Sunday, March 8, 2015

anche io [e perché] festeggio le donne

la scrivo tranchant.

vi è bisogno della festa delle donne, perché costoro sono [mediamente] superiori agli uomini. e l'uomo di questo, intimamente, ha consapevolezza, e ne rimane frustrato. e come [mediamente] accade, i frustrati reagiscono in maniera scomposta. ed ecco le millemila forme di maschilismo. via via su fino ad incancrenire le forme di discriminazione di genere: fino a farne un paradigma nella testa microcefala di troppi, anche di donne. e quindi vi è bisogno della festa della donna.

è un po' tranchant, occhei, lo capisco pur io che sono uomo.

però fatico a non vederci un [maschilentissimo] fil rouge tra l'oggettiva ed anatomica vigoria fisica maschile, utile quando si stava nelle caverne, fino alla presa di coscienza - inconsapevole - di uno stato di minorità verso un sacco di altre istanze, che poco hanno a che vedere con l'elemento testosteronico. quando si cacciava era utile avere fibre muscolari più robuste. di più: con l'idea di guerra come elemento necessario e connaturato all'uomo. però con l'evoluzione dell'intelligenza collettiva ci si scopre necessariamente con un bisogno di "raffinatezza" sempre maggiore: perché il testosterone e basta comincia mostrar i limiti per l'evoluzione dell'umanità. accorgersi - inconsciamente - di essere quelli meno raffinati produce delle distonie interiori mica da ridere.

a volerci trovare un qualche nesso causale forse neurologico, o da quelle parti, credo che in qualche maniera sia la predisposizione all'esperienza della maternità. e la necessità di comunicare in qualche maniera con la creatura, che codifica in maniera fuori dal verbale. l'intuizione, la capacità di cogliere quante più sollecitazioni, l'empatia: tutti strumenti funzionali all'accudimento della prole. si sono poi raffinati coi millenni. ed in un contesto via via più articolato, dove queste istanze diventano sempre più precipue, col cazzo che basta uscire il testosterone maschiolattttrino. solo che quando te ne accorgi - da maschio-uomo - e ti rendi conto che sei bbbbuono ad brandire giusto quello, qualche elemento di esagitazione si rischia di generarlo. e da decaduto dello scettro che afffanculo l'alpha-dominanza le reazioni sono imprevedibili.

me ne sto accorgendo proprio nel nuovo contesto lavorativo. dove elementi di cripto-maschilismo se ne escono con una disarmante frequenza. ed a me paiono, con irridente ovvietà, casi di - appunto - frustrazione.

lo asserisco con la supponenza di maschio, ma con un'elevata componente femminile. cosa che probabilmente mi tiene appena sopra la linea di galleggiamento. cosa che probabilmente è la mia [faticosissima] salvezza. però una certa forma di [asserita] minorità l'ho sempre vissuta. e non solo per la mia scarsa autostima. ma anche per l'imbarazzo verso una qualche forma di "autorità", o elemento con una qualche forma di superiorità. per questo per anni le ho viste - le donne - come un'enigma irraggiungibile e misterioso. e forse è anche per questo che le ho raggiunte - anche carnalmente - molto, molto, molto tardi. e tutto quello che non potevo raggiungere veniva sublimato, e mitizzato. anche giusto per alimentare il senso di minorità e via circoloviziosamente discorrendo. frustrato per frustrato, non ho rivolto verso l'esterno lo sfregolio di quella inconsapevole consapevolezza. ma più o meno verso di me, punendomi.

per superiorità e minorità ciancio di cose mediamente verificate. esistono gazzilioni di donne stupide. anche se contino a pensare che i corrispondenti gazzilioni di uomini lo siano applicandosi di più. è provato come le donne delinquano meno degli uomini, tanto meno nei crimini violenti: evidentemente il testosterone non aiuta. sarebbe interessante verificare, a parità di contesti e di sollecitazioni, quanto le donne siano così inferiori nell'intelligenza logico-matematica: come si vuol far [consolatoriamente] credere. credo sia acclarato quanto invece ci siano [mediamente] più avanti per quel che riguarda l'intelligenza relazionale-emotiva.

per fortuna che quest'ultima si può imparare, coltivandola. cosa che [verosimilmente] mi sto facendo il gran culo di ampliare. che da uomo è ancora più complicato. e più di migliora più ci si rende conto delle reazioni frustrate maschiliste. e per questo [mi] danno ancora più fastidio.

tutto questo si incrocia, fino ad certo punto, con il distinguo di un sacco di donne che non vogliono festeggiarlo. per i motivi più disparati, ma che forse collassano in pochi. lo so benissimo che non bisognerebbe festeggiare una volta all'anno, ma dovrebbe essere così tutto l'anno. che la parità è ben lunga da venire. e poi tutti i distinguo dal volersene affrancare rispettabili, anche solo per acquistare quella realizzazione puntuale, nonostante la difficoltà dell'essere donna in determinati contesti.

mi limito a guardare il gradiente. assieme al constatare che un qualche cosa che va in una direzione giusta è sempre meglio che qualcosa che tende e fossilizzarsi in un posto ingiusto.
mi limito a ricordare che festeggiare oggi non è prendere atto di una realtà, per chiuderla qui, giusto col contentino di ragionamenti e mimose un giorno all'anno.
mi limito a voler guardare con rispetto, ammirazione, quell'universo che non capirò mai del tutto [e per fortuna]. lo faccio con una forma di intima incoerenza, che non posso acclarare del tutto qui. è materiale per odg, o qualche amica veramente molto fidata: che non giudicherebbe.

sono diventato con gli anni molto selettivo. anche solo per la consapevolezza di aver tutto il diritto ed il merito di poterlo essere. quando a valle del filtro personalissimo mi stupisce un uomo è sempre qualcosa di grandi festeggiamenti, nella sobrietà dell'intimità. quando mi stupisce una donna fa un effetto ancor più psichedelico. dev'essere per la mia componente femminile elevata.

 e se fanno [mediamente] fatica a parcheggiare, o girano [mediamente] le mappe stradali è solo una consolazione per coloro che sanno fare una cosa solamente alla volta.
quindi pari e patta, ma avanti assieme.

 
quella di sinistra è matreme, che stamani ha portato un rametto di mimosa alle bimbe del catechismo.
comincia ad educarle da piccole.

Tuesday, March 3, 2015

che sia l'ennesimo post genetliaco per l'amico itsoh

che se uno scrive minchiate-postiche da parecchi anni rischia, inesorabilmente, di ripetersi.
però magari ogni tanto non scrive minchiate.
e soprattutto va bene ripetersi.
anche se poi gli auguri genetliaci sono comunque diversi ogni volta.
perché, con la vecchiaia che si scalpella un pochino di più di volta in volta, ci si ammanta del portato di un po' buon senso dovuto all'esperienza. condivisa, assaporata, letta in tutto quello che è l'altro, che è stato e che è diventato l'altro.

dell'amico itsoh ho già, appunto, scritto altre volte. ed è uno di quei compleanni che mi piace ricordare e ricordar di ricordare.

come spesso accade per le persone di cui ricordo così volentieri il genetliaco, non è che si sovrappongano completamente i rispettivi punti di vista, su svariati aspetti. però, ragionevolmente, è proprio in questi casi che arriva il soccorso irrazionale: che mi piace usar in maniera antitetica gli avverbi. che poi sarebbe il fatto che con qualcuno ti trovi con un particolare fiiiiling, senza che tutto si debba necessariamente ridurre ad un tassonomia di istanze razionali per cui quel fiiiiling c'è, sgorga. senza un cazzo di perché ragionevolizzante.

mi piace ricordare quando è comparso un pomeriggio di giugno di - ormai - 22 anni fa [cazzo, giusè, diventiamo vecchi: passato più di metà della mia vita a conoscerti]. studiavo fisica due. me lo ricordo come un pomeriggio coi nuvoloni, però col cazzo di caldo che faceva era pure piacevole. ero sul tavolo della parete cucina di portaromana57 con il mencuccini-silvestrini aperto [cazzo, l'ho prestato e me l'hanno fottuto, non è più tornato indietro. uno dei più bei libri della carriera universitaria. so anche chi è quella stronza...]. ed arrivò, il nuovo coinquilino. due minuti e mezzo dopo sapevo che c'erano buone possibilità ci saremmo empatizzati per molto tempo. quell'immagine, di quel pomeriggio, è uno dei ricordi più belli di tutta l'università.

mi ha raccontato per primo di paolini. ho contribuito a fargli diventar meno antipatico il guccio. mi ha titillato il dubbio del perché i cattolici debbano dividersi in congreghe, movimenti, ordini, per poi farsi le scarpe quando il principale - teoricamente - è lo stesso. mi ha iniziato al cinema in un certo modo. mi ha fatto scoprire quella particolarità graffiante di polemizzare con alcune situazioni, o istanze. a volte pure troppo. ha dovuto lasciar milano per dimostrare - compiutamente - quanto fosse bravo. ha scritto una mail bellissima la mattina che si è laureato. mi ha regalato ricordi bellissimi un pomeriggio a roma: lui ed io dalla parte opporta di un semaforo, dopo sette anni, ma a me pareva come se fossero passati pochi giorni [accadde 12 anni fa, come domani]. ho visto nuove zone - centrali - d'italia, ma c'è quell'elemento struggente del ricordo di quando passai a trovarlo. abbiamo allargato le conoscenze blogghiche comuni. ho fatto il fotografodiverstisssmmmant al suo matrimonio. so che su là in germania, sta facendo il culo ai tedeschi a fargli capire quanto è valido.

non mi spiego come mai sia così innamorato di renzi. e se evito di sparar checchisticamente a zero su quel matteo è, anche, per rispettar l'idea dell'amico giusè. che attendo di capire il perché, il cosa mi sfugga, e che lui ha capito. così come nutro una segreta speranza che che pria o poi - spero pria - si riavvicini lui nel giudizio su illo.

sia come sia. tutto questo è quasi financo inutile. anzi, è irriso da tutto quella gran voglia di augurargli il suo felice genetliaco.
con tutta l'ironica acutezza che lo contraddistingue.

tanti auguri giusè.

Sunday, March 1, 2015

post che non saprei come intitolare, un po' lungo, e che mi fa sovvenir fin su al concetto di "radici".

[piccola premessa]
matreme ha lavorato, praticamente tutta la sua carriera, in un istituto della provincia di milano. vi trovavano ospitalità bambini, regazzini, pre-adolescenti con vari problemi: da quelli familiari a, via via, di una certa forma di salute. non era un orfanotrofio, non era una casa di cura, non era un brefotrofio, era una specie di comunità para socio-assistenzial-sanitaria in un luogo paesiggisticamente splendido. molti dei bimbi di allora sono stati adottati, oppure, diventati grandi si sono avviati verso una vita adulta "normale", nel milanese, o dintorni. i casi più gravi clinicamente, e via via ne sono arrivati, sono stati trasferiti in altri istituti della provincia, quando quello distaccato sul lago maggiore ha chiuso. oggi è un enorme comprensorio bianco che cade a pezzi sulla costa - bassa - di una montagna.
[senza soluzione di continuità dalla premessa al corpus del poste]
è qualche tempo che alcuni di questi bimbi, di allora, tornano.
tornano nel senso che vengono nella mia hometown. a pochi chilometri da quell'istituto. istituto che è poi la causa per cui matreme, da infermiera pediatrica diplomata a milano, se ne venne in quel posto così fuori mano. e poi il destino di una vita. e quindi la mia hometown, nel senso che lì vi nacqui. dove il punto nodale della questione non è il luogo, ma il fatto sia nato. e passa anche "per il mio nome, che io mi porto addosso" [cit].
comunque.
questi adulti di oggi tornano. tornano a riannodare o capir il nodo del luogo della loro infanzia. non importa per quanto tempo, ma luogo dei primi momenti dell'esistenza. tornano a cercar i posti di allora, e tutti - tutti - rimangono sconvolti a veder come cade a pezzi quella cosa un po' mastodontica che era. tornano a cercare anche le persone, ovviamente. perché quelle persone sono state la migliore approssimazione del concetto di famiglia, quando si strutturavano le fondamenta dell'esistenza di una donna e di un uomo. tornano a cercare un'eco del loro passato, vissuto in quell'alterità rispetto alle situazioni "normali". tornano a cercare brandelli del loro essere, di quello che sono stati, perchè evidentemente il concetto di radici sa colorarsi di una sua relatività, o polisemia.
per certi versi per mia madre è uno shock [positivamente] emotivo ogni volta. di alcuni si ricorda benissimo. di altri non tutto, o proprio poco. in un paio di casi si è adoperata a ricostruire pezzi di storia. pezzi di famiglia, coinvolgendo ex colleghe, bimbi di allora che si erano allontanati di meno.
è uno shock emotivo perché è come se si ricombinasse il senso di un "lavoro" che la metteva in contatto con delle giovani creature, decisamente meno fortunate di mio fratello e mie. non che non lo percepisse già allora, ovvio. ma col bacino di decantazione di due decenni e le consapevolezze dell'età più matura il tutto s'accende e si tinge di luci diverse. a tutti, ogni volta, ripete che lei e le sue colleghe hanno voluto un gran bene a loro. hanno cercato di dar loro quanto più affetto e amore possibile. è uno shock positivo perché credo abbia la conferma, trasparente e onesta intellettivamente, che sia stato fottutamente così. quasi a voler dar il suo contributo ad ovviare all'"ingiustizia" che obbligava quei bambini a vivere lì, e non dentro mura di affetto famigliari.
me lo ricordava di quanto fossimo fortunati. specie quando allora mi ci portava in quei luoghi, nei luoghi del suo lavoro. non so quanto lo capissi, a quei tempi. evidentemente la ritenevo una cosa scontata da bimbo e regezzì: che io stessi in una famiglia. e che per me non potesse che essere che così. di fatto però, quando ero lì, non mi ci trovato molto a mio agio. percepivo qualcosa di inspiegabile, che mi provocava sensazioni che avrei definito come di disturbo. non so quanto capissi che era il mio tentativo di metter la testa sotto la sabbia e non guardare quell'acclararsi di realtà di  bambini, più o meno coetanei, che di una famiglia avevano il surrogato.

mi è tornato prepotentemente in mente tutto questo oggi.

d'improvviso, al cancello di casa hometown, mentre tendevo la catena della motosega per il piccolo hard-gardening che mi attendeva, si è materializzato uno di quegli echi del passato.
arrivò a diciottomesi. se ne andò, adottato, ventiquattro mesi dopo. lui ha qualche ricordo netto, puntuale. molte altre cose gli sono state raccontate dai genitori adottivi. pezzi che spera possano servire ad innercar la risonanza dei ricordi di qualcuno che lavorava là. per cominciare a far luce sulle radici. quando arrivò non parlava, quasi non comunicava con l'esterno, mangiava a fatica, era lì, lì per finire in un gorgo di un mondo tutto suo, in cui avrebbe potuto non far entrar più nessuno.
oggi ha quasi quarant'anni, padre di due figli. quindici anni fa i genitori adottivi gli chiesero se avesse voluto conoscere la sua storia. lui si è rifiutato. poi, qualche settimana fa ha cambiato idea.
ed è tornato pure lui.
quasi per caso, nel nel B&B dove ha dormito, ha cominciato a raccontare pezzi di storia, e chiedere. la hometown non è grande, si sa chi ha lavorato in quell'istituto. e quindi si è arrivati tosti al cancello, cercavano mia madre, avevo in mano la chiave inglese per tendere la catena della motosega.
passato qualche minuto mi sono intromesso pur io e sono entrato in casa, guardavano foto, mia madre provava a scavar nella sua memoria, scartabellava con un po' di agitata emozione album fotografici su feisbuch. mi sono subito accorto stesse succedendo qualcosa ad alta densità emotiva.
dopo qualche minuto, per un attimo, l'ho guardato di sottecchi.
è stata una botta, prepotente, osservar lo sguardo che sapeva di profondissima malinconia. come se narrasse la fatica e la complicazione di provar a guardare in faccia alle sue origini: qualcuno che gli raccontasse di sua madre, della sua famiglia di sangue. e la paura che, nonostante la fatica, corresse il rischio di non trovar testimonianze.
è uno sguardo che mi ha segretamente commosso. ora che non metto più la testa sotto la sabbia. e che di controbalzo, e dopo aver perso migliaia di occasioni e l'intuizione dell'importanza di un padre quando era ancora vivo, mi ha fatto percepire il concetto di radici. cosa talmente imporante che il guccio ci ha messo un album per provar a dare contezza alle sue. quelle che per certi aspetti mi ostino a veder come lontane da me e di cui mi verrebbe da prender distanza. per poi però rendermi conto di come l'albero che ne è venuto fuori sia così instabile e [troppo] poco pregno del suo essere legnoso.
quell'uomo è tornato, con tutta la fatica che probabilmente gli è costato, per provar a togliere dall'oblio le sue. forse come esigenza inevitabile. forse come strutturazione del suo essere tronco, albero, rami, foglie.
due dettagli, infine mi hanno colpito.
la moglie. uno di quei personaggi che io scaricherei dopo quattro, cinque minuti. non per altro: una di quelle donne che sono presenza importante ed ingombrante, chioccie compulsive dei loro compagni prima che dei loro figli. io non sopporterei una compagnia del genere. probabilmente è quello di cui lui sentiva un qualche sublimato bisogno.
l'età. lui, come molti degli altri, tornano da adulti, ma da adulti da un po'. quando la giovinezza comincia ad essere qualcosa di cui si comincia a parlar al passato, per quanto prossimo. come se ci fosse bisogno di tempo, di strutturazione del tronco, di una qualche forma di realizzazione compiuta per tornare ad esplorarle e dissepperlirle quanto basta. sempre la storia delle radici, sublimata nei luoghi dell'infanzia e soprattutto nell'eco che ne riportano le persone che quell'infanzia l'hanno accompagnata.

ho poi fatto il piccolo hard-gardening con la testa che mi rimbombava di tutto questo.

Sunday, February 22, 2015

non gli ho mai chiesto se conosceva "il bandito e il campione"

non ricordo esattamente se fu la volta che lo conobbi. o se c'erano già state occasioni prima. però, ormai qualche anno fa, una delle tappe del giro d'italia partì dalla hometown. e per l'occasione venne anche lui, dal monferrato. era un sabato, la corsa rosa si sarebbe conclusa il giorno dopo. ci incontrammo nel bailllllàm del carrozzone che doveva partire da lì a poco. mi [ri?]presentai, non so come venne a sapere che mi piaceva scrivere. quando poi gli dissi che un paio di anni prima avevo progettato i contenuti di un sitarello che raccontava il tuordefrance, qualcosa scattò in lui. provai a spiegargli che era stato una specie di stage non retribuito, un divertissssssmmant. e invece no. mi prese in coinvolgente simpatia. cominciammo a parlar di ciclismo: io per quelle due cose che conoscevo. nulla al confronto delle millemila che sapeva lui. mi raccontò delle diatribe da prima donna di alcuni corridori. salutava alcuni giornalisti come un vecchio amico. e diceva loro quanto fossi un loro collega, che si era occupato di tour.

quello sarebbe stato anche l'ultimo giro di pantani, che fotografò in mezzo alle sciantose hostess della sua squadra. e volle farmi una foto accanto una di costoro. venni con la solita faccia da perplesso ontologico. per non dire del malcelato imbarazzo per aver accanto una donna che mi pareva di plastica, tanto era truccata, e col sorriso artefatto stampato sul viso.

ho l'impressione mi abbia un filo sopravvalutato. ed era sempre un piacere re-incontrarlo. cordiale, forse un po' nostalgico di un mondo che non c'era più. soprattutto pensando al ciclismo, di nuovo. raccontava di momenti epici, di quello sport duro e spietato. e non mancava mai di riportare l'attenzione e l'emozione a chi lo raccontava, ai giornalisti, che citava quasi come degli aedi della penna al servizio del pedale. evocava di un passato sportivo, quasi romantico. nemmeno comparabile con la mollezza dopante di quello attuale, che gli interessava meno. era come se non volesse staccarsi del tutto da quei momenti. forse legati alla sua gioventù, con quell'inevitabile odore di primavera. per quanto credo che almeno il dubbio gli sia venuto, che neppure quelli erano perfetti, tanto quanto non lo sono quelli di oggi.

ecco. sì. il ricordo. se ne cibava anche con musicassette, registrazioni di trasmissioni alla radio, sempre di ciclismo. me ne fece sentire una la penultima volta che lo vidi. fu a casa a sua, ad acqui terme. eravamo colà a pranzo, di domenica. il weekend più caldo dell'anno. il condizionatore fuori uso. e tanta, tanta roba preparata per pranzo. per poi scivolar in una delle situazioni più kafkiane para-familiari mi sia capitato di assistere. chi dormiva smargiassamente davanti alla tivù accesa sul gran premio di formula uno. chi faceva maieutica sui vari soscial. chi montava tendaggi, con tanto di surplus di caldo, a starsene in cima ad una scala. mentre lui mi faceva ascoltar quella cassetta, tramissioni radiofoniche di parecchi anni fa. e se le gustava come fossero in diretta.
e poi, ad un certo punto, ne prese un'altra. mi disse che era speciale. e lo disse con un tono ed un'espressione di incolmabile nostalgia. uscrì da riproduttore la voce del suo figlio minore, da bimbo: recitava poesie e rispondeva ad alcune domande su quelle. me la fece sentire quasi di nascosto. ma mi fece capire che lo faceva spesso, e con piacere. ma con quel tono che racconta, appunto, della malinconia struggente per alcuni momenti del passato. a cui ci si aggrappa con una musicassetta che gli era tanto preziosa. forse perché c'era dentro il suo mondo: il ricordo della moglie, i figli, le passioni, i desideri, le cose preziose della sua vita. sintetizzate magneticamente sul nastro di una musicassetta.

quasi un anno fa mi capitò di passare per il velodromo vigorelli. c'erano esposte alcune biciclette d'epoca. lì, nel tempio magggggico per chiunque ami il ciclismo. mi venne da pensare a lui, immediatamente ed inevitabilmente. scattai la foto alla bici con cui fausto coppi fece il record dell'ora. arrivò in bicicletta da tortona. salì su quel mostro di rapporti tra la corona anteriore e posteriore, senza freni. corse alla morte per un'ora. quando scese, sfinito, subissato di complimenti e festeggiamenti disse una cosa del tipo: non provate mai più a farmi fare una cosa così faticosa, ho pensato di morire, non ne voglio più sapere.
una storia di quelle che mi sarei aspettavo avrebbe amato conoscere. per poi raccontarla. posto non la conoscesse già.
davanti alla bici sulla curva del velodromo - che bisogna esserci sotto per provar un timore reverenziale tanto è in pendenza - pensai che quell'inquadratura è come una storia. e quell'inquadratura era per lui. e proprio per lui scattai. gli feci solo sapere avessi una foto per lui. ma non sono riuscito a far di più.

se n'è pedalato via prima potessi fargliela avere. credessi in un aldilà, io lo so che una capatina a raccontarla e raccontarsela col fausto se la farebbe volentieri...


Wednesday, February 18, 2015

e comunque oggi avrebbe compiuto gli anni anche il faber

il fatto è che mi son sentito soverchiato con levità.
soverchiato perché sono arrivati molti auguri. tutti - tutti - garrulmente apprezzati. roba da sentirmi sommerso, insomma.

ma con levità.

perché a dire il vero è come si avessero sostenuto. ora non so come si possa essere soverchiati da qualcosa che ti sostiene. ma facciamo che fosse come se. sostenuto nell'ennesima giornata lavorativa che si è chiusa pochi minuti fa. ma va bene così, comunque. perché evidentemente bisogna passare dal poco al troppo - di lavoro intendo - per lasciarsi alle spalle quello che è stato.

perché è il gradiente quello che conta. come si evolve e verso dove. anzi. anche per il fatto ci si muova e già qualcosa di interessante. sarà per questo che mi piacciono tanto i verbi coniugati al gerundio. come l'acqua di fiume che sembra che è lenta ma hai voglia se va.

e quindi, in questo gradiente gerundivo mi son quasi sorpreso a non aver quasi neppure più timore della giornata genetliaca. come peraltro accadeva solo fino ad un genetliaco fa. non aver più timore degli auguri genetliaticanti: e mimportanasega del perché. non bisogna trovar una risposta analitica a tutto e sempre e comunque.

così, appunto, sono arrivati come erano: tanti, soverchianti con levità.

e me li son presi tutti.

Saturday, February 7, 2015

il bloggar, lo spiiiccccorner, e via di psicopippa

occhei. occhei. scrivere [e leggere] mi mancano un po'. che poi non è che non scriva [legga] più. però è come se gustassi meno la cosa, tipo i non anosmici quando sono molto raffreddati.

occhei. occhei. la storia dell'oberameno lavorativo, la stanchezza, ed il cervello in pappa di conseguenza. tutto vero, neh? non è che la meni a vicini e lontani ormai da settimane e poi, di colpo, in un post finalmente all'ora che gli si confà, uno scrive più o meno il contrario.

però ho il sospetto che ci sia dell'altro. era un embrione di psicopippa, l'altro giorno, che non riusciva ad acclararsi del tutto. poi sono arrivate un paio di suggestioni. e qualcosa mi si è manifestato un pochetto, mentre camminavo sostenuto verso l'esselunga, ad infilarmici un attimo prima che chiuda.

e m'è sovvenuta una considerazione, forse banale. forse c'è una sorta di ritrosia, in dimensione frattale tra il conscio e l'inconscio. ma vuoi mica mettere che sia una specie di autocensura di reazione alla compulsione da proclami da soscialz?

provo a spiegarmi.

quando si era nicche, si era in una specie di nicchia, financo protetta. eravamo proiezioni che già nel nome, il modo in cui ci si identifica "comunitariamente", era una specie di artefatto. rappresentativo, simbolico, una sora di sineddoche blog-anagrafica. poi si scriveva, si cazzeggiava, ci si proponeva, anche con proclami postici mica da ridere. però, ecco, tutto in questa specie di comunità parallela. eravamo nicche, proiezioni forse. poi, vabbhé, il desiderio, la volontà, l'inevitabile [forse] curiosità, incrociarsi, di guardarsi anche dal "vero", di uscir un po' dalla nicchia. con lo spiazzamento che prima si era suggestioni lette, e quindi si diventava ciccia, odori, fisicità, gente che si muove, parla: matericamente ben oltre il nicche.

ecco. coi soscialz, le cose sono un po' cambiate. è tutto, troppo, facile. sarà che è tutto molto più circolare, suggerito, immesso nel calderone [pseudo]socializzante. senza la necessità, o l'esigenza [reale] di aver qualcosa da scrivere, raccontare. non è che il mondo blogghico significasse automaticamente qualcosa di interessante, anzi. però, ecco, non si era così imboccati. un minimo salto quantico a far lo sforzo di aprirselo, e riempirlo di contenuti più o meno con frequenza, era una piccola barriera: poi veniva anche la socialità da dietro il nicche. ma in fondo era una conseguenza, non la causa.

coi soscialz, invece, accade l'esatto contrario. e quindi si socializza: nomi e cognomi che siamo. e, chissà per quale diavoleria interna, si ha la sensazione di aver automaticamente qualcosa di interessante da comunicare, raccontare, esalare, annunciare al mondo [soscialz] intiero. e quindi succede il pieno, la bulimia, il blob dei proclami. qualche sociologo/antropologo/psicanalista forse lo può pure spiegare, io ho studiato [ahimè] altro. però ho il presentimento che basti aver l'idea di esser sul proprio spiiiccccorner ad hhhaidddpark: e quindi si diventa depositari di chissà quali verità che proprio non si può far a meno di annunciare urtietrobi, nella rete [soscialz]. anche se poi si è spesso nel proprio piccolissimo orto, poche centinaia di metri da casa propria, simbolici o meno.

ecco. fatico a sentirmici coinvolto. forse è orsitudine. forse è timidezza. forse è ecologia delle idee. quindi posto poco di là. dribblo le pastoie banali [a mio modo] di troppi. rifuggo le verità con i punti esclamativi. e ogni tanto pulisco: la condivisione di un articolo insulso, il correr dietro a qualcosa di insopportabile, una presa di posizione [a mio modo] inaudita, e cancello. non è che non sia volterriano. c'è posto per tutti, ci mancherebbe, solo che il mio tempo ha comunque un suo valore. specie da quando è diventato molto poco, quello libero.

un po' mi manca il blogghe. la commmmiunity dei nicche che vanno e vengono. o al limite rimangono. scrivo qui, senza voler socializzare. chi ci passa è perché per lui non sono più un solo nicche. scrivo qui solo per il gusto psicopipponico di scrivere. forse è un filo più difficile. forse è per questo che i post sono spesso slabrati e lunghi. sono di meno, anche perché di soscialminchiate ce ne sono fin troppe. e quindi mi casso idee.

però poi, di notte, ogni tanto, il gusto di raccoglier idee, intimamente: che la solitudine s'ha regalarti questi passaggi. anche se lo scrivere, in ultima istanza, è la volontà di fotterla, la solitudine. anche solo per sfinimento logorroico di post lunghi, pieni di refusi, con frasi circonvolute.

ma sia molto tardi, che si va a dormire.

Sunday, February 1, 2015

che poi sarebbe financo un anno di gniublogggghe

cioè. no. non è esattamente un anno. quello è passato la scorsa settimana. è che si può ragionar per appuntamenti più che per calendari.

questo è un po' il giorno in cui, per me e simbolicamente, comincia a finire l'inverno. magari verrà ancora la botta di freddo. ma la luce ormai comincia a rifarsi largo. niente di ancora eclatante, ovvio. ma a volte basta il baluiginio di un virgulto che illumina plasticamente il fatto: che la notte arriva dopo.

e che inizia a finir prima. ora che mi sta ricapitando di vedere sorger albe. sarà ancora per poco, la storia delle albe, intendo. non per altro: potrei continuare a svegliarmi [relativamente] presto, ma ormai si anticiperanno sempre di più. c'è una effemerida certezza che albeggia e tramonta sulla consistente incertezza della precarietà delle cose che vo' a fare. ora faccio questo. non ne sono così certo potrebbe essere lo stesso il mese prossimo, o forse sì.

non è un periodo semplice. ma non lo scrivo per la solita giaculatoria. ho smesso di aver tempo per me. il resto provo ad impiegarlo per poter emetter fattura. non mi sono avidizzato tutto d'un tratto, è una compulsiva illusione di poter ripianare il fallimento della piccola imprenditoria delisticazzi. la lunga coda emi-tossica di quel rabbrividente tentativo che prima sarà consegnato definitivamente agli annali emotivi, e meglio sarà per la mia incertamente assertiva persona.

però appunto non è un periodo semplice. non riesco più a leggere. non riesco più a scrivere. ho smesso gli entusiasmi e i momenti in cui si acquieta l'ottimistica disperazione. e si rimane senza l'ottimismo. sono troppo stanco o troppo occupato anche solo per pensare. e non riesco più a sperare o disperare nulla.anzi, no, la disperazione che non ne uscirò.

naturalmente è solo l'onda emotiva. perchè so che questo periodo finirà. ora sono sotto l'effetto tuneling. e non riesco a veder fuori nulla.

intanto però la mia marcia col lanternino in mano me la sono fatta. perché qualcosa da salvare bisognerà pur recuperarlo, qua e là. anche solo per un appiglio, per quando finirà il tunèl. anzi, un piccolo punto luce, anche solo per andare a cercare dove sta l'interruttore grande.