Sunday, October 25, 2015

ri-comparsimentismi [che uno a volte si auto-sorprende]

ovviamente, alla fine, non son mica sparito. come già l'ultima riga del post di prima acclarava, nel non verificarsi. e poi a volte il blogggghe è un'iperbole, un'esagerazione terapeutica. o forse anche semplicemente in de-sincrono.

perché non solo non sono sparito. ma è venuto fuori un uichend che non mi aspettavo. seppur da solitario - e verosimilmente, in questo periodo, sono una delle persone meno indicate con cui passare il we [cit].

avrei dovuto lavorare intensamente. per chiuderne uno e poter dire: sono [quasi] libero.

però poi sono andato a bookcitymilano2015. sapevo ci fosse, me l'avevano suggestionato per via di certi autori russi. mi ero ripromesso di andarci, sapendo che probabilmente non l'avrei fatto. così come maratown. o il photoshow. tutto in un uichend. in cui avrei dovuto lavorare intensamente. iniziato con le tossine appppalllllla. con tutte le premesse perché ne avessi di pure peggio.

poi però ho sentito per radio di un incontro per presentare un libro. sono uscito all'improvviso. mi son goduto l'incontro, pur snobbando il libro. ho preso il programma. ed ho cominciato la fase bulimica.

ed è stata una piccola epifania, con cui mi sono [auto]spiazzato, e meravigliato - positivamente - di me medesimo.

perché son riuscito ad incastrarlo nel lavoro che comunque ho fatto. che non ho finito. ma se l'avessi finita - inutilmente il 25 di ottobre - avrei perso bookcitymilano2015.

perché mi son trovato in mezzo alla gente. ed ho ascoltato suggestioni molto interessanti.

perché ho intravisto un abbozzo di embrione di progetto per uscir da quella fottuttissssima banca. per quanto generosamente latrice di fatturazioni mensili. ed uscir da quella fottttutissima idea di quel tipo di lavoro.

embrione, vagolisssssimo, di progetto. non tanto per il libro che verosimilmente non scriverò mai, e lo scrivo sul bloggggggghe.

ma per il fatto che qualcosa si può inventarsi. ci si può proporre. ci si può immaginare. per il solo fatto della densità che questa città propone. per quanto ci siano un sacco di laureati a piedi. ed io che della mia laurea vorrei fare - figurativamente - carta straccia [posto che adesso son solo una sottospecie di "informatico", quando noi gli dagli informatici si andava a recuperar esami facili per chiudere il piano di studi].

è un'intuizione evanescente, al momento. però c'è densità. ed è ora di cominciar a conoscere qualcuno, là fuori. adesso che avrò più tempo - una volta finito i progetti extra. e la consapevolezza che si passa per di là.

deszzzzoootttt.

Saturday, October 24, 2015

sparizionismi, di venerdì sera [e che acclara la sua iperbolica illogicità l'ultima riga]

la premessa è che sono molto stanco. mi sono addormentato sul divano alle 20.00. per svegliami 50 minuti dopo, sul rincoglionito, e lo stomaco un po' [ancora] sottosopra.

l'altra premessa è che è un post giaculatorio, quindi noioso. serve a me per sputar fuori la mia frustrazione. e metter l'ennesima bandierina nel fil rouge delle giornate la cui serata dovrebbe esser liquidata, senza remore, con il divano letto aperto prima del tempo.

un'ulteriore premessa è che non ho distaccato il segnale neuronale nemmeno un po' con nessuna sostanza, e/o assunzione di alcunché. solitamente è birra. sempre più raramente il vino: sarà che il vino bevuto da solo, in assenza di interazione sociale, è meno consumevole.

l'ultima premessa è che fisicamente sono in salute, ed ora continuo a fatturare: non è una questione di venalità, visto che non lo sono mai stato. è che se una delle poche cose positive del periodo è quella di fatturare, significa che c'è poco da rallegrarsi. per quanto ci possono essere periodi omologhi, dove però non si fattura nemmeno.

in fondo il momento più sereno della settimana dovrebbe esser questo. il venerdì sera. che si hanno davanti ben due - dico due - giornate dove [apparentemente] il tempo lo si gestisce in autonomia. sono i due giorni che servono per decontaminarsi. per quanto il venerdì sera si è maggiormente carichi di tossine. da cui decontaminarsi, appunto. forse è per questo che si rischia di essere così incazzati.

e quindi i pensieri vagolano, a volte, in maniera stridente. dove stridente è l'aggettivo, onomatopeicamente, cercato ed utilizzato apposta. stridore di metallo, ad essere più precisi.

tipo, quella suggestione immaginifica del: se sparissi, e mi portassi dietro la memoria di quel che sono stato, interazioni relazionali comprese. via, szoottt, scomparso: per sempre. ma come se proprio non ci fossi mai stato. giusto per non dar il peso agli interrelazionati di prendersi il disturbo e/o il peso di provar una qualsiasi forma di sentimento negativo, o mancanza. non merito nemmeno quello. come affannarsi per uno che non c'è mai stato e che non è più. levo il disturbo. e mi porto dietro il ricordo. nessuna traccia nelle reti neuroni-assoni di chicchessia.

me ne vado via. quel frammento d'attimo prima di violare un qualche vincolo logico del tipo: come fa ad andarsene uno che non è mai stato? perché non c'è nessuno che rechi il ricordo di nessun tipo di passaggio.

come non meritarsi nemmeno di lasciar in ogni dove nessun tipo di traccia. per manifesta inutilità: quanto meno percepita, e poco importa se si è affogati nella consapevolezza ci si stia azzuffando, fendendo cazzottinissimi, con la propria autostima. nonché qualche addentellato con la cultura calvinista, con gocce di nichilismo.

tecnicamente dovrebbe scomparire anche questo blogghe - con peraltro tutti i refusi. a partire da questo post.

zoooot.

Sunday, October 4, 2015

il libro dalla copertina furba, i lucciconi, la premessa non-depressiva

la premessa è che verosimilmente ha ragione odg, sulla storia di un mio [eventuale] inizio di depressione. cosa che peraltro le ho chiesto l'ultima volta. in quella seduta tutto sommato mutuamente rivelatrice: io le ho detto che nel mio idioletto lei è odg, lei mi ha fatto sapere di aver un figlio in età universitaria, e verosimilmente futuro ingegnere.

lei sostiene io non sia depresso. non che desideri esserlo, ovvio. mi era sovvenuto il dubbio fossi in procinto di svoltar per.

poi stamani ho ragionato sul fatto che mi bastano poche ore di [relativa e temporanea] serenità e sento smuoversi echi di voglia di fare - lontani, vabbhè, ma non perduti. o baluginii di tentativi ri-progettare. financo di scrivere post. e di scriverli per provare a piazzar in righe logorroiche e piene di refusi quel che si è. porsi. e farlo con la consapevolezza di esser molto meglio dei refusi e più coinciso della logorrea.

scriverli quivi, peraltro. senza la grancassa polpettonevole del feisbuch. perché in fondo mica voglio scriverlo per [relativamente] tutti. ma farlo nell'intimo di questa specie di spazio uterino virtual-semisegreto.

comunque.

ho letto un libro. a dire il vero ne ho letti molti in questi ultimi anni. bulimicamente. nella mia tassonomica archiviazione, l'anobii intimo, questo resterà tra i più toccanti di questo faticoso ma fatturevole 2015.

mi è stato regalato dalla fanciulla per cui si scatenò compiutamente un innamoramento nevrotico. roba di parecchi, parecchi, parecchi anni fa. ora abitiamo a 300 metri di distanza. ma ci sono differenze ben più marcate ed insormontabili. la sogno, ogni tanto. e sogno mi si vuol concedere in qualche maniera. raramente mi si scatena l'entusiasmo onirico. verosimilmente la sogno non perché la desideri. ma perché probabilmente rappresenta il mio archetipo di bellezza di donna. non quella che cambia la chimica. bensì quella che si sceglie come madre dei propri figli.

comunque.

mi ha regalato questo libro. ne parlavamo qualche settimana fa. lo si vide in libreria. mi disse che era curiosa di leggerlo, dopo che le dissero fosse un bel libro. discutemmo sull'immagine di copertina. provocante e artisticamente oscena, secondo lei, da cui proteggere le sue bimbe se l'avesse preso. interessante da par mio. che pur mi sentivo con un velo di maschera atarassico-distaccata, per evitar il rischio di apparirle un po' troppo sui generis. o forse per evitar di dover giustificar questo.

e invece me l'ha regalato. assieme a quello dedicato al suo pro-zio prete, morto giovanissimo ed in odor di pre-santità. se n'era discusso un paio di ore prima di quell'altro. quello con la copertina scandalosa ma interessante. sacro e profano, mi ha scritto nell'sms che mi diceva mi aspettavano due libri per me. per me nel senso che non dovevo restituirglieli.

son partito dal profano. titolo e - appunto - copertina furbi. solo apparentemente così scandalosi. l'immagine è citata nella storia. durante la visita al MoMa del protagonista. poco prima di uno dei punti nodali del romanzo. la "holy cross" che campeggia nella sua bianchitudine, con quel gorgo irsuto nero che prorompe come il desiderio dell'origine del mondo, è azzeccata.
alla sesta riga si legge
- e i pompini
lo dice il papà del protagonista, dodicenne, che narrerà in prima persona. è lui la vista dello svolgersi di tutto il divenire.

poi succede che il romanzo diventa un po' tutt'altro. uno di quelli che leggi centellinando i paragrafetti. ma che è uno di quelli che levi con piacere dallo zaino per aprirlo e continuare a leggerlo.

per quanto in alcuni passaggi mi pareva di essere un po' turlupinano dalle scelte stilistiche. e forse un po' irritato dal narcisismo della cifra narrativa.

anche per questo, appunto, un romanzo furbo.

eppure mi son trovato spesso con i lucciconi agli occhi. perché, come dire, Libero - il protagonista - avrei voluto esser io. per quanto un poco artefatto. sia per la commovevolezza del padre. che per le possibilità di inebriarsi di lettura a di cinema fin da piccolo.

e poi il ragazzo scopa in maniera sublime. spesso selvaggiamente sublime.

non tanto nell'atto, che viene solo fatto intuire a piccolissimi tratti. ma come sublima l'atavica sensualità del farlo.

forse vorrei esser Libero, anche per immaginare di poter sovvertire quel passato quel poco represso. lui si masturba due volte al giorno - nei periodi con cui si accompagna e non - per assecondare il suo effluvio di non continenza rivendicata. io quando lo confessavo al prete/[ex]amico dovevo sempre solo farlo intuire, ché la vergogna mi assaliva. cose così. vorrei esser [stato] lui anche per tutte le possibilià di adoperarmi e migliorarmi nell'ars amatoria. o qualcosa che le si approssima. foss'anco solo per poter stringere e baciar coppe, da cui sono strutturalmente più attratto rispetto al sedere.

sono stato Libero quando da quindicenne mi sembrava di esser invisibile alle coetanee. e mi facevo forza dicendomi che avevo altre qualità, nascoste all'occhio frivolo. nel romanzo glielo dice la sua amica più anziana, con il seno maestoso, ma che è molto di più dell'eros che scatena negli uomini e quindi si arrenderà con eleganza ad una singletudine forzata.

vorrei esser Libero, per tutte le tacche che il suo amico-datore di lavoro in osteria inciderà sul bancone. ma ormai non ho più l'età di Libero. e credo di non esser nemmeno bravo come lui a letto.

vorrei esser Libero, perché il finale si sublima [romanticamente? semplicemente? banalmente? inevitabilmente?] nell'incontro con la donna che ne stravolgerà la percezione dell'esistere. e che lo libererà. la donna che sovverte la chimica perché si va via di testa per lei. di quelle che ne esistono poche per ciascuno. ancor di meno per un cagacazzo pretenzioso come me. quella donna che per esigenze di plot - oltre che il romanziere può far fare quello che vuole nei suoi romanzi - Libero trova, sposa e che lo renderà padre poco prima muoia anche la madre, nelle ultime pagine della storia [romanzo furbo, dicevo, no?].

eppure, appunto, mi son trovato spesso coi lucciconi. per i momenti in cui si canta dell'amicizia sincera. di quando si è strutti per la nostalgia di quelli che se ne vanno [anche quando seppelliscono in parco sempione il cane Palmiro Togliatti]. o quando si è nel maroso dell'inebriata e cervellotica eccitazione, per la licenziosa leggerezza con cui si intuiscono alcuni amplessi.

non c'è nulla di osceno. forse perché vorrei essere quel Libero. forse perché ho fatto pace con quel che vorrei fare. per quanto dicotomico, e molto anisotropico [e quindi con scarsi risultati pratici: ci si disperde quando non si concentrano le energie, peraltro già molto impegnate, in questo anno faticoso]. perché ogni tanto avrei questa gran voglia di non contenermi. ed esplorare la diversità dell'intimità, per carpirla, di quante più donne: insomma di scopare gioiosamente, e tanto. mentre ogni tanto avrei la stessa voglia di potermi perdere nel rapimento intellettuale e quindi [anche] erotico di colei - tra le pochissime che esisteranno da qualche parte nel mondo - adatta e che forse tipo storto come me. roba da farci l'amore, ed ogni volta sempre meglio. quell'incontro di cinestesie per cui smetter di avere paura, sacrificar questa solitudine orsica. che un po' mi protegge. un po' mi soffoca. [e che lascia pure il tempo per certi post logorroici. quando si sente un po' più lontana l'idea di essere pre-depressi].

Wednesday, September 30, 2015

il tributo bimestrale al senso di percezione merdosa là dentro

oggi è stata una pessima giornata, proprio nel mezzo della testing-week.

è successo quel che mi aspettavo succedesse, ad un certo punto.

la notizia buona è che, nei primissimi momenti, ho reagito bene: con atarassica resilienza.

la notizia cattiva è che, post i primissimi momenti, la frustrazione, il senso di pieno, la nausea e la tentazione di mollar tutto si è fatta largo. e mi ha travolto. col cazzo resilienza.

ed ora sono marosi interiori. seppur piccole fluttuazioni quantiche, negli oceani siderali delle ingiustizie e tristezze che l'umanità esperisce.

c'è la nevrosi di non riuscir a far le cose come vorrei. c'è la percezione della pochezza [frustrata] di alcuni interlocutori. c'è il senso di straniamento per un qualcosa che vorrei lasciar dietro un angolo, per sempre. non solo lavorativamente.

sono stato colto da piccoli conati d'anzia. avrei voluto comunicare a voce tutto questo a qualcuno. la classica voce amica, per provar a riscaldar l'animo inquieto in sommovimenti spastici. avrei voluto sentir financo matreme, ma non è il caso la carichi di alcunché.

non ho chiamato nessuno, ovviamente. per rimuginar la solitudine. né per non disturbare [questa, peraltro, l'ho sentita giusto poche ore fa, con tanto di rimbrotto - affettuoso - da parte mia: come non siamo reciproci, a volte. illuminati a consigliar gli altri, pessimi razzolatori verso se medesimi].

cercherò di scioglier qualche lacciuolo con la realtà opprimente della serata con una birra. che sta giustappunto raffreddandosi nel freezer. nel mentre posto l'ennesimo post giaculante, senza distrazioni alcolemiche alcune. in fondo l'aspetto auto-terapico dello scrivere è dovuto al fatto ci si riesca a porre e a porsi. quello che ho percepito misconosciuto, nella melma generale, in questa giornata di metà testing-week.

vado a cenare. con la birra. avrei voglia di un abbraccio e di abbozzi di consolazioni. altresì impugnerò la lattina di una doppio malto scadente. e qualche pagina di libro.

fanculo.

Sunday, September 27, 2015

queste specie di re-inizi alla fine di settembre

due anni fa come in questi giorni si chiudeva l'ufficio. l'ultimo giorno che vi ci andai a recuperar alcune delle mie cose mi sentii pervadere da una specie di gioia. una cosa tipo liberazione. quelle piccole epifanie lungo viale legioni romane. sentivo che si chiudeva un qualcosa di poco positivo. però ero financo vicino ad un concetto di felicità. ricordo che volli condividere quel momento con l'amico luca, mentre guardavo calar il sole, per l'ultima volta, in quella fottuta e claustrofobica stanzetta. c'era qualcosa di struggente, di fuggevole: come la luce che imporporava il palazzo di fronte. me ne andavo da quel posto. ero un poco più libero. non avevo ancora realizzato del tutto quanto gli altri fossero due zavorre. non che non me l'avessero già suggerito, o suggestionato. anzi, ne era nata pure un'assurda discussione. assurda per il fatto che ora la cosa mi appaia così acclarata. ognuno ha un po' i suoi tempi.

comunque. chiudavamo l'ufficio ed io intuii che qualcosa di importante era successo. e che avrei potuto fare un sacco di altre cose, nel mentre portavo avanti la baracca e la sempre più pezzottata aziendina. pensai addirittura di chiedere ad un paio di amiche come vedevano l'idea di posar in foto di nudo. "perché non provar anche quello?" mi chiesi.

non feci nessuna foto. non riuscii a far quasi nulla di tutto quello che mi ero titillato. ritrovai il piacere-peso di lavorar da casa. creativamente ad inventarmi i modi per non dar fuori di testa.

poi di lì a qualche mese non solo realizzai la storia delle zavorre. ma si sgretolò un po' tutto il resto. fui sul punto di mandar tutti afffffanculo, con tanto di insulti di cui avrei dovuto poi chiedere scusa. iniziarono mesi piuttosto bui. affogato nel rovello di cos'altro avrei potuto fare. con un sacco di dubbi verso tutto e molta apatia verso troppo.

davvero. periodo di merda. e completamente con le finanze sminchiate.


un anno fa come in questi giorni, un lunedì mattina, decisi che quel contatto, quel compagno di corso così tanto in carriera, quello che ne aveva passate, ma ne era sempre uscito meglio, colui cui mi vergognavo un po' raccontar il mio fallimento, quello che pensavo fosse sensato sentire almeno già da qualche mese, quello che già mi aveva fatto lavorare in passato: sì, era il caso di chiedere a lui. anche solo per dirgli: sono di nuovo in circolazione.

è un po' come la storia del chiodo in "novecento". quello che regge il quadro. all'improvviso, senza dar preavviso, cede. e vien giù tutto. vvvvvramm. quel lunedì mattina gli mandai un sms. vvvvvvraammm. finiva con "appena riusciamo ti spiego".

mi chiamò quella sera. mi aveva giusto pensato quel mattino. prima di ricevere l'sms. credo, nel mio fottuto razionalismo, che le coincidenze siano solo - appunto - coincidenze. però quella, di coincidenza, mi aiutò a raccontar con molto meno peso, il perché del mio ri-farmi vivo.

mi butto lì un qualcosa di molto sporadico, ma che poteva iniziar subito. non mi parve qualcosa di così entusiasmante. ma era un qualcosa. ed in fondo c'era financo da scrivere. "ne parliamo davanti ad una birra", ci promettemmo.

e davanti a quella birra ebbi la mia piccola epifania. il baluginio in fondo al tunél. tornar a far il libero professionista. differenziare attività e clienti. a milano. fu un attimo. il momento più felice di tutto quell'anno complicato [al netto di altri piccoli acme]. perché nella nebulizzazione delle cose che potevo fare se ne era, finalmente, congrumata una. e si poteva passar al fare, oltre che ipotizzare. e perché la naturalezza che percepivo in quella scelta significava che avevo come scavallato. avevo cominciato a smettere l'onta del fallimento e del non esser "degno" di trovar clienti. ma di potermi porre davanti a costoro e con convinzione propor loro il mio tempo, le mie capacità, prestar loro, la mia intelligenza.

per uno con ontologici problemi di autostima son conquiste mica da ridere.

poi arrivò, d'un tratto la proposta: analista, consulente a tempo pieno, una dipendenza mascherata e tutto quello che ne seguiva. a partir dal fatto non poter più disporre del mio tempo. e finir, di nuovo, sotto un qualche "capo" che - già lo sapevo - difficilmente si sarebbe rivelato all'altezza.

però c'era la possibilità di uscir dallo sminchiamento finanziario. fattura tutti i mesi. e pagamento assicurato. fieno in cascina. possibilità di rientrar coi debiti con matreme [la mia personalissima nevrosi]. ed avrei ritrovato il mio amico omar.

accettai, con molto timore. ma con l'idea di giocarmela. anche solo per [ri]mettermi alla prova.

sono seguiti - e seguono - dieci mesi tecnicamente duri, molto duri. un po' perché poi alla fine i lavori son diventati due per troppe settimane. un giorno di vacanze. ambiente venefico. la qualità della vita in picchiata. troppo impegnato a. nemmeno il tempo né il desiderio di goderseli un po' quei due spicci che potrei ora pur spendere. perché fatturo, assssì se fatturo. e forse ho financo imparato a scoprirmi molto più abile di quanto immaginassi in ambiti non solo tecnici.

è la dicotomia di questa esperienza. è molto positiva e ne ho una specie di rigetto continuo.


in questi giorni sento la nausea montare. come non mai. ma non è più nemmeno rigetto. è la sensazione che forse è il caso di far cambiar qualcosa. anche alla luce delle [auto]scoperte di questi mesi. domani inizia una settimana in cui, oltre la fattura di fine mese, cercherò di capir meglio questa sensazione. se è come la storia dell'irreversibilità dell'entropia e siamo allo sb[r]occo finale, lungo quel che servirà. oppure se è riassorbibile: quindi poter pensar di starmene buono ancora per qualche mese e fatturare.

sento le rotelline girare. la pulsione proattiva a cominciar a ragionare in altri termini e possibilità. e - paradosso per paradosso - proprio in questi giorni in cui il brio esistenziale pare essere essersi evaporato. tipo la birra lasciata in frigo, aperta, per giorni.

sono curioso. vediamo che suggestioni ne verranno fuori [tanto, di scopare, non se ne parla nemmeno questa settimana, uichend incluso].

Sunday, September 6, 2015

aylan e me

[premessa. post iniziato due giorni fa. riscritto. riletto [refusi a parte]. ri-riletto. ri-meditato. difficile, insomma]

questa sera facevo autostopppe. non mi ha caricato nessuno. ma sapevo di avere la figurata rete di protezione del busse che sarebbe arrivato, da lì a svariati minuti.

ed ho pensato ad aylan. che a chiamarlo per nome fa una cosa diversa da il-bambino-siriano-affogato-sulle-coste-turche-che-tanto-ha-scosso-le-coscienze-che-non-è-giusto-o-forse-sì-metterlo-in-prima-pagina-di-un-giornale.

anzi. ho pensato al suo significato per me. e la storia di una foto: lui senza più vita, dove la terra inizia e finisce il mare - visto che nel mare è morto - metre io ancora in vita, col mio bel pugno nello stomaco. e cosa è successo dopo.

ad essere quisquiglianti io non ho condiviso la foto, per quanto abbia contribuito anch'io a renderla virale. la viralità: nel contempo epic vuiin o fffeil del susseguirsi di cose epiche che svaporano come l'afflato dell'alcool con cui si puliscono le nostre scrivanie, da dove si rende virali le foto, e si pensa di esser nel centro del divenir del mondo, basta la connessione internettara.

dicevo.

non l'ho condivisa. l'ho messa come coverimmeig del profilo feisbucchiano. prima l'ho photoshoppata un poco, giusto per renderla più "mia". per lavorarla quel minimo e metterci dentro un ulteriore afflato di non so bene cosa.

già.

non so bene cosa. perché tutto è avvenuto in maniera quasi da stato di trance. come fosse lancinantemente necessario mi presentassi così, nel micromondo de li soscciall. photoshoppavo e ogni volta guardando la foto per valutare il risultato sentivo una specie di botta, un urto, uno stringermi il petto [figurativamente], all'emozione, alle lagrime sublimate. non volevo metterci parole. solo l'immagine e provar a comunicare una del tipo: questa è la cosa più cogente, voglio mi rappresenti. poi ci ho messo a compendio un post di marco bracconi di repubblica [che val la pena leggere], appena sotto la foto che avevo appena guardato, scaricato, photoshoppato e che volevo mi facesse da copertina. niente parole mie. un'immagine: quella.

e me ne sono andato a dormire. scosso. ho sognato, nel turbinio dei sogni, di bambini piccoli, ma non piccolissimi, da passeggino. potevano essere come aylan.

la mattina dopo ho cominciato ad ascoltar del ciarlare sulle foto. sul fatto di pubblicarle. sul senso. sul perché ed il percome fossero così lancinanti. su come potessero scuotere l'inedia politica e/o di come risultassero digerite ed ormai ignorate. sul fatto fosse giusto pubblicarle e sul senso fosse giusto non pubblicarle.

ma non mi hanno poi affascinato più di tanto, nonostante la speculazione ed il ragionamento, intuivo, potessero essere interessanti. ma come eco confuso e soprattutto lontano. di certo non mi hanno appassionato. asetticamente e tecnicamente credo che foto e titolo de "il manifesto" siano state impeccabili. ho letto che in redazione c'è stata discussione se e come uscir in quel modo. ma penso siano in parte validi anche i ragionamenti di coloro che hanno criticato quella scelta, e ne hanno fatta un'altra. ognuno, in un ambito così complesso, ha un pezzo di ragione, se ragionata.

non mi hanno appassionato e me le son fatte scivolare un po' via - a parte la suggestione dell'amico itsoh, ma soprattutto perché a lui voglio bene. mi son sottratto dal ragionarci e/o prendere posizione perché, dal mio personalissimo punto di vista, poteva aver senso solo quel pugno nello stomaco che avevo provato. a prescindere dalle prime pagine dei giornali. senza che mi si dovesse spiegare il perché, proprio a 'sto giro, la cosa mi ha effettivamente lasciato così interdetto.

della complessità del fenomeno epocale della migrazione di popoli penso di non essere così sprovveduto, o utopista. ci ho già ragionato, ho provato ad informarmi, razionalizzare, capire, financo - pomposamente - quasi studiare. è un fenomeno che non si esaurirà nei prossimi mesi, se va bene anni. è cosa epocale, punto. essere d'accordo o meno serve tanto quanto sciacquar la tazza di dove si abbevera il cane, o grattarsi la testa senza nemmeno accorgersene. non sentivo così impellente la necessità di farmi spiegare ancora. mi bastava guardare quel che restava di aylan, di quel bimbo.

stesso discorso sulla pietà e/o la solidarietà, o la negazione di questo per i più biechi interessi elettorali immediati. tutto sommato so già da me. nei miei frustrati abbozzi di trovar un senso in questa società mi sono almeno strutturato, quanto basta per sapere come le vivo e la penso. senza che qualcuno o qualcosa possa farmi sentir in difetto per le mie posizioni. semplicemente cambierei interlocutore o compagnia. fine. non avevo bisogno dei pipponcini per convincermene ulteriormente. parole sentite, scandalizzate, provate, commosse, e tutte ovviamente pro-solidarietà, perché gli sciacalli elettoralistici hanno quanto meno subodorato che in questi giorni sarebbe controproducente cavalcare le istanze putrebonde. tanto le tireranno fuori ancora dalle fogne, c'è solo da aspettare.

era come volessi sottrarmi da tutto questo. fottersene delle prime pagine, quasi che il pugno allo stomaco non avesse bisogno di alcun giornale. fottersene dei dibattiti, delle discussioni, delle argomentazioni, non serve la socio-antropologia per capire come mi sentissi. e, rimasto solo col grumo che mi pesava dentro, pensare se e cosa potesse significare, in quel momento - precisamente storico nel mio intimo contesto, non per la Storia di questo fottuto mondo - cosa rappresentasse per me aylan, quel bimbo. e nel ragionamento immediato, e nell'intuir le sensazioni interiori metter come segnale, segno, simbolo, riassunto, icona quella foto a copertina.

ho ripensato a tutto questo, mentre le auto passavano e continuavano, ciascuna, a non essercene con dentro qualcuno disposto a caricarmi.

e naturalmente sono arrivato al punto un po' nodale. forse dirimente. con la quale ho un po' equivocato fin qui, volutamente.

la foto che ho visto, che ho photoshoppato e messo nella mia "copertina" è quella di aylan esanime in braccio a un poliziotto turco. nell'articolo di repubblica.it - che verosimilmente ha deciso di non pubblicare quella più d'impatto - si parlava di altre foto, più crude, più lancinanti. il fatto è che in quella foto il viso di aylan non si vede, nascosto, nella prospettiva dello scatto, dal tronco del poliziotto. è stato quello che mi è rimbalzato prepotentemente dentro. è il gesto del poliziotto per cui sono andato in modalità automatica e quindi di tunneling attraverso il mormogliar di prime pagine sì/no, dibattitti senza la soluzione ma con molta frustrazione.

ecco. io, la foto di aylan disteso sulla battigia faccio ancora fatica a guardarla. per una seria di ragioni che stanno lontanissime dal fatto penso sia stato giusto pubblicarle, e financo farle diventare virali.
no. le mie ragioni sono molto più da debosciamento mio, contestuali al periodo, che - tanto per cambiare è quello che è - sono frustrato di mio: le ingiustizie del mondo continuano a non scivolarmi addosso, ma son troppo stordito e intimorito anche solo per guardare quella foto. anzi, forse è persino vergognoso accostare  le due cose. metter nello stesso ragionamento quel dramma epocale e quella foto che fa da sineddoche, alle mie difficoltà da caso umano, e la poca capacità di tener lo sguardo fisso su quel corpicino.

quindi non so se sarebbe scattato quell'automatismo se avessi visto quest'ultima. quella dove il dramma pare insolubile. penso di no, ma ormai è tardi per tirar fuori una qualche conclusione sensata.

però - pensavo mentre le auto continuavano a scorrer accanto al mio dito pollice sollevato - il fatto abbia visto, nel caso di quella serata, quell'altra deve aver smosso qualcosa. e ritorno sul gesto del poliziotto turco. l'azione che sta compiendo. che sembra concentrar nella posizione delle mani il senso del "la terra ti sia lieve". è una cosa ovvia, scontata, che costui non ha mica ragionato di dover fare in quel modo. però deve esser quello che mi ha fatto scattare il resto. in quel dramma epocale ci può esser un'altra sineddoche: per il fatto si fa qualcosa. si possa far qualcosa. si debba far qualcosa. aylan è morto, la migrazione di popoli è in atto: ci possiamo far poco, ora. è la capacità di reagire con l'umanità e la delicatezza [ferma e decisa] necessaria che è possibile.

come se, di nuovo, intravvedessi una possibilità anch'io. io nel senso di io: quello che si lamenta e che si sente frustrato per tutte le cose che non ha combinato di così funzionanti finora. una possibilità. qualcosa che è in potenza, mica [ancora] atto. effimera come la copertina di un banalissimo soscial.

ma è una possibilità.

Friday, August 28, 2015

appunti per quando rivedrò odg

in questo lavoro mi adopero per dare il la alla risoluzione di problemi. le chiamano production issue, in inglese, che fa più fico. poi si abbreviano in piiaaiiii. l'amico omar, là dentro, le chiama pi-ii, acronimizzando in italiano, e se ne fotte che la sigla venga dall'inglese. lui che peraltro l'inglese lo sa molto meglio del 98% di quella compagnia di pazzi.

in buona sostanza analizzo piiiaaiii. che diventa l'unità di misura della numerica su cui stabilire l'efficenza e l'efficacia del gruppo: per decidere, con un tratto di penna, se smantellare tutto o continuare così com'è adesso. la piiaaaiii è l'elemento molecolare che scandisce l'operatività e muove il nostro agire. poi vabbhé, ci sono molecole banali, quasi inorganiche. e polimeri complessissimi. non importa, per certi aspetti numerici: una piiiaiii  è una piiiaiii. e tutte uguali sono, a cubarle: una livella che se ne fotte dello sforzo profuso per. le piiiiaiii sono il puntellarsi di punti di accumulazione di un processo che è pezzottato a monte. da un certo punto di vista inevitabilmente: non esiste il software senza bachi, figurarsi [e queste suggestioni rieccheggiano come ricordo degli arbori della pezzottatissima carriera lavorativa, di cui l'amico omar fa parte [dell'inizio di carriera, non che sia pezzottatissima: ovvio. su quello ci ho messo della gran costanza io, e le mie titubanze per far una cosa ed essere decisamente altro]]. il problema al limite è quando a monte di tutto ci si mette un'approssimazione un po' arrogante, verosimilmente troppo cantinara e per un cazzo teoretica: noi si sviluppa come a scopare libidinosamente, le analisi funzionali facciamole sulla carta da formaggio [figurativamente, ovvio]. figurarsi poi quando, in questo delirio, ci si affidi a fornitori che alla bisogna mettono a disposizione degli scappati di casa.

in pratica la piiiaaii è il guano che si raccoglie nei canali di scolo. è l'avanzo che si accumula a monte delle grate messe a mo' di filtro, dove passa quest'acquaqua. la piiiaii è l'epica surrogata di quello che non va. e noi le si deve sbrogliare. quando non si confonde il fatto che la merda l'ha vaporizzata qualcuno a monte, non colui che la deve metabolizzare a valle, magari facendone anche concime per provar a migliorar un po' il tutto. però il senso è un po' quello. così come son visti quelli degli autospurghi: quando hai a che fare con quella roba, per metonimia, non ti viene in mente possano cucinar manicaretti, o immaginino il bello e il nutrimento per la mente o lo spirito. figurarsi poi quando sono consulenti esterni, cordoncini del badge bianchi, coloro che possono essere dismessi senza troppi problemi. ed anche in maniera spiccia: la copertina sindacale è attenta solo ai dipendenti.

questo il contesto, anche se dipinto un po' pipposamente, ovvio.

ebbene: naturalmente nella mia testa mi prefiggo di risolverne un numero sempre maggiore di quello che riesco a fare effettivamente. perché poi le piiiiaiii hanno una loro vita, a volta da golem, e quando ne gestisci 3-4 per volta ci si accavalla il tempo, il sentimento, l'anzia performativa collegata. specie poi quando qualcuno stabilisce: siamo indietro, troppe piiiiaiii rimaste non risolte - ma questo è un altro discorso, o forse non del tutto.

comunque.

obiettivi piiiaiiistici troppo elevati. poi non ci riesco. e quindi sono frustrato. e credo di valere meno di un cazzo. da qui ennesima frustrazione condita col fatto che - verosimilmente - potrei pisciar in testa al 95% di quella compagnia di pazzi. ed invece sono l'ultimo dei peones, consulente, un po' tipo del tipo di quelli sezione autospurghi, di cui sopra. a disposizione degli utenti [i clienti sono altra categoria], di tutti gli utenti: loro sono quelli che aprono le piiiaiii, e sono i nostri clienti. tutti. dall'idota più incompetente, al più frustrato dei personaggi tristi che si sente ignorato, lui e le sue piiiaiii, che magari nessuno di noi considera in prima battuta. ci sarebbe da scriverne per intieri post. ho già sbrodolato abbastanza questo.

ecco.
presa la storia delle piiiaiii e moltiplicata per un po' di volte vien fuori il mio esistere da barbino solitario.

vorrei fare millemila altre cose. con ben altre finalità e/o financo eticità, o quanto meno soddisfazione e pienezza. ovviamente punto troppo in alto. i risultati non arrivano, difatti sto analizzando piiaiii a servizio di utenti spesso frustrati, mentre probabilmente potrei pisciar in testa al 95% di costoro. coi risultati in ben altri settori del versante soddisfazionesco.

la mancanza di soddisfazione e di "risultati" è mannaia per l'autostima, che difatti è in picchiata. che uno ha la percezione di essere un buono a nulla, che nulla stringe. e così il cechio si chiude, con l'epiciclo dei post lamentosi.

fine.