renzie non mi piace. a costo di far la fine dell'ultimo giapponese che resisteva sull'isoletta. renzie non mi piace, e sono pure così sgarbato da chiamarlo renzie in loco di renzi. sgarbato e mica tanto sul pezzo. perché renzie lo chiamavamo i suoi dileggiatori qualche mese fa. ora mi pare abbiano smesso di chiamarlo così. non tanto perché non sia altrettanto dileggiato, ma forse perché è stato tante altre cose in così poco tempo. renzi non mi piace anche se ha preso il 40.8%. anche per il semplice fatto che in quel 40.8% c'è dentro pure il mio voto. coinciso, temporalmente, con l'inizio del tunèl personalissimo: anche se non c'è un nesso causale, ovvio. dentro quel 40.8% c'è dentro anche il mio perché votai pidddddì, per votare tre candidati di area civatiana, ad essere precisi e pedissequi. ci son dentro anch'io quel fottuto 40.8%, brandito come l'autorizzazione ad essere quel modo di porsi e di fare, mentre io non sarei proprio per nulla d'accordo su quel modo di porsi e di fare. quindi, anche se faccio la fine dell'ultimo giapponese che resisteva sull'isoletta, io col cazzo che ho votato pidddddddì, acconsentendo a quell'eterogenesi dei fini.
avevo già sproloquiato con altri quattro post, verbosissimi e logorroici, come questo del resto, su costui. scrivevo che non mi piaceva, lo acclarai da subito, per dichiarare ai tre di passaggio la mia pregiudiziale. ma date le condizioni date, mi mettevo con la migliore obiettività possibile alla finestra, per vedere che sapeva fare. avevo azzardato anche il fatto che stesse sparando le cartucce migliori per far il pieno alle europee, e con quella forza ribaltare tutto ed andare ad elezioni per assogettare anche i gruppi parlamentari. a dire il vero non l'ho scrissi, ma lo pensai, giuringiurello. il botto alle europee il piddddì, l'ha fatto. anche se io ho votato tre persone diverse da lui. e soprattutto non ho votato lui. e soprattutto non ho votato per delle cose che, tra l'altro, sono un po' lontane da quel che lui stesso indicava, prima di diventar segretario e quindi marciar democraticamente a prendersi il governo [il democraticamente è ironico, ovvio, visto che lui l'investitura democratica dice di averla presa ex-post]. tralasciando che sono istanze che porta avanti da anni la parte politica cui si dovrebbe contrapporre [e a 'sto giro non vale il paradigma che se una cosa è giusta non c'entra chi la dica. a mio parere, ovvio].
renzi non mi piace per lo stesso motivo per cui, da subito, mi sono sentito antiberlusconiano, e per cui ho impiegato mezza giornata a capire che anchel'altro capopopolo era un qualcosa di molto sòla. credo ci sia di mezzo la questione del narcisismo e dell'ego debordante. caratteristica per cui ho un bias che ora mi fa partire pure un po' d'incazzo. non foss'altro perché ne ho incrociati da vicino abbastanza per inquinarmi l'esistenza, io nevroticamente understatement. credo che il problema non sia solo delle mie idiosincrasie di ritorno, ma anche un approccio alla costruzione della classe dirigente con cui collabori e che sono necessari. il narcisista tende a circondarsi di persone ossequiose e più o meno consapevolmente prone ad esaltare il loro lidèr. e il fatto siano giovani e/o nuove e/o donne non è mica condizione sufficiente per garantire che siano meglio di quello che hanno sostituito. e il cielo sa quante altre persone nuove, giovani, sono tecnicamente più meritevoli e in grado di far meglio, pur avendolo appoggiato. che riescono a sottrarsi alla fascinazione dell'uomo solo al comando, che risolve volitivamente le cose. questo paradigma è la iattura per una nazione. e difatti ci siamo ricascati. probabilmente perché siamo un popolo molto immaturo, che si lascia abbindolare facile. e sarà pure la democrazia, figurarsi, e purtroppo non possiamo far dimettere il popolo. ma evidentemente qualcosa non torna, e non è solo perché ci sono i poteri forti che resistono, o le gerontocrazie che non passano la mano. ovvio che ci sia anche questo. ma non sarà un mantra per auto-assolversi e, appunto, aspettare che qualcuno ci pensi lui: se poi magari comunica con naturalezza e disintermediato col popolo tanto meglio. non se ne esce delegando in maniera quasi fideistica, anche se uno ha il tuit giusto ed efficace. se ne esce tutti assieme prendendo consapevolezza della partecipazione. per questo falliremo, e tutto sommato lo meritiamo. il problema è che ne faranno le spese le persone più deboli, e coloro che non potranno permettersi le sovrastrutture più o meno sanitarie e di welfare, che passano per altri canali.
renzi non mi piace. non mi è mai piaciuto. proprio per una questione di simpatia personale: su cui sono stato financo redarguito. non si sceglie il futuro lidèr sulla base di una antipatia o simpatia. come ogni chiosa, più o meno sloganistica, si porta appresso del vero come il suo contrario. è una questione personale perchè ho pochissima stima per i narcisisti spinti coll'ego debordante. e credo che da questo vengano cose che non ti permettono di far al meglio il lidèr di una nazione. sulla questione attuale dell'articolo 18 si sta consumando l'ennesima declinazione di atteggiamenti che mi lasciano perplesso e mi convincono poco. al netto di cosa possa pensare o importare di quella istanza [purparlè, credo debba essere esteso, non eliminato. non penso che toglierlo faccia ripartire nulla di che, né elimini l'apartheid - meco, per la serie, le parole sono importanti - tra chi lavora. ma non è questo il punto centrale del mio ragionar logorroico]. è stato assunto a valore simbolico, da una parte e dall'altra, con tutte le conseguenze da stracciamento delle vesti che creano i simboli. per quanto non originalissima come opinione penso sia stato scelto artatamente per sparigliare le carte, per distrarre l'attenzione, per ri-posizionare un ruolo. scelto da renzi e/o i suoi spin doctor. qualcuno comincia a stancarsi di questo gran sparar di fuochi artificiali, e lo scrive, lo dichiara, lo fa sapere. se sono i poteri forti sono gli stessi che non si sono messi di traverso, quando non hanno plaudito riconoscendolo come ultima speranza per l'italia, acciocché diventasse primo ministro con una manovra avvolgente e hashtag azzeccati [che gli si ritorceranno contro, quando passerà anche lui].
io non l'ho mai plaudito, non ho mai pensato fosse l'ultima speranza, non fosse per il rispetto alle nazioni con decisamente meno speranza della nostra. non ci scrivevo da un po', anche per il semplice fatto pensavo non fossero 'ste grandi idee che mi frullavano nella testa, anche lì logorroicamente. ora ci scrivo invece sopra. non sono convinto siano 'ste grandi idee, ma sono comunque le mie, e quindi io lo faccio: foss'anche fossi come l'ultimo giapponese che sta sull'isoletta. occhei, è ancora tutto molto logorroico. ma c'è dietro quasi una specie di flusso di idee, che ha un vago sapore autoterapico. ci scrivo di nuovo sopra. senza che siano psicopippe più o meno contumeliche, bensì qualcosa che sta fuori di me, per quanto mi faccia incazzare. e non credo sia del tutto scorrelato a quanto accaduto poche sere fa. il giorno iniziato in un modo, financo amaro, mentre la sera, davanti ad una birra - articolo 18 o meno, della cui tutela non godo più da anni - ho visto un chiarore là in fondo al tunèl. quello in cui mi son trovato infilato in concomitanza del 40.8% di cui sopra. e che ora, a maggior ragione, mi fa scrivere #nonprovarafarloinnomemio[checihol'incazzofuoridaltunèl].
Sunday, September 28, 2014
Wednesday, September 17, 2014
polistrumentismi [ma è solo un viaggio nella mia mente satura di minchiate]
l'applicazione mappe dello smartfòn dice che quello che vedo scorrere a pochi passi da me è il lambro. è un rigagnolo incementato, stretto quanto una corsia di una strada nemmeno troppo importante. ad occhio e croce non mi torna. il lambro sta verso est. qui siamo verso ovest. navigli a parte qualcosa non va.
però so di essere arrivato, lì all'angolo, dall'altra parte del rigagnolo incementato, che scorre verso est, da ovest che proviene. ho acceso l'applicazione mappe e mi guardo lo smartfòn per pura formalità: so dove mi trovo - nome del rigagnolo a parte - e so abbastanza dove dovrei andare. e quindi forse lo tengo in mano per riflesso condizionato, una specie di coperta di linus ex-ante. perché ora che sono arrivato devo pur entrare in questo posto che pensavo al chiuso, invece è un giardino all'aperto. scopro che lì c'era una discarica a cielo aperto, ed invece hanno riconquistato il verde che c'era sotto la discarica. e quindi leggo l'elenco delle piantumazioni, delle florodiversità. leggo tutto in una bella mappa da progettazione di giardini, scala uno a qualche-centinaia. lì accanto scorre l'olona, c'è scritto per inquadrare nella toponomastica circostanziata quel fazzolettone di verde. ecco. appunto. che sia l'olona mi torna, decisamente. continua ad essere un rigagnolo incementato, ma in quel disegno pare abbia tutt'altra dignità.
ecco. sì. i cartelli appesi, delicatamente, tra un albero e l'altro li ho letti. ora bisognerà aspettare che inizino a suonare. perché non so mica bene perché sono arrivato lì. c'era un invito ad un evento feisbuch cui sono stato invitato dalla cuggggggina. e per la seconda volta in due giorni vorrei farle la sorpresa. ed arrivare senza dirle nulla. e per la seconda volta in due giorni lei non c'è. e questa volta non risponde neppure al messaggino uotsappinico. quindi sono solo, senza sapere bene perché. o meglio: a dirla tutta trovo una sottilissima soddisfazione. sono uscito di casa senza nemmeno una titubanza. senza sincerarmi di nulla tranne dell'indirizzo e dell'orario. senza nessuna considerazioni a margine di quello che avrei potuto fare altrimenti, delle altre persone che avrei potuto invitare. ma che ovviamente non avrei invitato.
quindi son solo.
anche senza scorrere le notifiche di feisbuch mi pare che tutti gli altri siano serenamente soddisfatti, e lì a passare in compagnia una serata. io mi sento estraneo. e solo poco perché non conosco nessuno. ed è comunque abbastanza buio per non riconoscere di vista qualcuno, posto che ci sia. mi sento estraneo perché mi sembrano tutte persone che - mi son fissato - fanno cose e gli riescono, cose che sento oltremodo inattuabili per me. non c'è più nemmeno il senso di inferiorità. non c'è mai stata invidia. è proprio un senso di alterità. loro sono quelli delle istanze che sono negate a me [o mi sono negato]. tutto molto serenamente. tanto che non mi sento financo nemmeno troppo a disagio. come se tutti sapessero più o meno qual è, se non il senso, la propria condizione, e la vivessero senza particolare preoccupazione. a me spetta quella un po' solinga, ontologicamente. non butto nemmeno l'occhio alle fanciulle. tanto non sono in grado di costruire un rapporto. figurarsi mantenerlo, in senso ampio. e so che le luisnghe della fase lisergica è solo un espediente. perché passa, come le farfalline nello stomaco. e quindi c'è l'incomprensibile quotidianità: questa è la mia condizione. ma ormai mi trovo a mio agio nella mia alterità percepità, tanto che potrei esser scambiato per uno di loro. di quelli degli altri, con una vita dove riescono quelle cose lì, "normali". dove per normale bisogna intenderla con tanto, tanto, tanto, tanto rispetto. è vero son lì da solo, che giocherello col bicchiere di plastica che prima c'era dentro del vino bianco. un'altra piccola coperta di linus. ma forse non sono nemmeno l'unico, lì solo. devono esserci alcune signore, verosimilmente oltre che coeve di matreme.
poi inizia la musica.
e tutto trascolora. perché ne vengo assorbito. anche se ovviamente non ballo, e farlo su alcuni brani di pizzica è una specie di evento contro-naturale. e quindi ascolto. ascolto, provo immergermi e sintonizzarmi con il trasporto armonico-ritmico che stanno ammaestrando a seguirlo quelli sul palco. mi colpisce la vibranonista dell'altro gruppo, quello che osa delle belle sintesi sincritche tra musica popolare meridionale [d'italia] e sonorità e modi di quella della madre africa [centro, centralissima, quella nera, da dove un po' veniamo tutti. razzistixenofobidimmmmmerda compresi]. è il gruppo che osa. la vibravonista esegue e suona, dalle retrovie, peraltro: non so quanto osi lei, però saranno i capelli un po' ricci, e non fa nulla se non è proprio giovanegiovanissima. tanto posso solo osservarla con il distacco rassegnato della mia alterità. scoprirò più tardi che probabilmente la cugggggina la conosce. perché è tutto un grosso paesone questo qui, in questi contesti.
ecco. per fortuna che c'è stata la musica. forse è per quello che ci sono andato. per ascoltarla, con involontario richiamo dell'esecuzioni dal vero. e a dirla tutta il post voleva essere sui pensieri guardando quelli che suonavano. poi è uscito diverso, il post. più o meno come tutto quello che pensavo dovesse venire in questo punto di questa situazione, dove alla fine vivo, con la serena rassegnazione, questa condizione di alterità.
stop.
però so di essere arrivato, lì all'angolo, dall'altra parte del rigagnolo incementato, che scorre verso est, da ovest che proviene. ho acceso l'applicazione mappe e mi guardo lo smartfòn per pura formalità: so dove mi trovo - nome del rigagnolo a parte - e so abbastanza dove dovrei andare. e quindi forse lo tengo in mano per riflesso condizionato, una specie di coperta di linus ex-ante. perché ora che sono arrivato devo pur entrare in questo posto che pensavo al chiuso, invece è un giardino all'aperto. scopro che lì c'era una discarica a cielo aperto, ed invece hanno riconquistato il verde che c'era sotto la discarica. e quindi leggo l'elenco delle piantumazioni, delle florodiversità. leggo tutto in una bella mappa da progettazione di giardini, scala uno a qualche-centinaia. lì accanto scorre l'olona, c'è scritto per inquadrare nella toponomastica circostanziata quel fazzolettone di verde. ecco. appunto. che sia l'olona mi torna, decisamente. continua ad essere un rigagnolo incementato, ma in quel disegno pare abbia tutt'altra dignità.
ecco. sì. i cartelli appesi, delicatamente, tra un albero e l'altro li ho letti. ora bisognerà aspettare che inizino a suonare. perché non so mica bene perché sono arrivato lì. c'era un invito ad un evento feisbuch cui sono stato invitato dalla cuggggggina. e per la seconda volta in due giorni vorrei farle la sorpresa. ed arrivare senza dirle nulla. e per la seconda volta in due giorni lei non c'è. e questa volta non risponde neppure al messaggino uotsappinico. quindi sono solo, senza sapere bene perché. o meglio: a dirla tutta trovo una sottilissima soddisfazione. sono uscito di casa senza nemmeno una titubanza. senza sincerarmi di nulla tranne dell'indirizzo e dell'orario. senza nessuna considerazioni a margine di quello che avrei potuto fare altrimenti, delle altre persone che avrei potuto invitare. ma che ovviamente non avrei invitato.
quindi son solo.
anche senza scorrere le notifiche di feisbuch mi pare che tutti gli altri siano serenamente soddisfatti, e lì a passare in compagnia una serata. io mi sento estraneo. e solo poco perché non conosco nessuno. ed è comunque abbastanza buio per non riconoscere di vista qualcuno, posto che ci sia. mi sento estraneo perché mi sembrano tutte persone che - mi son fissato - fanno cose e gli riescono, cose che sento oltremodo inattuabili per me. non c'è più nemmeno il senso di inferiorità. non c'è mai stata invidia. è proprio un senso di alterità. loro sono quelli delle istanze che sono negate a me [o mi sono negato]. tutto molto serenamente. tanto che non mi sento financo nemmeno troppo a disagio. come se tutti sapessero più o meno qual è, se non il senso, la propria condizione, e la vivessero senza particolare preoccupazione. a me spetta quella un po' solinga, ontologicamente. non butto nemmeno l'occhio alle fanciulle. tanto non sono in grado di costruire un rapporto. figurarsi mantenerlo, in senso ampio. e so che le luisnghe della fase lisergica è solo un espediente. perché passa, come le farfalline nello stomaco. e quindi c'è l'incomprensibile quotidianità: questa è la mia condizione. ma ormai mi trovo a mio agio nella mia alterità percepità, tanto che potrei esser scambiato per uno di loro. di quelli degli altri, con una vita dove riescono quelle cose lì, "normali". dove per normale bisogna intenderla con tanto, tanto, tanto, tanto rispetto. è vero son lì da solo, che giocherello col bicchiere di plastica che prima c'era dentro del vino bianco. un'altra piccola coperta di linus. ma forse non sono nemmeno l'unico, lì solo. devono esserci alcune signore, verosimilmente oltre che coeve di matreme.
poi inizia la musica.
e tutto trascolora. perché ne vengo assorbito. anche se ovviamente non ballo, e farlo su alcuni brani di pizzica è una specie di evento contro-naturale. e quindi ascolto. ascolto, provo immergermi e sintonizzarmi con il trasporto armonico-ritmico che stanno ammaestrando a seguirlo quelli sul palco. mi colpisce la vibranonista dell'altro gruppo, quello che osa delle belle sintesi sincritche tra musica popolare meridionale [d'italia] e sonorità e modi di quella della madre africa [centro, centralissima, quella nera, da dove un po' veniamo tutti. razzistixenofobidimmmmmerda compresi]. è il gruppo che osa. la vibravonista esegue e suona, dalle retrovie, peraltro: non so quanto osi lei, però saranno i capelli un po' ricci, e non fa nulla se non è proprio giovanegiovanissima. tanto posso solo osservarla con il distacco rassegnato della mia alterità. scoprirò più tardi che probabilmente la cugggggina la conosce. perché è tutto un grosso paesone questo qui, in questi contesti.
ecco. per fortuna che c'è stata la musica. forse è per quello che ci sono andato. per ascoltarla, con involontario richiamo dell'esecuzioni dal vero. e a dirla tutta il post voleva essere sui pensieri guardando quelli che suonavano. poi è uscito diverso, il post. più o meno come tutto quello che pensavo dovesse venire in questo punto di questa situazione, dove alla fine vivo, con la serena rassegnazione, questa condizione di alterità.
stop.
Sunday, September 14, 2014
post lamentoso, e sulla personalissima azione finalistica, in quanto essere vivente [e ben sapendo che sto mischiando i piani]
il progetto dà ragione dell'essere e l'essere ha senso soltanto in virtù del suo progetto. [pag 36]
questo è un chiasmo. ed è un chiasmo filosofante. quindi mi richiamerebbe financo la canzoncina che mi sono sentito l'altro pomeriggio. tecnicamente spararsi una succulente discografia del cantautore di pavana, trasversale negli anni della produzione, è un modo sui generis di tirarsi su il morale. o qualcosa che gli si approssima. difatti non è che abbia funzionato sto granché. però, in compenso, ho ascoltato delle gran belle canzoni.
teleonomicamente non ci sto capendo un cazzo. e uso un avverbio, che forse non esiste, e lo uso in maniera brandente. solo che sto leggendo questo libercolo che non è molto romanzato. difatti rileggo tre volte ogni periodo. e anche così probabilmente non ci sto capendo molto più che un cazzo.
per dirla tutta la teleonomia del libro è qualcosa di più alto e generico della mia, decisamente più personalissima ed ombelicalicissima. però è stato ed è un rientro complicato nella città. perché di colpo mi sono trovato nell'inazione e nell'incartamento di quarantacinque giorni fa. io mi son pure illuso che bastasse il fatidico ed operoso mese d'agosto per ricominciare. ma se ha funzionato una paio d'anni fa, non è che sia sempre una festa ricominciante. in compenso:
per quanto so, con serena consapevolezza, che le mie son macerie piccole, da dilettante dell'esistenza che pare essere buttata nel cesso. però, appunto, son le mie. e nella mia mediocrità bastano per soverchiarmi, acciocché fatichi ad aver voglia di mantenermi vivo. per intenderla come citazione, ovvio.
nulla di particolarmente nuovo. appunto. a parte le miGlioni di ore passate a smoccolarci sopra. che sono passate, appunto. andate. e non torneranno più. mentre io continuerò nella mia noiosissima lamentazione. magari è financo questa la mia teleonomia.
[per il momento, accidenti guarda che scelta di vita, ho deciso che non "userò" quel cazzo di feisbuch. perderò un po' di spunti dell'amico itsoh, peccato. lo controllerò giusto per verificare se qualcuno si mette in contatto o interagisce con me, su quel canale soscial. la vita di tutti gli altri mi sembra così più [insopportabilmente] interessante. non è così, lo so. ma così la percepisco. perché avvelenarmi il sangue, per quanto solo a causa di me solo medesimo?]
[ed a proposito: certo che ne avete di gran voglia di buttar il tempo ad interloquirmi e seguire i miei deliri falliti]
questo è un chiasmo. ed è un chiasmo filosofante. quindi mi richiamerebbe financo la canzoncina che mi sono sentito l'altro pomeriggio. tecnicamente spararsi una succulente discografia del cantautore di pavana, trasversale negli anni della produzione, è un modo sui generis di tirarsi su il morale. o qualcosa che gli si approssima. difatti non è che abbia funzionato sto granché. però, in compenso, ho ascoltato delle gran belle canzoni.
teleonomicamente non ci sto capendo un cazzo. e uso un avverbio, che forse non esiste, e lo uso in maniera brandente. solo che sto leggendo questo libercolo che non è molto romanzato. difatti rileggo tre volte ogni periodo. e anche così probabilmente non ci sto capendo molto più che un cazzo.
per dirla tutta la teleonomia del libro è qualcosa di più alto e generico della mia, decisamente più personalissima ed ombelicalicissima. però è stato ed è un rientro complicato nella città. perché di colpo mi sono trovato nell'inazione e nell'incartamento di quarantacinque giorni fa. io mi son pure illuso che bastasse il fatidico ed operoso mese d'agosto per ricominciare. ma se ha funzionato una paio d'anni fa, non è che sia sempre una festa ricominciante. in compenso:
- sono passati due anni rispetto a quel ripartente mese d'agosto;
- sono passati quarantacinque giorni da quando mi sentivo inattivo e incartato prima di lasciar la città;
- ci son circa due metri quadrati in più, piastrellati in maniera sui generis ed involontariamente supponenti, dal punto di vista artigiano, nel bagno di matreme.
per quanto so, con serena consapevolezza, che le mie son macerie piccole, da dilettante dell'esistenza che pare essere buttata nel cesso. però, appunto, son le mie. e nella mia mediocrità bastano per soverchiarmi, acciocché fatichi ad aver voglia di mantenermi vivo. per intenderla come citazione, ovvio.
nulla di particolarmente nuovo. appunto. a parte le miGlioni di ore passate a smoccolarci sopra. che sono passate, appunto. andate. e non torneranno più. mentre io continuerò nella mia noiosissima lamentazione. magari è financo questa la mia teleonomia.
[per il momento, accidenti guarda che scelta di vita, ho deciso che non "userò" quel cazzo di feisbuch. perderò un po' di spunti dell'amico itsoh, peccato. lo controllerò giusto per verificare se qualcuno si mette in contatto o interagisce con me, su quel canale soscial. la vita di tutti gli altri mi sembra così più [insopportabilmente] interessante. non è così, lo so. ma così la percepisco. perché avvelenarmi il sangue, per quanto solo a causa di me solo medesimo?]
[ed a proposito: certo che ne avete di gran voglia di buttar il tempo ad interloquirmi e seguire i miei deliri falliti]
Monday, September 8, 2014
homo artigianicus, stocazzo/2 - le speculazioni psicopipponiche
vero.
non ce la faccio.
a inibire le considerazioni psicopipponiche intendo. e quindi qualcuna me n'è scappata, durante la nevrosi artigiana di quest'anno, di cui il post precedente. e quindi, appunto, l'appunto a latere. un po' di spunti speculativi de noartri. per punti, che si legge meglio e forse il post viene meno logorroico.
non ce la faccio.
a inibire le considerazioni psicopipponiche intendo. e quindi qualcuna me n'è scappata, durante la nevrosi artigiana di quest'anno, di cui il post precedente. e quindi, appunto, l'appunto a latere. un po' di spunti speculativi de noartri. per punti, che si legge meglio e forse il post viene meno logorroico.
- la tesi del "volere è potere" mi è sempre suonata stridevolmente fascio. però, lo ammetto, reca come principio attivo uno spunto construens insopprimibile. che provo a riadattare. e verrebbe fuori una cosa del tipo: mettici della buona volontà, dei filmati di youtube del tipo "come si posano le piastrelle", capacità di farsi un po' di culo e fatica, e qualcosa viene fuori. al limite viene al di qua dell'ossessione perfezionistica. ma viene. [per quanto "volere è potere" è decisamente più coincisa. ma si sa, l'approccio fascio vuole concetti succinti e decisi];
- come corollario del punto precedente, magari non troppo succinto. forse compenso l'inesperienza artigiana con la capacità di "sopportare" un certo stress fisico ed emotivo. figurativamente riesco a lavorare come il classico mulo. peraltro, di nuovo, forse è grazie a questo che alcuni lavori con l'aziendina in via di cappottazione son venuti fuori facendo le classiche nozze coi classici fichi secchi. perché [tra l'altro] mi sono fatto un culo tanto. il problema è che si è in via di cappotazione e mi rimane giusto il classico pugno di mosche;
- in quanto più o meno legati al paradigma dell'uomo materico, tutto ciò che produce qualcosa di sostanzialmente, appunto, materiale è più apprezzato e apprezzabile dal punto di vista monetario di ciò che è etereo, immaeteriale, celebrale, di pensiero. questo significa che con le psicopippe difficilmente si riesce a sopravvivere. a meno che non ci si riesca ad infilare in talune situazioni massmediatiche. è che per entrarvicisi ci vuole una certa dose di culo [figurato e [forse] anatomico], pragmaticità self-marchettistica, sufficiente autostima, ed un buon agente. tecnicamente avrei giusto l'agente, in potenza. dubito sia sufficiente;
- corollario dle punto precedente: a sistemare il sifon del cesso all'idraulico non fa strano di possano pagare onorari di parecchie diecine di eurI all'ora. pubblicare in maniera rigorosa sul gueb, al limite lo chiedo all'amico del compagno di calcetto del collega del vicino di condominio del padrino di cresima del nipote della compagna del figlio di mio cuggggggino. ci pensa lui. non pubblica in maniera rigorosa? eccchiccazzosenefotte. è solo una cosa eterea pubblicata sul gueb;
- l'artigiano che ha imparato l'arte e l'ha messa da parte impiega un terzo del tempo, con meno materiale e - precipuamente - sporca di meno. però se la nevrosi artigiana la si esplica a casa propria le cose, inevitabilmente, si vorrebbero far in maniera ossessivamente perfezionistica;
- i concetti di bolla [nel senso di mettere in una supercie] e di squadra [nel senso di farvi convenire ortogonalmente due "fronti" che si incrociano] sono qualcosa che - ho il vago sentore - sono installati in maniera antropologicamente un po' fondante. anche per il fatto che debbono parteciparvi - stando in bolla ed in squadra - tutti gli elementi. così si è sicuri che i muri vengono su dritti e dagli spigoli formati da una continuità di testata d'angolo [concetto peraltro citato financo nei salmi. non che i salmi raccontino una qualche verità più o meno assoluta, ci mancherebbe. però è interessante, di nuovo, dal punto di vista antropolgico, seppur de noartri];
- le fughe coprono un sacco di storture. [tutto si può leggere polisemicamente, e funziona che è un piacere. tipo che è un'affermazione in bolla ed in squadra];
- l'animo e la componente speculativo-psicopipponico mi pervade più di quella
- artigiano-materico. tanto che quando tiro su muretti [più o meno in bolla ed in squadra] inevitabilmente speculo psicopipponicamente. mentre quando precipuamente speculo psicopipponicamente non riesco a tirar su un muretti [a prescindere da quanto volessi farlo in bolla ed in squadra];
- tendo ad andar lungo. sie nell'esecuzioni materiche. sia nei riassunti nevrotico-psicopippnico.
Saturday, September 6, 2014
homo artigianicus, stocazzo
anche in quest'estate ho dato. la compulsione di tipo artiginale, intendo.
un paio d'anni fa ho eradicato, derovizzato, sfoltito, tagliato, hard-gardenizzato. estate molto calda, e per certi aspetti bollente. sono in parte un po' rinato, mentre riducevo l'entropia di quella cosa fuori casa-hometown che non è più giardino, ma non ancora compiutamente bosco. [che poi il giardino che va per i cazzi suoi è sempre l'esempio che si fa per raccontare dell'entropia che aumenta, come enunciato dal secondo teorema della termodinamica. io, tecnicamente la riducevo. ovviamente il conto globale entropico era il cazzo di calore corporeo che mi squagliava sudoriferamente. che [mi] faceva un po' maschio che ha da puzzà. però, visto che l'epos maschile dovevo ricostruire, tra l'altro, tutto faceva gioco]. cane, da poco giunto, sempre accanto, a volte pure troppo col timore di zappare pezzi di terra e radici, unicamente a una qualche parte sua. e grandissime psicopippe e musica mentre mi occupavo di quello. psicopippe poi riportate in appositi post.
lo scorso anno ho tinteggiato. solo che il lavoro ha cominciato a non essere più solo stanchevolissimo rilassamento endorfinico, come l'estate precedente. ma l'ossessione di far la cosa originale, e financo curato nel dettaglio. a partire dall'accoppiata glicine-albicocca, con tanto di filetti a bordare il lato colorato. faceva, sì, meno caldo. ho lavorato su porzioni grandi, molto più grandi di quel che immaginavo. ho sottodimensionato lo sforzo necessario. mi son trovato solo e solo l'ho svangata. solo con la forza dei nervi. anche se risaputo che i nervi non hanno forza da soli [dai, quasi ne vien fuori un chiasmo interessante]. l'ho svangata nonostante la perfezione, nemica del buono, si è ben guardata di far capo dentro la casa-hometown. l'ho svangata colla certezza l'occhio mi sarebbe caduto inevitabilmente lì, dove il difettuccio si era pittorescamente manifestato. cosa che non è mai verificata, peraltro. cane, ingrassato, sempre accanto con un paio di baffi di vernice sul muso. tanta musica, iniziando sempre con una canzone precisa. qualche psicopippa, soprattutto meno ficcante - pensavo - per quanto finita sugli appositi post.
quest'anno ho costruito un muretto, sul piatto doccia. sono stato amichevolmente irretito avrei potuto farlo io. e che ce vo. "usa il gas-beton, vien su facile". "poi metti le piastrelle, avranno mica la scienza infusa i piastrellisti". "potresti farlo con questa geometria". dal punto di vista entropico avrei contribuito, ovvio. con le scintille che ogni tanto si verificavano nella prima parte di de-piastrellamento dell'esistente, quando sai che data la prima botta con la punta del mazzotto devi arrivare alla fine, con le piastrelle fugate e lo sporco dello stuco in eccesso lavato via. oltre che con la sorpresa di matreme - è il suo bagno, quello - al ritorno dal mare. alla paraculaggine a chiedere gli attrezzi un po' a chiunque. a tutto il karma che ho scomodato. è un'estate quasi fredda. di un anno tossicchiante di soddisfazioni e di speranze. ho fatto una cosa dentro la casa-hometown. uno sforzo in un metro quadro, contornato da piastrelle rosso-marrone-mattone, molto primi anni '80 a contornarmi. in mezzo alla polvere, a far quello che mai avrei immaginato: livella, colla per il calcestruzzo cellulare [volgarmente, appunto, detto gas-beton], piastrelle, misure, fresa grande, fresa piccola, amico incasinato che mi irretisce che posso farlo e e poi fa - sacrosantemente - i cazzi suoi ed io rimago col pisello un po' in mano, ma per fortuna continua a prestarmi attrezzi, macchina per tagliar piastrelle che ho cercato sul sito del produttore come cazzdo funziona, video per capire come far quello e quella operazione, prime piastrelle posate e quasi imbarzottito dal fatto fosse caduto un po' di sporco, ultime piastrelle posate dalle forme e dimensioni baroccheggianti e manate e ditteggiature di colla ovunque. è stato faticosissimo, lunghissimo, stressantissimo: volevo finire acciocché matreme entrasse nel suo bagno e trovasse quello che voleva fare e che non pensava avrebbe trovato, ma ci avrebbe pensato un muratore, dopo che il primo ci ha bidonato per due volte. è stato qualcosa che son riuscito a non farmi schiacciar troppo dalle mie ossessioni perfezionistiche. un po' anche perché dopo aver tagliato per quattro volte la stessa piastrella, pensi che va comunque bene così, e tanto poi manca anora la fuga a coprire i difettucci. è stata la cosa materica più complicata abbia fatto, ben lontano dalle operazioni e paradigmi dell'hard-gardening. è stata un'involontaria supponenza artigiana, quanto meno per una prima volta, peraltro complicazione che si è rivelata inutile: matreme lo immaginava decisamente più semplice. il cane, sempre più incollato ai piedi, inzaccherato di polvere rosso-mattone e probabilmente disturbato dalle frequenze ultra-soniche della fresa che modellava le piastrelle. niente musica. praticamente nessuna psicopippa., tanto che il post è una psicopippa ex-post. ma non sento le gudvaibrescion di quando accade durtante l'attività lavoratoria, ed il post mi si compone in mente, come dovessi semplicemente leggerlo. niente di tutto ciò, a 'sto giro. e mai come a 'sto giro avevo fatto niente di tutto ciò [azz, un altro chiaso. uau].
insomma. anche quest'anno è andata, pagato il fio al sussulto artigianus. ancora una volta ho [ri-]capito che là dove manca l'esperienza, compenso con il lavoro da mulo. nel senso che spremo polmoni, ghiandole sudorifere, articolazioni per venirne a capo. possibilmente con un lavoro che da quando è finito non titilli la mia ossessione perfezionistica nel fare qualcosa, ma forse mica solo in quello.
unica speculazione, a 'sto giro, dove ho costruito, con poco caldo e poca musica, non è stato piacevole dal punto di vista endorfinico, ma più che altro una sottile forma d'anZia, dove non riesco ad apprezzare appieno il risultato, non foss'altro perché sta chiuso ner cesso ed è lì, in un angolo doccioso.
però va bene così ugualmente.
torno - al momento, fino ad eventuale svolta - al codice più o meno webbistico. e pensare che, iperbolicamente [ma fino ad un certo punto] pure questo ha un'anima artigiana.
i post, come in tutto questo blogggghe del resto, non riescono a venir succinti. deve essere una questione di bloggggghe.
un paio d'anni fa ho eradicato, derovizzato, sfoltito, tagliato, hard-gardenizzato. estate molto calda, e per certi aspetti bollente. sono in parte un po' rinato, mentre riducevo l'entropia di quella cosa fuori casa-hometown che non è più giardino, ma non ancora compiutamente bosco. [che poi il giardino che va per i cazzi suoi è sempre l'esempio che si fa per raccontare dell'entropia che aumenta, come enunciato dal secondo teorema della termodinamica. io, tecnicamente la riducevo. ovviamente il conto globale entropico era il cazzo di calore corporeo che mi squagliava sudoriferamente. che [mi] faceva un po' maschio che ha da puzzà. però, visto che l'epos maschile dovevo ricostruire, tra l'altro, tutto faceva gioco]. cane, da poco giunto, sempre accanto, a volte pure troppo col timore di zappare pezzi di terra e radici, unicamente a una qualche parte sua. e grandissime psicopippe e musica mentre mi occupavo di quello. psicopippe poi riportate in appositi post.
lo scorso anno ho tinteggiato. solo che il lavoro ha cominciato a non essere più solo stanchevolissimo rilassamento endorfinico, come l'estate precedente. ma l'ossessione di far la cosa originale, e financo curato nel dettaglio. a partire dall'accoppiata glicine-albicocca, con tanto di filetti a bordare il lato colorato. faceva, sì, meno caldo. ho lavorato su porzioni grandi, molto più grandi di quel che immaginavo. ho sottodimensionato lo sforzo necessario. mi son trovato solo e solo l'ho svangata. solo con la forza dei nervi. anche se risaputo che i nervi non hanno forza da soli [dai, quasi ne vien fuori un chiasmo interessante]. l'ho svangata nonostante la perfezione, nemica del buono, si è ben guardata di far capo dentro la casa-hometown. l'ho svangata colla certezza l'occhio mi sarebbe caduto inevitabilmente lì, dove il difettuccio si era pittorescamente manifestato. cosa che non è mai verificata, peraltro. cane, ingrassato, sempre accanto con un paio di baffi di vernice sul muso. tanta musica, iniziando sempre con una canzone precisa. qualche psicopippa, soprattutto meno ficcante - pensavo - per quanto finita sugli appositi post.
quest'anno ho costruito un muretto, sul piatto doccia. sono stato amichevolmente irretito avrei potuto farlo io. e che ce vo. "usa il gas-beton, vien su facile". "poi metti le piastrelle, avranno mica la scienza infusa i piastrellisti". "potresti farlo con questa geometria". dal punto di vista entropico avrei contribuito, ovvio. con le scintille che ogni tanto si verificavano nella prima parte di de-piastrellamento dell'esistente, quando sai che data la prima botta con la punta del mazzotto devi arrivare alla fine, con le piastrelle fugate e lo sporco dello stuco in eccesso lavato via. oltre che con la sorpresa di matreme - è il suo bagno, quello - al ritorno dal mare. alla paraculaggine a chiedere gli attrezzi un po' a chiunque. a tutto il karma che ho scomodato. è un'estate quasi fredda. di un anno tossicchiante di soddisfazioni e di speranze. ho fatto una cosa dentro la casa-hometown. uno sforzo in un metro quadro, contornato da piastrelle rosso-marrone-mattone, molto primi anni '80 a contornarmi. in mezzo alla polvere, a far quello che mai avrei immaginato: livella, colla per il calcestruzzo cellulare [volgarmente, appunto, detto gas-beton], piastrelle, misure, fresa grande, fresa piccola, amico incasinato che mi irretisce che posso farlo e e poi fa - sacrosantemente - i cazzi suoi ed io rimago col pisello un po' in mano, ma per fortuna continua a prestarmi attrezzi, macchina per tagliar piastrelle che ho cercato sul sito del produttore come cazzdo funziona, video per capire come far quello e quella operazione, prime piastrelle posate e quasi imbarzottito dal fatto fosse caduto un po' di sporco, ultime piastrelle posate dalle forme e dimensioni baroccheggianti e manate e ditteggiature di colla ovunque. è stato faticosissimo, lunghissimo, stressantissimo: volevo finire acciocché matreme entrasse nel suo bagno e trovasse quello che voleva fare e che non pensava avrebbe trovato, ma ci avrebbe pensato un muratore, dopo che il primo ci ha bidonato per due volte. è stato qualcosa che son riuscito a non farmi schiacciar troppo dalle mie ossessioni perfezionistiche. un po' anche perché dopo aver tagliato per quattro volte la stessa piastrella, pensi che va comunque bene così, e tanto poi manca anora la fuga a coprire i difettucci. è stata la cosa materica più complicata abbia fatto, ben lontano dalle operazioni e paradigmi dell'hard-gardening. è stata un'involontaria supponenza artigiana, quanto meno per una prima volta, peraltro complicazione che si è rivelata inutile: matreme lo immaginava decisamente più semplice. il cane, sempre più incollato ai piedi, inzaccherato di polvere rosso-mattone e probabilmente disturbato dalle frequenze ultra-soniche della fresa che modellava le piastrelle. niente musica. praticamente nessuna psicopippa., tanto che il post è una psicopippa ex-post. ma non sento le gudvaibrescion di quando accade durtante l'attività lavoratoria, ed il post mi si compone in mente, come dovessi semplicemente leggerlo. niente di tutto ciò, a 'sto giro. e mai come a 'sto giro avevo fatto niente di tutto ciò [azz, un altro chiaso. uau].
insomma. anche quest'anno è andata, pagato il fio al sussulto artigianus. ancora una volta ho [ri-]capito che là dove manca l'esperienza, compenso con il lavoro da mulo. nel senso che spremo polmoni, ghiandole sudorifere, articolazioni per venirne a capo. possibilmente con un lavoro che da quando è finito non titilli la mia ossessione perfezionistica nel fare qualcosa, ma forse mica solo in quello.
unica speculazione, a 'sto giro, dove ho costruito, con poco caldo e poca musica, non è stato piacevole dal punto di vista endorfinico, ma più che altro una sottile forma d'anZia, dove non riesco ad apprezzare appieno il risultato, non foss'altro perché sta chiuso ner cesso ed è lì, in un angolo doccioso.
però va bene così ugualmente.
torno - al momento, fino ad eventuale svolta - al codice più o meno webbistico. e pensare che, iperbolicamente [ma fino ad un certo punto] pure questo ha un'anima artigiana.
i post, come in tutto questo blogggghe del resto, non riescono a venir succinti. deve essere una questione di bloggggghe.
Thursday, August 21, 2014
antropologie de noartri: il senso nel rito del funerale
sono stato ad un altro funerale.
durante la messa pensavo che, in effetti, è il motivo più probabile per cui debba assistere ad una messa. gli amici si son quasi tutti sposati. e quelli che, al limite, lo fanno una seconda volta - c'è chi mi doppia - non lo fanno ovviamente in chiesa. quindi niente più messe, da quel punto di vista.
quindi ci sono, appunto, i funerali. uno degli effetti collaterali di essere passato in mezzo ad un lutto importante è che poi, paradossalmente, gli altri lutti impressionano di meno. nel senso che il proprio è venuto, lo si è gestito, probabilmente superato: qualcosa che fa parte del bagaglio esperito spaventa meno.
quindi, ultimamente, osservo con distaccato coinvolgimento - per fortuna. e soprattutto osservo con curiosa atarassicità il rito. quello che si fa in chiesa, appunto, durante la messa. visto che, appunto, ormai a messa ci vado quasi solo per i funerali.
a parte i personalissimi esercizi di memoria a breve, di quando si elencano le litanie dei santi. quelle dove si dovrebbe rispondere "intercedi per lei/lui". oggi sono stati sedici, la volta scorsa diciannove. si comincia sempre con "santa maria" [madonna uberalles] e poi forse un giorno mi spiegheranno perché il secondo è san michele, quindi san giovanni [battista]. solo quarto san giuseppe, che zeppole a parte, non se l'è mai filato nessuno. poi c'è l'abbinata pietro e paolo, e ci sta. poi sant'andrea [apostolo?] e santo stefano che come primo martire sta lì, in posizione comunque importante. poi dovrebbe esserci l'abbinata, sconosciuta ai più, gervaso-protaso, che si ricorda facile per l'assonanza, oppure vengono le altre donne: santa tecla [che boh?], oggi sant'anna in loco di sant'agnese. poi l'elenco credo si sfilacci. si infila il nome del santo del defunto/a, quindi san francesco che non guasta e che è il mio preferito. a seguire da qualche parte dovrebbe arrivare l'altra abbinata assonante martino-galdino. e poi, nella chiesa ambrosiana, l'inchino del rito a san carlo [che il rito, nella sua organicità ha istituito, nella sistematizzazione della controriforma, tra una condanna al rogo e l'altra] e quindi sant'ambrogio: protovescovo milanese, si è un po' a casa sua.
vabbhè.
in realtà non è questo che mi incuriosisce. al netto dell'allungamento del post. bensì è la sensazione, netta, percepita del senso di tutta l'impalcatura della religione. e quindi, forse, delle religioni, tutte. il trovar un senso trascendente al fatto molto immanente, e soprattutto molto destabilizzante per l'uomo dacché è uomo: che, prima o poi, ce ne dobbiamo andare da questo mondo. appunto, questo: quindi ne viene suggestionato un altro. per placare quel senso di angoscia di finitezza: cenere torneremo ad essere.
a vederla asetticamente non è una minaccia, ma una necessità. per l'intera umanità, per l'equilibrio del sistema nel suo insieme. bisogna lasciar posto, e soprattutto risorse, a quelli che verrano dopo. in effetti l'evoluzione e la natura, qualsiasi cosa sia o significhi, ha messo in piedi un bel calembour. nasci, porti il tuo contributo adattativo-evolutivo, e poi ti levi di torno, per dar libero sfogo al contributo adattativo-evolutivo che hai contribuito ad ammonticchiare.
ecco.
metti un pomeriggio in cui sei quel filo più sereno del solito [grazie agli amici che hanno dato un bel contributo acciocché]. la temperatura milanese è gradevole. la panca della chiesa quasi comoda. lasci nell'altra panca il coinvolgimento emotivo - entrare in chiesa a funzione iniziata aiuta.
ecco.
questa cosa che la tua dipartita, quando sarà, sia un evento necessario e naturale ti suona quasi rassicurante. se ti percepisci un qualcosa di completamente organico al fluire di questo calembour. sono quelle cose che durano qualche istante. perché poi quel pensiero che non possiamo permetterci di pensare troppo, sennò daremmo fuori di testa [o ci suicideremmo, ma è un'altra storia], riprende a far il suo lavoro per cui è installato giù giù nella nostra percezione consapevole. anzi, forse è uno degli elementi fondanti della nostra percezione consapevole. del nostro essere senzienti e raziocinanti. anzi, mi spingo a blaterare che è il primo tra gli elementi fondanti [non so se sia effettivamente così, sono speculazioni da bigino del pacchetto di patatine. e poi io sono perito, nel senso di perito elettronico-telecomunicazionista [ci sarebbe un doppio senso per sdrammatizzare, se non si era capito]. sarebbe interessante sentire che ne pensa qualcuno di studiato].
la consapevolezza della finitezza non è mai stata presa bene, e ci mancherebbe. in fondo è come il pulsante rosso protetto dalla placca trasparente di plastica con sopra l'avviso perentorio: se schiacci questo ti autodistruggi. e quindi io la sensazione che la necessità di immaginare [inventarsi?] una via d'uscita, che riequilibrasse quell'abisso dell'inconosciuto, sia una specie di salvagente per non finire in un trip auto-alimentato ed autocircolante ed andare a fondo. perché se fai una fatica fottuta ad arrivare a capire che sei, cazzo mica ci si può affrontare tanto facilmente l'idea che prima o poi non sarai più.
quindi occhei la divinità, perché se sei, ci sarà qualcuno che ha più o meno supervisionato. un nesso anticasuale al fatto che tu sei. ma già che ci siamo qualcosa che spiegasse che succede quando, immanentemente, non si è più.
ecco. io sarò pur preso dalla mia furia un po' vestigialmente iconoclasta, e quindi sono suggestionato male. ma oggi, di nuovo, ho avuta nettissima quella sensazione. che quel rito, litanie dei santi comprese, sia l'ammonticchiarsi di strutture simboliche e archetipe di qualche decina di secoli. e che su, su, su, arrivano fino a quella panchina di una chiesa, in un pomeriggio col sole e di un caldo gentile. e che mantenga un sottilissimo filo che da su, su, su, è annodato giù, giù, giù a quella fottutissima paura che ci coglie da quando sappiamo di essere. senza sapere bene il perché finiremo per non esserlo più. saperlo dentro, nel profondo, al di sotto del nostro ammonticchiamento di cose di qualche decina di secoli che ci hanno preceduto. e di cui siamo fatti, polvere di stelle a parte.
l'ughetto foscolo nei "sepolcri" [ebbene sì, qualche poema l'ho studiato pure io], lo ricorda che col nascere del culto e del rito di congedo dalle persone morte nasce la civiltà dell'uomo che sa di essere, e quindi anche che non sarà.
forse la questione delle risorse e del calembour della natura è un po' troppo esile. non basta per trovare ragione per un qualcosa che ci spaventa, archetipamente, così tanto. un paura così enorme figurarsi se può placarsi con la storiella che non c'è trippa per tutti.
eppure forse basterebbe applicare il rasoio di occam. o forse ci saranno altri millemigLioni di motivi. ["ehhhh... mo me lo segno" cit]. non so che cosa c'è delllà, e ci mancherebbe. non lo so anche nel senso agnostico del termine, che non ho la gnosi [anche] di questo, e ci mancherebbe.
nel dubbio provo a far quello di buona volontà deqqqua. ma mica perché mi aspetto chisssàacchè delllà. anzi, tecnicamente, non mi aspetto proprio nulla, al momento: la si chiude qui e morta lì [c'è un doppio senso ironico-esiziale, se non si era capito]. è proprio per questo che, anche col gentile contributo del mio superio, penso sia cosa decente far del quasi mio meglio finché sono. cose così. [i refusi non inficiano, comunque].
durante la messa pensavo che, in effetti, è il motivo più probabile per cui debba assistere ad una messa. gli amici si son quasi tutti sposati. e quelli che, al limite, lo fanno una seconda volta - c'è chi mi doppia - non lo fanno ovviamente in chiesa. quindi niente più messe, da quel punto di vista.
quindi ci sono, appunto, i funerali. uno degli effetti collaterali di essere passato in mezzo ad un lutto importante è che poi, paradossalmente, gli altri lutti impressionano di meno. nel senso che il proprio è venuto, lo si è gestito, probabilmente superato: qualcosa che fa parte del bagaglio esperito spaventa meno.
quindi, ultimamente, osservo con distaccato coinvolgimento - per fortuna. e soprattutto osservo con curiosa atarassicità il rito. quello che si fa in chiesa, appunto, durante la messa. visto che, appunto, ormai a messa ci vado quasi solo per i funerali.
a parte i personalissimi esercizi di memoria a breve, di quando si elencano le litanie dei santi. quelle dove si dovrebbe rispondere "intercedi per lei/lui". oggi sono stati sedici, la volta scorsa diciannove. si comincia sempre con "santa maria" [madonna uberalles] e poi forse un giorno mi spiegheranno perché il secondo è san michele, quindi san giovanni [battista]. solo quarto san giuseppe, che zeppole a parte, non se l'è mai filato nessuno. poi c'è l'abbinata pietro e paolo, e ci sta. poi sant'andrea [apostolo?] e santo stefano che come primo martire sta lì, in posizione comunque importante. poi dovrebbe esserci l'abbinata, sconosciuta ai più, gervaso-protaso, che si ricorda facile per l'assonanza, oppure vengono le altre donne: santa tecla [che boh?], oggi sant'anna in loco di sant'agnese. poi l'elenco credo si sfilacci. si infila il nome del santo del defunto/a, quindi san francesco che non guasta e che è il mio preferito. a seguire da qualche parte dovrebbe arrivare l'altra abbinata assonante martino-galdino. e poi, nella chiesa ambrosiana, l'inchino del rito a san carlo [che il rito, nella sua organicità ha istituito, nella sistematizzazione della controriforma, tra una condanna al rogo e l'altra] e quindi sant'ambrogio: protovescovo milanese, si è un po' a casa sua.
vabbhè.
in realtà non è questo che mi incuriosisce. al netto dell'allungamento del post. bensì è la sensazione, netta, percepita del senso di tutta l'impalcatura della religione. e quindi, forse, delle religioni, tutte. il trovar un senso trascendente al fatto molto immanente, e soprattutto molto destabilizzante per l'uomo dacché è uomo: che, prima o poi, ce ne dobbiamo andare da questo mondo. appunto, questo: quindi ne viene suggestionato un altro. per placare quel senso di angoscia di finitezza: cenere torneremo ad essere.
a vederla asetticamente non è una minaccia, ma una necessità. per l'intera umanità, per l'equilibrio del sistema nel suo insieme. bisogna lasciar posto, e soprattutto risorse, a quelli che verrano dopo. in effetti l'evoluzione e la natura, qualsiasi cosa sia o significhi, ha messo in piedi un bel calembour. nasci, porti il tuo contributo adattativo-evolutivo, e poi ti levi di torno, per dar libero sfogo al contributo adattativo-evolutivo che hai contribuito ad ammonticchiare.
ecco.
metti un pomeriggio in cui sei quel filo più sereno del solito [grazie agli amici che hanno dato un bel contributo acciocché]. la temperatura milanese è gradevole. la panca della chiesa quasi comoda. lasci nell'altra panca il coinvolgimento emotivo - entrare in chiesa a funzione iniziata aiuta.
ecco.
questa cosa che la tua dipartita, quando sarà, sia un evento necessario e naturale ti suona quasi rassicurante. se ti percepisci un qualcosa di completamente organico al fluire di questo calembour. sono quelle cose che durano qualche istante. perché poi quel pensiero che non possiamo permetterci di pensare troppo, sennò daremmo fuori di testa [o ci suicideremmo, ma è un'altra storia], riprende a far il suo lavoro per cui è installato giù giù nella nostra percezione consapevole. anzi, forse è uno degli elementi fondanti della nostra percezione consapevole. del nostro essere senzienti e raziocinanti. anzi, mi spingo a blaterare che è il primo tra gli elementi fondanti [non so se sia effettivamente così, sono speculazioni da bigino del pacchetto di patatine. e poi io sono perito, nel senso di perito elettronico-telecomunicazionista [ci sarebbe un doppio senso per sdrammatizzare, se non si era capito]. sarebbe interessante sentire che ne pensa qualcuno di studiato].
la consapevolezza della finitezza non è mai stata presa bene, e ci mancherebbe. in fondo è come il pulsante rosso protetto dalla placca trasparente di plastica con sopra l'avviso perentorio: se schiacci questo ti autodistruggi. e quindi io la sensazione che la necessità di immaginare [inventarsi?] una via d'uscita, che riequilibrasse quell'abisso dell'inconosciuto, sia una specie di salvagente per non finire in un trip auto-alimentato ed autocircolante ed andare a fondo. perché se fai una fatica fottuta ad arrivare a capire che sei, cazzo mica ci si può affrontare tanto facilmente l'idea che prima o poi non sarai più.
quindi occhei la divinità, perché se sei, ci sarà qualcuno che ha più o meno supervisionato. un nesso anticasuale al fatto che tu sei. ma già che ci siamo qualcosa che spiegasse che succede quando, immanentemente, non si è più.
ecco. io sarò pur preso dalla mia furia un po' vestigialmente iconoclasta, e quindi sono suggestionato male. ma oggi, di nuovo, ho avuta nettissima quella sensazione. che quel rito, litanie dei santi comprese, sia l'ammonticchiarsi di strutture simboliche e archetipe di qualche decina di secoli. e che su, su, su, arrivano fino a quella panchina di una chiesa, in un pomeriggio col sole e di un caldo gentile. e che mantenga un sottilissimo filo che da su, su, su, è annodato giù, giù, giù a quella fottutissima paura che ci coglie da quando sappiamo di essere. senza sapere bene il perché finiremo per non esserlo più. saperlo dentro, nel profondo, al di sotto del nostro ammonticchiamento di cose di qualche decina di secoli che ci hanno preceduto. e di cui siamo fatti, polvere di stelle a parte.
l'ughetto foscolo nei "sepolcri" [ebbene sì, qualche poema l'ho studiato pure io], lo ricorda che col nascere del culto e del rito di congedo dalle persone morte nasce la civiltà dell'uomo che sa di essere, e quindi anche che non sarà.
forse la questione delle risorse e del calembour della natura è un po' troppo esile. non basta per trovare ragione per un qualcosa che ci spaventa, archetipamente, così tanto. un paura così enorme figurarsi se può placarsi con la storiella che non c'è trippa per tutti.
eppure forse basterebbe applicare il rasoio di occam. o forse ci saranno altri millemigLioni di motivi. ["ehhhh... mo me lo segno" cit]. non so che cosa c'è delllà, e ci mancherebbe. non lo so anche nel senso agnostico del termine, che non ho la gnosi [anche] di questo, e ci mancherebbe.
nel dubbio provo a far quello di buona volontà deqqqua. ma mica perché mi aspetto chisssàacchè delllà. anzi, tecnicamente, non mi aspetto proprio nulla, al momento: la si chiude qui e morta lì [c'è un doppio senso ironico-esiziale, se non si era capito]. è proprio per questo che, anche col gentile contributo del mio superio, penso sia cosa decente far del quasi mio meglio finché sono. cose così. [i refusi non inficiano, comunque].
Tuesday, August 12, 2014
sulle possibili logistiche esistenziali advenienti. sperando di non complicar[me]le troppo.
elenco non esaustivo delle possibili vie di sblocco di questa situazione inediosa nonché [auto]paralizzante. roba che per un po' comunque, finanziariamente, non si sciallerà. però magari una birra mi sentirò di offrirla senza sentirmi per forza mantenuto da qualcuno. unitamente all'elenco i pro e i contra di ogni singola possibilità. cosicché si possa mettere sul tappeto gli elementi per orientare una scelta. oppure, nel mio specifico caso, palate di carbone nella caldaia a vapore della locomotiva delle mie nevrosi decisorie. che è il modo per bloccarsi nel decidere, quindi nell'agire. e poi, a dire il vero, pro e contra un po' buttati a muzzo e mischiando le discaliche pere con le didascaliche mele. sperando non venga fuori l'effetto macedonia, che poi può succedere di tutto.
roba piuttosto variegata, quasi una macedonia dolce-salato. posto che magari l'elenco non è del tutto esaustivo. e posto che - quando succederà - succederà qualcosa che magari non è elencato.
c'è un po' di tutto. forse troppo. a buttar troppe opzioni è il modo per non venirne a capo. e quindi indulgere nell'inazione. che genera inedia ed apatia. che genera demoralizzazione e annichilisce l'autostima che manco l'insulina con la glicemia nel sangue. che alimenta l'inazione. 'sti giri qui, insomma.
e nel frattempo il tempo passa. l'ieri non è più e scappa via pure l'oggi. magari con la personalissima dose di piaceri che mi sono negato: quasi a volermi punire per il fatto sia così bambo e lento nell'agire, nonché mi percepisca con quest'aura fallimentare che non m'evapora via.
oltre i post. così lunghi. tediosi. refuseschi. sono lo specchio del personalissimo zeitgeist. oltre al fatto che non so come chiuderlo, 'sto post, e quindi mi sto ritualizzando, imbellettando la chiosa finale. che però non mi viene.
quindi tronco qui, d'amblè, [il post, ovvio].
- status quo ad libitum [che renda uno stipendio]. nella metropoli ambrosiana afffà er frilens tra il giic, il nerd, e il para-creativo. consulenzio dove trovo, al prezzo che riesco a spuntare.
- pro. lo conosco, rimango nel mio appartamentino che mi piace, non timbro cartellini, lavoro agli orari che stabilisco, niente padroni - in prima istanza. libero e professionista, nonché spruzzatine di bohemien 2.0: per capire se è una cosa che mi piace o meno. odg, a centro metri da casa.
- contra. lo conosco, lavoro prevalentemente in solitaria. self marketing fondamentale e continuo: mi devo procacciare e far pagare il lavoro. orari con picchi che possono essere insostenibili. autore - solingo - delle evoluzioni lavorative e dello stipendio: o vendo a caro prezzo il mio tempo, oppure stipendi mediocri con conseguente tempo di rientro dei debiti, elevato.
- variante di cui sopra relativamente una consulentia in parte all'estero [ie, sopra o sotto ceneri nella vicina confederazione].
- pro. tutto il resto di cui sopra, però stipendio molto più interessante
- contra. più sbadtimento di trasferimenti, ma vabbhé. soprattutto difficile da realizzare: non son lì ad aspettar il professionista che è in me [che a dire il vero si porta dietro il caso umano, ma si può anche non dirglielo esplicitamente].
- status quo logistico ma dipendente. nella metropoli ambrosiana, più o meno assunto in una qualche più o meno azienda, con orari più o meno fissi, divise di lavoro più o meno definite [anche giacca e cravatta lo è, per dire], con stipendio più o meno fisso.
- pro. oltre i vantaggi di cui sopra, per la logistica - odg compresa - lo stipendio più o meno fisso, e che quindi sia più sia sul fisso che su quanto riesco a spuntare. tutto quello che è evoluzione del mio lavoro - compiti, stipendio - non è da inventare da capo in ogni situazione: la leva al cambiamento la fanno altri. ho la responsabilità di far bene, impegnarmi, dimostrare quel che posso valere: so, ormai di esserne capace
- contra. il cartellino più o meno da timbrare, anche solo figurativamente, con la più o meno regolarità che mi aliena ex-ante [forse pure troppo, quando è accaduto ai tempi ero una persona comunque molto diversa]. tutto quello che è evoluzione del mio lavoro - compiti, stipendio è deciso in ultima istanza da altri. sensazione sia tutto troppo "fisso".
- rivoluzione logistica medium, verosimilmente da dipendente. lascio la metropoli ambrosiana, me ne torno in hometown, divento frontaliere: in ordine di tempo il quinto, di cinque, tra i nipoti di mio nonno paterno a percepire lo stipendio in franchi svizzeri, pur essendo il primogenito nonché quello che per prima si è laureato ma che soprattutto per primo ha cominciato a concorrere a creare il PIL nazionale.
- pro. lo stipendio, roba che ripago i debiti e posso pure permettermi di offrire una cena oltre la birra. probabilmente una "facilità" nella gestione della complessità meta-lavorative, se rapportato allo stanzino da dove son riuscito ad evadere, per consunzione dello stanzino medesimo, quasi un anno fa [cazzo, mi pare una vita, ma è passato tutto troppo in fretta]. nonché le situazioni allucinoggggene in cui mi sono infilato, mio malgrado e paziale insaputa, fino alla parziale consapevolezza.
- contra. a chi cazzo la offro la cena oltre la birra? una certa tarpatura sociale in questa hometown che "bel posto, peccato la gente". una logistica un po' immediatamente complicata a tornar, stabilmente con matreme: affittar da qualche altra parte, pronti via, non mi convince. dovrei cambiar forse paesino, allontandomi dal confine. pietra quasi tombale al fatto possa provar a costruire una relazione [ho questa sensazione, più autosuggestionata, che nesso-causata]. ed altra sensazione suggestionata: lasciar così la metropoli ambrosiana per tornarmene all'hometown, è un il suggello tornacasalessie piuttosto fallimentare, un capitolo che si chiude con il proverbiale pugno di mosche. odg decisamente più complicata da continuare.
- rivoluzione logistica hard, verosimilmente da dipendente. lascio la metropoli ambrosiana e me ne vado all'estero, verosimilmente europeo/occidentale. baibai paese meritocratico de li me cojoini. un altro cervello [per quanto bacatissimo] in fuga.
- pro. forse lo stipendio. forse uno stile di vita meno soffocantemente italiota [poi se però continuo a leggere repubblica.it e mantenermi virtualmente in contatto, l'acido mi sale uguale]. forse un'altra percezione di senso civico diffuso. forse lo stimolo per aver voglia a ri-cominciare dei progetti.
- contra. solo, solissimo, al limite del disperante: ma che cazzo ho fatto? con la lingua da imparare/perfezionare. complicato da costruire logisticamente, soprattutto con la siccità finanziaria in cui mi sono infilato/sono finito. niente più odg.
- rivoluzione logistica stong-hard, da dipendente. lascio la metropoli ambrosiana e vado lontano, in situazioni più estreme, per soldi e per un tempo limitato.
- pro. lo stipendio, che sarebbe - nel caso molto, molto, molto invitante: ripago tutti i debiti e mi metto un po' di fieno in cascina. il tempo limitato [potenziale]
- contra. si acuiscono quelli precedenti. complicatissimo da realizzare: dove? a far cosa? aspettano me? dubbi sul fatto possa reggere emotivamente, nonostante il tempo limitato [potenziale]. sarebbe un vivere in una sorta di stato "alterato" e artefatto: per quanto per un tempo limitato [potenziale]
- semi status quo logistico e rivoluzione hard d'impiego. cambio totalmente genere di attività, qualcosa che - intuisco - possa dare veramente un senso all'esistere: occuparsi degli altri, in siuazioni financo o preferibilmente fuori dal mio ordinario
- pro. trovare un senso, oltre me medesimo. suggestione di completezza e ragione d'essere
- contra. la lingua, forse il coraggio che a parole son buoni un po' tutti. complicato da realizzare, a brevissimo tempo
roba piuttosto variegata, quasi una macedonia dolce-salato. posto che magari l'elenco non è del tutto esaustivo. e posto che - quando succederà - succederà qualcosa che magari non è elencato.
c'è un po' di tutto. forse troppo. a buttar troppe opzioni è il modo per non venirne a capo. e quindi indulgere nell'inazione. che genera inedia ed apatia. che genera demoralizzazione e annichilisce l'autostima che manco l'insulina con la glicemia nel sangue. che alimenta l'inazione. 'sti giri qui, insomma.
e nel frattempo il tempo passa. l'ieri non è più e scappa via pure l'oggi. magari con la personalissima dose di piaceri che mi sono negato: quasi a volermi punire per il fatto sia così bambo e lento nell'agire, nonché mi percepisca con quest'aura fallimentare che non m'evapora via.
oltre i post. così lunghi. tediosi. refuseschi. sono lo specchio del personalissimo zeitgeist. oltre al fatto che non so come chiuderlo, 'sto post, e quindi mi sto ritualizzando, imbellettando la chiosa finale. che però non mi viene.
quindi tronco qui, d'amblè, [il post, ovvio].
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