oggi è stata una pessima giornata, proprio nel mezzo della testing-week.
è successo quel che mi aspettavo succedesse, ad un certo punto.
la notizia buona è che, nei primissimi momenti, ho reagito bene: con atarassica resilienza.
la notizia cattiva è che, post i primissimi momenti, la frustrazione, il senso di pieno, la nausea e la tentazione di mollar tutto si è fatta largo. e mi ha travolto. col cazzo resilienza.
ed ora sono marosi interiori. seppur piccole fluttuazioni quantiche, negli oceani siderali delle ingiustizie e tristezze che l'umanità esperisce.
c'è la nevrosi di non riuscir a far le cose come vorrei. c'è la percezione della pochezza [frustrata] di alcuni interlocutori. c'è il senso di straniamento per un qualcosa che vorrei lasciar dietro un angolo, per sempre. non solo lavorativamente.
sono stato colto da piccoli conati d'anzia. avrei voluto comunicare a voce tutto questo a qualcuno. la classica voce amica, per provar a riscaldar l'animo inquieto in sommovimenti spastici. avrei voluto sentir financo matreme, ma non è il caso la carichi di alcunché.
non ho chiamato nessuno, ovviamente. per rimuginar la solitudine. né per non disturbare [questa, peraltro, l'ho sentita giusto poche ore fa, con tanto di rimbrotto - affettuoso - da parte mia: come non siamo reciproci, a volte. illuminati a consigliar gli altri, pessimi razzolatori verso se medesimi].
cercherò di scioglier qualche lacciuolo con la realtà opprimente della serata con una birra. che sta giustappunto raffreddandosi nel freezer. nel mentre posto l'ennesimo post giaculante, senza distrazioni alcolemiche alcune. in fondo l'aspetto auto-terapico dello scrivere è dovuto al fatto ci si riesca a porre e a porsi. quello che ho percepito misconosciuto, nella melma generale, in questa giornata di metà testing-week.
vado a cenare. con la birra. avrei voglia di un abbraccio e di abbozzi di consolazioni. altresì impugnerò la lattina di una doppio malto scadente. e qualche pagina di libro.
fanculo.
Wednesday, September 30, 2015
Sunday, September 27, 2015
queste specie di re-inizi alla fine di settembre
due anni fa come in questi giorni si chiudeva l'ufficio. l'ultimo giorno che vi ci andai a recuperar alcune delle mie cose mi sentii pervadere da una specie di gioia. una cosa tipo liberazione. quelle piccole epifanie lungo viale legioni romane. sentivo che si chiudeva un qualcosa di poco positivo. però ero financo vicino ad un concetto di felicità. ricordo che volli condividere quel momento con l'amico luca, mentre guardavo calar il sole, per l'ultima volta, in quella fottuta e claustrofobica stanzetta. c'era qualcosa di struggente, di fuggevole: come la luce che imporporava il palazzo di fronte. me ne andavo da quel posto. ero un poco più libero. non avevo ancora realizzato del tutto quanto gli altri fossero due zavorre. non che non me l'avessero già suggerito, o suggestionato. anzi, ne era nata pure un'assurda discussione. assurda per il fatto che ora la cosa mi appaia così acclarata. ognuno ha un po' i suoi tempi.
comunque. chiudavamo l'ufficio ed io intuii che qualcosa di importante era successo. e che avrei potuto fare un sacco di altre cose, nel mentre portavo avanti la baracca e la sempre più pezzottata aziendina. pensai addirittura di chiedere ad un paio di amiche come vedevano l'idea di posar in foto di nudo. "perché non provar anche quello?" mi chiesi.
non feci nessuna foto. non riuscii a far quasi nulla di tutto quello che mi ero titillato. ritrovai il piacere-peso di lavorar da casa. creativamente ad inventarmi i modi per non dar fuori di testa.
poi di lì a qualche mese non solo realizzai la storia delle zavorre. ma si sgretolò un po' tutto il resto. fui sul punto di mandar tutti afffffanculo, con tanto di insulti di cui avrei dovuto poi chiedere scusa. iniziarono mesi piuttosto bui. affogato nel rovello di cos'altro avrei potuto fare. con un sacco di dubbi verso tutto e molta apatia verso troppo.
davvero. periodo di merda. e completamente con le finanze sminchiate.
un anno fa come in questi giorni, un lunedì mattina, decisi che quel contatto, quel compagno di corso così tanto in carriera, quello che ne aveva passate, ma ne era sempre uscito meglio, colui cui mi vergognavo un po' raccontar il mio fallimento, quello che pensavo fosse sensato sentire almeno già da qualche mese, quello che già mi aveva fatto lavorare in passato: sì, era il caso di chiedere a lui. anche solo per dirgli: sono di nuovo in circolazione.
è un po' come la storia del chiodo in "novecento". quello che regge il quadro. all'improvviso, senza dar preavviso, cede. e vien giù tutto. vvvvvramm. quel lunedì mattina gli mandai un sms. vvvvvvraammm. finiva con "appena riusciamo ti spiego".
mi chiamò quella sera. mi aveva giusto pensato quel mattino. prima di ricevere l'sms. credo, nel mio fottuto razionalismo, che le coincidenze siano solo - appunto - coincidenze. però quella, di coincidenza, mi aiutò a raccontar con molto meno peso, il perché del mio ri-farmi vivo.
mi butto lì un qualcosa di molto sporadico, ma che poteva iniziar subito. non mi parve qualcosa di così entusiasmante. ma era un qualcosa. ed in fondo c'era financo da scrivere. "ne parliamo davanti ad una birra", ci promettemmo.
e davanti a quella birra ebbi la mia piccola epifania. il baluginio in fondo al tunél. tornar a far il libero professionista. differenziare attività e clienti. a milano. fu un attimo. il momento più felice di tutto quell'anno complicato [al netto di altri piccoli acme]. perché nella nebulizzazione delle cose che potevo fare se ne era, finalmente, congrumata una. e si poteva passar al fare, oltre che ipotizzare. e perché la naturalezza che percepivo in quella scelta significava che avevo come scavallato. avevo cominciato a smettere l'onta del fallimento e del non esser "degno" di trovar clienti. ma di potermi porre davanti a costoro e con convinzione propor loro il mio tempo, le mie capacità, prestar loro, la mia intelligenza.
per uno con ontologici problemi di autostima son conquiste mica da ridere.
poi arrivò, d'un tratto la proposta: analista, consulente a tempo pieno, una dipendenza mascherata e tutto quello che ne seguiva. a partir dal fatto non poter più disporre del mio tempo. e finir, di nuovo, sotto un qualche "capo" che - già lo sapevo - difficilmente si sarebbe rivelato all'altezza.
però c'era la possibilità di uscir dallo sminchiamento finanziario. fattura tutti i mesi. e pagamento assicurato. fieno in cascina. possibilità di rientrar coi debiti con matreme [la mia personalissima nevrosi]. ed avrei ritrovato il mio amico omar.
accettai, con molto timore. ma con l'idea di giocarmela. anche solo per [ri]mettermi alla prova.
sono seguiti - e seguono - dieci mesi tecnicamente duri, molto duri. un po' perché poi alla fine i lavori son diventati due per troppe settimane. un giorno di vacanze. ambiente venefico. la qualità della vita in picchiata. troppo impegnato a. nemmeno il tempo né il desiderio di goderseli un po' quei due spicci che potrei ora pur spendere. perché fatturo, assssì se fatturo. e forse ho financo imparato a scoprirmi molto più abile di quanto immaginassi in ambiti non solo tecnici.
è la dicotomia di questa esperienza. è molto positiva e ne ho una specie di rigetto continuo.
in questi giorni sento la nausea montare. come non mai. ma non è più nemmeno rigetto. è la sensazione che forse è il caso di far cambiar qualcosa. anche alla luce delle [auto]scoperte di questi mesi. domani inizia una settimana in cui, oltre la fattura di fine mese, cercherò di capir meglio questa sensazione. se è come la storia dell'irreversibilità dell'entropia e siamo allo sb[r]occo finale, lungo quel che servirà. oppure se è riassorbibile: quindi poter pensar di starmene buono ancora per qualche mese e fatturare.
sento le rotelline girare. la pulsione proattiva a cominciar a ragionare in altri termini e possibilità. e - paradosso per paradosso - proprio in questi giorni in cui il brio esistenziale pare essere essersi evaporato. tipo la birra lasciata in frigo, aperta, per giorni.
sono curioso. vediamo che suggestioni ne verranno fuori [tanto, di scopare, non se ne parla nemmeno questa settimana, uichend incluso].
comunque. chiudavamo l'ufficio ed io intuii che qualcosa di importante era successo. e che avrei potuto fare un sacco di altre cose, nel mentre portavo avanti la baracca e la sempre più pezzottata aziendina. pensai addirittura di chiedere ad un paio di amiche come vedevano l'idea di posar in foto di nudo. "perché non provar anche quello?" mi chiesi.
non feci nessuna foto. non riuscii a far quasi nulla di tutto quello che mi ero titillato. ritrovai il piacere-peso di lavorar da casa. creativamente ad inventarmi i modi per non dar fuori di testa.
poi di lì a qualche mese non solo realizzai la storia delle zavorre. ma si sgretolò un po' tutto il resto. fui sul punto di mandar tutti afffffanculo, con tanto di insulti di cui avrei dovuto poi chiedere scusa. iniziarono mesi piuttosto bui. affogato nel rovello di cos'altro avrei potuto fare. con un sacco di dubbi verso tutto e molta apatia verso troppo.
davvero. periodo di merda. e completamente con le finanze sminchiate.
un anno fa come in questi giorni, un lunedì mattina, decisi che quel contatto, quel compagno di corso così tanto in carriera, quello che ne aveva passate, ma ne era sempre uscito meglio, colui cui mi vergognavo un po' raccontar il mio fallimento, quello che pensavo fosse sensato sentire almeno già da qualche mese, quello che già mi aveva fatto lavorare in passato: sì, era il caso di chiedere a lui. anche solo per dirgli: sono di nuovo in circolazione.
è un po' come la storia del chiodo in "novecento". quello che regge il quadro. all'improvviso, senza dar preavviso, cede. e vien giù tutto. vvvvvramm. quel lunedì mattina gli mandai un sms. vvvvvvraammm. finiva con "appena riusciamo ti spiego".
mi chiamò quella sera. mi aveva giusto pensato quel mattino. prima di ricevere l'sms. credo, nel mio fottuto razionalismo, che le coincidenze siano solo - appunto - coincidenze. però quella, di coincidenza, mi aiutò a raccontar con molto meno peso, il perché del mio ri-farmi vivo.
mi butto lì un qualcosa di molto sporadico, ma che poteva iniziar subito. non mi parve qualcosa di così entusiasmante. ma era un qualcosa. ed in fondo c'era financo da scrivere. "ne parliamo davanti ad una birra", ci promettemmo.
e davanti a quella birra ebbi la mia piccola epifania. il baluginio in fondo al tunél. tornar a far il libero professionista. differenziare attività e clienti. a milano. fu un attimo. il momento più felice di tutto quell'anno complicato [al netto di altri piccoli acme]. perché nella nebulizzazione delle cose che potevo fare se ne era, finalmente, congrumata una. e si poteva passar al fare, oltre che ipotizzare. e perché la naturalezza che percepivo in quella scelta significava che avevo come scavallato. avevo cominciato a smettere l'onta del fallimento e del non esser "degno" di trovar clienti. ma di potermi porre davanti a costoro e con convinzione propor loro il mio tempo, le mie capacità, prestar loro, la mia intelligenza.
per uno con ontologici problemi di autostima son conquiste mica da ridere.
poi arrivò, d'un tratto la proposta: analista, consulente a tempo pieno, una dipendenza mascherata e tutto quello che ne seguiva. a partir dal fatto non poter più disporre del mio tempo. e finir, di nuovo, sotto un qualche "capo" che - già lo sapevo - difficilmente si sarebbe rivelato all'altezza.
però c'era la possibilità di uscir dallo sminchiamento finanziario. fattura tutti i mesi. e pagamento assicurato. fieno in cascina. possibilità di rientrar coi debiti con matreme [la mia personalissima nevrosi]. ed avrei ritrovato il mio amico omar.
accettai, con molto timore. ma con l'idea di giocarmela. anche solo per [ri]mettermi alla prova.
sono seguiti - e seguono - dieci mesi tecnicamente duri, molto duri. un po' perché poi alla fine i lavori son diventati due per troppe settimane. un giorno di vacanze. ambiente venefico. la qualità della vita in picchiata. troppo impegnato a. nemmeno il tempo né il desiderio di goderseli un po' quei due spicci che potrei ora pur spendere. perché fatturo, assssì se fatturo. e forse ho financo imparato a scoprirmi molto più abile di quanto immaginassi in ambiti non solo tecnici.
è la dicotomia di questa esperienza. è molto positiva e ne ho una specie di rigetto continuo.
in questi giorni sento la nausea montare. come non mai. ma non è più nemmeno rigetto. è la sensazione che forse è il caso di far cambiar qualcosa. anche alla luce delle [auto]scoperte di questi mesi. domani inizia una settimana in cui, oltre la fattura di fine mese, cercherò di capir meglio questa sensazione. se è come la storia dell'irreversibilità dell'entropia e siamo allo sb[r]occo finale, lungo quel che servirà. oppure se è riassorbibile: quindi poter pensar di starmene buono ancora per qualche mese e fatturare.
sento le rotelline girare. la pulsione proattiva a cominciar a ragionare in altri termini e possibilità. e - paradosso per paradosso - proprio in questi giorni in cui il brio esistenziale pare essere essersi evaporato. tipo la birra lasciata in frigo, aperta, per giorni.
sono curioso. vediamo che suggestioni ne verranno fuori [tanto, di scopare, non se ne parla nemmeno questa settimana, uichend incluso].
Sunday, September 6, 2015
aylan e me
[premessa. post iniziato due giorni fa. riscritto. riletto [refusi a parte]. ri-riletto. ri-meditato. difficile, insomma]
questa sera facevo autostopppe. non mi ha caricato nessuno. ma sapevo di avere la figurata rete di protezione del busse che sarebbe arrivato, da lì a svariati minuti.
ed ho pensato ad aylan. che a chiamarlo per nome fa una cosa diversa da il-bambino-siriano-affogato-sulle-coste-turche-che-tanto-ha-scosso-le-coscienze-che-non-è-giusto-o-forse-sì-metterlo-in-prima-pagina-di-un-giornale.
anzi. ho pensato al suo significato per me. e la storia di una foto: lui senza più vita, dove la terra inizia e finisce il mare - visto che nel mare è morto - metre io ancora in vita, col mio bel pugno nello stomaco. e cosa è successo dopo.
ad essere quisquiglianti io non ho condiviso la foto, per quanto abbia contribuito anch'io a renderla virale. la viralità: nel contempo epic vuiin o fffeil del susseguirsi di cose epiche che svaporano come l'afflato dell'alcool con cui si puliscono le nostre scrivanie, da dove si rende virali le foto, e si pensa di esser nel centro del divenir del mondo, basta la connessione internettara.
dicevo.
non l'ho condivisa. l'ho messa come coverimmeig del profilo feisbucchiano. prima l'ho photoshoppata un poco, giusto per renderla più "mia". per lavorarla quel minimo e metterci dentro un ulteriore afflato di non so bene cosa.
già.
non so bene cosa. perché tutto è avvenuto in maniera quasi da stato di trance. come fosse lancinantemente necessario mi presentassi così, nel micromondo de li soscciall. photoshoppavo e ogni volta guardando la foto per valutare il risultato sentivo una specie di botta, un urto, uno stringermi il petto [figurativamente], all'emozione, alle lagrime sublimate. non volevo metterci parole. solo l'immagine e provar a comunicare una del tipo: questa è la cosa più cogente, voglio mi rappresenti. poi ci ho messo a compendio un post di marco bracconi di repubblica [che val la pena leggere], appena sotto la foto che avevo appena guardato, scaricato, photoshoppato e che volevo mi facesse da copertina. niente parole mie. un'immagine: quella.
e me ne sono andato a dormire. scosso. ho sognato, nel turbinio dei sogni, di bambini piccoli, ma non piccolissimi, da passeggino. potevano essere come aylan.
la mattina dopo ho cominciato ad ascoltar del ciarlare sulle foto. sul fatto di pubblicarle. sul senso. sul perché ed il percome fossero così lancinanti. su come potessero scuotere l'inedia politica e/o di come risultassero digerite ed ormai ignorate. sul fatto fosse giusto pubblicarle e sul senso fosse giusto non pubblicarle.
ma non mi hanno poi affascinato più di tanto, nonostante la speculazione ed il ragionamento, intuivo, potessero essere interessanti. ma come eco confuso e soprattutto lontano. di certo non mi hanno appassionato. asetticamente e tecnicamente credo che foto e titolo de "il manifesto" siano state impeccabili. ho letto che in redazione c'è stata discussione se e come uscir in quel modo. ma penso siano in parte validi anche i ragionamenti di coloro che hanno criticato quella scelta, e ne hanno fatta un'altra. ognuno, in un ambito così complesso, ha un pezzo di ragione, se ragionata.
non mi hanno appassionato e me le son fatte scivolare un po' via - a parte la suggestione dell'amico itsoh, ma soprattutto perché a lui voglio bene. mi son sottratto dal ragionarci e/o prendere posizione perché, dal mio personalissimo punto di vista, poteva aver senso solo quel pugno nello stomaco che avevo provato. a prescindere dalle prime pagine dei giornali. senza che mi si dovesse spiegare il perché, proprio a 'sto giro, la cosa mi ha effettivamente lasciato così interdetto.
della complessità del fenomeno epocale della migrazione di popoli penso di non essere così sprovveduto, o utopista. ci ho già ragionato, ho provato ad informarmi, razionalizzare, capire, financo - pomposamente - quasi studiare. è un fenomeno che non si esaurirà nei prossimi mesi, se va bene anni. è cosa epocale, punto. essere d'accordo o meno serve tanto quanto sciacquar la tazza di dove si abbevera il cane, o grattarsi la testa senza nemmeno accorgersene. non sentivo così impellente la necessità di farmi spiegare ancora. mi bastava guardare quel che restava di aylan, di quel bimbo.
stesso discorso sulla pietà e/o la solidarietà, o la negazione di questo per i più biechi interessi elettorali immediati. tutto sommato so già da me. nei miei frustrati abbozzi di trovar un senso in questa società mi sono almeno strutturato, quanto basta per sapere come le vivo e la penso. senza che qualcuno o qualcosa possa farmi sentir in difetto per le mie posizioni. semplicemente cambierei interlocutore o compagnia. fine. non avevo bisogno dei pipponcini per convincermene ulteriormente. parole sentite, scandalizzate, provate, commosse, e tutte ovviamente pro-solidarietà, perché gli sciacalli elettoralistici hanno quanto meno subodorato che in questi giorni sarebbe controproducente cavalcare le istanze putrebonde. tanto le tireranno fuori ancora dalle fogne, c'è solo da aspettare.
era come volessi sottrarmi da tutto questo. fottersene delle prime pagine, quasi che il pugno allo stomaco non avesse bisogno di alcun giornale. fottersene dei dibattiti, delle discussioni, delle argomentazioni, non serve la socio-antropologia per capire come mi sentissi. e, rimasto solo col grumo che mi pesava dentro, pensare se e cosa potesse significare, in quel momento - precisamente storico nel mio intimo contesto, non per la Storia di questo fottuto mondo - cosa rappresentasse per me aylan, quel bimbo. e nel ragionamento immediato, e nell'intuir le sensazioni interiori metter come segnale, segno, simbolo, riassunto, icona quella foto a copertina.
ho ripensato a tutto questo, mentre le auto passavano e continuavano, ciascuna, a non essercene con dentro qualcuno disposto a caricarmi.
e naturalmente sono arrivato al punto un po' nodale. forse dirimente. con la quale ho un po' equivocato fin qui, volutamente.
la foto che ho visto, che ho photoshoppato e messo nella mia "copertina" è quella di aylan esanime in braccio a un poliziotto turco. nell'articolo di repubblica.it - che verosimilmente ha deciso di non pubblicare quella più d'impatto - si parlava di altre foto, più crude, più lancinanti. il fatto è che in quella foto il viso di aylan non si vede, nascosto, nella prospettiva dello scatto, dal tronco del poliziotto. è stato quello che mi è rimbalzato prepotentemente dentro. è il gesto del poliziotto per cui sono andato in modalità automatica e quindi di tunneling attraverso il mormogliar di prime pagine sì/no, dibattitti senza la soluzione ma con molta frustrazione.
ecco. io, la foto di aylan disteso sulla battigia faccio ancora fatica a guardarla. per una seria di ragioni che stanno lontanissime dal fatto penso sia stato giusto pubblicarle, e financo farle diventare virali.
no. le mie ragioni sono molto più da debosciamento mio, contestuali al periodo, che - tanto per cambiare è quello che è - sono frustrato di mio: le ingiustizie del mondo continuano a non scivolarmi addosso, ma son troppo stordito e intimorito anche solo per guardare quella foto. anzi, forse è persino vergognoso accostare le due cose. metter nello stesso ragionamento quel dramma epocale e quella foto che fa da sineddoche, alle mie difficoltà da caso umano, e la poca capacità di tener lo sguardo fisso su quel corpicino.
quindi non so se sarebbe scattato quell'automatismo se avessi visto quest'ultima. quella dove il dramma pare insolubile. penso di no, ma ormai è tardi per tirar fuori una qualche conclusione sensata.
però - pensavo mentre le auto continuavano a scorrer accanto al mio dito pollice sollevato - il fatto abbia visto, nel caso di quella serata, quell'altra deve aver smosso qualcosa. e ritorno sul gesto del poliziotto turco. l'azione che sta compiendo. che sembra concentrar nella posizione delle mani il senso del "la terra ti sia lieve". è una cosa ovvia, scontata, che costui non ha mica ragionato di dover fare in quel modo. però deve esser quello che mi ha fatto scattare il resto. in quel dramma epocale ci può esser un'altra sineddoche: per il fatto si fa qualcosa. si possa far qualcosa. si debba far qualcosa. aylan è morto, la migrazione di popoli è in atto: ci possiamo far poco, ora. è la capacità di reagire con l'umanità e la delicatezza [ferma e decisa] necessaria che è possibile.
come se, di nuovo, intravvedessi una possibilità anch'io. io nel senso di io: quello che si lamenta e che si sente frustrato per tutte le cose che non ha combinato di così funzionanti finora. una possibilità. qualcosa che è in potenza, mica [ancora] atto. effimera come la copertina di un banalissimo soscial.
ma è una possibilità.
questa sera facevo autostopppe. non mi ha caricato nessuno. ma sapevo di avere la figurata rete di protezione del busse che sarebbe arrivato, da lì a svariati minuti.
ed ho pensato ad aylan. che a chiamarlo per nome fa una cosa diversa da il-bambino-siriano-affogato-sulle-coste-turche-che-tanto-ha-scosso-le-coscienze-che-non-è-giusto-o-forse-sì-metterlo-in-prima-pagina-di-un-giornale.
anzi. ho pensato al suo significato per me. e la storia di una foto: lui senza più vita, dove la terra inizia e finisce il mare - visto che nel mare è morto - metre io ancora in vita, col mio bel pugno nello stomaco. e cosa è successo dopo.
ad essere quisquiglianti io non ho condiviso la foto, per quanto abbia contribuito anch'io a renderla virale. la viralità: nel contempo epic vuiin o fffeil del susseguirsi di cose epiche che svaporano come l'afflato dell'alcool con cui si puliscono le nostre scrivanie, da dove si rende virali le foto, e si pensa di esser nel centro del divenir del mondo, basta la connessione internettara.
dicevo.
non l'ho condivisa. l'ho messa come coverimmeig del profilo feisbucchiano. prima l'ho photoshoppata un poco, giusto per renderla più "mia". per lavorarla quel minimo e metterci dentro un ulteriore afflato di non so bene cosa.
già.
non so bene cosa. perché tutto è avvenuto in maniera quasi da stato di trance. come fosse lancinantemente necessario mi presentassi così, nel micromondo de li soscciall. photoshoppavo e ogni volta guardando la foto per valutare il risultato sentivo una specie di botta, un urto, uno stringermi il petto [figurativamente], all'emozione, alle lagrime sublimate. non volevo metterci parole. solo l'immagine e provar a comunicare una del tipo: questa è la cosa più cogente, voglio mi rappresenti. poi ci ho messo a compendio un post di marco bracconi di repubblica [che val la pena leggere], appena sotto la foto che avevo appena guardato, scaricato, photoshoppato e che volevo mi facesse da copertina. niente parole mie. un'immagine: quella.
e me ne sono andato a dormire. scosso. ho sognato, nel turbinio dei sogni, di bambini piccoli, ma non piccolissimi, da passeggino. potevano essere come aylan.
la mattina dopo ho cominciato ad ascoltar del ciarlare sulle foto. sul fatto di pubblicarle. sul senso. sul perché ed il percome fossero così lancinanti. su come potessero scuotere l'inedia politica e/o di come risultassero digerite ed ormai ignorate. sul fatto fosse giusto pubblicarle e sul senso fosse giusto non pubblicarle.
ma non mi hanno poi affascinato più di tanto, nonostante la speculazione ed il ragionamento, intuivo, potessero essere interessanti. ma come eco confuso e soprattutto lontano. di certo non mi hanno appassionato. asetticamente e tecnicamente credo che foto e titolo de "il manifesto" siano state impeccabili. ho letto che in redazione c'è stata discussione se e come uscir in quel modo. ma penso siano in parte validi anche i ragionamenti di coloro che hanno criticato quella scelta, e ne hanno fatta un'altra. ognuno, in un ambito così complesso, ha un pezzo di ragione, se ragionata.
non mi hanno appassionato e me le son fatte scivolare un po' via - a parte la suggestione dell'amico itsoh, ma soprattutto perché a lui voglio bene. mi son sottratto dal ragionarci e/o prendere posizione perché, dal mio personalissimo punto di vista, poteva aver senso solo quel pugno nello stomaco che avevo provato. a prescindere dalle prime pagine dei giornali. senza che mi si dovesse spiegare il perché, proprio a 'sto giro, la cosa mi ha effettivamente lasciato così interdetto.
della complessità del fenomeno epocale della migrazione di popoli penso di non essere così sprovveduto, o utopista. ci ho già ragionato, ho provato ad informarmi, razionalizzare, capire, financo - pomposamente - quasi studiare. è un fenomeno che non si esaurirà nei prossimi mesi, se va bene anni. è cosa epocale, punto. essere d'accordo o meno serve tanto quanto sciacquar la tazza di dove si abbevera il cane, o grattarsi la testa senza nemmeno accorgersene. non sentivo così impellente la necessità di farmi spiegare ancora. mi bastava guardare quel che restava di aylan, di quel bimbo.
stesso discorso sulla pietà e/o la solidarietà, o la negazione di questo per i più biechi interessi elettorali immediati. tutto sommato so già da me. nei miei frustrati abbozzi di trovar un senso in questa società mi sono almeno strutturato, quanto basta per sapere come le vivo e la penso. senza che qualcuno o qualcosa possa farmi sentir in difetto per le mie posizioni. semplicemente cambierei interlocutore o compagnia. fine. non avevo bisogno dei pipponcini per convincermene ulteriormente. parole sentite, scandalizzate, provate, commosse, e tutte ovviamente pro-solidarietà, perché gli sciacalli elettoralistici hanno quanto meno subodorato che in questi giorni sarebbe controproducente cavalcare le istanze putrebonde. tanto le tireranno fuori ancora dalle fogne, c'è solo da aspettare.
era come volessi sottrarmi da tutto questo. fottersene delle prime pagine, quasi che il pugno allo stomaco non avesse bisogno di alcun giornale. fottersene dei dibattiti, delle discussioni, delle argomentazioni, non serve la socio-antropologia per capire come mi sentissi. e, rimasto solo col grumo che mi pesava dentro, pensare se e cosa potesse significare, in quel momento - precisamente storico nel mio intimo contesto, non per la Storia di questo fottuto mondo - cosa rappresentasse per me aylan, quel bimbo. e nel ragionamento immediato, e nell'intuir le sensazioni interiori metter come segnale, segno, simbolo, riassunto, icona quella foto a copertina.
ho ripensato a tutto questo, mentre le auto passavano e continuavano, ciascuna, a non essercene con dentro qualcuno disposto a caricarmi.
e naturalmente sono arrivato al punto un po' nodale. forse dirimente. con la quale ho un po' equivocato fin qui, volutamente.
la foto che ho visto, che ho photoshoppato e messo nella mia "copertina" è quella di aylan esanime in braccio a un poliziotto turco. nell'articolo di repubblica.it - che verosimilmente ha deciso di non pubblicare quella più d'impatto - si parlava di altre foto, più crude, più lancinanti. il fatto è che in quella foto il viso di aylan non si vede, nascosto, nella prospettiva dello scatto, dal tronco del poliziotto. è stato quello che mi è rimbalzato prepotentemente dentro. è il gesto del poliziotto per cui sono andato in modalità automatica e quindi di tunneling attraverso il mormogliar di prime pagine sì/no, dibattitti senza la soluzione ma con molta frustrazione.
ecco. io, la foto di aylan disteso sulla battigia faccio ancora fatica a guardarla. per una seria di ragioni che stanno lontanissime dal fatto penso sia stato giusto pubblicarle, e financo farle diventare virali.
no. le mie ragioni sono molto più da debosciamento mio, contestuali al periodo, che - tanto per cambiare è quello che è - sono frustrato di mio: le ingiustizie del mondo continuano a non scivolarmi addosso, ma son troppo stordito e intimorito anche solo per guardare quella foto. anzi, forse è persino vergognoso accostare le due cose. metter nello stesso ragionamento quel dramma epocale e quella foto che fa da sineddoche, alle mie difficoltà da caso umano, e la poca capacità di tener lo sguardo fisso su quel corpicino.
quindi non so se sarebbe scattato quell'automatismo se avessi visto quest'ultima. quella dove il dramma pare insolubile. penso di no, ma ormai è tardi per tirar fuori una qualche conclusione sensata.
però - pensavo mentre le auto continuavano a scorrer accanto al mio dito pollice sollevato - il fatto abbia visto, nel caso di quella serata, quell'altra deve aver smosso qualcosa. e ritorno sul gesto del poliziotto turco. l'azione che sta compiendo. che sembra concentrar nella posizione delle mani il senso del "la terra ti sia lieve". è una cosa ovvia, scontata, che costui non ha mica ragionato di dover fare in quel modo. però deve esser quello che mi ha fatto scattare il resto. in quel dramma epocale ci può esser un'altra sineddoche: per il fatto si fa qualcosa. si possa far qualcosa. si debba far qualcosa. aylan è morto, la migrazione di popoli è in atto: ci possiamo far poco, ora. è la capacità di reagire con l'umanità e la delicatezza [ferma e decisa] necessaria che è possibile.
come se, di nuovo, intravvedessi una possibilità anch'io. io nel senso di io: quello che si lamenta e che si sente frustrato per tutte le cose che non ha combinato di così funzionanti finora. una possibilità. qualcosa che è in potenza, mica [ancora] atto. effimera come la copertina di un banalissimo soscial.
ma è una possibilità.
Friday, August 28, 2015
appunti per quando rivedrò odg
in questo lavoro mi adopero per dare il la alla risoluzione di problemi. le chiamano production issue, in inglese, che fa più fico. poi si abbreviano in piiaaiiii. l'amico omar, là dentro, le chiama pi-ii, acronimizzando in italiano, e se ne fotte che la sigla venga dall'inglese. lui che peraltro l'inglese lo sa molto meglio del 98% di quella compagnia di pazzi.
in buona sostanza analizzo piiiaaiii. che diventa l'unità di misura della numerica su cui stabilire l'efficenza e l'efficacia del gruppo: per decidere, con un tratto di penna, se smantellare tutto o continuare così com'è adesso. la piiaaaiii è l'elemento molecolare che scandisce l'operatività e muove il nostro agire. poi vabbhé, ci sono molecole banali, quasi inorganiche. e polimeri complessissimi. non importa, per certi aspetti numerici: una piiiaiii è una piiiaiii. e tutte uguali sono, a cubarle: una livella che se ne fotte dello sforzo profuso per. le piiiiaiii sono il puntellarsi di punti di accumulazione di un processo che è pezzottato a monte. da un certo punto di vista inevitabilmente: non esiste il software senza bachi, figurarsi [e queste suggestioni rieccheggiano come ricordo degli arbori della pezzottatissima carriera lavorativa, di cui l'amico omar fa parte [dell'inizio di carriera, non che sia pezzottatissima: ovvio. su quello ci ho messo della gran costanza io, e le mie titubanze per far una cosa ed essere decisamente altro]]. il problema al limite è quando a monte di tutto ci si mette un'approssimazione un po' arrogante, verosimilmente troppo cantinara e per un cazzo teoretica: noi si sviluppa come a scopare libidinosamente, le analisi funzionali facciamole sulla carta da formaggio [figurativamente, ovvio]. figurarsi poi quando, in questo delirio, ci si affidi a fornitori che alla bisogna mettono a disposizione degli scappati di casa.
in pratica la piiiaaii è il guano che si raccoglie nei canali di scolo. è l'avanzo che si accumula a monte delle grate messe a mo' di filtro, dove passa quest'acquaqua. la piiiaii è l'epica surrogata di quello che non va. e noi le si deve sbrogliare. quando non si confonde il fatto che la merda l'ha vaporizzata qualcuno a monte, non colui che la deve metabolizzare a valle, magari facendone anche concime per provar a migliorar un po' il tutto. però il senso è un po' quello. così come son visti quelli degli autospurghi: quando hai a che fare con quella roba, per metonimia, non ti viene in mente possano cucinar manicaretti, o immaginino il bello e il nutrimento per la mente o lo spirito. figurarsi poi quando sono consulenti esterni, cordoncini del badge bianchi, coloro che possono essere dismessi senza troppi problemi. ed anche in maniera spiccia: la copertina sindacale è attenta solo ai dipendenti.
questo il contesto, anche se dipinto un po' pipposamente, ovvio.
ebbene: naturalmente nella mia testa mi prefiggo di risolverne un numero sempre maggiore di quello che riesco a fare effettivamente. perché poi le piiiiaiii hanno una loro vita, a volta da golem, e quando ne gestisci 3-4 per volta ci si accavalla il tempo, il sentimento, l'anzia performativa collegata. specie poi quando qualcuno stabilisce: siamo indietro, troppe piiiiaiii rimaste non risolte - ma questo è un altro discorso, o forse non del tutto.
comunque.
obiettivi piiiaiiistici troppo elevati. poi non ci riesco. e quindi sono frustrato. e credo di valere meno di un cazzo. da qui ennesima frustrazione condita col fatto che - verosimilmente - potrei pisciar in testa al 95% di quella compagnia di pazzi. ed invece sono l'ultimo dei peones, consulente, un po' tipo del tipo di quelli sezione autospurghi, di cui sopra. a disposizione degli utenti [i clienti sono altra categoria], di tutti gli utenti: loro sono quelli che aprono le piiiaiii, e sono i nostri clienti. tutti. dall'idota più incompetente, al più frustrato dei personaggi tristi che si sente ignorato, lui e le sue piiiaiii, che magari nessuno di noi considera in prima battuta. ci sarebbe da scriverne per intieri post. ho già sbrodolato abbastanza questo.
ecco.
presa la storia delle piiiaiii e moltiplicata per un po' di volte vien fuori il mio esistere da barbino solitario.
vorrei fare millemila altre cose. con ben altre finalità e/o financo eticità, o quanto meno soddisfazione e pienezza. ovviamente punto troppo in alto. i risultati non arrivano, difatti sto analizzando piiaiii a servizio di utenti spesso frustrati, mentre probabilmente potrei pisciar in testa al 95% di costoro. coi risultati in ben altri settori del versante soddisfazionesco.
la mancanza di soddisfazione e di "risultati" è mannaia per l'autostima, che difatti è in picchiata. che uno ha la percezione di essere un buono a nulla, che nulla stringe. e così il cechio si chiude, con l'epiciclo dei post lamentosi.
fine.
in buona sostanza analizzo piiiaaiii. che diventa l'unità di misura della numerica su cui stabilire l'efficenza e l'efficacia del gruppo: per decidere, con un tratto di penna, se smantellare tutto o continuare così com'è adesso. la piiaaaiii è l'elemento molecolare che scandisce l'operatività e muove il nostro agire. poi vabbhé, ci sono molecole banali, quasi inorganiche. e polimeri complessissimi. non importa, per certi aspetti numerici: una piiiaiii è una piiiaiii. e tutte uguali sono, a cubarle: una livella che se ne fotte dello sforzo profuso per. le piiiiaiii sono il puntellarsi di punti di accumulazione di un processo che è pezzottato a monte. da un certo punto di vista inevitabilmente: non esiste il software senza bachi, figurarsi [e queste suggestioni rieccheggiano come ricordo degli arbori della pezzottatissima carriera lavorativa, di cui l'amico omar fa parte [dell'inizio di carriera, non che sia pezzottatissima: ovvio. su quello ci ho messo della gran costanza io, e le mie titubanze per far una cosa ed essere decisamente altro]]. il problema al limite è quando a monte di tutto ci si mette un'approssimazione un po' arrogante, verosimilmente troppo cantinara e per un cazzo teoretica: noi si sviluppa come a scopare libidinosamente, le analisi funzionali facciamole sulla carta da formaggio [figurativamente, ovvio]. figurarsi poi quando, in questo delirio, ci si affidi a fornitori che alla bisogna mettono a disposizione degli scappati di casa.
in pratica la piiiaaii è il guano che si raccoglie nei canali di scolo. è l'avanzo che si accumula a monte delle grate messe a mo' di filtro, dove passa quest'acquaqua. la piiiaii è l'epica surrogata di quello che non va. e noi le si deve sbrogliare. quando non si confonde il fatto che la merda l'ha vaporizzata qualcuno a monte, non colui che la deve metabolizzare a valle, magari facendone anche concime per provar a migliorar un po' il tutto. però il senso è un po' quello. così come son visti quelli degli autospurghi: quando hai a che fare con quella roba, per metonimia, non ti viene in mente possano cucinar manicaretti, o immaginino il bello e il nutrimento per la mente o lo spirito. figurarsi poi quando sono consulenti esterni, cordoncini del badge bianchi, coloro che possono essere dismessi senza troppi problemi. ed anche in maniera spiccia: la copertina sindacale è attenta solo ai dipendenti.
questo il contesto, anche se dipinto un po' pipposamente, ovvio.
ebbene: naturalmente nella mia testa mi prefiggo di risolverne un numero sempre maggiore di quello che riesco a fare effettivamente. perché poi le piiiiaiii hanno una loro vita, a volta da golem, e quando ne gestisci 3-4 per volta ci si accavalla il tempo, il sentimento, l'anzia performativa collegata. specie poi quando qualcuno stabilisce: siamo indietro, troppe piiiiaiii rimaste non risolte - ma questo è un altro discorso, o forse non del tutto.
comunque.
obiettivi piiiaiiistici troppo elevati. poi non ci riesco. e quindi sono frustrato. e credo di valere meno di un cazzo. da qui ennesima frustrazione condita col fatto che - verosimilmente - potrei pisciar in testa al 95% di quella compagnia di pazzi. ed invece sono l'ultimo dei peones, consulente, un po' tipo del tipo di quelli sezione autospurghi, di cui sopra. a disposizione degli utenti [i clienti sono altra categoria], di tutti gli utenti: loro sono quelli che aprono le piiiaiii, e sono i nostri clienti. tutti. dall'idota più incompetente, al più frustrato dei personaggi tristi che si sente ignorato, lui e le sue piiiaiii, che magari nessuno di noi considera in prima battuta. ci sarebbe da scriverne per intieri post. ho già sbrodolato abbastanza questo.
ecco.
presa la storia delle piiiaiii e moltiplicata per un po' di volte vien fuori il mio esistere da barbino solitario.
vorrei fare millemila altre cose. con ben altre finalità e/o financo eticità, o quanto meno soddisfazione e pienezza. ovviamente punto troppo in alto. i risultati non arrivano, difatti sto analizzando piiaiii a servizio di utenti spesso frustrati, mentre probabilmente potrei pisciar in testa al 95% di costoro. coi risultati in ben altri settori del versante soddisfazionesco.
la mancanza di soddisfazione e di "risultati" è mannaia per l'autostima, che difatti è in picchiata. che uno ha la percezione di essere un buono a nulla, che nulla stringe. e così il cechio si chiude, con l'epiciclo dei post lamentosi.
fine.
piccolo post lamentoso [strano, no?]
se muoiono in qualche decina asfissiati in un tir abbandonato in autostrada.
se affondano, e non si sa quanti siano quelli inghiottiti dal mare.
se accade tutto questo ed io non riesco nemmeno più ad aprire la pagina per legger la notizia, ingabbiato nelle mie turbe o piccoli lamentismi personali, valutando come merdosa il mio sopravvivermi allora significa che da qui in avanti potrebbe veramente succedere di tutto.
senza riuscire a capire se sia diventato cinico. oppure irrecuperabile. oppure una solispistica testa di cazzo.
solo la sensazione stia gettando nel cesso l'esistenza. [quasi] incurante di quelli che la perdono, tipo, asfissiati in un tir abbandonato in autostrada. oppure affondati, senza sapere in quanti.
se affondano, e non si sa quanti siano quelli inghiottiti dal mare.
se accade tutto questo ed io non riesco nemmeno più ad aprire la pagina per legger la notizia, ingabbiato nelle mie turbe o piccoli lamentismi personali, valutando come merdosa il mio sopravvivermi allora significa che da qui in avanti potrebbe veramente succedere di tutto.
senza riuscire a capire se sia diventato cinico. oppure irrecuperabile. oppure una solispistica testa di cazzo.
solo la sensazione stia gettando nel cesso l'esistenza. [quasi] incurante di quelli che la perdono, tipo, asfissiati in un tir abbandonato in autostrada. oppure affondati, senza sapere in quanti.
Monday, August 24, 2015
monologo amaramente et ignavamente immaginifico
a prenderla dal punto di vista della psicologia positiva vorrei tanto smentirmi, da qui ad un po'. e financo - magari - vergognarmi di questo post, di quelli che bisogna aver il coraggio di non cancellare, a futuro et imperituro memento.
vorrei tanto sbagliarmi. o forse essere un poco più tollerante. o le due cose assieme.
ho fatto lo scemo per non andare in guerra. preferisco passar "per l'adulto che nonostante la sua intelligenza sopra la media è così infantile" [cit].
ecco. partirei da qui. dal confondere e far di un mescio piuttosto insopportabile il comportamento con la persona.
è uno di quei fondamentali che, dal mio punto di vista, rappresentano il terreno comune, il mezzo franco, l'ambito condiviso con cui poter interloquire e confrontarsi. così come non riesco a concepire di potermi confrontare in maniera sincera e profonda con una persona per cui l'importante è dire quel che si pensa, non importa come, basta essere schiettamente sinceri. ebbene: continuo a considerare cafone e zotico voler chiarire un malinteso con una persona menando sberle [figurativamente, ovvio]. perché è come se si magnificasse una contraddizione insostenibile. e non è questione di travisar le parole: è che se si ha in testa solamente il proprio significato, fottendosene del significante nel senso più lato del termine, è come non voler prendere in considerazione l'interlocutore. la sostanza non sono solo le motivazioni o quel che si comunica, ma è anche [e forse soprattutto, per me: scontato] entrare nell'ottica che nella comunicazione c'è anche l'altro. non solo le proprie [sacrosante] ragioni.
sennò, davvero, dal mio punto di vista il confronto si sposta su altri piani, formali, forse anche un po' strutturati e non completamente trasparenti et genuini. cioè lontano da quelli per cui penso valga la pena esistere [molto altro, al momento, non mi sovviene].
è in quel tipo di rapporto e di confronto, anche più a meno cor ad cor, di cui tu non fai più parte. con te mi ci sono sottratto da un po' di tempo. da quando son rimasto per primo io amareggiato dall'incazzatura ed il livore che sei riuscita a cavarmi, e rivolgerlo verso di te. tu [naturalmente?] ti sei fermata all'epifenomeno: come si può litigare sullo svolgimento in diretta del "barbiere di siviglia"? peraltro non era nemmeno il "barbiere", ma la "traviata". e a scatenar il tutto è stato il vedermi di fronte l'approccio da chiacchiere e distintivo, da parvenù culturale. verosimilmente ci deve essere altro, di cui magari non sono del tutto conscio e di cui potrei financo non essere così fiero.
per questo ho preferito cercare di non scendere più in contraddittorio con te. pace: continua pure a porti con uscite un po' così, che trovo squadrate col falcetto mentre tu pensi siano cesellate con lo scalpellino di precisione. me ne stavo zitto e pensavo: vabbhé, finirà pure 'sto viaggio.
e tu credevi invece fosse come andar d'accordo da mimì e cocò, amicale s'intende. e quindi non potevano che essere amorevoli, di cui amorevolmente approfittare, quei viaggi, quei passaggi, che per me rappresentavano qualcosa che mi faceva risparmiare, in un momento in cui ogni euro era da spendere con attenzione: per quanto più per nevrosi mia, che per reale necessità.
ovvio che deve esserti cortocircuitato il sentimento, nel veder manifestarsi un atteggiamento per te così immotivato. per questo, dal tuo punto di vista, c'è stato il sacrosantissimo nesso causale della tua rabbia financo livorosa. non so se per la meraviglia incazzosamente inspiegabile, o per il fatto io potessi far a meno della tua compagnia: o le due cose messe assieme.
ti son mancate un po' di informazioni, è vero. si sono sovrapposte altre situazioni, del tutto a te estranee. e soprattutto non ho avuto il coraggio di dirti quanta poca sia la stima, per una serie di tanti piccoli episodi, percezioni, sensazioni che ho avuto l'arroganza di infilare in una specie di patchwork collanoso piuttosto poco piacevole.
non so quanto sia amareggiato per il fatto di provar così poca stima. per il fatto di esalare un sentimento non propriamente irreprensibile. per il fatto di nascondertelo. per il conseguente atteggiamento ignavo [infantile, secondo te]. o le cose mischiate assieme. delusione per delusione: forse preferisco farti incazzare, senza offenderti tanto quanto accadrebbe se ti raccontassi tutto.
e soprattutto non so se amareggiarmi per il fatto che, di nuovo, in fondo: non me ne fotte più di tanto. per non esalar il mio fiele piuttosto definitivo del: non me ne frega un beato cazzo.
non ne vado per nulla fiero, ovvio. e probabilmente è un altro epifenomeno di una specie di misantropizzazione, per cui sono già stato rimproverato, peraltro. e che anche per questo spero passi, prima o poi. meglio se prima di aver fatto troppi danni.
in questo momento storico, di riparar quelli creatisi tra di noi - di nuovo - mi importa piuttosto poco.
vorrei tanto sbagliarmi. o forse essere un poco più tollerante. o le due cose assieme.
ho fatto lo scemo per non andare in guerra. preferisco passar "per l'adulto che nonostante la sua intelligenza sopra la media è così infantile" [cit].
ecco. partirei da qui. dal confondere e far di un mescio piuttosto insopportabile il comportamento con la persona.
è uno di quei fondamentali che, dal mio punto di vista, rappresentano il terreno comune, il mezzo franco, l'ambito condiviso con cui poter interloquire e confrontarsi. così come non riesco a concepire di potermi confrontare in maniera sincera e profonda con una persona per cui l'importante è dire quel che si pensa, non importa come, basta essere schiettamente sinceri. ebbene: continuo a considerare cafone e zotico voler chiarire un malinteso con una persona menando sberle [figurativamente, ovvio]. perché è come se si magnificasse una contraddizione insostenibile. e non è questione di travisar le parole: è che se si ha in testa solamente il proprio significato, fottendosene del significante nel senso più lato del termine, è come non voler prendere in considerazione l'interlocutore. la sostanza non sono solo le motivazioni o quel che si comunica, ma è anche [e forse soprattutto, per me: scontato] entrare nell'ottica che nella comunicazione c'è anche l'altro. non solo le proprie [sacrosante] ragioni.
sennò, davvero, dal mio punto di vista il confronto si sposta su altri piani, formali, forse anche un po' strutturati e non completamente trasparenti et genuini. cioè lontano da quelli per cui penso valga la pena esistere [molto altro, al momento, non mi sovviene].
è in quel tipo di rapporto e di confronto, anche più a meno cor ad cor, di cui tu non fai più parte. con te mi ci sono sottratto da un po' di tempo. da quando son rimasto per primo io amareggiato dall'incazzatura ed il livore che sei riuscita a cavarmi, e rivolgerlo verso di te. tu [naturalmente?] ti sei fermata all'epifenomeno: come si può litigare sullo svolgimento in diretta del "barbiere di siviglia"? peraltro non era nemmeno il "barbiere", ma la "traviata". e a scatenar il tutto è stato il vedermi di fronte l'approccio da chiacchiere e distintivo, da parvenù culturale. verosimilmente ci deve essere altro, di cui magari non sono del tutto conscio e di cui potrei financo non essere così fiero.
per questo ho preferito cercare di non scendere più in contraddittorio con te. pace: continua pure a porti con uscite un po' così, che trovo squadrate col falcetto mentre tu pensi siano cesellate con lo scalpellino di precisione. me ne stavo zitto e pensavo: vabbhé, finirà pure 'sto viaggio.
e tu credevi invece fosse come andar d'accordo da mimì e cocò, amicale s'intende. e quindi non potevano che essere amorevoli, di cui amorevolmente approfittare, quei viaggi, quei passaggi, che per me rappresentavano qualcosa che mi faceva risparmiare, in un momento in cui ogni euro era da spendere con attenzione: per quanto più per nevrosi mia, che per reale necessità.
ovvio che deve esserti cortocircuitato il sentimento, nel veder manifestarsi un atteggiamento per te così immotivato. per questo, dal tuo punto di vista, c'è stato il sacrosantissimo nesso causale della tua rabbia financo livorosa. non so se per la meraviglia incazzosamente inspiegabile, o per il fatto io potessi far a meno della tua compagnia: o le due cose messe assieme.
ti son mancate un po' di informazioni, è vero. si sono sovrapposte altre situazioni, del tutto a te estranee. e soprattutto non ho avuto il coraggio di dirti quanta poca sia la stima, per una serie di tanti piccoli episodi, percezioni, sensazioni che ho avuto l'arroganza di infilare in una specie di patchwork collanoso piuttosto poco piacevole.
non so quanto sia amareggiato per il fatto di provar così poca stima. per il fatto di esalare un sentimento non propriamente irreprensibile. per il fatto di nascondertelo. per il conseguente atteggiamento ignavo [infantile, secondo te]. o le cose mischiate assieme. delusione per delusione: forse preferisco farti incazzare, senza offenderti tanto quanto accadrebbe se ti raccontassi tutto.
e soprattutto non so se amareggiarmi per il fatto che, di nuovo, in fondo: non me ne fotte più di tanto. per non esalar il mio fiele piuttosto definitivo del: non me ne frega un beato cazzo.
non ne vado per nulla fiero, ovvio. e probabilmente è un altro epifenomeno di una specie di misantropizzazione, per cui sono già stato rimproverato, peraltro. e che anche per questo spero passi, prima o poi. meglio se prima di aver fatto troppi danni.
in questo momento storico, di riparar quelli creatisi tra di noi - di nuovo - mi importa piuttosto poco.
Sunday, August 9, 2015
di nuovo sulla cosa delle blatte che si fingon morte.
tanatosi.
eccome si chiama la storia delle blatte, di cui l'altro post, che si fingono morte per far il a da passà 'a nuttata. lo fanno anche alcuni rettili. è verosimile un comportamento etologicamente codificato, un'altra invenzione dell'evoluzione per tirar a campà. per quanto le blatte fa più effetto dei rettili.
queste cose me le ha dette l'amica viburna. che s'adopera, tra l'altro, acciocché si riduca l'orizzonte degli eventi della mia sconfinata ignoranza. amica viburna che anche per questo rimarrà comuque sempre mel mio cuoricino-cinico-serenamente-sfiduciato. quand'anche, e caso mai, dovessimo smetter di interloquirci. che poi si sanno come vanno - apparentemente - le cose a seguir taluni paradigmi: ci vi vede per un caffè, poi magari anche un altro. il terzo, vedremo, tanto che ci si va affffà?
comunque. dicevo della tanatosi. che mi veniva anche in mente un libro che lessi miGlioni di anni orsono: un mezzo saggio facile. si intitolava "l'elogio della fuga", di cui non ho granché memoria, tranne di alcuni casi un po' mezzi umani che venivano narrati. ricordo fosse solo un certo periodo di merda. quanto meno con meno percezione e con meno pregnanza di me medesimo. tempi da rimpiangere zero.
comunque. per tornare alla viburna e le sue sollecitazioni: giusto poco più di un anno fa mi disse una cosa che mentre me lo diceva mi atterrì un poco. era in altro periodo di merda, ma diversamente merdoso. ero in quel mentre dove stavo cercando di capire che fare della mia esistenza, quanto meno lavorativa. scrissi financo un post tassonomico: elencazione delle possibilità con i relativi pro e contra. una di queste era il tornar afffffà il libero professionista, quello che però ha più clienti. la viburna mi disse: però questo significa, tra l'altro dover spendere parte del tempo ed energie, a proacciarsi clienti. e poi correr dietro loro per farsi pagare.
seppur ovvio e scontato in quel momento la cosa mi paralizzò. quasi mi si parasse davanti la mia incapacità di provar financo solo a presentarsi. cercar clienti significava proporsi con la propria proattività e l'epos di porsi col dire: io sono capace, in grado, adatto alla tua richiesta, caro cliente. in quel momento, in quei giorni, era un modo di percepirsi lontano miGlioni di anni luce rispetto a quanto fattivamente accadeva. e non era falsa modestia. mi sentivo semplicemente inadatto esistenzialmente. con tutte le ricadute del caso. era come provare a salir su di un monticello irto, aggrappandosi, ma facendo leva su un terreno di sabbie mobili. non era possibile accadesse: tutto qui.
rimaneva solo un lumicino. che era un periodo. e che qualcosa sarebbe accaduto ed io avrei cambiato la percezione. in quel momento sprofondavo, quando facevo leva. dovevo lasciar andare il momento, punto. ed avrei financo capito quando sarebbe stato il momento di cominciare a preoccuparsi che il momento non sembrava passare.
in attesa.
come le blatte.
tanatosi.
ed il momento in cui passò il momento arrivò. a dirla tutta non me l'aspettavo quel giorno, anzi quella sera. né tanto meno durante il raccontar i momenti degli ultimi mesi ad una persona che non vedevo da tempo. ma che contattai perché qualcosa bisognava pur cominciare a fare, per far arrivar l'altro momento. sono convinto che la sensazione placida e morbida di quella minuscola epifania è stata corroborata dall'aver già vellicato un po' di birra [anche vellicare, ad ascoltarla bene, ha un suono placido e morbido].
mi propose un'attività un po' sui generis, in cui - tra l'altro - ci sarebbe stato da scrivere. e quindi mi disse: e nel mentre puoi cercare di far altro, altri lavori, ti organizzi. semplice. ovvio. quasi scontato secondo i suoi paradigmi. però io intuii un baluginio in fondo al tunél. anche perché capii che la suggestione della viburna, semplice, ovvia, scontata non mi atterriva più. avrei cercato e/o trovato clienti. e avrei detto loro: sono capace, sono in grado, sono con la consapevolezza di esser io.
era come se avessi sciolto un nodo. su cui ero stato invitato a riflettere. senza sapere [lei] cosa mi si era scatenato dentro. ma sono quelle cose che sono parimenti necessarie, anzi forse più ancora essenziali della soluzione: perché sollevano la domanda, che serve per la risposta.
ecco. quello era il primo. perché adesso il nodo è doppio. a 'sto giro c'è di mezzo odg, ed ovviamente ancora la viburna. sono un po' atterrito. e difatti sto facendo la blatta. e la tanatosi. ma con un altro spirito e con ben altre preoccupazioni. anche per il semplice fatto di esser un blatta che fattura ogni giorno della sua tanatosi. e non è che son diventato avido. ma perché mi sembra di vivere una riproposizione della piramide di maslow: in chiave esistenziale, nell'accezione più alta e meno materiale.
ora il nodo è ben più proattivamente tosto. ma ci sono le condizioni per scioglierlo.
e il lumicino, di cui sopra, di un altro colore. fa molto baluginio delle lucciole. quelle che appaiono nelle serate più serene e di bellezze che tolgono il fiato.
eccome si chiama la storia delle blatte, di cui l'altro post, che si fingono morte per far il a da passà 'a nuttata. lo fanno anche alcuni rettili. è verosimile un comportamento etologicamente codificato, un'altra invenzione dell'evoluzione per tirar a campà. per quanto le blatte fa più effetto dei rettili.
queste cose me le ha dette l'amica viburna. che s'adopera, tra l'altro, acciocché si riduca l'orizzonte degli eventi della mia sconfinata ignoranza. amica viburna che anche per questo rimarrà comuque sempre mel mio cuoricino-cinico-serenamente-sfiduciato. quand'anche, e caso mai, dovessimo smetter di interloquirci. che poi si sanno come vanno - apparentemente - le cose a seguir taluni paradigmi: ci vi vede per un caffè, poi magari anche un altro. il terzo, vedremo, tanto che ci si va affffà?
comunque. dicevo della tanatosi. che mi veniva anche in mente un libro che lessi miGlioni di anni orsono: un mezzo saggio facile. si intitolava "l'elogio della fuga", di cui non ho granché memoria, tranne di alcuni casi un po' mezzi umani che venivano narrati. ricordo fosse solo un certo periodo di merda. quanto meno con meno percezione e con meno pregnanza di me medesimo. tempi da rimpiangere zero.
comunque. per tornare alla viburna e le sue sollecitazioni: giusto poco più di un anno fa mi disse una cosa che mentre me lo diceva mi atterrì un poco. era in altro periodo di merda, ma diversamente merdoso. ero in quel mentre dove stavo cercando di capire che fare della mia esistenza, quanto meno lavorativa. scrissi financo un post tassonomico: elencazione delle possibilità con i relativi pro e contra. una di queste era il tornar afffffà il libero professionista, quello che però ha più clienti. la viburna mi disse: però questo significa, tra l'altro dover spendere parte del tempo ed energie, a proacciarsi clienti. e poi correr dietro loro per farsi pagare.
seppur ovvio e scontato in quel momento la cosa mi paralizzò. quasi mi si parasse davanti la mia incapacità di provar financo solo a presentarsi. cercar clienti significava proporsi con la propria proattività e l'epos di porsi col dire: io sono capace, in grado, adatto alla tua richiesta, caro cliente. in quel momento, in quei giorni, era un modo di percepirsi lontano miGlioni di anni luce rispetto a quanto fattivamente accadeva. e non era falsa modestia. mi sentivo semplicemente inadatto esistenzialmente. con tutte le ricadute del caso. era come provare a salir su di un monticello irto, aggrappandosi, ma facendo leva su un terreno di sabbie mobili. non era possibile accadesse: tutto qui.
rimaneva solo un lumicino. che era un periodo. e che qualcosa sarebbe accaduto ed io avrei cambiato la percezione. in quel momento sprofondavo, quando facevo leva. dovevo lasciar andare il momento, punto. ed avrei financo capito quando sarebbe stato il momento di cominciare a preoccuparsi che il momento non sembrava passare.
in attesa.
come le blatte.
tanatosi.
ed il momento in cui passò il momento arrivò. a dirla tutta non me l'aspettavo quel giorno, anzi quella sera. né tanto meno durante il raccontar i momenti degli ultimi mesi ad una persona che non vedevo da tempo. ma che contattai perché qualcosa bisognava pur cominciare a fare, per far arrivar l'altro momento. sono convinto che la sensazione placida e morbida di quella minuscola epifania è stata corroborata dall'aver già vellicato un po' di birra [anche vellicare, ad ascoltarla bene, ha un suono placido e morbido].
mi propose un'attività un po' sui generis, in cui - tra l'altro - ci sarebbe stato da scrivere. e quindi mi disse: e nel mentre puoi cercare di far altro, altri lavori, ti organizzi. semplice. ovvio. quasi scontato secondo i suoi paradigmi. però io intuii un baluginio in fondo al tunél. anche perché capii che la suggestione della viburna, semplice, ovvia, scontata non mi atterriva più. avrei cercato e/o trovato clienti. e avrei detto loro: sono capace, sono in grado, sono con la consapevolezza di esser io.
era come se avessi sciolto un nodo. su cui ero stato invitato a riflettere. senza sapere [lei] cosa mi si era scatenato dentro. ma sono quelle cose che sono parimenti necessarie, anzi forse più ancora essenziali della soluzione: perché sollevano la domanda, che serve per la risposta.
ecco. quello era il primo. perché adesso il nodo è doppio. a 'sto giro c'è di mezzo odg, ed ovviamente ancora la viburna. sono un po' atterrito. e difatti sto facendo la blatta. e la tanatosi. ma con un altro spirito e con ben altre preoccupazioni. anche per il semplice fatto di esser un blatta che fattura ogni giorno della sua tanatosi. e non è che son diventato avido. ma perché mi sembra di vivere una riproposizione della piramide di maslow: in chiave esistenziale, nell'accezione più alta e meno materiale.
ora il nodo è ben più proattivamente tosto. ma ci sono le condizioni per scioglierlo.
e il lumicino, di cui sopra, di un altro colore. fa molto baluginio delle lucciole. quelle che appaiono nelle serate più serene e di bellezze che tolgono il fiato.
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