Tuesday, April 17, 2018

piccola epifania autostimica [gliela devo raccontare ad odg] 1/2 [pars destruens]

stavo ricomponendo il divano letto. operazione che ormai faccio da otto anni. operazione che serve a tappare il senso di piccolità et precarietà di questa appartamento. fintanto che non lo ri-apro, per andarci a dormire. ma almeno poi lì sono le extravaganze oniriche che ballano la rumba. e tutto passa un po' in secondo piano.
ricomponevo. e - come spesso accade - stavo pensando a qualcos'altro. e quel qualcos'altro - come spesso accade - era una specie di piccola decompressione delle menatie della giornata. soprattutto lavorative. i pensieri vagolano in una specie di flusso di coscienza. che questo post, al confronto, è prosa essenziale, disidratata, condensata, compattata.
nel pensare a qualcos'altro mi è apparsa un'immagine del giorno della mia laurea. un attimo dopo aver terminato la presentazione della tesi. insomma. i primissimi momenti in cui è veramente finita. si è oltre l'ostacolo. potrà succedere la qualunque, ma tu alla laurea ci sei arrivato. estigrandissssssssimicazzi se sei il primo a non esserne convinto. [per dovere di cronaca: la tesi credo sia stata uno dei lavori più inutili della storia del dipartimento di elettronica e informazione del politecnico di milano. vabbhè.] [nota idomatica: estigrandissssssssimicazzi, da intendere nel senso originale, alla romana: cosa di cui importa poco].
in quell'immagine compare l'amico andrea. sorride. e mi sta aiutando a raccogliere i lucidi che ho via via appoggiato sullo schermo della lavagna luminosa, cercando di dare un senso, che potesse reggere almeno per quei pochi minuti, alla presentazione della tesi. tanto nessuno ha avuto la curiosità di far domande. uno dei lavori più inutili, eccetera, eccetera. quei lucidi l'amico andrea li conosce, devo aver provato anche davanti a lui la presentazione. colpo di polso compreso, ad andare a levarne uno dallo schermo della lavagna luminosa [facciamo finta che qui c'era la lavagna luminosa], per riporre quello successivo. mi ha sicuramente dato una mano a stamparli. quanto meno ho rubato a lui qualche piccolo trucco pratico per realizzarli in LaTeX [no, non quello delle perversioni sadomaso, questa cosa qui.]
lui che si è laureato pochi mesi prima di me. ma soprattutto con un botto di punti in più.
l'amico andrea è stato l'unico cento della cumpa [cento, sì. avevamo pure questo snobbismo, ai tempi. al poli il punteggio era in centesimi]. sicuramente un passo avanti rispetto a tutti noi altri. molto ingegnere. molto fiero di esserlo. molto consapevole del suo valore accademico, che è stato tanto. una voce baritonale e piena a far da bordone di fondo. oggettivamente esalava un'autorevolezza che era di pochi, in quella distesa di brufolosi [e alcuni verosimilmente segaioli] futuri laureati in ingegneria, ramo informazione. sono convinto la percepissero anche i professori. non mi meraviglierei scoprire, ex-post, che magari qualcuno la temeva pure, in aula, durante le esercitazioni, agli esami.
siamo stati molto amici. a quei tempi.
anche se non mi meraviglia più di tanto che, alla fine, ci sia persi un po' di vista. fuori dai rispettivi radar per una serie variegata e poliedrica di motivi. [parentesi uno. radar, parola palindroma, non è scelta a caso. lui i radar li fa. e i radar sono una delle cose più fiche e omnicomprensive di quello che si studiò, in quegli anni. il mio problema è che quei radar stanno sui gggiet militari][parentesi due. non penso che tra questi motivi ci sia quello, buffo, che per anni, quando gli arrivava il mio augurio genetliaco il giorno del suo compleanno, lui mi ribadiva lo stesse aspettando. il fatto è che poi i suoi, di auguri genetliaci, non arrivavano il giorno del mio di compleanno. mi faceva sorridere 'sta cosa].
così son rimasto solo con colui che è diventato ancor di più amico. proabilmente una delle persone più buone conosca. [ci sarebbe l'amica laura. ma è un discorso un po' più ampio].
insomma.
ricomponevo il letto e mi è sovvenuto l'amico andrea che mi aiuta a raccogliere i lucidi con sopra la presentazione di una delle tesi più inutili della storia del dei del poli [dipartimento elettronica e informazione].
e mi è sovvenuto in quel mentre - forse non ci avevo mai ragionato così lucidamente - che l'amico andrea, ai tempi, a quei tempi, ha creduto molto più in me che me medesimo. in quegli anni, mentre vagheggiavo di fare quasi qualsiasi cosa, soprattutto grandiosa, e magari anche l'ingegnere, ma nel contempo quasi non scommettevo sarei mai riuscito a laurearmi [poi uno alla fine, dice, non ha bisogno di odg]. lui è sempre stato convinto sarei arrivato dove sono arrivato. in termini universitari, dico. anche se con una tesi tra i lavori più inutili del dei.
verosimilmente gli rimproverei alcune cose. ma questa cosa dell'autostima per interposto compagno di corso gliela devo riconoscere. come se l'avesse messo lui quel tocco che mancava.
non che ci fosse bisogno di acclararlo, o di annunciarlo all'inizio di ogni lezione. son cose che si percepiscono a prescindere, anche senza percerpire di percepirlo. allora non mi era chiaro. ma perché - fondamentalmente - non mi era chiaro il garbuglio avessi in testa. tanto più che mi sembrava, altresì, tutto così lineare e all'interno dell'alveo del sereno equilibrio esistenziale. ora che quel garbuglio mi pare per quel che era: un fottuto incasinamento di percezioni, relazioni, obiettivi, consapevolezze complesse [come nei numeri: nel senso di parte reale e immaginaria].
eppure l'amico andrea c'era. quasi a puntellarmi. a crederci anche in parte per me. immagino avrà avuto i suoi buoni motivi. anzi. alla luce delle consapevolezze di oggi tolgo pure il verbo immagino. non so quanto gli fossero chiari. però l'ha fatto.
e credo di dovergli essere riconoscente per tutto questo.
tanto che, mentre finivo di ricomporre il letto, mi è venuto quasi di fargli un cenno. e chiedergli una mano.
amico andrea, tu che ci capivi meglio di me, allora, spiegaglielo a questi maramaldi per cui fatico ogni fottuto giorno, perché ne ho i coglioni pieni. spiegagli perché mi senta frustrato per la pochezza di quel che mi viene chiesto di fare. spiegagli perché mi senta sprecato. spiegagli cosa hai avuto intuizione avrei potuto fare. spiegaglielo tu, che - allora - ci credevi quasi più di me. anzi: senza il quasi. spiegagli che non è una questione di tecnicismo di codice da debuggare a mente, di processi di cui intuire il giro del fumo, che dettaglio dover cogliere nelle spiegazioni abborracciate di un utente che ne capisce poco un cazzo. spiegagli quando guardavamo dall'alto verso il basso gli informatici [ingegneri, figurarsi quelli di scienza dell'informazione], che per noi sviluppare codice è un mero strumento di lavoro. non come il fine dei loro solipsismi nerdici. spiegagli tu perché ne sono cotto. diglielo tu che cazzo di altre abilità avrei, di cui loro se ne fottono, che io sono un cordoncino bianco, consulente esterno time-material. che a loro serve capisca solo dove stia una meniatia. ne indirizzi la soluzione e poi passi alla menatia successiva. giusto il tempo per un caffè e sistemare meglio gli stivaloni di gomma, per muoversi nel guano.


diglielo tu.

è stato lì, in quel momento, in cui mi son accorto della perversione di quel delegare. una zavorra. la stanza ostentamente chiusa con dentro aria molto viziata. quasi soffocante. l'ennesimo - potenziale - fio da pagare al rapporto poco strutturato con l'autostima.
e ho visto perfettamente tutto questo da fuori.
e da fuori acchiappare il lambicco insidioso del pensiero perverso, con tutto quello che si portava appresso.
presi!
e mentre non me lo laciavo scappare, tenendoli stretti, è arrivata la piccola epifania.
un po' incazzosa.
ma molto liberatoria.
però questa sta nella pars construens.
quella del prossimo post.

Saturday, March 31, 2018

il limbo del sabato di pasqua

ci sono due straschichi che dalla mia vita precedente, quella di devoto fedele convinto et praticante, son rotolate bellebelle in quella agnostica attuale.
quelli bravi, che fanno carriera nelle aziende moderne, direbbero due elementi legacy.
la prima è quella di non sopportare né tanto meno adoperarmi nel bestemmiare - che in parte svapora, nei momenti di grande incazzo, con l'imprecazione di ooohhhccccristo.
la seconda è l'immersione nel riverbero emotivo del triduo pasquale. segnatamente, in questi ultimi anni, nel sabato prima di pasqua, che poi sarebbe oggi.
[apro una prima partentesi. di tipo variegatamente psicanalitica de noartri. del portato interiore di quella quindicina d'anni, intensi e convinti, ci sarebbero tutte declinazioni in millemila rivoli del concetto di peccato, di colpa, di espiazione, di condanna e di redenzione. credo che in realtà siano il filo rosso che mi lega alla parte nevrotica di una delle mie quattro famiglie di origine, quella materna di mia madre. madre che ha provato a fare da camera di compensazione, ricordandosi quanto le sfrancicarono i coglioni. ma evidentemente esistono degli effetti tunnel-quantistici per certe storture della testa. la [sotto]cultura bigotta, ben innaffiata dal moralismo [di quel cattolicesimo pruriginoso] per tre quarti di secolo di piccola provincia varesina, l'ambizione di elevarsi a ben-pensante e stimato cittadino di città, ha messo radici. contro cui lotto e ché io son altro, ma quelle radici sono. loro votano dove non ho mai votato io. peddddddire]
[apro una seconda parentesi. del portato di quella quindicina d'anni intensi e convinti ci sarebbero anche tutte le istanze di attenzione, considerazione esistano gli ultimi, i penultimi e via di reiezione. e di intenderle come un'ingiustizia assordante. un silenzio che grida, e di cui spero non arrivare mai - mai - a girar la testa dall'altra parte. quelle istanze che sembrano incastrarsi così bene con la dottrina sociale della chiesa. che esiste anche se il potere ecclesiastico se ne batte. quelle idee esistono e lottano nelle sensibilità di tanti. anche se per scopi diversi dai miei, ora [tipo per conquistarsi un sedicente regno dei cieli]. ecco, allora scambiavo la mia fede [anche] per quell'idiosincrasia a quell'ingiustizia. e il desiderio affamato di giustizia. al netto dell'entusiasmo ideale di allora: a tratti quasi ingenuo. in realtà non ero cattolico convinto e praticante [anche] perché la dottrina sociale aveva senso. io sono uno che i fondamentali, gli embrioni delle idee della dottrina sociale sembrano essere qualcosa di imprescindibile. io non ero cattolico perché questo - allora pensavo - significasse [anche] essere di sinistra. io sono di sinistra, a prescindere dalla dottrina sociale della chiesa [dove per sinistra si intende il concetto, quasi platonico, di precisa categoria politica. le ultime due X, sulle schede elettorali all'interno del riquadro di pap, sono quisquilie millemila rimbalzi avanti e quasi inutili rispetto alla categoria di cui sopra]. si entra in risonanza per determinate frequenze di battimento].
[fine delle parentesi].
insomma.
il sabato di pasqua.
è da più di un quarto di secolo che è un giorno particolare. il più intenso di tutti. verosimilmente anche della pasqua in quegli altri anni. e per altri anni, dopo che ho chiuso [tentato di] quel baule e consegnarlo alle pieghe del tempo dopo una svolta, il sabato, al tramonto, ha cominciato ad essere una specie di piccolo spavento. nell'attesa che le campane si sciogliessero a festa. e le sentissi suonare ovattate, dentro la stanzetta. ricordando bene cosa accade dentro la chiesa durante la veglia. il rito del sabato notte. che poi sarebbe anche la liturgia più lunga e - tecnicamente - importante del cattolicesimo. non ha un inizio vero e proprio. e scivola dentro la celebrazione di una messa diversa da tutte le altre. quasi il frusciare senza soluzione di continuità di un lenzuolo che viene fatto sfilare per andare a scoprire qualcuno. che poi potrebbe essere il sudario di un uomo morto in un sepolcro. come il passare senza soluzione di continuità dalla morte alla nuova vita. la chiamano resurrezione. con tutti le gesta, i momenti, che nel rito della veglia pasquale esplodono, rigogliosi nel loro valore simbolico.
[apro un'altra parentesi. da anarcoide ho sempre trovato una sorta di attrazione un po' perversa per - appunto - i riti. quasi volessi osservarli da fuori[?] per intuirne gli elementi ossessivo/rassicuranti, per provare ad esorcizzare, forse, la mia tendenza a baloccarmi in certe ossessioni mie].
[massì. un'altra parentesi. mi chiedevo, mentre scrivevo qui sopra, cos'è tutta questa veemenza retorica nel ricordare il rito della pasqua. non so se è perché mi manca. o perché voglia esorcizzarne - di nuovo il verbo esorcizzare - il fatto mi manchi, o addirittura non me ne sia mai andato. o forse perché esaltandolo possa sembrarmi qualcosa di posticcio, da cui è più facile convincersi dell'alterità. di certo, in quegli anni, avrei confuso quest'enfasi come una prova provata dell'esistenza di quel dio che professavo con tanta convinzione].
però, appunto, il sabato di pasqua.
e lo sciogliersi delle campane.
devo averlo già scritto da qualche parte in qualche bloggggghe. ma ci sono stati un po' di sabato di pasqua - sera - che scrivevo a queenfrancy [e a 'sto punto le manderò il link a questo post]. ed il soggetto della mail era qualcosa di simile: prima che le campane si sciolgano a festa. e via di psicopippe come questa. queenfrancy è colei che mi spinse ad aprire il primo bloggggghe. ci sono tante lettrici, mi disse, vedrai che qualcuna la cucchi: sì, insomma, occhei il triduo pasquale, ma in fondo fu l'evocazione della gnagna a convincermi a cominciare a scrivere i miei turbodeliri. quando si dice eterogenesi dei fini.
insomma.
il sabato di pasqua.
è un giorno emblematico.
se ne sta in mezzo.
dietro ha tra il venerdì della passione, l'acme [per non dire del pulp] della versione cattolica quella cosa che è il sacrificio [roba che gli antropologi disserterebbero per ore danti a birre del sabato sera di pasqua]. venerdì che è già stato, ineluttabile, inevitabile. ché la natura umana è fatta anche di cose che non vanno. non ci voleva la transcodifica della teologia cattolica - conviene ricordarlo - diecine e diecine di anni dopo i fatti di cui il triduo pasquale - ad intuire la coscienza del male nel nostro esserci. ci sono svariati secoli di elaborazione simbolica.
ed il fatto è che - dietro - il venerdì della passione è un fatto certo. è passato, ma c'è stato. tutto il climax pulp è lì. inchiodato [verbo scelto mica a caso, se non si era capito]. occhei. occhei. la passione è dell'agnello sacrificale che si sacrifica per noi. lo strazio della croce  - bisogna avercene di perversione dentro per inventarsi un supplizio del genere, era per i sottouomini, gli schiavi - è toccato a 'stucristiano, che era ebreo, verosimilmente della corrente degli apocalittici, e che probabilmente non aveva nemmeno tutta 'sta intenzione di inventare una nuova religione. lui quindi. ma per milleteradigazzilioni di volte, nella cultura occidentale, non si è fatto riferimento a quella passione come verosimiglianza di tutte le passioni, dolori, ingiustizie, paure, traumi, lutti, e tutto il cucuzzaro di cose che capitano e che vorremmo tenerci lontano? il venerdì della passione è l'eponimo magistrale di tutti i cazzi che ci toccano, e che ci toccheranno. piccoli e grandi siano. fino a quando finiremo di esserci: evento che pare essere l'unica cosa certa esistere a questo mondo. e che tocca a tutti. ma proprio a tutti: dal più buono al più stronzo sia mai venuto alla luce.
dietro, quindi, il venerdì. quel venerdì.
e davanti ci sarebbe la domenica.
anzi, le domeniche.
quella di resurrezione. il fantastico happy end. di potenza simbolica pazzesca. che giustifica il tutto quel baillame precedente. è l'atto fondante. l'alfa e l'omega assieme. i drappeggi nelle chiese cambiano, si fanno bianchi, da rossi che erano. re-inizia il calendario liturgico. domenica incastrata nel primo divenir della primavera [ho la vaga sensazione che questa mia affezione per 'sta cosa pasquale sia legata a doppio filo all'esplosione della rinascita di questo momento dell'anno]. un adagiarsi in simbologie immanenti, per celebrare l'estasi del trascendente.
già.
appunto.
trascendente.

e qui io scendo perché è proprio questo che mi manca. chiamatela fede o come diamine volete.
e quindi non riesco a passare a quel domani. a quella domenica.
infatti c'è l'altra di domenica. perché domattina, anch'io, prenderò meco matreme sull'auto e raggiungerò una piccola parte di quella parte di famigggghia di cui accennavo sopra. e tanti auguri di buona pasqua.
insomma.
il sabato prima di pasqua è una specie di cul de sac in cui si finisce per quelli come me. forse è anche per quello che avevo [ho?] questa specie di timore per le campane che si sciolgono a festa nella notte del sabato. perché mi ricordano che - tecnicamente - è altra la mia domenica. poi vabbeh, chi è dentro a celebrare sostiene che è per tutti, ma sono approcci un po' diversi all'intiera questione.
però niente. se non mi viene non mi viene di farmici trascinare. e quindi è ovvio che rimanga qui, un po' a baloccarmi in questo sabato. immanente. perché non è il momento di attesa per il passaggio del nuovo mar rosso [una delle sei letture che, durante la veglia, vengono lette prima del vangelo]. ma è il sabato in cui si finisce dopo il venerdì. e basta. e il giorno dopo è solo una domenica dopo un sabato.
senza che sia questo a far di-sperare.

il sabato di pasqua è un giorno un po' così [auto]simbolicamente importante. perché ricorda che si è finiti in questa specie di limbo. dove dietro il culo ci sta il venerdì che c'è stato. e che torna più o meno in intensità. e succederà in un modo o nell'altro sempre.
ma ricorda anche che - appunto - una qualche altra domenica dovrà pur venire. anche se le campane si sciolgono a festa per altri. [che poi chissà per quanti - davvero - quello sciogliersi ha senso, e quanto invece è rito ri-trito, tipo camminare in percorsi già fatti, tipo dentro le scannalature in cui si va senza chiedersi troppo il perché, o il come, o altro. ma non sono del tutto fatti miei].
è il sabato prima di pasqua che - nell'attesa di una domenica - si può fare una specie di punto della situazione. anche che non è così semplice rinunciare a quel distendersi di campane. e prendere coscienza - più o meno definitivamente o più o meno facilmente - che però è anche un po' inevitabile. e che mica per questo la domenica che viene non possa farmi trovare, a suo modo, agnosticamente migliore. o impegnato a provarci a sbattersi per. senza magari dimenticare che se si migliora un po', è come rintuzzare [stilla infinitesimale, ma non nulla] l'ingiustizia di cui sopra.
è, comunque, domenica per tutti.

Saturday, February 10, 2018

sulla linea di demarcazione maceratense [con calma]

bellini, nel senso di sandro, docente di trasmissione numerica qualche lustro fa, un giorno gigioneggiò a lezione esclamando con sorriso sardonico: il mondo si divide in due, quelli che nei grafici indicano il rumore con N e quelli che lo indicano con H. [rumore bianco gaussiano, roba che rompe i coglioni nelle trasmissioni con supporto elettromagnetico]. ci ritorno tra un po'.
nel gorgogliare delle cose che vengono per ciascuno ci sono momenti e momenti. solo che alcuni momenti sono meno momentanei di altri. vai a capire perché, per cosa, per come: anzi, non è nemmeno così necessario capirlo. sono i momenti che - sbbbbring - si inchiodano e rimangono lì, a tracciare un prima e un dopo. oppure è come quando ci si sta appisolando, gli occhi si stanno chiudendo e il capo scivola a chinarsi avanti. ed ad un certo punto - szooott - una tirata di coppino e piccola botta di adrenalina: ed il capo si rialza, l'occhio si riapre. e sei di nuovo attento.
la tirata di coppino - szooott - è un fascista che spara, a caso, su alcune persone selezionandole solo per il colore della pelle. e prova a seminare il terrore, senza un bersaglio preciso, spersonalizzando: donne e uomini che sono solo dei negri. e se spersonalizzi donne e uomini diventano una [sotto]categoria, che è più facile far diventare il punto di accumulazione e di scarico per frustrazioni e quello che non va. si chiama razzismo. e sei un fascista non ti diventa così fuori dal concepibile poterne fare oggetto di violenza. o sparare loro addosso. è già successo una settantina di anni fa.
però c'è anche la storia dei razzisti, che non sono razzisti ma.
i momenti che si inchiodano - sbbbbring - è stata l'incazzatura a sentire in infilata un sacco di gente, da un sacco di parti, da un sacco di politici, classe dirigente [sic!] di questo paese, forse nazione. che poi è la declinazione delle millemila sfumature di razzismi di quel ma di appena un paio di frasi fa.
lo sciacallaggio mediatico/elettoralistico delle destre, il ribaltamento della questione [c'è un fascista che spara, ed il problema diventa l'immigrazione fuori controllo], si porta dietro una responsabilità morale sulla coscienza collettiva. a partire dal fasciume salviniano ributtante, e tutti i succedanei conseguenti. ed è un problema, figurarsi se non è un problema.
ma poi c'è il ma di tutti coloro che quel ribaltamento non sono proprio stati capaci di ribaltarlo. non hanno toccato palla per giorni. oppure l'hanno passata agli altri. a partire dal ministro degli interni che - la scorsa estate - aveva visto all'orizzonte il fascista all'opera e quindi ha bloccato gli sbarchi [sic!]. e poi tutti i succedanei conseguenti. [quasi] tutti lontani dal farsi vedere a visitare i feriti. le titubanze sulla manifestazione, come se fascisti e antifascisti fossero uguali, e significasse la stessa cosa starsene in piazza. il tentativo di silenziare la questione per evitare anche solo di nominare la parola immigrazione. [poi il fenomeno migratorio è fottutamente complesso, figurarsi se non è complesso. ma è altra categoria di questione. un altro campionato].
è l'abiura a dare una [certa] risposta politica, quindi culturale, quindi etica. non so, davvero, se è perché non lo capiscono nemmeno. oppure lo capiscono ma non sono capaci. oppure ne sarebbero capaci ma non lo fanno, per svariegate ragioni [ci sono? ci fanno? sono diversamente correi?]. le capziose sfumature di razzismo di quel ma di un paio di capoversi fa.
ecco.
per me, per quel che può contare, c'è un prima e un dopo rispetto a quel [non] sollevarsi di voci chiare e nette da parte di un gran pezzo di centro-sinistra[?].
così come c'è una linea che sega in due il mondo: quelli che non sono razzisti senza il ma, e quelli che lo usano, che stanno dall'altra parte con quelli che razzisti si dichiarano.
la linea è permeabile da una parte e dall'altra.
e per venire di qua a volte basta mica tanto. anche solo essere un po' più informati. o abituarsi a non rinunciare ad un paio di ragionamenti, per cominciare ad intuire la complessità delle cose e della realtà [per questo mi fa incazzare l'abiura di qualche riga fa]. anche se costa fatica. anche se viversi la vita è già fottutamente incasinato.

o di qua o di là.
per questo ha senso, ancora di più proprio oggi, andare in piazza. [sono stanco, in molti sensi. ma è come se fosse una necessità esserci].
perché sto di qua.
punto.

Wednesday, January 31, 2018

ralph supermaxieroe, stagione uno, episodio otto [maggio 1981]

ralph supermaxieroe [d'ora in avanti rsme. per comodità] è una serie andata in onda in italia all'inizio degli anni '80. già allora intuivo avesse una sigla fichissima. a pensarci bene, e sul ricordo sfumato, credo sia stata una specie di effetto di bordo degli anni '70, che però ha sbordato negli anni '80. sarà che non esistono i punti angolosi, e le cose accadono con un effetto rastremato. però mi vien da pensare si sia trattata di una specie di variazione diacronica dello zeitgeist del periodo, o quello che sarebbe arrivato da lì a poco - edonistico, frivolo, appariscente, artefatto, de-ideologizzato. o più semplicemente essere al posto giusto nel momento sbagliato. [anche la sigla, in effetti, è molto anni settanta].

sì. insomma. 'sto cazzo di superoe un po' sfighinz. che all'inizio faceva un gran casino nel volare, con l'assetto tutt'altro che stabile. con una calzamaglia rossa che era plasticamente perculante. coi riccioloni ed un viso che ispirava simpatia, più che ammirata fascinazione. una cosa understatement, per certi versi. qualcosa che di supereroe aveva giusto il titolo, o l'idea di canzonare quel topos.

insomma.
ricordo una puntata. "nuovi incarichi". del titolo ricordavo il senso, più che il dettaglio. ma la rete non dimentica e il signor uichipidia mi ha indicato è stata trasmessa in italia il 13 maggio del 1981. che poi è anche il giorno che ferirono wojtyla - questo lo ricordo io, non uichipedia, che peraltro se lo ricorda pure lui se glielo chiedi.

è molto probabile, comunque, che non lo vidi quel giorno. ma qualche anno dopo. anche perché in quella puntata si raccontano di alcune promozioni/gratificazioni/passi avanti fatti da una serie di protagonisti della serie. tranne uno. che vede la garrulità nell'animo degli altri. ed una malinconica saudade lo ammanta. ora. mi par di ricordare che il protagonista che sta nella sua buchetta non sia rsme, ma l'amico - mi pare - poliziotto o giù di lì. sfighinz et incerto tanto quanto ralph sia quando è normale sia quando è supermacsieroe [la discriminante è quando indossa l'assurda tuta rossa].

sono - appunto - abbastanza sicuro abbia visto quella puntata qualche anno dopo, perché ricordo la sensazione di malinconica ineluttabilità che mi colse. e credo che tutto sommato avessi bisogno di - almeno - un paio di anni in più rispetto a quel maggio '81 per vivermelo appieno. vivermelo intensamente, se in fondo ricordo alcuni dettagli di quell'unica puntata dopo almeno sei-sette lustri. non so se per un'inevitabile empatia per quelli un po' sfighinz, o per una presa di coscienza ex-ante. anche se allora non ne avevo del tutto contezza.

già. perché mi è tornata in mente proprio in questi giorni. quando vedo che alcune delle persone - cui voglio bene - delle piccole e grandi soddisfazioni se le riescono a togliere. peraltro, nel caso dell'amica viburna nemmeno meritate: di più. mentre io mi sento un po' come l'amico poliziotto che ristà nella sua [nuova] buchetta [aggià, non l'avevo dichiarato all'inizio, questo è un post un po' lamentoso]. l'unica cosa di cui posso andare praud è che sono sinceramente contento per loro. ho un sacco di difetti, un carattere per nulla semplice [diciamolo, di merda], spigolanze: ma l'invidia è un qualcosa che mi appartiene veramente poco nulla [la barca a vela di mio fratello è l'unica eccezione che mi son permesso in questi anni].

e nelle contentezza un po' si fa plaga la sensazione rompicoglioni non sia del tutto sul pezzo, o con le idee chiare su cosa concentrare intelligenza e motivazione, oltre che di trovarmi spesso nel posto giusto al momento sbagliato. si fa plaga anche perché penso che oggi a loro, magari domani a me. anche se alla fin fine ci credo mica tanto. per un cazzo supermacsieroe: anche se i capelli sono ugualmente disordinati, e curi poco l'abbigliamento come ad avercene di tute rosse, per quanto un po' assurde.

cose così.

Saturday, January 27, 2018

sui giusti, che son la prova provata potremmo riuscire a non estinguerci

nel giorno della memoria, in questo giorno della memoria, ad un certo punto ho pensato ai giusti. i giusti tra le nazioni, quelli che lo stato di israele ha riconosciuto come tale. ma anche quelli che sono giusti tra le nazioni a prescinedere dal riconoscimento di israele. sullo stato d'israele, poi, ci sarebbe anche da fare una digressione. vediamo se alla fine del post ho ancora le idee chiare per farlo.

insomma, sigillo o meno dello stato israelitico, mi interessava quel concetto lì. coloro che si sono adoperati - tra i non ebrei - a salvare anche uno solo ebreo dal genocidio. l'idea di costoro e la piccola intuizione di cosa, in prospettiva, possano significare. il tutto si è scatenato da una suggestione di matreme, che mi ha ricordato che in un paese non distante dall'hometown due giusti tra le nazioni hanno salvato alcuni ebrei. e mentre me lo ha ricordato ho avuto la vivissima percezione di intuire l'eco dell'idea, che ha spinto a fare quel che han fatto. solo che ho avuto la fortuna di provar anche a pensare di cosa possa averli spinto allora. ho fatto mia la variazione diacronica di quello spunto.

che allora le giornate della memoria dovevano ancora venire. e ce ne sarebbero passati di anni per distillare l'idea fosse necessario farle [se comprendere è impossibile, conoscere è necessario]. che allora - forse - non so quanto s'intuisse a quale abominio dovesse sottintendere quel grumo razionalizzato di odio verso gli ebrei. complicato, insomma, da immaginare.

eppure costoro si adoperarono per. in mezzo ad una moltitudine di indifferenza, rischiando contro quelli che facevano parte di quel grumo razionalizzato d'odio, costoro scelsero di essere dei giusti.

poiché questa sera ho già dato, e non ho particolari altri impegni, mi vien da mettere tutto questo in prospettiva. ma di quelle lunghe. qualche centinaio di generazioni, o qualcosa di più, o di meno.

ho la vaga sensazione che costoro, questi giusti, non siano stati altro che i rappresentanti, un sottoinsieme, dell'avanguardia dell'umanità. quelli che portano avanti un po' le cose. quelli che fanno evolvere l'intelligenza collettiva. quelli tra cui poi esce qualcuno che fa da virgulto. e dopo che il virgulto è sbocciato non è più la stessa cosa di prima, si è nel dopo. anche se magari ci vorranno anni, decenni. ma non si torna più indietro. a crederci, o darne una lettura metafisica, si potrebbe pensare che sono quelli illuminati. pigolii luminosi, magari brevi. e se anche sono una relativa minoranza fanno abbastanza luce per fare intuire da che parte si deve andare. tutti assieme. che poi la moltitudine degli indifferenti si incamminerà senza molta consapevolezza. la minorità di quelli stronzi faranno di tutto per sabotare la cosa. ma poi ci si incammina. che poi, magari, ad un certo punto gli indifferenti nel loro moltitudinesco riconcoglionimento diranno: toh, ma si sta meglio qui che là. ed in quel mentre la minorità degli stronzi la prenderanno in culo e proveranno a sabotare altro. sicuramente l'avanguardia starà pigolando da una qualche nuova, per far intuire la strada per andare avanti ancora.

è cosa in prospettiva, appunto. ed è una considerazione dinamica. è solo il punto di vista del qui, col mio ombelico, che dà l'impressione si stia fermi, o che si debba andare peggio: per il semplice fatto il mio ombelico tende, in maniera incontrovertibile, a diventare più vecchio.

ecco. i giusti, quei giusti lì, allora fecero quel che fecero perché era giusto farlo. perché cioè erano quelli con le antennine pronte a captare in quale direzione puntare il pigolio luminoso. non credo nemmeno sia una questione di preparazione, o intelligenza, o bontà e similari. ma, appunto, di antennine più captanti di altre. non son stati i primi. e non saranno mica gli ultimi. ce ne sono stati chissà da quanto tempo. e continueranno ad essercene. anzi, credo che via via un po' aumentino. si fa massa critica. per questo l'intelligenza collettiva cresce.

ripeto, una cosa in prospettiva, che passa sopra millemilamiGlioni a uno rispetto alle mie ombelicali insoddisfazioni, frustrazioni, tenute di punto in maniera resiliente, desideri spuntati di licenziosità teichiitiiisi.

poiché oggi è il giorno della memoria, mi piace far memoria anche di loro. che son la prova provata che probabilmente non siamo destinati all'estinzione per nostra stessa mano. perché l'uomo è capace anche di questo, oltre l'abominio, o l'indifferenza, di essere un giusto tra le nazioni, senza che nessuno gli spiegasse il perché. sono stati pigolii luminosi in quegli anni bui del nostro occidente. hanno degli eredi, dei continuatori sparsi qua e là, perché ho la serena convinzione non spariranno mai. perché siamo destinati ad andare avanti.

questa sera non ho fretta. guardo in prospettiva, lunga, molto lunga.
pigolii luminosi. forse è [anche] per questo che le lucciole, nelle sere d'estate, mi danno quel senso di vertigine e di gioia arcaica. profonda. che non so spiegare. un'eco lontanissima che mi toglie, per un tratto, il fiato.

che poi è la stessa sensazione che ho vissuto oggi, quando ho pensato ai giusti tra le nazioni.

Sunday, December 31, 2017

in effetti quando accompagnai mia madre a salutare per l'ultima volta don dionigi ho avuto la sensazione di aver vinto io [pars contruens]

perché non c'è solo la pars destruens.
e perché la pars construens passa attraverso questi testacoda. o paradossi.
si stava andando ad una camera ardente - nel  bucodiculo della brianza - a salutare un morto, per quando cardinale, ed io in quel momento, mentre si percorreva la litoranea deserta e con un caldo lattiginoso, capii di aver vinto. quella più malinconica era mia madre - era mancato il suo don dionigi, il giorno in cui ripartivo dal mare - però credo abbia intuito che la mia testa stesse facendo click. forse financo prima di me. le stavo raccontando di quella settimana faticosissima ma che già mi risuonava struggente. che non era stata bella, ma fottutamente formativa, maieutica a suo modo: ce la si poteva fare. nonostante l'istruttore sociopatico, l'aggrapparsi isterico alla draglia dell'inizio, l'incazzo di voler mollare tutto e sfanculare il tentativo. anzi. forse proprio per questo. un altro [apparente] paradosso.

ma andrei con un minimo di ordine.
anzi, ma anche no.
perché quella settimana è una specie di epigono: perché prima si è dovuta preparare, arrivarci tipo a spirale. e poi si è andati avanti, che già che c'era l'abbrivio. ci si è arrivati con dei rimbalzi forse casuali, che si sono inseriti in nessi causali. un libro preso per caso in biblioteca - una paraculata editoriale, ma per certi versi utile - l'immagine di copertina, io che ne parlo ad odg perché volevo parlarle della parte utile di quel libro. odg che le viene un'intuizione quando le dico della copertina, e la raccomandazione della vacanza come indicazione terapeutica. io che le dico avrei trovato questi qui. lei che mi dice mi sono informata, ho capito chi sono. tutto mica in una volta. a spirale, appunto.
e via così.
fino a percepire, giù in fondo nel punto fondante, che le cose sono possibili. e che non fa così paura pensare di provare a farle diventare un tocco oltre il possibile. anche se può essere faticosissimo, anche se ti può venire di aggrapparsi alla draglia, anche se l'istruttore è sociopatico. anche se giuri e spergiuri di non salir più su una cazzo di barca a vela. perché poi ti capita anche un po' il culo di incrociare qualcuno che stia lì - perfetti sconosciuti - ad ascoltare il tuo esternare a fiato corto ed il groppo in gola del piccolo shock della giornata - anche il fatto che siano le prime vere vacanze dopo anni, e che sembra ti stia scoppiando tutta la merda in mano, i blocchi, le incertezze, i pochi appagamenti, le scelte sminchiate, gli uomini piccoli a cui devi rispondere, una realizzazione che non c'è e non si vede. e che poi ti mescino del mirto, per affogar un po' tutto nella cazzaraggine [auto]ironica. e che poi ti trascinino, il giorno dopo, sul pontile, magari solo con la scusa che hai un bel pezzo di cambusa nello zaino, mettiti un po' la mano sul cuore e muovi il culo. poi vabbhé, alla fine il saltino per tornar sulla barca l'ho ben dovuto far io, con lo stomaco un po' in subbuglio, col caldo aggressivo che fintanto che non sei fuori dal porto ti stride addosso. ma è importante tutta la filiera. chi ti porta al pontile e te, col tuo saltino. ed una volta a bordo poi si issa il fiocco.
e via così.

tipo, appunto, che il cambiamento è possibile. è nelle corde. è in potenza. che l'immobilità non è obbligatoria. anche perché basta non tirare in direzioni diverse assieme. 'ste cose qui insomma, in apparenza banali, che chi ci è già arrivato meglio per lui. ora dovrei averlo [ri]capito anch'io.

sarebbe poi questa la pars construens. essere andato oltre la pars destruens. in maniera fuzzy, non è che una mattina ci si sveglia e dici: buondì pars construens. è un declivio raccordato. con pochi strappi o robe eclatanti. quasi senza accorgersene, però un bel giorno 'sto plumbeo sembra sparito.
e nel trascorrere un sacco di cose belle.
tipo i libri, che son tanti, perché sono compulsivo a leggerli e poi perché sto imparando. quindi ci son stati - tra gli altri - kazuo, david, alessandro, etty, emma, roberto, philip, fabio, ralf, roddy, ian, jonathan, alan, antonio, andrej.
tipo, soprattutto, le persone [in ordine sparso] l'abilitazione dell'amica viburna, i calici alzati con la cummmmà liude e l'amico luca, le compulsioni dell'amica paola, le chiacchierate e gli entusiasmi dell'amico guiTo, l'ascolto attento dell'amico emanuele, le risolutezze dell'amica chiara, l'amica laura ritrovata, le peripatizzazioni coll'amica valentina. e poi quelle conosciute - dal vivo o meno - nuove nuove, alcune veramente codine della gaussiana, davvero tanta roba [rigoroso ordine alfabetico: amalia, alessandra, antonella, danilo, francesca, giusy, irene, marco, rebecca, stefano, valentina, zino]
e poi le chiacchiere in piedi - e pace se siano già finite, le foglie raccolte colla musica nelle orecchie, i quadri raccontati, le idee da pelle d'oca, la triennale, i post di gianluca, itsoh, barbara, il ventimaggiosenzamuri, il venticinqueaprile, sundayblues dal vivo alla radio, le ong che salvano le persone nel mare - e a gran stronzissimo culo tutti i salvinismi che albergano in troppi -, la prima diffusa alla fondazione feltrinelli, il piacere di un calice davanti un film, bookcity, il ringraziamento di alcuni colleghi, le piccole epifanie da odg, la paizza condivisa, i bimbi nuovi che sono arrivati - alcuni in anticipo, con 'sta gran fretta di guardare il delirio che li attende - e quelli che stanno arrivando.
la sensazione di stare bene.
e poi 'sta cosa del piacere di scrivere, che a volte viene financo discretamente. piacere ritrovato. o [ri]scoperto. con questo odore fresco del tocco oltre il possibile. qualsiasi cosa voglia dire. oltre che potrebbe essere un riuscitissimo uovo di colombo. ci son voluti alcuni barnum, chi l'avrebbe mai detto: è un altro paradosso, baricchiano. intanto "la sposa giovane" me lo sono centellinato come un piccolo piacere, a chiusa dolce.

e mo vediamo dove porta il vento.

Saturday, December 30, 2017

in effetti quando preparando i maffffinz mi ricordai di aver dimenticato il lievito non fu una bella sensazione [pars destruens]

e quindi direi che ci sto ricascando. hai voglia dire che le scadenze - di una bolletta, di una garanzia, di un anno - sono come i confini, convenzioni. però poi prudono le ditina. e ti viene da tirar la linea, guardar indietro, e ammonticchiare un po' tutto. chiamarlo bilancio forse è un po' sboffonchiante. ma è qualcosa che gli si ispira, via.

poi, vabbhé, ci sarebbe anche l'annosa questione del separare dicotomicamente l'elencazione delle faccenduole mie. sono svariati gazzilioni di secoli che ci si arrabatta a raccontar variazioni sul tema fondante, la quisquilia tra bene e male: epiche, filosofie, culture, tradizioni, saghe di guerre stellari. poi alla fine scopri che siamo tutti un tutt'uno, quindi dicotomia de li me cojoni.

non pretendono così tanto, l'elencazione delle faccenduole mie, dico. quindi facciamo che planiamo sulle cose che sono andate meno bene - destruens - e quelle andate più bene - construens. l'ordine, savàsandiiiir, non è casuale.

quindi la pars destruens.

girano gli anni, ma uno rimane fedele alle proprie ontologiche sicurezze di ciuccare in quei tre-quattro fondamentali. e quindi non è una questione di capodanni che passano, ma proprio una [lunga] strada per ciuccare un po' di meno. o per tratti meno lunghi e faticosi da trattare per cercare di uscire dalle buchette, grandi o piccine che siano.

poi, ovvio, c'è sempre il confronto inevitabile con il principio di realtà e cosa la realtà - oggettiva - ti butta lì sul camminare. roba che non si controlla, c'è e tocca zizzagarle, oppure saltar da un sassone all'altro macigno: leggero o greve che sia e continuar a farsela 'sta strada.

destruens, a dirla in breve, è stato un blocco per diversi mesi, i primi tot.

a dirla meno breve destruens è stato quel sottile bordone di fondo, che mi son tirato dall'anno indietro [son convenzioni, come i confini, i capodanni]: una splendida e inevitabile sequela senza soluzione di continuità. un raccordo tra i due anni, nell'estate, poi l'autunno, poi l'inverno, e poi un gran pezzo di primavera. niente punti angolosi, quelli li eviterei, grazie. un sottile bordone di fondo, un misto disarmonico di insoddisfazione esistenzial-lavorativa, desideri rintucciati di una compagna - o forse di un'amante - e poca propensione all'azione, affogata nella speculazione interiore. [ho trovato sul feisbuch un finale di micro-post di fine gennaio: "poi ci sono io, che il 10% delle cose che analizzo sono il 90% delle cose che sintetizzo. poi ovvio che uno si perda un po' via..."]. un bel mics piuttosto invalidante, nel senso che uno ristà. e magari non è perché sta affffà 'na beata sega. no: è che si tira da più parti in contemporanea, e non ci si [s]muove. tipo rimanere in attesa di cose che si desiderebbero, ma senza troppa convinzione, o senza far sapere in maniera chiara cosa o chi.
anche per questo ho passato un compleanno discretamente di merda. o forse me lo sono imposto per una qualche propensione ad un autodafè dei poveri. ho spento il telefono e la voglia di comunicare col mondo. poi, però, ho dovuto riaccenderlo quel fottuto telefono. e forse è stato peggio: bisognerebbe pensarle le conseguenze, ogni tanto. il nesso causale non è cosa poi così complicata da immaginare.

non sono state albe facili. roba che da una volta chiesi ad odg di vederci anche la settimana successiva. faticavo al pensiero di dover attendere quindici giorni. pensiero che ha anticipato di un nulla la sua idea di propormi la stessa cosa. ero seduto lì, in fronte a lei, le spalle un po' chine. un rinculo di singhiozzo lagrimoso. guardavo avanti, vedevo una cosa plumbea. 

destruens è stato quel richiamarmi, ossessivo, la difficoltà di affrontare in quei giorni, settimane, mesi, le frustrazioni, i momenti spigolosi, gli scazzi. ammonticchiavo e non riuscivo a scaricare, e il fluire delle cose sparpagliava rena. faticoso andar avanti. anche quando mi è capitato di camminare - sul serio - lungo la circonvallazione della 90/91, per svariegate fermate: non arrivavano filobus. impotenza, tentativo di porvi rimedio, incazzo. camminavo ma i passi non lasciavano sulle suole la tensione, la caricavano.
una mattina successiva pensai di preparare i maffffinz per la colazione: facciamo una cosa construens, per scacciar via il destruens sottile e duro, come i crostoni di neve ghiacciata che non si sciolgono col sole che c'è. non so se pensai proprio ai crostoni di neve, anche perché era appena finito aprile. ma il senso era quello.
quindi spignattai, tutto perfetto e rassicurante, fino allo riempimento delle formine maffffffinistiche. quando realizzai - piccola epifania - di non aver messo il lievito, mentre l'impasto color cioccolato scendeva nei pirottini. fu una scarica violenta, uno spike disgustato. con l'idea fosse da illusi pensare di scampare a quel plumbeo che sembrava non volermi abbandonare: impotente di fronte a quell'ineluttabile. e quindi venne la reazione isterica, oltre che di impasto burroso che volava - e sporcava - qua e là nella cucina, quasi a voler rappresentare schizzi di merda sciolta ejettata, dalla mia rabbia carica di lagrime nervose, e voglia di punirmi fisicamente: solitamente sono le mani, o le nocche che si arrestano veloci sul muro, ad aver la peggio. mi vidi addirittura con la voglia di sfondare il vetro della porta della cucina, analizzando - savàsandiiiir - le probabilità potessi finire in un qualche pronto soccorso a farmi dare dei punti. non fu una bella sensazione.
però non ruppi nulla. riuscii a placarmi scrivendo, per alcune ore successive, un flusso di coscienza. niente scrittura creativa, un enorme giro per arrivar a raccontare del lievito dimenticato. [flusso di coscienza, peraltro, di cui non ho più nemmeno una copia. questo post, per fortuna, è più breve].

ecco. una medesima sensazione d'impotenza, come dovessi venirci risucchiato, mi colse, poche settimane dopo. in giornate in cui pensavo di esserne venuto un po' fuori, o che riuscissi a cominciare a farlo. soffiato dal vento e da questo cotto, in mezzo ad un braccio di mare, di cui intuivo la potenza immensa e annichilente - ovvio poi che i marinari siano così superstiziosi - aggrappato alla draglia di una barca a vela che a tratti mi sembrava troppo inclinata: paura no, ma forte disagio. impotente dentro una situazione che speravo potesse arrivar a significare altro, dopo grumo importante di mesi, molti mesi, anni. mi sembrava si stesse reiterando tutto. un ritornare al punto di partenza relativa, dopo averci provato. il bordone di fondo, come inevitabile: tranquillo brò - sembrava mi dicesse - ci son qua io a farti compagnia, non ti lascio. e quindi, a tratti stringendo un po' di più la draglia, pensavo che quella sera sarei sceso dalla barca per non rimetterci mai più piede, me ne sarei tornato lontano dal mare e per dispetto sarei salito in montagna, a finire quelle prime vacanze dopo tutto quel tempo. che fosse pure destruens, ma che andassero a cagare tutto e tutti.

il giorno dopo mi hanno riportato al pontile. e poi, su quella fottuta barca, ci sono risalito. questa però è la pars construens.