Wednesday, December 31, 2025

analemma

guardo l'analemma, con ben in evidenza quello del solstizio invernale.

guardo l'analemma, un mondo di suggestioni a sommergermi.

l'analemma, così simile al simbolo dell'infinito, un'altra declinazione del nastro di möbius. che ha dentro il senso dell'incedere continuo, ciclico ed in eterna trasformazione. per quanto anche per l'analemma il concetto di eterno si affianca, ma non ci combacia. terminerà anche l'analemma.

guardo l'analemma ed è la percezione noi si rimanga sempre più segnati. che l'analemma si dispiega nel cielo, cambiando gli alzi del sole di mezzodì. ma noi passandoci, è come uno sfrigolio, l'attrito e lo sfregare di quello che ci accade, sotto quel cielo.

guardo l'analemma e lo sento l'effetto del suo incedere. stagione dopo stagione, anno dopo anno. diversità di alzo del sole del mezzodì dopo diversità di alzo del sole del mezzodì. ci passiamo in mezzo. cambiati. un po' più consumati. un po' peggiori. un po' migliori. un po' delusi. un po' rinfrancati. un po' con la nostra ciclicità nel tentare di agire, o agire per tentativi. sicuramente, mentre si dispiega l'analemma, impariamo cose nuove. anche se pensiamo di saperle già.

guardo l'analemma. e penso a quest'altro ciclo di alzo del sole del mezzodì. e cosa ci è finito in mezzo.

il ripetersi del volersi sentire sommersi, riempiendo quanti più attimi in quella cosa che è zona di comfort tossico, che è lavorare là dentro.

l'emozione di salire in cima ad una morena, aggrappare ad un masso il ricordo di una persona - peraltro mai conosciuta.

percepire quanto sia il piano inclinato dell'anzianità del genitore. e la gratitudine di aver la consapevolezza di doversi baciar i gomiti, per il momento.

lo stupore per come la morte, improvvisa, del costruttore di ponti mi abbia turbato.

l'idea di essere ormai giunto al cambio di paradigma. e poi veder vedere scioglierla come la neve di maggio. ed assieme la grandissima lezione: le ossessioni, sono un giogo che schiaccia. liberarsene è una ventata di levità.

il rendersi conto di come scivoli meglio il camminare, quando ci si adopera per espungere le asperità. ed in qualche modo le cose ti tornano indietro. star meglio quando si sta bene. a partire dal come porsi con il prossimo. chiunque sia.

la consapevolezza, di nuovo, del privilegio. che non sia cosa da sprecare. qualsiasi cosa significhi.

le persone, che accompagnano da tempo. quelle incrociate sotto il dispiegarsi di questo analemma.

il cielo dove declinano gli altzi del sole a mezzodì sembra sempre lo stesso. ma mica è così. come l'acqua che sembra che è ferma, ma hai voglia se va. come lo siamo noi. immersi. a guardar di nuovo il sole di mezzodì. anche senza accorgercene, ma ben sotto quella volta.

che sia un altro analemma. con un po' meno, almeno un pochino suvvia, di ingiustizia. sempre meno femminicidi, morti sul lavoro, suicidi in carcere, morti nel mediterraneo centrale. basta col genocidio a gaza. basta con la guerra di aggressione in ucraina. un po' più di amore per l'ambiente. e magari alberto trentini libero. il resto, non lasciar andare la consapevolezza.





Saturday, December 13, 2025

cinquantaEtCinquanta

[disclaimer. non ho riletto. troppo stanco. il post potrebbe essere un florilegio di refusi e forma faticosa e ingarbugliata. ora vado dormire, che domani si va in corteo... [che poi, 'sta cosa qui, fa un po' radiopopolare. è roba libera, ma libera veramente. refusi compresi]] 

e pensare che il primo approccio fu da snob, puntacazzista, maccartista di ritorno. lessi di 'sti giornalisti di radio popolare, che ci avevano i microfoni attaccati su con lo scotch. però erano i primi ad arrivare sul pezzo, pronti a dar la notizia, impeccabili. quei comunisti, pensai. che poi 'sta radio popolare mi era pure capitata di sentirla, alla radio. e me li vedevo i microfoni attaccati su con lo scotch. che si declinava, acusticamente, in suoni saturi, voci che finivano, me li vedevo, con gli indicatori dei livelli fissi a destra. equalizzazione da proletari, affettata come il minimalismo da architettura del socialismo reale. ero abituato al lavoro mirabile dei fonici di radioitalia, solo musica italiana, con quel bel riverbero avvolgente.

ero in fase di transizione. nel senso che dovevo ancora capire che il sacro fuoco, che mi batteva nel cuoricino, declinava dalla stessa parte di quelli col microfono attaccati su con lo scotch. che poi dici sinistra e dici tutta la variegate nuance dei suoi ascoltatori. ma questo lo avrei capito solo dopo.

il primo ricordo nitido nel novantasette. quando l'ascoltai davvero, intendo. poco prima della laurea. mi svegliava robecchi con piovono pietre. poi andavo in dipartimento a scrivere la tesi e preparare la presentazione. di quel periodo ho in testa la copertina blu acceso di "cronaca di una morte annunciata", quando ricominciai a leggere, oscar mondadori a tremilanovecentolire. e soprattutto la genialità del robecchi. quei diciotto-venti minuti, con quattro-cinque notizie sui generis, e la narrazione  fintocazzara, inebriante, da improvvisatore blues del robecchi. sembrava una cosa buttata lì a caso, con questa narrazione per me fascinosamente irriverente. era genialità pura. cazzo, pensai. anvedi 'sta radio popolare. però poi non ascoltavo altro. non sapevo [ancora] quella fosse una specie di vetta, non so se [ancora] inarivata. so solo che pure oggi molti ricordano piovono pietre con la lagrimuccia.

partì tutto da lì. e poi venne il resto. ma dopo un po'. lasciai milano un annetto ed un pezzo, nemmeno così certo di tornarci. poi ritornai, ma non ho memoria precisa di quando cominciai davvero ad ascoltarla.

ho ricordi sparsi nella successiva dozzina d'anni.

tipo quando comprai al hyndai tiburon, usata, il proprietario che me la vendette preconizzò: quest'auto è molto da cucco e da fichi. risposi: tanto ascolterò tutto il tempo radio popolare. quindi dovevo aver già sintonizzato la rotellina del cuoricino sui centosettepuntoseimegacicli, modulazione di frequenza.

tipo un sacco di spunti musicali. spesso al mattino, quando la radiosveglia mi svegliava. tipo eurialo e niso, cantata da bubola, poco prima della settimana del punto angoloso di mio padre. per anni, riascoltandola, ripensai al uichend precedente di quella settimana. quando ancora ero giovane, e da lì a breve sarebbe finita, la giovinezza.

tipo quando il bachi finse un collegamento col professor di stefano, in viaggio verso il lussemburgo, per discutere con i responsabili del fondo di investimento che voleva acquisirla, la radio. "abbiamo fatto il passo più grande della gamba cercando di allagare il bacino di utenza. siamo in grandi difficoltà finanziarie. vogliamo capire come gestire, concordare la scalata di costoro". arrivarono messaggi, tentativi di telefonate di ascoltatori terrorizzati: perdere la libertà editoriale che l'indipendenza garantisce, che la radio è della cooperativa dei lavoratori. attimi di sbandamento. poi partì il pistolotto perculante del bachi, che annunciava l'inizio della campagna di abbonamenti annuale, l'abbonaggio. "vi siete cacati in mano, vero? che non manca il profluvio di critiche e puntacazzismi da parte vostra. che siamo quelli troppo rifondaroli, quelli troppo poco rifondaroli, quelli troppo a destra, quelli troppo a sinistra. pieni di difetti, ma indipendenti, raccontiamo quello che ci sembra giusto raccontare, nessuno ci dice quale musica mettere. e noi ci siamo grazie a quelli che ci sostengono, e che magari ci criticano, ma ci sostengono. siamo noi perché ci siete voi. e a tutti quelli che ascoltano a scrocco diciamo: abbonatevi, starete meglio, ci criticherete meglio. ma intanto si garantisce la nostra voce libera e l'indipendenza". il bachi lo disse molto meglio e col suo piglio. ma il senso fu quello. cose così. e partì l'abbonaggio.

perché la radio è la sostanza de "e se una radio e libera, ma libera veramente, mi piace ancor di più perché libera la mente", del finardi, nella canzone omonima. dedicata, guarda un po', alla radio. nel senso di radiopopolare

già. l'abbonaggio. ho ascoltato per qualche anno a scrocco. ad ogni abbonaggio, mi sentivo pungolato, centrifugato emotivamente. tutta 'sta grande comunità che si palesa, il palinsesto grande frullato di conduzioni improbabili [rimangono solo i giornali radio. in fondo, di fondo, l'essenza è fare informazione libera. il resto viene di conseguenza. dall'approfondimento all'intrattenimento. dalla cultura altra alle facezie totali]. per qualche abbonaggio mi son detto: ora li chiamo e annuncio che mi abbono.

non l'ho mai fatto, chiamare in diretta intendo. però sì, mi sono abbonato. in un novembre dove l'afasia finanziaria cominciava a percepirsi netta ed inequivocabile. mi abbonai lo stesso. in effetti poi ti senti meglio, più parte di quella grande comunità. variegatamente puntacazzista, che sa far rilucere elementi di solidarietà, condivisione, collaborazione che - a volte - è semplicemente commovente. tutte e tutti legati in una maniera che sarebbe interessante studiare, dal punto di vista socio-antropologico. tutte e tutti parte integrante di questa emittenza, probabilmente unica in tutto lo stivalone italico e oltre.

avrei decine di ricordi personali, aneddoti, considerazioni. in questo blogghettino ce ne sono sparpagliati qua e là alcuni. riverso cose poco sintetiche qua dentro quando una qualche emozione legata alla radio è più forte di altre. post-it, foglietti, foto appiccicate nell'album del vissuto degli ultimi quattro, cinque lustri.

spulciando qua e là. tra i tanti. 

quando la ghidini, con le sue galosce gialle, presentò uno spettacolo sulla resistenza in un deposito atm, ed io la vidi per la prima volota oltre che ascoltarla, faceva davvero strano, quasi spiazzante [peraltro pensai: carina. la immaginavo più sfighinz].

quando ordinai al facco la maglietta di sunday blues, che magnificava francesca carla [mi chiamo francesca carla. no, non è la prima volta che telefono]: rossa, la voglio rossa, mica nera. 

quando una domenica di undici anni fa, la sera prima di iniziare a lavorare là dentro [per nulla convinto, spaventatino, perplesso. ma senza più un soldo: da qualche parte dovevo pur ricominciare. avrebbero conculcato il mio tempo. molta meno libertà di andare a tutte le chiamate della radio, o quello che sentivo consigliato in onda] ascoltai per la prima volta sunday blues. e mi parve un'emerita cagata. per poi cambiare idea piuttosto radicalmente da lì a qualche settimana. non passava l'ansia di tornar là dentro. c'erano facchini e gattuso ad accompagnarmi la domenica sera.

quando in una trasmissione di un sabato pomeriggio di più di vent'anni fa sentii parlare di un libro dal titolo strano: la gang del pensiero, libro che poi mi travolse.

quando arrivò loro addosso, secca, una crisi finanziaria importante, altro che il bachi di cui sopra. e si ridussero lo stipendio per non lasciar a casa nessuno. e coniarono l'impresa eccezionale. che fu scritto anche sulle magliette. e da lì le ho tutte, ovviamente, le magliette. 

quando composero con lenzuoli bianchi e rossi il simbolo della pace, al parco nord, poco prima della seconda guerra del golfo. simbolo della pace fotografato dal satellite, ed io me ne stavo tornando sul lago che rosicavo non potessi esserci.

quando il bacchetta. oddio. quando il bacchetta ci sarebbero almeno metà delle puntate di tutto scorre. però quando il bacchetta consolò ed accompagnò, in un microfono aperto, un'ascoltatrice che camminava nel bosco, sola, per tenere a bada la tristezza ed il senso di spaesamento per la perdita del marito mancato da poco. chiamò in onda per cercare compagnia nella disperazione che la stava assalendo.

quando un papà chiamò durante un abbonaggio per annunciare un nuovo abbonamento, dedicato del figlio mancato qualche giorno prima, ed il bachi, giullarmente cazzaro specie durante l'abbonaggio, riuscì a virare la cifra stilistica con una delicatezza avvolgente in un amen. 

quando il bachi annunciò al demone del tardi, l'inizio della guerra in ucraina, o quando mandò all'aria la scaletta, un attimo dopo aver annunciato la morte di battiato: facciamo che oggi ascoltiamo solo canzoni sue. quando il bachi ritornò per l'ultima puntata del demone, dopo due mesi di assenza, per ringraziare: era necessaria una pausa, una prova importante da affrontare era appena iniziata. [ho ancora i brividi, pensando a nina simone in sottofondo, e la voce del bachi. mentre entro leeeeeento là dentro. per ascoltarmelo tutto, il bachi]

e poi la gentilezza e la cortesia del jampaglia. l'acutezza e la preparazione  del liguori, con la sua capacità di interloquire a pari livello con dotti, professori, eminenze. la cultura sconfinata in tantissimi ambiti della rubini, oltre la sua risatina a volte così insopportabile, a volte così coinvolgente. la puntuta sagacia argomentativa dell'ambrosio, a volte carta vetra nei microfoni aperti. la competenza letteraria spaventosa del festa. l'ironia velocissima del facco. la capacità autoriale di disma, che ti chiedi: ma è lo stesso pirla che non smette di ricordarti della sua inadeguatezza esistenziale nella altre trasmissioni? la poli che fammi sorridere con delicatezza, e già un po' mi hai conquistato [una birra, con lei, mi incuriosirebbe assai]. le giornaliste e giornalisti più giovani, che già capisci quanto ci sappiano fare [e un po' li ammiri e un po' li invidi, che forse hanno trovato la loro strada, nella vita].

e poi la notte in cui morì, di covid raffaele masto una colonna portante della radio. innamorato e conoscitore immenso dell'africa. un sabato sera. palinsesto stravolto e alcuni suoi servizi mandati in onda - la bravura oltre il giornalismo era tutta lì, nella perfezione del cronista che narra soprattutto l'anima di quello che vuole raccontare. la ghidini che non riusciva a trattenere le lacrime in onda. 

la compagnia ed il senso di comunità che ha saputo dare, durante il lockdown a me e migliaia di altre persone. non ci sentiva soli. chiuso in casa senza nessun altro. ma non ero solo.

il viaggio in palestina, uno di quelli che la radio promuove[va]. quando matreme disse: voglio venire anche io, le buttai lì: non ti ci vedo così amalgamata con gli ascoltatori della radio. fu così. però sono tanto contento che l'ultimo viaggio abbiamo fatto assieme sia stato proprio laggiù.

in fondo, la radio per me, è come radiomaria per una beghina. con la differenza che io non andrò in paradiso nella prossima vita, [anche] per aver ascoltato un'emittente. ma va bene così. perché in questa di vita, appunto, è come se mi sentissi parte di una comunità. in cui magari mi riconosco in maniera cangiante [oltre che grazie alle magliette, a volte]. come rilucono diverse le goccioline nebulizzate che sono tutte le espressioni che stanno a sinistra. tecnicamente non sono un compagno, né proletario, e tanto meno so quale sia il mio grado in purezza, stante i requisti richiesti dai più puntacazzisti ascoltatori della radio. e come me, tutte e tutti, puntacazzisti o meno, si sentono parte della stessa comunità. che riverbera, dall'antifascismo in poi, in un qualcosa che ha a che vedere con il desiderio di giustizia sociale, civile, ambientale. vale qualsiasi ordine la si elenchi, la declinazione della giustizia.

comunità che è attorno a quell'emittente. che sono i redattori, collaboratori, ma è soprattutto l'idea che li unisce e li trascende. perché poi un sacco di gente se n'è andata a far altro. a volte con platee nazionali. ma l'idea di fondo, rimane. una radio libera, indipendente, che racconta quello che i redattori scelgono di raccontare, non quello che decide l'editore. perché un editore non c'è. e linea editoriale è semplice, nella complessità del mondo di ieri e di oggi: di sinistra - con tutte le cose che questo significhi - e antifascista - che significa solo una cosa.

non sono ricchi. vanno in onda anche con degli sgangheri, ma non lo capisci. così come a volte sono sgangheri nell'organizzare cose, creare hype. che poi magari l'hype ne rimane un po' deluso, ma sticazzi. sono liberi. rispondono solo alla loro onestà intellettuale.

a tratti è paradigmatico della mia stessa esistenza. a volte sgangherata, con hype disattesi, libera e onesta intellettivamente.. per questo so di non essere solo. non solo in senso stretto. ma anche non essere solo a immaginare e desiderare un mondo più giusto, equo, che rispetti tutte e tutti, pianeta compreso.

sono iniziati i festeggiamenti per i primi cinquant'anni della radio. ovvio mi senta della festa anche io. anche se domani andrò al corteo, rappresentazione di massa non competitiva, da solo, come spesso accade [è parte dello sganghero esistenziale di cui sopra]. però so che sarò un po' meno solo, di quel che può sembrare. sgangherato o meno, alla fin fine, sia. 

faccio parte, facciamo pare della cinquanta e cinquanta. cinquanta ce lo mette la radio, cinquanta ce lo mettiamo noi. il fatto è che la somma è ben oltre la semplice aritmetica. e quella roba lì, l'oltre l'aritmetica, è davvero bella sentirsela dentro. auguri errepi, auguri a tutte e tutti noi.

 


 

 

Friday, December 5, 2025

baluginii

e quindi la maieutica carsica dell'amico massimo ha zampillato. ho capito che non c'è trippa, lascio andare. quindi niente rimbalzi. è un bel cambio di approccio. fin non troppi anni fa, mica non la conosco la china che il tutto avrebbe potuto prendere. a propositi di masochismi e tragicomici rimbalzi.

un po' peccato per i baluginii mancati e che mancheranno. ma è l'orizzonte stretto delle cose, e va bene così uguale. 

io però me lo ricordo cosa accadde quando la vidi la prima volta, là dentro: cornuta. nel senso indossasse delle simpatiche corna di renna. ovviamente posticce.

vero. allora era piuttosto facile rimanere colpiti, in quel contesto nuovo, cangiante. facile dal punto di vista probabilistico. io sicuramente attento e curioso in un posto con un numero importante di soggetti che potevano attirare attenzione e curiosità. però quando la vidi, cornuta, capii che c'era qualcosa di diverso in quel rimanere colpito. niente tuffo al cuore, sia chiaro. però la sensazione che, tra il tanto facilmente rimanere colpiti, ecco, di lei avrei avuto molta più curiosità di.

la incrocerò di nuovo, là dentro, pensai.

quando poi la incrociai, qualche tempo dopo, mi venne il dubbio di aver preso un colpo - nel senso di rimanere colpito - assieme ad un granchio, come si suol dire. mi sembrò così austera e seriosa alla macchinetta del caffè. che ci avevo visto, colto, quando la vidi cornuta? [posticciamente, ovvio].

inutile dire, poi, che ero rimasto colpito giusto la prima volta, cornuta o meno fosse. ed è stato un lentissimo, incertissimo, procastinatissimo avvicinarmi per orbite sempre più concentriche.

già, perché intanto succedevano cose, più o meno lontane della maieutica dell'amico massimo dell'evitar i rimbalzi [peraltro ex-ante. nel senso che allora, quella declinazione della sua maieutica non si era ancora rivelata]. succedevano cose, mantenevo la curiosità per lei senza arrovellarmici troppo. vivadddddio.

poi, vero, capitava anche quella cosa strana che succedeva di interloquirci, ed io sempre con l'impressione di star facendo la figura del mezzo rincoglionito. impacciato, come bloccato da una qualche forma di imbarazzo e timidezza, che peraltro non riuscivo a spiegarmi così bene. forse la curiosità? forse la percezione di essere fuori posto? forse la timida percezione di non essere granché capace?

tanto che ancora non mi spiego come mi ritrovai ad avere il suo numero. e tanto più che mi rimaneva il dubbio che occhei la curiosità, occhei esserne rimasto colpito: ma forse sarei riuscito a parlarci un quarto d'ora. e poi ci saremmo vicendevolmente annoiati.

intanto, ancora, succedevano altre cose. tipo il fatto che siamo rimasti locckati per mesi. e dopo stare in mezzo alla gente è sembrata, per un sacco di tempo, una cosa strana e meno scontata. quando non addirittura da praticare con poca e selezionatissima minoranza.

e, guarda caso, con lei mi è sembrato fosse meno strano. mica solo con lei, ovvio. però era come rispuntasse fuori la curiosità, in maniera rasserenante. sì, se aveva senso, là dentro, passar del tempo fuori da una solitudine cercata e ben difesa, era anche con lei. lasciando finalmente da parte la sensazione di essere un mezzo rincoglionito, impacciato, come bloccato da una qualche forma di imbarazzo e timidezza.

per capire che, toh, la storia del quarto d'ora e poi noia vicendevole: no, quella era una cagata solenne. avendo l'impressione avesse questa specie di sorriso taumaturgico. trovando la libertà di dirglielo. carpendo la sensazione di grande esuberanza, di un modo di porsi molto solare e coinvolgente, ma poi una specie di malinconia di fondo, in fondo gli occhietti. che nessun sorriso [taumaturgico o meno] cancellava.

sì. insomma. era bello rubarle qualche pausa caffè che andava lunga. era bello, a volte, essere invitato. come un baluginio in mezzo a cose che mi lasciavano emotivamente molto indifferenti. come peraltro capita negli ambienti in cui sei là dentro.

e così succedevano cose, fuori da là dentro. però a me 'sta curiosità cambiava colore e forma. chissà il piacere di prendersi il tempo di una birra, fuori da un certo contesto, fuori dall'esigenza di rientrare dalla pausa caffè lunga.

solo che mai ci fu, la birra intendo. curiosità che mai mi tolsi.

nel frattempo, anche se fuori succedevano cose, le dissi che sì, avevo un debole per lei. con la levità di non dover farne significare altro. solo la serenità di poterlo dire finalmente, per la prima volta, ad una donna. come ad essere centrati e sul pezzo delle proprie emozioni. una cosa bella da condividere. punto. che mi siano serviti tre cuba libre per trovare scioltezza e abbrivio, le icona pop (i love it) sul piatto del diggggei come sottofondo, sono nessi un po' temporali e un po' causali.

l'amico massimo è una delle due persone che lo seppe, là dentro.

e così si è fatto l'inizio di questo di anno. quando pensavo che le cose stessero davvero cambiando. e che a volte è una questione di combinazioni, oltre che di ossessioni. e che alcune cose capitano, e peccato non ne possano succedere altre. però va bene così. così volli vedere l'effetto che mi faceva, incrociandola là dentro, in quei giorni in cui pensavo il paradigma stesse cambiando. scoprire quanto il baluginio mi avrebbe illuminato, taumaturgicamente, la giornata. andai a cercarla apposta. per provar a capir cose. che naturalmente non capii, com'è giusto fosse. perché le persone e le situazioni sono uniche. belli i baluginii. io però mi stavo infilando - allora felice - nel più clamoroso degli abbagli.

poi sono fuggito, dall'abbaglio. con dei bei bozzi.

alcune persone mi hanno abbracciato, figurativamente ovvio. tutte con delicatezza, attente ai bozzi. alcune sapendo cosa stessero facendo. altre senza questa consapevolezza. tipo lei, che con il suo baluginare mi ha fatto sentire un po' meno strano e fuori centratura. non lo sapeva, ma in quei momenti le ho davvero voluto molto bene, nel senso abbraccioso, fraterno, accogliente del termine. come trovarmi al riparo dai marosi, accolto nella plaga che può essere l'altro: che sappia di esserlo o meno. non è stata l'unica. è stata tra le più significative. [come l'amico massimo, ovvio. ma con lui si gioca a carte completamente scoperte ed in altri campionati]. 

ed è stato proprio fluendo nello spirito del piccolo tempo puntuale di quei giorni, abbraccioso, più spirituale che pre-erotico, che le buttai lì: maaaaa, ce la facciamo una birra? così, per passarci del tempo. nessun'altra intenzione. punto.

già alla proposta capii che qualcosa non tornasse. come se l'invito contenesse l'ingombro di un non so che di stonato. mi rispose: vediamo.

tre giorni dopo poi la birra non ci fu. come può capitare, specie in un affollato ed orgoglioso contesto, logicamente complesso quel pomeriggio. niente di che, figurarsi. quanti pacchi involontari ci si tira, a volte. eppure mi suonò strano, illuminante nel suo essere non esattamente piacevole.

così è venuto da sé, senza quasi deciderlo: lasciar andare, intendo. come la armonica conseguenza di un qualcosa di [apparentemente] casuale. niente di eclatante. un po' dispiaciuto, all'inizio. basta baluginii. che è ovvio un po' mi siano mancati. però è venuta come senza intoppi, liscio, come il frusciar via di uno scialle in percalle, dalle spalle di una fanciulla che corre controvento. che ha disvelato che la cosa più semplice, la più probabile, sia quella giusta.

che cioè non ci fosse trippa per gatti. in maniera anticausale. prima ancora di porsi la questione. ma sempre gNente trippa per gatti. non necessariamente un qualcosa che debba picconare la mia autostima, bel gruviera poco stagionato. senza arzigogolarsi sul perché. non si può piacere a tutte e non sono un adone irresistibile cui è impossibile dire di no. non c'è trippa per gatti. che magari non ne vuol sapere, che siano maschi magari solo un dettaglio. oppure, ipotesi più semplice, forse la più probabile, è che sia già posto così: balugina con qualcuno o qualcuna. non c'è spazio per altri.

non c'è trippa per gatti. ed il resto è venuto da sé. sfilarsi, dopo essermi messo in un cantuccio, soffiar via la stella filante del qualsiasi cosa potesse succedere, qualsiasi cosa potessi arrivare a sperare succedesse. lasciar l'idea di sussumermi quanti più baluginii possibile, prima ancora mi si formasse nitida in testa.

nessun malinteso. nessun rimbalzo. srotolar via il filo prima si ingroppi in un qualche nodo fastidioso. per tutte e tutti. roba che ci si attorciglia e poi scioglilo tu l'impiastro. stai attento tu a non inciamparci. è già complicato di suo l'andare. che tanto la metà della mela non esiste. però possibili incastri reciproci, nelle difficoltà e bozzi che uno a 'sto punto si ritrova; sì. che possono essere baluginii, quelli che meritiamo. saranno altri. 

è così che mi è tornata in mente la maieutica dell'amico massimo. che carsica si era infilata nel sottosuolo del conscio. ed è tornata a zampillare. e la stavo adoperando, prima ancora di rendermene conto. gNente birra. quindi zampillio.

e guardare avanti. occhei resterà quella curiosità. ma chissà invece di cos'altro e come, ancora, incuriosirsi.




 

Thursday, December 4, 2025

rimbalzi

[premessa. in questo post utilizzerò la parola innamorarsi/innamorato/innamorarmi* [con due declinazioni di genere] in maniera estensiva. tipo una roba che può significare da sono vagamente interessato esteticamente a sono certo sia la donna della mia vita e la certezza è corrisposta. così. c'è dentro tutto. quindi anche niente. fine premessa.]

la maieutica dell'amico massimo agisce in maniera carsica. lui maieutica, la sua maieutica si infila nel sottosuolo del conscio. e poi, sbam, te la ritrovi lì a zampillare come acqua fresca, dissetante, ristoratrice. e lo zampillo te lo trovi mentre te ne stai dissetando a garganella. quando ormai stai sussumendo la sua maieutica, la stai sostanziando e ti dici: ohibò, ma questa è la maieutica dell'amico massimo. me ne faccio un altro goccio.

vado a dettagliare.

l'amico massimo mi disse qualche tempo fa: io non sono mai stato rimbalzato da una donna.

uno potrebbe domandarsi: trattasi di millantatore boriosamente frustrato? oppure ti adone irresistibile cui non è possibile dire di no?

ennnnò. son domande sbagliate. non è nessuna delle due cose. non che l'amico massimo non sia un bel fiòe, neh? ed anche col capello ingrigito ci avrebbe anche il suo perché. ma non è questo il punto.

difatti, proseguì l'amico massimo con: io ho sempre capito prima di innamorarmi* se non c'era trippa per gatti. e se non c'era trippa per gatti non mi sono mai innamorato* di una persona che sapevo non mi avrebbe voluto, non si sarebbe innamorata* di me. e così ho sempre evitato fatiche, energie, passioni che non avrebbero portato da nessun parte. niente stress né per me né per l'altra. niente sofferenze inutili. non era semplicemente cosa. quindi mai avuto rimbalzi.

l'amico massimo, dicevo, l'è 'n bel fiòe, neh? e per quanto non sia un adone è persona [anche emotivamente] molto intelligente. è persona profonda, colta, sensibile, che sa farti ridere in modo delicato. poi dosa con molta abilità quanto e come mostrare tutto ciò. e nasconde un'immensa parte più intima, la parte molle come direbbe lui, che conoscono in poche e pochi. che è una delle cose più importanti e significative dell'amico massimo. non è nemmeno questione di far sì lui te ne abbia condivisa granché. si capisce che c'è. però, appunto, anche senza aver consapevolezze della parte più intima, pure una fanciulla moderatamente gnucca - con tutto il rispetto, ovvio, è che si è diversi e variegatamente spalmati dentro la campana di gauss - capirebbe che l'amico massimo non è un maschio banalmente nella norma.

quindi, figurarsi, se il mondo non sia pieno di fanciulle per cui per l'amico massimo non ci sarebbe stata trippa per gatti. e non è solo una questione di essere gnucche, è il fatto che tanta roba può non interessare, se si cerca un altro tipo di banalità maschile. per fortuna c'è più o meno posto per tutti. 

quindi l'amico massimo ha sempre utilizzato la sua sagacia intelletivo-emotiva a preservare situazioni sbagliate. non ci si innamora* di una che non si innamorerà*. è tutta energia emozionale che si degraderebbe in un calore che non avrebbe scaldato nessuno. ed è anche un modo, a volerla vedere, che nega il modello patriarcal-macista. roba tipo il corteggiamento per andar a conquistare la fanciulla. che il maschio pensa di essere riuscito nell'impresa conquistatoria di farle cambiare idea, farla innamorare*. mentre è sempre costei a decidere di innamorarsi* di te. che babbodiminchia può essere il maschio.

mi si sfrucugliavano in testa tutte 'ste cose, mentre l'amico massimo maieutuizzava, e la sua maieutica sguish, si infilava carsica nel sottosuolo del conscio.

e a pensarci, poi, ho convenuto che io per anni, anni, anni, anni, anni ho agito in maniera esattamente antipodale rispetto l'amico massimo. facendo in modo di innamorarmi* se e quando non c'era trippa per gatti. in modo quasi inversamente proporzionale. e quando, vagamente, avrebbe potuto anche esserci, mi ponevo in modo tale che il gatto si portasse via la trippa. ma proprio a zampe levate. il mio innamorarmi* non poteva far a meno di portarsi appresso uno struggersi, un sospirare, un desiderare frustrato e monco ex-ante. era l'essenza stessa dell'innamoramento*, credevo. che poi avrebbe reso ancora più bello il momento in cui anche lei si sarebbe innamorata*. invece erano probabilmente coazioni a ripetere nevrotiche. tanto che, innamorarsi* significava semplicemente sentirsi più o meno tristi, prima o poi.

per questo son venuto su un po' tanto incerto, intimidito, impacciato. un po' un ciula, da quel punto di vista. con tutte le disavventure tragicomiche che ne sono uscite. ci potrei scrivere un libro. ma in fondo sono quasi vent'anni che lo dico [in ogni caso si intitolerà "caro riccardo"]. 

anche in tutte le variegate declinazioni di relazioni che poi ci son state, un po' impacciato e con l'eco di ciula son ben rimasto. ma ormai va bene così. ma potenzialmente sempre uno che può prenderne di rimbalzi.

anche se, però appunto, qualcosa è cambiato. che nella prima di parte di quest'anno pensavo fosse arrivato il momento della svolta. poi ci ho messo poco a capire che non si era svoltato un cazzo. anzi, era meglio levarsi di torno. però con la sensazione avessi una gran voglia di provarci, a svoltare. che tanto la metà della mela non esiste. però possibili incastri reciproci, nelle difficoltà e bozzi che uno a 'sto punto si ritrova: sì. che possono essere baluginii, e che sono bellissimi uguale. e poi magari arriva l'innamorarsi [qui non c'è l'asterisco, e non perché lo abbia dimenticato].

ed immerso in questa nuova consapevolezza che ho capito di abbeverami allo zampillo sgorgato della maieutica dell'amico massimo. nessun rimbalzo. perché, come da maieutica occam, la risposta più semplice è quella che ha più probabilità di essere quella giusta. la risposta più semplice è: non c'è trippa per gatti. non è cosa piacevolissima, ovvio. ma è consapevolezza di una certa levità e libertà.

su come la maieutica dell'amico massimo abbia zampillato, magari un altro post.

Sunday, November 23, 2025

amicoDiGomma

oggi compie gli anni l'amico guiTo. che poi sarebbe l'amicodigomma, che peraltro fu anche therubberfriend. io all'amico guiTo voglio bene, ed è una cosa che fluisce fuori bene senza sbadta, timidezza, ritrosie. non è qualcosa di ex-post. mi piace come mi venga.

e dire che non era iniziata benissimo, tra me e lui. anzi. proprio gli stetti sui coglioni. non so quanto centrassero i mocassini annacquati da un tragitto di un paio d'ore sulla neve, abbastanza frescazza. che l'amico luca e daniele occhei aprivano la pista, loro a sprofondare fino al ginocchio. e noi dietro, io entusiasta a prescindere, l'amico guiTo con i mocassini ed il suo colbacco. che quindi si prese una giaccata di neve [la giaccata d'acqua venne l'anno successivo]. così visse malissimo quello che per me fu uno dei capodanni più spettacolerrimi. entusiasmo per il cambio di vita che sarebbe venuta da lì ad un paio di mesi. sarei stato entusiasta ovunque e comunque [poi il cambio di vita non andò come lo pensavo. ma tant'è]. l'amico guiTo in parte già indirizzato a far grandi cose, non fosse per le ali tarpate. però con il malumore quella sera per i mocassini imbevuti di acqua, con la baita a contribuire ed i suoi tempi lenti scaldarsi.

poi i ricordi di quei primi momenti si fanno più confusi e sfumati. e l'amico guiTo spesso raccontato prima che sussunto in prima persona plurale. e mi tornavano evocazioni e aneddoti a volte da fumetto. roba tipo il baloon con scritto dentro: GASP!

intuivo avesse vissuto periodi del tipo vuoiCheMiMettaUnaScopaInCuloCosìTiRamazzoLaStanza. in quello lo sentii subito molto fratello. salvo poi scoprire che quei periodi lui li aveva messi alle spalle, brillantemente. io continuavo, nell'approccio, ad avere una radiosa carriera davanti. poi uno dice che me lo meritavo appieno l'incipit "caro Riccardo". e pure il perculamento che rimbalzerà finché ci sarà l'amico guiTo. e nel frattempo avevo smesso di stargli sui coglioni. e quanta roba nuova essere coinvolto anche con lui. 

l'amico guiTo è un musicista, nel senso di uno con la musica dentro. ma prima ancora l'amico guiTo è una persona di gran cuore. oltre che incarnare quell'anima metodico lineare che riluce in un contesto di traiettorie più sghembissime. come dentro la sua arte ci fosse un baricentro basso, basculate pure, voi altri, io più di quel tanto e poi ritorno in bolla. ne ebbi una certa sensazione il giorno della festa dei suoi quarantanni. in quella jam session acquese dove suonarono una fottia di amici suoi musicisti. lui a far da fil rouge sul palco con i suoi tasti, quelli bianchi e pure quelli neri. che serata memorabile. deve esserci da qualche parte un post, che scrissi sull'eco di quel momento da ricordiapppalla, bellissimi. [quanto era felice, quella sera, anche suo padre]. la sensazione che fossero tutti lì perché gli volevano davvero bene, un affetto strameritato. la sensazione in lui ci fosse, appunto, qualcosa di diverso, un'ontologica impossibilità allo sbraco. non è una questione di meglio o peggio. è roba di essere diversi. ecco. l'amico guiTo era diverso. 

l'ho rivisto recentemente ed è stato un ritrovarsi sereno, piacevole, rilassante. l'ho trovato bene, sereno, rilassato, nella sua risolutezza fumettosa. credo sappia esprimere al meglio il fatto che il tragitto più breve tra due punti in un qualsiasi spazio è la geodetica. e che sa percorrerla con la giusta levità ed l'impegno che non schiaccia. la percorre e se la gode, la geodetica. niente spezzate poligonali altere ed insieme autoironiche. niente percorsi che escono financo dall'iperspazio, sbucando in mondi paralleli. niente arabeschi, figurarsi vergati a mano mancina, che poi altro che incartarsi e aver la sensazione di non avanzare, quando di regredire. no. l'amico guiTo segue la geodetica. gli riesce bene e ti guarda con affetto ed anche un po' beffardo. ti sorride, stringe gli occhietti arrivando quasi a chiuderli e tu sai che potrebbe regalarti una delle sue chicche sinestesiche. 

che bello avercelo come amico, l'amico guiTo. fossi meno testadiminchia dovrei sussumerlo più spesso.

intanto, però, molto buon compleanno, amico di gomma!

Saturday, November 22, 2025

verdiano

se n'è andato anche l'aldo. se ne stanno andando tutti i coetanei di patreme. è il naturale svolgersi delle cose. è patreme che - per una volta - è stato molto in anticipo. tra tutti costoro, l'aldo che se ne va, è quello che mi ha colpito di più. non è ovviamente una cosa casuale. per quanto la cosa interessante, forse controintuitiva, è il contesto relazionale tra l'aldo e me. perché l'aldo ed io non ci siamo mai presi. anzi. non so se solo per una proiezione del rapporto aveva con patreme, per quanto credo si stimassero, a modo loro, per i tratti che serviva. non so se anche per il mio essere impacciato e intimidito da una figura che mi appariva spigolosa e burbera.

però l'aldo è stato la persona che mi ha insegnato la musica. è stato il maestro della banda in cui ho suonato. per quanto forse l'abbia lasciata anche a causa sua. credo sia stato così per molti, una figura importante dico. perché ha insegnato la musica a tantissime persone. e tantissime persone hanno suonato in banda con lui come maestro. e forse l'hanno lasciata anche a causa sua. chissà se tra coloro che variegatamente scazzarono con lui, in banda, ora prevale la riconoscenza o altro.

perché l'aldo era sicuramente un talento musicale. fosse nato in un contesto più favorevole, avesse potuto studiare da subito la musica, chissà cosa avrebbe potuto e saputo fare, chissà dove sarebbe arrivato. e se avesse avuto un approccio più morbido, meno tagliente chissà che direttore di banda avrebbe davvero potuto essere. posto abbia senso metterli quei se.

non era una persona facile. un po' la bizzarria dell'artista. un po' il replicare un modo di porsi da uomochemaidevechiedere. però poi mi son chiesto se 'sta roba qui non fosse una specie di corazza per difendersi. perché son piuttosto convinto dovesse avere una sensibilità ed una delicatezza interiore che, forse, voleva, doveva dissimulare con atteggiamenti più conformi ad altro. perché sensibilità e delicatezza interiore, credo, siano condizioni inevitabili per poter vivere la musica, come di certo la viveva lui.

per questo ne subivo un certo fascino. perché capivo, più o meno conscio, come la musica gli fruisse dentro. come forse fruisce dentro di me. molto probabile meno talentuoso di lui. quindi cercavo di sussumere il suo viverla e il suo possederla, la musica. sussumerlo là dove e quanto vedessi affiorarla 'sta cosa. quando non mi facevo allontanare da quell'aspetto del porsi che mi intimidiva, e anche un po' mi infastidiva. cercavo riferimenti. era il contesto ed il porsi che mi intimorivano.

credo mi stimasse, musicalmente intendo. me lo buttò lì, senza lasciarsi andare ad altri fronzoli il giorno che mi accompagnò a comprare il flicorno, lo strumento che aveva scelto per me quando si studiava per entrare in banda. fu un viaggio in cui per tutto il tempo stetti stretto in una sorta di tensione imbarazzata. nella sede della "rampone e cazzani", quarna sopra, quando mi porsero lo strumento, il mio strumento, lui, mossa fulminea, lo prese a sé e lo suonò: un paio di scale, qualche salto di terza. solo allora me lo consegnò: al và ben, tegn, provel. lui doveva essere il primo, come servisse una sua ratifica per dare il la - mai più calzante il la - a tutto il resto nella la vita di quello strumento. ius primae sonata.

non riuscivo ad entrarci in sintonia, come peraltro avrei voluto. perché non sarei del tutto onesto se non riconoscessi che ne subivo, in un qualche modo, il fascino. per l'autorità musicale che incarnava. per quanto sempre un po' a disagio, con l'autorità e con lui, ma era l'arte di cui era messaggero a coinvolgermi. un hermes spigoloso, che incarnava un certo paradigma: ma vuoi mettere il messaggio?

per questo mi colpì la sera della serenata della banda a sua figlia, il giorno prima del matrimonio. mangii, fioe, mangii. quasi affettuoso nei confronti dell'ultima nidiata di bandisti, noi quattordicenni. 

per questo mi sentii po' spiazzato quella volta che mi sentii quasi coinvolto da lui nel percepire il fruire della musica e come ci inondi. fu durante la pausa di una scuola di musica, mentre provavamo i pezzi del concerto. tra i quali "jesus christ superstar", nel senso di una riduzione per banda di alcuni brani. come punto di chiusura di un tema, prima di quello successivo, un paio di misure con una sequenza di accordi di conclusione, molto coinvolgenti. quella sera mi accorsi di quanto fosse bello quel passaggio. durante la pausa volli andare a cercarlo, sullo spartito del direttore, quali note, chi suonava cosa, quali intervalli. si accorse del mio sbirciare la sua partitura. venne a chiedermi, incuriosito. gli spiegai il perché, volevo vederli quegli accordi. e lì ebbi l'impressione che lui colse appieno il senso profondo di quella curiosità. come intuisse il mio cercare la sintassi, il segno razionale dell'emozione che quell'armonia di suoni produceva. che poi è un modo quasi sinestesico di farsela fruire, la musica. è tutta una questione di rapporti armonici, scansioni temporali, ancoratissimi nella precisione della matematica. che poi però espande in altri spazi. genera dentro quel mondo che ci riempie e scatena le sensazioni più disparate e coinvolgenti.

per questo credo amasse così tanto giuseppe verdi. un po' per formazione musicale sua, il musicista più importante della storia italica. penso che ad un certo punto abbia voluto guardarci dentro al fatto la sua musica  sia così potentemente delicata, sublime nel suo essere travolgente. io me lo vedo l'aldo, che scruta l'evolvere della partitura a realizzare quelle arie eterne. come si strutturano armonie così d'impatto. come compaiono note a realizzare quegli accordi verdiani così definitivi. di nuovo: la sintassi di quelle pietre miliari della musica. me lo vedo a vivere quella gioia intima di capire come questo si realizzi. che poi è un modo per possederlo. come afferrare anche solo per un attimo la fiammella che intuisci appartenga ad una specie di eternità, che fruisce da sempre e fruirà per sempre. io credo che tutto questo lo vivesse. e deve essere una cosa bellissima da vivere. per cui ci vuole una certa sensibilità e delicatezza interiore. non mi meraviglia si premurasse tanto di mimetizzare.

anche per questo ha composto delle marce per banda. erano una specie di sintesi di quella variegata complessità. un sacco di bemolli in chiave, alterazioni come mascolinità sul pentagramma. gli strumenti del controcanto - flicorni tenori, baritoni, tromboni - con ruolo principale e vigoroso. insomma lui, suonatore di trombone per cominciare, baritono anche [quello che suonavano i suoi figli maschi] che così marziale e risolutivo talvolta voleva mostrarsi. quanto meno le prime composizioni.

non so come poi sia arrivato alle ultime che scrisse. molto più morbide, bilanciate, a tratti delicate. addirittura in do maggiore [per gli strumenti in sib, ovvio]. ormai era troppo tempo che ci ignoravamo, anche solo incrociandoci per strada. però lì dentro ci deve essere stata una specie di evoluzione. o forse la corazza meno necessaria da indossare, il mimetismo meno ostentato, gusci più sottili. non so. forse era cambiato. o meglio: aveva deciso di mostrarsi in altro modo, più vicino al vero. difficoltà e malinconie compreso.

questa sera c'è il concerto di santa cecilia. per me è sempre un po' faticoso. non solo per l'aspetto emotivo del ricordo. anche per una certa spocchia snob, stratificatasi con gli anni [sono anosmico, ma l'orecchio di è raffinato col tempo. e si è fatto molto più puntacazzista]. penseremo a lui, all'aldo. tutto quello che ha significato e rappresentato. 

il fatto non sia stato semplicissimo stargli accanto - io di certo - non rimuove l'eco di quanto sia stato importante per un sacco di bandiste e bandisti. anzi, forse rende la cosa più complessa, quindi più umana. come l'armonia, complessa e umana, di un accordo verdiano. 

Sunday, November 16, 2025

venti

il giochetto a specchiare gli intervalli di anni funziona facile con gli addendi [relativi] tondi. quindi ho tolto ventanni all'anno di vent'anni fa. quindi quattordicenne. quindi pensare quanta vita, quanti cambiamenti, ci son stati in mezzo in quei ventanni. che sembra che il tempo sia davvero passato più lento, a farci stare tutto quel popò di esistere. incredibile il confronto con l'aggiungere questi ventanni all'anno di vent'anni fa. stessa quantità di mesi, giorni, ore, minuti, però durate e densità diversissime. almeno a pensarla di primo pensiero.

potrebbe essere la più banale dimostrazione della relatività, del tempo. ma mica non sappiamo che significa altro, la relatività intendo. che poi lo spiegano i neurologi, 'sta faccenda. vedi che tutta 'sta gran originalità vien difficile da tirar fuori.

forse che, osservando il punto angoloso, è come se lì si fosse fermato un pezzo di tempo. e non si schioda, e non si schioderà mai del tutto. lì si rimane, col tempo immoto di quel tempo di vent'anni fa.

non è più qualcosa legato al dolore. o forse sì, vai a capirlo. posto che vai a capire cosa sia davvero il dolore. forse matreme saprebbe spiegarlo meglio. posto che sono cose che si ha l'imbarazzo di chiedere. sicuro c'è il vuoto della perdita che ti riempie. e torna, come un bolo che sta lì, fermo, come quel pezzo di tempo che non va avanti.

è qualche notte che lo sogno, mio padre. anche se non è che sogni esattamente lui. è più un'evocazione. legata al pensiero, nel sogno, del suo rincasare. che però è la casa nella versione dell'adolescenza. è una presenza che c'è senza esserci. sta rientrando? torna? non torna? senza sapere da dove. e lo aspetto perché lo si incontri in cucina, la cucina dov'era prima. che poi è diventato il luogo, la camera da letto di casa sua, dove c'era e poi non c'è più stato. nel sogno so che deve tornare, come una normale giornata di lavoro di allora. nel sogno a volte temo il suo arrivo. e nello stesso tempo c'è l'inquietudine di capire se ha un senso il suo rincasare. io ne sono sollevato non torni, temo mi debba o possa riprendere. e nel mentre sono turbato non torni, come se si sostanzi un senza senso.

non so se è malinconia, nostalgia. una presenza che non ho mai saputo sussumere del tutto. e che di colpo, vent'anni fa, puff, non c'è più tempo per farlo. come ti togliessero in modo un po' fraudolento cose. 

e ventanni poi a rosicchiare tocchettino a tocchettino il gran rumore di fondo. scavare e scavare a provare a capire cosa fosse capitato, il perché e il senso di quella mancanza. la primigenia specie di competizione più o meno dichiarata. anzi, più meno che più [qui odg potrebbe andare a nozze]. che ha riverberato, ha portato tutta una serie di effetti. non è colpa di nessuno, ma son qui a farci i conti. se non a scazzottarci, ogni tanto, con 'sti effetti.

ora, vent'anni dopo quel pezzo di tempo che si è fermato, anche il quel bolo è lì che non passa da ventanni. e che passarci accanto ti fa quel quel sottile sgomento. a guardarlo riemerge la fatica dolorosa e lieve di quei giorni. ma continui a girarci attorno, come fosse una massa importante, che ti fa fare dei gran giri gravitazionali. non si fugge, si ritorna. un gran bell'ammasso di cose non risolte.

 

sono appena tornato dall'evento di chiusura di bookcity. che collima ogni anno con questi giorni. dialogo tra un teologo eretico ed un romanziere agnostico che accompagna il papa [quello di prima] alla fine del mondo. a discorrere di un mondo senza dio. si è parlato - tra l'altro - di vita eterna. e di un ritorno a ritrovarci. mentre camminavo tornandomene ho pensato che sì, sarebbe bello e perché escludere a prescindere non possa essere vero? [questo potrebbe essere anche un foerstriiacciionsciòc]. e che fosse così mi piacerebbe chiedergli, parlarci, discutere, esserci per entrambi. colmare quel vuoto. che quel sogno, insomma, abbia un suo compimento, un senso, per non aver più più ragione d'essere sognato [al netto che ci si dovesse rincontrare nell'eternità, dubito ci sarà la necessità di sogni onirici. così, occhioecroce].