Sunday, April 24, 2016

leggere o lo zelig della lettura

non amo gli aforismi. cioè. non è che non gli ami tuuucccuur. però non amo l'uso facilone che ne si fa. quasi una specie di nozionismo à la carte. con poco sforzo, e tanta apparenza.

però c'è uno, di umberto eco, che mi piace. e che sento intensamente nella carne emozionale.

"Chi non legge, a 70 anni avrà vissuto una sola vita: la propria. Chi legge avrà vissuto 5000 anni: c’era quando Caino uccise Abele, quando Renzo sposò Lucia, quando Leopardi ammirava l’infinito... perché la lettura è un’immortalità all’indietro."

perché ogni volta è immergersi nella vita che l'autore inventa per chi lo legge. con il tempo, lo spazio, la matericità, la pienezza che contraddistingue la vita messa lì a disposizione per [ri]viverla. certo, lo faccio in maniera compulsiva, con poco filtro: di conseguenza mi immergo in un po' di tutto. spesso cose mediocri. raramente in situazioni che era meglio lasciar perdere [per quanto, quando si inizia un libro, è quasi un obbligo verso di lui arrivare in fondo]. capita anche di trovarsi in un qualcosa di sublime. ed è come vivere una stilla di paradiso laico, anche se si è immersi nei patemi più urticanti*.

certo. ho cominciato a farlo, anche perché c'è stato un periodo in cui pensavo avrei potuto scriverle anch'io, vite in cui far immergere gli altri. e dai libri scritti male si impara financo quasi di più: anche solo per non cadere in quegli errori.

certo. ho rinunciato un po' alla lettura saggistica. che non bastano mille vite per intravvedere lo scibile. però è ugualmente affascinante intuire una scintilla nuova. e tutte le psicopippe che possono conseguire.

sicuramente mi sento spesso zelig. [mi] entrano talmente tanto alcune di quelle vite, che è come se avessi l'impressione di viverla con la stessa cifra stilistica. o magari viro leggermente la mia, di cifra. sintonizzandomi con quella dell'autore. solo che lui costruisce vite, io al limite scrivo mail o post psicopipponici.

in tutto questo però ora mi chiedo - perché una certa goduria nella psicopippa destruens mi è rimasta - se questa duttilità nell'appropriarmi in posizione laterale delle vite, che l'autore costruisce, non celi qualcos'altro. cioè, l'ho sempre vissuta con curiosa capacità di immedesimarmi, quasi a entrare nell'ordito: per prendermi il meglio. il dubbio che sia uno strascico di fuga dalla realtà, per compensare il narrato [mio] del presente vivo e vegeto. che a volte mi risulta esser spesso così insoddisfacente. o se non sia - al netto del sessismo dell'iperbole - una manifestazione di non aver abbastanza i coglioni: per tener solo io la barra sul cassero, senza sublimazioni o prese in prestito. tipo i libri della biblioteca, che prendo e riporto come il piccolo rito laico, personale, rassicurante: dalla chiacchiera con il bibliotecario biblio-pusher, ad una pretesa di allargarmi oltre i confini del paesello, che è sempre un bel posto, ma io vorrei altre vite, altra gente. foss'anche solo dentro la piccola pila di libri con cui me ne vado ogni volta.

certo. certo. ho passato situazioni ben più tese [la salute, comunque bene, grazie]. e questa, al limite, è una psicopippa da effetto di bordo.

tanto la risposta non ce l'ho. e posto che non ne esiste una sola. potrei cercarla dentro di me. ma verosimilmente è sbagliata. rinuncio ancora a guardarmi qualche filme. e mi riprendo un libro, da qui ad un po'.




*le correzioni, espiazione, tutto potrebbe andare molto peggio, follia, il ciclope, storia di irene, le opinioni di un clown, cecità... e qualcun altro ancora.

Tuesday, April 19, 2016

ciaone un paio di palle [e stocazzo]

lo ammetto. il fatto che domenica scorsa non si sia raggiunto il quorum mi è spiaciuto. soprattutto e prevalentemente per l'argomento in sé [mi ero informato, ho votato consapevolmente, valutando anche l'aspetto simbolico che dalla specificità del quesito promanava], in parte perché avrebbe potuto sconfessare e portare a più miti consigli il nostro imperatore del consiglio.

sì. uso il sarcasmo.

perché ho tutto il diritto di ammantare il mio voto anche di un significato [anti]plebiscitario. il presidente del consiglio ha il dovere di non fare ironia pelosa sul fatto sia andato a votare [anche io]. ed ho anche il diritto di sentirmi un po' incazzato per la demagogia usata per stigmatizzare la pretesa inutilità di un voto. si poteva unire referendum ad amministrative, risparmiando un bel po' di soldi. ovviamente però così il quorum si sarebbe raggiunto.

detto questo.

ho letto una suggestione che l'amico itsoh ha condiviso sul feisbuch. verosimilmente a 'sto giro abbiamo votato allo stesso modo. per come si sta configurando il divenire degli eventi credo che non sarà così per un po' di prossime volte. questo non toglie che [ovviamente] continui a volergli bene, oltre che continuare a considerarlo tra le persone più intelligenti [nel senso più ampissimo del termine] conosca.

insomma. la suggestione è questa. subito ho commentato sulla pagina del feisbuch dell'amico itsoh. sottolineando che avrei votato no. ex-post mi viene da pensare sia stata una specie di commento un po' "avventato". non tanto perché non ne condivida il senso, ovvio.

ma perché, semplicemente, mi sento tautologicamente costitito [a fatica] così. non c'è mica bisogno di sottoscriverlo. quasi come se si dovesse dichiarare l'ovvio: per quanto un ovvio cui sono arrivato [o ci sto tendendo a meno di un o piccolo, molto piccolo [questa la capisce che ha fatto quel minimo di analisi matematica]] con discreta fatica. ma di cui vado moderatamente fiero.

certo. io non sono un militante politico. anzi. non sono un militante partitico. perché di politica, nel senso più ampio e nobile o dis-nobile del termine, cerco di curarmi da tempo, molto tempo. fatico ad intrupparmi, e preferisco sentirmi libero di ragionare [appunto] ogni volta, senza dover sottostare a nessuna "disciplina" di nessun partito. forse è per questo che fatico, sempre di più, a riconoscermi in uno di quelli messi a disposizione - movimenti inclusi, ovvio. e nel contempo non riesco a reprimere una forma di idiosincrasia crescente verso l'imperatore del consiglio, agganciando il mio bias a situazioni che sono in partenza personali [sue] e che poi diventano meta-politiche. perché con gli egotici vado in quasi totale anti-empatia, è un limite mio, ovvio. se altresì l'egotismo diventa cifra stilistica per governare e di modificare modificare pezzi di Costituzione, e farlo in quel modo mediamente irricevibile, il problema s'ingrossa. sempre dal mio punto di vista, ovvio.

putroppo non si possono espuntare i pezzi peggiori. o si piglia così, o nulla. bene, allora nulla. i mantra dell'articolo di cui sopra, lodevolissimi ma per target altri rispetto a me, non sono in discussione, figurarsi.

e non mi curo troppo che da questa parte si stia formando un'accozzaglia di gente: a molti dei quali non darei nemmeno le chiavi del lucchetto della bici con un pedale ciancolante. sono loro - a 'sto giro - che si sono avvicinati: meglio ribadirlo da subito [anche perché so che pure questo diventerà uno dei trend più toooopic nella retorica da #ciaone di chi gestirà la campagna per il sì.].

solo i cretini non cambiano mai idea. io spero addiritura di aumentarla, l'idea dico.

Wednesday, April 13, 2016

proprio nel giorno del genetliaco dell'amica liude

oggi è stata una giornata moderatamente di merda.
capita.
a dire il vero negli ultimi tempi capita sempre di meno. resta il fatto che almeno una volta al mese mi capita di metter assieme un po' di eventi, tecnicamente fastidiosi. solo che poi si mescolano con altre coincidenze qua e là. ed io quindi sbrocco.

mi è sembrato di tornare al patimento dei bei[?] tempi. quelli simil bohemien, o quella cosa lì.
quando vagolavo senza particolare meta e senza apparente soldo in giro per milano. a ridermi amaramente un po' addosso, che poi è il modo in cui uno dissimula il proprio compatirsi. compatirsi, ecco una cosa che non augurerei a nessuno. però ogni tanto capita, ed una volta, troppo spesso, mi capitava.

ho camminato. un po' per secernere quel minimo di endorfine. un po' per godermi i raggi di sguincio del sole al tramonto. che bucavano l'aria tersa e pulita. sono i regali che lo scroscio improvviso sa regalare. scroscio che non mi ha colto, perché ero semplicemente in metropolitana. ho camminato pensando che questi giorni così speciali - aprile, che cazzo di gran bel mese è - quest'anno provo a afferrarli un pochetto. senza provare quella sensazione che stordisce di vederli correr via, e tu sei impegnato a raccapezzarti in altro. tipo lo scorso anno. sono migliorato, è vero. sempre troppo lentamente, però.

mi prendo il bicchiere mezzo vuoto della lentezza o quello mezzo pieno del fatto stia facendo meglio?

ho camminato. all'ultimo momento ho deviato, allontanandomi da casa. dentro quel tramonto con la temperatura fresca ma gentile. immagino che l'odore fosse di qualcosa di frizzante, arioso, terso. un'arietta che punge delicata, solletica la pelle, invita a non ritirarsi.

ho deciso di andarmene nel centro e poi ancora di più. una serie di installazioni del fuori salone. dove si percepisce netto che il mondo è qualcosa di ampio e variegato. perché incroci visi e sguardi che sanno di umanità di altre terre, altre lingue, altri pensieri: lontani e prossimi. ampio e variegato perché quell'umanità così diversa ma che senti così vicina è pur sempre un'umanità della parte fortunata del mondo. come quella dove sto, nonostante la mia giornata di merda. anzi, proprio in virtù del fatto possa lamentarmi sia stata una giornata di merda. perché ho abbastanza il culo al caldo per poter distinguere, distintamente, il fatto sia stata una giornata di merda. peraltro per motivi tutto sommato futili. e questo, in un ipotetico processo, farebbe da aggravante se mi dovesse giudicare sul mio giaculare.

per quanto sia un giaculare per il fatto [anche] perché mi par di lasciar fuggir via l'esistenza, come le volubili e veloci giornate di aprile [che continua ad essere un gran bel mese].

mi sono infilato in un altro evento. ci son passato per caso. ho visto un sacco di gente cianciante con il calice in mano. "mica vorranno negarmene uno a me, no?". e quindi mi son fatto largo in mezzo a queste sovrastrutture piuttosto pregne del loro ruolo in quel mommento. ho agguantato un calice. me lo son fatto riempire. rimanveva giusto il fondo della bottiglia. "aspetta" - mi ha detto il barman, che versava senza soluzione di continuità - "prendine un altro po'" mentre apriva un'altra bottiglia. vino forse un filo freddo e troppo mosso. tanto ne capisco poco, a partire dal bouquet che promanava, che naturalmente non ho colto.

ho finto di guardarmi intorno, falsamente interessato ai prodotti eposti: erano sedie? divanetti? sedute variegate? ho consapevolmente recitato la parte di quello si mostra riconoscente verso colui che ti sta offrendo da bere e, cosa vedevo salir dalle scale, verosimilmente pure da mangiare. ero in scena, anche con una certa dose di studiata ipocrisia. tanto non gliene fotteva nulla a nessuno e nessuno mi avrebbe chiesto nulla.

ho disceso le scale. due camerieri tagliavano senza soluzione di continuità chi dei salami, nerboruti e stagionati, chi delle forme di pane nerborute ed ammansite dalle presenze invitanti di grassi vegetali: strutto, olio, burro?

ho arraffato, fermandomi un attimo prima dell'arcaica [e scomposta] voracità, e un po' dopo un finto e sovrastrutturato ritegno. bevevo, mangchiucchiavo e osservavo. solo, ovviamente, non credo fossero in molti nelle mi stesse condizioni. tutti, più o meno, erano con qualcun altro. non so quanti avessero avuto una giornata di merda e fossero lì più o meno per stordirsi con un vino così così.

me ne sono andato non appena ho percepito il venir da lontano di un fastidio allo stomaco: quando si sta mangiando troppo e non troppo bene. o meglio: sono uscito da quel locale un po' showroom. altri se ne stavano entrando, i camerieri mescevano vino senza soluzione di continuità, quasi a voler far intendere non ci dovesse essere un limite a quelle bollicine. il continuum che possa dar [ingannar] l'idea dell'abbondanza da accaparrarsi senza limiti, facendo perdere di vista il concetto banale dell'esaurirsi delle cose. me ne sono uscito, solo come ci ero entrato. mi son messo al bordo dell'incrocio delle due vie. la torre velasca contornata di rosso alla destra. la percezione di vivere al margine certe situazioni, quasi come destino, come se ne fossi rimbalzato come il raggio di luce all'interno del salto dielettrico della fibra ottica.

lo stomaco lamentava l'ingurtare veloce, e piuttosto pasticciato.
milano è come se mi offrisse, ed io timidamente esitassi, per veder [piccolo] deflagrare una specie di rifiuto, per cui ci si sente fuori luogo per quanto con una certa familiarità ai luoghi. tipo l'olio sull'acqua.


oggi peraltro compie gli anni l'amica liude. avrei voluto chiamarla. ma non sarei stato particolarmente garrulo. sarebbero venuti auguri un po' pezzottati. sono le coincidenze. sono una persona contestualmente fortunata. anche se la tentazione - ombelicale - di ostentare un inquieto: che vita demmmmerda, mi titilla.

chiudo il post, senza rileggerlo, e vado a dormire. incerdibilmente presto rispetto ai bei[?] tempi bohemien. così la chiudiamo qui. domani, verosimilmente, andrà meglio.

ed io potrò far gli auguri che si merita l'amica liude.

ps.
aggià. mi son fottuto il bicchiere. come segno un po' para-ribelle ed anche stupido della stupidità in cui mi sentivo avvolgere. o forse come banale trofeo e memento di un incrocio di situazioni un po' così [e per non dimenticarmi di quanto, in fondo, sia fortunato]

Thursday, April 7, 2016

cercare di provarci il positivo anche in questa cosa qui

non sapevo se scrivere di questo atarassico e sereno desiderio di zompare. un mics strano. che suggerisce la psicopippa più che la pippa.

no. invece mi è sovvenuta un'idea moderatamente ffffinkpositiv. pensando all'intervista dell'untuoso vespa al figlio di un mafiosodimmmerda: che sarà pure suo padre, ma montagnadimerda come la mafia rimane.

a dirla tutta: non l'ho vista ieri sera: ero fuori casa e quand'anche fossi in casa guardo pochissima tivvvù e quand'anche guardassi la tivvvvvù non guardo portaAporta: credo sia anche questa una sorta di educazione civica. non ho guardato i vari video. perché ci sono delle situazioni a video che mi danno semplicemente un fastidio itterico, un'intolleranza emotiva, un rigetto umorale.

ho ascoltato un po' di commenti alla rassegna stampa. ho letto qualche post variegatamente indignato. insomma, roba piuttosto contigua a quello che sento, vivo, credo.

ribadisco: non ho visto. ma non per questo mi pongo il problema di voler concludere si sia trattato di qualcosa offensivo, per quel che riguarda il senso civico collettivo. ed anche doloroso.

forse però non è stato inutile. e paradossalmente, anzi, che può produrre un qualche effetto positivo [positivffffinking, appunto].

perché proviamo a dividerla tranchant.
tra gli spettatori ci saranno un bel po' di persone che, tutto sommato, la mafia non la considerano 'sto gran problema. mica per un qualche conflitto di interessi interiore, neh? un affiliato o associato esternamente o qualcuno che ci trusa ovvio che la pensi così. no. intendo il perfetto uomo medio, che vive nella sua bambagia indifferente e conformistica. quello su cui magari fa un po' di grip il sillogismo: beh, se da quel che ne vien fuori da vespa è tutto sommato "accettabile", allora significa che con 'sta mafia hanno scassato la minchia, e che va bene così com'è ora. e non rompano oltremodo le palle. proprio perché lo dice vespa. ma questi sono conniventi in pectore del paradigma culturale mafioso. non è che la mafia [che continua a rimanere una montagna di merda] abbia guadagnato accoliti. non è che grazie a vespa diventi più trend. no. connivente culturalmente era e rimani, o uomo nella tua bambagia conformistica.

però.però.
mettiamo che solo ad uno della maggioranza che sta, gli sia partito il trip speculativo di intuire il messaggio perverso di fondo. che abbia percepito una distonia nella paccottiglia che gli stavano laidamente servendo. che gli sia materializzato, partendo da lontano ed un po' infingardo il dubbio - il salutare seme del - che fosse, in quel momento, spettatore di qualcosa che non tornava. uno che abbia più o meno sintetizzato la domanda: ma vero è? perché provo la sensazion di sentirmi inspiegabilmente preso per il culo? proprio perché lo dice [così] vespa.

ecco. né basterebbe solo uno che portiamo di qui.
ne basterebbe un solo.

e la cosa untuosa si ritorcerebbe contro il suo untuoso interprete: non ancora connivente, ben lontano decidere di stare ben al di qua della montagna di merda.

ed allora, per quanto offensiva acquisterebbe un'inevitabile utilitià collettiva.
vieni, fratello: la mafia è una montagna di merda.

Monday, March 28, 2016

sulle cose tipo madeleine [pure in un bagno, dalla pianta para-ovoidale]

non so se e quando potrò riconfigurare l'esistenza per poter lavorare a quest'ora della notte, prendendomela comodo la mattina dopo.

rettifico.

lavorare a quest'ora della notte con una soddisfacente capacità di fatturazione, nonché pagamento conseguente [è sempre opportuno specificarlo, la cosa non è scontata. ché in questo paese pezzottato all'evento economico della fattura mica è detto che segua necessariamente, ed in maniera lineare, l'evento finanziario del bonifico sul conto corrente].

dubito ci riuscirò, considerato il contesto, le possibilità che possono venire, la necessità di non perdere di vista la linea tracciata dal senso di realtà. che poi si può anche deviare e prendere percorsi collaterali. ma passando pur sempre per la linea che il senso di realtà traguarda. andare da tutt'altra parte potrebbe essere quel filo rischioso. o magari non propriamente rischioso. però poi, se ti trovi col culo per terra, non meravigliarti troppo.

in ogni caso, se ci riuscirò, vorrei farlo ogni tanto da qui. da questo tavolo. su questo sgabello, con questa palla ad illuminare un omaggio alla memoria di bottiglie cadute, con onore, su questo desco. dove mi son sempre sentito molto accolto. al limite ero io che mi rodevo, ed ero io che non accoglievo nei migliori nei modi.

già, perché qui è stato il posto dove mi son trovato a lasciar decantare momenti complicati e tesi degli ultimi anni. non che venissi qui per questo, ovvio. qui mi hanno accolto. e qui ho finalmente e fugacemente goduto di quello iato, così ampio, tra la serenità, circostanziata, fugace, estemporanea e tutto quello che mi percuoteva l'animo e mi sfarinava davanti. quasi fin dentro la struttura.

e tutto questo ammasso di ricordi, sensazioni, respirocheentraecheesce, mi si è palesato di fronte osservando la curva che digrada dalla pianta quasi ovoidale di quel bagnetto. locale dalla luce cangiante. con lo smalto che colora il cartongesso. non è il posto che, verosimilmente, i miei ospiti immaginerebbero come il posto per dar lusto al tutto. ma questa sera, dentro quel locale fatto con una pianta un po' così, ho rivissuto nell'inspirazione di un respiro i tanti, molti, [troppi] giorni che ho apprezzato la finezza di quello smalto, con ben altri pensieri. e per non dire delle para-preoccupazioni. e nell'espirazione di quello stesso respiro il fatto fossi lì quest'oggi, sulla pianta di quel locale para-ovoidale, con ben altre sensazioni e convinzioni e financo - guarda un po' te - sicurezze. roba del tipo: sono stati momenti complicati e per certi aspetti circolarmente inconcludenti. ora vivo altro.

lo smalto a colorar il cartongesso sempre lo stesso. eppure io così con così altro respiro. nemmeno l'esigenza di tornar a valle e promettermi di far chissà che per raddrizzare un po' le storture, come capitava una volta. no! continuar a far quello che mi sta venendo. al limite a migliorarlo un po'. roba che mi tornerà in mente osservando lo smalto. come quando, chi lo sa, libero potrò tornar a lavorar di notte a quest'ora. tanto poi la mattina dopo si può dormire quanto serve.

 [img. dal luogo, notturno, donde scrivo]

Friday, March 25, 2016

piccolo psicopost pasqualifero [o nei giorni clùùù della]

attraversando il lago scrivevo all'amica vibù di quanto, tutto sommato, tutta l'ansia pasqualifera mi stia scivolando un po' addosso.

evidentemente il fremito dello scorso anno era fortemente dovuto al contesto. o alla struttura che si stava un po' adattando.

forse, a 'sto giro, la congiuntura si è un po' rasserenata, e la struttura va un po' di conseguenza.

in ogni caso qui, intanto, le campane tacciono. vedremo quando si scioglieranno a distesa.

in realtà la psiccola psicopippa mi è sovvenuta per un'altra coincidenza. che poi sarebbe quella dell'oggi che è venerdì santo, e quello si prende le prime pagine della celebrazione del mito cattolico. in realtà sarebbe pure il 25 di marzo. e a far due conti venticinque di marzo si mette nove mesi ad arrivare al venticinque di dicembre. quindi vuoi che non sia "perfetta" quella gestazione così unica? [oddio, unica... io ho studiato altro, ma da quelle quattro cose che ho sentucchiato qua e là, nella storia dei miti umani situazioni di vergini gravide, incarnazioni di dii, fino alle resurrezioni ce ne sono un discreto numero. vuoi vedere che l'apostasia possa spiegartela [anche] l'antropologia?]. quindi la tradizione, peraltro un po' evanescentemente ricorrenziale, celebra, appunto, l'annunciazione. le sottigliezze del fatto non siano propriamente nove mesi, ma quaranta settimane, o che il venticinque dicembre fosse la festa del sole invictus da ri-adattare [trombavano troppo in quei giorni per esorcizzare l'inizio dell'inverno], e che verosimilmente cristo sia nato più o meno all'inizio di aprile: insomma, tutti dettagli. che forse conoscevano fino ad un certo punto, quando venne "calendarizzata".

insomma, se non si era capito, un certo "fastidio" ad una "perfezione" un po' sull'artefatto. o quella cosa lì.

poi però ho pensato che, a dirla tutta, quell'episodio così fondante del mito, embeh, è un episodio che ha suggestionato e che ha riempito tutta la storia dell'arte. forse, di nuovo, per il valore antropologico che vi è ritratto e/o ricordato. forse è talmente un elmento archetipo che segna l'essenza. quindi pure di chi l'arte riusciva a crearla. per finalità di marketing di posizionamento e consolidamento della cattolica chiesa, nei secoli passati.

resta il fatto che di annunciazioni ce ne sono di bellissime. talmente belle che non serve nemmeno crederci. è l'emozione della nostra essenza [antropologica, ovvio].

Thursday, March 17, 2016

gli sposalizi

sono stato, nuovamente, alla pinacoteca di brera. anzi, come direbbero in milanese imbruttito: sono stato in brera.

era gratis. eppure ogni volta mi stupisco del fatto che ci sono una trentina di sale da visitare, il tutto per eurI sei, diconsi sei. che è meno di un aperitivo, ma verosimilmente riempie l'anima, o quello che le si approssima meglio, in maniera molto più incantevole.

era gratis, anzi aggggratissse, poiché oggi inauguravano il confronto tra gli sposalizi. due "sposalizio della vergine", uno accanto all'altro: il maestro e l'allievo. segnatamente perugino e raffaello. stesso soggetto, quasi stessa ambientazione, [nel perugino la vergine è a destra, e poggia la mano sul ventre con quella delicata potenza di vita che solo le donne in cinta sanno fare. in raffaello la vergine è a destra]. l'idea è semplice: stessa stanza su pareti ortogonali, basta spostarsi un poco, o poco spostare lo sguardo per cogliere le differenze. maestro e allievo, stesso soggetto.

ed è come notare la differenza tra le figure piane e quelle tridimensionali. roba che dire "l'allievo ha superato il maestro" suona financo banale, nell'acclarare il devastante il salto in avanti. d'altro canto il maestro è un grande artista pre-raffaellita del quindicesimo secolo. l'allievo uno che fa da pietra miliare nella storia dell'arte. di quelli che c'è un prima e c'è un dopo di lui.

stesso soggetto, quasi stessa ambientazione. ma è bastato allargare lo sguardo, rendere più profonda la scena, alzare un poco il punto di ripresa. ed è come se al quadro dell'allievo mancasse giusto l'afflato del respirar dei personaggi rappresentati. è quasi imbarazzante osservare come evolva il concetto di rappresentazione pittorica da una pittore all'altro, un a bottega dall'altro. una cosa che dici "uau!". un po' per l'idea, semplice, di metterli a confronto, uno a fianco all'altro, che basta spostar di poco lo sguardo. e mi sono pure provato ad immaginare cosa deve esser stato allora. se oggi, di corsa dopo il lavoro, tre sale di fila [interessante, a proposito, la mora, capelli lunghi e lisci che se ne stava sola in coda pure lei, con la sua sciantosità da donna raffinata]. oggi che abbiamo depositate sulla retina cinque secoli di arte figurativa in più e tutte le evoluzioni e meta esplosioni nel rappresentare la realtà o quello che intuiamo sia. e dici uau, oggi. cosa deve essere stato allora, ad avere il privilegio di vedere quanto era stato gettato in avanti il concetto di stato dell'arte. osservare raffaello che, bam, realizza quella cosa lì, e prima una cosa così non c'era stata. che viene da chiedersi come mai i personaggi non respirino. la vertigine che deve essersi provata, allora, che si era al limite più avanzato del modo di dipingere e di rappresentare le realtà immaginifica di una scena. o se e come hanno avuto la percezione di veder fondato un novo modo di dipingere.

tutte queste cose qui.

sarebbe bello smettere di andarci da solo, in brera. o andar oltre la [piacevole] compagnia di colleghi o ecs colleghi. gente che apprezza, neh? quindi con una certa affinità al mio disio di inalarmi questo, oltre che il solo aperitivo.
bello, certo.
ecco.
però.
come dire.
andar un po' oltre questo.

tutto qui.