a metà della proiezione del film ho pensato avrei voluto fosse la versione in lingua originale, con i sottotitoli. stavo ascoltando la traduzione in italiano, a coprire parzialmente le voci in ebraico. parzialmente. così da percepire il tono neutro, senza enfasi, tratti di trasporto emotivo. un tono di voce normale. come stessero raccontando cose normali. senza lasciare spazi ad increspature potessero somigliasse vagamento ad un dubbio, un rimorso, una perplessità.
ascoltandone distintamente voce, sarebbe sembrato ancora più distrurbante, ancora più d'impatto. forse ancora più da rimanerne alla fine con lo sguardo fisso sui titoli di coda, ammutolito.
ascoltare il tono, quasi neutro, di quel soldato, analista, operatore d'intelligence, che raccontava di aver sentito di operazioni cinquecento naza ad uno. così come ce ne sono stati di duecento naza ad uno. cinquanta, venti, quindici naza ad uno.
naza, vittime civili collaterali nel colpire il bersaglio, cioè chiunque appartenga ad hamas. o che l'algoritmo stabilisce con un margine di errore del quindicipercento vi faccia parte. naza. coloro che non hanno altra responsabilità che quella di trovarsi nei pressi dell'obiettivo, quando viene liquidato.
ma questo, cosa si intende per naza, suppongo sia quasi scontato. quanto meno per gli appartenenti alla bolla che passa di qui. sei o sette, ormai.
è un film di quasi solo parole. che lascia, appunto, senza parole. per quanto ne stia sprecando qui dentro.
piazzante lo iato tra la disumanità di quello che si sente raccontare con il tono - per quanto intuito dalla voce di doppiaggio - con cui viene raccontato. è questo che spiazza, ne amplifica l'importanza di doverlo guardare, quel film. per questo avrei preferito i sottotitoli.
la normalità che danno per scontata chi racconta. prendere atto, roba apodittica, sia tutto pianificato, quindi portato in essere, per far sì che una popolazione venga annientata. è roba quasi asettica. come di un chirurgo che spiega d'aver rimosso un qualcosa di malato da un corpo per renderlo più sano.
mi son trovato a domandarmi più volte, in quei paralizzanti ottanta minuti: ma sto ascoltando cose vere? sono lo spettatore coinvolto in una sceneggiatura inventata? quasi a volermi scuotere, a causa di quelle semantiche che paiono davvero così estranee dal contesto umano. di chi ha una certa idea di umanità.
non c'è odio, livore, racore nel paraverbale di quelle persone. non c'è - apparentamente - emozione perché non sembrano considerarle umane, le vittime. naza o meno. numeri, statistiche, colori che mappano zone più o meno densamente popolate, dopo aver bombardato tutto per spingerle verso sud.
qualcuno che è brava o bravo, credo proprio, può spiegarla meglio 'sta cosa. l'assenza - apparente - di emozione è forse l'effetto di una rimozione. autoprotezione. perché averne consapevolezza porterebbe più facilmente a perdere il lume, piuttosto che affrontare quella colpa. talmente è fuori dall'ordinario dell'umano quello che costoro raccontano.
sì. ogni tanto si percepisce un silenzio che fa intuire - forse - un qualche baluginio di dubbio. silenzi - forse - carichi di significati alla fine di alcune frasi. come se l'enunciarle, ascoltandosi raccontarrle ad un altro, smuovesse qualcosa dentro. per quanto si intrecci alla didascalia del dettagliare l'efficienza della struttura organizzata sterminatrice. di cui si sentono ingranaggi: per cui se tutti sono colpevoli, nessuno è colpevole. "se non lo faccio io, lo farebbe qualcun altro". "obbedisco solo a degli ordini arrivano dall'altro, da chi ha deciso di farlo".
roba sentita, tra l'altro, a norimberga.
guarda un po' com'è tutto sommato limitata la sintassi dell'abominio. perché, naturalmente, l'abominio in sé non esisterebbe, se non ci fosse qualcuno a sostanziarlo. e quel qualcuno non potrà sottrarsi del tutto alla necessità di cercare risposte, perché le domande sono inevitabili, in quanto senzienti.
ho provato ad immaginare cos'abbia provato uno dei registi. colui che in scena. yuval abraham. ad ascoltare, interagire, confrontarsi con quella pragmatica di disumanità normalizzata. si coglie che a tratti sia sconcertato dal flusso di normale disumanizzazione ascolta. se la vede scorrere accanto, non se ne lascia sopraffare. immagino cosa sia costato ad entrambi i registi. cosa deve essere passato per la loro testa a raccogliere quei racconti. così, in presa diretta. niente a che vedere con il clamore mediatico, gli articoli della critica la sinossi. ciò che può aver preparato - immagino - chi quel film è andato a vederlo con consapevolezza. mentre lui, yaval, interloquirci, come si farebbe con un tuo prossimo che è prossimo nel senso più stretto. magari coetaneo, stessa nazionalità, stessa religione. uno con cui potresti aver studiato, giocato a calcio, bevuto una birra il giorno prima.
è un film stordente. anche per lo scorrere della quieta serenità della notte di tel aviv, filmata dai balconi. ovvio quel senso placido, rassicurante. mentre a sessanta chilometri da lì il genocidio. termine peraltro usato anche da qualcuno dei soldati, o quella roba disumana lì.
ed il genocidio si intravvede negli ultimi due-tre minuti. una scena nemmeno tra le più crude siano circolate negli ultimi tre anni. posto sia già straniante definire nemmeno tra le più crude quello che rappresentano i corpi di cinque, sei creature, quello che si vede: le gambe. la parti superiori del corpo schiacciate e nascoste da quello che resta del un pavimento crollato di un palazzo. calcinacci e armature di ferro scoperte. il padre che li chiama, li cerca, scavando a mani nude e che li scopre. per crollare devastato dal dolore. niente sangue o carni maciullate. l'effetto tra le decine di migliaia di quell'abominio. dopo tutte quelle parole, che rischiavano di diventare asettiche, anche per proteggerci, eccolo lì, cosa significano, come si sostanziano.
non sono naza. è umanità cui è stata negata l'umanità.
se capita, comunque, andate a vederlo. è d'uopo starci male e rimanere senza parole. dopo averle lette dai sottotitoli.
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