Thursday, May 19, 2016

in effetti quel colore così sui generis degli occhi

ma guarda un po'.
e chi l'avrebbe mai detto mi sarei trovato a scrivere un post su pannella. una specie di postico-coccodrillo.
un po' perché cosa c'entro io con panella.
un po' perché chi l'avrebbe mai detto che panella sarebbe morto.

me lo ricordo da quando mi ricordo qualcosa con quel suo fare tignosamente convinto, un po' l'espressione incazzosamente determinata. la bocca larga. il nasone arcuato. e quegli occhi dal colore fottutamente particolare, sui generis. come se un personaggio come lui non potesse che avere occhi così particolari. e me lo ricordo così da sempre, quasi come un'entità senza tempo ed ovunque nello spazio. un po' come la sua visione quasi onirica del partito radicale trasnazionale. e chi l'avrebbe mai detto sarebbe morto. nonostante e soprattutto essendo oltre gli scioperi della fame e della sete, l'idratazione con la sua urina, le provocazioni tetracannabinoli.

a dirla tutta non ho mai votato per lui. o per i radicali. e personalmente non ho mai sentito questo grande afflato nei suoi confronti. lui come persona intesa di personapersonalmente. è probabile mi abbia sempre un po' irritato il suo modo di porsi, di essere di percepirsi. come tutti gli egotici, del resto. quindi non l'ho mai amato, né seguito. da quel punto di vista, ovvio.

ed i passaggi a vuoto che, comunque, ha fatto in determinati ambiti mi son sempre sembrati come naturali conseguenze del suo essere quella cosa che non me lo faceva amare particolarmente. forse l'inevitabile necessità di allevare delfini, eredi, prosecutori e poi esserne così gelosamente spaventato da provare a finirli - politcamente, ovvio. e così ce li siamo ritrovati sparpagliati qua e là. e caso poco strano sempre in posizioni che erano tutto sommato lontano dalle mie. ed in più con quell'acredine mediocre da figlio che ha scampato le iree ferali di un padre egotico. e così grazie per i rutelli, i taradash, i della vedova, i capezzone.

giusto la bonino gli è sopravvisuta. ma stiamo parlando di qualcosa di tutt'altra specie ed altra tempra.

eppure. eppure. eppure.

nonostante tutto ciò mi vien da scrivere un post, nonostante tutto percependomi ammantato di un affetto che non mi sorprende nemmeno più di tanto. e non penso sia una questione di coccodrillismo. ma qualcosa che ho distaccatamente pensato quasi da sempre. e penso faccia il paio, in millesimi ovvio, all'approccio che lui ha avuto nei confronti degli altri, di coloro che non la pensavano come lui. in fondo era talmente pieno delle sue idee, delle sue battaglie e del suo ego che non perdeva poi tanto tempo a svilire l'avversario. semplicemente non lo considerava.

forse, di nuovo, per la ampiezza totalizzante delle sue idee, e del suo io. o le cose mischiate assieme. altro, mi arrogo la convinzione di concludere, non lo interessasse.

e quindi, politicamente, è stato un gigante. non penso abbia mai concepito l'essere politico [in quanto sostantivo e verbo] se non come colui che deve adoperarsi per una visione della società, e del mondo. senza altri o secondi fini. probabilmente non gli interessavano. l'ha fatto perché ci credeva, lo testimoniava nel suo modo tignosamente battagliero. e quando ne percepisci l'essenza di tutto quello sbattersi non puoi che lervarti il cappello - figurativamente - e ringraziare con sincerità.

e figurarsi che, in tutto quel coacervo di cose in cui credeva a testimoniava - e ce ne sono un bel po' che mi convincono poco -  ce ne sono state veramente tante che hanno fatto fare dei grandi passi avanti nella coscienza laica di tutto il paese: laica, che significa di tutti. nessuno escluso.

e se siamo una nazione decisamente più civile, con tutte le difficoltà i riflussi e le reazioni che ci provano [ossssssssseciprovano], è proprio grazie ad uno come lui. anzi, no: proprio a partire da grazie a lui. come non si può non sentirne un po' già la mancanza? un fottutamente grande servitore [dello spirito] della nazione. a suo modo e con il suo sui generis, ovvio.

e come ci è riuscito? sbattendosi per una vita per farci più liberi di scegliere. scegliere. che cosa radicale. [forse è per questo che, nonostante l'egostismo, sia stato un grandissimo altruista].

Tuesday, May 10, 2016

lettera semi-aperta alla ministra MEB [come casapound, stocazzo]

maria elena,

innanzitutto mi permetto di darti del tu. sia perché tu sei più giovane di me, ma soprattutto perché non credo tu abbia fatto poi 'sto granché per meritare di stare dove ora sei. né tanto meno, a mo' di piccola offesa alla meritocrazia, per il valore simbolico che tu - più o meno consapevolmente - rappresenti.

voglio essere chiaro. sono piuttosto lontano da quelli che pensano che una donna bella debba necessariamente essere stupida.

di più.

ci sono alcune foto che ti ritraggono - suvvia, sei una delle donne più fotografate in italia in questo momento - che di primo acchito mi lasciano senza fiato. dura un attimo, neh?. giusto il tempo di rimandare indietro la reazione emotiva che sfugge dalle gabbie del primo subconscio. credo che tu incarni il mio concetto archetipo di bellezza. roba che se dovessi chiudere gli occhi ed ascoltare il riverbero degli istinti più profondi mi suggerirebbero di condividere con te il mio corredo cromosomico. sì, insomma, il concetto semplicemente sublime di intuire il desiderio di avere una come te come madre dei miei figli. in potenza, ovvio.

ma dura un attimo, sia chiaro.

anzi. ti dirò di più, riguardo la tua bellezza che - in quel primo afflato - riesce a togliermi il fiato. credo che ti stiano usando, più o meno con la tua complicità. usino [abusandone] il tuo valore iconico. e a volerla dire proprio proprio tutta credo che il paradigma di fondo, lo sfruttamento della bellezza femminile, sia il medesimo del berlusconismo più triviale. è solo questione di differenze di declinazioni. se una pretesa di moderato riformismo, spruzzato di ottimismo acqua et sapone, si vuol dar d'intendere, cos'altro se non la madonna angelicata con quel mood di cosa nuova. [madonna angelicata che non credo sia del tutto sconnesso con il mio archetipo di cui sopra. e questo, a guardar con scaltrezza, si porta dietro un bel po' di significati].

sì. insomma. credo tu sia l'aspetto glamour dell'epifenomeno culturale del renzismo. bisogna vedere quanto riuscirà ad andare a fondo e a cambiare l'antropologia di quel mondo che ho sempre guardato con un certo rispetto, seppure senza riuscire a calarmi fattivamente. mondo che ora sento sempre più lontano, avulso, altro.

sarà anche per questo che tu sei una che più di tutte riesce ad infastidirmi, quasi epidermicamente, quando ti riescono alcune uscite - complimenti ai copy, tra l'altro. credo sia legato a tutto quello di cui sopra. forse giusto il tuo caro leader, quando regala le sua mimiche più sentite ad accompagnare i più interessanti volteggi acrobatici dei suoi copy, sa infastidirmi ancora di più.

per questo ho sentito salirmi un figanervosissssssimo fastidio quando ho letto di questa cosa qui. per una serie di ragioni, concatenate, che provo velocemente ad elencare:
  • il primo, più immediato, è che se pensate di convincere/[rmi] così a votare come voi desiderate, io sento puzza di plebiscito e, soprattutto, di presa per il culo
  • presa per il culo perché sento offesa un po' la mia intelligenza se la strategia retorica esce dalla sostanza ed entra nel manicheismo: e non m'importa se la boutade è stata ripresa veloce, se è una schermaglia all'interno del vostro partito. è il paradigma che lo alimenta che mi infastidisce. la materia è complessa, l'eventuale [probabile] vittoria del sì cambierà in maniera importante le regole di base. e le regole di base sono quelle che con cui - verosimilmente - vincerà e governerà il mio avversario politico, un domani. su questa base vorrei riflettere e domandarmi: mi sta bene? e sulla base di questo votare. non sulle mistificazioni [come ad esempio che è il bicameralismo perfetto a rallentare l'azione legislativa, e/o inibirne le spinte modernizzatrici]. né tanto meno alle equiparazioni banalizzanti.
  • sì, banalizzanti. perché potrà pur capitare che io metta la croce dalla stessa parte che la metterà un fascista di casapound. ed il fatto che io faccia questo non mi avvicina per nulla ad uno come questo [uno che - non si può mai dire - potrebbe vincere domani, e governare con le regole che si stanno definendo]. ma io sono tutt'altro rispetto ad uno di casapound.
  • ... e se forse c'è un aspetto che proprio faccio fatica ad accettare era di avermeli sospinti così vicno, quelli di casapound. siamo di mondi diversi. non mi piace votare come loro, per il semplice fatto che fosse stato per i loro nonnetti in orbace, col cazzo avremmo avuto questa Costituzione.
poi, naturalmente, se devo guardarmi le spalle, oltre che davanti, me ne farò una ragione. non sarà semplice, ma quanto meno ci proverò a tener botta.

fino a quando, o MEB, forse sarà soffocato quel principio, dura un attimo, che tende a togliermi il fiato. resta da capire se perché mi sarà diventato tutto così venefico, a veder funzionare i vostri paradigmi. oppure se saremo riusciti ad andare davvero oltre, a tutti quei paradigmi. nel caso, potessi scegliere, sceglierei la seconda.

Tuesday, May 3, 2016

possono i diritti umani farsi festival?

sono stato, toccata et fuga, alla prima giornata del festival dei diritti umani.
ne ero venuto a conoscenza, poiché ascoltai alla radio lo avrebbe diretto danilo de biasio. che poi sarebbe il primo direttore di quando ho cominciato ad ascoltare la radio in un certo modo. quindi, da un certo punto di vista, il mio primo direttore.
è uno che è una specie di re mida delle iniziative culturali. riesce ad organizzare cose spaventosamente fatte bene. credo che alla radio lo radiarono [la crew di radiopopolare deve essere qualcosa di devastantemente complessa da tenere assieme: si dibatte su tutto] perché, probabile, non era pragmaticamente un efficacissimo. d'altro canto è uno di quelli che culturalmente ed intellettivamente mi è sempre parso tra i più dotati.
comunque.
a parte de biasio.
era in triennale. che poi è una specie di quartierino della merenda della domenica pomeriggio solitaria quando rimango in città. e rimango solo. solo che non merendo fisicamente. però mi immergo in una qualche esposizione.

insomma.
la curiosità precipua era questa. poi, per carità, i diritti umani. roba che riluceva nei miei miti, quando pensavo avrei cambiato il mondo. l'illusorietà giovanile [devo ri-discuterne con odg. perché intuisco una bonaria critica da parte sua in questa ideologia [un po'] fuga dal principio di realtà].

quindi, appunto, il festival dei diritti umani.

ma si può farne festival?
per quanto non è mi sia posto più di tanto il dubbio psicopipponico. ci volevo andare, anche solo una scappata. anche solo per dirmi: ci sono passato. non ho capito benissimo - psicopipponicamente - perché volessi esserci. però volevo esserci. non è che tutto deve venir su, al vaglio della razionalità analitico-psicopipponica.

poi sono entrato in sala. in ritardo rispetto all'inizio. ma era tutto questo piuttosto previsto. volevo esserci, appunto. senza domandarmi troppo il perché.
sono entrato. stavano parlando due eminentissimi speaker. ho cercato con lo sguardo de biasio, che non ho intraviso. c'erano due ragazze sul palco. una pareva l'inteprete. l'altra era il soggetto precipuo della discussione: una donna stuprata dalle orde dell'isis. aveva già parlato, verosimilente.

peccato. l'avrei ascoltata volentieri, ma sarei dovuto arrivar prima. ho cercato un posto. ne ho adocchiato nella prima metà della sala. ero si sguincio rispetto alle ragazze. l'interpete parlava all'orecchio dell'altra che ascoltava con lo sguardo verso il basso, il viso in direzione normale a come la vedevo io.

finiscono di parlare. applausi di circostanza. chiedono se ci sono domande. le prime tre sono pipponcini dove uno deve esporre le proprie parole curate per ribadire concetti già discussi. e far mostra di quanto parla curato o con idee che reputa originali. solitamente non c'è mai il tono ascendente della domanda, alla fine della frase. difatti.

poi una signora fa una domanda: "cosa possiamo fare, noi, concretamente, noi persone "normali" nella vita "normale" di tutti i giorni?". sembra banale. ma non lo è. la signora è tra le prime file, è in linea tra me e lei, la ragazza cui è rivolta la domanda. quindi quando lei risponde è girata verso di me.

e a quel punto che la vedo veramente in viso. e realizzo veramente la cosa. che lei, nadia murad, e me c'è solo fottutissimo grado di separazione tra la mia vita normale di frustrato fortunato e l'apoteosi del male che è quella merdosissima cosa che si chiame daesh - come lo chiama lei, lo riconosco quando lo pronuncia senza bisogno dell'interpete. roba che prima leggi, guardi in tivù, ascolti considerazioni ovattate di quelli che più o meno hanno il culo al caldo e al riparo [per quanto, invero, qualcuno l'ha in effetti anche esposto]. nadia ha uno sguardo che racconta tutto. non c'è bisogno di dilungarsi in altro. lo sguardo racconta tutto. roba che percepisci sei a meno di un grado di separazione dell'apoteosi del male che è quella merdosissima cosa che si chiama daesh. è tutto in quello sguardo. che si è "salvato". e racconta. è la tristezza totale di un altro genocidio. che è tristezza totale non perché questa volta sono gli yazidi, ma perché è genocidio. ma è tristezza resiliente, che non si sconfigge. e che racconta, appunto. e per il fatto racconti comincia a vincere. anche per il semplice fatto che sa che daesh sa che nadia sta raccontando. esattamente una delle cose che daesh non vorrebbe.

quindi sì. si può farne festival. per raccontare, che è un modo per non far morire: appunto.










[ed ho probabilmente anche intuito perché volevo esserci, anche solo in maniera "simbolica". forse la sintesi del desiderio di cambiare lavora in maniera un po' carsica. senza che io me ne renda totalmente conto]

Sunday, April 24, 2016

leggere o lo zelig della lettura

non amo gli aforismi. cioè. non è che non gli ami tuuucccuur. però non amo l'uso facilone che ne si fa. quasi una specie di nozionismo à la carte. con poco sforzo, e tanta apparenza.

però c'è uno, di umberto eco, che mi piace. e che sento intensamente nella carne emozionale.

"Chi non legge, a 70 anni avrà vissuto una sola vita: la propria. Chi legge avrà vissuto 5000 anni: c’era quando Caino uccise Abele, quando Renzo sposò Lucia, quando Leopardi ammirava l’infinito... perché la lettura è un’immortalità all’indietro."

perché ogni volta è immergersi nella vita che l'autore inventa per chi lo legge. con il tempo, lo spazio, la matericità, la pienezza che contraddistingue la vita messa lì a disposizione per [ri]viverla. certo, lo faccio in maniera compulsiva, con poco filtro: di conseguenza mi immergo in un po' di tutto. spesso cose mediocri. raramente in situazioni che era meglio lasciar perdere [per quanto, quando si inizia un libro, è quasi un obbligo verso di lui arrivare in fondo]. capita anche di trovarsi in un qualcosa di sublime. ed è come vivere una stilla di paradiso laico, anche se si è immersi nei patemi più urticanti*.

certo. ho cominciato a farlo, anche perché c'è stato un periodo in cui pensavo avrei potuto scriverle anch'io, vite in cui far immergere gli altri. e dai libri scritti male si impara financo quasi di più: anche solo per non cadere in quegli errori.

certo. ho rinunciato un po' alla lettura saggistica. che non bastano mille vite per intravvedere lo scibile. però è ugualmente affascinante intuire una scintilla nuova. e tutte le psicopippe che possono conseguire.

sicuramente mi sento spesso zelig. [mi] entrano talmente tanto alcune di quelle vite, che è come se avessi l'impressione di viverla con la stessa cifra stilistica. o magari viro leggermente la mia, di cifra. sintonizzandomi con quella dell'autore. solo che lui costruisce vite, io al limite scrivo mail o post psicopipponici.

in tutto questo però ora mi chiedo - perché una certa goduria nella psicopippa destruens mi è rimasta - se questa duttilità nell'appropriarmi in posizione laterale delle vite, che l'autore costruisce, non celi qualcos'altro. cioè, l'ho sempre vissuta con curiosa capacità di immedesimarmi, quasi a entrare nell'ordito: per prendermi il meglio. il dubbio che sia uno strascico di fuga dalla realtà, per compensare il narrato [mio] del presente vivo e vegeto. che a volte mi risulta esser spesso così insoddisfacente. o se non sia - al netto del sessismo dell'iperbole - una manifestazione di non aver abbastanza i coglioni: per tener solo io la barra sul cassero, senza sublimazioni o prese in prestito. tipo i libri della biblioteca, che prendo e riporto come il piccolo rito laico, personale, rassicurante: dalla chiacchiera con il bibliotecario biblio-pusher, ad una pretesa di allargarmi oltre i confini del paesello, che è sempre un bel posto, ma io vorrei altre vite, altra gente. foss'anche solo dentro la piccola pila di libri con cui me ne vado ogni volta.

certo. certo. ho passato situazioni ben più tese [la salute, comunque bene, grazie]. e questa, al limite, è una psicopippa da effetto di bordo.

tanto la risposta non ce l'ho. e posto che non ne esiste una sola. potrei cercarla dentro di me. ma verosimilmente è sbagliata. rinuncio ancora a guardarmi qualche filme. e mi riprendo un libro, da qui ad un po'.




*le correzioni, espiazione, tutto potrebbe andare molto peggio, follia, il ciclope, storia di irene, le opinioni di un clown, cecità... e qualcun altro ancora.

Tuesday, April 19, 2016

ciaone un paio di palle [e stocazzo]

lo ammetto. il fatto che domenica scorsa non si sia raggiunto il quorum mi è spiaciuto. soprattutto e prevalentemente per l'argomento in sé [mi ero informato, ho votato consapevolmente, valutando anche l'aspetto simbolico che dalla specificità del quesito promanava], in parte perché avrebbe potuto sconfessare e portare a più miti consigli il nostro imperatore del consiglio.

sì. uso il sarcasmo.

perché ho tutto il diritto di ammantare il mio voto anche di un significato [anti]plebiscitario. il presidente del consiglio ha il dovere di non fare ironia pelosa sul fatto sia andato a votare [anche io]. ed ho anche il diritto di sentirmi un po' incazzato per la demagogia usata per stigmatizzare la pretesa inutilità di un voto. si poteva unire referendum ad amministrative, risparmiando un bel po' di soldi. ovviamente però così il quorum si sarebbe raggiunto.

detto questo.

ho letto una suggestione che l'amico itsoh ha condiviso sul feisbuch. verosimilmente a 'sto giro abbiamo votato allo stesso modo. per come si sta configurando il divenire degli eventi credo che non sarà così per un po' di prossime volte. questo non toglie che [ovviamente] continui a volergli bene, oltre che continuare a considerarlo tra le persone più intelligenti [nel senso più ampissimo del termine] conosca.

insomma. la suggestione è questa. subito ho commentato sulla pagina del feisbuch dell'amico itsoh. sottolineando che avrei votato no. ex-post mi viene da pensare sia stata una specie di commento un po' "avventato". non tanto perché non ne condivida il senso, ovvio.

ma perché, semplicemente, mi sento tautologicamente costitito [a fatica] così. non c'è mica bisogno di sottoscriverlo. quasi come se si dovesse dichiarare l'ovvio: per quanto un ovvio cui sono arrivato [o ci sto tendendo a meno di un o piccolo, molto piccolo [questa la capisce che ha fatto quel minimo di analisi matematica]] con discreta fatica. ma di cui vado moderatamente fiero.

certo. io non sono un militante politico. anzi. non sono un militante partitico. perché di politica, nel senso più ampio e nobile o dis-nobile del termine, cerco di curarmi da tempo, molto tempo. fatico ad intrupparmi, e preferisco sentirmi libero di ragionare [appunto] ogni volta, senza dover sottostare a nessuna "disciplina" di nessun partito. forse è per questo che fatico, sempre di più, a riconoscermi in uno di quelli messi a disposizione - movimenti inclusi, ovvio. e nel contempo non riesco a reprimere una forma di idiosincrasia crescente verso l'imperatore del consiglio, agganciando il mio bias a situazioni che sono in partenza personali [sue] e che poi diventano meta-politiche. perché con gli egotici vado in quasi totale anti-empatia, è un limite mio, ovvio. se altresì l'egotismo diventa cifra stilistica per governare e di modificare modificare pezzi di Costituzione, e farlo in quel modo mediamente irricevibile, il problema s'ingrossa. sempre dal mio punto di vista, ovvio.

putroppo non si possono espuntare i pezzi peggiori. o si piglia così, o nulla. bene, allora nulla. i mantra dell'articolo di cui sopra, lodevolissimi ma per target altri rispetto a me, non sono in discussione, figurarsi.

e non mi curo troppo che da questa parte si stia formando un'accozzaglia di gente: a molti dei quali non darei nemmeno le chiavi del lucchetto della bici con un pedale ciancolante. sono loro - a 'sto giro - che si sono avvicinati: meglio ribadirlo da subito [anche perché so che pure questo diventerà uno dei trend più toooopic nella retorica da #ciaone di chi gestirà la campagna per il sì.].

solo i cretini non cambiano mai idea. io spero addiritura di aumentarla, l'idea dico.

Wednesday, April 13, 2016

proprio nel giorno del genetliaco dell'amica liude

oggi è stata una giornata moderatamente di merda.
capita.
a dire il vero negli ultimi tempi capita sempre di meno. resta il fatto che almeno una volta al mese mi capita di metter assieme un po' di eventi, tecnicamente fastidiosi. solo che poi si mescolano con altre coincidenze qua e là. ed io quindi sbrocco.

mi è sembrato di tornare al patimento dei bei[?] tempi. quelli simil bohemien, o quella cosa lì.
quando vagolavo senza particolare meta e senza apparente soldo in giro per milano. a ridermi amaramente un po' addosso, che poi è il modo in cui uno dissimula il proprio compatirsi. compatirsi, ecco una cosa che non augurerei a nessuno. però ogni tanto capita, ed una volta, troppo spesso, mi capitava.

ho camminato. un po' per secernere quel minimo di endorfine. un po' per godermi i raggi di sguincio del sole al tramonto. che bucavano l'aria tersa e pulita. sono i regali che lo scroscio improvviso sa regalare. scroscio che non mi ha colto, perché ero semplicemente in metropolitana. ho camminato pensando che questi giorni così speciali - aprile, che cazzo di gran bel mese è - quest'anno provo a afferrarli un pochetto. senza provare quella sensazione che stordisce di vederli correr via, e tu sei impegnato a raccapezzarti in altro. tipo lo scorso anno. sono migliorato, è vero. sempre troppo lentamente, però.

mi prendo il bicchiere mezzo vuoto della lentezza o quello mezzo pieno del fatto stia facendo meglio?

ho camminato. all'ultimo momento ho deviato, allontanandomi da casa. dentro quel tramonto con la temperatura fresca ma gentile. immagino che l'odore fosse di qualcosa di frizzante, arioso, terso. un'arietta che punge delicata, solletica la pelle, invita a non ritirarsi.

ho deciso di andarmene nel centro e poi ancora di più. una serie di installazioni del fuori salone. dove si percepisce netto che il mondo è qualcosa di ampio e variegato. perché incroci visi e sguardi che sanno di umanità di altre terre, altre lingue, altri pensieri: lontani e prossimi. ampio e variegato perché quell'umanità così diversa ma che senti così vicina è pur sempre un'umanità della parte fortunata del mondo. come quella dove sto, nonostante la mia giornata di merda. anzi, proprio in virtù del fatto possa lamentarmi sia stata una giornata di merda. perché ho abbastanza il culo al caldo per poter distinguere, distintamente, il fatto sia stata una giornata di merda. peraltro per motivi tutto sommato futili. e questo, in un ipotetico processo, farebbe da aggravante se mi dovesse giudicare sul mio giaculare.

per quanto sia un giaculare per il fatto [anche] perché mi par di lasciar fuggir via l'esistenza, come le volubili e veloci giornate di aprile [che continua ad essere un gran bel mese].

mi sono infilato in un altro evento. ci son passato per caso. ho visto un sacco di gente cianciante con il calice in mano. "mica vorranno negarmene uno a me, no?". e quindi mi son fatto largo in mezzo a queste sovrastrutture piuttosto pregne del loro ruolo in quel mommento. ho agguantato un calice. me lo son fatto riempire. rimanveva giusto il fondo della bottiglia. "aspetta" - mi ha detto il barman, che versava senza soluzione di continuità - "prendine un altro po'" mentre apriva un'altra bottiglia. vino forse un filo freddo e troppo mosso. tanto ne capisco poco, a partire dal bouquet che promanava, che naturalmente non ho colto.

ho finto di guardarmi intorno, falsamente interessato ai prodotti eposti: erano sedie? divanetti? sedute variegate? ho consapevolmente recitato la parte di quello si mostra riconoscente verso colui che ti sta offrendo da bere e, cosa vedevo salir dalle scale, verosimilmente pure da mangiare. ero in scena, anche con una certa dose di studiata ipocrisia. tanto non gliene fotteva nulla a nessuno e nessuno mi avrebbe chiesto nulla.

ho disceso le scale. due camerieri tagliavano senza soluzione di continuità chi dei salami, nerboruti e stagionati, chi delle forme di pane nerborute ed ammansite dalle presenze invitanti di grassi vegetali: strutto, olio, burro?

ho arraffato, fermandomi un attimo prima dell'arcaica [e scomposta] voracità, e un po' dopo un finto e sovrastrutturato ritegno. bevevo, mangchiucchiavo e osservavo. solo, ovviamente, non credo fossero in molti nelle mi stesse condizioni. tutti, più o meno, erano con qualcun altro. non so quanti avessero avuto una giornata di merda e fossero lì più o meno per stordirsi con un vino così così.

me ne sono andato non appena ho percepito il venir da lontano di un fastidio allo stomaco: quando si sta mangiando troppo e non troppo bene. o meglio: sono uscito da quel locale un po' showroom. altri se ne stavano entrando, i camerieri mescevano vino senza soluzione di continuità, quasi a voler far intendere non ci dovesse essere un limite a quelle bollicine. il continuum che possa dar [ingannar] l'idea dell'abbondanza da accaparrarsi senza limiti, facendo perdere di vista il concetto banale dell'esaurirsi delle cose. me ne sono uscito, solo come ci ero entrato. mi son messo al bordo dell'incrocio delle due vie. la torre velasca contornata di rosso alla destra. la percezione di vivere al margine certe situazioni, quasi come destino, come se ne fossi rimbalzato come il raggio di luce all'interno del salto dielettrico della fibra ottica.

lo stomaco lamentava l'ingurtare veloce, e piuttosto pasticciato.
milano è come se mi offrisse, ed io timidamente esitassi, per veder [piccolo] deflagrare una specie di rifiuto, per cui ci si sente fuori luogo per quanto con una certa familiarità ai luoghi. tipo l'olio sull'acqua.


oggi peraltro compie gli anni l'amica liude. avrei voluto chiamarla. ma non sarei stato particolarmente garrulo. sarebbero venuti auguri un po' pezzottati. sono le coincidenze. sono una persona contestualmente fortunata. anche se la tentazione - ombelicale - di ostentare un inquieto: che vita demmmmerda, mi titilla.

chiudo il post, senza rileggerlo, e vado a dormire. incerdibilmente presto rispetto ai bei[?] tempi bohemien. così la chiudiamo qui. domani, verosimilmente, andrà meglio.

ed io potrò far gli auguri che si merita l'amica liude.

ps.
aggià. mi son fottuto il bicchiere. come segno un po' para-ribelle ed anche stupido della stupidità in cui mi sentivo avvolgere. o forse come banale trofeo e memento di un incrocio di situazioni un po' così [e per non dimenticarmi di quanto, in fondo, sia fortunato]

Thursday, April 7, 2016

cercare di provarci il positivo anche in questa cosa qui

non sapevo se scrivere di questo atarassico e sereno desiderio di zompare. un mics strano. che suggerisce la psicopippa più che la pippa.

no. invece mi è sovvenuta un'idea moderatamente ffffinkpositiv. pensando all'intervista dell'untuoso vespa al figlio di un mafiosodimmmerda: che sarà pure suo padre, ma montagnadimerda come la mafia rimane.

a dirla tutta: non l'ho vista ieri sera: ero fuori casa e quand'anche fossi in casa guardo pochissima tivvvù e quand'anche guardassi la tivvvvvù non guardo portaAporta: credo sia anche questa una sorta di educazione civica. non ho guardato i vari video. perché ci sono delle situazioni a video che mi danno semplicemente un fastidio itterico, un'intolleranza emotiva, un rigetto umorale.

ho ascoltato un po' di commenti alla rassegna stampa. ho letto qualche post variegatamente indignato. insomma, roba piuttosto contigua a quello che sento, vivo, credo.

ribadisco: non ho visto. ma non per questo mi pongo il problema di voler concludere si sia trattato di qualcosa offensivo, per quel che riguarda il senso civico collettivo. ed anche doloroso.

forse però non è stato inutile. e paradossalmente, anzi, che può produrre un qualche effetto positivo [positivffffinking, appunto].

perché proviamo a dividerla tranchant.
tra gli spettatori ci saranno un bel po' di persone che, tutto sommato, la mafia non la considerano 'sto gran problema. mica per un qualche conflitto di interessi interiore, neh? un affiliato o associato esternamente o qualcuno che ci trusa ovvio che la pensi così. no. intendo il perfetto uomo medio, che vive nella sua bambagia indifferente e conformistica. quello su cui magari fa un po' di grip il sillogismo: beh, se da quel che ne vien fuori da vespa è tutto sommato "accettabile", allora significa che con 'sta mafia hanno scassato la minchia, e che va bene così com'è ora. e non rompano oltremodo le palle. proprio perché lo dice vespa. ma questi sono conniventi in pectore del paradigma culturale mafioso. non è che la mafia [che continua a rimanere una montagna di merda] abbia guadagnato accoliti. non è che grazie a vespa diventi più trend. no. connivente culturalmente era e rimani, o uomo nella tua bambagia conformistica.

però.però.
mettiamo che solo ad uno della maggioranza che sta, gli sia partito il trip speculativo di intuire il messaggio perverso di fondo. che abbia percepito una distonia nella paccottiglia che gli stavano laidamente servendo. che gli sia materializzato, partendo da lontano ed un po' infingardo il dubbio - il salutare seme del - che fosse, in quel momento, spettatore di qualcosa che non tornava. uno che abbia più o meno sintetizzato la domanda: ma vero è? perché provo la sensazion di sentirmi inspiegabilmente preso per il culo? proprio perché lo dice [così] vespa.

ecco. né basterebbe solo uno che portiamo di qui.
ne basterebbe un solo.

e la cosa untuosa si ritorcerebbe contro il suo untuoso interprete: non ancora connivente, ben lontano decidere di stare ben al di qua della montagna di merda.

ed allora, per quanto offensiva acquisterebbe un'inevitabile utilitià collettiva.
vieni, fratello: la mafia è una montagna di merda.