il dipendente. seppur con la coperta di linus di raccontarmi essere un libero professionista. situazioni decisamente più pragmatiche di qualche mese fa. e soprattutto una ritrovanda indipendenza economica. e però è come se fossi meno sognantemente fiducioso. forse è un paradosso. forse è arrendersi al fatto l'ozio creativo da bohemienne non mi ha portato quella sussistenza che speravo [fiducioso, appunto] all'inizio. forse sono troppo stanco per provar emozioni e sensazioni più o meno forti: perché dal quasi nulla ora devo fare troppo. sarebbe tanto quel solo lavoro, provo a farne più di uno.
io non so cosa sarà l'anno prossimo, che peraltro è dispari. non pianifico più nemmeno cosa sperare. in fondo è la solita convenzione si giri un calendiario. mentre siamo acqua di fiume. so che devo divenire, provando a trovar soddisfazione a far del mio meglio. e poi ci saranno gli amici, i brindisi garruli, i libri, le solitudini quiete, le psicopippe. il tentativo di provarci, insomma. hai detto niente...
il momento più brutto è stato nel tardo pomeriggio del 21 di maggio. lì ho vestigialmente mandato afffffanculo il progetto più fallimentare mi sia capitato di principiare. non è stata un'epifania al negativo, ma il prendere [finalmente] atto di quanto la mia vita si fosse azzavorrata negli ultimi anni. [la vibù ci era arrivata prima a capirlo, ma nel gioco delle interlocuzioni non lo sapevo io].
e poi sono venute settimane cupe. molto cupe. il paradosso era che bisognava passarci attraverso per sbucare poi fuori dal tunél. o quanto meno vederne il baluginio in fondo a. è stato durante una birra, verso la fine di settembre. forse quello il momento, l'attimo più felice.
perché uno è comunque sempre in cammino, come la storia dell'acqua di fiume che sembra che è ferma ma hai voglia se va. e tutto sommato, con tutte le cupezze di quelle settimane cupamente da orso, ho tenuto botta. perché sono circondato da amici che probabilmente non merito del tutto, o forse sì, ed in fondo potrei anche evitare di farmi di queste domande un po' così, psicopipponiche. e perché un po' di quel cammino me lo sto percorrendo consolidando consapevolezze e facendo via via pace con me medesimo: che poi odg mi dia una mano è assodato, come il fatto sia assoldata acciocché.
ho letto compulsivamente un sacco di libri, e il paradosso è che lo facevo per carpire segreti [o evitare errori] per un'inesplicata volontà di scriverne, che non metterò mai in pratica, forse.
ho fatto qualche volta alll'ammmmmore, e il paradosso è che forse ho smesso di pensare sia un paradosso il fatto che financo io possa fare alllll'ammmmmore.
mi sono immerso in pochissimi bagni, e il paradosso è che volendo l'acqua potrebbe comunque andare bene.
ho acquistato, per generi indumentistici, solamente un paio di scarpe in offerta decathlon a 5 eurI, e il paradosso è che la vivo come una bellissima libertà il fatto di non provare più desiderio di acquistare cose per me.
ho costruito un piccolo muro per cintare un piatto doccia, con piastrellamento, come lavoretto estivo, e il paradosso è che quando mi han detto "fallo fare ad un altro" mi è venuta voglia di farlo.
ci sono stati per mesi le condizioni per sbandare: tanto e pericolosamente, e il paradosso è stato che quanto più me ne rendevo conto, tanto più mi accorgevo non avrei sbandato.
il libro più bello "espiazione".
e poi un sacco di psicopippe, interlocuzioni, confronti, brindisi, passeggiate per eventi più o meno culturali, solitudini piacevoli, e compagnie garrule, poca ma selezionata gente, traghetti da e per le due case che non so mai come chiamarle quelle due abitazioni, meno post e piuttosto meno incisivi.
non sono riuscito nemmeno quest'anno a scattar foto di nudo: peccato. è un qualcosa che vorrei riuscir a fare pria o poi.
ed infine son tornato a far il dipendente. seppur con la coperta di linus di raccontarmi essere un libero professionista. situazioni decisamente più pragmatiche di qualche mese fa. e soprattutto una ritrovanda indipendenza economica. e però è come se fossi meno sognantemente fiducioso. forse è un paradosso. forse è arrendersi al fatto l'ozio creativo da bohemienne non mi ha portato quella sussistenza che speravo [fiducioso, appunto] all'inizio. forse sono troppo stanco per provar emozioni e sensazioni più o meno forti: perché dal quasi nulla ora devo fare troppo. sarebbe tanto quel solo lavoro, provo a farne più di uno.
io non so cosa sarà l'anno prossimo, che peraltro è dispari. non pianifico più nemmeno cosa sperare. in fondo è la solita convenzione si giri un calendiario. mentre siamo acqua di fiume. so che devo divenire, provando a trovar soddisfazione a far del mio meglio. e poi ci saranno gli amici, i brindisi garruli, i libri, le solitudini quiete, le psicopippe. il tentativo di provarci, insomma. hai detto niente...
Wednesday, December 24, 2014
sticazzi. pure il post natalizifero. o natalitalizzante. o quella roba lì.
stordirsi di lavoro ha funzionato fino a metà pomeriggio. o forse la stanchezza ha sopraffatto perfino lo stordimento. sta di fatto che alla fine ho ceduto alle lusinghe malinconiche della natalifera trappola.
e di fatto ho avuto una specie di crollo verticale. son caduto in piedi, ovvio, ma non ho resistito.
non credo sia la cosa del natale in sé, figurarsi. ma l'aura condivisa, la maieutica surrettizia, il mainstream emotivo. quel mescio di situazioni che allertano inconsciamente i depressi, i claudicanti dell'incedere dell'esistere, gli incerti del proprio esserci. per soffiare i gingolllebbeells delle nenie più o meno cinicamente tristi, che acclarano la pesantezza del proprio esser soli: dentro e fuori.
che poi la solitudine fa comodo in molti altri momenti, ad esser onesti fino all'essenza. e nemmeno per onestà intellettuale, ma anche solo per ovvio buonsenso non lo sono, solo intendo. sta di fatto che mi è partita la canocchia condivipeistica. e chiamerei un po' chiunque. o avviserei ognuno. anche solo per ricordare che ci sono ed aver conferma che ci sono per loro. insomma: queste buche di autostima sicurezzevole qui.
evidentemente non c'entra molto con la storia del gloriaddddddionell'altodeicieli.
ma ha ben più a che fare con la pragmatica intima delle melanconie dell'umana psiche. anche se la parte raziocinante [che irrora irrora quella emotiva] confida immanentemente nella pace in terra degli uomini di buona volontà.
e nel frattempo fatevi un buon fottutissimo natale.
e di fatto ho avuto una specie di crollo verticale. son caduto in piedi, ovvio, ma non ho resistito.
non credo sia la cosa del natale in sé, figurarsi. ma l'aura condivisa, la maieutica surrettizia, il mainstream emotivo. quel mescio di situazioni che allertano inconsciamente i depressi, i claudicanti dell'incedere dell'esistere, gli incerti del proprio esserci. per soffiare i gingolllebbeells delle nenie più o meno cinicamente tristi, che acclarano la pesantezza del proprio esser soli: dentro e fuori.
che poi la solitudine fa comodo in molti altri momenti, ad esser onesti fino all'essenza. e nemmeno per onestà intellettuale, ma anche solo per ovvio buonsenso non lo sono, solo intendo. sta di fatto che mi è partita la canocchia condivipeistica. e chiamerei un po' chiunque. o avviserei ognuno. anche solo per ricordare che ci sono ed aver conferma che ci sono per loro. insomma: queste buche di autostima sicurezzevole qui.
evidentemente non c'entra molto con la storia del gloriaddddddionell'altodeicieli.
ma ha ben più a che fare con la pragmatica intima delle melanconie dell'umana psiche. anche se la parte raziocinante [che irrora irrora quella emotiva] confida immanentemente nella pace in terra degli uomini di buona volontà.
e nel frattempo fatevi un buon fottutissimo natale.
Friday, December 19, 2014
vivalavoce
non resisto. voglio adamantare il momento. prima che finisca la prima canzone.
è stata una giornata dura. voglia di mandare un po' affffanculo. perplessità sul fatto stia facendo una cosa pesante e che non mi entusiasma. circondato da una tarskfors delisticazzi, di gente di una banalità mediamente sconcertante, dall'alto del mio snobbismo orsico delistocazzo.
poi a casa lavoro di nuovo. pensando a stupide invidie di coloro che si pensano così troppoimigliori nella loro mediocrità sconcertante [diversi da quelli di cui qui sopra, già sfanculizzati in potenza, peraltro].
insomma. un po' di coglioni girati.
e poi metto su il nuovodegre: vivavoce [qualche settimana fa era in tivvvvù, assieme a ligabue da fazio. che banalità sconcertanti anche ligabue e fazio, in confronto]. albummmme che tecnicamente ho regalato, e non so quanto sia giusto, nella gestione delle mie nevrotiche cose simboliche, ascoltare come copia.
ecco. appunto. e parte la prima canzone. e ti si spalancano le emozioni. come una boccata d'aria di un giorno che stai in apnea. cazzo. come riprendere a respirare dentro. o come quando cammini in montagna e sei in debito di zuccheri. ecco: la sensazione della prima ciuciata alla caramella che ti passa l'amico.
nel frattempo è finita la prima canzone. e proseguo ad ascoltare. e lavoro. che tutte le altre mediocrità sconcertanti vadano afffffffanculo. tanto orso sono, e rimango. però intanto respiro. o ciuccio la caramella.
[updt.
quel psicocommerciale di ligabue si è infilato in "alice". quando rientra il degre la banalità sconcertante di quell'altro s'acclara, rilucentemente. che vadaffffffanculo pure lui]
è stata una giornata dura. voglia di mandare un po' affffanculo. perplessità sul fatto stia facendo una cosa pesante e che non mi entusiasma. circondato da una tarskfors delisticazzi, di gente di una banalità mediamente sconcertante, dall'alto del mio snobbismo orsico delistocazzo.
poi a casa lavoro di nuovo. pensando a stupide invidie di coloro che si pensano così troppoimigliori nella loro mediocrità sconcertante [diversi da quelli di cui qui sopra, già sfanculizzati in potenza, peraltro].
insomma. un po' di coglioni girati.
e poi metto su il nuovodegre: vivavoce [qualche settimana fa era in tivvvvù, assieme a ligabue da fazio. che banalità sconcertanti anche ligabue e fazio, in confronto]. albummmme che tecnicamente ho regalato, e non so quanto sia giusto, nella gestione delle mie nevrotiche cose simboliche, ascoltare come copia.
ecco. appunto. e parte la prima canzone. e ti si spalancano le emozioni. come una boccata d'aria di un giorno che stai in apnea. cazzo. come riprendere a respirare dentro. o come quando cammini in montagna e sei in debito di zuccheri. ecco: la sensazione della prima ciuciata alla caramella che ti passa l'amico.
nel frattempo è finita la prima canzone. e proseguo ad ascoltare. e lavoro. che tutte le altre mediocrità sconcertanti vadano afffffffanculo. tanto orso sono, e rimango. però intanto respiro. o ciuccio la caramella.
[updt.
quel psicocommerciale di ligabue si è infilato in "alice". quando rientra il degre la banalità sconcertante di quell'altro s'acclara, rilucentemente. che vadaffffffanculo pure lui]
Wednesday, December 17, 2014
la strage degli innocenti
son talmente stanco che non riesco a metter in fila un paio di idee sensate.
devo pulir i sanitari del bagno per far scattare una mezza psicopippa, in un baluginio di serena proattività.
da un certo punto di vista forse è financo meglio così. anche se, a valle delle criticità che quivi si vanno a definire - di cui ho fatto un psicopipponico detect, non riesce a piccolorilucere come mi par di riuscire a gestirle, le criticità intendo. vabbhè.
in compenso stamani ho ascoltato la rassegna stampa. il fatto è che è stato un quarto d'ora dopo aver ascoltato il causticissimo gianmarcobachi fare il suo personalissimo, e commovente, editoriale sulla strage di ieri a peshawar. la strage di 141 innocenti. e nella rassegna stampa quella notizia scivola piuttosto in basso, troppo in basso.
ora. non avevo davanti i giornali, quindi non so se è una scelta del giornalista che ha fatto la cernita. nel caso che vadaffffanculo quel giornalista. se invece è scivolata nel fastidioso tagliobasso delle prime pagine, allora che vadafffffffanculo mediamente la stampa: così impegnati a star dietro le psicopippe lagnose di questi autorefenziatissimi. [non starò diventando mica grillinico, vero?]
devo pulir i sanitari del bagno per far scattare una mezza psicopippa, in un baluginio di serena proattività.
da un certo punto di vista forse è financo meglio così. anche se, a valle delle criticità che quivi si vanno a definire - di cui ho fatto un psicopipponico detect, non riesce a piccolorilucere come mi par di riuscire a gestirle, le criticità intendo. vabbhè.
in compenso stamani ho ascoltato la rassegna stampa. il fatto è che è stato un quarto d'ora dopo aver ascoltato il causticissimo gianmarcobachi fare il suo personalissimo, e commovente, editoriale sulla strage di ieri a peshawar. la strage di 141 innocenti. e nella rassegna stampa quella notizia scivola piuttosto in basso, troppo in basso.
ora. non avevo davanti i giornali, quindi non so se è una scelta del giornalista che ha fatto la cernita. nel caso che vadaffffanculo quel giornalista. se invece è scivolata nel fastidioso tagliobasso delle prime pagine, allora che vadafffffffanculo mediamente la stampa: così impegnati a star dietro le psicopippe lagnose di questi autorefenziatissimi. [non starò diventando mica grillinico, vero?]
Saturday, December 6, 2014
e scivola il sole, al di là delle dune
il puntuale ed epistemiologico michele mi ha ricordato cosa ha detto veronesi. la sua recente chiosa sulla non-esistenza diddddddio, osservando la casualità di come colpiscono e come si comportano i tumori. michele, che peraltro oggi compiva gli anni, ha usato il punto esclamativo dell'ateismo, a chiosa di un suo pensiero su di te. un pensiero che arraspa dietro di sé tanta compassione commovevole.
io metto più spesso punti di domanda alla fine del mio ragionare. e naturalmente il mio agnosticismo non mi supporta a cercare chissà qual tipo di spiegazione. e probabilmente nemmeno dovrebbe farlo.
sta di fatto che andarsene così giovani e con un terzo dell'esistenza a combattere quella cosa che ti insorgeva ovunque, non trova, come al solito, una risposta che valga la pena essere razionalizzata.
la tua malattia, così geneticamente inestirpabile, ti ha preceduta. prima di conoscerti mi dissero di quello cui eri già passata in mezzo. si percepiva una levità, che parevi trasmettere. forse per come percepivo chi me lo raccontava, forse percepito da chi me lo raccontava e che ti conosceva. forse perché la vivevi davvero.
ti ho visto, prima che dal vero, in una foto. tenevi in braccio la tua cuginetta. quella foto mi ha colpito. più bella di come mi ti avevano raccontato, più commovente di come mi aspettavo, sapendo che cosa avevi già passato. in quella foto hai un sorriso ampio, e gli occhioni vivi, pieni di qualcosa di importante. non so se, quando la scattarono, avevi già scoperto, intuito cosa avresti vissuto. e se avevi già scatenato quella voglia di farcela e di lottare con energia vitale. tanta energia vitale, perché è stato durissimo quello che hai combattuto e che hai affrontato. roba che nella mia debosciata irrequietezza sarei stato spianato molto prima. roba che tutti i riverberi dissonanti e anisotropi, che mi destabilizzano ancora con un paio di tuoi familiari, sono cosa che ci si vergogna considerare. anche se l'eco mi dà tutt'altro che serenità.
te ne sei andata. era una cosa che tutti avevano più o meno messo in conto avrebbe potuto succedere. non ti conoscevo nemmeno così bene, e sono ormai lontano da chiunque della tua famiglia. però oggi non pensavo di accusare così il colpo. poi ho fatto un bel mescione con altre titubanze mie, più o meno congiuntural-esistenziali-lavorative [bagatelle, ovvio, davanti all'irreparabile], e molta stanchezza. sta di fatto che ho pianto per quasi tutta la seduta con odg.
poi sono stato a teatro, ad ascoltare una piece ispirata alla "buona novella" del faber. la cosa più vicina al vangelo mi emozioni.
ti ho pensato molto. e ti ho salutato lì. domani sarà solo un agorafobico rito che presenzierò, con tutte le dissonanze che cercherò di evitare. hanno cantato anche quel verso, quasi alla fine del "testamento di tito". il sole che è scivolato al di là delle dune, a violentare altre notti. e non ci possiamo far più nulla. senza un senso che possa illuminare chissà che a dargli un senso.
però, agnosticamente, in tutta l'immanenza che da stanotte è solo nostra e non è più tua, c'è anche l'ultimo verso di quella canzone.
io metto più spesso punti di domanda alla fine del mio ragionare. e naturalmente il mio agnosticismo non mi supporta a cercare chissà qual tipo di spiegazione. e probabilmente nemmeno dovrebbe farlo.
sta di fatto che andarsene così giovani e con un terzo dell'esistenza a combattere quella cosa che ti insorgeva ovunque, non trova, come al solito, una risposta che valga la pena essere razionalizzata.
la tua malattia, così geneticamente inestirpabile, ti ha preceduta. prima di conoscerti mi dissero di quello cui eri già passata in mezzo. si percepiva una levità, che parevi trasmettere. forse per come percepivo chi me lo raccontava, forse percepito da chi me lo raccontava e che ti conosceva. forse perché la vivevi davvero.
ti ho visto, prima che dal vero, in una foto. tenevi in braccio la tua cuginetta. quella foto mi ha colpito. più bella di come mi ti avevano raccontato, più commovente di come mi aspettavo, sapendo che cosa avevi già passato. in quella foto hai un sorriso ampio, e gli occhioni vivi, pieni di qualcosa di importante. non so se, quando la scattarono, avevi già scoperto, intuito cosa avresti vissuto. e se avevi già scatenato quella voglia di farcela e di lottare con energia vitale. tanta energia vitale, perché è stato durissimo quello che hai combattuto e che hai affrontato. roba che nella mia debosciata irrequietezza sarei stato spianato molto prima. roba che tutti i riverberi dissonanti e anisotropi, che mi destabilizzano ancora con un paio di tuoi familiari, sono cosa che ci si vergogna considerare. anche se l'eco mi dà tutt'altro che serenità.
te ne sei andata. era una cosa che tutti avevano più o meno messo in conto avrebbe potuto succedere. non ti conoscevo nemmeno così bene, e sono ormai lontano da chiunque della tua famiglia. però oggi non pensavo di accusare così il colpo. poi ho fatto un bel mescione con altre titubanze mie, più o meno congiuntural-esistenziali-lavorative [bagatelle, ovvio, davanti all'irreparabile], e molta stanchezza. sta di fatto che ho pianto per quasi tutta la seduta con odg.
poi sono stato a teatro, ad ascoltare una piece ispirata alla "buona novella" del faber. la cosa più vicina al vangelo mi emozioni.
ti ho pensato molto. e ti ho salutato lì. domani sarà solo un agorafobico rito che presenzierò, con tutte le dissonanze che cercherò di evitare. hanno cantato anche quel verso, quasi alla fine del "testamento di tito". il sole che è scivolato al di là delle dune, a violentare altre notti. e non ci possiamo far più nulla. senza un senso che possa illuminare chissà che a dargli un senso.
però, agnosticamente, in tutta l'immanenza che da stanotte è solo nostra e non è più tua, c'è anche l'ultimo verso di quella canzone.
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