Saturday, August 19, 2017

post un po' banale, sulla rambla di barcellona, e la fatica conseguente

ogni azione terroristica è un po' ormai [ahimè] consueta, e pungolo per riflettere come fosse un'altra volta la prima volta.
prima volta, perché almeno non ci si rassegni al fatto sia una cosa che riesca a far capolino nella norma delle cose. se ogni volta c'è un pungolo, si prova a guardar in faccia la complessità della cosa.
anche perché questo ho voluto lasciar passare un paio di giorni.
avevo bisogno di leggere lo scorrere delle notizie. attendere il clangore delle opinioni. lasciar che tutto distillasse qualche straccio di pensiero.
e questa volta, lo spunto, tra l'altro me l'ha dato ada colau. che poi sarebbe la sindaca di barcellona. quella che ha deciso di prendere dalla parte più complicata, ma credo utile per l'intelligenza collettiva dell'umanità, la questione dei migranti. noi, a milano, ci siamo arrivati il ventimaggio. l'idea l'hanno avuta loro. o forse proprio lei.
comunque.
ada colau ha dichiarato, poche ore dopo l'attentato, che "Barcellona è una città di pace ribadendo che il terrore non avrebbe cambiato la natura della città. Ovvero che Barcellona continuerà ad essere una città aperta al mondo, coraggiosa e solidale".
questa volta non mi sono sentito ammantare, quasi orgoglioso, di voler ribadire voglia far così anch'io. specie per quel che riguarda la faccenda del terrore che non avrebbe cambiato la [mia] natura.
cioè.
questo ormai, dal mio punto di vista, è istanza che voglio continuare a sentire, e sostenere. forse per questo meno pelledoca il pensiero di questa prouditudine.
però, mentre cucinavo il farro, giovedì sera, ho pensato che ada colau stava - di nuovo - prendendo la strada più complicata. ma che, di nuovo, è l'unica da fare. se il senso è quello di farla evolvere, collettivamente, 'sta fottuta umanità.
provo a dettagliare un concetto forse già chiaro di suo.
la paura [il terrore] è una emozione installata nel kernel del nostro cervello. è roba che ci portiamo dentro da quando eravamo sugli alberi. forse prima. la paura, al pari della rabbia e della tristezza, sono funzionali alla prosecuzione della specie. sono emozioni negative. ma senza di quelle ci saremmo già estinti, e forse saremmo ancora in tempo ad estinguerci.
poi vabbhé. siamo scesi dagli alberi, abbiamo messo su un po' di struttura. siamo diventati senzienti con la consapevolezza della nostra senzietà, e del nostro essere, della nostra finitezza. e quei tre sentimenti negativi, sono un'eredità importante. servono ancora, eccome. solo che su marchingeni così complessi come siamo, a volte, qualche casino lo creano.
ora.
ada colau ribadisce si debba andare nella direzione di mandarla un po' affanculo la paura. ma è qualcosa di antigravitazionale. che poi, occhei, fa l'effetto di elevarsi. che, guarda caso, è la similitudine che associamo al crescere, all'evolvere. è chiaro che è fottutamente più semplice aver paura. ce l'abbiamo nel kernel. invece un'altra istanza ci dice di andare nella direzione opposta. verso quella che - verosimilmente - è la chiamata alla nostra natura. nostra. di tutti. mi arrogo l'idea di coinvolgere l'umanità.
quella natura che non ha paura, e che lo fa in nome di certi principi di solidarietà che è roba antigravitazionale pure quella. perché, in ultima istanza, significa rinunciare ad un pezzo del qualcosa che è [solo] mio, per farlo [anche] di altri, o [anche] di tutti. al netto del quanto e del come è chiaro che non è come il sasso lasciato andare al decimo piano del palazzo: che tende ad andare in giù. no, qui si tratta di lanciarlo il sasso, verso l'alto [che poi, sì, cadrà giù, ma non sottilizziamo troppo, forse ho preso la similtudine non perfetta].
insomma, andare contro una natura per seguirne un'altra.
solo che è più complicato. però [forse] è l'unica strada da fare per andare avanti. o più in alto. che poi è il senso perché noi ci si sia, ho la vaga idea. il riprodursi e starsene vivi è la componente accessoria [poi si muore, occhei, è funzionale al mantenimento e quindi evoluzione della specie].
ecco.
appunto.
evoluzione.
pare che siamo ben dentro la convizione che per evolversi non basti mantenersi vivi [ed i tre sentimenti negativi servono a quello]. ma anche far cose antigravitazionali. anche se è cosa faticosa.
non so se ada colau pensasse esattamente a questo. ma in quello che ha detto mi pare di vederci, in controluce su campo lunghissimo, qualcosa di simile, omologo.
è per questo che tutte le istanze che titillano solo ed esclusivamente la paura sono contronatura. più comode, certo. come far cadere il sasso. ma fanno tornare indietro.
nell'italica masnadia della classe politica [che la parte di classe dirigente che dovrebbe educare i cittadini alla responsabilità della democrazia basata sui diritti-doveri], quasi tutti fanno un po' quello: fanno cadere il sasso verso il basso. ovvio, con diversi gradi di salvinità. ma, quasi tutti, a loro modo e con diverso grado [ribadisco: diverso grado, non sono tutti uguali, ovvio] ci fanno tornare indietro. abdicano al ruolo di classe dirigente politica. che poi è una delle colpe peggiori.
e siamo tutti un po' soli.
anche e soprattutto nella complessità del mondo che ci si irradia addosso. sempre più complicato.
provo a metter in campo, per quel che posso far di mio, quella manciata di strumenti culturali. e l'irrefrenabile automatismo a ragionarci sopra, psicopippa o meno: vuoi con la complicità della solitudine, creativa, da certi punti di vista.
ed in tutto questo, titillato dalla colau, mi viene naturale pensare [e sono contento che ora, oggi, mi sia appunto naturale] che io no tiengo miedo.

Monday, August 7, 2017

i codici di comportamento e i pungoli

io mi son fatto un'idea.
da quando un certo tipo di mainstream ha cominciato a sputtanare le ong che si adoperano a salvare i migranti, quelli in mare.
sputtanare, sì.
con un metodo anche piuttosto peloso: trovagli una definizione che non offende smaccata, in prima battuta. però insinua un piccolo tarlo. e glielo associ. usi un caso singolo, sfiorato dal dubbio, e applichi in maniera estensiva. una metonimia da stronzi. "taxi del mare". si parte dalla [ri]definizione. si [ri]crea il fondamento, la percezione. e si mette tutto in circolo. tipo il sassolino, piccolo, nella scarpa, che poi a furia di camminarci sopra comincia a dar fastidio, sempre di più.
peloso, no?
non sono un retroscenista similgrillinico. quindi non penso che questa cosa sia stata pianificata scientemente a tavolino. si è presentata l'occasione. è stato comodissimo infilarvicisi sopra. con vari gradi di virulenza, anche a seconda di quanto è importante il grado di salvinità, e tutto il becerame politico che tutto questo comporta.
niente di così nuovo rispetto alla storiella della calunnia, che è un venticello.
io mi sono chiesto perché, allora.
a maggior ragione me lo chiedo ora.
perché farsi delle domande è un altro modo di sentirsi libero. anche quando la domanda pare un po' curiosa.
perché?
penso che la risposta non debba essere per forza una sola. oppure possa declinare in vari modi.
quindi provo a rispondermi.
il fenomeno migratorio è, oggettivamente, una questione che determina complessità che soverchia tutti. diciamolo: un puttanaio.
esiste da che esiste l'uomo. non finirà non ostante tutta la salvinità ci si possa inventare. questo qui, quello in cui siamo coinvolti come europa, durerà decenni. non ostante il parere contario dello slogan salvinico: aiutiamoli a casa loro [che permea la salvinide un po' abbastanza ovunque].
i fenomeni complessi richiedono analisi importanti, per cercare di trovare sintesi che gestiscano, o ci provino, la complessità del fenomeno.
la classe dirigente europea non è, molto probabile, all'altezza. figurarsi quella italiana, permeata dalla salvinità.
e in tutto questo il fenomeno migratorio è un pungolo morale. penso anche laddove le percentuali di salvinità sono molto alte [ecco, forse giusto manca nella fognitudine fascista, ma è altra categoria, quella]. perché il dis-sperare di ciascuno che se ne viene via - come se ne vengono via - dalla propria terra di origine è qualcosa che intuisce chiunque. magari giù in fondo alle cose che sembrano rumore di fondo. ma c'è. che uno negherebbe spergiurando salvinicamente, ma c'è. non ci sono persone migliori o peggiori a percepirlo: ci sono persone diversamente informate e/o empatiche.
non sto dicendo che questo risolva la complessità.
anzi.
sto dicendo che è un potenziale aumento della complessità. perché implica il fatto che potrebbe venire di averne cura: take care, a 'sto giro l'inglese funziona meglio. ed averne cura è - mediamente - più complicato che ignorarli. perché significa rinunciare ad un po' del mio io. in fondo sono due istinti naturali contrapposti. salvaguardare il mio e rinunciarvi, solidarizzando. il primo forse è più basico, serviva quando stavamo sulle piante, il secondo guarda avanti, permette di costiture il senso di comunità.
insomma.
un puttanaio.
e in quel puttanaio il salvinismo che permea la classe dirigente sceglie la semplificazione. vien via più facile, si capisce meglio, non comporta sforzi per dare l'esempio. masssssssì, la storia della pancia delle persone. che dal punto di vista elettorale ha sempre grande resa.
e il pungolo morale di cui sopra?
facile.
anche la salvinità ha capito che prendersela con i migranti non è efficace. sarà la storia del pungolo. sarà che sono massa troppo indistinta. sarà che sono ancora altro da noi, fintanto che non arrivano qui da noi. sarà che anche la salvinimica de "aiutiamoli a casa loro" porta dentro un abbozzo pezzottato di solidarietà.
quindi il bersaglio ideale sono chi li aiuta. soprattutto le ong. non-governative. significa essere affrancati dalla salvininiade. il salvinico senso del controllo governativo non c'è. sono libere. ed in questa libertà c'è un potenziale pericolo per il mainstream salvinesco.
e soprattutto ribadiscono il pungolo morale. fanno quello che ognuno sa andrebbe fatto [inversamente al grado di salvinità che lo pervade]. e questo è fottutamente fastidioso [in maniera proporzionale alla percentuale di salvinamento]. le ong illuminano la cattiva coscienza che ci portiamo dentro: tanto o poco. e lo fanno senza troppi compromessi salvineschi.
ovvio che tutto questo è abbastanza insopportabile, mediamente per il mainstream. tipo il secchione in classe. lui cazzo sì che la sa la lezione. se me ne sto a salvinizzare come un salviniade qualunque in fondo alla classe me la devo giocare: massì, mi sembrava di aver visto sul libro che bisognerebbe aiutarli a casa loro, ecco, sì diceva più o meno questo. e poi, al limite, il secchione lo sputtani. ma con pelosa salvineria, poco a poco.
taxi del mare.
ed imporre un codice che - lo sai, ministro dell'interno - non potrebbero mai accettare è un attimo.
e così diventano, le ong, quelle irresponsabili: tutte.
ed il giochetto è riuscito.
fatto.
sputtanati.
e noi, paciosamente, ci godiamo questo mainstream salvinizzato.

[chiosa più tranchant finale: limitare l'azione delle ong significherà solo una cosa: far aumentare i morti. i flussi migratori non diminuiranno. la complessità del fenomeno non ne sarà intaccata. la pancia della gente continuerà a percepire un pericolo artefatto. moriranno "solo" più persone. morti della cattiva coscienza. [a volte sarebbe piuttosto rinfrancante credere in qualcosa che, ad un certo punto, arrivasse anche a chiederne conto]]

Sunday, July 30, 2017

l'altro pezzo del post sperimentale [vediamo se lo finisco ora]

il primo pezzo è due post indietro questo. nel caso.
dicevo di baricco. e della personalissima epifania a leggere "oceano mare". e dell'idea sbilenca di aver provato, per la prima volta, che in quella cosa - scrivere - potevo sentirmici dentro. non come avevo fatto fino a quel momento e - ribadisco - qualsiasi cosa potesse significare. scrivere dico.
ora.
provai a scimmiottarne lo stile. che non è mai una cosa così originale, ovvio. come mi ricordò con questa ovvietà, financo quasi banale, una collaboratrice dell'aziendida rovinata, e che mi ha rovinato un bel po' dell'esistenza recente [dopo magari ci torno, si ri-aggancia ad un discorso]. personaggio molto sui generis questa collaboratrice, proprio tanto. un talento. forse ancora di più dello stylist che arrivò prima di lei. solo che lo stylist era pregno del suo valore. ed a volte l'effetto dell'autoconsapevolezza, e dei variegati modi con cui lo manifestatva era abbastanza irritante. lei invece altra pasta. tra le altre cose sembrava che la storia dell'arte, l'essenza, il punto dipanante, le fosse stata infusa. tipo le proteine del latte materno. poi eccelleva in altre cose, per quanto non mi interessassero così tanto. però eccelleva. un talento. lei non so quanto sapesse di esserlo. o forse gliene fregava poco saperlo o farcelo sapere. comunque. costei un giorno, parlando di una sorta di artista con cui si collaborava, mi disse: se costui [l'artista nostro] ti ricorda troppo quest'altro [un artista dell'umanita] allora significa che non sta inventando nulla, ed è lontano dall'essere un artista in senso compiuto. va precisato che non usò quelle parole. e che tutto sommato si può essere artisti in senso non compiuto e godersela, nella propria artistica non-essenzialità, come se la gode il nostro di artista, o quella roba lì.
ecco. io lo scimmiottavo [scimmiotto?] [parlo di baricco, se si fosse perso il filo del discorso] perché avevo trovato una specie di via. un qualcosa che mi sentivo conforme, anche solo a scopiazzare. e a culo se non è cosa originale. volevo giocarci pure io a quel gioco lì. giocando più o meno così. intuivo potesse essere divertente a ripetere quei gesti.
poi - di nuovo - nel tentativo di scimmiottamento c'era da piallare, rintuzzare, ri-ordinare, sgrossare. magari senza usare un proluvio di avverbi. magari stirando il fluire semantico: linee dritte, o con curvature gentili, ma non arzigogoli con frizzetti e laccetti e fiocchetti. i punti angolosi, in natura, non esistono.
e poi c'è anche l'altro punto però.
che poi sarebbe l'idea che sta dietro a questo post.
e l'eco che ho sentito nel leggere i nuovi barnum.
occhei la forma. lo stile scimmio-scopiazzato. la storia del come. ma poi c'era il punto, il grumo cogente: il cosa.
perché fintanto che ne leggi i romanzi, guardi la cattedrale incernierata sulla scrittura creativa. che è un mostro complicato assaje. almeno per me. io provavo a scopia-scimmiottarlo, ma damned, c'era da inventarsi una storia. o ci sarebbe stato da farlo. ma roba che riesce giusto il primo guizzo. come quando iniziai a leggiucchiare il cirillico bulgaro. fico: accidenti, ma poi avrei dovuto anche capire che c'era scritto, e prima ancora anche ricordarmi degli accenti che le parole non sono mica così tanto piane come in italiano. sdruccioli sull'abbondanza delle sdrucciole, gli accenti, dico.
quindi, per la storia dei romanzi baricchiani lascerei - di nuovo - cadere la questione.
perché appunto l'altra illuminazione, allora, fu sui barnum. o meglio è stata una specie di piccola epifania ex-post [nel senso di anticausale] pensando a miei post [nel senso di cosi dei blogggghe] molto post [nel senso di molto tempo dopo: cioè, praticamente quindici giorni fa].
perché leggendo i barnum, ormai sedici-diciassette anni orsono, io cominciai a pensare di scrivere i post dei miei blogggghe sgarruppati. solo che non lo sapevo ancora. anche perché non c'erano ancora i bloggghe. mi piace pensare che è stata lì l'origine di quella inevitabilità, di cui ho lucido ricordo, che si manifestò in una notte di fine gennaio del duemilasei. ci vollero una serie di coincidenze, e nemmeno tutte piacevoli, anzi. ma si arrivò lì. alla luce dell'abat-jour di quella scrivania adorna del solo picccccì, qualche ora dopo aver sostenuto un colloquio ed intuito che volevo darmene a gambe levate dall'informatica in generale. e che volevo gestirmi il mio tempo. e che volevo trovare brandelli di cose da raccontare durante il giorno per poi distillarle la notte [ma sia molto tardi che si va a dormire]. e che quella cosa avrebbe potuto portarsi dietro un qualcosa di taumaturgico, forse terapeutico. e che cosa sublime sarebbe stata se fossi riuscito fare quello per vivere.
forse non ebbi così chiaro tutto questo, così nella cristallina tersitudine del dettaglio che ho ora. forse perché ho dovuto metterci in mezzo variegati anni, e disillusioni, e consapevolezze, e cazzi, e pianti, e sbrandellamenti, e fallimenti, e sedute, e prese di realtà, e accettazioni [poche] per arrivarci.
ex-post è facile.
gran premio GAC [cit. "gazebo", nel senso della trasmisione di raitre anche se ora passa a la7].
insomma.
credo che la storia dei barnum c'entri, eccome.
perché lì, nei barnum, c'è un giochino ispirativo-creativo-sintetico che fotte sega se i molti dei miei post sono stati scimmiottatura. di nuovo: troppo bello quel gioco. non rubo nulla a lui se lo gioco anch'io. posto che non è un gioco suo. l'ha pensato prima, e lo fa in un altro campionato. ma è qualcosa in cui il pensato di quel pensare sta prima di lui e me messi assieme. e di molto. scimmio-scopiazzo? embeh? è come se anche per lui l'archetipo di bellezza fosse la fanciulla - ora ha tre figlie - di cui mi innamorai in maniera ontologica a quindici anni. l'occhio chiaro, il capello biondo, il tratto pre-raffaellita. ma è archetipo. ci prescinde a prescindere. e soprattutto non me frega una beata sega della scimmiottatura perché è l'essenza di una specie di avventura speculativa [nel senso più alto e puro] che, la dico semplice, mi farebbe intuire, o sfiorare, cos'è il senso di compiutezza. o il senso dell'esserci. mio per me, dico.
non ho 'sto gran timore di averla sparata troppo grossa. davvero. questo, a suo modo, è un momento epifanico bello chiaro. non so se c'entri il fatto sia in vacanza. anche se poi la vacatio non esiste, come il vuoto. credo che però non sia così casuale 'sta cosa. un momento di serena consapevolezza con il baricentro ed assetto basso, che si tiene bene la strada. qui ed ora. che son trentaduemesi che non stacco. ed ora stacco.
stacco non solo dal lavoro.
ma anche da questo post.
che manca ancora un pezzo di idea, di intuizione.
proverò a giochicciarci mentre navigo. via da tutto, almeno logisticamente.
chissà se mi verrà da scrivere anche da là.
posto i mezzi complicati per.
insomma, credo che il post continui.

Saturday, July 29, 2017

rebound vacanziferi

tra un baricco e l'altro. nel senso di post, dico.
ed a proposito di dico.
ma dico io.
cioè, ma ha un senso?
sono trentaduemesi che sto là dentro.
prendo ben una settimana di vacanza.
e chi è l'ultima persona che incrocio prima di andarmene?
roba che mi son fermato al dispenser dell'acqua a bere, e costei mi si è avvicinata per bere pure lei.
ed io che mi sono scansato col bicchiere in mano mentre bevevo il primo [avevo sete, me ne serviva almeno un altro].
no.
dico io.
tra tutti le centinaia di persone.
chi?
lei.
quella che, in un attimo, prolungato nevvero, di obnubilamento estivo scorso, mi era parsa la persona più interessante da conoscere là dentro. e che avevo, nevroticamente, messo su una sorta di piedistallo. quella che mi sembrava una specie di mosca bianca là dentro - invero anche per il colorito sul diafano, ad iscastonare l'occhio chiaro ed il capello liscio biondo. quella che mi appariva così colta e raffinata nello scrivere [me la menano pesantemente ancora oggi per quell'abbaglio: riassunto in un "ricordati che lei suggerisce i diari di bridget jones"]. quella che avevo pensato cosa scriverle per giorni e giorni. e non dire dei dialoghi immaginifici che mi ero possibilmente fatto. roba da coprire un discreto ventaglio di possibilità: avevo la battuta pronta.
non avevo considerato abbastanza il fatto non rispondesse affatto.
in effetti, in quel caso, dialogare diventa complicato. non riesce nemmeno a darti una grossa mano il dialogo immaginifico.
i mesi, dal giugno dello scorso anno fino alla primavera avanzata di questo, sono stati duri. lei è la protagonista femminile principale dalla parte dello storytelling bigio, ed un po' deprimente.
ogni tanto la sogno. è il fatto non mi abbia risposto. non è lei in se [contina ad avere un viso che mi ammalia. delle belle tette. ed un culo che un filo deborda - un filo un filo lungo] ma è l'eponimo di colei che non mi risponde. che si sottrae a qualsiasi forma di confronto. il rifiuto.
naturalmente anche oggi.
nemmeno un cenno di cordiale scambio impersonale, nei fondamentali di quando due persone stanno convididendo uno spazio relativamente ristretto: quello attorno ai dispenser dell'acqua.
dico io.
l'ultima persona che dovevo incrociare.
ostinatamente muta e rimbalzante. [lei sa chi sono. quello che le mandò quel messaggio - sgarruppato, forse - prima di cominciar a vedere tramontare in maniera mesta l'estate].
anche per questo mi è partito un rebound un po' complicatino.
d'altro canto se dopo tutti questi mesi ancora succede così - e non è che fossi così innamorato di lei - è probabile che le sedute da odg non siano un lezzo che mi colgo, così, 'ché dà un tocco di glamour.

ho risolto - anche - facendo trentachilometri in bici.
il mio culo - indolennzito - ringrazia.

Thursday, July 27, 2017

post un po' sperimentale [nel senso che lo inizio ora, e non so quando lo finisco, e magari lo cambio anche]

e niente.
ho ripreso in mano baricco, nel senso di un suo libro.
nel dettaglio "il nuovo barnum".
ed è scattato quella cosa dentro un po' strana. ci ho fatto una specie di mini-psicopippa anche sul feisbuch. che poi sarebbe quel posto dove scrivo tutto sommato poco. perché in fondo le psicopippe, e il denudamento figurato ma importante, lo faccio sotto [simil]mentite spoglie. qui, ad esempio.
come scrivevo colà, leggerlo, mi ricorda un po' come quando bevo lo shyraz yellow tail dell'esselunga. quello con il canguro sull'etichetta. che il chilometro zero e la filiera corta giocano in un altro campionato. berlo dà quella sensazione che sembra-che-è-vera-in-realtà-il-dubbio-ci-sia-qualcosa-di-artefatto-c'è-ma-te-ne-fotti. perché, tutto sommato è piacevole.
lui, baricco, usa il termine holliwodiano ne "i barbari" [che è un libro di quelli che non dimentico di aver letto]. holliwodiano nel senso estensivo della storia holliwodiana. che non è lo star-system, o lo story-telling, o tutte le menate di primo livello cui è financo facile impallinarle, manco si stesse tirando al piattello, o al piccione. holliwodiano diventa - per i barbarati - una categoria ben precisa. solo che ora ho il prurito si possa applicare anche a baricco stesso. una [auto]meta-categorizzazione a sua insaputa.
comunque.
baricco.
lui non è che proprio riesca a strapparmi brandellate di simpatia di dosso. però - mi auto-cito-nel feisbuch - lui scrive. ed io posso leggermelo. mica devo farci la transiberiana assieme. oddio: magari poi sarebbe anche interessante farci la transiberiana. perché non strappa le brandellate. però forse interessante da interloquirci.
di certo ho la vaga sensazione, ex-post, che ri-andando indietro di qualche lustro, lui, nel senso di leggerlo, sia stato una sorta di pungolo di partenza.
forse mi auto-suggestiono. ma - ebbene, dai, lo scrivo - mi verrebbe da scrivere che se dovessi provare a ricordarmi la primissima volta che ho avuto quel tocchettino di idea di provare a scrivere, è stato dopo aver letto "oceano mare".
forse devo riconoscermelo. per quanto non so quanto troverei ancora così para-epifanico quel libro.
ecco, provare a scrivere in un senso molto esteso, neh?
non velleità più o meno professionali. o giacca su dolcevita nero ed il mio faccione girato di tre-quarti mentre indice e medio sono poggiati sotto il mento di uno sguardo impegnato e lieve, e il gomito della mano di quelle dita poggia sull'altra mano, in una sorta di braccia quasi conserte per la posa della foto della terza di copertina, quella che devi aprire in fondo al libro per guardarla.
niente di questo. o almeno: non con quell'obiettivo precipuo [al limite la carambola e rimpiattino finale di una serie di rimbalzi, più che fortuiti e fortunati, del divenire delle cose. io che peraltro non credo nella sfortuna e nella fortuna. per dire].
però, insomma, dopo aver letto quel libro, il baluginio di un'idea che avrei potuto farlo anch'io. qualsiasi cosa significasse, qualsiasi cosa avessi mai avuto modo e voglia di raccontare.
lo so.
come totem fondativo sarebbe stato più da fondamenta massiccia e portante dostoevskij, che uno deve controllare su gugol, se l'ha scritto giusto.
però forse, c'era già ad attendermi sulla strada la questione della cosa holliwodiana.
boh.
chi lo sa.
e poi, a dirla tutta, ma devo farmi ormai menate oggi, che quello stesso prurito epifanico non l'ebbi leggendo "cronaca di una morte annunciata"? [sempre a proposito di libri che non riesco a dimenticarmi di aver letto].
è ovvio che a colpirmi, e farmi prudere la mano epifanica, fu il come, mentre leggevo della locanda almayer.
e, altrettanto ovvio, provai a scimmiottare quel come. solo che dovevo ancora passare per le strettoie depilando-caudine della scrematura del periodo [almeno quel fottuto master a qualcosa è servito]. e dovevo leggere ancora parecchio: in generale, mica baricco. quindi scimmiottarlo per imitazione - pronti via - e la tendenza a scrivere periodi di tre-quattro righe, con subordinate barocche, veniva fuori una specie di maionese impazzita fatta con l'acqua perrier [la più gassata al mondo, nell'epos fantozziano].
per poi scoprire - sconfinata la mia ignoranza - che c'era quel tale, quel salinger, che scriveva come lui. come baricco, dico.
ah no.
è baricco che scrive come salinger.
e la sua scuola - di baricco - si chiama holden.
pensa un po'.
[ecco, il giovane holden. nella mia prevedibilità di trentenne, è un altro libro che non riesco a dimenticarmi di aver letto. una delle cosa più sublimi che si arrotolano in uno dei garbugli più malinconici, lancinanti e struggenti mi sia mai capitato di percepire, vivido, nel leggere qualcosa].

[vabbbeh. per ora la sospendo qui...].

Sunday, July 16, 2017

i desgggiaaaavvù, però le camminate verso cignana sono meglio

in effetti sono di nuovo qui. accanto alla luce palla ed una discreta distesa di bottiglie. vuote, nel senso di già bevute. alcune di queste - probabile - le ho bevute pur io. è una sensazione piacevole. anche perché c'è dentro l'eco del sentirsi accolti, ospitati quasi come qualcuno che è di casa. a volte mi chiedo cosa possa aver fatto per meritarmelo. ora provo ad aver imparato a prendermi l'effetto taumaturgico.

questo è un luogo di affetto [al netto delle fette di salumi e formaggi che si è consumato su questo tavolo, donde sto scrivendo]. questo è anche un luogo dove - più che altrove - ho trovato una specie di plaga e di rinfranco dai tanti - troppi - momenti et situzioni che la vicissitudine dell'aziendina hanno saputo regalarmi.

tecnicamente questo è la prosecuzione di un post iniziato ormai quasi due mesi fa. siccome sono sul pezzo e rapido, lo ripiglio solo ora. e nemmeno tutto, suvvia. mi è tornato in mente quel post e un sacco di episodi oggi, mentre camminavo alla volta della diga di cignana. che è un po' lunga da spiegare come e dove per chi non ne sa molto.

sentieri che già ho calcato. sentieri che - in particolar modo tra l'altro - calpestai rabbiosamente tre anni fa. ero solo. in uno dei momenti più intricati e complicati degli ultimi dieci anni. incazzato di una incazzatura più che altro repressa per il volgere che l'aziendina [di cui decennale, il post precedente] aveva ormai preso. c'era stata una sterzata importante, definitiva. il bubbone era saltato. tanto tempo dopo si è capito che quello stapparsi è stato un bene. ma ha spurgato parecchio ed io sentivo dolore. quel pomeriggio ero partito a piedi. nervoso e scalpitante. "vado a far due passi", dissi ai miei ospiti. forse non misi nemmeno le scarpe grosse. senza averlo pianificato troppo salii un bel po'. salivo e masticavo amaro. ragionavo e dialogavo immaginificamente coi i due soci, raccontando loro l'incazzo e la sensazione di torto che percepivo aver subito, chidevo conto a loro e pretendevo mi dessero ragione e mi chiedessero scusa. salii, sudando nervoso. arrivai ad un punto di vederla, la diga. un digradare, in alto, della piccola gola che lasciava libera alla vista una porzione. era là, l'avevo raggiunta: anche solo con lo sguardo. me ne tornai.

ho ripensato a quella salita, oggi pomeriggio, che invece fino alla diga si è arrivati. e con quel ricordo ho ricordato ancora un sacco di altre salite e discese in cui mi pareva di spargere, passo dopo passo, l'ammonticchiare di tossine accumulate per questioni avvenute in quel contesto aziendalinico. escursioni depurative. odisseandare terapeutico.

quella fottuta aziendina ha dieci anni. tutto si è abbastanza consumato e accartocciato nei primi cinque-sei. dopo è soltanto una sorta di abbrivio, come un carrozzone che prosegue a luci spente, e vagola in una direzione, data dagli eventi, senza che ci si prenda più tanto la briga di re-dirigerlo.

in quei cinque-sei anni ci sono stati pochi momenti veramente felici. tanti di un lavorio che sembrava non potesse esserci altro che da far quello. meno [ma emotivamente troppi] di situazioni in cui il trovar risposta alla domanda: che cazzo ci faccio in questa situazione? è sembrato troppo complicato, intorcigliato, incistato: impossibile.

sì. anche momenti felici. tipo l'emozione quando vidi completato il primo lavoro importante commissionato. gratis, ovvio. avremmo avuto la nostra parte nel fatto di far curricolo e nei cd che avrebbero venduto. perché gazzilioni dovevano venderne. quando cominciammo quel progetto non avevo praticamente mai aperto adobe flash. nel giro di cinque mesi arrivai a vedere finito quel lavoro. e mi sentii pure un privilegiato: il primo che lo vedeva completato, non fosse altro per il fatto dovessi gestirne io lo sviluppo e l'integrazione. ero il primo. per qualcosa che pensavamo dovesse essere una killer application in ambito digital-museale. ne ero orgoglioso, anche per la sfida sviluppatoria raccolta e portata a termine. me lo gustai provando l'effetto sul monitor enorme del mac di mio fratello [anche per testarlo su quelle macchine fichette]. scrissi una mail con il cuore in mano alla socia, ringraziandola per l'opportunità mi aveva dato.

coglione.

in realtà fu l'anno dopo che si rivelò essere quello latore di aspetti che poi avrebbero riverberato disastrosamente più avanti. non che comparvero improvvisi. erano in nuce già da tempo. io ero obnubilato e non li colsi, almeno consciamente.

era il 2009. e capii:
  • che dei progetti io era quello che cubava devastantemente più lavoro degli altri. ma questo non significava arrivassi a fatturare più degli altri, anzi. dovevo sviluppare, mettere assieme, cucire tutti i pezzi.e per farlo spesso ero il primo ad arrivare e l'ultimo ad uscire. senza contare i uichend, i festivi. per un progetto praticamente senza capo né coda - lo si capì dopo, ovvio - lavorai praticamente in maniera ininterrotta quasi cinquanta giorni. ricavammo non più di 200 euro. successone;
  • che la socia riteneva di esser una abbastanza irripetibile per la gestione [ed il controllo] di un certo numero di maschi significativi attorno a lei: il compagno attuale, l'ex compagno, il compagno sublimato. io ero quello sublimato, ovvio;
  • che ero minoranza nella maggioranza. quindi va bene il nocciolo con la maggioranza del capitale sociale che decide. però poi, alla bisogna, gli altri due decidevano e stabilivano. poco importa se questo mi lasciava fuori dal consesso per stabilire quel che fare, o situazioni in cui avrei far voluto sentire le mie [sacrosante] ragioni. il cliente ha sempre ragione, taci, il senso.
poi le cose sono rotolate di conseguenza. sino a scoprire a metà dell'anno successivo qual era il paradigma con cui la socia incernierava la nostra amicizia, tra le cose più importanti pensavo stessi vivendo. un'amicizia sostanzialmente ottriata: da lei verso di me. lo capii con una battuta che fece. la sera. si stava festeggiando la chiusura dell'ennesimo progetto prestigioso. i soldi sarebbero arrivati dopo, ovvio. sulla scorta del curricolo con anche quella perla. avevo lavorato come un pazzo fino all'ultimo, ovvio. quella sera - era un lunedì, inizio giugno - la socia butto lì 'sta frase. ed io capii. quell'episodio fu la prima cosa che raccontai ad odg, pedddddddire.

ad usare un eufemismo non la presi benissimo, e non fu una botta di autostima. e tanto per cambiare c'era da pensare al nuovo progetto, che incombeva per la fine dell'estate. appunto. c'era tutta l'estate per completarlo.

in parte venne sviluppato anche qui, da dove sto scrivendo. mi invitarono qualche giorno. "ti porti il computer un po' lavori, un po' ti rilassi". se non sono crollato definitivamente quell'estate è stato anche grazie a quei giorni passati qui. allo scaricare dopaminico nel calpestare con gli scarponi diversi sentieri qui intorno. non so quanto i miei ospiti abbiano capito quanto furono importanti lì [e/o quanto sia riuscito a comunicarglielo fino in fondo].

fu la prima volta. non è stata l'ultima in quel contesto e per far scaricar il malessere di quel contesto.

ora quel contesto è passato [ce n'è un altro, ma il post è già lungo di suo]. rimane ri-edificante ed importante traguardare quei tragitti e quegli itinerari dove, mica robetta, ti vedi sullo sfondo la potenza iconica del cervino. rimane molto intimo e coccoloso scrivere da qui, su questo tavolo. illuminato da questa luce palla. una distesa di bottiglie. piene, nel senso che avrò il piacere di tanti altri brindisi, quelli da scaldare il cuore, anche perché fatti con i miei ospiti. è un po' l'effetto di quando ci si sente voluti bene.

Saturday, July 1, 2017

e se il problema del renzismo fosse renzie? [post semiserio, ma molto amaro]

massì. via. quasi quasi torno a far un post su renzie. che forse è triste tanto quanto le mie contumelie. ma almeno diversifico. posto che avrei voluto scriverci sopra dopo le ultime amministrative. che poteva andare peggio [cit.], ed io ho pensato al solito riflesso pavloviano paraculo, che si guarda il fondo del bicchiere pieno. che il resto l'han bevuto gli altri. che son solo cose locali, alle politiche va diverso [quasicit.]. che sarà pur vero però tante amministrazioni che han governato verosimilmente bene è un peccato non siano riconfermate: il locale che paga il vulnus dell'incertezza delle politiche centrali. che vincere a cernusco s/n [con tutto il rispetto, dove abita la zia] non vale come perdere a sesto [sixth saint john, che ci ho abitato nella stalingrado italiana]. che poi alla fine i voti, quelli che ci sono, sono in gran parte per te. il problema sono quelli mancanti. nel senso di quelli delle persone che non riesci più a portare a votare. un punto cogente, su cui [un po' tutti] i politichesi hanno nicchiato.

e allora lascio andare la mia deriva più banale. e ringalluzzito dal gianmarcobachi, che lo dice meglio, anche se l'amica elisabetta le si incrocchia il podcastE durante la sigla, acclaro che forse il problema del renzismo è proprio renzie.

che mostro una raffinatezza di analisi piuttosto frusta a chiamarlo renzie, in effetti.

cioè. intendiamoci. che poi i renzieani più di renzie fanno benissimo a scandalizzarsi. e lamentarsi. ma come? abbiamo appena fatto un congresso, e delle primarie, l'hanno votato in duemigLioni di persone, di cosa stiamo a parlà? [ormai il mantra è quello: dueMigLioni. anche se, vabbhé, non erano proprio dueMigLioni. e non tutti i nonDueMigLioni l'hanno votato, ma sono quisquilie, suvvia. anch'io che sottolineo 'ste robette qui.]. e da un certo punto di vista il ragionamento non fa una piega. si rischia di cadere nella coazione a ripetere della sinistra che si divide su tutto. [io, in quanto di sinistra sono d'accordo, ma anche no. cioè poi una parte di me non pensa sia una divisione vera e propria, piuttosto un'incompresione che si può sanare. un'altra parte pensa sia uno iato incolmabile. ebbene sì, sono scisso anch'io. e, giuringiurello, non deriva dalle mie personalità multiple. ma proprio il fatto sia di sinistra. per quanto - per formazione - tecnicamente mai stato comunista].

cazzaraggine a parte. o almeno solo in parte.

cioè. credo ci sia un problema per tutta quell'area in cui variegatamente mi ci trovo. perché renzie, mannaggia, è stato votato dai suoi. e i suoi, nell'area variegatamente in cui mi ci trovo, sono tanti. rappresentivamente parecchi. e allora, appunto, abbiamo un problema, compagni/amici/sodali. perché renzie, per come intende il porsi, è uno divisivo. e che sta in un contesto dove non è che bisogna farsi pregare per dividersi. tipo se mandi un flautulante compulsivo in una camerata di tisici messi male. [anche se, magari, dal punto di vista medico è pure una metefora demmmerda. [c'era un nesso, se non si era capito]].

cioè. la maggioranza del pidddddì ha tutti i fottuti diritti di eleggere renzie come segretario. e per la vocazione maggioritaria che - legittimamente - quel partito vuol rappresentare in un'area più vasta, far derivar la conclusione che sarà lui il candidato premier. il problema è l'effetto che fa in quell'area. e poiché ci son dentro pur io, è un problema - variegatamente - per me. e non mi soffermo neppure più di tanto, nel considerarlo un problema per me, se sia responsabilità di renzie o di tutti gli avversatori che via via si è creato [io, nel mio milionesimo, lo avverso dalla prima volta che l'ho sentito in tivvvvù, per dire]. in fondo ci si relaziona [almeno] in due. si va d'accordo e ci si scazza [almeno] in due.

è un po', facendo un parallelo moltiplicato per qualche migliaio di volte, come quando gli statunitensi eleggono un personaggio come deDonald. aiò. è la democrazia. con tutti i suoi paradossi. il problema è anche se deDonald, da sindaco del mondo, decide di far uscire dagli accordi di parigi sul clima il paese che contribuisce in misura maggiore al global warming. è tutto democrativo, neh? peccato che poi un po' di mondo finirà sott'acqua [salata], aumenteranno le guerre per l'acqua [dolce], le carestie, i fenomemi metereologici estremi e i flussi migratori di oggi sembreranno bagatelle da inizio millennio.

oppure, parallelo un po' estremo, se lo spirito santo, che onusto permea la sistina durante il conclave, facesse eleggere papa uno alla don verzé, oppure padre tam, o don mercedes. sarà pure la maggioranza dei cardinali. ma poi niente stupore se la gente cominciasse ad aprire ai testimoni di geova la domenica mattina alle 8.30, oppure ad aderire ai pastafariani, o banalmente rifugiarsi nelle plaghe agitate dell'ateismo e/o agnosticismo.

il punto è che renzie, per ragioni che non tornerei ad enucleare in questo post già sbrodolato, è un divisivo. come berlusconi, di cui è una prosecuzione antropologica. solo che berlusconi spaccava [spacca?] in due un paese. renzie spacca in due un terzo del paese: quello che in questo momento si riconosce in quell'area. forse anche perché è un elemento avulso alle ontologie di quell'area. ma in quell'area ha trovato spazio per attecchire. e di cui credo non gli fotta granché, se non fosse per il fatto sia la lunga leva che gli può permettere di comandare. che poi è l'unica cosa che credo in fondo gli fotta. visto che, tra l'altro, pare che cumannari è megghiu ca futtiri [così il vernacolo, mi fido. non ne so quasi nulla né da una parte, tanto meno dall'altra].

un leader politico, un potenziale statista, dovrebbe far sintesi, aggregando. che mi pare sia esattamente l'opposto quello che si riesca a fare con lui. l'unico pronome che deve conoscere è noi. mentre a renzie non riesce di dirlo, esattamente come a fonzie con la parola "scusa", roba che gli si ingarbuglia la lingua. nel mondo ideale un aspirante leader così dovrebbe farsi da parte. perché non è leader. perché non è adatto. punto. siamo in un mondo che è tutto tranne che ideale. quindi non succederà.

l'ha detta quasi tutta giusta, oggi: fuori da qui solo sconfitta. al netto del gancio deittico, resta da intendersi cos'è il qui?, in effetti ci sarà la sconfitta. per quanto non sarà responsabilità solo di renzie. ne pagheremo un po' tutti le conseguenze, variegatamente.