Sunday, March 17, 2019

sui riverberi che non ti aspetti [meta-aziendalismi compresi] [post più autoterapeutico di altri]

e quindi niente.
sembra che abbiano rimproverato a là dentro il fatto di avere modalità di verifica, in contesti financo delicati, non proprio ineccepibili. un rimprovero talmente severo, mimetizzato con forme di pacata cifra stilistica neutra, che quello successivo è il commissariamento.
non mi meraviglia così tanto. nel rimestar e provar a mitigar quello che non va, un'idea me la sono fatta. una visione a sensazione-qualitativo-percettivo, non tassonomico-analitico-numerica. un'intuizione cumulativa. in estrema sintesi: nella catena analisi funzionale-architetturale, sviluppo, testing, migrazione in produzione, le risorse non sono adeguate. adeguate in termini di abilità delle persone coinvolte, declinantesi sul tempo che costoro hanno disposizione. risorse di tutta la catena, nel tempo che si richiede la catena debba essere completata.
e quindi un coacervo di imprecisioni. ed ogni volta che attaccano là un pezzo evolutivo, arrivano altre imprecisioni. con noi che nel frattempo si prova a dare il la a che ne vengano risolte alcune. è sempre la solita storia dei flussi che entrano, e quelli che escono. chi è più veloce determina come evolve il livello delle imprecisioni del momento.
solo che alcune imprecisioni sono più imprecise di altre.
e quindi ti rimproverano. in maniera severa, seppur mimetizzato con forme di pacata cifra stilistia neutra.
che il merdone fosse grosso lo si era intuito. o forse sono quel quid in più abile a percepire dettagli, che nulla hanno a che vedere con lo sviluppo di soluzioni ICT [o mi sono accorto di esserlo diventato, oppure d'esserlo già, proprio stando là dentro.].
ieri sera - tardi - quando la notizia è deflagrata ho fatto pure un po' di ironia stantia e poco efficace.
stamani, invece, mi sono scoperto più preoccupato. o quanto meno in uno stato non propriamente di serenità appagata. insomma, una sensazione spiacevole [relativamente, ovvio].
ed è sensazione stratificata.
in parte razionale, in parte che viene su dal coacervo irrazionale. e di cui intuisco il borbottio del bollore di quel fluido denso - blop, blop. blop - quando appunto emerge alla luce della contezza.
e che provo a razionalizzare.
tipo che il gruppo in cui lavoro - fondamentalmente prostituendo la mia intelligenza [nei vari ambiti in cui è chiesto declinarla], in cambio di fatturazione regolare, con evento contabile il diecidelmese successivo - non è responsabile. quand'anche dovessero ridurlo - ottimizzazione delle spese, razionalizzazione delle risorse, riorganizzazione dei ruoli, salcazzo di qualche mestruopatia di un pezzo grosso che precipita dall'alto - ho più che moderate possibilità non essere in cima alla lista. non ne sono causa, per il semplice fatto siamo talmente insignificanti che, anche volendo, non abbiamo potenza d'atto dispositiva di alcunché
e poi c'è la re-interpretazione consapevole. che il merdone, quello che è un grosso problema per là dentro, può essere il tramite di un'opportunità per me, e la mia intelligenza merettriciata. occhei: fa un po' gniuveig, pissssssendlov da motivatore che condivide i propri video, col montaggio serrato, sul feisbuch.
però è un possibile dato di fatto.
o rimanendo là dentro - nuovi paradigmi, nuovi impieghi, nuove declinazioni dell'intelligenza merettricciata.
oppure arrivando a conchiudere l'esperienza ed uscirne, da là dentro. come se fosse venuto il momento che tanto, si sa, dovrà pur arrivare. all'inizio potevano esser tre mesi, per avere la confortevolissima via di di fuga. e invece sono quasi cinquantadue.
al netto che:
  • significherà uscire da una zona non appagantissima, ma pur sempre di conforto - invero con tariffe di fatturazione che si stavano facendo sempre più interessanti;
  • mi piacerebbe deciderlo da me: serenamente, trovando qualcosa di alternativo, ma non come se fosse una fuga da là dentro. oppure, al limite, determinarlo a causa della mia poco sopita remissività: meno serenamente, sfanculando in maniera esplicita o implicita qualcuno di più o meno in alto.
in fondo anche il bubbone del maggio di cinque anni fu dolorissimo e riverberò i mesi più complessi da un sacco di anni. ma se non ci fosse stato non sarebbe venuto quello che è venuto. a partire dal conto corrente capiente. per arrivare alle ben più preziose consapevolezze di oggi.
[e a proposito del conto corrente capiente, la prima cosa che è scattata nella testa è stata l'emergenza compulsivo-risparmiatoria. ci devo lavorare su 'sta cosa. provare ad intuire questa coazione a ripetere. che deve avere una qualche sua ragione d'essere - come tutte le coazioni a ripetere. e che ha deflagrato come se si fosse a cinque-sei-sette-otto-nove anni fa, mentre ora ci sono un inconfutabile quantità di migliaia di eurI di differenza, evidentemente non abbastanza rassicurante].
eppure, oggi pomeriggio, mentre ascoltavo dibattere a buuuukpraid, sentivo far capolino ogni tanto questo sottile fremito.
quindi, di colpo, ho proprio avuto la sensazione di alzarmi nella sala e dire, seppur sommessamente: preso! come di averlo acchiappato, per la coda, l'altro pensiero che stava tornandosene sotto, nascondendosi nel suo di strato.
e mi son trovato a rendermi conto di questa compartecipazione di riconoscenza: nel senso di riconscersi dentro là dentro. come se, in una qualche coazionevolearipeteresca ragione, mi sentissi co-responsabile di quel rimprovero. come se l'ufficializzazione di quel rimprovero si fosse fatto sbertucciamento davanti al paese intiero, e in quello sbertucciamento ci fossi dentro pure io. io che, peraltro, non ho a che vedere con quelle imprecisioni, se non di un eccentricissimo sguincio, io che non sono responsabile di alcunché, io che sono tra gli ultimi della fila, io che son legato - formalmente - al là dentro con una lettera d'incarico, che non passerebbe nemmeno i preliminari blandi di una qualche vertenza. stessa valenza legale di una cosa scritta sulla carta di formaggio.
eppure.
eppure.
mi sento co-responsabile. come se non mi vi volessi sottrarre. come se fosse cosa un po' mia. come scoprirsi aziendalisti a propria insaputa. nel senso che uno proprio non se lo sarebbe aspettato di sapervisi. [ed è la prova provata della superiorità del valore etico delle istanze - che poi significa in qual modo porsi e come gestire relazioni - che trascendono di gran carriera le questioni legali].
mi ha stranito.
non c'è che dire.
mi ha stranito.
giusto in tempo per valutare anche che, sempre nell'onda delle coazioni a ripetere, tutto questo non mi appartiene nella riconoscenza - nel senso di risconoscersi - nelle fasi construens. quando si festeggiano obiettivi raggiunti, numericamente simbolici. che al limite è una scusa per imbucarsi al buffet cornucopiesco, che appaga il piacere ancestrale di abbuffarsi di cibo, ed avercelo aggggggratisssse. non mi ci riconosco perché c'è la questione del posticcio, del retorico, dell'abbaglio che il millemiGlionesimo cliente ottunda, col sorriso tirato, il fatto di tutto il mare magnum delle imprecisioni, e delle storture che - inevitabilmente - ci sono [meno inevitabile è, al limite, la quantità e qualità di queste imprecisioni].
riconoscersi solo nel destruens e non nel construens, tecnicamente, è malassorbimento. per quanto - forse - più inevitabile di altri.
comunque è un altro spunto di [auto]riflessione, [ma gNente post, giuringiurello].
quando sarà, ne parlerò con odg.
e comunque dopo.
da domani cominciamo a capirci meglio. che è sempre la cosa migliore dell'incertezza. che tra l'altro genera post del genere.

Sunday, March 10, 2019

via del pettirosso e dintorni

stamani ero in auto. stavo andando al lavoro - capita, ogni tanto, anche di domenica. tariffa oraria maggiorata - sono passato davanti l'imbocco di via del pettirosso. ricordi a palla, ma nel senso di orticata lì, nelle palle.
e mi è risalito tutto d'un colpo la sensazione sgradevole, a tratti per quanto continuativa, che mi assaliva nel farla, in cazzo di fottute mattine, quando mi recavo nello stanzino, lì poche diecine di metri, svoltato l'angolo là in fondo a via del pettirosso. poche diecine di metri che sembravano lunghissime, noiosissime, frustrantissime [a tratti per quanto continuative]. via del pettirosso è un senso unico, quasi soffocante, e certe mattine [che comparivano a tratti, per quanto continuative] sembrava non finisse mai. per quanto fosse ancora quasi più soffocante la sensazione di star in quella stanzetta, al chiuso di quella cosa che mi ha azzoppato per troppo tempo.
dio mio, quella cazzo di via del pettirosso.
che faceva da contraltare alle altre vie, quelle del ritorno la sera, uscito dallo stanzino [quasi continuativamente chiudendo l'ufficio]. che poi me ne allontanavo, quindi sembravano vie diverse, anche via del pettirosso medesima. oppure prendevo altre strade. e le percorrevo a piedi. a volte un pezzo, fintanto di incrociare la 58, a volte fino a casa. via soderini, lunghissima, per quanto mai come la distanza che mi pareva di intuire di dover percorrere, per riuscire ad uscire da quel cul de sac. e soprattutto con film inverosimili, produttoria di eventi poco probabili. tanto ribaltanti con clamore lo status quo, quanto poco probabili. percorrevo, a volte fino a casa, quelle strade, per scaricare un passo alla volta, tutto il peso dell'ennesima giornata ad andare dietro a qualcosa di soffocante, senza una vera via d'uscita. mi infilavo le cuffiette e ci davo dentro col volume. ogni tanto funzionava anche che quel poco di neurorecettore buono, secreto dal passo un po' spedito e ritmato, facesse pure effetto. ed entravo in casa se non rasserenato, almeno un poco meno incazzato, o smarrito.
quando ce ne andammo da quell'ufficio, quando uscii del tutto da quel cazzo di stanzino, provai una sensazione di liberazione - ci deve essere un post, da qualche parte, una mail scritta a qualcuno a testimonio di quei momenti di quella domenica. intuii che qualcosa era veramente finito. ed ebbi certezza che - quand'anche avessimo avuto un altro ufficio - ero nelle condizioni per pormi in maniera diversa.
poi le cose sono andate in maniera ancora più diversa. ed il paradosso è che quanto è stato doloroso far scoppiare il bubbone, tanto è stato salutare, alla lunga: per quanto faticosino [eufemismo]. poi io son uno lento, quindi ci ho messo un po' a capire certe cose.
forse anche per il senso di obnubilamento di parte del mio senso, che smarii chissà quanto tempo indietro. e per la cristallizzazione di percezioni di sé.
poi, dopo, ovvio sia tutto più facile capirlo. non foss'altro perché hai vissuto.
e me ne sono accorto stamani, passando accanto via del pettirosso, dello iato tra allora e oggi. di quanto lavoro c'è stato per prendere contezza di una bella fottia di cose. e quante ne sono successe, perché la vita vive, anche quando ti vive addosso e tu te la guardi vivere senza capirci molto, tranne la sensazione sarebbe meglio indirizzartele tu, le faccende. poi di cose da capire, sono certo, ne mancano ancora molte altre. ma intanto, appunto, sarebbe stolto non considerare già il gruzzolo esperienziale accumulata [finiamola col malassorbimento].
e a proposito di fieno in cascina, per quanto naturalmente quasi banale sottolinearlo, non è solo una questione di conto corrente capiente. però un po' aiuta. anche solo per aver molto chiaro che intendere [e coglionarsi] come una prova da attraversata del deserto il fatturare tremilamillecinquecento eurI in venti mesi [tacendo i pochi fatturati comunque nei sette anni precedenti], non è senso di abnegazione, credere in un progetto e nel fatto sarebbero arrivati momenti migliori. è rimozione di un problema: l'horror vacui che sta dietro al cambio di paradigma. il cambiamento fa paura. ed è una paura dannosa, 'ché che immobilizza in maniera pericolosa e ottundente la serenità psichica. dalle trasversate nel deserto si può anche non uscire.
fottutissima via del pettirosso.
ho scalato la marcia, sono passato oltre.

Sunday, March 3, 2019

de[h] itsohniani genetliaci

dopo un piccolo confronto feisbucchiano sul concetto [vergognoso, a parer mio] di disuguaglianza, mi scrisse in privato d'essersi scordato del mio genetliaco. troppo scosso per il suo capo che se ne diparte, e per la giravolta faivstarrrrrrrre di graziare quello che comanda nel governo [ancor ripenso, disgustatamente ammirato, alla forgiatura della post verità: il sequestro di persona che diventa 'ritardo nel far sbarcare', miserrimi capziosi cangianti la realtà]. a dir di altre realtà, in realtà, al mio di genetliaco le cose mi erano parimenti scosse, per ben altri motivi: quindi sarebbe stato un altro cui non avrei ringraziato per gli auguri.
il fatto è che non passano nemmeno due settimane tra i due genetliaci, il mio e il suo. solo che tredimarzo fa già un po' più primavera, suvvia. in particolar modo questo di anno, che la primavera già entrò sicura senza bussare [semicit.], quanto meno dal punto di vista delle temperatura da climate change.
vabbhé.
e quindi ci ho un po' ripensato, all'amico itsoh. che è un po' un quasi unicum nel mio personalissimo palmarès relazionale. già ci scrissi sopra, in altri post e/o blogggggghe. ma poiché invecchiamo, gioco la mossa del cavallo all'arteriosclerosi, che avvamperà, avanzando imperiosa. anticipandola quindi, l'arteriosclerosi dico. così rinnovo alcune ditteggiature di ritratto di come me lo ritraggo dentro, l'amico itsoh dico.
lo conobbi a primavera avanzata, a casa del pasquali, appartamento sopra il teatro carcano, che ri-aveva indietro i soldi delle tasse dell'iscrizione all'università in quanto - tecnicamente - nullatenente, mecojoni [e come ostentava, flap-flap, svolazzando il pezzettino di carta che glielo ratificava, quasi dovesse prendere il volo come libero augello. lo svolazzava davanti a me, che ogni volta dovevo chiedere al genitore l'equivalente fio per le sopracitate tasse, che non tornavano mica indietro, mi sentivo in colpa. poi uno dice che non tengo 'sti gran ricordi di 'sto nullatenente abbientissimo] [vabbeh, ormai 'sticazzi]. insomma lo conobbi lì e fu baluginio di aver di fronte una codina della gaussiana. per quanto non lo idealizzai mai [ecco, la storia dell'idealizzazione delle persone. cosa che  soprattutto con le donne, mannaggia, mi è venuto di fare spesso: infausti i rotolamenti a valle degli effetti, fino a sfiorare la iattura in alcuni casi. forse uno delle cose che più contentamente ho imparato a non far più, grazie al lavoro fatto con odg, soldi investiti bene. a ripensarci bene non è un caso che le persone, con cui la relazione affettiva è uno dei [pochi] sensi a questo peregrinare terreno, sia intreccio con donne e uomini che non mi scivolarono sul terreno dell'idealità. idealità che, come iperuranio dei poveri, è un concetto della mente. e morta lì. insomma. un itsoh codina della gaussiana [alta], senza che mi si trasfigurasse innamorevolmente sia pure in maniera platonica [a proposito di iperurani]. ed il fatto non riuscisse ad essere del tutto in sincrono coll'incedere fragoroso degli esami non riuscivo a spiegarmelo, ovvero un contrattempo risolvibilissimo. ma nulla a che spartire con il tocco di classe empatico della madre del pasquali che, con laicissimo e psichiatrissimo tatto, gli spiattellò, con voce calma ma da ditino dritto puntato, che bisognava conchiudere il percorso nei tempi stabiliti, e che gli esami mica si provavano, si passavano e morta lì [se non si era capito 'tocco di classe empatico', di cui appena prima, era sardonico. sto infarcendo lo stilema, rendendolo meno leggibile per celia. considerato le evoluzioni pirotecniche della forma di cui stia leggendo, proprio in questi giorni, di una suggestione feisbucchiana dell'amico itsoh, roba da folgorazione ex-ante. stilemi e forma, tipo ramo del kiwi attorno alla pergola, che io scimmiotto, ovvio. ma mi diverto]. insomma, 'stu quagliuncello sembrava di una pasta che non avevo [ancora] conosciuto. non era solo una questione di formazione, di riferimenti culturali e attrezzatura conoscitiva a rimorchio. per quanto io avessi la mia, e lui la sua, mi sembrò lo schiudersi di praterie di cui forse vagheggiavo l'esistenza ma poco più [già il parolin me ne fece subodorare il bouquet, ma talvolta con una superiorità di qual forma, che non è che facesse poi tutto 'sto gran piacere. per quanto, al parolin, debba l'epifania, da testata d'angolo del mio essere, fossi di sinistra, cattolico convinto, ma di sinistra. cattocomunista a vederla con ghettizzante ghigno reazionario, invero banalizzante. anche a vederla quel che è ora: non sono più cattolico da mò, e tecnicamente mai stato comunista]. il fatto è che 'sto battipagliese, oltre a provocarmi il primo orgasmo da vellicamento di bocconcino di bufala, che una volta portò dagggggggiù entro quegli scatoli di polistirolo bianco [scatolo: isoglossa da caianiello - compreso - in giù], sembrava unire i puntini tra le cose con inusitata completezza di visione, come inquadrasse con un fottutissimo e luminosissimo grandangolo. di quello che le foto che potrebbero venir fotografate, già partono con quel tocco di vantaggio. e il mood era spesso tra l'understatement ["evabbbhuò, dai"] e la consapevolezza di aver disegnato una spezzata poligonale mica da poco [unire i puntini si creano, appunto, spezzate poligonali], e sono piuttosto convinto di avervi intravisto un mezzo ghigno soddisfatto, mentre inspirava e lasciava andare dei leggerissimi, improvvisi, movimenti del capo.
certo, allora c'era un certo iato tra il fatto lui fosse, boh, possiamo definirlo agnostico, o quanto meno anticlericale? mentre inspiravo a pieni polmoni l'effetto gradevole dell'assenzio, uterino, del mio vivere con fortissimamente intensità la fede cattolica professata, vissuta, praticata. forse è anche per questo che non entrai mai dentro l'auletta brenta, raduno politecnico di una parte del piccolo ma variegato mondo della sinistra dei futuri ingegneri. anche lì sinistra, più o meno scissa, più o meno militante, più o meno di maniera, più o meno radical, più o meno chic, più o meno con la carta di credito del papi [ben prima che il copyright papi fosse scippato, nella vulgata, dalle zoccolette che il satiro silvio foraggiava, bramava, e credeva di aver concupito: facile quando hai potere e soldi]. niente auletta brenta, quindi, per quanto mi stessero oltremodo sui coglioni già allora i ciellini, che con clangore facevano sentire la loro rumorofastidiosa presenza circondandola, l'auletta brenta, su più lati quasi debordandovi dentro in misura di un brentino per almeno dodici-tredici ciellini. niente auletta brenta, quindi, e questo mi ha impedito di conoscere anzitempo il professor ruggieri, che allora non era mica ancora professore, ma son piuttosto certo avrei intuito un'altra capacità di altre spezzate poligonali, altri puntini uniti come pochi sanno fare.
quando l'amico itsoh se ne andò definitivamente dalla casa del pasquali andai a dargli una mano a smontar pezzi di mobili suoi. fu anche l'ultima volta in cui entrai in quell'appartamento, che nemmeno avessi dei nipoti, con l'ascensore sociale in essere, si permetterebbero di poter pensare di permettersi. mi presi in prestito dalla biblioteca di quella magione, tempo di restituzione indefinito, la prima edizione de "il sistema periodico". quindi figurarsi se non son legato a quel libro, che mi ricorda anche quando l'amico itsoh se ne andò da milano.
ci si rivide, come oggi, sedici anni fa. era anche allora il suo genetliaco, ovvio. accadde accanto a stazione termini. erano cambiate un po' di cosine. io ad esempio avevo già capito che di essere un ingegnere non me ne fotteva nulla. ero diventato decisamente agnostico. non mancò il piacere di re-incontrarlo. anzi, per me fu un momento bello assaje.
dubito che allora lui avesse già in fatta contezza sua della svolta a vocazione maggioritaria. quanto meno non esisteva ancora il piddddddì, e lui non aveva ancora lasciato l'italia, a proposito di cervelli in fuga. quindi non si erano ancora verificate alcune condizioni, che ci hanno dis-unito quel cicinino, nell'interpretar la personalissima partitura della sinfonia dodecafonica dell'esser di sinistra. posto che si fosse così unitamente uniti anche prima, ovvio. faccio fatica ad assorbirmi l'idea di una visione verticistico-leaderistica di un partito: per dire, ad una tornata elettorale mi diede un po' fastidio che sul simbolo di SEL [parlandone da viva], per cui ebbi una timidissima infatuazione elettorale di qualche tempo, ci fosse il riferimento a nicccccchivendola [parlandone da pre-emigrazione-canadese, e tanti saluti e baci a tutti i compagni], per cui ebbia una timidissima infatuazione narrativo-retorica: a proposito di construtti semantici che ci vuole il manuale di istruzione per interpretarli, e giusto per essere prossemici alla gggggggggggggente. su questo si discusse, con l'amico itsoh, a cui 'sta cosa sembrava più che ovvia. anche se - immagino - non appose nessuna croce con la matita copiativa, su quel simbolo, né allora, né mai. quindi mi meravigliai nemmeno a metà, quando lo vidi adoperararsi per la mozione renzi, alle prime primarie. più sorpreso si fosse tesserato al piddddddddddì, più che travolto dall'onda di rottura di quel di rignano. dimentico o indifferente, forse, dell'ego psico-lisergico del personaggio, che a me generava bias disturbanti come poche altre persone [sì, insomma, per fine sintesi politica: a me renzie 'sta proprio sui coglioni per come si pone].
naturalmente chi se ne fotte del rottamatore, quando l'amico itsoh ha continuato a raccontarsi, raccontare. continuando ad unire i suoi puntini. vedendosi molto di meno, ovvio [amico itsoh, a me sembra che, dopo il tuo matrimonio, almeno una volta ci sia visti. ma proprio non riesco a farmi ritornare alla mente quando sia stato [che poi è per capire se l'amico itsoh, arriverà fin qui a leggere]].
in almeno un'occasione gli dissi che la sua capacità analitica, la sua ispirazione narrativa, la sua cifra stilistica avvolgente, potrebbe veramente far i fuochi artifiziali, se riuscisse a farsi scivolar via - almeno un po' - quell'incazzo, quel nervoso digrignar i denti, per quanto giustificato. è come se fosse energia che un poco si degrada in calore, che non aggiunge nulla. anzi. naturalmente è un personalissimo punto di vista, quindi più che opinabile. mi viene però da ribadirlo. sia perché io a 'sto personaggio sui generis sento di voler bene, senza che debba trovar o ragioni, o infarcire post lunghissimi tipo questo. sia perché lo stimo assssssaje, e non è che sia così prodigo di quel genere di ammirevolezza tra pari. per quanto non so se possa pensarmi a pari. non foss'altro per le mirandevolezze che gli son riuscite, che a me paiono così complicate da pensare di far parimenti. pari: forse sì, forse no, forse sticazzi. sta di fatto che a volte, dopo averlo letto, mi viene da pensare: cazzo, avrei voluta scriverla io, una cosa così. e penso che, quando sento disquisire dotti e opinionisti e cose mimetiche simili, mi chiedo cos'abbia in meno uno tipo l'amico itsoh [o l'amico ruggieri, però oggi è il genetliaco dell'amico itsoh, e l'amico ruggieri un po' mi intimidisce, figurarsi]. e la risposta è che all'amico itsoh non manchi una minchia di nulla. anzi. potrebbe fare, dire, scrivere decisamente meglio di una fottia di prodotti di marketing culturale, variegatamente riusciti.
per una qualche beffarda combinazione hanno pure piazzato le primarie del pidddddddì, oggi. mi par di capire che, a 'sto giro, l'amico itsoh nemmeno voterà. per quanto sia taggato, arrecandogli una qualche forma di fastidio, in condivisioni feisbucchiane narranti l'evento adveniente, che ormai si sta concludendo. peraltro - mentre scrivo ancora - con più che soddisfacente partecipazione, per quanto relativa. provo ad intuire che l'amico itsoh abbia deciso di non votare, ma non sia una cosa che abbia [non] fatto a cuor leggero. e chissà come sta vivendo quest'affluenza soddisfacevole, per quanto relativa. lui il renziano [ex?] più intelligente e dialogante conosca [forse anche la mussini, ma lei è "solo" contatto feisbucchiano, e secondo me pure lei mi intimidirebbe un poco, a conoscerla dal vero veramente].
andrei anche a chiuderlo, 'sto post lunghisssssssimo. che però mi è piaciusto scrivere. non so se l'amico itsoh arriverà fin qui. nè se gli farà piacere. ma tant'è.
un po' vorrei rubare un tocco d'arte all'amico itsoh. e confrontarsi con lui mi fa sempre uscire un po' migliorato. come allargare, quel pertugino in più, la visione delle cose.
io lo sapevo, d'altronde, che quando ha evocato l'eco de "leggenda privata" di michele mari, era una di quelle suggestioni da prendere al volo. lo sto appunto leggendo nel mentre transita il suo genetliaco. e sono altre praterie che si intuiscono [pensando, ad esempio, alle mie di nevrosi] [e comunque, caro giusè, la mamma gabriela, più la guardo nelle foto e più mi sembra di un fascino disruptivo]. insomma, amico itsoh, buon compleanno. fatte abbraccià. che il resto passa in fretta, o forse mai. si è equazioni risolvibili solo in parte, grumi di cellule emozionanti: che forse saranno solo secrezioni di neurorecettori. ma in fondo è una ficata così, per quanto lo si intuisca a tratti. ecco, che questi tratti [ti] siano sempre più frequenti e lunghi.
[intanto torno alla "leggenda"].

Friday, February 22, 2019

molto ben conosciuti sentismi [sulle eterogenesi dei fini, in contesti genetliaci - post triste]

1)
essendo stato un relazionarsi con molto interloquire su panchine, gliel'ho segnalato. intendo uotsappando che la stavo aspettando sulla panchina vicino alla metro. quando poi lei è arrivata le ho letto sul viso, per quanto stanco, una radiosità particolare. anche quel filo di trucco che le ho visto addosso poche volte. un accenno, tanto quanto basta me ne accorgessi. nulla di più. ma con l'effetto di starle proprio bene.
quindi ha cominciato a raccontarmi, così come ho fatto io. solo che lei ha questa specie di cifra stilistica narrativa. se si cimentasse nella scrittura creativa potrebbe venirne fuori una stile avvincente. tipo inpennata improvvisa della storia. quando meno te l'aspetti. non è proprio banale da gestire, però con una resa interessante. perché è come se raccontasse, con una placida sistematicità analitica, di contesti che ormai fanno parte della sua vita. portando avanti una specie di tecnica mimetica. nel senso che ti parla di normali dinamiche lavorative, poi, di colpo, quasi facendo scivolare il piccolo colpo di teatro con una naturalezza che spiazza , dice: comunque tra un mese mezzo me ne vado dall'italia.
ah.
ed io penso che è una cesura che, pragmaticamente, cambierà poco. ma simbolicamente invece significherà molto. però nel frattempo non posso che essere felice per lei. un nuovo inizio. il poter ricominciare a studiare. nuove possibilità che le si apriranno, tutte da inventarsi, dove magari è più semplice riuscire a farlo. dopo anni di lavoro che definirlo intenso non rende abbastanza l'idea. che le ha dato molto, chiesto altrettanto, ma da cui andarsene con le fierezza di tutto il tanto che si è fatto. e di quello che si porterà dentro, le intenzioni di ricordare quello che ha fatto, con coloro con cui ha lavorato.
sono contento. davvero. un po' l'invidio. perché intuisco anche il brivido emozionante del nuovo che le si spalanca di fronte. se lo merita.
è che la tecnica narrativa, se riesce a stupirti una volta, perché non farlo di nuovo? perché mi racconta che sì, vorrà un po' riposarsi, per ambientarsi, per dedicarsi a se stessa e non solo. perché aggiunge: mi servirà un po' di tempo libero, quest'estate mi sposo.
ah.
ed io penso che fa strano sentirselo dire da chi ti ha fatto perdere la testa, anni prima. talmente una cosa condivisa - nel senso che ne ha ben contezza anche lei di questo fatto, non che abbia condiviso la perdita della testa - che ormai è un'istanza di cui si parla serenamente. però il matrimonio è un'altra cesura, definitiva. per quanto non mi ponga più il dubbio potesse essere lei a cambiare il mio paradigma, da quasi altrettanto anni prima. mi aveva mescolato i pensieri per qualche mese, in un modo che poi non si è più [ancora?] verificato. non c'erano le condizioni, allora, perché osassi più quel che ho osato. [come mi è stato fatto notare] è rimasta appesa la fascinazione di una storia mai vissuta, quindi bellissima, senza che ci debba confrontare con il quotidiano del calzino appallotolato in disordine ai bordi del letto, l'eponimo della ferialità caduta di ideali innamorevoli. una storia, simbolicamente, che finisce ancora più in dentro l'iperuranio. di dove era già. ora che si sposa. spero per lei per la prima e unica volta.
sono contento. davvero. perché la vedo serena e convinta ratificare quello che già decise qualche lustro fa, ben prima di incontrarmi. è un nuovo punto di arrivo ed uno per ri-cominciare. sono felice per lei perché tutto questo se lo merita. e quando a qualcuno riesce non posso che essere felice, specie se voglio molto bene a questa persona. per quanto non ci sarò, là. perché son contento della mia felicità per lei. ma esserci, a quel matrimonio, sarebbe una sfida un po' azzardata alla fonte inesauribile di malinconia, che le situazioni possono rappresentare.
quando la saluto, in metropolitana, ancora riverbero un po'. sono contento. glielo ribadisco poco dopo con un messaggio. prima di spegnere tutto. e andare dormire.
il giorno dopo sarebbe stato il mio genetliaco.


2)
mi ero messo di buzzo buono. avevo ordinato settantabrioschesettanta per un po' di gente di là dentro. è il quinto genetliaco che incrocio da quando varco quei fottuti tornelli. mi era sembrato un segno dei tempi interessante desiderare e riuscire a vincere la ritrosia di ignorarlo, festeggiandolo con quante più persone di là dentro. per quanto la cosa un po' mi metteva in agitazione.
quindi non so cosa sia capitato esattamente, dopo. forse il calo adrenalinico di essere fottutamente in mezzo ad un sacco di gente, quasi avessi rimosso il fatto avevo dato io il la a tutta 'sta cosa. sta di fatto che nella mia stanzettina, con un gabazzo di briosches avanzate, tutto ha cominciato a venir giù. nessun segnale, inaspettatamente, precipitosamente. quasi mi si fosse spalancata di fronte tutta la mia irrealizzata insoddisfazione. come se il totem di acciottolati da corrente di fiume fosse durato un cazzo, rovinando disordinato a terra, finendomi pure sui piedi. ho avuto l'improduenza, stupidina, di accostare per un attimo la contentezza della sera prima, per lei, al posticcio che mi si trovavo di fronte: irrealizzato, incompleto, insoddisfatto, frustrato, spossato dalle strutture, ciurlandomi nelle contingenze che sembrano girar meglio, verso cui mi sembra una bestemmia lamentarsi, ma che poi, appunto, rinsaldano la struttura. che è questa cosa qui, da cui sembra io non riesca a venir fuori. come una specie di eterno ritorno. l'impossibilità di ri-cominciare, re-iniziare: esser contento perché riesce a lei, con la spietata consapevolezza che il fatto funzioni a lei non ha nessun nesso causale col fatto possa riuscire a me. tutto questo mi scorre davanti, come una beffarda eterogenesi dei fini, mentre trillano i messaggi che si assommano sullo smartofono. ognuno dei quali mi ricorda - malgrado l'affetto di ciascuno di questi - che è passato un altro anno. ma è come se fossi bloccato dentro qualcosa che non riesco a farmi piacere del tutto, anche decisamente meno del tutto. con nettissima la sensazione sia io il primo responsabile di tutto ciò. come fossi un auto-sabotatore di una qualunque forma di re-inizio.
non c'è proprio un cazzo da festeggiare.
senza riuscire nemmeno a pentirmi troppo del malassorbimento verso coloro che, appunto, volevano augurarmi un pensiero. ad oggi non ho [ancora] praticamente risposto a nessuno. quel pomeriggio ho spento il telefono presto, molto presto. negandomi. ho tirato non pochi pacchi per la serata. tornato a casa sfinito e quasi strascicando i piedi, mi è pure preso un veloce pianto nervoso. mi son preparato una minestra invero anche piuttosto triste, rovesciandomi addosso anche un po' di brodo.
mi sono coricato presto. prima del solito. per farla finire il più veloce possibile quella merdosissima giornata genetliaca. solo. solissimo. la simbolica privazione di affetto e di relazioni con cui mi sono punito. forse sono le eco masochiste. forse rappresento la mia incapacità di uscire da questa solitudine, o forse la capacità pervicace di continuare a tenermici dentro.
non se ne esce.
c'era proprio un cazzo da festeggiare.
spento la luce, rinsaldate le coperte fino a metà guancia, fatto un sospiro profondo. finita [finalmente] la giornata. me l'ero immaginata diversa.
fanculo a tutto.

Saturday, February 16, 2019

mis-consociuti sentismi

quindi stavo attraversando le strisce pedonali di via sardegna. e per un attimo fugacissimo, ma netto, preciso, distinguibilissimo il tutto si è conciliato in un qualcosa di serenamente appagante.
è stata una sensazione strana. e per certi versi nuova, quasi mis-conosciuta.
tanto che la parte vigile, ininterrottamente speculativo-analitica ha suggerito una cosa tipo: ah, ma allora è così che ci si sente.
come a voler fissare il punto. come se la contezza di quella cosa fosse apparsa - tonda, luccicante, invitante - come salta fuori la palla di una mozzarella di bufala, maneggiata abilmente dal casaro.
è così che ci si sente.
io non so se e quando abbia mai avuto la possibilità di vivere un momento del genere. forse sì. boh. magari è già capitato, ma tutto il trambusto di questi anni ha scanocchiato talmente tanto la percezione dei ricordi, che mi manca, appunto, la percezione di averlo mai vissuto.
è così che ci si sente.
quando tutto sembra collimare in un equilibrio che è come mettere assieme tante, tante cose, e tutte stanno, per quel momento, al loro posto. che poi sarebbe dove devono esattamente stare, anche se nessuno ha mai fornito il manuale di montaggio. per una volta che la cosa è montata ti dai una significativa pacca sulle spalle. e si spalanca la suggestione: ah, ma è così che ci sente.
l'equilibrio omeostatico della serena soddisfazione di quel che si è fatto meritandosi cose, anche considerata la fatica fottuta per essersele meritate quelle cose, quel che si è, quel che si ha. tutta una sequela di imperfezioni, che in quell'attimo sono perfettamente combinate nel migliore modo possibile.
vero.
potrei fatturare il doppio, aver malattia e ferie pagate. potrei fare un lavoro che veramente mi piace. oppure, in modo meno altisonante, da non proprio l'ultimo della fila [al netto del ruolo che ho di fatto, oltre che l'autorevolezza costruita con una fatica piuttosto fottuta]. potrei aver messo da parte questa timidezza un po' inadeguata. o anche sapermi decidere di provare a costruire una relazione. potrei avere un pisello più grande e soprattutto molto più performante. potrei vivere in un appartemento più confortevole senza dover sentirmi poco più che uno studente, e senza dover aprire il divano letto tutte le sere. potrei essere più realizzato, arrivato, completo, rappacificato.
vero.
ma ci sarebbero reggimenti e reggimenti di cose, questioni, ambiti, contesti, situazioni che potrebbero andare peggio. ed anche molto peggio. il prodotto cartesiano di possibili eventi negativi per ciasuno dei punti di cui sopra, e magari altri. insomma, una fottia di peggio.
e quindi: è così che ci si sente.
quando tutto collima con quello percepisci essere in quel momento, unitamente a quello che hai - in termini materiali e non materiali. e soprattutto: va benissimo così.
quell'attimo è durato un attimo. poi giù rotolare addosso a un qualche altro pensiero. non che poi di colpo uno sta male. solo che quel pensiero netto, quel così che ci sente ha virato altrove.
come le composizioni dei sassi di fiume. si tratta di trovare il punto di scarico dei ciottoli arrotondati dalle acque. quel lavoro di allineare il centri di massa, in maniera scarichino esattamente sulla verticale, per non generare momenti volventi. a guardarle sembra impossibile stiano su, alcuni ciottoli sono disalllineati e ti chiedi: come farà a non cadere. ecco, una cosa così. disallineata e fugacissima, ma dove basta la componente normale di gravità.
in questi giorni, in queste settimane, più probabile in questi mesi è come se - pazientemente - si fossero collocati i ciottoli, sfruttando la componente normale.
tutto quello per cui farsi il culo è stato importante, quello che sono, quello che ho. i miei ciottoli. d'un tratto eccolo lì allineati, il piccolo totem, che è pure una ficata. apparso e poi scomparso, già intento a ragionar su altro. già oltre. un po' perché l'equilibrio è precario, quindi qualcosa verrà giù prima o poi. ma non importa. importa quel momento rapido ma netto.
allora è così che ci sente.

Tuesday, February 5, 2019

sul sogno che riporta [un po'] alla realtà

questa notte ho fatto un sogno. cioè. a dirla tutta ogni notte faccio sogni. a volte me li ricordo per bene e con dovizia di particolari. a volte sono talmente complessi che è un lavoro far una serie di sogni così [bi-cit.]. roba tipo a provar a far psichedelia con dell'acido lisergico. poi ovvio uno la mattina si sveglia più stanco di quando si coricò.
comunque.
nei sogni degli ultimi tempi, il coinquilino, mi manda su robe a raccontarmi cose che saprei già benissimo da me. la prendo dritta, senza arzigogolare giri eufemistici: ho [gran] desiderio di scopare. pochi infiocchettamenti col sentimento, poca necessità di scoprirsi corteggiatori, poca introspezione sul possibile cambio di paradigma per uscire dalla singletudine. no. no. scopare. a volte poi non ci riesco nemmeno nel sogno. anzi a raccontarla bene: non scopo pure lì. però è tutto un tentativo di arrivar lì in maniera spiralosa. avvicinarsi in maniera avviluppante e avvicinatesi a infilarsi nell'origine del mondo. quindi è limone duro. oppure gesti di accondiscendenza nel raccontare il volersi far prendere. a volte preliminari espliciti. a volte petting fatto in maniera rigorosa. ogni tanto si contempla quel concetto tanto desiderato, che si sostanzia nella visione da vicino di declinazioni cheratinicamente molto differenti.
il fatto è che le fattezze sono di donne piuttosto inventante dal boschetto della fantasia del coinquilino. magari unisco tratti di alcune altre metà del cielo incrociate il giorno prima, e se ne fa sintesi. ma nei sogni non mi trovo quasi mai in compagnia intima - invero magari in mezzo a situazioni affollate - di qualcuna di precisa.
il fatto è che questa notte ho fatto un sogno. ed è tutto il giorno che ci penso. a tratti in maniera struggente. mi è venuto pure di scriverci sopra un post [esticazzi]. ed il fatto è la fattezza della donna di questo sogno. il coinquilino, la notte scorsa, non si è preso la libertà di inventarsi alcunché. mi ha piazzato lì una donna ben precisa. incidentalmente l'ultima per cui ho perso la testa. in maniera, oserei dire, non propriamente ricambiata. donna a cui non pensavo da un po'. che non vedo e non sento da mesi. e che mi sarei financo prefissato di non incrociare per i prossimi lustri. e d'altro canto pure nel sogno desideravo non vedere, talmente era l'incazzo che mi porto dentro verso costei. quindi avrei voluto andarmene e lasciar casa sua insieme ad altri. che se n'erano andati, lasciando la porta aperta e me col tentativo di cercar le scarpe buone per uscirmene di lì pure io, il prima possibile, per riuscire a non incrociarla. ed intanto, mentre cercavo le scarpe, pensavo che con quella fottuta porta aperta sarebbe entrato una fottia di freddo. e avrei dovuto far in fretta ad andarmene. ma non trovavo le scarpe. fintanto che lei è arrivata, ha chiuso la porta con me dentro. non ci siamo scambiate molte parole. anche perché è stato un attimo e quindi era tutto un turbinare di lingue. ma poi non ci siamo mica fermati. abbiamo continuato fuori, all'aperto, con questo grande fottesega se eravamo in un prato in mezzo alla città e ci potevano vedere.
nemmeno a 'sto giro onirico ho chiuso la questione copulatoria.
però mi son svegliato molto turbato. e lo sono ancora un po' ora. dopo dieci ore e mezzo di ufficio ed una birra che mi sta regalando molto reflusso, in cui ho raccontato un pezzo di sogno, e mi son preso pure un tentativo di ramanzina.
in tempi andati avrei avuto reazioni variegamente ossessive, per quanto ammantate di roba sciropposa. da giovane l'avrei interpretata come la prova provata che quello era il segno del mio amore immarcescibile per costei, senza che costei dovesse venirne necessariamente a saperlo in tempi brevi [è capitato un paio di volte, bastava cambiare la costei], in parte perché pensavo di aver davanti un tocco di eternità, un po' perché se l'avesse saputo avrebbe potuto dirmi di no, e addio sogno. in tempi più recenti sarebbe partito il filme su cosa escogitare per favorire quell'incontro inevitabile e onusto di cose belle. poi solo un filme sarebbe rimasto, con proiezione quindi dibattito tipo cineforum tra i presenti: io e il coinquilino. ma tant'è.
questa volta è un po' diverso. al netto del turbamento di ora, che magari domani chissà cosa sarà rimasto.
il fatto è che rimette un po' le cose in prospettiva. e che mi ricorda cosa sono, e cosa forse vorrei.
mi ricorda che ho voglia di scopare, figurarsi se me lo dimentico. ma quella è veramente robetta in confronto a quel rapimento, al fatto di perder la testa. che poi, appunto, perdere la testa, è fottersene dei construtti razionali, che ti raccontano che quel desiderare quella persona è cosa assai poco razionale. come tutte le considerazioni intorno a costei. a partire dal fatto - probabilmente - abbia più nodi da sciogliere lei. per arrivare al fatto che è una che ha deciso di stare almeno ad un fuso di distanza dalla casa che i suoi le hanno costruito, che è a dieci minuti a piedi da qui, da dove scrivo.
mi ricorda che le varie pre-possibilità, di costruire qualcosa che assomigli ad una relazione normale, le sfoglio come un margherita abbastanza spetalizzata perché son compromessi, un filo al ribasso. un po' più che scopare. molto, molto di meno quel senso di cosa che non è nemmeno una questione di turbinare di farfalle nello stomaco. ma quella cosa di cui intuiamo la potenza generatrice che alberga in noi poche, pochissime volte. e che rimane, comunque in noi, anche se ci si scontra, magari dopo pochissimo tempo, con la quotidianità del calzino lasciato disordinato accanto al letto, col suo afrore di poco fresco.
già.
le cose reali.
ho smesso di far sistematicamente a botte con il principio di realtà. anche solo per il fatto mi stessi accorgendo continuavo a pigliarle e basta. quindi so benissimo che non è costei il vertere della questione, e che rinuncerò ad incrociarla, rinunciando a possibili situazioni, contesti, persone. so che quel perdere la testa è molto poco probabile si sostanzi in qualcosa che, da potenza generatrice si faccia atto, continuo ed appagante. il caso è molto poco favorevole. figurarsi se mi ci metto a fidarmicivisi.
io quella cosa lì, che ho dentro di me, l'ho percepita per mezzo di persone improbabili. tanto che scrivo post, in una congiuntura ormai quasi strutturata di singletudine. l'ho percepita ed è una ficata pazzesca. forse ricapiterà. boh. spero di esser più pronto e meno titubante nell'afferrarla, come stamanimi hanno augurato. anche se magari poi finirà nello stantio di un calzino un po' usato.
forse è questo il vero portato di quel fottuto sogno. mica quella che chiudeva la porta e cercava la mia lingua con la sua.
lo so che quando cercherò di scopare con una, mooooooooolto probabilmente, sarà una cosa ben diversa.
lo so.
però quella cosa bellissima non credo si offenderà, se mi accontenterò di provare a scopare. lei è ben superiore a queste cose. figurarsi se non posso farmene una ragione pure io. anche se significa non perder più la testa. e poi, d'altro canto, ho dato da quel punto di vista. sbagliando del tutto le persone. ma importa fino ad un certo punto.
è aver percepito il cielo, oltre gli spermatozoi che l'unica forza che c'è in noi.
qualcuno di un po' incompiuto ci sta possa esserci.
nel frattempo, se riesco, proverò a scopare. chiaro, mi accontenterò. quindi, come dice la tradizione popolare, potrei anche godere.
appunto.

Saturday, February 2, 2019

un qualcosa sulle candelore ed il baffo della nike

quindi mi è sovvenuto quel ricordo dell'evocar di matreme. raccontò, una volta, che quell'anno, nei giorni in cui ero lì lì per nascere, si fece tutte le candelore del circondario. un po' per far passare il tempo, i giorni di attesa tutti uguali, in attesa arrivasse quello più uguale di tutti gli altri. un po' - penso - come gesto apotropaico, che a crederci lo si eleva a momento di devozione e soprattutto richiesta di protezione alla madonna. un po' - forse istintivamente - a secernere prostoglandina [mi pare si chiami così], l'ormone che favorisce le contrazioni, quindi il travaglio, quindi la nascita del pargolo. ['sta storia della prostoglandina la raccontò l'amico omar. eravamo nella stanza dei carbonari, vent'anni fa, dall'altra parte della strada di là dentro, dove io ristò con qualche serenità in più, ma con convinzione mai troppo radicata. allora l'amico omar ci erudì col fatto che in campagna, quando la donna era lì lì per partorire, o la si mandava a far fieno o qualche altra attività un po' faticosa, o la si trombava. la prostoglandina è secreta dal corpo umano con lo sforzo, oltre che presente nello sperma. non ho mai approfondito. però mi è rimasta in mente, 'sta cosa].
dicevo.
le candelore che si fece matreme.
mi son tornate alla mente perché ne ho viste passare almeno un paio, nei rapidi feisbucchiamenti di oggi. la cosa più interessante è chi l'ha condiviso, e con quale aura di contorno. donne non proriamente religiosisssssssssssime, anzi. e rappresentazioni molto sincretiche, evocanti paganamente il mito della madre terra. nel senso di femmine che germinano, e queste femmine sono rappresentate sotto terra. e sopra la candela. che è un po' fuoco che ha purificato la terra, con tutti i falò di sant'antonio di un paio di settimane fa, un po' luce, visto che finalmente le giornate si sono allungate di un po', e un po' devozione a qualcosa che ci sovrasta, non foss'altro perché ci sappiamo mortali et finiti. il fatto ci sia arrivata la madonna mi sembra un'interessante ri-brandizzazione di qualcosa di più ampio, antico, fondante. oltre che ricordarsi che si è usciti vivi dall'inverno. cosa che oggi ci sembra tutto sommato normale. ma che così scontata non lo era, da queste latitudini in su, fino a non molto tempo fa: il tempo, per l'umanità, conta con ben altri clock.
sì. sarà che invecchio. sarà che non scopo. sarà che si può esser scettici razionalisti, ma quel intuire l'eco di quello che ci portiamo dentro da tempi immemori, è qualcosa di emozionante. o forse necessario. o forse strutturante nel suo essere rasserenante. come se si capisse meglio. come se si risuonasse più armonicamente. una cosa non molto diversa dalla storia dell'albero di kiwi, e il cogliere dei suoi frutti. kiwi che peraltro ora sono dolcissimi, che è un piacere mangiarseli.
come se le intuizioni di tutti quelli che ci hanno preceduto, ognuno il suo granellino, si fossero ammassate, condensate, macerate, raffinate. per poi distillarsi in una specie di tintura madre che e lì, e basta saperla intuire. o riuscire ad avere quella serenità ad ascoltarne i riverberi flebili, ma convinti.
e a valle di questa specie di pre-psicopippa ho anche pensato che forse - forse - c'è pure una qualche relazione con un altro aspetto. che poi è il fatto che, secondo me, questi sono giorni molto interessanti, come tutto quello che si porta appresso un qualche paradosso. perché questi giorni dell'anno sono - mediamente - i più freddi. forse l'effetto accumulo dell'inverno, che detta i suoi rigori da due mesi o più. che ha suggestionato, in tempi andati e da una parte, la tradizione popolare, e suggerito l'invenzione dei giorni della merla; in tempi più recenti, e dall'altra parte, il constatare del picco delle influenze. nel senso che prima si moriva senza domandarsi troppo sul perché.
però sono giorni, appunto, dove le giornate ormai conquistano convinte minuti di luce, inesorabili. e poi - mediamente - tutto volgerà al meglio in maniera molto più rapida. l'inverno non è ancora finito, anzi, se ne sente tutto il peso proprio ora. ma poi sarà cosa veloce accorgersi che se n'è venuti fuori. quindi questi sono i giorni della svolta. per questo sono interessanti. come sapere di un cambiamento, quel frangente prima accada. e venga fuori il gomito. quella cosa che dopo esser sceso lento ed inesorabile, molto più tosto torna a guardare verso l'alto, in un guizzo.
ho qualche dubbio ci abbiamo mai pensato apposta. ma mi è venuto in mente, a quel punto del vagolar coi pensieri, il baffo, il logo delle nike. che poi è rubato dal greco, Nίκη, la vittoria.
probabilmente è un caso.
o fore l'eco archetipo. flebilissima, ma persistente.