Monday, May 14, 2018

autocandidatura per posizione di presidente del consiglio dei ministri

distintissimi et potensissssssimi et illustrissssssimi giggggino e mattttteone.

leggo del fatto che stiate facendo le storia, quindi ci vuole tempo - mi piacciono gli approcci sobri e minimalisti. segnatamente nel fatto stiate stilando un contratto, punti programmatrici, con cui cambiare et rivoltare come un calzino questo sgarruppato paese.

immagino che fare la soprariferita storia non sia compito banale. specificatamente nel trovare la sintesi, anche un po' sincretica, delle istanze che avete enunciato con orgogliosa veemenza. considerato che, durante la campagna elettorale vi siete adoperati convinti a vituperarVi con isotropica lena [un po' meno i moderati [sic] del centrosinistra e centrodestra [sic-sic], ma è altro discorso: chi li considera quelli, ormai, tanto sono superati].

leggo anche del fatto che la cogenza del vertere sia il succitato programma, con i punti con cui fare la succitata storia. ne conseghe che il nome del presidente del consiglio dei ministri si riduca a questincinucchia bazzecolante, che passa in secondo, terzo, venticinquesimo piano. così, almeno, continuate a proclamare ieraticamente.

invero pare che, su questa formalità del nome, si stia consumando una fastidiosa empasse. così, almeno i corifei cronisti che, così riottosi al cambiamento della sunominata storia, amano dipingere: disfattisti.

per questo, se mi consentite, vorrei portare il mio personalissimo et modestissimo contributo. per toglierVi dall'impaccio di espletare quella banale formalità del nome del presidente del consiglio dei ministri [il primo ministro, né tanto meno il premier sono figure che la nostra Costituzione non prevede]. questo acciocché possiate dedicarVi con tutte le intelligenze, energie, entusiasmi ai famosi punti, con cui fare la suddetta storia. mi faccio latore così di questa proposta: il presidente del consiglio dei ministri potrei farlo io.

mi preme, però, aggiungere qualche precisazione. alla luce della fattiva collaborazione potrebbe instaurarsi fra di noi. ed in nome di una trasparenza così commossamente declamata, assunta a stella polare, faro illuminante, guida certosina.

in effetti: sarei convintamente di sinistra. per Voi però, arguisco, non credo possa rappresentare un problema. per giggggggggino destra e sinistra non esistono più: quindi la mia collocazione antropologica dovebbe risultare indifferente. per matttteone la sinistra è sparita, sconfitta: quindi la mia collocazione antropologica non potraà essere foriera di cose preoccupanti. oltretutto quel fresco inizio di marzo di quest'anno non mi è proprio riuscito di votare piddddì [ho disperso il mio voto in altro modo]. quindi, secondo le inferenze dell'altro matteo, è anche merito mio se ora tocca a Voi fare la sopracitata storia.

aggiungerei anche che, d'accordo, l'articolo 3 della Costituzione a volte mi crea il luccicone commovevole. è quello che fa da trave portante alla Carta: quello della pari dignità di tutte le persone nella loro diversità. il fondamento del contratto sociale dei cittadini. ma Vi prometto non insisterò sul fatto sia "compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese" ad ogni consiglio dei ministri. mi limiterò ricordarlo solo alle dichiarazioni ufficiali, post su feisbuch e tuitter compresi [a proposito: devo riattivare l'account @odisseando?].

immagino poi possiate passare sopra alcune quisquilie, che albergano in una parte del mio cuoricino. tipo:
  • che una cosa che si chiama flat-tax che prevede la progressività [mi ostino con questa qustione della Costituzione], è uno psichedelismo sintattico [non credo si confaccia, per un presidente del consiglio dei ministri in pectore, utilizzare il termine stronzata];
  • che la democrazia diretta è un calembour lisergico [non credo si confaccia, per un presidente del consiglio dei ministri in pectore, utilizzare il termine minchiata];
  • che il reddito di cittadinanza proposto è, nel migliore dei casi, un originale espediente di distrazione di massa [non credo si confaccia, per un presidente del consiglio dei ministri in pectore, utilizzare il termine paraculata];
  • che l'abolizione della legge fornero è una costosissima utopia [non credo si confaccia, per un presidente del consiglio dei ministri in pectore, utilizzare i termini presa per il culo];
  • che il lamentarsi dei vincoli europei che si frappongono alle sirene propagandistiche - ora che si è stati eletti - è una cocente presa d'atto del principio di realtà [non credo si confaccia, per un presidente del consiglio dei ministri in pectore, utilizzare i termini siete dei quaquaraqqqquà populisti];
  • che l'approccio al feonomeno migratorio è sciacallaggine irresponsabile [in effetti credo che il presidente del consiglio dei ministri in pectore possa utilizzare i termini sciacallaggine irresponsabile];
  • che fare la storia, e i punti del contratto, e tutto il cucuzzaro e poi pensare che arrivi un rispettostissimo et onorabilissimo et schienadrittissimo maggiordomo a far da garante alle cose che Voi avete stabilito - financo se si fa la storia - sia la migliore battuta dell'anno. e bisogna vedere in quanti ci credono, financo tra i Vostri numerosissimi elettori.
è sulla stima che mi suscita il Vostro commediare che avrei il pregio di propormi.

scegliete me. lo faccio io il Vostro maggiordomo. ci metto io la faccia. posso farlo io il presidente del consiglio dei ministri. in fondo la figura del capro espiatorio alla benjamin malaussénè mi ha sempre entusiasmato [e poi è eternamente innamorato di una come julie, che non puoi non innamorartene per come esce dalla penna di pennac]. e poi, capro per capro, sono un po' stanchino di far l'analista di primo livello, e sguazzar nel guano delle production issue bancarie. e poi tengo famiglia. che poi 'st'ultima cosa non è vera, ma chi se ne fotte: dopo tutte le vostre arzigogolerie [non credo si confaccia, per un presidente del consiglio dei ministri in pectore, utilizzare il termini cazzate], non farà 'sta gran differenza, no? se state mostrando la Vostra fattiva pochezza, mascherata da statisti di cartone, pronti a voltagabbanare non appena si presenta l'occasione, spacciando tutto questo per: stiamo facendo la storia.
ecco.
sì.
insomma.
nessuna contraddizione o ignonimia se il nome, che distrattamente andate cercando, di cui state procastinando l'annuncio è il mio, no?
contratto stabile, tanto, non ce l'ho nemmeno adesso [molto in sintonia col giobàcts].
non mi si deve neanche assumere, ho la partita iva. al limite c'è da considerare il 2% di contributo inarcassa nell'onorario, a carico Vostro.
roma in questa stagione deve essere splendida. peraltro nessun problema con gli autobusse che magari prendono fuoco: io mica li prenderei.
e poi potrei avere quei quindici minuti di fama. che se alfine magari mi butta bene, mi invita anche fazio: così è fatta. nel caso, con perfetto coup de theatre da filotto, da lui ci vado indossando il chiodo, [sul fatto mi scappi fuori un: meno male che di nuovo silvio c'è, non garantisco. va bene tutto, però...].

cordialità
odiseando
 accosento al trattamento dei mie dati personali.

Monday, April 30, 2018

piccola epifania post-coitale

come nella migliore tradizione giornalistica da peracottari, qual è la media dell'informazione in italia, il titolo è fuorviante. perché voleva essere sensazionalistico. ma è impreciso.
cioè.
la piccola epifania c'è stata - il periodo ne è felicemente foriero. solo che non è stata durante il momento post-coitale. bensì è relativa al momento post coitale. d'altro canto quando si è epafanizzata facevo altro. segnatamente stavo lavando i vetri della cucina. credo fossero millemila mesi non erano così puliti.
tant'è.
piccolo riassunto sul post-coito.
ho conosciuto i piaceri della carne molto, molto, molto in ritardo. c'è stato un periodo - prima, quando già era molto molto molto tardi, stando alle mie tensioni - che questo mi rappresentava un problema. strutto nella carne, mi sentivo segnato dallo stigma di una rejezione erotica. davvero, pensavo che le donne provassero un inconscio ribrezzo. stavano venendo al pettine cose. tra cui accennerò appena qui sotto.
ovviamente mi ricordo di lei, la prima. lo so che è poco garbato sottolinearlo ma, assieme all'importanza che costei mi ha rappresentato, sono state le tette più gigantesche mi siano mai capitate a tiro di bacio [in senso stretto]. di quella prima volta ricordo molti particolari [tipo quando levammo il reggiseno e le chiesi, con gli occhi sgranati di un bimbo, se potevo toccare quel benddddidio. ero timido, in quel momento ero tornato infante [nonostante tutta la teoria con cui avevo sublimato quel desiderio lancinante. quando ormai sapevo sarebbe successo con lei, in un momento di delirio da vigilia del dì di festa, mi ero addirittura segnato nella testa di chiederle del suo eventuale punto G, e nel caso di poterne avere conoscenza tattile]].
ricordo anche quando il tutto si risolse, ed arrivò il climax di quella prima memorabile penetrazione. memorabile per me, ovvio. ero talmente in una qualche dimensione frattale che capivo e non capivo del tutto cosa fosse successo. tanto meno se pure lei avesse raggiunto il suo di climax. in ogni caso lo dubito.
non ne ebbi contezza anche perché, in quel mentre, la sensazione da post-coitum mi si spalancò da sotto i piedi. e mi sentii precipitare. provai vergogna.
essssssì.
vergogna.
era appena scattato il mio personalissimo riflesso pavloviano. quello che da anni e anni mi accompagnava. perché - dubito che qualcuno abbia dubbi a riguardo - quello tecnicamente non era il mio primo post-coito. era il primo che condividevo con una donna.
sì.
insomma.
ho disperso tanto di quel seme, solingo, che avrei potuto fecondare e colonizzare esopianeti fino ai confini dell'universo noto. e forse anche oltre.
ed erano tutti post-coiti, appunto, in cui mi assaliva la vergogna. perché una qualche forma perversa di senso di peccato mi si era attecchita dentro, talmente dentro che era ormai un tutt'uno. quel senso di svuotamento - in senso lato, ovvio - che pervade le membra maschili dopo il climax era una declinazione di peccato.
nonostante fossi persona senziente, verosimilmente con intelligenza un filo sopra la media, con capacità analitiche non banali, e di potenzialità non solo dal punto di vista logico-matematico.
credo fosse legato al fatto mi sentissi in obbligo poi di confessarla, la pippa. solo che nella confessione la pippa non si esplicitava mai. erano perifrasi, circonlocuzioni, discorsi che si interrompevano, troncando il significante e lasciando andare avanti il significato. mi vergognavo. c'era qualcosa di storto, inverso, ribaltato quando provavo ad affrontare l'argomento. sentendo una qualche eco di embrione di prurigine quando l'interlocutore, capendo di aver agganciato il topic, mi invitava a proseguire.
inutile aggiungere che l'interlocutore, il confessore, era sempre la stessa. per anni.
e solo dopo anni aver chiuso l'interlocuzione ed i rapporti con costui mi è parso chiaro, lampante, autoevidente fosse innamorato di me.
anche se lascio un margine di dubbio, perché non l'ho mai saputo, né tanto meno ho avuto evidenze inequivocabili fosse così. e se è così non so nemmeno se ne abbia [mai avuto] contezza. o se il tutto è sempre rimasto un velo sotto la consapevolezza. o ha velato la sua consapevolezza.
forse, in quei momenti di confessione, era imbarazzato tanto quanto me. e il senso di vergogna era in fondo il suo. che però io percepivo come consistente al fatto in sé: la masturbazione. forse percepiva il violare di un'intimità, facendolo senza l'occhio della carità o l'ascoltare, distaccato, del normale pulsare delle tensioni umane, di un giovane nel pieno delle sua possibilità. era il suo modo di guardare dal buco della serratura, figurato. davvero, forse senza nemmeno averne coscienza: in senso stretto.
e sinceramente, ormai, m'importanasega [nel dire toscaneggiante, suvvia, è per alleggerire un po'].
son passati gli anni. con altre donne ho condiviso l'intimità. però per tutti i climax più o meno coordinati, quel momento post-coitale continuava ad essere associato a qualcosa di complicato da gestire. occhei, basta con la vergogna, il senso di colpa. ma la sensazione di precipitare sì.
a tratti son riuscito anche a gestirla. specie con chi ho avuto una certa - breve - intesa. mi facevo abbracciare, stretto.
era per non cadere, scivolare verso il basso.
poi è passata.
con una donna ben precisa.
non saprei dire quando, in quale giorno, quale posizione reciproca avessimo, lei ed io, quando quella sensazione di botola che si apriva sotto scomparve. sono cose che succedono in maniera fuzzy.

e da lei in avanti quel momento si è fatto meno complicato.
ma non per questo meno importante, o intimo.
il pezzo iniziale della piccola epifania è questa. semplice, facile.
il post-coito è un momento troppo intimo.
per cui occhei, l'arrivarci ha una sua dopaminica attrattiva. il crecendo rossiniano è lo sprone profondo, travolgente, del fatto siamo creature che si deve proseguire la specie [e ci sarebbe anche un doppio senso. sul crescendo rossiniano, dico. e non riguarda il compositore pesarese, ovvio [che peraltro pare se la godesse alla grande, nella vita da rock-star che gli capitò per qualche anno. godere anche in quel senso]].
però non [mi] basta il desiderio di metter la lingua in bocca ad una donna. che è già tensione che rapida può sparire, se intuisco che l'interlocutrice se ne sta in altri lidi [al lavoro incrocio alcune donne davvero molto belle, alcune tremendamente secsi. parlando con alcune di loro viene da chiedersi se ci facciano o ci siano. o quanto è spinto il vuoto pneumatico che pare trasparire. in quel caso la carica erotica che promanano evapora. e tendono anche a starmi sui coglioni - in senso lato, ovvio]. quindi, quand'anche il desiderio di incrociare i lombi si manifesta, anche quando non te lo aspetteresti, ho scoperto di tentennare. pure se la profferta è di fatto esplicitata, e in prima istanza la pulsione di farlo è molta.
vero: desisto per un sacco di timidezze mie. non ultima la mia non proprio invidiabile capacità di controllo nella fase tecnicamente più concitata dell'atto. e lo smacco di non portare al plateau di piacere colei che mi accoglie [fottutissimi desincronismi].
però c'è il momento del dopo. intimo. di totale nudità. più spoglio di così non so essere. il post-coito è l'attimo, lungo, in cui tutte le difese sono abbassate.
[parentesi cinica. la criticità di quel momento, senza amore, è risolto nel sesso mercenario pagando il fio e tanti saluti. nelle condivisioni intime tecnologicamete intermediate, perché si è lontani, basta spegnere la cam, o il telefono. sono eticamente contrario al mercimonio, che non ho mai praticato. altresì qualche esperienza di videocitofonata ce l'avrei].
ecco così l'altro pezzo di epifania, quasi una conseguenza ineluttabile.
quel momento è fottutamente importante e denudante. quindi non mi va di condividerlo con tutte.
e seleziono. quindi al limite mi faccio riottoso. anche perché non ho più voglia di dar ragione - in parte - a quel fottuto di elio: che se non è amore dopo il seme c'è la fuga.
in parte perché all'amore ormai ci ho rinunciato. nel caso esista. per me dico [non sono così egotico da uscirmene con verità apodittiche de li me cojoni].
non so se sia neppure la storia della componente femminile elevata. loro selezionano, giustamente, per donare la propria intimità emotiva e fisica. quindi l'occhei è per dare il la al momento di condivisione.
io mi blocco perché mi proietto a quel dopo.
niente hic et nunc, quindi, nessuno qui ed ora.
no mascolinità alfa-dominanti.
nessuna necessità di dovermi scopare il mondo.

semplicemente voglio scegliermi chi sarà lì con me, dopo.
anche per una volta soltanto. anche senza doversi promettere alcunché. anche solo perché il sesso è bello. però non voglio starci con chiunque assieme, dopo. per ragioni variegate, che in parte mi sfuggono, e che comunque si fotta pure la razionalizzazione del perché.

ed essere affrancato dal fatto di esserci lì, in quel momento, comunque e con chiunque è una bella sensazione. ci si sente svincolati. quindi più leggeri. magari è più facile cogliere le possibilità. e trovare qualcuna con cui condividere tutto, fino a quel momento.

sennò, tant'è.
male che vada c'è la fuga psicopipponica.
e nel caso senza la parte celebrale, quella definita col prefisso psico.

Sunday, April 22, 2018

piccola epifania autostimica [gliela devo raccontare ad odg] 2/2 [pars construens]


dicevo quindi del riporre il divano letto. l'amico andrea mio ambasciatore nel fugace fluire di quei pensieri flussi di coscienza de noartri. non del tutto risolta questione del mio rapporto con l'autostima. e la piccola epifania che ne è seguita.
incazzosa.
però di quell'incazzo che fa da piccola detonazione per una consapevolezza financo proud.

perché, mentre mi baloccavo in quell'immaginifico e psichedelico appello all'amico andrea, mi è apparsa chiara un'evidenza talmente baluginante che non si poteva non vedere, capire, introiettare, dare per definitivamente assodata.
che questo rapporto non del tutto rasserenato con l'autostima mi è costato una fottia di tanto, e chissà per quanto ancora riverberanno gli interessi. roba che son stato attraversato da un afflato di rabbia lancinante e velocissima.
cos'ha significato per me questo zoppichio autostimico? un fio bello carico, senza nemmeno scomodare il dolo. scelte sbagliate indirizzate da certi tipi di timore, o scelte postposte, rimandate, rimuginate, rallentate fino al non scegliere. che sarà pure una scelta anche quella. ma lascia dentro quella sensazione di bocca impastata di sabbia ed inazione. che qualcos'altro abbia in mano il timone e decida il tuo cabotaggio. tutto in buona fede, neh? ma tanto [tutto?] a collegarsi in doppia mandata con l'idea strisciante di non essere all'altezza. e nelle scelte c'è anche quella delle persone. anche loro tutte in buona fede, neh? ma se sei [ti pensi] incerto e chiedi a coloro che sono [si pensano] certe ovvio che quest ultime avranno certezze anche per te. senza sovvermarsi sull'ipertroficità delle loro autostime, è proprio il relazionarsi che è sballato, disarmonico, squilibrato. la non reciprocità è tossica quando ci si rapporta a quei livelli. poi però [sempre in buona fede] le certezze loro, e quindi quelle masticate per te, possono essere un po' a minchia. e quando si sbaglia rotta poi a riprendere in mano il timone significa abbrivi lunghi. e lenti.
lungo e lento.
fino a diventare troppo.
ecco. me lo son visto lì, accanto al divano letto, tutto quel troppo.
da qui l'incazzo.
poi però è stata anche la detonazione della consapevolezza, con la parte proud. anche lei di una semplicità disarmante.
ho pagato [molto più di] abbastanza.
e quindi basta. va bene gli interessi rimanenti et riverberanti. però mo basta, non pago più. the fee is over. non dover pagare più significa, semplice, non c'è proprio più un cazzo debba dimostrare a nessuno. tanto meno a me medesimo: soprattutto a me medesimo. come stringere la mano al mio coinquilino: a posto così, null'altro è dovuto.
così il necessitare di conferme principia a diventare superfluo. a cominciare [e standoci dentro un bel pezzo, facendoci un gran giro] dal posto dove fatturo ogni ora faticata. per la risposta alla mia frustrazione non serve sia vi faccia capire il perché, o che vi mostriate comprensivi. l'ho capito da me, senza pigliarmi per il culo. non serve che sappiate voi, basta lo sappia io. e stigrandisssssssimicazzi che di fondo lo ignoriate.
è una bella sensazione. di affrancamento e di levità. che toglie un po' di cupezza alla frustrazione di cui sopra. 'ché è ovvio che rimane. ma in un quadro di chiarezza diverso. c'è profumo di proattività. e che potrei meritarmi altro. o che posso inventarmi strategie per l'altro. e che quindi si può agire. l'azione, la chiave a stella per strutturare il famoso rapporto con la famosa autostima. magari si fanno minchiate, ma per motivi opposti a quelli di cui sopra. e soprattutto sono io che ho afferrato e manovro il timone.
quindi le ambasce dell'amico andrea a perorarmi - suo malgrado e per interposto flusso di coscienza psichedelico mio - d'un tratto quasi mi han dato quasi fastidio. occhei, occhei: gliel'avevo chiesto io - figurativamente ovvio - un attimo prima, ma non ce n'era più bisogno. ehi, amico andrea, guarda che non è mica più necessario ti adoperi. sono andato oltre. per una serie di cose che forse non immagini neanche. ci siamo persi dai radar. ti mancano un sacco di pezzi. ma l'epifania è il frutto di un lavoro lento, a piccoli passi, ma costante. ho coltivato [e coltivo] altre intelligenze e capacità, che peraltro non sapevo di avere in questa specificità. non sono strettamente necessarie a maneggiare le equazioni di maxwell, capire come si propaga il campo all'interno delle guide circolari, immaginare le evoluzioni della teoria dei raggi. al limite sono parenti con l'emozione e la meraviglia - per niente logico-matematica - che provai quando ci spiegarono, capendola, la dimostrazione del teorema fondamentale dell'informazione.
è altro lavoro tutto mio. e mi ha portato, in quel hic et nunc a capirla 'sta cosa dell'autostima. roba che non dovrebbe davvero sfuggire più. probabilmente anche quest'altra intelligenza era già più che in nuce allora. forse anche l'amico andrea la intuì, allora. era [è] comunque rigorosissimo e molto selettivo nel concedere la stima e l'amicizia [come me, del resto, soprattutto ora]. immagino ne abbia avuto un sentore, anche perché di certo non rilucevo accademicamente a fianco ad uno come lui.
però appunto: nessuna ambascia. basta dover dimostrare e togliersi sassolini dalle scarpe acciocché si sappia, come happy-end nei film del mio fastasticare.
a posto così.
non so quanto e quali altri aggettivi, simlitudini, idiomatismi srotolare per raccontare e condividere la sensazione che mi ha pervaso. e la scarica adrenalinico-epifanica. perché quella è stata:una piccola epifania fondamentale. roba che voglio aggiornare odg. perché credo sia una piccola testata d'angolo [giusto per snocciolar pure una citazione biblica].

il divano letto. l'amico andrea che probabilmente aveva inteso qualcosa. chissà cosa ne penserebbe oggi. con tutti i pezzi in mezzo che gli mancano. pezzi che in gran parte ho condiviso con l'amico emanuele. un gran incassatore ad ascoltare. ogni volta che ci si accommiata, dopo la birra che si vellica assieme di tanto in tanto, ho l'impressione di aver parlato troppo solo io. e lui ad ascoltare. con il sorriso più sereno mi capiti di trovare tra i tanti che s'incrociano. non so quanto lavoro abbia dovuto fare lui per conquistarselo. sicuramente ha tanto dal talento innato. se proprio proprio volessi augurargli qualcosa oggi, per il suo genetliaco, è di conservarselo che comunque è capitale crescita sicura.
fa un gran bene anche vederselo addosso. anche quello, son certo, corrobora l'autostima.

Tuesday, April 17, 2018

piccola epifania autostimica [gliela devo raccontare ad odg] 1/2 [pars destruens]

stavo ricomponendo il divano letto. operazione che ormai faccio da otto anni. operazione che serve a tappare il senso di piccolità et precarietà di questa appartamento. fintanto che il divano letto viene ri-aperto, per andarci a dormire. ma almeno poi lì sono le extravaganze oniriche che ballano la rumba. e tutto passa un po' in secondo piano.
ricomponevo. e - come spesso accade - stavo pensando a qualcos'altro. e quel qualcos'altro - come spesso accade - era una specie di piccola decompressione delle menatie della giornata. soprattutto lavorative. i pensieri che vagolano in una specie di flusso di coscienza. che questo post, al confronto, è prosa essenziale, disidratata, condensata, compattata.
nel pensare a qualcos'altro mi è apparsa un'immagine del giorno della mia laurea. un attimo dopo aver terminato la presentazione della tesi. insomma. i primissimi momenti in cui è veramente finita. si è oltre l'ostacolo. potrà succedere la qualunque, ma tu alla laurea ci sei arrivato. estigrandissssssssimicazzi se sei il primo a non esserne convinto. [per dovere di cronaca: la tesi credo sia stata uno dei lavori più inutili della storia del dipartimento di elettronica e informazione del politecnico di milano. vabbhè.] [nota idomatica: estigrandissssssssimicazzi, da intendere nel senso originale, alla romana: cosa di cui importa poco].
in quell'immagine compare l'amico andrea. sorride. e mi sta aiutando a raccogliere i lucidi che ho via via appoggiato sullo schermo della lavagna luminosa, cercando di dare un senso, che potesse reggere almeno per quei pochi minuti, alla presentazione della tesi. presentazione per cui nessuno ha avuto la curiosità di far domande. uno dei lavori più inutili, eccetera, eccetera. quei lucidi l'amico andrea li conosce, ho provato anche davanti a lui la presentazione. colpo di polso compreso, ad andare a levarne uno dallo schermo della lavagna luminosa [facciamo finta che qui c'era la lavagna luminosa], per riporre quello successivo. mi ha sicuramente dato una mano a stamparli. quanto meno ho rubato a lui qualche piccolo trucco pratico per realizzarli in LaTeX [no, non quello delle perversioni sadomaso, questa cosa qui.]
lui che si è laureato pochi mesi prima di me. ma soprattutto con un botto di punti in più.
l'amico andrea è stato l'unico cento della cumpa [cento, sì. avevamo pure questo snobbismo, ai tempi. al poli il punteggio era in centesimi]. sicuramente un passo avanti rispetto a tutti noi altri. molto ingegnere. molto fiero di esserlo. molto consapevole del suo valore accademico, che è stato tanto. una voce baritonale e piena a far da bordone di fondo. oggettivamente esalava un'autorevolezza che era di pochi, in quella distesa di brufolosi [e alcuni verosimilmente segaioli] futuri laureati in ingegneria, ramo informazione. sono convinto la percepissero anche i professori. non mi meraviglierei scoprire, ex-post, che magari qualcuno la temeva pure, in aula, durante le esercitazioni, agli esami.
siamo stati molto amici. a quei tempi.
anche se non mi meraviglia più di tanto che, alla fine, ci sia persi un po' di vista. fuori dai rispettivi radar per una serie variegata e poliedrica di motivi. [parentesi uno. radar, parola palindroma, non è scelta a caso. lui i radar li fa. e i radar sono una delle cose più fiche e omnicomprensive di quello che si studiò, in quegli anni. avrei potuto farli anch'io, forse. il mio problema è che quei radar stanno sui gggiet militari][parentesi due. non penso che tra questi motivi ci sia quello, buffo, che per anni, quando gli arrivava il mio augurio genetliaco il giorno del suo compleanno, lui mi ribadiva lo stesse aspettando. il fatto è che poi i suoi, di auguri genetliaci, non arrivavano il giorno del mio di compleanno. mi faceva sorridere 'sta cosa].
così, di quella cumpa, son rimasto solo con colui che è diventato ancor di più amico. proabilmente una delle persone più buone conosca. [ci sarebbe l'amica laura. ma è un discorso un po' più ampio].
insomma.
ricomponevo il letto e mi è sovvenuto l'amico andrea che mi aiuta a raccogliere i lucidi con sopra la presentazione di una delle tesi più inutili della storia del dei del poli [dipartimento elettronica e informazione].
e mi è sovvenuto in quel mentre - forse non ci avevo mai ragionato così lucidamente - che l'amico andrea, ai tempi, a quei tempi, ha creduto molto più in me che me medesimo. in quegli anni, mentre vagheggiavo di fare quasi qualsiasi cosa, soprattutto grandiosa, e magari anche l'ingegnere, ma nel contempo quasi non scommettevo sarei mai riuscito a laurearmi [poi uno alla fine, dice, non ha bisogno di odg]. lui è sempre stato convinto sarei arrivato dove sono arrivato. in termini universitari, dico. anche se con una tesi tra i lavori più inutili del dei.
verosimilmente gli rimproverei alcune cose. ma questa cosa dell'autostima per interposto compagno di corso gliela devo riconoscere. come se l'avesse messo lui quel tocco che mancava.
non che ci fosse bisogno di acclararlo, o di annunciarlo all'inizio di ogni lezione. son cose che si percepiscono a prescindere, anche senza percerpire di percepirlo. allora non mi era chiaro. ma perché - fondamentalmente - non mi era chiaro il garbuglio avessi in testa. tanto più che mi sembrava, altresì, tutto così lineare e all'interno dell'alveo del sereno equilibrio esistenziale. ora che quel garbuglio mi pare per quel che era: un fottuto incasinamento di percezioni, relazioni, obiettivi, consapevolezze complesse [come nei numeri: nel senso di parte reale e immaginaria].
eppure l'amico andrea c'era. quasi a puntellarmi. a crederci anche in parte per me. immagino avrà avuto i suoi buoni motivi. anzi. alla luce delle consapevolezze di oggi tolgo pure il verbo immagino. non so quanto gli fossero chiari. però l'ha fatto.
e credo di dovergli essere riconoscente per tutto questo.
tanto che, mentre finivo di ricomporre il letto, mi è venuto quasi di fargli un cenno. e chiedergli una mano.
amico andrea, tu che ci capivi meglio di me, allora, spiegaglielo a questi maramaldi per cui fatico ogni fottuto giorno, perché ne ho i coglioni pieni. spiegagli perché mi senta frustrato per la pochezza di quel che mi viene chiesto di fare. spiegagli perché mi senta sprecato. spiegagli cosa hai avuto intuizione avrei potuto fare. spiegaglielo tu, che - allora - ci credevi quasi più di me. anzi: senza il quasi. spiegagli che non è una questione di tecnicismo di codice da debuggare a mente, di processi di cui intuire il giro del fumo, che dettaglio dover cogliere nelle spiegazioni abborracciate di un utente che ne capisce poco un cazzo. spiegagli quando guardavamo dall'alto verso il basso gli informatici [ingegneri, figurarsi quelli di scienza dell'informazione], che per noi sviluppare codice è un mero strumento di lavoro. non come il fine dei loro solipsismi nerdici. spiegagli tu perché ne sono cotto. diglielo tu che cazzo di altre abilità avrei, di cui loro se ne fottono, che io sono un cordoncino bianco, consulente esterno time-material. che a loro serve capisca solo dove stia una meniatia. ne indirizzi la soluzione e poi passi alla menatia successiva. giusto il tempo per un caffè e sistemare meglio gli stivaloni di gomma, per muoversi nel guano.
diglielo tu.

è stato lì, in quel momento, in cui mi son accorto della perversione di quel delegare. una zavorra. la stanza ostentamente chiusa con dentro aria molto viziata. quasi soffocante. l'ennesimo - potenziale - fio da pagare al rapporto poco strutturato con l'autostima.
e ho visto perfettamente tutto questo da fuori.
e da fuori acchiappare il lambicco insidioso del pensiero perverso, con tutto quello che si portava appresso.
presi!
e mentre non me lo laciavo scappare, tenendoli stretti, è arrivata la piccola epifania.
un po' incazzosa.
ma molto liberatoria.
però questa sta nella pars construens.
quella del prossimo post.

Saturday, March 31, 2018

il limbo del sabato di pasqua

ci sono due straschichi che dalla mia vita precedente, quella di devoto fedele convinto et praticante, son rotolate bellebelle in quella agnostica attuale.
quelli bravi, che fanno carriera nelle aziende moderne, direbbero due elementi legacy.
la prima è quella di non sopportare né tanto meno adoperarmi nel bestemmiare - che in parte svapora, nei momenti di grande incazzo, con l'imprecazione di ooohhhccccristo.
la seconda è l'immersione nel riverbero emotivo del triduo pasquale. segnatamente, in questi ultimi anni, nel sabato prima di pasqua, che poi sarebbe oggi.
[apro una prima partentesi. di tipo variegatamente psicanalitica de noartri. del portato interiore di quella quindicina d'anni, intensi e convinti, ci sarebbero tutte declinazioni in millemila rivoli del concetto di peccato, di colpa, di espiazione, di condanna e di redenzione. credo che in realtà siano il filo rosso che mi lega alla parte nevrotica di una delle mie quattro famiglie di origine, quella materna di mia madre. madre che ha provato a fare da camera di compensazione, ricordandosi quanto le sfrancicarono i coglioni. ma evidentemente esistono degli effetti tunnel-quantistici per certe storture della testa. la [sotto]cultura bigotta, ben innaffiata dal moralismo [di quel cattolicesimo pruriginoso] per tre quarti di secolo di piccola provincia varesina, l'ambizione di elevarsi a ben-pensante e stimato cittadino di città, ha messo radici. contro cui lotto e ché io son altro, ma quelle radici sono. loro votano dove non ho mai votato io. peddddddire]
[apro una seconda parentesi. del portato di quella quindicina d'anni intensi e convinti ci sarebbero anche tutte le istanze di attenzione, considerazione esistano gli ultimi, i penultimi e via di reiezione. e di intenderle come un'ingiustizia assordante. un silenzio che grida, e di cui spero non arrivare mai - mai - a girar la testa dall'altra parte. quelle istanze che sembrano incastrarsi così bene con la dottrina sociale della chiesa. che esiste anche se il potere ecclesiastico se ne batte. quelle idee esistono e lottano nelle sensibilità di tanti. anche se per scopi diversi dai miei, ora [tipo per conquistarsi un sedicente regno dei cieli]. ecco, allora scambiavo la mia fede [anche] per quell'idiosincrasia a quell'ingiustizia. e il desiderio affamato di giustizia. al netto dell'entusiasmo ideale di allora: a tratti quasi ingenuo. in realtà non ero cattolico convinto e praticante [anche] perché la dottrina sociale aveva senso. io sono uno che i fondamentali, gli embrioni delle idee della dottrina sociale sembrano essere qualcosa di imprescindibile. io non ero cattolico perché questo - allora pensavo - significasse [anche] essere di sinistra. io sono di sinistra, a prescindere dalla dottrina sociale della chiesa [dove per sinistra si intende il concetto, quasi platonico, di precisa categoria politica. le ultime due X, sulle schede elettorali all'interno del riquadro di pap, sono quisquilie millemila rimbalzi avanti e quasi inutili rispetto alla categoria di cui sopra]. si entra in risonanza per determinate frequenze di battimento].
[fine delle parentesi].
insomma.
il sabato di pasqua.
è da più di un quarto di secolo che è un giorno particolare. il più intenso di tutti. verosimilmente anche della pasqua in quegli altri anni. e per altri anni, dopo che ho chiuso [tentato di] quel baule e consegnarlo alle pieghe del tempo dopo una svolta, il sabato, al tramonto, ha cominciato ad essere una specie di piccolo spavento. nell'attesa che le campane si sciogliessero a festa. e le sentissi suonare ovattate, dentro la stanzetta. ricordando bene cosa accade dentro la chiesa durante la veglia. il rito del sabato notte. che poi sarebbe anche la liturgia più lunga e - tecnicamente - importante del cattolicesimo. non ha un inizio vero e proprio. e scivola dentro la celebrazione di una messa diversa da tutte le altre. quasi il frusciare senza soluzione di continuità di un lenzuolo che viene fatto sfilare per andare a scoprire qualcuno. che poi potrebbe essere il sudario di un uomo morto in un sepolcro. come il passare senza soluzione di continuità dalla morte alla nuova vita. la chiamano resurrezione. con tutti le gesta, i momenti, che nel rito della veglia pasquale esplodono, rigogliosi nel loro valore simbolico.
[apro un'altra parentesi. da anarcoide ho sempre trovato una sorta di attrazione un po' perversa per - appunto - i riti. quasi volessi osservarli da fuori[?] per intuirne gli elementi ossessivo/rassicuranti, per provare ad esorcizzare, forse, la mia tendenza a baloccarmi in certe ossessioni mie].
[massì. un'altra parentesi. mi chiedevo, mentre scrivevo qui sopra, cos'è tutta questa veemenza retorica nel ricordare il rito della pasqua. non so se è perché mi manca. o perché voglia esorcizzarne - di nuovo il verbo esorcizzare - il fatto mi manchi, o addirittura non me ne sia mai andato. o forse perché esaltandolo possa sembrarmi qualcosa di posticcio, da cui è più facile convincersi dell'alterità. di certo, in quegli anni, avrei confuso quest'enfasi come una prova provata dell'esistenza di quel dio che professavo con tanta convinzione].
però, appunto, il sabato di pasqua.
e lo sciogliersi delle campane.
devo averlo già scritto da qualche parte in qualche bloggggghe. ma ci sono stati un po' di sabato di pasqua - sera - che scrivevo a queenfrancy [e a 'sto punto le manderò il link a questo post]. ed il soggetto della mail era qualcosa di simile: prima che le campane si sciolgano a festa. e via di psicopippe come questa. queenfrancy è colei che mi spinse ad aprire il primo bloggggghe. ci sono tante lettrici, mi disse, vedrai che qualcuna la cucchi: sì, insomma, occhei il triduo pasquale, ma in fondo fu l'evocazione della gnagna a convincermi a cominciare a scrivere i miei turbodeliri. quando si dice eterogenesi dei fini.
insomma.
il sabato di pasqua.
è un giorno emblematico.
se ne sta in mezzo.
dietro ha tra il venerdì della passione, l'acme [per non dire del pulp] della versione cattolica quella cosa che è il sacrificio [roba che gli antropologi disserterebbero per ore danti a birre del sabato sera di pasqua]. venerdì che è già stato, ineluttabile, inevitabile. ché la natura umana è fatta anche di cose che non vanno. non ci voleva la transcodifica della teologia cattolica - conviene ricordarlo - diecine e diecine di anni dopo i fatti di cui il triduo pasquale - ad intuire la coscienza del male nel nostro esserci. ci sono svariati secoli di elaborazione simbolica.
ed il fatto è che - dietro - il venerdì della passione è un fatto certo. è passato, ma c'è stato. tutto il climax pulp è lì. inchiodato [verbo scelto mica a caso, se non si era capito]. occhei. occhei. la passione è dell'agnello sacrificale che si sacrifica per noi. lo strazio della croce  - bisogna avercene di perversione dentro per inventarsi un supplizio del genere, era per i sottouomini, gli schiavi - è toccato a 'stucristiano, che era ebreo, verosimilmente della corrente degli apocalittici, e che probabilmente non aveva nemmeno tutta 'sta intenzione di inventare una nuova religione. lui quindi. ma per milleteradigazzilioni di volte, nella cultura occidentale, non si è fatto riferimento a quella passione come verosimiglianza di tutte le passioni, dolori, ingiustizie, paure, traumi, lutti, e tutto il cucuzzaro di cose che capitano e che vorremmo tenerci lontano? il venerdì della passione è l'eponimo magistrale di tutti i cazzi che ci toccano, e che ci toccheranno. piccoli e grandi siano. fino a quando finiremo di esserci: evento che pare essere l'unica cosa certa esistere a questo mondo. e che tocca a tutti. ma proprio a tutti: dal più buono al più stronzo sia mai venuto alla luce.
dietro, quindi, il venerdì. quel venerdì.
e davanti ci sarebbe la domenica.
anzi, le domeniche.
quella di resurrezione. il fantastico happy end. di potenza simbolica pazzesca. che giustifica il tutto quel baillame precedente. è l'atto fondante. l'alfa e l'omega assieme. i drappeggi nelle chiese cambiano, si fanno bianchi, da rossi che erano. re-inizia il calendario liturgico. domenica incastrata nel primo divenir della primavera [ho la vaga sensazione che questa mia affezione per 'sta cosa pasquale sia legata a doppio filo all'esplosione della rinascita di questo momento dell'anno]. un adagiarsi in simbologie immanenti, per celebrare l'estasi del trascendente.
già.
appunto.
trascendente.

e qui io scendo perché è proprio questo che mi manca. chiamatela fede o come diamine volete.
e quindi non riesco a passare a quel domani. a quella domenica.
infatti c'è l'altra di domenica. perché domattina, anch'io, prenderò meco matreme sull'auto e raggiungerò una piccola parte di quella parte di famigggghia di cui accennavo sopra. e tanti auguri di buona pasqua.
insomma.
il sabato prima di pasqua è una specie di cul de sac in cui si finisce per quelli come me. forse è anche per quello che avevo [ho?] questa specie di timore per le campane che si sciolgono a festa nella notte del sabato. perché mi ricordano che - tecnicamente - è altra la mia domenica. poi vabbeh, chi è dentro a celebrare sostiene che è per tutti, ma sono approcci un po' diversi all'intiera questione.
però niente. se non mi viene non mi viene di farmici trascinare. e quindi è ovvio che rimanga qui, un po' a baloccarmi in questo sabato. immanente. perché non è il momento di attesa per il passaggio del nuovo mar rosso [una delle sei letture che, durante la veglia, vengono lette prima del vangelo]. ma è il sabato in cui si finisce dopo il venerdì. e basta. e il giorno dopo è solo una domenica dopo un sabato.
senza che sia questo a far di-sperare.

il sabato di pasqua è un giorno un po' così [auto]simbolicamente importante. perché ricorda che si è finiti in questa specie di limbo. dove dietro il culo ci sta il venerdì che c'è stato. e che torna più o meno in intensità. e succederà in un modo o nell'altro sempre.
ma ricorda anche che - appunto - una qualche altra domenica dovrà pur venire. anche se le campane si sciolgono a festa per altri. [che poi chissà per quanti - davvero - quello sciogliersi ha senso, e quanto invece è rito ri-trito, tipo camminare in percorsi già fatti, tipo dentro le scannalature in cui si va senza chiedersi troppo il perché, o il come, o altro. ma non sono del tutto fatti miei].
è il sabato prima di pasqua che - nell'attesa di una domenica - si può fare una specie di punto della situazione. anche che non è così semplice rinunciare a quel distendersi di campane. e prendere coscienza - più o meno definitivamente o più o meno facilmente - che però è anche un po' inevitabile. e che mica per questo la domenica che viene non possa farmi trovare, a suo modo, agnosticamente migliore. o impegnato a provarci a sbattersi per. senza magari dimenticare che se si migliora un po', è come rintuzzare [stilla infinitesimale, ma non nulla] l'ingiustizia di cui sopra.
è, comunque, domenica per tutti.

Saturday, February 10, 2018

sulla linea di demarcazione maceratense [con calma]

bellini, nel senso di sandro, docente di trasmissione numerica qualche lustro fa, un giorno gigioneggiò a lezione esclamando con sorriso sardonico: il mondo si divide in due, quelli che nei grafici indicano il rumore con N e quelli che lo indicano con H. [rumore bianco gaussiano, roba che rompe i coglioni nelle trasmissioni con supporto elettromagnetico]. ci ritorno tra un po'.
nel gorgogliare delle cose che vengono per ciascuno ci sono momenti e momenti. solo che alcuni momenti sono meno momentanei di altri. vai a capire perché, per cosa, per come: anzi, non è nemmeno così necessario capirlo. sono i momenti che - sbbbbring - si inchiodano e rimangono lì, a tracciare un prima e un dopo. oppure è come quando ci si sta appisolando, gli occhi si stanno chiudendo e il capo scivola a chinarsi avanti. ed ad un certo punto - szooott - una tirata di coppino e piccola botta di adrenalina: ed il capo si rialza, l'occhio si riapre. e sei di nuovo attento.
la tirata di coppino - szooott - è un fascista che spara, a caso, su alcune persone selezionandole solo per il colore della pelle. e prova a seminare il terrore, senza un bersaglio preciso, spersonalizzando: donne e uomini che sono solo dei negri. e se spersonalizzi donne e uomini diventano una [sotto]categoria, che è più facile far diventare il punto di accumulazione e di scarico per frustrazioni e quello che non va. si chiama razzismo. e sei un fascista non ti diventa così fuori dal concepibile poterne fare oggetto di violenza. o sparare loro addosso. è già successo una settantina di anni fa.
però c'è anche la storia dei razzisti, che non sono razzisti ma.
i momenti che si inchiodano - sbbbbring - è stata l'incazzatura a sentire in infilata un sacco di gente, da un sacco di parti, da un sacco di politici, classe dirigente [sic!] di questo paese, forse nazione. che poi è la declinazione delle millemila sfumature di razzismi di quel ma di appena un paio di frasi fa.
lo sciacallaggio mediatico/elettoralistico delle destre, il ribaltamento della questione [c'è un fascista che spara, ed il problema diventa l'immigrazione fuori controllo], si porta dietro una responsabilità morale sulla coscienza collettiva. a partire dal fasciume salviniano ributtante, e tutti i succedanei conseguenti. ed è un problema, figurarsi se non è un problema.
ma poi c'è il ma di tutti coloro che quel ribaltamento non sono proprio stati capaci di ribaltarlo. non hanno toccato palla per giorni. oppure l'hanno passata agli altri. a partire dal ministro degli interni che - la scorsa estate - aveva visto all'orizzonte il fascista all'opera e quindi ha bloccato gli sbarchi [sic!]. e poi tutti i succedanei conseguenti. [quasi] tutti lontani dal farsi vedere a visitare i feriti. le titubanze sulla manifestazione, come se fascisti e antifascisti fossero uguali, e significasse la stessa cosa starsene in piazza. il tentativo di silenziare la questione per evitare anche solo di nominare la parola immigrazione. [poi il fenomeno migratorio è fottutamente complesso, figurarsi se non è complesso. ma è altra categoria di questione. un altro campionato].
è l'abiura a dare una [certa] risposta politica, quindi culturale, quindi etica. non so, davvero, se è perché non lo capiscono nemmeno. oppure lo capiscono ma non sono capaci. oppure ne sarebbero capaci ma non lo fanno, per svariegate ragioni [ci sono? ci fanno? sono diversamente correi?]. le capziose sfumature di razzismo di quel ma di un paio di capoversi fa.
ecco.
per me, per quel che può contare, c'è un prima e un dopo rispetto a quel [non] sollevarsi di voci chiare e nette da parte di un gran pezzo di centro-sinistra[?].
così come c'è una linea che sega in due il mondo: quelli che non sono razzisti senza il ma, e quelli che lo usano, che stanno dall'altra parte con quelli che razzisti si dichiarano.
la linea è permeabile da una parte e dall'altra.
e per venire di qua a volte basta mica tanto. anche solo essere un po' più informati. o abituarsi a non rinunciare ad un paio di ragionamenti, per cominciare ad intuire la complessità delle cose e della realtà [per questo mi fa incazzare l'abiura di qualche riga fa]. anche se costa fatica. anche se viversi la vita è già fottutamente incasinato.

o di qua o di là.
per questo ha senso, ancora di più proprio oggi, andare in piazza. [sono stanco, in molti sensi. ma è come se fosse una necessità esserci].
perché sto di qua.
punto.

Wednesday, January 31, 2018

ralph supermaxieroe, stagione uno, episodio otto [maggio 1981]

ralph supermaxieroe [d'ora in avanti rsme. per comodità] è una serie andata in onda in italia all'inizio degli anni '80. già allora intuivo avesse una sigla fichissima. a pensarci bene, e sul ricordo sfumato, credo sia stata una specie di effetto di bordo degli anni '70, che però ha sbordato negli anni '80. sarà che non esistono i punti angolosi, e le cose accadono con un effetto rastremato. però mi vien da pensare si sia trattata di una specie di variazione diacronica dello zeitgeist del periodo, o quello che sarebbe arrivato da lì a poco - edonistico, frivolo, appariscente, artefatto, de-ideologizzato. o più semplicemente essere al posto giusto nel momento sbagliato. [anche la sigla, in effetti, è molto anni settanta].

sì. insomma. 'sto cazzo di superoe un po' sfighinz. che all'inizio faceva un gran casino nel volare, con l'assetto tutt'altro che stabile. con una calzamaglia rossa che era plasticamente perculante. coi riccioloni ed un viso che ispirava simpatia, più che ammirata fascinazione. una cosa understatement, per certi versi. qualcosa che di supereroe aveva giusto il titolo, o l'idea di canzonare quel topos.

insomma.
ricordo una puntata. "nuovi incarichi". del titolo ricordavo il senso, più che il dettaglio. ma la rete non dimentica e il signor uichipidia mi ha indicato è stata trasmessa in italia il 13 maggio del 1981. che poi è anche il giorno che ferirono wojtyla - questo lo ricordo io, non uichipedia, che peraltro se lo ricorda pure lui se glielo chiedi.

è molto probabile, comunque, che non lo vidi quel giorno. ma qualche anno dopo. anche perché in quella puntata si raccontano di alcune promozioni/gratificazioni/passi avanti fatti da una serie di protagonisti della serie. tranne uno. che vede la garrulità nell'animo degli altri. ed una malinconica saudade lo ammanta. ora. mi par di ricordare che il protagonista che sta nella sua buchetta non sia rsme, ma l'amico - mi pare - poliziotto o giù di lì. sfighinz et incerto tanto quanto ralph sia quando è normale sia quando è supermacsieroe [la discriminante è quando indossa l'assurda tuta rossa].

sono - appunto - abbastanza sicuro abbia visto quella puntata qualche anno dopo, perché ricordo la sensazione di malinconica ineluttabilità che mi colse. e credo che tutto sommato avessi bisogno di - almeno - un paio di anni in più rispetto a quel maggio '81 per vivermelo appieno. vivermelo intensamente, se in fondo ricordo alcuni dettagli di quell'unica puntata dopo almeno sei-sette lustri. non so se per un'inevitabile empatia per quelli un po' sfighinz, o per una presa di coscienza ex-ante. anche se allora non ne avevo del tutto contezza.

già. perché mi è tornata in mente proprio in questi giorni. quando vedo che alcune delle persone - cui voglio bene - delle piccole e grandi soddisfazioni se le riescono a togliere. peraltro, nel caso dell'amica viburna nemmeno meritate: di più. mentre io mi sento un po' come l'amico poliziotto che ristà nella sua [nuova] buchetta [aggià, non l'avevo dichiarato all'inizio, questo è un post un po' lamentoso]. l'unica cosa di cui posso andare praud è che sono sinceramente contento per loro. ho un sacco di difetti, un carattere per nulla semplice [diciamolo, di merda], spigolanze: ma l'invidia è un qualcosa che mi appartiene veramente poco nulla [la barca a vela di mio fratello è l'unica eccezione che mi son permesso in questi anni].

e nelle contentezza un po' si fa plaga la sensazione rompicoglioni non sia del tutto sul pezzo, o con le idee chiare su cosa concentrare intelligenza e motivazione, oltre che di trovarmi spesso nel posto giusto al momento sbagliato. si fa plaga anche perché penso che oggi a loro, magari domani a me. anche se alla fin fine ci credo mica tanto. per un cazzo supermacsieroe: anche se i capelli sono ugualmente disordinati, e curi poco l'abbigliamento come ad avercene di tute rosse, per quanto un po' assurde.

cose così.