Friday, July 15, 2016

siamo un po' tutti figli del quattordiciluglio

da quando son qui nel mio cantuccio scrivo meno.
e soprattutto non mi vien da dover commentare sulle nequizie che capitano nelle cose più grandi di me, troppo più grandi.
non so se prima ero semplicemente [più] saccente. oppure ora [più] disperato, nell'accezione più ampia del termine: roba che mi toglie le parole.

e [mi] capitano alcune cose, in questi momenti.
fatico a scorrere per più di un terzo la homepage di repubblica: è troppa roba. come se non riuscissi sopportare tutto quel flusso di informazioni, che poi sono emozioni, e ribollire di stati d'animo.
fatico a seguire alcuni pensieri che mi sgorgano dentro, come se s'accavvallassero ma con grande fatica, attorcigliati dopo pochi momenti. e non trovassero spazio o percorsi per srotolarsi e trovare aria, fondamento, ragione, compiutezza.
ho smesso di ascoltare la tivvvvù dei tolcsciò: mi pare tutto piuttosto banalizzante, semplicistico, con i ruoli studiati artatamente. solo la radio mi pare che fornisca un contributo, qualititamente, accettabile.

però so anche alcune cose. senza doverle ratificare novamente, passarle al vaglio psicopipponico. come se fossero istanze fondanti, strutturate.
so che tutta questa complessità ora ci è ancora più vicina. non che la complessità sia scoppiata così, d'amblè. ora è sotto gli occhi ed il culo dei più.
so che quello che è capitato in francia può capitare anche qui. può capitare a milano. può capitare anche a me.
so che non ho paura. perché la fatica che ho fatto, e che faccio, per cercare di essere un neuroncino construens, non la regalo senza fiera resistenza alla complessità che ha incistato il mondo: dove esiste il male. ed esiste laicamente, senza bisogno di scomodare entità metafisiche, categorie morali, principi trascendenti.
e so, soprattutto, che vinciamo se rimango, anch'io, umano.

Sunday, July 10, 2016

struggimentismi

il viaggio è parte della meta.
e non sempre il percorso più rapido è quello da imboccare necessariamente.
così oggi mi son goduto un pezzo di viaggio. solo che non ho seguito la litoranea del lago, ma quella a mezza costa. è una specie di tragitto che mi capita di fare, ogni tanto, come una piccola specie di coccola personale [oggi anche dalla caldazza pure lacustre]. e non solo per il lago che si vede da su.

che poi lo so che si passa nei pressi di quella chiesetta. ed è sempre il momento più suggestivo. solo che oggi ho voluto suggestionarmi parcheggiando il camioncino carico di oggetti transazionali per matreme su cui sarebbe curioso indagare [ie cucine, ma devono essere usate]. e quindi me ne sono andato a riguardarmela da vicino. tecnicamente è stata costruita su di un piccolo pianoro, una specie di balcone naturale. ora ci sono case sparse qua e là, che si rimirano il panorama del lago, e non è cosa da poco. quando la costruirono doveva essere qualcosa di ancora più rarefattoriamente toccante.

curiosamente solo oggi ho realizzato sia dedicata a sant'agata. che, poveretta, tagliarono le zize alla martire. ma il nome, greco, è uno di quelli che mi titilla da millemila anni. [poi sì, ovvio che un'agata  in passato l'ho pure incrociata. era piuttosto presa. io me ne accorsi, ma forse nemmeno troppo].

il fatto è che lì cominciò la mia discreta carriera di grattuggiatore di corde di chitarra acustica in ambito parrinaro. "laudato sii", quello con il giro di DO. roba facile. però avrò avuto boh, 16 anni, e c'era una discreta pattuglia di regazzini che veniva dietro la ritmica della mia chitarrina. il prete si sollevava, per un attimo, sulle punte dei piedi in alcuni momenti di acme del canto: che però sapeva solo lui quand'era. ed io, nel mentre, dreenddrennddrenndrrenredrendrendendendendrè. che poi io ora sarò pure agnostico. ma la figura di francesco, come dire, ha sempre un certo significato: non foss'altro per il fatto mi sia reso di conto di cosa avrebbe potuto rappresentare per me la letteratura ascoltando la lezione della professoressa magistrini, che commentava, appunto, il cantico.

peraltro, non so perché, ma ho la netta sensazione sia stato un venticinquediaprile. che è data che, per me, ha sempre un certo significato.

insomma, un coacervo di coincidenze ed elementi significativi.

e poi il ripensarci, lì, oggi. mentre sentivo salire la caldazza del pavimento di cemento ruvido della piazzetta accanto, e sbirciavo il lago. e mi è preso per un attimo un senso di stordente struggimento. roba da sentire l'inebriante profumo di primavera di allora. quando le cose dovevano ancora compiersi, ed erano lì, in potenza, in possibilità di manifestarsi. quando era un po' tutto ancora davanti da mettere in pratica, con lo scalpitare di mente, anima, cuore, polmoni che doveva solo arrivare la prima occasione per dir loro: occhei, partite, e dateci dentro a far succedere cose mirabolanti. forse con la tracotanza di pensare, o pretendere che le cose dovessero andare per forza in maniera mirabolante. e che il meglio sarebbe venuto. come se per il solo fatto di esserci implicasse il diritto che le mirabolanterie si sarebbero dispiegate. come se non ci fosse altra possibilità. come se non potesse essere che così.

però poi capita diverso. perché le traiettorie impazziscono, diramano come la struttura frattale più delirante si possa concepire. e di cose ne vengono altre.
quelle in cui magari prendi coscienza che scalpitavano mente, anima, cuore, polmoni, ma si sublimavano i pantaloni: lo scalpitio, dico. con tutto quello che succede ancora oggi.
dove magari ti rendi conto che quel posto è bellissimo e struggente, ma senza il bisogno di dover tirar in mezzo nessun dio per giustificare la bellezza di quel luogo e la sensazione di pace e serenità che trasmette. o il fatto sia stata regalata alla letteratura mondiale il cantico. o il concetto di bontà che promana dal nome agata. o che i valori del venticinqueaprile siano qualcosa che servono all'evoluzione dell'umanità: tutta.

così poi torni alla realtà che quella giornata - con meno caldazza, di primavera innamorevole - se n'è andata. punto. è stata bella. bellissima. e non solo per la donna angelicata che in realtà era già una nevrosi in essere. resta il fatto è che andata. e si guarda avanti: perché di lì si va. con le speculazioni nella mente, i dubbi dell'anima, il cuore scettico ma empatico, i polmoni che non si prendono le cose con la forza, ma con l'intelligenza. ed anche i pantaloni, che ci sono, eccome se ci sono. [e se quand'anche ci fosse un dio, dubito sia così interessato di prender nota di quello].


Wednesday, July 6, 2016

ri-post-ri-genetliaco-omaresco

in effetti è il secondo post-genetliaco consecutivo per l'amico omar. non che accada spesso. oddddddio, non che conti qualcosa al di fuori di questo blogghettino, anzi, tutt'altro. però qui dentro sì. ed in effetti post-genetliaci consecutivi li ho scritti solo per l'amica viburna. per motivi - e dettagli - che in questo momento da genetliaco omaresco c'entrano fino ad un certo punto.

perché, appunto, è dell'amico omar e del suo genetliaco.

scrivo il post, un po' anche perché vuol essere il mio personalissimo ed effimerissimo presente. personale ed effimero come può essere un abbraccio. quindi fate un po' voi. e poi domani farò finta di non cacarmelo molto il suo genetliaco. e poi - solipsista che sono - farò il mio piccolo e personalissimo coup de théâtre e comparirò quando oramai probabilmente non se lo aspetta. e probabilmente avrà sopito anche un po' di delusione per il fatto l'abbia cacato poco, il suo genetliaco [parentesi di tenzone con l'autostima: la delusione sarà piccola, non conto un cazzo per lui] [però poi l'autostima si prende un po' di quel che le compete: la delusione forse sarà mista a meraviglia e non sarà piccolapiccola, perché in fondo un po', cazzo, conto per lui] [fine delle parentesi]. in realtà il coup de théâtre è un po' imposto. perché devo incastrare impegni. che son radi, ma poi arrivano assieme. e quindi provo a girar il tutto acciocché possa contribuire pure io, alla felicità condivisa per il suo genetliaco.

comunque. l'amico omar.

mi è sovvenuto in queste settimane di come, a suo modo, sia importante là dentro. dove noi si lavora più o meno assieme, dico. come scrissi l'anno scorso non propriamente colleghi. non foss'altro per la scala gerarchica che colà ci divide. a partire dal colore del cordoncino. e non foss'altro per le prospettive che intuiamo là dentro. come l'anno scorso, quindi. ma anche piuttosto diversamente. non foss'altro per come mi senta meno sperduto e molto più sul pezzo. per quanto col desiderio di volermene andare, prima o poi [più prima che poi] magari a far qualcosa per cui mi senta quel poco più soddisfatto, o utile. l'amico omar, là dentro [mi] è importante. anche per il fatto di poter passare alla sua mutevole postazione lavorativa, e con un cenno salutarsi ed intendere che si è lì anche quel giorno, per poi raggiungere la mia, di mutevole postazione lavorativa. come se mi sentissi un poco meno straniero. non foss'altro per il fatto che è quello che - là dentro - mi conosce meglio di tutti. e sa di tutto quello che un sacco di altra gente non riuscirebbe o se ne fotterebbe di capire. che poi è quello che rivendico con più prezioso proud. certo, certo, in tutti questi mesi qualcun altro ha pure intuito, per sensibilità e affinità simili. ma l'amico omar è quello che è arrivato prima, e c'era già prima. una sorta di diritto di primogenitura. e comprende tanto, senza necessariamente approvare tutto. ci vuole intelligenza, tanta intelligenza per questo.

me ne sono accorto per sintesi sottrattiva. quando alla fine di maggio era un po' più lontano. molto in tensione per il suo "passatore". probabilmente in concentrazione per quella sua di prova, importante, pure troppo. si è fatto un po' spigoloso, meno empatico. e mi son trovato un poco spaesato. come se quel cenno, di mattina, prima di arrivare alla reciproca mutevole postazione lavorativa fosse meno rinfrancante. e non è stato piacevolissimo.

poi il suo "passatore" l'ha fatto. ed ha vinto la sua personalissima sfida. roba che il proud ti avviluppa e ti regala sinapsi nuove e in ottimo smalto. roba che poi da lì è tutta discesa. il suo oggetto transazional-esistenziale da cullarsi, una volta tagliato il traguardo, e magari da cominciare a goderselo già da prima. quando ha intuito, ad un certo punto, che ce l'avrebbe fatta, con l'arrivo che si avvicinava come una dolce, soave, rasserenante, totalizzante, commovente, appagante plaga in cui lasciar cullare la propria soddisfazione, ed il suo proud.

non so. è un post genetliaco un po' strano. forse financo lamentoso. però è venuto così. ho quasi parlato più di me - solipsista che sono - che di lui. anche se, a pensarci bene, il bene che si vuole ad una persona - e da cui dovrebbero discendere i post genetliaci, tra l'altro - è anche il riverbero che l'altra persona ha dentro di te. date le circostanze e le contingenze.

ecco. le contingenze prevedono che ancora per un po' avrò il piacere di sollevar il cenno all'amico omar, prima di raggiungere la mutevole postazione lavorativa. e quindi sarà come iniziar la giornata, là dentro, un meno spaesato. con la piccola sicurezza che c'è qualcuno che sa. come non volergli bene e esprimere il proprio grazie postico-genetliaticante?

tanti auguri amico omar. ovviamente non potevo non cacarmi il tuo genetliaco.

Sunday, July 3, 2016

dialoghi licenziaramente immaginifici [a grande richiesta]*

* è che me l'ha chiesto il mio coinquilino, la storia del dialogo immaginifico.

- domani potrei non avere un lavoro, là dentro.
- è un auspicio o un timore?
- è l'auspicio possa verificarsi quel timore. oppure il timore possa verificarsi quell'auspicio.
- ci fosse una volta che riesci ad avere le idee chiare, e adoperarti in una direzione.
- peraltro mi avevano consigliato - per quanto possibile - di non pensarci fino a domani.
- già me l'ha detto l'amico luca, che ti conosce un pochetto. ed invece ci sei cascato, e ci fai addirittura un post.
- me l'ha chiesto il coinquilino.
- non dire minchiate, a me non l'ha detto.
- evidentemente non abbiamo lo stesso coinquilino.
- o forse dipende dagli stati armonici di risonanza.
- vabbhè. vuoi sempre avere l'ultima parola.
- e allora la lascio a te, l'ultima parola. ti faccio una domanda.
- spara.
- perché vorresti andartene, da là?
- forse la domanda corretta è: perché dovrei rimanere là dentro.
- a questa posso risponderti io: ad esempio quindicimilaeurI nel giro di due mesi da pagare, tra tasse, affitto, inarcassa, iva. non ti basta un trimestre di fatturazione, straordinari inclusi. e sulle fatture del trimestre dovrai pure pagarci altre tasse.
- il problema potrebbe essere proprio quello: gli straordinari.
- vabbhé. potresti smettere di farli e di fatturarli. nel tempo rimanente, magari, non sarebbe una cattiva idea vivere, trovare una qualche garrulità. altro che mai'nàgioia.
- resta il fatto che continuerei a rimanere ingabbiato là dentro.
- non ci vuole molto, se lo vuoi: basterebbe dire: me ne vo'. e preparare la pizza che hai promesso ai tuoi colleghi, di cui smetterai quasi di ricordarti il giorno dopo aver consegnato il fottuto badge, ed essere uscito di là.
- è il timore che possa essere una cosa così auspicevole: provare un'insopprimibile desiderio di liberarmi.
- risolverebbe un bel po' di problemi...
- ma probabilmente ne aprirebbe degli altri.
- e non puoi mica pensare che ci sarà l'amico luca a portarti dalle sue parti e, con le scarpe grosse, raggiungere la diga come momento di catarsi.
- già, mica posso approfittarne sempre e comunque.
- quindi, che farai domani: rimani o te ne vai?
- temo che il timore di di auspicarmi altre soluzioni sarà più raziocinante dell'auspicio di non aver timore di quel che temo.
- per quanto: la cosa peggiore che può accaderti qual è?
- che domani sera non lavorerò più là dentro.
- sarebbe molto grave?
- un po'. ma ricomincerei. come ho re-iniziato altre volte.
- ecco. l'estremale inferiore l'ha definito. è già un buon punto di partenza.
- e soprattutto: sto iperbolizzando nel dominio della sceneggiata. dialogo e mi immagino scenari immaginifici, per percorrere, da par mio, tutte i possibili tracciati retorici e interlocutori. è un modo per sedare l'ansia. nella realtà sarà tutto molto meno roboante e sincero. probabilmente.
- una disputa retorica immaginifica in un post da dialogo immaginifico.
- siamo alla meta immaginificità. a noi mcewan ci fa una pippa.
- comunque vai. e tornatene ancora con un lavoro. che tanto, prima o poi, l'auspicio si auspicerà. e magari ti verrà da dire: meh? tutto qui?

Saturday, June 25, 2016

post [nel senso di pubblicazione in un blog] settimanale epocale

domenica scorsa, arrivando nella stazioncina delle [ecs] ferrovie norde mi hanno regalato una bottiglietta di te. è la nuova versione, bionaturisticofescion, c'era scritto sul volantino. "bene" mi son detto "la userò nel uichend quando camminerò sulle acque dei floating piers, e farò fotografie bellissime".

martedì o mercoledì - non ricordo esattamente - sulla metro lilla, al mattino, andata, salgo sul vagone assieme ad una donna di giallo vestita, capelli corti, non propriamente bella, ma promanante un qualcosa di fascinoso. ovviamente mi faccio cadere l'occhio sulle mani: verifica anelli. fede all'anulare sinistro, sposata. ci sediamo di fronte io apro il mio libro, lei si china a recuperare lo smartofono. nel chinarsi si acclara il suo decoltè, e il reggiseno - pare - rinforzato. osservo che osserva con uno sguardo un po' magnetico/magenitizzato qualcuno di fronte a lei ed un po' di sguincio alla sua sinistra, quindi alla mia destra. dopo un paio di fermate, quasi d'improvviso, la donna di giallo vestita si alza e lo raggiunge, lo abbraccia, gli schiocchia un bacio che è felicità e desiderio e dolcezza e possesso. tutte queste cose assieme. ha lo sguardo di una donna innamorata, esperienza che non è propriamente nelle corde degli sguardi che ho ricevuto: o di cui ho avuto consapevolezza, almeno. è una situazione strana, con un sottile mood erotico. molto probabilmente sono amanti. desiderio clandestino, ufficialmente. lei appare molto coinvolta e rapita, ed in fondo se ne fotte della gente che riempie il vagone metropolitanolilla. se ne fotte perché in quel momento è li solo con lui, forse un po' più impacciato, o imbarazzato, o semplicemente banale nella sua mascolinità. la osservo, di sguincio, quasi di nascosto, mentre appoggia il viso sulla spalla di lui e immagina chissà quali romanticherie o amorevoli incrociarsi di lombi, oppure nulla di tutto ciò: semplicemente si vive quella parentesi di tenerezza e di esclusività nello stargli accanto, prendendoselo. probabile che per lei, in quel momento, non ci sia la metropolitana e nemmeno lo stimolo visivo la porta via dal viaggio che lì lì se ne sta facendo, forse un po' sognante. e in tutto questo penso quanto è fottuta l'evoluzione, e il trucco che ha inventato che fa uscire, alle componenti sensibili del nostro umore, quello sguardo lì, quel lasciarsi andare ed appoggiare il viso sulle spalle di qualcuno che si è scelti, nel pieno della metropolitanalilla. quel fottuto trucco che dovrebbe portare - secondo i fini [auto]utilitaristici dell'evoluzione medesima - a riprodursi. e che invece spesso non avviene, il riprodursi dico, ma ci si tiene la parte divertente del giocatttolo. anche se poi la fase dopaminica finisce, e si risprofonda nella melma della quotidiana normalità. e gli sfanculamenti in canna. quanto guano di normale quotidianità è necessario cubare per qualche attimo, ora, giorni, settimane di sguardo rapito appoggiando il viso sulle spalle nella metropolitanalilla?

mercoledì comincio a rinunciare all'idea di camminare sulle acque. e pace per il te bionaturisticofescion che mi hanno regalato nella stazioncina. e pace per le bellissime foto che [non] avrei così fatto. troppa gente. troppi colli di bottiglia. troppa fatica. mi era balenata l'idea di far la zingarata di arrivarci di notte, in parte a piedi. ma da solo, nel mezzo del buio ad attendere l'aurora e l'apertura, dopo la stanchezza frustrante della settimana lavorativa, è qualcosa che va oltre le mie forze e il mio umore. non ho più ventanni. o prese di consapevolezza di realtà così.

giovedì mi hanno suggestionato che i sogni un po' dexteriani-pulp forse non mi raccontano il desidero di seppellire [figurativamente, ovvio] persone e situazioni vive. ma forse stia cercando di seppellire o far seppellire [figurativamente, ovvio] mio padre. dopo dieci anni, sarebbe anche il caso. anche perché, probabil, la cosa comincia a ribollire laggiù nell'incoscio. e gli epifenomeni che risalgono - tipo la lava nelle camere magmatiche dei vulcani - non sono particolarmente rasserenanti.

venerdì mi sono svegliato apprendendo la notizia della brexit. la sera prima i sondaggi raccontavano il contrario. e mi è balenato che l'europa poteva andare a finire. mi sono scappati un paio di pensieri: uno molto congiunturale, l'altro un poco meno. il primo è stato che sarebbe stato un fine settimana pessimo. il secondo che uno degli effetti, da qui a qualche lustro, è che potrebbe scoppiare di nuovo una guerra, nel bel mezzo di questo continente. non che questo infici la mia visione teleologica, che l'umanità non può che progredire e che l'intelligenza e coscienza collettiva evolva verso il meglio. dei piccoli passi indietro capitano. cosa sono i riflussi piccolo-epocali di fronte allo spianarsi dei millenni? noi, tutti noi, presi singolarmente siamo flebilissime e rapidissime luci accese, e dopo spente.

il uichend è da daùn. come spesso accade. troppo spesso. lucina ancora più flebile.

Tuesday, June 21, 2016

nozze d'argento [con la compulsione] [e con finale un po' patetico]

venticinque anni fa davo lo scritto di analisiuno.
avrei dato l'orale qualche giorno dopo, indossando calzoncini corti, piuttosto inguardabili. la professoressa vedendomi avvicinare alla cattedra dopo avermi chiamato esclamò: "che bei brrrrragotti!" [la 'rrrrrrr' è perché aveva una erre decisamente arrotata].

comunque.
lo scritto di analisiuno.
quel giorno iniziò la compulsione più importante sia riuscito a vivere - o la più soffocante da cui mi sia fatto inibire [o castrare].

naturalmente il tutto stava montando da tempo. e poi deflagrò da sotto il culo. il giorno dello scritto di analisiuno, appunto. una cosa da [pseudo]innamoramento ossessivo compulsivo. che c'era 'sta regazzetta graziosetta, cui pensavo di suscitare [quantomeno] stima. e che poi si sarebbe innamorata, e quindi ci saremmo sposati e poi la storia dei figli e cose così. naturalmente tutto nella mia testa di fantasioso para-romantico. che ero ancora molto bagatello ed ingenuotto. l'unica cosa che azzeccai era la stima da parte sua. però nel mood della pina di fantozzi, che quando lui le chiede: ma tu mi ami, lei risponde: diciamo che ti stimo. la declinazione che mi capitò fu che, per anni, dopo i suoi duedipicche io mi allontanavo un po'. e poi lei mi rammentava la sua stima. ed io ci ricascavo. convinto che lei avesse finalmente cambiato idea. e che si fosse innamorata [possibilmente di me]. era insomma arrivata la volta buona. e invece arrivava puntuale il duedipicche successivo.

e via, compulsivossessivamente, di questo passo per anni. troppi. roba che mi si sono rinsecchiti i maròni, ad aspettare una cosa che non sarebbe mai arrivata. nemmeno [o soprattutto] durante versione cinica-edonistica-lattttrinesca del: ti prendo senza sentimento, nel mentre ti strizzo le tette e poi ti abbandono con te che ti rendi conto - ormai in ritardo - di tutto quello che hai lasciato andare in questi anni. era un modo per evitare di raccontarsi lo pseudoinnamoramento che era tornato ancora, per quella che sarebbe stata l'ultima volta. e invece era l'ultima manifestazione - mascherata da cinismo - di quella cosa che pensavo fosse sentimento, invece era un altro epifenomeno delle mie nevrosi. in quel periodo, le solite malelingue, raccontavano si fosse trasformata in una spregiudicata del sesso. acchiappo discotecaro, e quel che viene viene. malelingue sicuramente. o forse una compulsione anche la sua. ovviamente io sarei stato l'ultima persona con cui acclararla.

cercavo di costituire, irrobustire il mio sé erotico. ed invece incappavo in coazioni a ripetere da timido impacciato. con tutti i riverberi che poi questo avrebbe continuato a produrre. una mezza sega, insomma.

finì, specificatamente con lei, un giorno di tardo-inverno/inizio-primavera/quasi-estate. ho rimosso la data. la stavo chiamando con il telefono del collega che poteva contattare anche i cellulari. a metà del numero posai, illuminato, il ricevitore. basta! - mi dissi. senza preavviso: un momento sei lì a recitare la personale parte di servo della gleba, e un attimo dopo sei libero da quella specie di giogo che ti sei messo financo da solo.

negli anni a venire son tornato meno spesso su quel tipo di compulsione. e per fortuna. l'impaccio e la sensazione di non essere all'altezza mi fanno - tutto sommato - ancora piuttosto compagnia. anche se le cose col tempo sono sensibilmente migliorate.

peccato per il tempo impiegato, buttato. ce ne ho messo tanto, troppo. perso un sacco di altre occasioni: che probabilmente mi avrebbero portato a storie che lancinatamente sarebbero finite. oppure freddamente si sarebbero cristallizzate, ingabbiate nella noia del quotidiano. come peraltro accade al 95% delle storie. l'inesorabile pancia della gaussiana della vita di coppia.

ma oramai un po' tutto è andato. e il pensare son già passati venticinque anni dà una specie di brivido. una vertigine. di come siano, da un certo punto di vista, volati. e dall'altro di come si siano consumati, come una sigaretta accesa - lasciata lì, dimenticata - che piano piano brucia il tabacco, che diventa cenere. fumati, appunto. [img. l'ultima sigaretta del condannato].

Sunday, June 12, 2016

l'orchestra verdi, le increspature e gli arrangiamenti sulle sinfonie solo nella mia testa [speculativa]

l'orchestra verdi è una realtà interessante di questa cittameneghina. suonano - toh - al teatro verdi, che però sta in largo mahler. el bepìn ci sarebbe rimasto peggio se il teatro verdi, con l'orchestra verdi che ci suona dentro, l'avesso fatto in piazza wagner. ma in piazza wagner, forse per complicità campanalistica ad uno degli aedi del risorgimento, ci han messo un mercato comunale e non un teatro. la zona è piuttosto fighetta, quindi è un mercato comunale non propriamente con i prezzi popolari. altresì la casa di riposo dei musicisti giuseppe verdi, fondata e voluta dall'autore de "Nabucco", "La Traviata", "Il Trovatore", "Rigoletto" e molti altri, è proprio ad un tiro di fionda. da piazza wagner dico, non da largo mahler, dove suona la verdi nel teatro verdi. [anzi. sembra proprio che el bepìn decise di costruirla lì, perché quivi i terreni costavano poco, essendo allora zona periferica, mica quella fighetta di adesso - dove, invero, si sta però proprio bene].

ma meglio non divagare.

dicevo. l'orchestra verdi. è un'orchestra sinfonica, in gran parte di futuri talenti. è verosimile che qualcuno debba affinare un po' le abilità per divenirlo del tutto, talento dico. cioè. intendiamoci. per suonare bene, suonano molto bene. solo che le [piccolissime] increspature che ogni tanto ci infilano dentro, complessivamente, mi riverberano piuttosto chiare, e mi suonano acclarate. d'altro canto sono quasi da sempre stato un emerito rompicoglioni, cosa di cui non vado molto fiero. epppppperò mi son anche reso conto di aver sviluppato una capacità di raffinazione uditiva, di cui potrei andare - questa sì - tutto sommato fiero. forse anche per compensare l'anosmia. il mio amico luca sarebbe, pure lui, fiero. lui che del coacervo bouquetico degli odori sa farne narrazione. poi, verosimilmente, l'amica liude è financo più capace di distinguere i dettagli. ma son dettagli, appunto.

ecco. una cosa del genere invece io ce l'ho con l'udito. udito che è pretenziosamente in ascolto nel fruir musica, meglio se dal vivo. intoniamoci: non ho l'orecchio assoluto che - tanto per cambiare - mi piacerebbe avere. d'altro canto risuono con molte note nella mediocrità della ggggggente normale. quando accetterò finalmente il fatto come una vittoria [semicit.] avrò neutralizzato il cinquantapercento - almeno - delle mie nevrosi. niente assoluto, quindi. ma una più che dignitosamente interessante capacità di discernimento.

forse fa pure un po' il paio con quelle consapevolezze che via via son venute fuori negli ultimi anni. mi accorgo delle increspature. so che ci sono orchestre migliori. così come mooooolto peggiori. e forse è per questo che quando alla fine di novembre la tappa obbligatoria, nella mia hometown, è quella di ascoltare il concerto di santa cecilia della banda dell'hometown: ci si trova per una festa, bel posto neh? ma sono sempre sensazioni stridentemente soffocanti, quindi non propriamente piacevoli. per la festa e per la banda. dall'accordatura degli strumenti, che ognuno va un po' dove gli pare. le dinamiche che mancano: niente forti e piano, solo un quasi forte persistente. l'inesistente personalità nella direzione che appiattisce l'esecuzione: una noia monotona [una sola parola: da leggere sia nella la versione sdrucciola che in quella piana della parola: monòtona monotòna]. come d'altronde è lo zeitgeist che percepisco della hometown, bel posto neh?

ma non solo. mi accorgo sì delle increspature. ma mi accorgo anche di trovarmi intento ad inventarmi incipit di variazioni sulle sinfonie. roba che potrebbe sembrare arrogantella, mi rendo conto. se non fossero solo timide vocine, melodiette, dentro, che non si pongono in modo tronfio. anche perché, naturalmente, non sono in grado di ricordarmele né tanto meno di metterle per iscritto. d'altra parte improvviso con molte variazioni nella mediocrità della ggggggente normale. quando accetterò finalmente il fatto come una vittoria [semicit.] avrò neutralizzato il cinquantapercento - almeno - delle mie nevrosi.

forse fa pure il paio con quelle intuizioni di come potrei andare oltre, con variazioni dalla contingenza lavorativo-esistenziale. magari mettendo decisamente più in uso quel milieu incasinato che ho dentro, ma che trovo più interessante, e più vicino a quel che mi sento essere. ecco. anche in questo caso sono, vocine, melodiette, incipit di possibilità di arrangiamenti. come se intuissi come potermi muovere, come fraseggiare secondo schemi armonici anche piuttosto diversi fra loro. cosa arrivar a poter fare per provarci.

ma dura un attimo. come pensare alle variazioni che prendono un po' di corpo sonoro nella loro evanescenza, ma solo quando a darle vita, nella mia testa bacata, c'è la sostanza della musica che suona vera e reale. musica che non morirà mai, fintanto che ci sarà qualcuno a suonarla.

io posso solo ascoltare e fruire. pace, se non riesco a trovar da che alzare lo sguardo dalla leggera frustrazione che ne segue. quando accetterò finalmente il fatto come una sconfitta avrò neutralizzato il centopercento delle mie nevrosi. nel senso che avranno vinto loro.