volevo discettare [criticandolo] di renzi. però poi ho pensato che ci sarebbe pure qualcosa di più bello. e anche per delicatezza nei confronti del mio amico itsoh: un po' mi disturbava farlo proprio dopo il piccolo post [suo] genetliaco.
uscendo dai tornelli della metropolitana ho visto i banchetti di mimose. sono sul pezzo i dispacciatori, cominciano prima. non so quanto sia tatticamente ineccepibile la scelta di tempo. però se lo fanno è perché conviene loro farlo: io mi frustro in un lavoro d'ufficio piuttosto tedioso, non vendo gli oggetti alla bisogna del momento nei mezzanini delle metropolitane. che vorrò mai saperne.
di primo acchito mi ha fatto un po' di leggera tristezza. vedere quei rametti di mimosa pronti all'uso, veloce, rapido, all'occorrenza. domattina i prezzi saranno piuttosto elevati. ora di sera le mimose rimaste si venderanno a prezzo di saldo. lì, così già disposte, sembravano avessero un sapore di consuetudine. che forse non ha spessore. un po' come il post che pensavo avrei scritto.
cioè. non è che sapessi cosa sarei andato a scrivere. così come non l'ho ancora mica in mente del tutto in questo momento in cui scrivo "in questo momento". intuivo però rischiasse di essere poco pregno, abulico, scontato, financo banale. ovviamente c'è di mezzo lo zeitgeist personalissimo di queste settimane. ed è piuttosto patetico debba infilare le mie contumelie anche qui, in un post sulla festa della donna. perché una cosa del genere o che le si approssima, se non lo si era ancora capito, vorrebbe essere questo post qui. [e comunque avevo la sensazione ci avrei infilato la contumelia dello zeitgeist, anche molto prima di scrivere "in questo momento"].
ed in ogni caso intuivo il piccolo scoramento nel ragionare di come, in questo personalissimo zeitgeist, sarebbe stato oltremodo difficile sintetizzare qualcosa di veramente originale e veramente nuovo: ansia da prestazione ex-ante. poi sì, ovvio, c'è un po' il percepito generale che - di nuovo - in questo periodo non corra il rischio di sopravvalutare nulla nel campo del positivo. giusto per usare un eufemismo.
e non solo. non tenderei ad escludere che questa personalissima e circostanziata buchetta, per quanto persistente e noiosetta [altro eufemismo], si sia generata anche per responsabilità delle donne. anzi no: del mio non riuscire a concretizzarci nulla, nonostante un desiderio che ha ricominciato a respirare quasi a pieni polmoni. quindi non è colpa di nessuno, se non della mia timida incertezza e del [fottuto] contesto.
però ho già scritto troppo della buchetta. dovrei tornar su e cancellare almeno trequarti di quello che ho già buttato giù, e buttarlo via. ovviamente non lo farò.
quindi c'è un po' di questo anelito di irraggiungibilità: quasi pratica, fattiva. nel senso che io non riesco a raggiungerne quasi niuna. e che si unisce a tutto quel complesso di cose che le rende uniche. tecnicamente meno banali degli uomini. dev'esser per questo che mi incazzo ancora di più quando ho a che fare con un'idiota, e questa è donna. perché ovvio esistono le campane della gaussiane anche per loro. però c'è un lato irrazionale, o inevitabilmente innamorevole di me, che si dimentica di questo. una specie di minusolo rapimento emotivo in cui si incunea lo stupore agghiacciato: tu sei donna, non puoi esser stupida, lasciala a noi uomini 'sta cosa.
ed in questa inspiegata perplessità credo ci finisca un po' di tutto. anche se non so quanto del tema portante di "ciao maschio", visionario e spietato film di ferreri che ci vedeva lungo sulla decadenza del maschio. quanto dello zeitgeist di cui [troppo] sopra. quanto di qualcosa totalmente non gestibile e che le rende intimamente inafferrabili, per noi uomini, persino quelli con componente femminile elevata.
e a voler anche buttarci dentro una delle cose più brutte, la violenza di genere - in tutte le sue forme e gradazioni - credo ci sia un po' di questo. il non riuscire ad arrendersi a questa intima inafferrabilità, per quanto percepita forse al di sotto del conscio. talmente spiazzante che di controbalzo fa fare il fallo di reazione. anche se è, né più né meno, una reazione da bestia ferita.
a lasciarle andare, invece, in quella loro intima inafferrabilità si può solo sperare di intuirle: osservandole da un'altra parte rispetto a dove se ne stanno loro. anche quelle nella parte bassa della campana, savàsadannnidddiiir.
e provar a raccontarselo, farsi [ri]attraversare da quello stupore mi fa trasfigurare il ricordo delle mimose sul banchetto, nel mezzanino della metropolitana. che il valore non sta in dove si prendono per regalarle. ma nel fatto che quella mimosa la si dona per celebrare anche [o soprattutto?] quell'inafferabilità. che noi uomini avremo comunque sempre qualcosa da imparare da loro.
quand'anche, e soprattutto, dovessi mai incrociarne una in particolare.
e a culo pure lo zeitgeist.
Wednesday, March 8, 2017
Friday, March 3, 2017
piccolo-post-genetliaco-itsohico
ci sto pensando da un po'. al post genetliaco per l'amico itsoh.
solo che l'amico itsoh ed io ci siamo scissi.
no. ovvio che stia usando un trucchetto retorico addentellante la più o meno cogente attualità politica. [che però è talmente svilente che io mi sento un leone ruggente la propria autostima].
l'amico itsoh ed io siamo scissi perché spesso mi sento veripraud delle cose è riuscito a combinare, fare, ri-cominciare. e non dire di molte considerazioni, analisi, recensioni, riletture che propone. roba che spesso mi dico: cazzo, vorrei averla avuta io 'st'intuizione.
anzi.
ormai non lo dico quasi nemmeno più. troppo più avanti. e non si tratta di poche incollature.
no, no. proprio distanti.
scissi, appunto.
gli faccio gli auguri uguale. che poi conta poco se siamo scissi. l'abbraccio comunque. anche se forse meritava un post genetliaco un po' migliore e meno affranto di questo.
vabbhè. magari passa.
intanto auguri amico itsoh [scisso].
solo che l'amico itsoh ed io ci siamo scissi.
no. ovvio che stia usando un trucchetto retorico addentellante la più o meno cogente attualità politica. [che però è talmente svilente che io mi sento un leone ruggente la propria autostima].
l'amico itsoh ed io siamo scissi perché spesso mi sento veripraud delle cose è riuscito a combinare, fare, ri-cominciare. e non dire di molte considerazioni, analisi, recensioni, riletture che propone. roba che spesso mi dico: cazzo, vorrei averla avuta io 'st'intuizione.
anzi.
ormai non lo dico quasi nemmeno più. troppo più avanti. e non si tratta di poche incollature.
no, no. proprio distanti.
scissi, appunto.
gli faccio gli auguri uguale. che poi conta poco se siamo scissi. l'abbraccio comunque. anche se forse meritava un post genetliaco un po' migliore e meno affranto di questo.
vabbhè. magari passa.
intanto auguri amico itsoh [scisso].
Saturday, February 18, 2017
buon compleanno, stocazzo
e pensare che il uichend scorso mi son pure detto: a 'sto giro è di sabato, quasi quasi organizzo una specie di festa o sublimati, giusto per condividere la giornata genetliaca.
è finita che ho tenuto il telefono spento - come lo è ora - per tutto il giorno.
tanto per cambiare non ci è voluto moltissimo a farmi passare da un umore all'altro. solo che quando passo a quello pesto mi sto scoprendo abile a esplorare nuovi anfratti disperanti. nel dettaglio un venerdì dicisassette [quattrocentodiciassette anni dal rogo di giordano bruno] iniziato male e stanco. tre [piccoli] rimbalzi scorrelati ed involontari, ed un quarto che si è palesato quasi beffardo, da altrettante donne. un kebab ed una birra che hanno prodotto un fastidioso pungolo allo stomaco per gran parte di un concerto piuttosto poco empatico, per me almeno. gli auguri di matreme e delle bestiole di casa giunti poco dopo la mezzanotte, quindi accolti quelli di chi ne ha l'ovvia primigeneità. mi son detto: spengo il telefono, e divento irreperibile. come se non mi sentissi pronto ad accogliere il piccolo giubilo perché mal riposto.
così è stato un brutto compleanno. verosimilmente il più brutto mi sia mai capitato di vivere. con l'angosciosa sensazione sarà il primo di una lunga serie se non mi darò una mossa. che poi è il nocciolo della questione. darsi una mossa, agire, fare, sintetizzare una qualcosa forma di reazione e di porsi costruttivamente per andare oltre. esattamente quello che non riesco a fare. da qui l'insoddisfazione - a 'sto punto - verso di me piuttosto che verso il contesto. se non si rischiasse di fraintenderlo, o se non fosse così forte mi verrebbe in mente un altro sostantivo da rivolgermi: disprezzo. che ormai l'ho scritto, e non so quanto valga la parte iniziale del periodo per sminuirne l'effetto, o il senso.
per questo non mi sentivo degno di ricevere auguri, più o meno sentiti. per quanto degno sembra così intriso di retorica, che pesca a man bassa dalle categorie morali. ma il disagio è quello, di quel parentado di manifestazioni in cui l'autostima sembra di nuovo evaporata, con una tale facilità che al ghiaccio secco fa una pippa. incapace di godermi l'affetto altrui, più o meno sentito, perché sono il primo a non volerlo a me stesso. e quindi con una certa protervia lascio fuori dalla porta quello degli altri. forse perché è una specie di richiesta d'aiuto che però so già faticherò ad accettare.
sono i paradossi o le circonvolute logicità delle mie ossessioni nevrotiche. nonché, diciamolo, delle pipponissime estravaganze di uno che non ha grossi cazzi a cui pensare, niente di veramente preoccupante o serio. almeno in questo momento. e quindi vagola a ricercare con una certa soddisfazione qualcosa che lo possa rendere infelice, o disperante, o scoraggiato, o asociale. che poi è anche questo un punto cogente. l'ossessiva ricerca da speculazione [pre]intellettiva, con cui mi difendo dal fare, agire, prendere contatto con la fisicità delle cose. come se quel meccanismo di difesa che ho usato da subito per affrontare la complessità del divenire, che ho colto a grandi linee prestissimo da piccolo, si stesse rivelano qualcosa di ipertrofico. ed impazzito mi blocca. una specie di malattia autoimmune. e mi fa vivere così, che uno spegne il telefono, per lasciare tutto il resto fuori.
solitamente, negli ultimi anni, tenevo questa parte di giornata genetliaca per rispondere a ciascuno. oppure per scrivere il post tardo genetliaco da convidere - uno ad uno - con coloro che si erano ricordati. solitamente provavo una specie di piccola nostalgia per il fatto la giornata genetliaca volgesse al termine, nonostante le apprensioni che l'anticipavano.
questo [brutto] compleanno lo faccio a mo' di contrappasso. rimanendo nell'alveo ossessivo della speculazione abbastanza fine a se medesima, con cui mi difendo. a 'sto giro declina nello scrivere.
un po' perché rimanga traccia nelle contumelie blogghiche. un po' per chiedere scusa a chi, eventualmente, leggerà qui. perché in fondo voglio poco bene a me medesimo. e rendo difficile che gli altri me ne vogliano. è una doppia mancanza. oltre che il viatico acciocché qualcuno possa - giustamente - dire che può bastare anche così. e così in teoria darmi l'occasione futura per continuare a lamentarmi.
ovvio che diventa oltremodo complicato continuare così. e soprattutto stancante. troppo stancante.
è probabile che domani appizzi il telefono. ed arriverà tutto insieme quello che ho, surrettiziamente, tenuto fuori oggi. perché nei comportamenti ossessivi, quand'anche per difendersi da sé medesimi, c'è dentro sempre un qualcosa di irrazionale, e soprattutto che non è efficace. quindi arriveranno tutti assieme.
chissà se troverò quello dell'amica paola. o se potrò prenderla per il culo per un altro anno, ricordandole e ricordando ai suoi amici che si è dimenticata anche di questo genetliaco mio. perché d'altro canto lei ci rimane male quando gli altri si dimenticano del genetliaco suo. per quanto è meno irrazionale il suo comportamento rispetto al mio.
tanti auguri a me, stocazzo. e chiedo scusa se qualcuno che passa di qui ha trovato il telefono spento o similari. posto questo post, spengo il piccccccì, vado a dormire e la chiudiamo qui. prima addirittura che finisca la giornata delle ventiquattrore: davvero pessime. [ma in fondo ho fatto tutto io].
è finita che ho tenuto il telefono spento - come lo è ora - per tutto il giorno.
tanto per cambiare non ci è voluto moltissimo a farmi passare da un umore all'altro. solo che quando passo a quello pesto mi sto scoprendo abile a esplorare nuovi anfratti disperanti. nel dettaglio un venerdì dicisassette [quattrocentodiciassette anni dal rogo di giordano bruno] iniziato male e stanco. tre [piccoli] rimbalzi scorrelati ed involontari, ed un quarto che si è palesato quasi beffardo, da altrettante donne. un kebab ed una birra che hanno prodotto un fastidioso pungolo allo stomaco per gran parte di un concerto piuttosto poco empatico, per me almeno. gli auguri di matreme e delle bestiole di casa giunti poco dopo la mezzanotte, quindi accolti quelli di chi ne ha l'ovvia primigeneità. mi son detto: spengo il telefono, e divento irreperibile. come se non mi sentissi pronto ad accogliere il piccolo giubilo perché mal riposto.
così è stato un brutto compleanno. verosimilmente il più brutto mi sia mai capitato di vivere. con l'angosciosa sensazione sarà il primo di una lunga serie se non mi darò una mossa. che poi è il nocciolo della questione. darsi una mossa, agire, fare, sintetizzare una qualcosa forma di reazione e di porsi costruttivamente per andare oltre. esattamente quello che non riesco a fare. da qui l'insoddisfazione - a 'sto punto - verso di me piuttosto che verso il contesto. se non si rischiasse di fraintenderlo, o se non fosse così forte mi verrebbe in mente un altro sostantivo da rivolgermi: disprezzo. che ormai l'ho scritto, e non so quanto valga la parte iniziale del periodo per sminuirne l'effetto, o il senso.
per questo non mi sentivo degno di ricevere auguri, più o meno sentiti. per quanto degno sembra così intriso di retorica, che pesca a man bassa dalle categorie morali. ma il disagio è quello, di quel parentado di manifestazioni in cui l'autostima sembra di nuovo evaporata, con una tale facilità che al ghiaccio secco fa una pippa. incapace di godermi l'affetto altrui, più o meno sentito, perché sono il primo a non volerlo a me stesso. e quindi con una certa protervia lascio fuori dalla porta quello degli altri. forse perché è una specie di richiesta d'aiuto che però so già faticherò ad accettare.
sono i paradossi o le circonvolute logicità delle mie ossessioni nevrotiche. nonché, diciamolo, delle pipponissime estravaganze di uno che non ha grossi cazzi a cui pensare, niente di veramente preoccupante o serio. almeno in questo momento. e quindi vagola a ricercare con una certa soddisfazione qualcosa che lo possa rendere infelice, o disperante, o scoraggiato, o asociale. che poi è anche questo un punto cogente. l'ossessiva ricerca da speculazione [pre]intellettiva, con cui mi difendo dal fare, agire, prendere contatto con la fisicità delle cose. come se quel meccanismo di difesa che ho usato da subito per affrontare la complessità del divenire, che ho colto a grandi linee prestissimo da piccolo, si stesse rivelano qualcosa di ipertrofico. ed impazzito mi blocca. una specie di malattia autoimmune. e mi fa vivere così, che uno spegne il telefono, per lasciare tutto il resto fuori.
solitamente, negli ultimi anni, tenevo questa parte di giornata genetliaca per rispondere a ciascuno. oppure per scrivere il post tardo genetliaco da convidere - uno ad uno - con coloro che si erano ricordati. solitamente provavo una specie di piccola nostalgia per il fatto la giornata genetliaca volgesse al termine, nonostante le apprensioni che l'anticipavano.
questo [brutto] compleanno lo faccio a mo' di contrappasso. rimanendo nell'alveo ossessivo della speculazione abbastanza fine a se medesima, con cui mi difendo. a 'sto giro declina nello scrivere.
un po' perché rimanga traccia nelle contumelie blogghiche. un po' per chiedere scusa a chi, eventualmente, leggerà qui. perché in fondo voglio poco bene a me medesimo. e rendo difficile che gli altri me ne vogliano. è una doppia mancanza. oltre che il viatico acciocché qualcuno possa - giustamente - dire che può bastare anche così. e così in teoria darmi l'occasione futura per continuare a lamentarmi.
ovvio che diventa oltremodo complicato continuare così. e soprattutto stancante. troppo stancante.
è probabile che domani appizzi il telefono. ed arriverà tutto insieme quello che ho, surrettiziamente, tenuto fuori oggi. perché nei comportamenti ossessivi, quand'anche per difendersi da sé medesimi, c'è dentro sempre un qualcosa di irrazionale, e soprattutto che non è efficace. quindi arriveranno tutti assieme.
chissà se troverò quello dell'amica paola. o se potrò prenderla per il culo per un altro anno, ricordandole e ricordando ai suoi amici che si è dimenticata anche di questo genetliaco mio. perché d'altro canto lei ci rimane male quando gli altri si dimenticano del genetliaco suo. per quanto è meno irrazionale il suo comportamento rispetto al mio.
tanti auguri a me, stocazzo. e chiedo scusa se qualcuno che passa di qui ha trovato il telefono spento o similari. posto questo post, spengo il piccccccì, vado a dormire e la chiudiamo qui. prima addirittura che finisca la giornata delle ventiquattrore: davvero pessime. [ma in fondo ho fatto tutto io].
Wednesday, February 15, 2017
piccolo memento, quanto penso che bisognerebbe smontare un po' i piedistalli alle persone
la prima ragazza cui mi sono dichiarato di chiamava nicoletta.
cioè, intendiamoci, non è stata una dichiarazione nel senso stretto del termine. diciamo che glielo feci sapere. latore del mio messaggio da innamorato fu orazio, un mio compagno di classe. me l'avevano messo vicino di banco perché ritenevano potesse essergli utile. situazione scolastica complicata. era simpaticamente un rompicoglioni ueueeueesco, orazio. devo averglielo confessato - per la prossemica obbligata - che mi piaceva nicoletta. e organizzammo acciocché fosse lui a farglielo sapere.
io non avevo naturalmente il coraggio.
dopo che orazio glielo fece sapere lei tergiversò, doveva pensarci, riferì. quindi ci avrebbe detto lei: non so se ad orazio o direttamente a me. io mi sentii però da subito libero da un peso. e soprattutto autorizzato ad osservarla con gli occhi a forma di cuore. rincoglionito ed inebetito, verosimilmente. lei mi sgamò un paio di volte. la prima forse provò financo piacere. la seconda percepii distinto di aver pisciato fuori dalla tazza del vaso. si indispettì, intimidita probabile, dal mio sguardo da pesce lesso innamorato. da lì a pochi minuti disse ad orazio che non se ne faceva nulla. il primo due di picche per interposto compagno di classe simpaticamente rompicoglioni e ueueueuesco. naturalmente piansi lagrime amare, da lì a poco, a casa: tutto smetteva di avere senso, e non avrei più amato nessuno come lei.
la dichiarazione vestigiale per vergognante timidezza.
caricare di ossessione la potenziale storia.
il due di picche [con annessa fine della mia esistenza da innamorato].
tripletta.
roba che era già in voga allora. come se me le portassi geneticamente dentro. e di rimbalzo in rimbalzo - non nel senso specifico del due di picche - fino a tutte le difficoltà, le nevrosi, le complicazioni che sconto ancora oggi. invero anche se negli ultimi tempi un po' di tutto ciò è stato smontato. d'altro canto coi soldi che già dato ad odg. il fatto è che da smontare c'è tanta di quella roba che levete.
vabbhè.
mi è sovvenuta nicoletta sotto la doccia. e non per quello che onanisticamente si potrebbe pensare. mi è sovvenuta nicoletta perché allora lei era innamorata, mi dissero poco dopo, di un suo compagno di classe. invero con la faccia un po' da pirla, pensavo. però nicoletta era persa dietro costui. in realtà poi c'era una sorta di classifica delle persone che le piacevano, come per molte sue compagne del resto. ed era un ranking dinamico, nel senso che uno saliva o scendeva a seconda dell'evoluzione del ciclo degli zuccheri ed ormoni che già regolava la ciclotimia di quelle femmine, anche a quell'età. alla cima di quel ranking c'era pur sempre quello con la faccia da pirla. e, udite udite, in quel ranking c'ero pure io. a dirla tutta ero messo piuttosto male dopo il due di picche, però mi capitò di risalirci. ricordo che una volta a diretta domanda
- ma a nicoletta piace di più questo tizio o io me medesimo?
- no, mi ha detto che adesso tu le piaci più di costui.
- allora guadagno posizioni.
- sì, anche se ce ne sono ancora un bel po' davanti.
poi qualche giorno dopo.
- comunque mi ha detto nicoletta che adesso le piaci più anche di quest'altro.
- accidenti, le piaccio sempre di più, allora.
- certo, e se arrivi a piacerle più di [biiiippp], allora significa che il suo cuore sarà tuo [il [biiiip] è per censurare il nome di faccia-da-pirla, e dubito che ci si riferisse in maniera corretta al pronome femminile in -le, piuttosto sbagliavamo usando il -gli]
sotto la doccia mi è sovvenuto questo ricordo del ranking. perché in fondo lo sto usando al contrario. o quanto meno in maniera instrinsecamente denstruens. perché mi sta capitando di riconsiderare la considerazione verso talune persone, tipicamente abbattendole un po' dal piedistallo in cui le avevo piazzate. e poiché piazzare persone sul piedistallo è una nevrosi in cui mi sono esercitato con vigore e convinzione, almeno fino a un po' di tempo fa, in fondo la maniera instrinsecamente destruens è qualcosa che diventa ontologicamente construens. quanto meno per me. forse meno per l'ego delle persone de-piedistallizzate. anche se è probabile non verranno mai a saperlo.
ecco. sto considerando il ridimensionamento del piedistallo di uno che stava abbastanza piedistallizzato, per una serie di coincidenze e di fraintendimenti. ora sono un po' più assertivo, se non anche a tratti meta-incazzato, sicuramente più critico. poi il resto vien un po' da sé. considerando che la stima che prima sembrava esser nata come incondizionata si può anche ri-pensare, pur rimanendo magari alta. senza strepitii. ma pensando che qualche cazzata più del previsto passa in quella testolina. e che forse il modo di raffrontarsi non è sempre e necessariamente encomiabile.
forse è la frequentazione più assidua.
forse è che sono più sul pezzo io.
forse i piedistalli non hanno proprio ragione di esistere. quindi neanche il suo. poi vabbhé, quando si cade dal piedistallo, il rumore può esser robodante. ma poi passa, intanto si è mosso il ranking dei piedistalli. chi lo sa a chi tocca un livello sopra?
cioè, intendiamoci, non è stata una dichiarazione nel senso stretto del termine. diciamo che glielo feci sapere. latore del mio messaggio da innamorato fu orazio, un mio compagno di classe. me l'avevano messo vicino di banco perché ritenevano potesse essergli utile. situazione scolastica complicata. era simpaticamente un rompicoglioni ueueeueesco, orazio. devo averglielo confessato - per la prossemica obbligata - che mi piaceva nicoletta. e organizzammo acciocché fosse lui a farglielo sapere.
io non avevo naturalmente il coraggio.
dopo che orazio glielo fece sapere lei tergiversò, doveva pensarci, riferì. quindi ci avrebbe detto lei: non so se ad orazio o direttamente a me. io mi sentii però da subito libero da un peso. e soprattutto autorizzato ad osservarla con gli occhi a forma di cuore. rincoglionito ed inebetito, verosimilmente. lei mi sgamò un paio di volte. la prima forse provò financo piacere. la seconda percepii distinto di aver pisciato fuori dalla tazza del vaso. si indispettì, intimidita probabile, dal mio sguardo da pesce lesso innamorato. da lì a pochi minuti disse ad orazio che non se ne faceva nulla. il primo due di picche per interposto compagno di classe simpaticamente rompicoglioni e ueueueuesco. naturalmente piansi lagrime amare, da lì a poco, a casa: tutto smetteva di avere senso, e non avrei più amato nessuno come lei.
la dichiarazione vestigiale per vergognante timidezza.
caricare di ossessione la potenziale storia.
il due di picche [con annessa fine della mia esistenza da innamorato].
tripletta.
roba che era già in voga allora. come se me le portassi geneticamente dentro. e di rimbalzo in rimbalzo - non nel senso specifico del due di picche - fino a tutte le difficoltà, le nevrosi, le complicazioni che sconto ancora oggi. invero anche se negli ultimi tempi un po' di tutto ciò è stato smontato. d'altro canto coi soldi che già dato ad odg. il fatto è che da smontare c'è tanta di quella roba che levete.
vabbhè.
mi è sovvenuta nicoletta sotto la doccia. e non per quello che onanisticamente si potrebbe pensare. mi è sovvenuta nicoletta perché allora lei era innamorata, mi dissero poco dopo, di un suo compagno di classe. invero con la faccia un po' da pirla, pensavo. però nicoletta era persa dietro costui. in realtà poi c'era una sorta di classifica delle persone che le piacevano, come per molte sue compagne del resto. ed era un ranking dinamico, nel senso che uno saliva o scendeva a seconda dell'evoluzione del ciclo degli zuccheri ed ormoni che già regolava la ciclotimia di quelle femmine, anche a quell'età. alla cima di quel ranking c'era pur sempre quello con la faccia da pirla. e, udite udite, in quel ranking c'ero pure io. a dirla tutta ero messo piuttosto male dopo il due di picche, però mi capitò di risalirci. ricordo che una volta a diretta domanda
- ma a nicoletta piace di più questo tizio o io me medesimo?
- no, mi ha detto che adesso tu le piaci più di costui.
- allora guadagno posizioni.
- sì, anche se ce ne sono ancora un bel po' davanti.
poi qualche giorno dopo.
- comunque mi ha detto nicoletta che adesso le piaci più anche di quest'altro.
- accidenti, le piaccio sempre di più, allora.
- certo, e se arrivi a piacerle più di [biiiippp], allora significa che il suo cuore sarà tuo [il [biiiip] è per censurare il nome di faccia-da-pirla, e dubito che ci si riferisse in maniera corretta al pronome femminile in -le, piuttosto sbagliavamo usando il -gli]
sotto la doccia mi è sovvenuto questo ricordo del ranking. perché in fondo lo sto usando al contrario. o quanto meno in maniera instrinsecamente denstruens. perché mi sta capitando di riconsiderare la considerazione verso talune persone, tipicamente abbattendole un po' dal piedistallo in cui le avevo piazzate. e poiché piazzare persone sul piedistallo è una nevrosi in cui mi sono esercitato con vigore e convinzione, almeno fino a un po' di tempo fa, in fondo la maniera instrinsecamente destruens è qualcosa che diventa ontologicamente construens. quanto meno per me. forse meno per l'ego delle persone de-piedistallizzate. anche se è probabile non verranno mai a saperlo.
ecco. sto considerando il ridimensionamento del piedistallo di uno che stava abbastanza piedistallizzato, per una serie di coincidenze e di fraintendimenti. ora sono un po' più assertivo, se non anche a tratti meta-incazzato, sicuramente più critico. poi il resto vien un po' da sé. considerando che la stima che prima sembrava esser nata come incondizionata si può anche ri-pensare, pur rimanendo magari alta. senza strepitii. ma pensando che qualche cazzata più del previsto passa in quella testolina. e che forse il modo di raffrontarsi non è sempre e necessariamente encomiabile.
forse è la frequentazione più assidua.
forse è che sono più sul pezzo io.
forse i piedistalli non hanno proprio ragione di esistere. quindi neanche il suo. poi vabbhé, quando si cade dal piedistallo, il rumore può esser robodante. ma poi passa, intanto si è mosso il ranking dei piedistalli. chi lo sa a chi tocca un livello sopra?
Sunday, January 22, 2017
saviano e la pizza
ho impastato la pizza.
e mi è venuto in mente saviano, e la sua paranza dei bambini. nel senso dell'ultimo libro. supervendutisssssssimo, ovvio.
ero piuttosto curioso di leggerlo. volevo metterci il muso dentro e farmi un'idea della sua sfida con la scrittura creativa. a 'sto giro ha vinto, e piuttosto di brutto, la scrittura creativa. dire che mi abbia convinto poco è un gentile eufemismo. non che mi aspettassi chisssssàcccche. uno degli editor del libro aveva lasciato trapelare - mooooolto tra le righe ed in un contesto didattico - fosse pregno di difetti nei fondamentali.
certo, il tema è forte, intenso. quindi non è difficile essere coinvolti dalla storia. e quando il plot cattura l'attenzione si mulinano le pagine, per scoprire come si distende e come va a finire. [e non mi stupirei ci fosse una continuazione].
ma è come l'impasto della pizza quando si è appena cominciato a maneggiare con voluttà la farina, l'acqua col lievito, poi quella col sale. è spezzettatamente ancora grezzo, sotto le mani si sente qualcosa di poco liscio, parziale, incompiuto, poco plastico: grumi. ecco, sono i grumi che dicono, vai avanti a impastare, friziona, lavora, tira i lembi, riuniscili verso il centro della palla, schiaccia e continua fintanto che il tutto diviene omogeneo. ed i grumi son spariti ed eccolo lì: l'impasto.
quel romanzo è grumoso. incompiutamente grumoso, a tratti fin con un leggero fastidio. forse ha preteso un po' troppo, forse ha sbagliato le dosi, forse è partito da ingredienti eccentrici.
un sacco di grumi.
certo. le parti che son riuscite meglio sono quelle di taglio narrativo-giornalistico. che poi è quello di 'gomorra'. che è un libro minchiaminchia migliore. e non solo per il valore simbolico che ha rappresentato e rappresenta.
quindi, mentre impastavo e sentivo stemperarsi i grumi della farina, mi son venute un paio di psicopippe, al brucio, velociveloci.
che si è fatto di un ragazzo, che è divenuto simbolo con quel libro di esordio, un progetto di marketing, così ben riuscito che si acclara in un prodotto commerciale importante. e che, per quanto simbolo, è un prodotto commeciale che può produrre - savàsaannndiiirr - cose molto mediocri [poi, chiaro, uno non dimentica quanto dev'essere un cazzo dura, per lui, vivere da più di dieci anni sotto scorta, e chissà per quanto tempo ancora. quindi tantatanta stima].
che è ulteriore riprova quanto io sia stato un pirla a mitizzare persone e situazioni e contesti. per alcune persone mi fa quasi tenerezza pensare a quel me, anni fa, che prese l'abbaglio. per le situazioni e contesti, ogni tanto, mi è venuto di farlo fin quasi al parossismo. poi, nel dettaglio, non ho mai mitizzato costui, saviano dico, non foss'altro per il fatto non sia donna. ma un certo modo di proporlo e venderlo anche televisivamente sì, eccome. quindi è piuttosto probabile, in un improbabile ex-post, non mi meraviglierei scoprire che, dietro quella visione mitica, ci fosse talento savianesco fino ad un certo punto. e il grosso l'abbiano fatto altri autori, coloro che stanno dietro le scene. il fatto poi mitizzassi - come un pirla - proprio chi stava dietro le scene è il simpatico paradosso di una nevrosi che, definitivamente, spero di essermi messo alle spalle. ho dato abbastanza, quindi va bene così.
e mi è venuto in mente saviano, e la sua paranza dei bambini. nel senso dell'ultimo libro. supervendutisssssssimo, ovvio.
ero piuttosto curioso di leggerlo. volevo metterci il muso dentro e farmi un'idea della sua sfida con la scrittura creativa. a 'sto giro ha vinto, e piuttosto di brutto, la scrittura creativa. dire che mi abbia convinto poco è un gentile eufemismo. non che mi aspettassi chisssssàcccche. uno degli editor del libro aveva lasciato trapelare - mooooolto tra le righe ed in un contesto didattico - fosse pregno di difetti nei fondamentali.
certo, il tema è forte, intenso. quindi non è difficile essere coinvolti dalla storia. e quando il plot cattura l'attenzione si mulinano le pagine, per scoprire come si distende e come va a finire. [e non mi stupirei ci fosse una continuazione].
ma è come l'impasto della pizza quando si è appena cominciato a maneggiare con voluttà la farina, l'acqua col lievito, poi quella col sale. è spezzettatamente ancora grezzo, sotto le mani si sente qualcosa di poco liscio, parziale, incompiuto, poco plastico: grumi. ecco, sono i grumi che dicono, vai avanti a impastare, friziona, lavora, tira i lembi, riuniscili verso il centro della palla, schiaccia e continua fintanto che il tutto diviene omogeneo. ed i grumi son spariti ed eccolo lì: l'impasto.
quel romanzo è grumoso. incompiutamente grumoso, a tratti fin con un leggero fastidio. forse ha preteso un po' troppo, forse ha sbagliato le dosi, forse è partito da ingredienti eccentrici.
un sacco di grumi.
certo. le parti che son riuscite meglio sono quelle di taglio narrativo-giornalistico. che poi è quello di 'gomorra'. che è un libro minchiaminchia migliore. e non solo per il valore simbolico che ha rappresentato e rappresenta.
quindi, mentre impastavo e sentivo stemperarsi i grumi della farina, mi son venute un paio di psicopippe, al brucio, velociveloci.
che si è fatto di un ragazzo, che è divenuto simbolo con quel libro di esordio, un progetto di marketing, così ben riuscito che si acclara in un prodotto commerciale importante. e che, per quanto simbolo, è un prodotto commeciale che può produrre - savàsaannndiiirr - cose molto mediocri [poi, chiaro, uno non dimentica quanto dev'essere un cazzo dura, per lui, vivere da più di dieci anni sotto scorta, e chissà per quanto tempo ancora. quindi tantatanta stima].
che è ulteriore riprova quanto io sia stato un pirla a mitizzare persone e situazioni e contesti. per alcune persone mi fa quasi tenerezza pensare a quel me, anni fa, che prese l'abbaglio. per le situazioni e contesti, ogni tanto, mi è venuto di farlo fin quasi al parossismo. poi, nel dettaglio, non ho mai mitizzato costui, saviano dico, non foss'altro per il fatto non sia donna. ma un certo modo di proporlo e venderlo anche televisivamente sì, eccome. quindi è piuttosto probabile, in un improbabile ex-post, non mi meraviglierei scoprire che, dietro quella visione mitica, ci fosse talento savianesco fino ad un certo punto. e il grosso l'abbiano fatto altri autori, coloro che stanno dietro le scene. il fatto poi mitizzassi - come un pirla - proprio chi stava dietro le scene è il simpatico paradosso di una nevrosi che, definitivamente, spero di essermi messo alle spalle. ho dato abbastanza, quindi va bene così.
[l'impasto: che poi, sotto, non è così tutto uniforme]
Wednesday, January 11, 2017
previsionismi, di quelli ottimistici [#mainagioia]
la butto lì. cosa succederà da qui a un-due-tre lustri al massimo [catastrofi da punti angolosi a parte, che poi mica è detto che non saranno risparmiati in futuro].
matreme che acclara il suo invecchiare, in una situazione d'umore che andrà a peggiorare [ci si è provato a metter freno a 'sta cosa. ma probabilmente non è cosa. una diecina di anni fa sarebbe stato più semplice, ma non ho avuto orecchi capace di ascoltarmi. e 'sta cosa un po' ex-post, mi fa girare i coglioni nell'ambito irrazionale, e non poco].
io che accuso sempre di più il pieno di questo carico emotivo. che verosimilmente andrà ad appesantire la complicazione del contesto.
nel contempo crescerà il giramento di coglioni irrazionale di cui sopra. per una specie di egoistico: mainagioia. giramento di coglioni che non potrà sfogarsi in nessun modo esplicito. per il semplice fatto non c'è nessuno che ne abbia abbastanza responsabilità, se non colpa. il giramento di coglioni sarà così nascosto per via dell'ambito irrazionale, e non si manifesterà.
lo iato tra il mio senso di responsabilità da carico emotivo subìto e giramento di coglioni irrazionale andrà ad allargarsi. quindi saranno tensioni interiori che mi spaccheranno sostanzialmente in due. con tutto quello che le tensioni interiori siffatte possono provocare. dalle cose laceranti in su.
le istanze laceranti incasineranno e renderanno più insopportabile il sentirmi nel divenire.
quindi il contesto si farà ancora più insoddisfacente per divenir struttura, ed il senso di fallimento che si cristallizzerà e impedirà di cambiare la cose.
insomma: come se vedessi pieno di dis-speranza il futuro, il mio futuro. di uno che ha buttato abbastanza la sua vita ner cersso.
[aggià, in tutto questo figurarsi se ci sarà mai più la possibilità fare all'ammmmmmmore. il massimo della botta di vita: pippe]
immaginate che cazzo di post contumelici ne verranno fuori. a cominciare da questo.[*]
rimarrò con un paio di lettori di quattro di adesso. oltre che sostanzialmente incazzato con l'universo.
[*][peraltro, uno dei post più nevrotici abbia mai scritto]
matreme che acclara il suo invecchiare, in una situazione d'umore che andrà a peggiorare [ci si è provato a metter freno a 'sta cosa. ma probabilmente non è cosa. una diecina di anni fa sarebbe stato più semplice, ma non ho avuto orecchi capace di ascoltarmi. e 'sta cosa un po' ex-post, mi fa girare i coglioni nell'ambito irrazionale, e non poco].
io che accuso sempre di più il pieno di questo carico emotivo. che verosimilmente andrà ad appesantire la complicazione del contesto.
nel contempo crescerà il giramento di coglioni irrazionale di cui sopra. per una specie di egoistico: mainagioia. giramento di coglioni che non potrà sfogarsi in nessun modo esplicito. per il semplice fatto non c'è nessuno che ne abbia abbastanza responsabilità, se non colpa. il giramento di coglioni sarà così nascosto per via dell'ambito irrazionale, e non si manifesterà.
lo iato tra il mio senso di responsabilità da carico emotivo subìto e giramento di coglioni irrazionale andrà ad allargarsi. quindi saranno tensioni interiori che mi spaccheranno sostanzialmente in due. con tutto quello che le tensioni interiori siffatte possono provocare. dalle cose laceranti in su.
le istanze laceranti incasineranno e renderanno più insopportabile il sentirmi nel divenire.
quindi il contesto si farà ancora più insoddisfacente per divenir struttura, ed il senso di fallimento che si cristallizzerà e impedirà di cambiare la cose.
insomma: come se vedessi pieno di dis-speranza il futuro, il mio futuro. di uno che ha buttato abbastanza la sua vita ner cersso.
[aggià, in tutto questo figurarsi se ci sarà mai più la possibilità fare all'ammmmmmmore. il massimo della botta di vita: pippe]
immaginate che cazzo di post contumelici ne verranno fuori. a cominciare da questo.[*]
rimarrò con un paio di lettori di quattro di adesso. oltre che sostanzialmente incazzato con l'universo.
[*][peraltro, uno dei post più nevrotici abbia mai scritto]
Saturday, January 7, 2017
per informazioni e prenotazioni passa dalla rosanna alla pro
oggi se n'è andata un pezzo del paesino hometown.
sono cose che capitano, ogni tanto, nelle hometown. certo, lavorare per oltre quarantanni nell'ufficio turistico di un paesino a vocazione turistica, che conta trecentomila pernottamenti in un anno, di gente te ne fa incrociare. ma non basta. c'era dell'altro, ed è per quest'altro che quando se ne va una come la rosy tutta la hometown, e la sua comunità, perde qualcuno che non potevi non conoscere. e, in un certo modo, volere bene.
ogni tanto capita, appunto.
era tutto sommato ancora giovane, per andarsene portata via dalla recidiva che l'ha divorata dentro piuttosto in fretta. non ricordo quando l'ho vista l'ultima volta. sicuramente dopo aver saputo che qualcosa aveva ricominciato a divorarla. sicuramente l'ho vista con il volto sorridente, come la ricorderanno un po' tutti.
quelle persone che quando hai conosciuto le davi del lei. per poi crescere e avere un po' di specie a passare al tu. tanto da usare le forme interpersonali, con una qualche parafrasi nel coniugare i verbi, e rimanere nel vago.
c'era già lei quando andavo a rinnovare l'abbonamento delle corriere, dalla prima superiore in poi. con quella scrittura rotonda, elegante, femminile, raffinata.
era lei cui andavo a chiedere gli elenchi telefonici di una provincia d'italia - alla pro loco li avevano tutti - per stalkerare l'indirizzo, il numero di telefono di una qualche fanciulla che stava lontano e per cui avevo ovviamente perso il cuore. testimone inconsapevole delle mie nevrosi che già mi accompagnavano. a lei chiedevo qualche orario dei treni, aliscafi, pulmann per avvicinarmi a quegli innamoramenti nevrotici. come d'incanto compariva al banco della pro la fotocopia della pagina giusta, e lei con l'evidenziatore in mano e velocissima a segnare la riga interessata.
c'era lei al mese di marzo quando si fece il calendiario del paesino nel 1999 ("nineteenninetynine, ovvero trecentosessantacinque dì al dümila") dei personaggi tipici del borgo - avevamo appena fondato un piccolo giornalino, con pretese lisergicamente velleitarie. uscirono numeri pazzescamente variegati, e con anche cazzo articoli stralunati da fanzine universitaria. quel giornalino c'è ancora. nel frattempo i redattori di allora se ne sono andati via quasi tutti, me compreso. è diventavo una sorta di ricettacolo di piccola notiziuonoleria del paesino, con tanto di foto di gruppo dopo la sagra, la castagnata, la cena dell'associazione, la processione - La foto gliela feci io, con in mano un mappamondo gonfiabile, forse una delle più belle di quel calendiario, unica donna: la foto rubata delle turiste in spiaggia del mese di agosto era simbolica, lei che compare nel mese di marzo era perché era la rosy della pro.
quando si sale con il lanternino in mano per il monte, l'ultimo uichend di gennaio, la tappa piacevolmente obbligata era fermarsi davanti all'ufficio della pro, e suonarle tanti auguri. compiva gli anni in quel periodo. ovviamente per prenotarsi alla cena del dopo marcia si andava dalla rosanna della pro. e lei avrebbe tirato fuori la mappa dei tavoli, su cui segnare, con la sua grafia tonda ed elegante, i nomi dei prenatandi. lo si è suonata anche lo scorso anno, nessuno sapeva - nemmeno lei - sarebbe stato l'ultimo.
era tecnicamente una zitella. nella complessità delle cose della vita da sempre ha vissuto una relazione importante. colei che le è stata più vicina in questi giorni è stata la moglie del suo amante, di cui è sempre stata amica. una relazione di cui tutti sapevano, e che non ha mai provocato scalpore più di tanto, in un paese con parvenze bigotte.
sono i paradossi che accompagnano il vivere.
domani qui, nell'hometown, è festa, più che a natale - in questo posto non si venera un santo, ma un [preteso] miracolo, per chi ci crede, ovvio. però, giusto per dar la tara: puoi dichiararti ateo o agnostisco, e va bene. esprimi qualche dubbio sul miracolo, e tutta la gente del luogo che se ne sta paciosa nella pancia della gaussiana ti guarderà torva e come fossi un rejetto - Insomma, fa ancora più specie che una come la rosy se ne sia andata proprio oggi, alla vigilia, anche se è - ovviamente - un caso.
lunedì, al funerale, non ci sarò. è verosimile la chiesa sarà piena come poche altre volte. situazione già vissuta, peraltro. con alcuni capita. quando, a volte, se ne vanno dei pezzi dell'hometown. che diventano dei pezzi importanti per uno strano mescolamento di alchimie. che vai a capire il perché. o forse non è nemmeno così necessario capirlo. succede.
ecco perché non sia è potuto, questa sera, non alzare un calice ricordando la rosy.
sono cose che capitano, ogni tanto, nelle hometown. certo, lavorare per oltre quarantanni nell'ufficio turistico di un paesino a vocazione turistica, che conta trecentomila pernottamenti in un anno, di gente te ne fa incrociare. ma non basta. c'era dell'altro, ed è per quest'altro che quando se ne va una come la rosy tutta la hometown, e la sua comunità, perde qualcuno che non potevi non conoscere. e, in un certo modo, volere bene.
ogni tanto capita, appunto.
era tutto sommato ancora giovane, per andarsene portata via dalla recidiva che l'ha divorata dentro piuttosto in fretta. non ricordo quando l'ho vista l'ultima volta. sicuramente dopo aver saputo che qualcosa aveva ricominciato a divorarla. sicuramente l'ho vista con il volto sorridente, come la ricorderanno un po' tutti.
quelle persone che quando hai conosciuto le davi del lei. per poi crescere e avere un po' di specie a passare al tu. tanto da usare le forme interpersonali, con una qualche parafrasi nel coniugare i verbi, e rimanere nel vago.
c'era già lei quando andavo a rinnovare l'abbonamento delle corriere, dalla prima superiore in poi. con quella scrittura rotonda, elegante, femminile, raffinata.
era lei cui andavo a chiedere gli elenchi telefonici di una provincia d'italia - alla pro loco li avevano tutti - per stalkerare l'indirizzo, il numero di telefono di una qualche fanciulla che stava lontano e per cui avevo ovviamente perso il cuore. testimone inconsapevole delle mie nevrosi che già mi accompagnavano. a lei chiedevo qualche orario dei treni, aliscafi, pulmann per avvicinarmi a quegli innamoramenti nevrotici. come d'incanto compariva al banco della pro la fotocopia della pagina giusta, e lei con l'evidenziatore in mano e velocissima a segnare la riga interessata.
c'era lei al mese di marzo quando si fece il calendiario del paesino nel 1999 ("nineteenninetynine, ovvero trecentosessantacinque dì al dümila") dei personaggi tipici del borgo - avevamo appena fondato un piccolo giornalino, con pretese lisergicamente velleitarie. uscirono numeri pazzescamente variegati, e con anche cazzo articoli stralunati da fanzine universitaria. quel giornalino c'è ancora. nel frattempo i redattori di allora se ne sono andati via quasi tutti, me compreso. è diventavo una sorta di ricettacolo di piccola notiziuonoleria del paesino, con tanto di foto di gruppo dopo la sagra, la castagnata, la cena dell'associazione, la processione - La foto gliela feci io, con in mano un mappamondo gonfiabile, forse una delle più belle di quel calendiario, unica donna: la foto rubata delle turiste in spiaggia del mese di agosto era simbolica, lei che compare nel mese di marzo era perché era la rosy della pro.
quando si sale con il lanternino in mano per il monte, l'ultimo uichend di gennaio, la tappa piacevolmente obbligata era fermarsi davanti all'ufficio della pro, e suonarle tanti auguri. compiva gli anni in quel periodo. ovviamente per prenotarsi alla cena del dopo marcia si andava dalla rosanna della pro. e lei avrebbe tirato fuori la mappa dei tavoli, su cui segnare, con la sua grafia tonda ed elegante, i nomi dei prenatandi. lo si è suonata anche lo scorso anno, nessuno sapeva - nemmeno lei - sarebbe stato l'ultimo.
era tecnicamente una zitella. nella complessità delle cose della vita da sempre ha vissuto una relazione importante. colei che le è stata più vicina in questi giorni è stata la moglie del suo amante, di cui è sempre stata amica. una relazione di cui tutti sapevano, e che non ha mai provocato scalpore più di tanto, in un paese con parvenze bigotte.
sono i paradossi che accompagnano il vivere.
domani qui, nell'hometown, è festa, più che a natale - in questo posto non si venera un santo, ma un [preteso] miracolo, per chi ci crede, ovvio. però, giusto per dar la tara: puoi dichiararti ateo o agnostisco, e va bene. esprimi qualche dubbio sul miracolo, e tutta la gente del luogo che se ne sta paciosa nella pancia della gaussiana ti guarderà torva e come fossi un rejetto - Insomma, fa ancora più specie che una come la rosy se ne sia andata proprio oggi, alla vigilia, anche se è - ovviamente - un caso.
lunedì, al funerale, non ci sarò. è verosimile la chiesa sarà piena come poche altre volte. situazione già vissuta, peraltro. con alcuni capita. quando, a volte, se ne vanno dei pezzi dell'hometown. che diventano dei pezzi importanti per uno strano mescolamento di alchimie. che vai a capire il perché. o forse non è nemmeno così necessario capirlo. succede.
ecco perché non sia è potuto, questa sera, non alzare un calice ricordando la rosy.
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