Tuesday, July 7, 2015

ri-genetliacommmariano [o omaresco]

in effetti ricordavo di averci già scritto. sul genetliaco dell'amico omar, intendo. tanto che sono andato a ricercarmelo indietro nei post, negli anni, nell'evoluzioni del divenire. e quindi l'ho ritrovato. va detto che è passato un lustro, che per certi aspetti sembra ieri, per altri è stato veramente un bel pezzo di vita.

non foss'altro che mi sento una persona diversa. perché non credo poi tanto di esserlo, diverso intendo, ma mi percepisco in altro modo. e il resto viene di conseguenza, fino a debordare sulla sensazione dell'essere.

ma d'altro canto mica devo parlare di me. no? ma dell'amico omar. che oggi fa il genetliaco. e che genetliaco, a dirla tutta. per quanto la chiosa sul com'eravamo non è mica per un tic solipsistico. ma anche per attaccarci quel pezzo di considerazione che sì, siamo tutti percettivamente diversi. però mica cambia tanto il desiderio di scrivere un post per l'amico omar, genetliaticante in questa giornata da boccheggio di principio di luglio. desiderio e financo piacere, ovvio.

insomma, quelle cose che non passano e che inoltre si rinnovano.

poi vabbhè, magari uno non li scrive tutti gli anni, i post genetliacanti. e magari il genetliaticante magari ringrazia pure, che lo si scampa dalla lettura più o meno d'ordinanza. però quest'anno mica potevo negarmelo questo piacere. un po' per il genetliaco tondo, decisamente tondo. che poi lui si vede nel mezzo del cammin, quindi ha le idee belle chiare al riguardo. un po' perché siamo tornati più o meno ad esser colleghi, come accadeva una bella miGlionata di anni orsono. oddio, colleghi, diciamo che là dentro lui è uno che [meritoriamente] conta. io sono un po' l'ultimo dei peones, con la mia fibbietta bianca e la sensazione di precarietà suadente. per quanto se sono finito là dentro, nonostante tutte le mie titubanze iniziali, è anche perché ad un certo punto mi disse "se non accetti, sei un pirla". ho accettato, mi son preso qualche soddisfazione [e continuo a fatturare], sto ricominciando a prendere le misure di taluni cose. poi quando la precarietà là dentro si concretizzerà con la possibilità di andar oltre lo dirò per primo a lui. questa volta non sarà una fuga, come accadde quella migLionata di anni orsono: quando lo dissi a lui, per primo, che andavo a far l'ingegnere vero [a pensarci oggi mi vien da ridere a quanto fossi ingenuamente illuso].

ma tant'è.

che poi è lui oggi a genetliaticare. ma a dirla tutta l'amico omar me l'ha fatto lui di recente, più o meno involontariamente, il regalo. quando mi sono letto [nel senso di participio passato di leggere], citato, nella sua tesina di analistatransizionalista. quella discussa il giorno prima della milanomarathon. che sono andato ad attenderlo sul traguardo ed ovviamente mi son emozionato vederlo arrivare. va detto che, tornando alla tesina, mi son letto citato per massima verosimiglianza. cioè: credo di esser io, ma me la gioco con una confidenza dell'85-90%.
ecco, un po' quel corso lì, quello che lui racconta con molto proud. quello che ho la vaga sensazione gli sia servito a tirar fuori con analiticità quello che ha di bello dentro. e tutto quel potenziale che intuii quella miGlionata di anni fa: nonostante fossi decisamente più autosottostimante di oggi, nonostante pensassi all'inizio di stargli sui coglioni. una specie di affinità cazzaro-elettive. quel corso e quella voglia di rimettersi un po' in gioco, un po' in discussione. quello che se la corsa è il modo di raccontarsi la sfida, gestire dolore e fatica, per il groppo in gola di arrivar al traguardo, quel corso è il tappeto armonico di base su cui costruire la serenità di relazione, e carpirne tutti gli addentellati. ed osservare con quell'accenno di sorriso ghignante il presente, con tutte le maratone più o meno figurate che uno ha corso. una roba da "pulènta e galèna frègia".

io sono ignifugo all'invidia. almeno questa menata me la sono risparmiata. ma mi piace pensare di poter far un patchwork di talune altruità. tipo agguantar furtivo - figurativamente - delle caratteristiche, dei tocchi, delle ispirazioni a qualcuno [per quanto, va detto, piuttosto pochini]. ecco, sì. a lui proverei a desiderare quel sorriso appena accennato. è non è propriamente avere quel solco lungo il viso. ma l'idea, anche, che c'è un traguardo là in fondo e sapere financo qual è. e può essere ancora cazzo lontano, e può essere cazzo dura arrivarci. ma se lo si pianifica poi vedi come lo si raggiunge. il dolore passa. è il proud che rimane.

ecco. una cosa così.

vedi che in fondo l'amico omar se l'è già fatto anche da par suo, il presente genetliaco...

e comunque per quanto saremo pure un po' cambiati dentro e fuori [anche se fuori io continuo ad avere i capelli lunghi e mossi, a te continuano a non ricrescere] mi piace augurarti sia un bel genetliaco. e che possa godertelo tutto, caro amico omar.

Saturday, June 27, 2015

veriiiipppraud [una volta avrei scritto di] [post logicamente autocontradditorio]

son tempi strani, però strani in maniera stranita rispetto agli altri. quanto meno per il fatto non riesca quasi più a scrivere su questo blogghettino [ancora] più della provincia denuclearizzata. come se pensassi di pensare cose talmente poco pregne, che tanto mica val la pena perderci altro tempo.

ad esempio.

oggi sono andato al pride di milano. robetta con qualche convenuto. che poi non si chiama neppure più gheiiipraid, forse per dargli un appeal meno contravvenente il mainstream mediatico. che dire gggheipraid, magari uno ha un sussulto, mentre dire milanoppraid suona politicamente più accettabile.

e comunque pensavo, mentre vedevo svoltare il corteone antropoligamente sui generis da via pergolesi [musicista] a corso buenos aires - svoltare a destra, peraltro, ma la topologia dei tracciati se ne fotte delle svolte simboliche.
insomma. pensavo. e pensavo che una volta, ai bei tempi [tempi blogghici intendo, perché in fondo mi sentivo un fallito ironico anche allora, ottimisticamente disperato] non avrei avuto dubbi che avrei scritto un post. ed anzi lo avrei proprio scritto quasi in maniera inevitabile. mica come ora, intendo.

a dirla tutta ai quei bei tempi non so nemmeno se ci sarei andato al pride. non per avversione, figurarsi. però, ecco, forse sarebbe stato un po' troppo l'imbarazzo non si sa bene per cosa, o per come, o perché. però forse mi sarei sentito timidamente altra codina della gaussiana, in quella campana a suo modo pride-riferita. e comunque non credo proprio ci sarei andato con la naturalezza con cui ci sono andato oggi. non che debba esprimere chissà quale orgoglio, figurarsi, fallito come mi percepisco. ma come esercizio per non rimanere incagliato nel personalissimo ennuì esistenziale, in cui pervicamente alcuni dei miei coinquilini vorrebbero rimanessi. per rimuginare sulle occasioni perse, le scelte sbagliate, gli errori commessi, il tempo scivolato via che manco momo ed i cazzoni degli uomini grigi e compagnia cantante [colonna sonora, peraltro, di angelo branduardi, nella versione filmica].

e se comunque ci fossi andato, allora, durante i bei tempi blogghici, avrei scritto che c'era un sacco di gente semplicemente garrula, contenta. e che facevo un po' contraltare al mio mezzosorridente malumore. e che l'umanità tirata così a lucido nella propria eccentricità non poteva che far sorridere per il fatto di sentirsi bene, loro, là dentro.

sì. certo. poi avrei scritto di alcune cose decisamente stravaganti. com'è peraltro lo spirito dei pride. che è carnascialesco anche in onore dei fatti di stonewall.
avrei scritto, che ne so, che quest'ostentazione di questi corpi orgoliosamente depilati, lustrati, strassssssati, palestrati, abbronzati, oliati apparivano olisticamente coerenti: estetiche che non mi convincono, ma in fondo va bene così ugualmente.
avrei notato che la nuova[?] tendenza gay in fatto di accudimento canino è possederne due/tre di quella razza che è financo più piccola dei gatti, da tenere amorevolmente in braccio. con questi esserini [che, sia messo agli atti, mai e poi mai accudirei, caninamente] che tremano verosimilmente di paura osservando quel marasma di corteizzanti, musica [moderatamente dimmmerda apppalla] e cose così.
avrei ribadito di come gli hipster potrebbero ritenersi borderline, nella gheitudine. e che comunque è un looookendfiiilll che mi convince sempre di meno: risvoltini dei pantaloni compreso, ma bici a scatto fisso esclusa.
avrei sorriso blogghicamente di come siano stati presi per il culo anche i pastafariani, con tanto di dronequadocottero a suscitar le ole. senza sapere esattamente perché costoro siano stati scelti come bersaglio sarcastico.
avrei confessato di aver cambiato il lato della strada, a veder sopraggiungere uno dei cammmioni debordatni musica [moderatamente dimmmerda apppppallla], quello che rievocava i baccanali romani. di averlo fatto per osservar meglio un/una con due tette granitiche, verosimimente rifatte come il viso di costui/costei, che parevano non riuscir a starsene dentro la tunica durante lo sballottolamento da lui/lei provocato. tunica peraltro che poco riusciva a fare nell'occultare la turgidità dei capezzoli di costui/costei.
avrei riportato la curiosità o perplessità di alcuni astanti ai lati della strada, soprattutto di quelli più âgée. ma che non mi son mai parsi scandalizzati o ributtanti.
avrei stigmatizzato la paraculata del negozio lush, lungo il corso, con la vetrina che pareva coperta di slogan spontanei, roba del tipo "se dichiarassero illegittimo il mio amore? allora infrangerei la legge" [obiettori del sentimento] e poi appena più sotto "Lottere, lottere, lottere", da leggersi con accento di parola sdrucciola e non piana. vetrina fotografata con davanti molti corteizzanti pride.
avrei posto la domanda se la regazzina con la maglietta "i [cuore==love] squirting" raccontasse un [di lei] auspicio o testimonianza. se cioè avesse effettivamente mai provato quell'effetto idraulicamente impetuoso, considerato come uno dei [possibili] punti di arrivo delle consapevolezze che [alcune] donne riescono ad avere del proprio corpo. da raggiungere con stimolazione altra o meno.
avrei raccontato delle bandiere sventolanti, del caldo ma che ci stava tutto pure quello, del senso di orgoglio, appunto, e di appartenenza al semplice paradigma che ognuno ami un po' chi gli pare, che #lovewins, che l'ammmmmmore conta [e pace se ci cita una canzone di ligabue], e che ciascheduno scopi un po' come gli viene e come gli aggrada al meglio. e di quei "SI [cuore]" che si sono alzati ad un certo punto mentre raggiungevo il punto finale del corteo, tanto da vedere da dietro la scena. anche se non mi sembravano così tanti, e soprattutto con la sensazione di essere sempre un filo in ritardo, desincronizzato, e senza bandierina da sollevare a mo' di simbolica estraneità alla cosa: quanto meno per quel che concerne gli entusiami interiori.
avrei riportato il pensiero statistico che in fondo a questa giornata fiera, chissà quanti l'avrebbero conclusa, appunto, facendo all'ammmmmore, gaiamente e nei modi più migliori potesse venire. contrapponedolo al contraltare della considerazione personalissima che ormai neppure quello pare attirarmi più di tanto: il far all'ammmore, il sesso, quella roba lì. quasi mi apparisse solo e meramente come il biochimico trucchetto che l'evoluzione ha inventato acciocché ci si riproduca. e poiché verosimilmente non sono chiamato a farlo, propagare il mio corredo genetico [che sostiene una testa bacata e piena di dubbi paurosi], allora che non mi rompa più neppur i coglioni il sesso e quell'impeto lì.
avrei sottolineato il paradosso di quella fanciulla che, papale papale, voleva abbordarmi. peraltro con un'estetica piuttosto interessante anche se con le tette non particolarmente significative. che si è messa a ridere quando le ho fatto notare della mia banale eterosessualità. "temporanemente lo sono anch'io", mi ha risposto, con tanto di cappello mio finale "falle ridere, le donne, falle ridere".
avrei forse nicchiato su quella pausa, uscito dal fondo a pride ancora comiziante, su di una panchina al parco accanto al museo di scienze naturali, mentre concludevo della sostanziale [o percepita tale] inutilità della mia esistenza. mentre tutti gli altri poco più in là parevano essere così garrulmente proud.

insomma. avrei scritto di tutto questo. ai bei tempi blogghici, intendo. quando mi sarebbe apparso come la cosa più naturale e conseguente di sensazioni vissute. bei tempi, blogghici, quelli [e poi è pur sempre l'effetto "curve della memoria". così da annullare l'effetto citazione ligabue].



ps.
ecco, forse non avrei sritto del paradosso della fanciulla che voleva abbordarmi. visto che è inventata di sana pianta. per quanto avevo financo immaginato potesse avere seni non particolamente esosi, ma capezzoli tronco-conici, che hanno tutto un loro perché. fossi ancora interessato al sesso, intendo.

Monday, June 22, 2015

post banale sui solstizi

ecco. tutti a far gli splendidi quando arriva il solstizio d'inverno. che le giornate ricominciano ad allungarsi. e che l'inverno comincerà a far un po' meno impressione. che la luce del giorno riconquista terreno sul buio della notte. e per sei mesi ci sarà il gradiente verso l'alto.

e tutte 'ste cose qua.

poi arriva il solstizio d'estate. e stonehenge che azzecca l'infilata del sole che sorge [sfiga per lui se quella mattina fa bruma, o piove che diolamanda]. e tutte le danze del sole. e le feste che la notte più corta. e chiaro fino alle 22.00.

e tutte 'ste cose qua.

però, cazzo, il 22 è già più corto. ed il gradiente va a diminuire. e che sarà così per i prossimi sei mesi. che sei mesi sono roba da curvatura dello spazio tempo. futuro anteriore [anche se, mi hanno fatto notare, 'sta cosa del futuro anteriore è una minchiata imprecica]. roba di cui si fa fatica ad avere contezza. però poi tanto arriva. probabilmente ancora a chiedersi che sarà da lì a sei mesi. ed intanto la notte ricomincerà a rosicchiare minuti su minuti al giorno. e l'incupimento. e il freddo. e la mancanza di luce che ci mancherà via via.

e tutte 'ste cose qua.

cazzo. il sunto esistenziale è un po' questo. arriva l'estate. e si pensa già come sarà duro l'inverno che tecnicamente comincia ad arrivare.

quando si dice: esser sul pezzo [desincronizzati].

almeno è abbastanza probabile che ci siano sei mesi di fattura, in mezzo. [e non è che son diventato venale. è che tutto 'sto gran culo che mi sto facendo, quanto meno, che qualche risultato lo porti. oltre la malmostonaggine [tanto quella c'è sempre, sprizzata in su, sprizzata in giù. e poi è a gratisssse]].


Friday, May 8, 2015

mirtillogirl, le lisergie, ed un possibile che tanto so non è mica quello

la mia amica laeta è molto innamorata.

che poi nello smartfòn è mirtillo. è una di coloro che sono sopravvisuti a tre blogghe. non foss'altro che si vive all'interno della mezz'ora di metropolitana. e quindi 'sta cosa qui aiuta. mirtillo, appunto, perché qualche blogggghe fa era mirtillogirl, tutto piuttosto lilla. e quindi lei per me, anzi lei per la mia rubrica smartfonistica, è rimasta con quel nomignolo, il nicche che è molto intimo e personale.

mirtillo, l'amica laeta, è una ragazza per cui, razionalmente, io avrei dovuto/potuto perder la testa. però la testa non la si perde, razionalmente. e difatti non l'ho persa. non che non mi sia posto la questione, neh? cioè: una donna che esteticamente trovo così interessante, intelligente, ironica, capace, quanto meno mi pareva sensato verificare, che ne so, uscirci ogni tanto, e provar a sentire le eventuali farfalle nello stomaco. una sera, addirittura, le ho offerto una cena. addirittura perché è capitato nel plumbeo dello scorso anno, con le finanze completamente azzerate, quando misuravo ogni spesa. quella sera mi diedero peraltro per disperso e, per non so per quale intuizione immaginifica, perso in un improbabile coma etilico. mentre mi ero concesso un solo calice, durante la cena alla focacceria san francesco, però quella di milano. e quindi a vedere "dallas buyers club". dove, tra le altre cose, mi lasciai andar uno sguardo lascivamente curioso mentre lei si stirava sulla poltrona, poco prima l'inizio del film. inarcando il petto, e quello che svettava dal petto.

però, insomma, nulla di razionalmente declinabile alla fase lisergica e/o sentimentale. da un parte mi pareva un peccato: perché è tutto tranne che una donna qualunque. da una parte, intuivo la nevrotica necessità, che forse non lo era nemmeno più. o quanto meno non così pericolosa,  in quanto riconosciuta la parte nevrotica di quella necessità.

il fatto è che da lì a poco l'amica laeta ha incontrato lei qualcuno di così speciale. tecnicamente sono stato molto felice per lei. perché in fondo se lo meritava eccome. cosa che ho pensato ogni volta che ha ribadito, con garbo e senza banalità, la garrulità della situazione di innamorata.

ho la sensazione sia in piena fase lisergica. quando l'innamoramento è meglio dell'elllesssdddì. non c'è giudizio - efffffigurarsi - né tanto meno invidia. al limite, ancora, garrulità per lei. d'altro canto è una bellissima invenzione dell'evoluzione o della natura. e pare funzionare così bene che sono svariate diecine e diecine di secoli che ci si propaga la specie in quel modo. e per quanto ne parli con solo approccio razionale, perché io non so mica quanto ne sono stato autenticamente coinvolto. nel senso che mi innamoravo, ma di coloro che non lo erano di me. quindi facevo tutto molto in solitaria [tranne le pippe, ovvio, per quelle mica si pensava all'innamorata di turno].


quello che ho attaccato in fondo al ragionamento è se ormai con la sequela di innamoramenti mancati [miGlioni di anni fa] e spiegazione razionalista della lisergia innamoramentale, in fondo, non mi sia come mitridatizzato. oppure non stia scatenando un'altra volta una sorta di sindrome autoimmune. nel senso che mi pare così [gioiosamente, per gli altri] evidente che mi susciti una sorta di scettico sospetto. come se nel volgere delle cose che ormai siamo al "primo, manteniamoci vivi, possibilmente fatturando che bisogna ricominciare", non mi aspetti ormai granché. e quindi si rimanga fermi al primo, manteniamoci vivi. e che la storia dell'innamoramento, della lisergia conseguente, del diommmmiocomelaamo, mi sembri ex-ante una specie di trappola in cui tanto so non cascherò. perché nemmeno quello mi voglio/posso concedere più di fare. e quindi non sarà di certo una donna, a dar la scossa alla mia vita consulenziale. un desiderio che ha le polveri bagnate, stantie, roba che fa pufff... una nuvoletta di odore acre, che è già finito l'effetto.

poi l'amica laeta, visto che almeno sognar per gli altri è meno pericoloso, che se ne esca solo un poco da questa fase. e che si dopaminizzi costantemente, rinnovandeselo giorno dopo giorno. è una donna codina della gaussiana. se lo merita eccome. e probabilmente ne è anche capace.

lei, almeno, sì.

Thursday, April 23, 2015

è un po' quella cosa che uno non pensa arrivi. poi, però, arriva

ecco.
sì.
una delle prime cose che mi viene da fare è quella di scrivere. come peraltro facevi tu, quando l'emozione, l'ispirazione, l'idea ti prendeva la penna in mano e, come faccio io ora, cominciavi a scrivere.

uso il tempo presente, qui e ora, e mi rivolgo direttamente a te. non tanto perché penso che tu possa essere chissà dove e chissà come da qualche altra parte. ma perché sento vivo e cogente il fatto che l'eternità sta nell'essere nei ricordi e negli affetti di chi rimane. tipo qui, ed ora, mentre anch'io, appunto, scrivo.

probabilmente non era l'unica cosa che ci rendeva così simili nelle nostre rispettive diversità. tu te ne sei accorto prima potessi accorgermene io. tutta l'esperienza, il bagaglio di vita che avevi ammonticchiato con la capacità di discernere e di intuire. ed andare oltre le apparenze che, avevi già capito, celano la sostanza che non è da tutti cogliere così velocemente. è per questo che sei stato tu, libero dai pregiudizi, a venir a cercare me, così intento a pormi, per provare a capire come essere.

probabilmente di questo non ti ho mai ringraziato. sono quei dettagli che ti sfuggono, quando vivi le coincidenze di alcuni incroci come qualcosa di naturale, e forse inevitabile.

però, se non ti avessi incrociato, non avrei potuto toccar con le emozioni, la gioventù che ti portavi dentro, la curiosità, l'ironia, la freschezza primaverile che mi assaporavo nel discutere di un po' di tutto. di politica, di senso della vita, di dio o del fatto possa non esistere, del mistero dell'eternità e del fascino delle donne. che per te era si sintetizzava nella tua lola. non mi era mai capitato di ascoltare parlare un uomo, in maniera così viva, lirica, ed innamorata, della sua sposa. qualche mese fa si era fatto un conto, assieme: le tre lettere che le hai scritto ogni anno. moltiplicato per gli anni che l'hai fatto. sei anche dentro lì, in tutte quelle minute, in quel riassunto di una vita.

per una qualche coincidenza, di cui non mi sento di aver grandi meriti, sei stato il quinto nonno. quello della maturità. colui a cui batteva dentro forte, più forte del suo cuore che ha retto fino alla fine, l'inevitabilità ad essere un uomo dalla schiena dritta, che non concepiva l'inevitabilità delle ingiustizie, delle arroganze, dei qualunquismi, degli opportunismi. il nonno con cui mi son sentito libero di parlare di qualsiasi cosa. e di sentirmi accolto nelle mie laocoontiche perplessità. quello che ha saputo insegnarmi andar a rompere alcuni pregiudizi. che tu fossi un generale, ed io un obiettore di coscienza convinto, è stato quasi da subito solo un dettaglio insignificante, rispetto all'afflato della sostanza. e mi viene da sorridere di come smontasti con garbo il mio pathos irsuto di allora.
mi raccontasti di quando, giovane tenente eri in centro italia, ti trovasti d'un tratto alleato con gli eserciti che fino a qualche mese prima avresti dovuto combattere. e mi dicesti: però, se fossi stato al nord, sarei salito in montagna.

tra tre giorni è il 25 aprile. sono settant'anni dalla liberazione, che anche tu hai contribuito a regalarci. ora che ci penso è l'ultima cosa che ti ho detto, qualche giorno fa, prima di salutarti ed andarmene. non sono riuscito a finir la frase e aggiungere: grazie. anche perché avevo già il groppo alla gola.

sabato ti porterò con me, in manifestazione. per ricordarti. e ricordarmi la libertà di poter essere una persona umana, che prova con tutta la sua intelligenza e la sua emozione ad essere giusta.

Sunday, April 19, 2015

eravamo in novecentocinquanta.

mi rendo conto di avere il troppo-pieno appena sopra il livello di dove galleggio or ora. quindi mi ci vuol poco, molto poco, per sbroccare, con tutto il rinculo emotivo che rifluisce.

anche per questo, da stamani, mi sento più stranito che mai.
si ribalta un barcone, annegano sette-otto-nove-cento bambine, bambini, donne, uomini, humankind insomma, e tutto ciò mi turba e mi scuote e fa alzare il livello.
non sbrocco. però c'è tutto il rinculo emotivo.
che forse non è solo di tristezza, ma anche di molta, molta incazzatura.

perché io son nato nella parte giusta di mondo.
perché se la soluzione del problema - quel tipo di immigrazione - figurarsi se io so come può essere risolta, so che la causa sono le guerre, la fame, l'ingiustizia che sta in quella parte di mondo.
perché questa volta, lontano dalle telecamere, lontano le lagrime [coccodrillesche], sarà tronfia la retorica che bisogna fare altro, che tutta l'europa deve essere coinvolta, che bisogna stabilizzare quelle regioni. per non dire l'indifferenza, o il cinismo. se non i commenti di tutti gli ignoranti, fascinati dalla narrazione di affabulatori che pur di conquistare consenso rimestano nella melma più putrida.

davvero.
io non so come si possa risolvere questa cosa qui. so che sto scrivendo un post pezzottatissimo e sgarruppato perché in questo momento voglio tenerne traccia, qui dentro.

e forse sono financo soddisfatto di esserne così scosso, al netto del mescio nevrotico che sto coaugulando.
perché che, nonostante tutto, sono molto vivo e molto vegeto. nonostante il quasi-troppo-pieno, nonostante lo sbrocco ad un amen. scosso, triste, col groppo in gola. ma vivo.
ed il minimo che posso fare, è di quello avere anche di un degnoso incazzo, non spegnere le telecamere dell'attenzione. glielo si deve, noi nati - per solo culo - nella parte del mondo.

Saturday, April 4, 2015

post pasqualinamente psicopipponico

roba per gente dallo stomaco psicopipponico forte. se non sopporti le contumelie di un cervellotico in ansia da psicopippa, allora ti conviene andar oltre.

l'incipit non propriamente ecumenico, ecco il cuore della questione.

a me 'ste campane pasquali, che a brevissimo andranno a sciogliersi, mi mettono un po' di malinconica turbamento. quasi mi si ribadisse, proprio ora, e soprattutto ora, e forse solamente ora la reprimenda riminiscenza di quel che mi perdo, dalla mia personalissima apostasia.

è incredibile come ogni anno sia un po' la stessa [forse noiosa] storia. per un po' di volte mi veniva da scrivere all'amica queen. che poi sarebbe colei che mi spinse, gazziGlioni di anni fa, ad iniziare a scrivere su di un blogghe. lei che la sua fede se le vive con l'intensità delle persone cinestesiche, poeticamente in distonia con il perbenismo apparente delle comunità che stanno dentro le chiese donde si andranno a sciogliere le campane a distesa. lei che alla sua fede, non di maniera, affianca la profondità e capacità di emozione che altro che codina delle gaussiane. insomma, scrivevo a lei, per raccontarle l'eco ex-ante che quella distesa di giubilo dalle torri campanarie mi metteva. lei che, per certi aspetti, avrebbe potuto coglierlo fin nel profondo, per la sintonia dell'esperienze vissute: io al passato, lei sui generis, nel presente.

ogni anno che passa mi convinco sempre di più che non è malinconia di quel che era e che avrebbe potuto essere. né che mi stia perdendo una qualche salvifica opportunità, che quelli sui banchi ordinatamente officianti, starebbero invece accattandosi. giusto per chiarir ancor meglio il concetto: se esiste un dio, o qualcosa di simile, dubito declini nella maniera in cui si celebra, comprese le campane a festa a distesa [che, tecnicamente, si stanno sciogliendo or ora, per tener traccia viva nella stesura del post psicopippnico].

se ne sento questa fottuta nostalgia malinconica è perché da lì passava una specie di illusione, su cui ancoravo quella specie di sete di infinito. che l'illusione è pure passata. la sete mica tanto.

per una serie di coincidenze, più o meno fortuite o casuali, credo di esser venuto fuori con un certo desiderio di capirci qualcosa. sempre più nel profondo, o nell'alto, o nell'ampio. qualcosa con cui prendere la misura con l'eco di insondabile che colgo, che mi avviluppa, che da qualche parte dovrebbe pur essere. ma che verosimilmente percepisco, intuisco essere oltre l'immanenza dei miei neuroni et assoni. qualcosa che, appunto, che trascende. a correre il rischio di non aver compiuto la mia apostasia scrivo financo di un bisogno di spiritualità. che non c'entra con la religione, o forse c'entra talmente tanto che la spazza via la necessità di una religione. che mi alberga, nonostante ora, in questo momento malinconicamente spirituale, desidererei [anche] pelle da accarezzare, corpo da abbracciare, titilli da distillare, emozioni da penetrare.

qualcosa sappia far intuire da lontano la scintilla d'infinito che si indaga da tempo, noi come humankind intendo. che non saranno tantissimi, da quando esistiamo come senzienti di un certo tipo. ma accumula accumula, hanno contribuito a metter su l'intelligenze collettiva. qualcosa che ha spinto qualche briciola percentuali, chi ne era capace, per altre coincidenze fortuite o casuali, a concretizzare il concetto di forma d'arte, in qualsiasi modalità.

quando celebravo le campane sciolte a distesa tendevo a confondere l'emozione per alcune forme d'arte, principalmente quella musicale, in alcuni contesti come prova provata della mia fede. ora quasi mi intenerisco a pensare quanto fossi ingenuo. anche se l'intuizione di fondo probabilmente - percepisco ora - non fosse poi così campata in aria. non era la mia fede. era la capacità di un ammasso di neuroni et assoni, sovrintendente un organismo superiore, di cogliere l'eco di un senso più profondo. io poi arrivo fino ad un certo punto, chi è più capace va oltre e magari le sintetizza pure certe ispirazioni. io mi limito a sfondare di caratteri e refusi un post solitario. ma il principio attivo, l'empito è lo stesso.

allora trovavo una risposta che pensavo fosse completa in una religione che per altri aspetti è dannatamente pulp, e probabilmente bella fomentatrice di nevrosi e generatrice di superIo ingombranti ed asfissianti. e quella [mia] religione aveva il suo acme nella veglia pasquale e le campane di sciolgono a festa. ce l'avevo messo lì per alcune ragioni che tutto sommato ora mi appaiono più chiare. ce l'avevo messo anche in virtù delle possibilità speculative che il mistero pasquale si portava appresso. e lì in qualche maniera è rimasto, l'acme. il fatto è che ora speculo con altre consapevolezze, che magari non sono quelle definitive, ma sono comunque altre ed oltre quelle di allora. poi al limite si rimane a specularsele da soli, la sera pasquale, per una serie di coincidenze e volontà sotto traccia l'inconscio. e quindi riempio di caratteri e refusi post psicopipponici.

forse è malinconia, forse è la stanchezza, forse è la solinghitudinità, forse son venuto fuori un po' sbagliato. però l'eco sì. sicuro che da qualche parte c'è. e con lei la sete. al netto del fatto che anche quest'anno le campane si sono sciolte a distesa.