cadono le foglie, tutti gli anni. e tutti gli anni son lì da raccogliere. è la storia del susseguirsi delle cose. che son solo le stagioni a ripetersi. per quanto mai tutte uguali. questa volta, ad esempio, il noce è già tutto esfogliato, l'altro albero - chissà che pianta è - ne ha lasciata andare poche pochine. le altre son ancora su. toccherà spazzarle quando verranno giù. che il ciclo dell'azoto lo si interromperà anche a 'sto giro al praticello autoctono, nel senso di solo erba che è cresciuta senza seminare alcunché.
quella specie di inevitabile potenza della natura, che un po' se ne fotte di te. e, consustanziando il concetto di entropia che non può che aumentare, al limite si lascia addomesticare un pezzetto, a spese di altra entropia per ridurre quella - parziale - del tuo giardino.
quindi ho raccolto alcune foglie. come specie di tradizione terapeutica e distraente. c'era qualcosa di già fatto, vissuto, emozionato. c'era l'idea di quante foglie avrò raccolto già, da quando le raccolgo. c'era la musica che girava, casuale, nelle cuffie. c'era il cane che basta avermi lì a due passi, sempre pronta a seguirmi, per farla felice et scodinzolante: sembra non annoiarsi mai ed io a far qualcosa di molto noioso.
c'era lo spicchio di sole, che ha illuminato di un arancio intenso la punta della montagna di fronte il lago. quasi appena in tempo a far a tempo a bucar le nuvole - che le foglie erano intrise d'acqua, più pesanti del solito, bruma che saliva dalla loro acquitrignosità. c'era il cirro oblungo ad occidente che, diverso dagli altri accanto, colorava di rosso sbiadito, ma che riluce rispetto al neutro assonnato della notte che viene, lì attorno. un cirro solitario, mentre le luci della centrale elettrica - in cuffia - ripetevano strofe all'ottava più alta.
e c'era questa sensazione di quasi solo foglie.
solo foglie da raccogliere e portare nel posto più lontano, per evitare che il vento le sospinga dove sembrerebbe qualosa di lasciato andare, dimenticato, o arreso al divenire di [certi] eventi.
solo foglie. poco da distrarre, o terapeutizzare - col raccoglier di foglie, ovvio. quasi a domandarsi di quella specie di nostalgia un po' perigliosa. dove sia finita. o se si sia riusciti a finirla.
sta finendo novembre. e son foglie che vengono giù.
che poi, se ci pensi bene, son foglie, sì: ma quelle di quest'anno sono diverse da quelle dello scorso anno. e quelle dell'anno prima. e quello prima e quell'altro ancora. fino ad arrivare a quelle foglie.
son solo foglie.
[lascio in surplàassss il domandarsi del perché. un po' per la risposta che si è fatta largo giorno per giorno. un po' perché ho respirato di realtà ben diverse. ed ora mi domando meno. vorrei riuscire ad arrivare a scriverci. sta decantando. il resto, invece, son quasi solo foglie.]
Sunday, November 25, 2018
Thursday, October 25, 2018
piccolo post veloce /3 - malassorbimento
ho idea oggi si sia arrivati a far acclarare un punto topico della questione.
bam.
ho anche idea fosse già venuta fuori 'sta storia. però ci sono delle volte che un'intuizione attecchisce. un semino si aggrappa alla terra. uno ione ne trova un altro complementare. in tutte le altre fottute situazioni omologhe no. ma poi c'è quella che è più omologa delle altre.
e bam.
il punto della questione è semplice.
perché tutto l'esperito negativo, destruens, rimane attaccato, cuba pesi emotivi, s'inspessisce e occlude le prese d'aria.
perché tutto l'esperito positivo, construens, scivola via, non si compatta, si nebulizza ed è assorbito dal divenire delle cose.
ed il resto viene di conseguenza. e si insinua in ogni purtuuussou. con i secondarismi che ne seguono [momento rimembrante, scattato in questo mentre, che non pensavo di metterlo nel post, ma è venuto, struggente, quasi a confermare il punto di cui sopra. e quindi lo scrivo. secondarismi è anche il termine con cui i medici indicano le metastasi. c'era scritto secondarismi nel foglio di dimissioni di mio padre, quello dell'ospedale con cui lo rimandavano a casa, a chiudere i giorni. fui sollevato in quel contesto, pensa te, a volte, quanto poco ti basta per succhiare un alito di umido per dissetarti. sollevato perché c'era scritto secondarismi, e quindi quand'anche avesse letto, non avrebbe letto metastasi. 'ché lui non sapeva nulla, e non avrebbe dovuto sapere nulla. così decise mia madre. fu una delle cose più difficili e - di nuovo - struggenti di quel mese. l'istanza che sognai per mesi, dopo: lui che ne seogno sapeva, e sembrava avessimo fallito, noi. a proposito di cubare pesi emotivi. ma tant'è.]
quindi, dicevo: consruens no, destruens sì. ho idea che il bersaglio grosso sia questo.
ci son davanti due strade.
a sinistra si cerca di capirne il perché.
a destra si cerca di prendersi il construens e di buttare un po' di denstruens.
la prima è analisi, ma come se fosse coazione a ripetere, l'autosimilarità frattale.
la seconda è sintesi, fare un muscchietto con le mani racolte a coppa, soffiarci dentro, e cominciare a fare. pragmaticamente, cognitivamente.
viversela.
bam.
ho anche idea fosse già venuta fuori 'sta storia. però ci sono delle volte che un'intuizione attecchisce. un semino si aggrappa alla terra. uno ione ne trova un altro complementare. in tutte le altre fottute situazioni omologhe no. ma poi c'è quella che è più omologa delle altre.
e bam.
il punto della questione è semplice.
perché tutto l'esperito negativo, destruens, rimane attaccato, cuba pesi emotivi, s'inspessisce e occlude le prese d'aria.
perché tutto l'esperito positivo, construens, scivola via, non si compatta, si nebulizza ed è assorbito dal divenire delle cose.
ed il resto viene di conseguenza. e si insinua in ogni purtuuussou. con i secondarismi che ne seguono [momento rimembrante, scattato in questo mentre, che non pensavo di metterlo nel post, ma è venuto, struggente, quasi a confermare il punto di cui sopra. e quindi lo scrivo. secondarismi è anche il termine con cui i medici indicano le metastasi. c'era scritto secondarismi nel foglio di dimissioni di mio padre, quello dell'ospedale con cui lo rimandavano a casa, a chiudere i giorni. fui sollevato in quel contesto, pensa te, a volte, quanto poco ti basta per succhiare un alito di umido per dissetarti. sollevato perché c'era scritto secondarismi, e quindi quand'anche avesse letto, non avrebbe letto metastasi. 'ché lui non sapeva nulla, e non avrebbe dovuto sapere nulla. così decise mia madre. fu una delle cose più difficili e - di nuovo - struggenti di quel mese. l'istanza che sognai per mesi, dopo: lui che ne seogno sapeva, e sembrava avessimo fallito, noi. a proposito di cubare pesi emotivi. ma tant'è.]
quindi, dicevo: consruens no, destruens sì. ho idea che il bersaglio grosso sia questo.
ci son davanti due strade.
a sinistra si cerca di capirne il perché.
a destra si cerca di prendersi il construens e di buttare un po' di denstruens.
la prima è analisi, ma come se fosse coazione a ripetere, l'autosimilarità frattale.
la seconda è sintesi, fare un muscchietto con le mani racolte a coppa, soffiarci dentro, e cominciare a fare. pragmaticamente, cognitivamente.
viversela.
Wednesday, October 17, 2018
post genetliaco: l'amico taNielo
[piccola premessa. non ho riletto. può esser un florilegio di refusi. il senso però c'è tutto]
oggi compie gli anni l'amico kuso.
l'amico kuso può essere definito, senza timor di smentita, l'amico storico. non foss'altro che si fece l'asilo assieme. una foto in cui lui ed io, assieme a bimbi col grembiule verde e rosa, disposti più meno in cerchio, si regge col braccino alzato una specie di filo argentato natalizio, verosimilmente durante una recita natalizia, a ridosso della ricorrenza nataliazia di metà anni settanta, stante le suggestioni e le invezioni natalizie delle suore, lo testimonia. in quella foto l'amico daniele portava già gli occhiali. io avevo già la faccia incazzosa delle foto.
poi per una serie di coincidenze non si è mai più riusciti a studiare assieme.
l'amico taniele uscì colllottimo dalle scuole medieue, benché né lui né io si partecipava alle omonime feste [semicit.]. anche perché lui comunque aveva l'aria del secchione. e molto probabilmente non si batteva chiodo.
ricordo che lui si tagliò la prima peluria sopra le labbra, quella vaga prima intuizione di baffosità adolescenziale, dopo di me. ricordo che si era in corriera e pensai: minchia, ma non farebbe meglio a tagliarseli? per non glielo dissi.
a proposito di corriera.
lui studiava da giometro, io da perito. credo che in fondo la scelta fu non del tutto azzeccata per entrambi.
però ricordo che se c'è qualcuno che associo al concetto irriverente di volontà che avrei cambiato il mondo - e convinzione, visto che a quindicianni si può essere diversamente dei pirla - è esattamente lui. forse proprio sui sedili della corriera che ci portava alle superiori. proprio una specie di associazione da madleine emozionale: con chi cambierai il mondo? con l'amico daniele.
in quel periodo si frequentava l'oratorio. e noi si era un po' quelli sui generis. si andava il sabato di carnevale a bere del latte al bar, con spaccona assertività. si parlava dei massimi sistemi e di come li avremmo capiti e re-interpretati. lui mi sembrava pure più bravo di me, più intenso, come cattolico dico. fore anche perché con lui non si parlava mai di donne. di ragazze, insomma. sembrava che proprio l'articolo non gli interessasse. una distrazione per i ragazzi normali, che hanno il buon tempo di pensare a cose così materiali e pre-borghesi. manco mai pensato fosse ghei. sembrava proprio avulso, oltre su piani percettivi, emancipato dall'incubo delle passioni. mentre io invece proprio mi struggevo. continuavo a non battere chiodo, stavo costruendo solidissime basi alle mie nevrosi affettive, ma comunque ero molto inturbinato nella fazenda femminea.
e niente.
poi, poco prima della maturità, l'amico daniele abiurò. fino a tre mesi prima sembrava che addirituttura ventilasse l'idea di farsi sacerdote. e invece abiurò. e divenne quella cosa che mi sembrava qualcosa di inconcepibile. mi chiese di non rompergli i coglioni. lo fece a suo modo, pacato e quasi in modo ermeneutico con un biglietto dentro un libro [non vorrei ricordar male, ma era quello di riserva di letteratura].
la cosa mi scioccò non poco. un po' perché ero invasato a mio modo. un po' perché sentivo venirsi a creare una crasi importante.
anche perché se ne andò a torino. voleva fare l'ingegnere minerario.
io andai a milano. a sbagliare a far l'ingegnere.
quella di tipo religiosa non fu l'unica inversione di marcia con raggio di curvatura strettissima. ma mentre diventava ingengere - mi dicono - passò dall'essere un facente funzione ghei, nel senso che non gli interessa la gnagna, a schiantatore di gnagne, con - pare - estrema soddisfazione delle portatrici di gnagna. [la mia ironia, ovviamente, savasanddiiiirrr, è perché sono invidioso].
è vero, prima di cominciare a inanellare [c'è un sottilissimo doppio senso] successi, passò per il viaggio, in treno, per due terzi di europa con in mano una rosa. voleva consegnarla ad una norvegese [?]. la nordica che - mi dicono - forse non valeva nemmeno mezz'ora di metro, non capì la portata del gesto, o forse lo capì benissimo. e non sembra apprezzò. cazzi, suoi, perché poi dopo accadde quel che accadde all'amico daniele. che nel frattempo diventò il kuso. d'altro canto sulla rubrica sono 17 anni che c'è, appunto, danikuso.
perché poi ci si è re-incontrati. ed è grazie a lui che ho conosciuto gente che ora è decisamente importante per me. all'inizio mi ero quasi ricreduto che ci fosse pure qualche donna. poi non andò esattamente così. ma va bene così uguale.
ecco.
la storia della rosa fino in norvegia è emblematica.
perché l'amico kuso è tipo che fa di questo genere di cose, sui generis. in termini di generosità e tentativo di essere amicodituttttti. pure troppo a volte.
forse è da questo che nasce qualche scazzo.
che non riesco a intuire del tutto la razionalità di quella tropposità nel darsi.
è anche per questo che lavora in maniera abnorme, consumando un'energia relazionale, fisica, mentale, che non capisco mica come si possano reggere questi ritmi, per tutti questi anni. davvero è cosa che non riesco a spiegarmi.
in termini di abiura e apostasia, l'ho superato di gran lunga [mi verrebbe da dire a sinistra, nel materialismo scettico]. o forse lui vagola per altre dimensioni frattali. ed a volte, figurarsi, ci si confronta convintamente [ie, con spigolature] perché si è, si ha la percezione di, essere distanti. io nella razionalità che vuole spiegare tutto - aiò, d'altro canto sono nevrotico - lui nel suo lasciarsi andare quasi metafisicamente in un modo tutto suo. e quando quel paradigma si fa troppo sui generis ho qualche difficoltà. [o forse sono decisamente un gran rompicoglioni].
è insomma tutto un miscuglio di cose.
tanto che, quasi un anno fa si scazzò in maniera importante. o meglio. io ci rimasi molto male, per una serie di ragioni che non sono funzionali all'economia di questo post. tanto per cambiare mi ritrassi e mi feci desiderare, con zero voglia di re-incrociarlo. con un'eco di quella scottatura che mi doleva.
tant'è.
poi accadde che io giorno del mio compleanno trovai il suo sms, come prima cosa quella mattina. e la giornata virò in maniera che ancora oggi ricordo in maniera viva. virò, ovvio, in meglio.
ecco.
è un po' 'sta cosa qui. il tenuto dentro per tutto 'sto tempo.
il suo compleanno.
e la consapevolezza è bersagliato da istanze rompicazzo che, molto probabilmente, stenderebbe un toro, o quanto meno una consistente quasi totalità di persone del mondo occidentale. dal punto di vista tecnico posso dirgli che non lo invidio.
non solo.
qualche settimana fa mi disse che aveva deciso di lasciar la casa in affitto. a dirla tutta è almeno un lustro che la butta lì, 'sta cosa del lasciar la casa in affitto. anche se dovrei esser l'ultimo a notare questa cosa, considerata la mia ontologica e quasi definitiva inazione. e mi anche aggiunto che secondo lui questo sarebbe stato la prima tesserina del domino, che cadendo avrebbe innescato una serie di eventi positivi via via crescenti. "mi sblocco e diamo il la ad eventi che andranno a migliorare la condizione".
ricordo di aver pensato l'eventuale mia paura, che il mio approccio, forse, sarebbe stato: diamo il la ad una seria di eventi, speriamo che alla fine non mi trovi con un ginocchio nel culo [sì, diciamolo, è di nuovo un periodo così].
ecco.
in quel mentre ho percepito lo iato tra lui e me.
io nella mia ossessiva necessità di tener tutto sotto controllo, razionalmente.
lui in questa sorta di speranza, forse incosciente, ma pur sempre speranza.
e se ripenso a mio padre, tutto sommato, mi sa che hanno ragione loro.
e quindi nulla.
ho la vaga idea che il regalo genetliaco se lo stia comunque facendo lui.
cos'altro augurargli che abbia ragione? [ragione, non raziocinio].
tanti auguri kuso.
[non rileggo e pubblico].
oggi compie gli anni l'amico kuso.
l'amico kuso può essere definito, senza timor di smentita, l'amico storico. non foss'altro che si fece l'asilo assieme. una foto in cui lui ed io, assieme a bimbi col grembiule verde e rosa, disposti più meno in cerchio, si regge col braccino alzato una specie di filo argentato natalizio, verosimilmente durante una recita natalizia, a ridosso della ricorrenza nataliazia di metà anni settanta, stante le suggestioni e le invezioni natalizie delle suore, lo testimonia. in quella foto l'amico daniele portava già gli occhiali. io avevo già la faccia incazzosa delle foto.
poi per una serie di coincidenze non si è mai più riusciti a studiare assieme.
l'amico taniele uscì colllottimo dalle scuole medieue, benché né lui né io si partecipava alle omonime feste [semicit.]. anche perché lui comunque aveva l'aria del secchione. e molto probabilmente non si batteva chiodo.
ricordo che lui si tagliò la prima peluria sopra le labbra, quella vaga prima intuizione di baffosità adolescenziale, dopo di me. ricordo che si era in corriera e pensai: minchia, ma non farebbe meglio a tagliarseli? per non glielo dissi.
a proposito di corriera.
lui studiava da giometro, io da perito. credo che in fondo la scelta fu non del tutto azzeccata per entrambi.
però ricordo che se c'è qualcuno che associo al concetto irriverente di volontà che avrei cambiato il mondo - e convinzione, visto che a quindicianni si può essere diversamente dei pirla - è esattamente lui. forse proprio sui sedili della corriera che ci portava alle superiori. proprio una specie di associazione da madleine emozionale: con chi cambierai il mondo? con l'amico daniele.
in quel periodo si frequentava l'oratorio. e noi si era un po' quelli sui generis. si andava il sabato di carnevale a bere del latte al bar, con spaccona assertività. si parlava dei massimi sistemi e di come li avremmo capiti e re-interpretati. lui mi sembrava pure più bravo di me, più intenso, come cattolico dico. fore anche perché con lui non si parlava mai di donne. di ragazze, insomma. sembrava che proprio l'articolo non gli interessasse. una distrazione per i ragazzi normali, che hanno il buon tempo di pensare a cose così materiali e pre-borghesi. manco mai pensato fosse ghei. sembrava proprio avulso, oltre su piani percettivi, emancipato dall'incubo delle passioni. mentre io invece proprio mi struggevo. continuavo a non battere chiodo, stavo costruendo solidissime basi alle mie nevrosi affettive, ma comunque ero molto inturbinato nella fazenda femminea.
e niente.
poi, poco prima della maturità, l'amico daniele abiurò. fino a tre mesi prima sembrava che addirituttura ventilasse l'idea di farsi sacerdote. e invece abiurò. e divenne quella cosa che mi sembrava qualcosa di inconcepibile. mi chiese di non rompergli i coglioni. lo fece a suo modo, pacato e quasi in modo ermeneutico con un biglietto dentro un libro [non vorrei ricordar male, ma era quello di riserva di letteratura].
la cosa mi scioccò non poco. un po' perché ero invasato a mio modo. un po' perché sentivo venirsi a creare una crasi importante.
anche perché se ne andò a torino. voleva fare l'ingegnere minerario.
io andai a milano. a sbagliare a far l'ingegnere.
quella di tipo religiosa non fu l'unica inversione di marcia con raggio di curvatura strettissima. ma mentre diventava ingengere - mi dicono - passò dall'essere un facente funzione ghei, nel senso che non gli interessa la gnagna, a schiantatore di gnagne, con - pare - estrema soddisfazione delle portatrici di gnagna. [la mia ironia, ovviamente, savasanddiiiirrr, è perché sono invidioso].
è vero, prima di cominciare a inanellare [c'è un sottilissimo doppio senso] successi, passò per il viaggio, in treno, per due terzi di europa con in mano una rosa. voleva consegnarla ad una norvegese [?]. la nordica che - mi dicono - forse non valeva nemmeno mezz'ora di metro, non capì la portata del gesto, o forse lo capì benissimo. e non sembra apprezzò. cazzi, suoi, perché poi dopo accadde quel che accadde all'amico daniele. che nel frattempo diventò il kuso. d'altro canto sulla rubrica sono 17 anni che c'è, appunto, danikuso.
perché poi ci si è re-incontrati. ed è grazie a lui che ho conosciuto gente che ora è decisamente importante per me. all'inizio mi ero quasi ricreduto che ci fosse pure qualche donna. poi non andò esattamente così. ma va bene così uguale.
ecco.
la storia della rosa fino in norvegia è emblematica.
perché l'amico kuso è tipo che fa di questo genere di cose, sui generis. in termini di generosità e tentativo di essere amicodituttttti. pure troppo a volte.
forse è da questo che nasce qualche scazzo.
che non riesco a intuire del tutto la razionalità di quella tropposità nel darsi.
è anche per questo che lavora in maniera abnorme, consumando un'energia relazionale, fisica, mentale, che non capisco mica come si possano reggere questi ritmi, per tutti questi anni. davvero è cosa che non riesco a spiegarmi.
in termini di abiura e apostasia, l'ho superato di gran lunga [mi verrebbe da dire a sinistra, nel materialismo scettico]. o forse lui vagola per altre dimensioni frattali. ed a volte, figurarsi, ci si confronta convintamente [ie, con spigolature] perché si è, si ha la percezione di, essere distanti. io nella razionalità che vuole spiegare tutto - aiò, d'altro canto sono nevrotico - lui nel suo lasciarsi andare quasi metafisicamente in un modo tutto suo. e quando quel paradigma si fa troppo sui generis ho qualche difficoltà. [o forse sono decisamente un gran rompicoglioni].
è insomma tutto un miscuglio di cose.
tanto che, quasi un anno fa si scazzò in maniera importante. o meglio. io ci rimasi molto male, per una serie di ragioni che non sono funzionali all'economia di questo post. tanto per cambiare mi ritrassi e mi feci desiderare, con zero voglia di re-incrociarlo. con un'eco di quella scottatura che mi doleva.
tant'è.
poi accadde che io giorno del mio compleanno trovai il suo sms, come prima cosa quella mattina. e la giornata virò in maniera che ancora oggi ricordo in maniera viva. virò, ovvio, in meglio.
ecco.
è un po' 'sta cosa qui. il tenuto dentro per tutto 'sto tempo.
il suo compleanno.
e la consapevolezza è bersagliato da istanze rompicazzo che, molto probabilmente, stenderebbe un toro, o quanto meno una consistente quasi totalità di persone del mondo occidentale. dal punto di vista tecnico posso dirgli che non lo invidio.
non solo.
qualche settimana fa mi disse che aveva deciso di lasciar la casa in affitto. a dirla tutta è almeno un lustro che la butta lì, 'sta cosa del lasciar la casa in affitto. anche se dovrei esser l'ultimo a notare questa cosa, considerata la mia ontologica e quasi definitiva inazione. e mi anche aggiunto che secondo lui questo sarebbe stato la prima tesserina del domino, che cadendo avrebbe innescato una serie di eventi positivi via via crescenti. "mi sblocco e diamo il la ad eventi che andranno a migliorare la condizione".
ricordo di aver pensato l'eventuale mia paura, che il mio approccio, forse, sarebbe stato: diamo il la ad una seria di eventi, speriamo che alla fine non mi trovi con un ginocchio nel culo [sì, diciamolo, è di nuovo un periodo così].
ecco.
in quel mentre ho percepito lo iato tra lui e me.
io nella mia ossessiva necessità di tener tutto sotto controllo, razionalmente.
lui in questa sorta di speranza, forse incosciente, ma pur sempre speranza.
e se ripenso a mio padre, tutto sommato, mi sa che hanno ragione loro.
e quindi nulla.
ho la vaga idea che il regalo genetliaco se lo stia comunque facendo lui.
cos'altro augurargli che abbia ragione? [ragione, non raziocinio].
tanti auguri kuso.
[non rileggo e pubblico].
Sunday, October 14, 2018
piccolo post veloce /2 - autocontradditorio
e in ogni caso pensavo anche che è un po' tutta una contraddizione.
nel senso che:
oppure significa che sono cazzi compulsivi.
è tutttttttunpost contradditorio.
nel senso che:
- tecnicamente sono un analitico compulsivo;
- tutto sommato ormai ho la consapevolezza di un gran bel numero di cose in più. tra le altre:
- di quando si stanno attivando dinamiche - ormai - note. e comunque rompicoglioni. che al limite mitigo;
- di quando mi sto infilando in cul de sac nevrotici. comunque rompicoglioni, che guardo scorrere, mitigandoli o meno;
- di quanto non si debba perdere di vista il principio di realtà;
- di non rimanere schiavo del principio di realtà;
- di come ci siano una fottia di cose per cui so di essere fortunato [in termini scettici] et privilegiato. nonostante qualche situazione di grado di separazione vicino più fortunato [in termini scettici] et privilegiato;
- che a prenderla in culo dal caos del caso è un attimo, e non solo per tutte le notizie di grandissssssssssimi cazzi di situazioni, con pochissimi gradi di separazione di distanza;
- che il tempo non solo non è così tanto, ma non gioca propriamente in mio [nostro] favore;
- soprattutto di come il blocco principale stia nell'azione. che non metto in atto.
- l'azione, le poche volte si sintetizza, per sua natura, non trova ospitata in un post.
- che le considerazioni, di consapevolezze, frutto di macina di analiticismi compulsivi, possono finire in un post.
oppure significa che sono cazzi compulsivi.
è tutttttttunpost contradditorio.
Saturday, October 13, 2018
piccolo post veloce /1
qui scrivo abbastanza poco. per quanto invece molto prolisso. e mi son reso conto che un sacco di cose, invece, le scrivo sul feisbuch.
odddddio, un sacco. qualcosa che forse una volta, in un altro blogghe avrei appunto scritto sul blogghe.
e nel contempo mi son reso conto di quanto, altresì, mi censuri. nel senso che avrei il prurito del ditteggiar sulla tastiera. ma non lo faccio. forse per una sorta di [preoccupante?] timidezza. forse perché, di primo acchito, non mi sembrano così interessanti. forse perché comincio ad avere la sensazione che, tutto sommato, alcune cose sono cazzi miei e non serve li racconti ai quattro venti. al feisbuch, per primo. che è un po' una contraddizione di termini. perché altrimenti uno dovrebbe levarcisi da lì.
e poi, oddddddddio, ai quattro venti. in fondo è pur sempre quella bolla di 20-30 persone. e si ha la percezione di scrivere urbietorbi. son dinamiche strane, per quanto nemmeno così stravaganti. hanno tutte un loro perché.
e poi, mettiamola così: sul feisbuch son con nome e cognome. e questa cosa mi fa specie, se mi vien da scrivere qualcosa di abbastanza mio. le cazzarate, o le prese di posizioni con altri mezzi espressivi è altra roba.
nel blogghe mi sembra sia una cosa più intima. per quanto vestigiale un bel cazzo.
e qui la bolla son 5-6 persone. ma tant'è.
quindi boh.
mi è venuta 'st'idea dei piccoli post veloci. qui. per noi cinque-sei. o forse solo per me, per adesso. chi lo sa, per un domani.
[che poi, magari, riesco anche a rileggerli e togliere qualche refuso].
odddddio, un sacco. qualcosa che forse una volta, in un altro blogghe avrei appunto scritto sul blogghe.
e nel contempo mi son reso conto di quanto, altresì, mi censuri. nel senso che avrei il prurito del ditteggiar sulla tastiera. ma non lo faccio. forse per una sorta di [preoccupante?] timidezza. forse perché, di primo acchito, non mi sembrano così interessanti. forse perché comincio ad avere la sensazione che, tutto sommato, alcune cose sono cazzi miei e non serve li racconti ai quattro venti. al feisbuch, per primo. che è un po' una contraddizione di termini. perché altrimenti uno dovrebbe levarcisi da lì.
e poi, oddddddddio, ai quattro venti. in fondo è pur sempre quella bolla di 20-30 persone. e si ha la percezione di scrivere urbietorbi. son dinamiche strane, per quanto nemmeno così stravaganti. hanno tutte un loro perché.
e poi, mettiamola così: sul feisbuch son con nome e cognome. e questa cosa mi fa specie, se mi vien da scrivere qualcosa di abbastanza mio. le cazzarate, o le prese di posizioni con altri mezzi espressivi è altra roba.
nel blogghe mi sembra sia una cosa più intima. per quanto vestigiale un bel cazzo.
e qui la bolla son 5-6 persone. ma tant'è.
quindi boh.
mi è venuta 'st'idea dei piccoli post veloci. qui. per noi cinque-sei. o forse solo per me, per adesso. chi lo sa, per un domani.
[che poi, magari, riesco anche a rileggerli e togliere qualche refuso].
Thursday, September 27, 2018
il primo franzen e le tette della libraia
oggi ha riaperto la libreria centofiori.
quando apre una libreria credo sia - più o meno sempre - un bel giorno.
c'ero stato, qualche tempo fa, non ricordo esattissimamente cosa presentavano quel giorno. ma ho come il vago sospetto - che peraltro mi è sovvenuto in questo preciso momento, mentre scrivo, giuringiurello - che in quel periodo stessi leggendo "le correzioni". quindi si tratta di tardo ottobre 2013. un periodo di transizione. come il passaggio all'autunno più duro. quello che la luce ormai latita, ma è ancora lungo da arrivare al nodo minimo delle albe e tramonti vicini. insomma. quel periodo un po' di merda lì - dal punto di vista della stagione, ovvio.
comunque.
c'ero stato in quella libreria. e la libreria aveva chiuso qualche mese fa, e mi ero perso la notizia.
oggi ha riaperto.
poi vabbhé. tra chi riapre c'è uno un ex feltrinelli di piazza piemonte, forse la più fighetta di tutte. quindi riaprono personaggi di un certo mood della milano di un certo tipo. che però - cazzo, cazzo, cazzo - un po' mi titilla e che sento vorrei esserci un po' dentro lì. e non solo - certo non solo, anzi - per i fenotipi femminili che possono appartenervici. roba per nulla nazionalpopolare, in generale, mica i fenotipi femminili. roba per nulla siamo gente che sta in periferia. roba che è in certi contesti, più o meno culturali. ma non proprio del popolo. roba che credo diventi difficile entrarci con la scala sociale. specie per un orso intimidito come me - soprattutto senza nemmeno un calice di vino vellicato. specie in italia. nonostante milano.
quindi non sarà stato proprio un caso che ad un certo punto è spuntato il sindaco. in maniera formale e privata. ma se il cazzo di sindaco fa capolino all'inaugurazione di una libreria indipendente, e nemmeno così enorme, beh. sì. insomma. non lo gestiscono dei nazionalpopolari.
quindi non sarà proprio un caso che, ad un certo punto, è spuntato uno che mi son detto: cazzo, ma quello lo conosco. dov'è che l'ho già visto? sarà in qualche evento simile. però ho anche la sensazione sia pure un minimo famoso. e poi alla fine era gaetano liguori. non sapete chi è gaetano liguori? beh. si vive uguale. però al pianoforte son vaibrescion che levete. compagno, neh? ma probabilmente con l'attico da qualche parte in centro.
vabbhé.
comunque.
ho bevuto. ho mangiucchiato. e poi mi son chiesto se da qualche parte ci fosse franzen. quindi ho cercato per autore, sezione narrativa. e li ho trovati.
c'erano i tre più celebri. libertà, purity, le correzioni. in questo ordine. da sinistra a destra. e nel senso che erano proprio tre volumi tre.
al che mi son detto: però, cazzo, voglio essere il primo che compra un libro di franzen nella nuova gestione. son piccole cose da maschio per nulla alfa-dominante. e così ho fatto.
mi son messo in fila alla cassa - con molte sovrastrutture ormai sciolte nei calici di vino - quando è venuto il mio turno, brillantemente, ho esclamato: chissà se questo è il primo franzen venduto in questa nuova vita della libreria. e porgo la copia de "le correzioni". la commessa libraia mi ha guardato, sorridendo con le sua arcata superiore quel filo pronunciata [eufemismo] per poi riempiermi di soddisfazione sostenendo: direi che sì è proprio il primo franzen che vendiamo, e d'altro canto questo è il più bello che ha scritto.
son piccole gioie.
nel mentre si è chinata sul registratore di cassa, nonché aggeggio per la carta di credito, spalancandomi, inevitabile, la visione del suo decoltè. nulla di particolarmente eclatante. però senza lasciar quasi nulla all'immaginazione. si è visto quasi tutto. verosimilmente i capezzoli conici. verosimilmente, perché un po' per rispetto non ho voluto confermarmi con ineccepibilità oftalmica, un po' per l'illuminazione non del tutto favorevole. insomma non ho la certezza di averli visti distinti. ma ho idea ci fossero tutte le condizioni, considerato l'approccio lasco del maglioncino e del reggiseno.
roba che sarebbe stata stigmatizzata dai coniugi anziani delle correzioni [cosa che invece mi avrebbe invitato a fare uno dei tratti, desiderevoli e forse un po' ossessivi, di questo periodo].
roba da portare al di qua della deviazione secondo gli stilemi della buona borghesia.
roba da correggere, insomma.
la cosa interessante è la riottosità inevitabile a quelle correzioni. per incroci banali nel mio caso, in milionesimi. per la maestria di franzen nel raccontare la reazione - anti-correttiva - dei figli di quei coniugi [la foto di copertina è un capolavoro di sintesi cinestesica di quella riottosità, che costa anche una cazzo di fatica e un muso lungo].
le correzioni.
avvengono. ma non è mica detto che riescano.
[peraltro, per una certa coerenza, quel libro, quel primo franzen della nuova libreria, lo regalerò, a breve. mi lego a questi piccoli episodi qui, io. ed ho il vago sospetto che sia anche per questo che non concludo una beata minchia. non è roba da maschi alfa-dominanti.]
quando apre una libreria credo sia - più o meno sempre - un bel giorno.
c'ero stato, qualche tempo fa, non ricordo esattissimamente cosa presentavano quel giorno. ma ho come il vago sospetto - che peraltro mi è sovvenuto in questo preciso momento, mentre scrivo, giuringiurello - che in quel periodo stessi leggendo "le correzioni". quindi si tratta di tardo ottobre 2013. un periodo di transizione. come il passaggio all'autunno più duro. quello che la luce ormai latita, ma è ancora lungo da arrivare al nodo minimo delle albe e tramonti vicini. insomma. quel periodo un po' di merda lì - dal punto di vista della stagione, ovvio.
comunque.
c'ero stato in quella libreria. e la libreria aveva chiuso qualche mese fa, e mi ero perso la notizia.
oggi ha riaperto.
poi vabbhé. tra chi riapre c'è uno un ex feltrinelli di piazza piemonte, forse la più fighetta di tutte. quindi riaprono personaggi di un certo mood della milano di un certo tipo. che però - cazzo, cazzo, cazzo - un po' mi titilla e che sento vorrei esserci un po' dentro lì. e non solo - certo non solo, anzi - per i fenotipi femminili che possono appartenervici. roba per nulla nazionalpopolare, in generale, mica i fenotipi femminili. roba per nulla siamo gente che sta in periferia. roba che è in certi contesti, più o meno culturali. ma non proprio del popolo. roba che credo diventi difficile entrarci con la scala sociale. specie per un orso intimidito come me - soprattutto senza nemmeno un calice di vino vellicato. specie in italia. nonostante milano.
quindi non sarà stato proprio un caso che ad un certo punto è spuntato il sindaco. in maniera formale e privata. ma se il cazzo di sindaco fa capolino all'inaugurazione di una libreria indipendente, e nemmeno così enorme, beh. sì. insomma. non lo gestiscono dei nazionalpopolari.
quindi non sarà proprio un caso che, ad un certo punto, è spuntato uno che mi son detto: cazzo, ma quello lo conosco. dov'è che l'ho già visto? sarà in qualche evento simile. però ho anche la sensazione sia pure un minimo famoso. e poi alla fine era gaetano liguori. non sapete chi è gaetano liguori? beh. si vive uguale. però al pianoforte son vaibrescion che levete. compagno, neh? ma probabilmente con l'attico da qualche parte in centro.
vabbhé.
comunque.
ho bevuto. ho mangiucchiato. e poi mi son chiesto se da qualche parte ci fosse franzen. quindi ho cercato per autore, sezione narrativa. e li ho trovati.
c'erano i tre più celebri. libertà, purity, le correzioni. in questo ordine. da sinistra a destra. e nel senso che erano proprio tre volumi tre.
al che mi son detto: però, cazzo, voglio essere il primo che compra un libro di franzen nella nuova gestione. son piccole cose da maschio per nulla alfa-dominante. e così ho fatto.
mi son messo in fila alla cassa - con molte sovrastrutture ormai sciolte nei calici di vino - quando è venuto il mio turno, brillantemente, ho esclamato: chissà se questo è il primo franzen venduto in questa nuova vita della libreria. e porgo la copia de "le correzioni". la commessa libraia mi ha guardato, sorridendo con le sua arcata superiore quel filo pronunciata [eufemismo] per poi riempiermi di soddisfazione sostenendo: direi che sì è proprio il primo franzen che vendiamo, e d'altro canto questo è il più bello che ha scritto.
son piccole gioie.
nel mentre si è chinata sul registratore di cassa, nonché aggeggio per la carta di credito, spalancandomi, inevitabile, la visione del suo decoltè. nulla di particolarmente eclatante. però senza lasciar quasi nulla all'immaginazione. si è visto quasi tutto. verosimilmente i capezzoli conici. verosimilmente, perché un po' per rispetto non ho voluto confermarmi con ineccepibilità oftalmica, un po' per l'illuminazione non del tutto favorevole. insomma non ho la certezza di averli visti distinti. ma ho idea ci fossero tutte le condizioni, considerato l'approccio lasco del maglioncino e del reggiseno.
roba che sarebbe stata stigmatizzata dai coniugi anziani delle correzioni [cosa che invece mi avrebbe invitato a fare uno dei tratti, desiderevoli e forse un po' ossessivi, di questo periodo].
roba da portare al di qua della deviazione secondo gli stilemi della buona borghesia.
roba da correggere, insomma.
la cosa interessante è la riottosità inevitabile a quelle correzioni. per incroci banali nel mio caso, in milionesimi. per la maestria di franzen nel raccontare la reazione - anti-correttiva - dei figli di quei coniugi [la foto di copertina è un capolavoro di sintesi cinestesica di quella riottosità, che costa anche una cazzo di fatica e un muso lungo].
le correzioni.
avvengono. ma non è mica detto che riescano.
[peraltro, per una certa coerenza, quel libro, quel primo franzen della nuova libreria, lo regalerò, a breve. mi lego a questi piccoli episodi qui, io. ed ho il vago sospetto che sia anche per questo che non concludo una beata minchia. non è roba da maschi alfa-dominanti.]
Sunday, September 16, 2018
voglio la pinta. non m'importa se cinico. voglio la pinta. [è che poi chissà se riesco a bere]
ho la vaga sensazione mi vogliano mostrare la birreria. ammiccando che vi si sta bene, insaid, e fermarsi per un [bel] po'.
ho la vaga sensazione. quindi potrebbe essere l'effeto di quei fumi del far un sacco di schiuma, tanta, di quel compulsare di cui i tre post precedenti.
perché è una vaga sensazione.
che mi stuzzichino con gli arredi. con i colori caldi. con la percezione avvolgente dell'atmosfera del locale. con gli specchi larghi e slanciati, che ti sembra che tutto sia più grande, bello. con la rilassatezza del vociare garrulo e conviviale. con le tubature delle spine, sinuose, puntellate di goccioline, cromate, tirate a lucido. con l'illuminazione studiata che vi punta sopra a farle rilucere. con la modanatura del bancone. con l'elegante pinguetudine dell'imbottitura degli sgabelli. con le foto alle pareti. con la solidità del legno del tavolo, dove si posa il gomito, che fa da sostegno all'avanbraccio, al polso, al palmo della mano chiuso a pugno, su cui si poggia lo zigomo, di un viso messo di sguincio, perché osserva proteso e calmo il racconto di chi hai di fronte. che ha un viso messo di sguincio, con lo zigomo che sfiora nocche di una mano chiusa a pugno, rastremata ad un polso sottile, e quindi un avanbraccio che finisce nel gomito posato sul legno solido del tavolo. con i menù ricchi di piatti sfiziosi, che sono sempre a disposizione, e non sono mai finiti quando li ordini. con la giovialità dell'oste, amico di tutti, confidente prezioso, consolatore dei delusi che afferrano il loro boccale con entrambe le mani e gli avambracci lunghi sul bancone - modanato.
con l'idea che in quella birreria si stia veramente bene. che a guardarla da fuori. specie di notte. specie se fa frescazzo. specie quando si è soli. come si fa non voler desiderare di cogestirla?
ho la vaga sensazione. ma potrei ovvio sbagliarmi. che non vogliano cogerstire alcunché. o che toccherà a qualcun'altro. anche per il solo fatto di essere più deciso, pronto a farlo. chi sta nel posto giusto nel momento giusto.
vaga sensazione. ovvio.
io voglio un paio di pinte di birra. invece. non aggiungete altro. prima voglio subito la pinta di birra. che tanto consumerò con velocità, in modo anosmico, che non mi permetterà di poterne vellicare il sapore. sono talmente cinicamente assetato che va bene anche sbrodolarmi, con una prima pinta di birra. subito. appena intuisco che me la si vuol servire. c'è una birreria. una pinta, subito. che poi magari voglio provarne subito un'altra.
voglio una pinta di birra.
è cinico. è egoista. è da etilista mancato. ci vuole anche un po' di faccia tosta. urlarlo quasi da fuori la birreria: voglio una pinta. punto.
[solo che poi, quando danno l'idea di cominciare a spillare, sarebbe coerente rimanere. per afferrare, con entrambe le mani, il boccale. meglio far la figura del bevitore a debito, che dell'astemio. al solito, il problema, è coniugare il verbo fare.]
voglio un pinta.
subito.
prima la pinta.
dopo, soltanto dopo, ragioniamo su tutto il resto.
[ecco. ci son cascato di nuovo. ragionare. il vizio che mi obnubilerà]
ho la vaga sensazione. quindi potrebbe essere l'effeto di quei fumi del far un sacco di schiuma, tanta, di quel compulsare di cui i tre post precedenti.
perché è una vaga sensazione.
che mi stuzzichino con gli arredi. con i colori caldi. con la percezione avvolgente dell'atmosfera del locale. con gli specchi larghi e slanciati, che ti sembra che tutto sia più grande, bello. con la rilassatezza del vociare garrulo e conviviale. con le tubature delle spine, sinuose, puntellate di goccioline, cromate, tirate a lucido. con l'illuminazione studiata che vi punta sopra a farle rilucere. con la modanatura del bancone. con l'elegante pinguetudine dell'imbottitura degli sgabelli. con le foto alle pareti. con la solidità del legno del tavolo, dove si posa il gomito, che fa da sostegno all'avanbraccio, al polso, al palmo della mano chiuso a pugno, su cui si poggia lo zigomo, di un viso messo di sguincio, perché osserva proteso e calmo il racconto di chi hai di fronte. che ha un viso messo di sguincio, con lo zigomo che sfiora nocche di una mano chiusa a pugno, rastremata ad un polso sottile, e quindi un avanbraccio che finisce nel gomito posato sul legno solido del tavolo. con i menù ricchi di piatti sfiziosi, che sono sempre a disposizione, e non sono mai finiti quando li ordini. con la giovialità dell'oste, amico di tutti, confidente prezioso, consolatore dei delusi che afferrano il loro boccale con entrambe le mani e gli avambracci lunghi sul bancone - modanato.
con l'idea che in quella birreria si stia veramente bene. che a guardarla da fuori. specie di notte. specie se fa frescazzo. specie quando si è soli. come si fa non voler desiderare di cogestirla?
ho la vaga sensazione. ma potrei ovvio sbagliarmi. che non vogliano cogerstire alcunché. o che toccherà a qualcun'altro. anche per il solo fatto di essere più deciso, pronto a farlo. chi sta nel posto giusto nel momento giusto.
vaga sensazione. ovvio.
io voglio un paio di pinte di birra. invece. non aggiungete altro. prima voglio subito la pinta di birra. che tanto consumerò con velocità, in modo anosmico, che non mi permetterà di poterne vellicare il sapore. sono talmente cinicamente assetato che va bene anche sbrodolarmi, con una prima pinta di birra. subito. appena intuisco che me la si vuol servire. c'è una birreria. una pinta, subito. che poi magari voglio provarne subito un'altra.
voglio una pinta di birra.
è cinico. è egoista. è da etilista mancato. ci vuole anche un po' di faccia tosta. urlarlo quasi da fuori la birreria: voglio una pinta. punto.
[solo che poi, quando danno l'idea di cominciare a spillare, sarebbe coerente rimanere. per afferrare, con entrambe le mani, il boccale. meglio far la figura del bevitore a debito, che dell'astemio. al solito, il problema, è coniugare il verbo fare.]
voglio un pinta.
subito.
prima la pinta.
dopo, soltanto dopo, ragioniamo su tutto il resto.
[ecco. ci son cascato di nuovo. ragionare. il vizio che mi obnubilerà]
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