occhei, che son stanchino l'ho detto.
difatti non era questo il senso del post. ma di un possibile effetto di bordo. sempre che non sia strutturale, l'effetto di bordo dico. perché mi auguro che questa stanchinitudine sia, appunto, solo di congiuntura.
l'effetto di bordo mi si è un po' acclarato, di colpo, 'stasera uscendo da là dentro dopo le solite dodici ore passate là dentro.
ed ho visto d'infilata una serie di situazioni omologhe.
che in battuta potrebbero riassumersi nel: oddio, son diventato un cinico stronzo indifferente?
vado a spiegarmi.
in questi giorni, settimane, oltre ad essere stanchino [anche se non ricordo se l'abbia già detto], sto vivendo una situazione di debito: quanto meno dal punto di vista comunicativo e di presenza. gingillandomi pusillanime su quando potrò ridurlo, quel debito. non è che il post precedente l'abbia scritto così, ragionando sulla teoretica delle cose fattibili che se ne sguazzano nell'iperuranio e che declinano nel concetto di esperito in potenza. sì, insomma, mi sto negando ad una donna, che mai si era avvicinata così tanto.
non solo.
sto recependo una sequela di notizie di gente non esattamente in salute, quando non addirittura ormai un passo già a vedersela sfilare dalle dita, definitivamente. salute et alter.
in tutto questo ho come la sensazione sia divenuto coriaceo nel non farmi soverchiare emotivamente. anzi, ancora di meno. allontano con nemmeno troppa difficoltà la tristezza più struggente.
non dico che me ne fotta. non è esattamente così. ma le lascio scorrere via, come se mi fossi rinchiuso in una specie di immaginifico carapace.
non è che non ci pensi più o meno in continuazione. ma è come se guardassi quel grumo di bedddgniussss et affini [anche quando in difetto sono io], con circospezione, un po' mi volto, poi d'improvviso mi giro di nuovo e sono ancora e lì. per poi continuare ad osservarle torvo. poi ogni tanto vien fuori questa specie di interlocuzione:
- che fate? perché mi guardate?
- ...
- sì, vero, sono io che guardo voi. ma perché non ve ne andate?
- ...
- come dite? non siete venute qui da par vostra e da par vostra non potete andarvene?
- ...
- ahhhh, quindi allora pretendete mi immerga dentro voi, per mettermi a far a cazzotti emotivamente...
- ...
- sì. sì. chiaro lo dica io, voi non dite nulla.
e insomma, sì va a avanti con questo dialogo immaginifico, ogni tanto.
però poi la cosa si ferma lì.
e io me sto qui a contemplare la mia stanchitudine. anche perché non ho 'sta gran energia per fare molto altro.
come se appunto non ne avessi abbastanza per star anche quel pocodimmmmerda, come mi sarei aspettato reagissi.
quindi, oddddddddddio, non so se sia diventato un cinico stronzo indifferente.
o forse perché mi sto autoproteggendo, tipo quando si va in riserva di batteria: alcune app vengono spente, la rete dati pure, e lo scriiiinseiver parte più velocemente. risparmio energetico, insomma.
quindi non potrei reggere molto altro.
non è cosa di cui lagnarsi. o esser praud. constato che.
tanto che sembra quasi ovvio ribaltare la storia del bicchiere mezzo pieno. che basta non sia troppo vuoto. che le cose vanno bene quando non vanno troppo male [semicit.]. anche in questo contesto bigio, spossato, grigino, senza baluginii all'orizzonte. stanchino.
non foss'altro, con l'avanzare del divenire, statisticamente saranno sempre più tanti quelli che se ne andranno, o che si ammaleranno o cose poco liete così.
è proprio una questione di frequenza di ritorno dell'evento.
e quindi ci si deve un po' preparare.
in effetti non è esattamente qualcosa che abbraccia in maniera avvolgente la fazenda che a quindici anni volevo cambiare il mondo. non era la storia della pretesa ad essere ingenua. è che avevo quindici anni.
quindi bene comunque così. e sticazzi la stanchinitudine. sono stanchino, occhei.
magari prima o poi riuscirò a riposarmi.
Thursday, September 19, 2019
Sunday, September 15, 2019
sulle conclusioni congiuntural-malinconiche [apodittiche?]
che son stanchino l'ho già detto, vero?
no.
è che la stanchinitudine, forse, non è del tutto scorrelata a queste conclusioni, cui son giunto con un po' di struggimento dentro.
e come tutte le conclusioni sono parziali. e che forse prima o poi comincerò a smontare, perché mai definitive.
conclusioni che forse butto lì come fossero apodittiche. ma che poi, boh, forse. chissà.
e la conclusione è che, in questo momento congiunturale, i miei intorcigliamenti ed io non siamo compatibili con l'avere una relazione.
già fatto dei passi avanti, neh? da quando mettevo il punto esclamativo in fondo alla conclusione strutturale: io non sono capace di avere una relazione [a dirla tutta c'era anche la variante un po' carica di stigma de noartri: io non sono degno di avere una relazione. quella, almeno, credo di averla definitivamente ejettata].
no.
a 'sto giro credo sia una situazione di congiunturale incompatibilità.
i motivi sono, in estrema sintesi, un paio.
sul primo punto.
non è che sia proprioproprioproprioproprio soddisfattissimo di quel che sto facendo e di come mi stia barcamenando da mesi et mesi et mesi. anche questo mi pare di averlo scritto. certo mi pagano, e nemmeno una stupidata. tutte le idee che mi son venute per ovviarvi, di fatto, si sono schiantate contro il diaframma della mia inazione. che poi è la variante del non averci i coglioni di uscire dalla comfort zone. star là dentro è diventata un'esperienza ormai totalizzante. che però è una specie di sindrome di stoccolma. là dentro so cosa devo fare, so di essermi costruito un ruolo, un'identità, forse anche un'autorevolezza. e in quel contesto al riparo dalle novità mi muovo. sapendo benissimo che mi sta succhiando fuori entusiasmi, energie, serenità, voglia di fare altro fuori da là dentro. è una specie di cul de sac in cui rimbalzo e pesco la carta del "torna al via", e così via. fuori da lì sono spompato e non trovo il guizzo di inventarmi altro. sono diventato [ancora più] orso.
mi si sta succhiando fuori quello che si può [ancora] succhiare.
tutto questo - inevitabile, credo - ammonticchia, tocco a tocco una consustanziata, insoddisfatta incompiutezza. e non realizzazione.
nel uichend, appena ripreso un po' dal primo rebound, intuisco che c'è dell'altro. ogni tanto mi pare pure di intravvedere che si può de-costruire quell'incompiutezza. e che ci si potrebbe adoperare per altro. anzi, bisognerebbe. 'ché non casca lì accanto. bisogna cercarlo, volerlo, vagliarlo, pianificarlo, agirlo, adoperarlo. perché son dentro nell'utero ormari venefico di una comfort zone tossica. ma è pur sempre comfort. e il colpo di reni si perde dentro la compulsione a proiettare tutto sull'asse del mentale. mi è difficile il rapporto con la corporeità e con il fare. mettercelo dentro nell'agire, quel corpo.
sarà [anche] perché son stanchino. anche se mi sembra di averlo già detto.
in tutto questo bailamme, una relazione è una bellissima sinfonia. che però io ora non ho l'entusiasmo di eseguire.
inoltre sono uno strumento un po' scordato ed un po' spompato.
mi picco di aver l'orecchio fine [visto che a percerpir odori, ciccia], non c'è nulla di più cacofonico di perder l'armonia e l'intonazione delle cose che si suonano.
e così si scivola, senza soluzione di continuità, nel secondo di punto.
io non sono un maschio alfa dominante. e so oramai che l'ottimo è nemico del buono. ma se condivido tutte [o gran parte] delle intimità con qualcun'altra, mi piacerebbe assaje, donarle se non il meglio, qualcosa che gli si approssimi. e non con un succedaneo di risulta.
occhei che ci si piglia nell'ontologia delle proprie qualità e dei propri limiti.
occhei che la mercanzia esposta, specie all'inizio, sono le mele, pere, zucchini, più lustri, e che sappiamo che dietro c'è il resto: frutteverdura coi bozzi e le tumefazioni - tutti i punti angolosi con cui abbiamo scazzato - specie a quest'età.
però.
un qualcosa [che si ritiene] accettabilino, minimominimo sì, no?
ecco.
io in questo momento mi sento un po' in questa fase che dovrei ripigliarmi, tornare ad essere presentabile. pettinarsi un pochetto, indossar la camicia stirata anche alla bell'è meglio: ed uscire. perché così, ora, non mi sento del tutto presentabile.
niente a che vedere con il cotone nel pacco, la brillantina sui capelli, il busto stretto che sagoma il girovita, il deodorante nebulizzato a iosa sotto le ascelle, il sorriso con il luccichio a stellina sul dente mentre sfodero il sorriso più ammaliante.
no. niente di tutto questo.
solo rendermi più presentabile. a cominciare dall'evitare gli occhi cisposi dal sonno. d'altro canto che sono stanchino mi pare di averlo già detto.
sono conclusioni. parziali come tutte le conclusioni. le ho concluse dopo due uichend in cui ho fatto il solingo in mezzo alla gente. milano, da questo punto di vista, è bellissima. puoi conforderti in mezzo alle folla, che nulla ti chiede e non si accorge di te.
se poi finisci in contesti tipo eventi et conferenze et incontri, via libera alle compulsioni a macinare processi analitico-mentali, quindi è una specie di luna park: difficile dir di no.
è quello che ho boccheggiato - pah, pah, pah, pah, tipo i pesciolini quando arrivano al pelo dell'acqua. è quello che mi è venuto istintivamente di fare.
solo, tra i miei pensieri, in mezzo agli altri. eppur così altri da me, ed io così altro da loro.
sono conclusioni amarognole, ovvio. che il fatto mi si siano stampigliate nella testa, credo con una certa nettezza, non tolgono uno zzzzic, il fatto non siano piacevoli. e che rendono ancora più struggente questo tramonto domenicano, o guardare la gente che sembra serena et felice nel pratone della triennale con dentro i bagni misteriosi di de chirico.
poi certo, mi mancherà condividere certe intimità. fare alll'ammmmmore è bello. da prima dei preliminari a rimanere abbracciati dopo, con tutte le lenzuola aggrovigliate. però sono abbastanza poco maschio alfa dominante, che quella cosa fuori dal resto non ha tutto questo senso. [poi lo so che tornerò, probabile, ad istanziare le occasioni onanistiche, come solitario succedaneo, ma è altro discorso. d'altro canto, come un rene ed un pezzo di fegato, il sesso non si compra, figurarsi l'amore].
son conclusioni. e forse tra le cause c'è pure dell'altro. che ho idea parla di reciprocità. o di ricordi delle farfalline nello stomaco di gioventù. ma non indagherei oltre, qui, in questo post già fin troppo sbrodolato.
son conclusioni. piccole impiantiti del raziocinarci sopra ascoltando la [fifa della] pancia, e forse pure quella cosa che una volta chiamavamo cuore.
tanto lo sappiamo che poi c'è la vita.
che poi sarebbe quella cosa che ti capita quando sei intento a far programmi, o trarre indicazioni dalle conclusioni.
cose così.
no.
è che la stanchinitudine, forse, non è del tutto scorrelata a queste conclusioni, cui son giunto con un po' di struggimento dentro.
e come tutte le conclusioni sono parziali. e che forse prima o poi comincerò a smontare, perché mai definitive.
conclusioni che forse butto lì come fossero apodittiche. ma che poi, boh, forse. chissà.
e la conclusione è che, in questo momento congiunturale, i miei intorcigliamenti ed io non siamo compatibili con l'avere una relazione.
già fatto dei passi avanti, neh? da quando mettevo il punto esclamativo in fondo alla conclusione strutturale: io non sono capace di avere una relazione [a dirla tutta c'era anche la variante un po' carica di stigma de noartri: io non sono degno di avere una relazione. quella, almeno, credo di averla definitivamente ejettata].
no.
a 'sto giro credo sia una situazione di congiunturale incompatibilità.
i motivi sono, in estrema sintesi, un paio.
- vorrei focalizzarmi ad uscire dalla comfort zone, e cercare di trovar più compiutezza;
- non riuscirei ad offrire il meglio, anzi.
sul primo punto.
non è che sia proprioproprioproprioproprio soddisfattissimo di quel che sto facendo e di come mi stia barcamenando da mesi et mesi et mesi. anche questo mi pare di averlo scritto. certo mi pagano, e nemmeno una stupidata. tutte le idee che mi son venute per ovviarvi, di fatto, si sono schiantate contro il diaframma della mia inazione. che poi è la variante del non averci i coglioni di uscire dalla comfort zone. star là dentro è diventata un'esperienza ormai totalizzante. che però è una specie di sindrome di stoccolma. là dentro so cosa devo fare, so di essermi costruito un ruolo, un'identità, forse anche un'autorevolezza. e in quel contesto al riparo dalle novità mi muovo. sapendo benissimo che mi sta succhiando fuori entusiasmi, energie, serenità, voglia di fare altro fuori da là dentro. è una specie di cul de sac in cui rimbalzo e pesco la carta del "torna al via", e così via. fuori da lì sono spompato e non trovo il guizzo di inventarmi altro. sono diventato [ancora più] orso.
mi si sta succhiando fuori quello che si può [ancora] succhiare.
tutto questo - inevitabile, credo - ammonticchia, tocco a tocco una consustanziata, insoddisfatta incompiutezza. e non realizzazione.
nel uichend, appena ripreso un po' dal primo rebound, intuisco che c'è dell'altro. ogni tanto mi pare pure di intravvedere che si può de-costruire quell'incompiutezza. e che ci si potrebbe adoperare per altro. anzi, bisognerebbe. 'ché non casca lì accanto. bisogna cercarlo, volerlo, vagliarlo, pianificarlo, agirlo, adoperarlo. perché son dentro nell'utero ormari venefico di una comfort zone tossica. ma è pur sempre comfort. e il colpo di reni si perde dentro la compulsione a proiettare tutto sull'asse del mentale. mi è difficile il rapporto con la corporeità e con il fare. mettercelo dentro nell'agire, quel corpo.
sarà [anche] perché son stanchino. anche se mi sembra di averlo già detto.
in tutto questo bailamme, una relazione è una bellissima sinfonia. che però io ora non ho l'entusiasmo di eseguire.
inoltre sono uno strumento un po' scordato ed un po' spompato.
mi picco di aver l'orecchio fine [visto che a percerpir odori, ciccia], non c'è nulla di più cacofonico di perder l'armonia e l'intonazione delle cose che si suonano.
e così si scivola, senza soluzione di continuità, nel secondo di punto.
io non sono un maschio alfa dominante. e so oramai che l'ottimo è nemico del buono. ma se condivido tutte [o gran parte] delle intimità con qualcun'altra, mi piacerebbe assaje, donarle se non il meglio, qualcosa che gli si approssimi. e non con un succedaneo di risulta.
occhei che ci si piglia nell'ontologia delle proprie qualità e dei propri limiti.
occhei che la mercanzia esposta, specie all'inizio, sono le mele, pere, zucchini, più lustri, e che sappiamo che dietro c'è il resto: frutteverdura coi bozzi e le tumefazioni - tutti i punti angolosi con cui abbiamo scazzato - specie a quest'età.
però.
un qualcosa [che si ritiene] accettabilino, minimominimo sì, no?
ecco.
io in questo momento mi sento un po' in questa fase che dovrei ripigliarmi, tornare ad essere presentabile. pettinarsi un pochetto, indossar la camicia stirata anche alla bell'è meglio: ed uscire. perché così, ora, non mi sento del tutto presentabile.
niente a che vedere con il cotone nel pacco, la brillantina sui capelli, il busto stretto che sagoma il girovita, il deodorante nebulizzato a iosa sotto le ascelle, il sorriso con il luccichio a stellina sul dente mentre sfodero il sorriso più ammaliante.
no. niente di tutto questo.
solo rendermi più presentabile. a cominciare dall'evitare gli occhi cisposi dal sonno. d'altro canto che sono stanchino mi pare di averlo già detto.
sono conclusioni. parziali come tutte le conclusioni. le ho concluse dopo due uichend in cui ho fatto il solingo in mezzo alla gente. milano, da questo punto di vista, è bellissima. puoi conforderti in mezzo alle folla, che nulla ti chiede e non si accorge di te.
se poi finisci in contesti tipo eventi et conferenze et incontri, via libera alle compulsioni a macinare processi analitico-mentali, quindi è una specie di luna park: difficile dir di no.
è quello che ho boccheggiato - pah, pah, pah, pah, tipo i pesciolini quando arrivano al pelo dell'acqua. è quello che mi è venuto istintivamente di fare.
solo, tra i miei pensieri, in mezzo agli altri. eppur così altri da me, ed io così altro da loro.
sono conclusioni amarognole, ovvio. che il fatto mi si siano stampigliate nella testa, credo con una certa nettezza, non tolgono uno zzzzic, il fatto non siano piacevoli. e che rendono ancora più struggente questo tramonto domenicano, o guardare la gente che sembra serena et felice nel pratone della triennale con dentro i bagni misteriosi di de chirico.
poi certo, mi mancherà condividere certe intimità. fare alll'ammmmmore è bello. da prima dei preliminari a rimanere abbracciati dopo, con tutte le lenzuola aggrovigliate. però sono abbastanza poco maschio alfa dominante, che quella cosa fuori dal resto non ha tutto questo senso. [poi lo so che tornerò, probabile, ad istanziare le occasioni onanistiche, come solitario succedaneo, ma è altro discorso. d'altro canto, come un rene ed un pezzo di fegato, il sesso non si compra, figurarsi l'amore].
son conclusioni. e forse tra le cause c'è pure dell'altro. che ho idea parla di reciprocità. o di ricordi delle farfalline nello stomaco di gioventù. ma non indagherei oltre, qui, in questo post già fin troppo sbrodolato.
son conclusioni. piccole impiantiti del raziocinarci sopra ascoltando la [fifa della] pancia, e forse pure quella cosa che una volta chiamavamo cuore.
tanto lo sappiamo che poi c'è la vita.
che poi sarebbe quella cosa che ti capita quando sei intento a far programmi, o trarre indicazioni dalle conclusioni.
cose così.
Monday, September 2, 2019
l'amico lorenzo e la sua proudituinde di poter esprimersi su russsssò
e quindi niente.
ho bisogno di spazio. ho letto questo post qui dell'amico lorenzo, e mi son sovvenute un po' di considerazioni. solo che me le scrivo quivi, più che appesantire la commentistica del suo post.
considerazioni, alcune, di merito specifico. altre di principio, di nuovo, teoretiche.
piccolo preambolo: è curioso come renzie abbia segnato la semantica anche dei faivstarrrrrrre. dopo i professoroni, ora si rosica. tutti assieme appassionatamente. c'è un file rouge interessante che lega questi approcci palingenetici: tutto quel che è venuto prima, di base, non ha capito un cazzo.
nel mio piccolo non rosico, non insulto [fascisti e razzisti sono altra categoria], non sbeffeggio il mio pari. al limite sbeffeggio il potente, specie se potente senza merito, un incapace, senza promanare autorevolezza alcuna: non mi riferisco necessariamente a quello là il capitone e agggggggigggggginnonnnnuostro, però agggggggigggggginnonnnnuostro e quello là il capitone sono un ottimo esempio.
non rosico, però eccepisco. vibratamente.
eggià.
perché, amico lorenzo, non è che puoi risolverla così, come una patta a scopone scientifico: "efficiente, o inefficiente, migliorabile?" come se fossero dettagli trascurabili.
perché, metti che domani su russsssò vince il no all'accordo con [ealllllloraaaill]piddddì. e beh. sarà pure cosa dei faivistarrrrre, però minchia se riguarda anche me. che faivstarrrrrrrre proprio non sono.
stessa cosa che se vince il sì.
la cosa mi interessa e mi riguarda. e non posso farla scivolare con incurante omogeneità, che l'importante e che "però c'è", col dettaglio se sia efficiente, inefficiente, migliorabile. non si sta mica decidendo chi vince l'isola dei famosi, o ballando con le stelle. per cui stigrandissimi cazzi. c'è di mezzo l'imbocco da dare a quel che sarà di una nazione.
sei troppo informato per non sapere dei due provvedimenti che, il garante della privacy, ha comminato piattaforma e l'infrastruttura tutta. [qui e qui]. e se non vogliamo risolverla con l'ermeneutica del garante al servizio del pidddddddì o dei poteri forti, qualche pensiero di analisi-[auto]critica, dovrebbe sgorgare, zampillando magari timido.
chi ratifica i dati? non tanto il notaro, che li formalizza. ma chi porta i dati al notaro, dico. se non ci sono log abbastanza verbosi da indicare chi fa cosa, chi si connette con quale account, chi certifica, chi estrae i risultati di una consultazione? e più a monte: chi decide come deve essere posto il quesito - che un qualche importanza deve pur averlo. e più a monte ancora: chi ratifica che i votanti sono elettori faivstarrrrrrrre? chi controlla che non ci siano iscrizioni doppie, triple, multiple? chi garantisce che io non stia votando con qualcuno che accanto a me non mi obbliga a farlo in un modo o in un altro? immagino sia qualcuno della casaleggio. e perché dovrei fidarmi di uno come casaleggio, esattamente come tu perculi coloro che "pendono dalle labbra di chi non si sa bene segretario/capocorrente?". la casaleggio è un'azienda di diritto privato, che risponde a soggetti privati, ma che incide in maniera segnante, e con riverberi importanti, nella semantica istituzionale di un paese. ecco perché i partiti [anche se si danno l'allure da puri e si definiscono movimento] non possono essere srl, snc, spa. anche l'alveo della categoria del diritto cui devi far riferimento, non è casuale, scelto così, come ci piace. non è una questione se l'istanza è inefficiente o migliorabile. è potenzialmente un vulnus. e se anche casaleggio e gli amministratori fossero in assoluta buonafede, un sistema così hackerabile, come si fa ad essere così suadenti che tutto vada secondo democrazia [dei pochi votanti]? tutto così tranquillo? sicuro? apodittico?
[apro una piccola parentesi provocatoria. cosa avresti detto, quanto ti saresti scandalizzato se, ventanni fa, i deputati e senatori di forza italia avessero avuto l'obbligo di versare un obolo mensile a mediaset, società privata facente riferimento a colui che aveva contribuito in maniera importante a farli eleggere? non è esattamente quello che sta succedendo con i cittadini faivstarrrrrre del parlamento verso la casaleggio? nessun dubbio? tutto apppppppostocosì?]
sei un ingegnere dell'informazione, non ti sfuggirà che la centralizzazione di quel tipo di informazione - elettronica - si porta appresso quel genere di criticità. una banca [parlo per esperienza abbastanza diretta] non potrebbe nemmeno registrare il dominio, se garantisse quel tipo di farraginosità e lacune. e tu non ci affideresti un copeco che uno. la banca ci ha i risparmi delle persone. occhei. e quanto è tanto importante il riverbero istituzionale di tutti noi? possiam buttarla in sfaccimma, inefficiente o migliorabile, basta che ci sia?
e se domani vincesse il sì, e poi un sacco di parlamentari votano no, o viceversa. come la mettiamo? è più ignominia aver tradito i fondamentali del movimento, o più importante poter svolgere le proprie - legittime - scelte in nome dell'articolo 67? ovviamente articolo della Costituzione ed ovviamente quello del vincolo di mandato. Costituzione che - immagino - abbia voluto tener così col referendum del 2016, incidentalmente quella volta in cui si votò al medesimo modo.
per questo, proverei ad allargare il discorso. non è russsssò, in sé. ma il concetto di democrazia rappresentativa. perché se russssssò lo si usa per consultare la base per questioni interne, e stigrandissimicazzi. ma se si vuole smontare, appunto, il concetto di quel tipo di democrazia, per soppiantarlo con quella diretta - al netto della meraviglia tecnologica da istanziare per esercitarla - avrei da eccepire pure qui. in maniera vibrante.
innanzitutto perché dovrei essere un obsoleto luddista io, e un visionario chi la vuole soppiantare del tutto? rousseau - il filosofo dico, non russò - ha immaginato l'istanza, ma per quale motivo avrebbe dovuto aver necessariamente ragione lui? certo, la democrazia rappresentativa non gode di ottima salute. perché chi ci ha rappresentato non ha onorato al meglio quell'onere. ma di nuovo è come buttare il bambino con l'acqua sporca. se per te la soluzione è la democrazia diretta, per me è una classe di rappresentanti all'altezza: non mi scalda il cuore siano seicento o novecento. mi sta a cuore siano bravi, preparati, competenti, mediamente [molto] migliori della media di coloro che rappresentano. non solo mediamente più onesti, ma anche mediamente molto più capaci. chi guarda più alla luna: la visione di casaleggio o il mio intimo desiderata? perché non è mica detto che il popolo, la maggioranza, faccia necessariamente scelte giuste, solo perché è maggioranza. la maggioranza delle persone vorrebbe non pagare le tasse, ho idea. è giusto? a fronte del rebound emotivo - magari - di un qualche crimine efferato, non mi stupirebbe se la maggioranza decidesse per la pena di morte. è giusto? o lasciar affogare le persone in mare, quandanche mandati dai trafficanti di essere umani. è giusto?
il fatto che, tecnologicamente, il cambio di paradigma sia possibile - a partire da tutti i limiti, tanti, di russssssò - siamo certi sia auspicabile come la migliore delle scelte possibile, dato l'ampio novero? siamo in possesso della teoria e della tecnologia per utilizzare l'energia atomica da circa un secolo. al netto dell'entusiasmo inziale, e dell'obrobio per averla usata anche per fini bellici, è in questa direzione che vogliamo o auspicheremmo andare? il "passaggio epocale" [ecco, magari anche meno, suvvia] dell'internette, più che usarlo per fare il russssssò, ci ha reso sicuramente più informati: quanto meno in potenza. così non rimarrà misconosiuta la verità sulle scie chimiche, dell'aereo che non si è schiantato sul pentagono, dei video che dimostrano trafficanti libici in combutta con le ong [tutte, ovviamente] mentre trasbordano migranti. quindi si è migliori per consecutio inconfutabile? oppure si è migliori perché poi c'è di mezzo il discernimento. che è cosa lenta e che si conquista a fatica [e di nuovo la preparazione, competenza, cose faticose]. siamo più interattivi, certo. e possiamo noi dir la nostra. esattamente come il fatto si pubblichino dei post sui soscial, quindi parlando alla propria bolla. ci ha resi tutto questo, come conseguenza inevitabile, commentatori illuminati poiché cittadini consapevoli? oppure ha prodotto tanto, troppo liquame pieno di livore, odio, frustrazione. questo per il fatto che il paradigma interlocutorio sia così diverso da quello che siamo soliti usare da qualche centinaia di secoli. vorrei vedere quanti leoni da tastiera sono in grado di ribadire, guardando in viso l'interlocutore, quello che digitano con tanta facilità dal proprio dispositivo grazie alle magnifiche sorti e progressive dell'internette soscial. chissà se anche tu saresti sistematicamente così caustico e risoluto nel ribadire le istanze che - sacrosantemente - ti stanno a cuore. [nel mio piccolo, questo blogghettino, ha mediamente 9-10 lettori. ma son ben consapevole di voler fare una cosa da piccola provincia denuclearizzata].
non è che se c'è lo strumento, insomma, significa si riesca ad usare per forza al meglio. e ragionarci al riguardo, questo non significa sfanculare da luddista lo strumento a prescindere.
così, posto chissà cosa ci riserva il futuro con tutte le sue possibilità, non sono così convinto che la democrazia diretta sia a tendere il meglio. anzi. di certo, oggi, improvvisarla, senza costruirci attorno un'impalcatura Costituzionale organica e mirata, è un po' tipo inziare dai serramenti, prima di gettare le fondamenta di una casa. è qualcosa di disarmonico. col cazzo efficiente o inefficiente o migliorabile basta ci sia.
sperando che nell'immediato, domani, non diventi potenzialmente dannoso, o pericoloso. anche perché a decidere, non sarà affatto una maggioranza. sarà la maggioranza di una minoranza.
non è esattamente la stessa cosa.
[poi, nel dettaglio, domani io avrei votato sì, e tanto per cambiare non siamo d'accordo neppure a 'sto giro. sì, come minore dei mali. per quanto, dovesse mai vincere il sì, ne vedremo delle belle [c'è dell'ironia, se non si era capito]. ma per quello, se mi viene, mi diletterò a sbeffeggiare. quelli potenti, ovvio [ho idea che l'elevato statista darà soddisfazioni, in termini di ispirazione]].
considerazioni, alcune, di merito specifico. altre di principio, di nuovo, teoretiche.
piccolo preambolo: è curioso come renzie abbia segnato la semantica anche dei faivstarrrrrrre. dopo i professoroni, ora si rosica. tutti assieme appassionatamente. c'è un file rouge interessante che lega questi approcci palingenetici: tutto quel che è venuto prima, di base, non ha capito un cazzo.
nel mio piccolo non rosico, non insulto [fascisti e razzisti sono altra categoria], non sbeffeggio il mio pari. al limite sbeffeggio il potente, specie se potente senza merito, un incapace, senza promanare autorevolezza alcuna: non mi riferisco necessariamente a quello là il capitone e agggggggigggggginnonnnnuostro, però agggggggigggggginnonnnnuostro e quello là il capitone sono un ottimo esempio.
non rosico, però eccepisco. vibratamente.
eggià.
perché, amico lorenzo, non è che puoi risolverla così, come una patta a scopone scientifico: "efficiente, o inefficiente, migliorabile?" come se fossero dettagli trascurabili.
perché, metti che domani su russsssò vince il no all'accordo con [ealllllloraaaill]piddddì. e beh. sarà pure cosa dei faivistarrrrre, però minchia se riguarda anche me. che faivstarrrrrrrre proprio non sono.
stessa cosa che se vince il sì.
la cosa mi interessa e mi riguarda. e non posso farla scivolare con incurante omogeneità, che l'importante e che "però c'è", col dettaglio se sia efficiente, inefficiente, migliorabile. non si sta mica decidendo chi vince l'isola dei famosi, o ballando con le stelle. per cui stigrandissimi cazzi. c'è di mezzo l'imbocco da dare a quel che sarà di una nazione.
sei troppo informato per non sapere dei due provvedimenti che, il garante della privacy, ha comminato piattaforma e l'infrastruttura tutta. [qui e qui]. e se non vogliamo risolverla con l'ermeneutica del garante al servizio del pidddddddì o dei poteri forti, qualche pensiero di analisi-[auto]critica, dovrebbe sgorgare, zampillando magari timido.
chi ratifica i dati? non tanto il notaro, che li formalizza. ma chi porta i dati al notaro, dico. se non ci sono log abbastanza verbosi da indicare chi fa cosa, chi si connette con quale account, chi certifica, chi estrae i risultati di una consultazione? e più a monte: chi decide come deve essere posto il quesito - che un qualche importanza deve pur averlo. e più a monte ancora: chi ratifica che i votanti sono elettori faivstarrrrrrrre? chi controlla che non ci siano iscrizioni doppie, triple, multiple? chi garantisce che io non stia votando con qualcuno che accanto a me non mi obbliga a farlo in un modo o in un altro? immagino sia qualcuno della casaleggio. e perché dovrei fidarmi di uno come casaleggio, esattamente come tu perculi coloro che "pendono dalle labbra di chi non si sa bene segretario/capocorrente?". la casaleggio è un'azienda di diritto privato, che risponde a soggetti privati, ma che incide in maniera segnante, e con riverberi importanti, nella semantica istituzionale di un paese. ecco perché i partiti [anche se si danno l'allure da puri e si definiscono movimento] non possono essere srl, snc, spa. anche l'alveo della categoria del diritto cui devi far riferimento, non è casuale, scelto così, come ci piace. non è una questione se l'istanza è inefficiente o migliorabile. è potenzialmente un vulnus. e se anche casaleggio e gli amministratori fossero in assoluta buonafede, un sistema così hackerabile, come si fa ad essere così suadenti che tutto vada secondo democrazia [dei pochi votanti]? tutto così tranquillo? sicuro? apodittico?
[apro una piccola parentesi provocatoria. cosa avresti detto, quanto ti saresti scandalizzato se, ventanni fa, i deputati e senatori di forza italia avessero avuto l'obbligo di versare un obolo mensile a mediaset, società privata facente riferimento a colui che aveva contribuito in maniera importante a farli eleggere? non è esattamente quello che sta succedendo con i cittadini faivstarrrrrre del parlamento verso la casaleggio? nessun dubbio? tutto apppppppostocosì?]
sei un ingegnere dell'informazione, non ti sfuggirà che la centralizzazione di quel tipo di informazione - elettronica - si porta appresso quel genere di criticità. una banca [parlo per esperienza abbastanza diretta] non potrebbe nemmeno registrare il dominio, se garantisse quel tipo di farraginosità e lacune. e tu non ci affideresti un copeco che uno. la banca ci ha i risparmi delle persone. occhei. e quanto è tanto importante il riverbero istituzionale di tutti noi? possiam buttarla in sfaccimma, inefficiente o migliorabile, basta che ci sia?
e se domani vincesse il sì, e poi un sacco di parlamentari votano no, o viceversa. come la mettiamo? è più ignominia aver tradito i fondamentali del movimento, o più importante poter svolgere le proprie - legittime - scelte in nome dell'articolo 67? ovviamente articolo della Costituzione ed ovviamente quello del vincolo di mandato. Costituzione che - immagino - abbia voluto tener così col referendum del 2016, incidentalmente quella volta in cui si votò al medesimo modo.
per questo, proverei ad allargare il discorso. non è russsssò, in sé. ma il concetto di democrazia rappresentativa. perché se russssssò lo si usa per consultare la base per questioni interne, e stigrandissimicazzi. ma se si vuole smontare, appunto, il concetto di quel tipo di democrazia, per soppiantarlo con quella diretta - al netto della meraviglia tecnologica da istanziare per esercitarla - avrei da eccepire pure qui. in maniera vibrante.
innanzitutto perché dovrei essere un obsoleto luddista io, e un visionario chi la vuole soppiantare del tutto? rousseau - il filosofo dico, non russò - ha immaginato l'istanza, ma per quale motivo avrebbe dovuto aver necessariamente ragione lui? certo, la democrazia rappresentativa non gode di ottima salute. perché chi ci ha rappresentato non ha onorato al meglio quell'onere. ma di nuovo è come buttare il bambino con l'acqua sporca. se per te la soluzione è la democrazia diretta, per me è una classe di rappresentanti all'altezza: non mi scalda il cuore siano seicento o novecento. mi sta a cuore siano bravi, preparati, competenti, mediamente [molto] migliori della media di coloro che rappresentano. non solo mediamente più onesti, ma anche mediamente molto più capaci. chi guarda più alla luna: la visione di casaleggio o il mio intimo desiderata? perché non è mica detto che il popolo, la maggioranza, faccia necessariamente scelte giuste, solo perché è maggioranza. la maggioranza delle persone vorrebbe non pagare le tasse, ho idea. è giusto? a fronte del rebound emotivo - magari - di un qualche crimine efferato, non mi stupirebbe se la maggioranza decidesse per la pena di morte. è giusto? o lasciar affogare le persone in mare, quandanche mandati dai trafficanti di essere umani. è giusto?
il fatto che, tecnologicamente, il cambio di paradigma sia possibile - a partire da tutti i limiti, tanti, di russssssò - siamo certi sia auspicabile come la migliore delle scelte possibile, dato l'ampio novero? siamo in possesso della teoria e della tecnologia per utilizzare l'energia atomica da circa un secolo. al netto dell'entusiasmo inziale, e dell'obrobio per averla usata anche per fini bellici, è in questa direzione che vogliamo o auspicheremmo andare? il "passaggio epocale" [ecco, magari anche meno, suvvia] dell'internette, più che usarlo per fare il russssssò, ci ha reso sicuramente più informati: quanto meno in potenza. così non rimarrà misconosiuta la verità sulle scie chimiche, dell'aereo che non si è schiantato sul pentagono, dei video che dimostrano trafficanti libici in combutta con le ong [tutte, ovviamente] mentre trasbordano migranti. quindi si è migliori per consecutio inconfutabile? oppure si è migliori perché poi c'è di mezzo il discernimento. che è cosa lenta e che si conquista a fatica [e di nuovo la preparazione, competenza, cose faticose]. siamo più interattivi, certo. e possiamo noi dir la nostra. esattamente come il fatto si pubblichino dei post sui soscial, quindi parlando alla propria bolla. ci ha resi tutto questo, come conseguenza inevitabile, commentatori illuminati poiché cittadini consapevoli? oppure ha prodotto tanto, troppo liquame pieno di livore, odio, frustrazione. questo per il fatto che il paradigma interlocutorio sia così diverso da quello che siamo soliti usare da qualche centinaia di secoli. vorrei vedere quanti leoni da tastiera sono in grado di ribadire, guardando in viso l'interlocutore, quello che digitano con tanta facilità dal proprio dispositivo grazie alle magnifiche sorti e progressive dell'internette soscial. chissà se anche tu saresti sistematicamente così caustico e risoluto nel ribadire le istanze che - sacrosantemente - ti stanno a cuore. [nel mio piccolo, questo blogghettino, ha mediamente 9-10 lettori. ma son ben consapevole di voler fare una cosa da piccola provincia denuclearizzata].
non è che se c'è lo strumento, insomma, significa si riesca ad usare per forza al meglio. e ragionarci al riguardo, questo non significa sfanculare da luddista lo strumento a prescindere.
così, posto chissà cosa ci riserva il futuro con tutte le sue possibilità, non sono così convinto che la democrazia diretta sia a tendere il meglio. anzi. di certo, oggi, improvvisarla, senza costruirci attorno un'impalcatura Costituzionale organica e mirata, è un po' tipo inziare dai serramenti, prima di gettare le fondamenta di una casa. è qualcosa di disarmonico. col cazzo efficiente o inefficiente o migliorabile basta ci sia.
sperando che nell'immediato, domani, non diventi potenzialmente dannoso, o pericoloso. anche perché a decidere, non sarà affatto una maggioranza. sarà la maggioranza di una minoranza.
non è esattamente la stessa cosa.
[poi, nel dettaglio, domani io avrei votato sì, e tanto per cambiare non siamo d'accordo neppure a 'sto giro. sì, come minore dei mali. per quanto, dovesse mai vincere il sì, ne vedremo delle belle [c'è dell'ironia, se non si era capito]. ma per quello, se mi viene, mi diletterò a sbeffeggiare. quelli potenti, ovvio [ho idea che l'elevato statista darà soddisfazioni, in termini di ispirazione]].
Sunday, August 25, 2019
l'autocritica con l'amico lorenzo
e quindi niente.
col suo modo, tra il tagliente ed il perculante, l'amico lorenzo mi chiede di far autocritica.
ponendomi due domandine.
il contesto è quello della crisi di governo agostana, scatenata da quello là, l'eventuale sbocco della medesima, ed il come. altro piccolo elemento di contesto: l'amico lorenzo è il cinquantapercento dei faivstarrrrrrrrre con cui interloquisco, per quanto con una certa accezione bizzarra del concetto di interloquire.
la prima domanda è sullo sbocco della crisi, cito: "convergenze parallele, o vuoi andare al voto? (Famme capì sticazzi)".
la risposta è semplice. io tanto se si vota, voto per qualcuno che perde. quindi sticazzi. [però vediamo se vi imparate come è da intendersi, nella correttezza semantica. nell'improbabile caso anche a beneficio dell'amico lorenzo]. nella prammatica del desiderata, mi basta che quello là stia lontano dal viminale. che colà è pericoloso, per tutti. faivstarrrrrrre compresi. per certi versi quasi più pericoloso che staresene a palazzo chigi.
la curiosità che mi sorge, amico lorenzo, è invece famme capì tu. nel senso che vorresti tornare a votare subito e prendere valangate di voti [cit.]? accordarsi col pidddddddddì [sì, ma il piddddddddddì, allora]? tornar nelle braccia di quello là? [ahhhhhhh, ma se ne gliene ha cantate l'elevato a statista, in senato. se gliene ha cantate. un po' comodo farlo ora, ma tant'è].
che poi significa se vorresti raggiungere l'agognato risultato della maggioranza assoluta, così il moV non si dovrà alleare con nessuno.
oppure barcamensarsi tra le due opzioni, i due forni. che poi significa, nel migliore dei casi, essere dei dorotei democristiani de noartri. nel peggiore dei banalizzatori, con ben poca "grammatica istituzionale" [cit.]. se per i faivstarrrrrrrrre passare dai legaioli al pidddddddddì, significa solo cambiare dei ministri. senza aver nemmeno cominciato a pensare che, per un cambio di del genere, un qualche cenno di autocritica, di presa di coscienza, può aver senso se fa capolino. tanto la colpa è di quell'altro. tanto quel che conta solalmente è il faro che illumina [abbaglia, abbacina] è il mantra che gli italiani li hanno votati per cambiare il paese. quando si finisce per credere alla propria propaganda, i cazzi son lì dietro l'angolo. mentre si è dimentichi, o addirittura si ignora, l'inevitabile cambio di paradigma che comporterebbe passare da quell'alleato all'altro. discontinuità non è un vezzo radicalscìc del segretario di quel partito uno e trino che è il pidddddddì. è la condizione fondante di un accordo che non sia un qualcosa di pezzottato. che a sergio mica lo turlopini. sergio ci ha una cazzimma acccusssì, che in confronto si è un po' piscialetto se non si capisce 'sta cosa.
quello là, è stato dichiarato inaffidabile dieci giorni fa. per una questione forse più personale che politica. la ripicca è quella di provare ad accordarsi col piddddddddddì. solo che poi la rabbia - personale - svapora, ed il riflesso pavloviano eeeeeallllorailpiddddddì? torna a farsi più forte, quindi più ostativo. quindi meglio quello là. tanto più se cede sul nome del primo ministro: dopo il tracollo strategico di aprire una crisi ad minchiam, è il fio che gli tocca pagare.
che si voti o meno, tanto io perderò. si tratta solo di capire di quanto.
la seconda domanda è sui cinque punti del piddddddddì, precondizione per un accordo coi faivstarrrrre. naturalmente quelli del pidddddddì sono percularizzabili, all'ottantapercento. ma sono ormai cosa vecchia. visto che poi sono arrivati i dieci punti dei faivstarrrrrrrre [naturalmente puntuali, precisi, inequivocabili, irreprensibili, inattacabili]. poi i tre da retroscena del pidddddì, forse fatti retroscenare per far saltar tutto. poi da lì ho perso un po' il filo, considerato per gemmazione sia uscito un discreto florilegio di altri elenchi, sottoelenchi, commi, pre-pre-condizioni da parte di uno, dell'altro, dell'altro ancora.
questo, secondo me, smonta il senso della domanda. che i punti, raddoppiati, dimezzati, riassunti, servono solo a chiarire le proprie posizioni. il punto di partenza iniziale. da lì poi si media, magari non tutte, ma la maggior parte delle istanze. perché un accordo è sempre frutto di un compromesso, sempre. perculare quelle degli altri, e acclarare le proprie come pietre angolari significa non aver compreso il senso di fare un accordo. oppure continuare a credere nella propria propaganda primigenia: si fa come se si avesse la maggioranza assoluta dei parlamentari.
aggiungerei qualche considerazione a margine. visto che ci siamo userei un elenco di punti:
della questione migratoria, per ora, lascerei perdere. un po' perché 'sto post è già logorroico di suo. un po' perché sono questioni che - probabilmente - stanno a monte del fatto tu sia faivstarrrrrrrrre, io di sinistra.
quel che tu chiami clandestini, per me sono persone.
punto.
faccio solo notare che il fenomeno migratorio sarà la cosa più complessa da gestire nei prossimi decenni, seconda sola al cambiamento climatico. cambiamento climatico che peraltro riverbererà dentro il fenomeno migratorio, come un camion che ribalta un intiero carico di sassi in uno stagno.
quella cosa lì è già in atto. pensare di gestirla coi porti chiusi o dichiarandoli clandestini significa aver già perso. magari ci può vincer le elezioni, per una o due volte. quando poi però il fenomeno travolgerà - soprattutto - le persone più deboli, i penultimi, i terzultimi, allora sì, sarà chiaro quanto si è stronzi ed inetti.
col suo modo, tra il tagliente ed il perculante, l'amico lorenzo mi chiede di far autocritica.
ponendomi due domandine.
il contesto è quello della crisi di governo agostana, scatenata da quello là, l'eventuale sbocco della medesima, ed il come. altro piccolo elemento di contesto: l'amico lorenzo è il cinquantapercento dei faivstarrrrrrrrre con cui interloquisco, per quanto con una certa accezione bizzarra del concetto di interloquire.
la prima domanda è sullo sbocco della crisi, cito: "convergenze parallele, o vuoi andare al voto? (Famme capì sticazzi)".
la risposta è semplice. io tanto se si vota, voto per qualcuno che perde. quindi sticazzi. [però vediamo se vi imparate come è da intendersi, nella correttezza semantica. nell'improbabile caso anche a beneficio dell'amico lorenzo]. nella prammatica del desiderata, mi basta che quello là stia lontano dal viminale. che colà è pericoloso, per tutti. faivstarrrrrrre compresi. per certi versi quasi più pericoloso che staresene a palazzo chigi.
la curiosità che mi sorge, amico lorenzo, è invece famme capì tu. nel senso che vorresti tornare a votare subito e prendere valangate di voti [cit.]? accordarsi col pidddddddddì [sì, ma il piddddddddddì, allora]? tornar nelle braccia di quello là? [ahhhhhhh, ma se ne gliene ha cantate l'elevato a statista, in senato. se gliene ha cantate. un po' comodo farlo ora, ma tant'è].
che poi significa se vorresti raggiungere l'agognato risultato della maggioranza assoluta, così il moV non si dovrà alleare con nessuno.
oppure barcamensarsi tra le due opzioni, i due forni. che poi significa, nel migliore dei casi, essere dei dorotei democristiani de noartri. nel peggiore dei banalizzatori, con ben poca "grammatica istituzionale" [cit.]. se per i faivstarrrrrrrrre passare dai legaioli al pidddddddddì, significa solo cambiare dei ministri. senza aver nemmeno cominciato a pensare che, per un cambio di del genere, un qualche cenno di autocritica, di presa di coscienza, può aver senso se fa capolino. tanto la colpa è di quell'altro. tanto quel che conta solalmente è il faro che illumina [abbaglia, abbacina] è il mantra che gli italiani li hanno votati per cambiare il paese. quando si finisce per credere alla propria propaganda, i cazzi son lì dietro l'angolo. mentre si è dimentichi, o addirittura si ignora, l'inevitabile cambio di paradigma che comporterebbe passare da quell'alleato all'altro. discontinuità non è un vezzo radicalscìc del segretario di quel partito uno e trino che è il pidddddddì. è la condizione fondante di un accordo che non sia un qualcosa di pezzottato. che a sergio mica lo turlopini. sergio ci ha una cazzimma acccusssì, che in confronto si è un po' piscialetto se non si capisce 'sta cosa.
quello là, è stato dichiarato inaffidabile dieci giorni fa. per una questione forse più personale che politica. la ripicca è quella di provare ad accordarsi col piddddddddddì. solo che poi la rabbia - personale - svapora, ed il riflesso pavloviano eeeeeallllorailpiddddddì? torna a farsi più forte, quindi più ostativo. quindi meglio quello là. tanto più se cede sul nome del primo ministro: dopo il tracollo strategico di aprire una crisi ad minchiam, è il fio che gli tocca pagare.
che si voti o meno, tanto io perderò. si tratta solo di capire di quanto.
la seconda domanda è sui cinque punti del piddddddddì, precondizione per un accordo coi faivstarrrrre. naturalmente quelli del pidddddddì sono percularizzabili, all'ottantapercento. ma sono ormai cosa vecchia. visto che poi sono arrivati i dieci punti dei faivstarrrrrrrre [naturalmente puntuali, precisi, inequivocabili, irreprensibili, inattacabili]. poi i tre da retroscena del pidddddì, forse fatti retroscenare per far saltar tutto. poi da lì ho perso un po' il filo, considerato per gemmazione sia uscito un discreto florilegio di altri elenchi, sottoelenchi, commi, pre-pre-condizioni da parte di uno, dell'altro, dell'altro ancora.
questo, secondo me, smonta il senso della domanda. che i punti, raddoppiati, dimezzati, riassunti, servono solo a chiarire le proprie posizioni. il punto di partenza iniziale. da lì poi si media, magari non tutte, ma la maggior parte delle istanze. perché un accordo è sempre frutto di un compromesso, sempre. perculare quelle degli altri, e acclarare le proprie come pietre angolari significa non aver compreso il senso di fare un accordo. oppure continuare a credere nella propria propaganda primigenia: si fa come se si avesse la maggioranza assoluta dei parlamentari.
aggiungerei qualche considerazione a margine. visto che ci siamo userei un elenco di punti:
- eviterei di usare il termine contratto [quell'altro, doveva essere depositato da un notaio. a proposito di propaganda];
- in ambito europeo i faivstarrrrrrrre si sono allineati allo zeitgeist imperante. quando aggggggiggginuosssstro, nei mesi precedenti non ha smesso di dichiarare che dopo il ventiseimaggio sarebbe cambiato tutto, ahhhh, se sarebbe cambiato tutto. più che alla bce e draghi [che ci salverà di nuovo il culo] è alla commissione che si è allineato, inevitabilmente, il gialloverde del cambiamento. con tanto di - sacrosanto - vanto da parte dell'elevato a statista e del suo ministro dell'economia. si deve cambiare qualcosa? certo che sì. ma non lo fai con le dichiarazioni pompose pre-elettorali, lo puoi fare con l'autorevolezza che devi costruirti;
- il taglio dei parlamentari mi appassiona fino ad un certo punto. la democrazia costa. mi piacerebbe pagare per qualcuno di competente. e non solo dei premibottone, come ci si è ridotti a fare negli ultimi quattro lustri. forse ancora di più nell'ultimo governo del cambiamento[peruncazzo]. ridurre il numero dei parlamentari significa cambiare la Costituzione, bisogna saperlo fare con cognizione. votai NO, l'ultima volta, proprio per questo. non è che mi senta così tranquillo siano in grado di farlo questo giro di giostra;
- io non sono del piddddddddì. quindi sarebbe meglio non usare la seconda persona plurale come soggetto di un verbo riferito da cosechefailpiddddddddì. il pidddddddì mi è capitato di votarlo, a seconda del contesto. puntualizzo il distinguo perché, proprio perché di nessun partito, credo di poter lasciar agire più obiettiva la mia critica, e la mia autocritica. poi se si vuole continuare ad usare la seconda persona plurale, sticazzi. ma così continua ad acclararsi una certa distonia percettiva di oggettività;
- il trattato di dublino è stato ratificato per l'italia dal governo berlusconi nel 2003. non dal piddddddddddddì. che debba essere cambiato mi pare lapalissiano. quello là, negli ultimi mesi, spesso è stato il grande assente alle varie riunioni dei ministri degli interni europei, anche per discutere della gestione del fenomeno migratorio. se ne stava a comiziare o in spiaggia. mi pare sia stato poco o per nulla stigmatizzato dagli alleati di governo, tranne nell'ultima seduta al senato [troppo comodo, appunto];
- i dieci punti faivstarrrrrrre sono una bella elancazione di cose di buon senso. che potrebbero andar bene anche per quelli di forza italia, o i fascistelli di giorgetta. buon senso, che però non vuol dire semplice. sono una sfida a sciogliere i nodi della complessità del principio di realtà. ma per affrontare la complessità del principio di realtà, non basta la buona volontà, ci vuole competenza. ed anche di quella con i controfiocchi [avrei scritto controcoglioni, ma da radicalscìc buonista qual sono, è poco corretto politicamente, molto maschileggiante]. mediamente gli eletti faivstarrrrre sono, nel migliore dei casi, degli onestissimi scappati di casa. nel peggiore degli onestissimi spocchiosi [li sento ogni tanto in radio. in confronto di alcuni di questi, amico lorenzo, sei un pacato iscritto al partito liberale di metà anni sessanta]. io, in tutta serena sincerità e senza perculaggine, di questa capacità di agglomerare competenza ce ne vedo pochina [sono riusciti quasi a farmi cambiare idea sul tav, peddddddddire. che probabilmente è un'opera in effetti non utile]. credo sia significativa, e sintomatica, questa acredine maramaldeggiante verso i professoroni. che poi sarebbero persone competenti, solo che non la pensano come i faivstarrrrre. quindi in automatico in torto e da screditare. [lo fanno anche legaioli, ma la motiviazione, a parer mio è ancora più profonda, ed è cattiva coscienza: se non ce la fai ad essere come il secchione, sputtana la didattica, lo studio, la preparazione, la competenza]. non sarà un caso che professoroni li chiamava già il nanocoicapellidikevlar, la MEBoschi quando confutava chi criticava la sua riforma costituzionale [sic], e i gialloverdi del cambiamento. un bel filotto];
- i decreti sicurezza sono pericolosi per tutti. faivstarrrrrre compresi. non è solo per biechezza delle norme anti-ong. è anche per le possibilità di manifestare il dissenso. le possibilità offerte ai prefetti. quei due decreti sono stati dei clamorosi abbassamento dei calzoni nei confronti di quello là. che minacciava la crisi. e poi tanto l'ha fatta uguale [sbagliando tutto, dopo, per fortuna];
- ed a proposito di errori, la cosa paradossale è che la schizofrenia pidddddddddì, fa sembrare quelli seri i faivstttarrrrrrre, oltre che dar loro un vantaggio non indifferente. peddddddire quanto si sia capaci, da quelle parti, a farsi del male con inusitata abilità. non rimarrei così stupito, nel contempo, che la pochezza della classe dirigente faivstarrrrrre, faccia anch'essa qualche minchiata. e ridare fiato, contezza a pregnanza politica ancora a quelli là. anzi, se tornano assieme, - cafonata che non è così improbabile - sarà quasi una certezza, quand'anche, anzi forse soprattutto, ci fosse aggggggggiggggginuuuuostro a palazzo chigi.
della questione migratoria, per ora, lascerei perdere. un po' perché 'sto post è già logorroico di suo. un po' perché sono questioni che - probabilmente - stanno a monte del fatto tu sia faivstarrrrrrrrre, io di sinistra.
quel che tu chiami clandestini, per me sono persone.
punto.
faccio solo notare che il fenomeno migratorio sarà la cosa più complessa da gestire nei prossimi decenni, seconda sola al cambiamento climatico. cambiamento climatico che peraltro riverbererà dentro il fenomeno migratorio, come un camion che ribalta un intiero carico di sassi in uno stagno.
quella cosa lì è già in atto. pensare di gestirla coi porti chiusi o dichiarandoli clandestini significa aver già perso. magari ci può vincer le elezioni, per una o due volte. quando poi però il fenomeno travolgerà - soprattutto - le persone più deboli, i penultimi, i terzultimi, allora sì, sarà chiaro quanto si è stronzi ed inetti.
Tuesday, August 20, 2019
troppo comodo, oggi, il ditino puntato col fare offeso e sostenuto
uh, dunque.
io ho un rapporto con l'autostima che è un po' come il formaggio gruviera, con tutti i buchi in mezzo.
un po' di gente lo sa, ma mi vuol bene uguale, quindi stigrandisssssssimicazzi.
uno dei [pochi] vantaggi di un'autostima tipo formaggio gruviera è che il concetto di autocritica non è qualcosa di esotico, che vagola nell'iperspazio.
senza che tutto ciò diventi per forza un gran rullar di martellate sui coglioni - tipico, invero, della sinistra. bensì prendere coscienza degli errori di analisi, valutazione, azione.
tutto in buona fede, ci mancherebbe, ma errori. se però con l'autocritica gli errori poi ti sembrano più chiari, è più facile non ripeterli.
quindi nessun problema ad alzar la manina e dire: mi son sbagliato.
tipo quando scrivevo che era ovvio finisse accccussì con quello a far il maramaldo, dettar la linea anche ai faivstarrrrrrre, capitanati da quella pochezza di agggggggginnnnnonuostro. e mangiarseli. [il presidente del consiglio non pervenuto]
mi son sbagliato, perché il maramaldeggiamento tattico di quello là, per quindici mesi, non pensavo portasse ad acclarare la sua inconstistenza strategica. forse è stato per il pericolo percepito, ma non immaginavo riuscisse a sbagliare tutto lo sbagliabile nel volgere di pochi giorni.
tanto da far sempre il primo ministro quasi uno statista, agggggggginnnnnonuostro quasi un fine capo-politico, renzie quasi un abile stratega tessitore.
quasi, ovvio.
ora.
quello là, prima se ne andrà dal viminale, prima sarà meglio per tutti. quindi va bene quel poco che sta sul fondo del bicchiere.
mi lascia perplesso che, nel dar addosso a quello là, sia mancato del tutto - del tutto - anche un solo accenno a qualcosa che somigliasse ad una pur vaga autocritica.
quasi che quello là sia stato un plenipotenziario nei fatti, ben oltre la propaganda social - che gli riesce alla stragrandissssssssima. e che gli altri siano stati bersaglio innocenti della sua tracotanza. impossibilitati a proporre qualcosa di alternativo, che non fosse il rincorrerlo sui sentieri che lui batte benissimo.
quindi è tutto ineccepibile quello oggi che gli si è snocciolato sotto il naso, e mica solo figurativamente. figurarsi.
provo però a non dimenticare che la responsabilità politica, di tutto quello che gli si contesta è stata - quanto meno - in gran parte condivisa. con la correità morale conseguente.
troppo comodo, oggi, puntar il ditino sottolineando stizziti che tutto ciò sia stato solo subito.
tipo il negar l'autorizzazione a procedere dopo l'arroganza della diciotti.
o la firma in calce ai decresti sicurezza e sicurezza bis [sperando vengano ritirati prima che si ratifichi quanto siano pezzottati dal punto di vista Costituzionale].
senza un po' di autocritica il ditino puntato, puntuto, rischia di farsi spuntato [miodddddddddddddio, così però mi sembro renzie dei poveri].
perché chi ha solo da rimproverare agli altri, possibile metta sotto il tappeto lo sporco ammonticchiato da sé medesimo.
quindi perde di consistenza.
e figurarsi se è così scontato riesca a NON ripetere gli errori in cui è inciampato.
così la politica sarà solo sangue e merda [cit.].
per far sì possa essere anche l'arte del possibile, occorrerebbero persone un po' più hombre-vertical. tipo quelli che non hanno paura di prender coscienza di quel che si è sbagliato, e riconoscerlo.
non è segno di debolezza.
ma di una fortezza che è merce rara, specie in quei dintorni.
[per questo siamo messi, mediamente, così male, in un contesto imputtanato come quello di oggi, in questo paese pezzottato. qualsiasi cosa decidano di fare da qui in avanti, tutti - tutti]
[poi uno dice com'è che continui a prenderla così bene?]
io ho un rapporto con l'autostima che è un po' come il formaggio gruviera, con tutti i buchi in mezzo.
un po' di gente lo sa, ma mi vuol bene uguale, quindi stigrandisssssssimicazzi.
uno dei [pochi] vantaggi di un'autostima tipo formaggio gruviera è che il concetto di autocritica non è qualcosa di esotico, che vagola nell'iperspazio.
senza che tutto ciò diventi per forza un gran rullar di martellate sui coglioni - tipico, invero, della sinistra. bensì prendere coscienza degli errori di analisi, valutazione, azione.
tutto in buona fede, ci mancherebbe, ma errori. se però con l'autocritica gli errori poi ti sembrano più chiari, è più facile non ripeterli.
quindi nessun problema ad alzar la manina e dire: mi son sbagliato.
tipo quando scrivevo che era ovvio finisse accccussì con quello a far il maramaldo, dettar la linea anche ai faivstarrrrrrre, capitanati da quella pochezza di agggggggginnnnnonuostro. e mangiarseli. [il presidente del consiglio non pervenuto]
mi son sbagliato, perché il maramaldeggiamento tattico di quello là, per quindici mesi, non pensavo portasse ad acclarare la sua inconstistenza strategica. forse è stato per il pericolo percepito, ma non immaginavo riuscisse a sbagliare tutto lo sbagliabile nel volgere di pochi giorni.
tanto da far sempre il primo ministro quasi uno statista, agggggggginnnnnonuostro quasi un fine capo-politico, renzie quasi un abile stratega tessitore.
quasi, ovvio.
ora.
quello là, prima se ne andrà dal viminale, prima sarà meglio per tutti. quindi va bene quel poco che sta sul fondo del bicchiere.
mi lascia perplesso che, nel dar addosso a quello là, sia mancato del tutto - del tutto - anche un solo accenno a qualcosa che somigliasse ad una pur vaga autocritica.
quasi che quello là sia stato un plenipotenziario nei fatti, ben oltre la propaganda social - che gli riesce alla stragrandissssssssima. e che gli altri siano stati bersaglio innocenti della sua tracotanza. impossibilitati a proporre qualcosa di alternativo, che non fosse il rincorrerlo sui sentieri che lui batte benissimo.
quindi è tutto ineccepibile quello oggi che gli si è snocciolato sotto il naso, e mica solo figurativamente. figurarsi.
provo però a non dimenticare che la responsabilità politica, di tutto quello che gli si contesta è stata - quanto meno - in gran parte condivisa. con la correità morale conseguente.
troppo comodo, oggi, puntar il ditino sottolineando stizziti che tutto ciò sia stato solo subito.
tipo il negar l'autorizzazione a procedere dopo l'arroganza della diciotti.
o la firma in calce ai decresti sicurezza e sicurezza bis [sperando vengano ritirati prima che si ratifichi quanto siano pezzottati dal punto di vista Costituzionale].
senza un po' di autocritica il ditino puntato, puntuto, rischia di farsi spuntato [miodddddddddddddio, così però mi sembro renzie dei poveri].
perché chi ha solo da rimproverare agli altri, possibile metta sotto il tappeto lo sporco ammonticchiato da sé medesimo.
quindi perde di consistenza.
e figurarsi se è così scontato riesca a NON ripetere gli errori in cui è inciampato.
così la politica sarà solo sangue e merda [cit.].
per far sì possa essere anche l'arte del possibile, occorrerebbero persone un po' più hombre-vertical. tipo quelli che non hanno paura di prender coscienza di quel che si è sbagliato, e riconoscerlo.
non è segno di debolezza.
ma di una fortezza che è merce rara, specie in quei dintorni.
[per questo siamo messi, mediamente, così male, in un contesto imputtanato come quello di oggi, in questo paese pezzottato. qualsiasi cosa decidano di fare da qui in avanti, tutti - tutti]
[poi uno dice com'è che continui a prenderla così bene?]
Sunday, August 18, 2019
post che dovrei smettere di scrivere [nel senso che dovrei smettere certi pensieri] /2: il novecinquantotto di lighting bolt
e quindi sono dieci anni esatti - più paio di giorni - dal record di bolt, ai campionati mondiali di atletica del duemilanove.
a differenza del sedicoagostoottantanove, quando a piazza del campo c'ero, il sediciagostoduemilanove a berlino non c'ero.
me ne stavo già in quel di lipari, vacanza omaggiata dall'amica donata, ospite premurosa. donata che tanto volle bene all'amico daniele. solo che i due non si incastravano così alla perfezione. [è verosimile che altri incastri riuscissero fin troppo bene. ma in casi come questi è sempre bene non dimenticare che:
tant'è.
insomma, si era a lipari. avevamo attraversato l'intiero stivalone con la punto hsd dell'amico daniele, equipaggiata con le gomme invernali. fu un viaggio piuttosto faticosetto. parcheggiammo direttamente nel porto di villa san giovanni. appena saliti sull'aliscafo per lipari riuscii a tener aperti gli occhi per pochi attimi. indi mi schiantai.
insomma, si era a lipari. e non si guardava la tivvvvvù. l'internette sul telefono non c'era ancora. e quindi non ebbi contezza, immediata, di quella finale sovraumana. e quel tempo che chissà quanto tempo ci vorrà ancora prima riescano a tirarlo un po' giù di tempo.
però ebbi contezza di un'altra cosa.
da lipari ero d'accordo mi sarei mosso per il nord della calabria. a far qualche giorno di altra vacanza coi miei soci. lei e lui. lei e lui nella casa al mare dell'ex di lei. ex di lei che l'anno prima mi ero scorrazzato pure lui a lipari. che ero da solo, povero ciccio, così mi titillò col suo buon cuore [e forse quel zzzzzic di coda di paglia] la socia, sua ex, che l'aveva mollato per l'altro, colui che poi divenne socio [nel primo semestre dopaminico loro, convinti a non far figli, fecero germinare l'idea di un'azienda. e qindi tutto quell che ne venne fuori, con me coinvolto]. ex che si erano comunque lasciati bene. la cui presenza era stata nel frattempo sdoganata da parte del socio, per nulla geloso dell'ex della socia. tanto che lei, la socia, ex dell'ex che prestava la casa al mare, me lo comunicò garrula che ci sarebbe stato l'ex, che "sì, siamo in quattro". ed io, un po' sorpreso, per quanto l'opzione fosse in predicato - per quanto poco probabile - mi sentii rispondere al telefono "ehhhhssssì. solo a me riescono certe cose".
e lì, in quel momento, sentii un lievissimo cccrick. la nota sbagliata, a non usare l'alterazione prevista dalla partitura, di un unico strumento nel pieno del fortissimo finale di una marcia maestosa, eseguita da una banda di molti elementi. la nuance nel bouquet di un vino che preconizza che, da lì a qualche giorno, quello stesso vino avrebbe cominciato a saper di tappo [maramaldeggio questa similitudine. considerato non abbia la più pallida idea dell'odore di un vino che sa di tappo]. il soldato che, al presentat'arm di tutto il reggimento al nuovo comandante, impugna il fucile quelle due dita più in basso. l'accenno di pennacchio di fumo, che sbuca non previsto in basso a destra, nella foto panoramica costruita alternando pieni e vuoti con precisione ossessiva.
insomma, quel qualcosa che la mia amata socia sapevo sarebbe stata in grado di fare, mi suono all'orecchio come un ccccrick, appena percettibile.
forse era il rumore di qualcosa che cominciò a rompersi, pocopocopocopocopoco. o forse fu il fruscio del pensiero che mi scappò, senza me ne rendessi conto. un pensiero apostata, irrispettoso, disarmonico che mi si parò di fronte quando fini per conclamarsi: "già, lei e il 1) partner attuale, 2) quello passato, 3) quello sublimato. autocompiacimento nel veder realizzato il desiderio di controllo. piccolo delirio d'onnipotenza". un pensiero che s'era insinuato come di vita propria. che chissà da dove partiva, da dove se n'era venuto, perché l'avevo pensato, perché mi risultava così fastidioso - mostrava pur sempre una critica nei confronti della mia amata socia - e nel contempo così inevitabile, non più ri-spedibile al mittente.
ma in effetti fu proprio il duemilanove dove emersero in nuce quelle istanze, che poi avrebbero deflagrato più in là. con tutte le conseguenze del caso, ed i riverberi amari, e tutti i rivoli. per quanto eterei. pure questo post, ad esempio. forse erano già in nuce prima. solo che io non ero ancora così avveduto da accorgermene e distinguermeli per bene.
l'anno era cominciato sotto i peggiori auspici economico-finanziari-industriali. ascoltai un servizio della tivvvvvù da servizio di fine anno - 2008 - dove oramai stava venendo giù un po' tutto. recitava una cosa del tipo: finisce il 2008, anno terribile, e il 2009 fa già paura prima ancora che inizi. io nella mia sgangherata protervia pensai: sarà pure un anno di merda, globalmente, ma sarà l'anno in cui noi faremo il botto.
ed invece il duemilanove fu quello in cui si depositarono per terra tutti le mollichine di pane con cui capire che per me, in quell'aziendina, sarebbe finita male, e le batoste mi avrebbero segnato. molto. forse troppo.
mollichine di pane del tipo:
poi uno dice che non avevo bisogno di odg.
il fatto è però che, dove esiste un masochista, esiste necessariamente un sadico. e viceversa. i due, da soli, non possono esprimersi nelle rispettive cifre stilistiche. per quanto in sedicesimi. per quanto senza che ciò risalga fino alla quota zero della coscienza.
certo. immagino che anche lei - a suo modo - ricambiasse l'affetto. come però costei intese fin dall'inizio il nostro rapportarci, deflagrò qualche mese dopo.
un piccolissimo punto angoloso e, soprattutto, di non ritorno.
avevo appena cambiato casa - invero grazie al sostegno, suggestioni, consigli dei soci - avevamo appena consegnato l'ennesimo progetto che avrebbe cambiato le sorti dell'azienda [gazzigLioni di mie ore lavorate, tanto per cambiare].
insomma, percepivo fossimo ad un punto di svolta.
solo che il tutto svoltò dall'altra parte.
la sera che festeggiammo la consegna del progetto, a casa di costoro, capii in maniera chiara quel che io ero per lei, come mi considerasse. uno cui era concesso, octroyer, la sua amicizia e la sua capacità di tener vivo, ridente, appagante un rapporto amicale. era merito suo, se eravamo così amici, continuavamo ed avremmo continuato ad esserlo.
non fu un ccccrrrriiik. fu uno stttttuuummmmmpffff intimamente geologico, da personale tettonica a zolle che veniva giù.
tecnicamente l'azienda, per quel che mi riguardava, finì in quel momento.
ricordo che cominciarono a suonarmi dentro acufeni a creare accordi dissonanti.
ricordo l'amaro in bocca che percepii distinto, e come prima cosa, la mattina dopo quando mi svegliai.
ricordo che per alcuni giorni faticai addirittura a guardarla, mentre le rivolgevo le minime parole necessarie.
ricordo quanto fu difficile tornare ad una normalità nel rapportarsi. altri lavori incombevano, altre appuntamenti, altre istanze da risolvere.
di lì, comunque, è stato un lento, inesorabile, frustrante, inevitabile sgretolare verso la fine. e verso il fallimento di un progetto che prima che aziendale, era stato umano, interpersonale.
che poi è questo quello che - ancora - oggi mi disturba.
il senso di fallimento, le difficoltà, la fatica, le millemigLioni di ore passate su di un piccccccì, sono passate, buttate alle spalle.
il senso di precarietà ed afasia finanziaria, invece, ha lasciato qualche reliquio in più [ancora adesso, continuo a tenere un braccino molto più corto di quel che sarebbe utile, armoniosamente, fare. probabile che tutto ciò abbia attecchito su di un terreno già dissodato e fertile di suo, per lavorii pregressi. solo che è montato in maniera un po' ipertrofica. ed ancora non sono riuscito a de-strutturare. sì, insomma, non ho un rapporto del tutto rasserenato col denaro].
quello che però è ancora, molto, tanto, troppo, segnante è il rimestio nel ritornare a pensare alla delusione personale. ma soprattutto la rabbia per aver consegnato le chiavi della mia serenità, e di parte della mia salute interiore, a persone che non lo meritavano in maniera così sfrontata. persone molto più mediocri di quel che si credono. sopra le media, certo. ma non così tanto distanti come si ponevano, o si pongono.
e quindi non so qaunto possa aver senso prendersela con costoro, ovvero più che con me medesimo. quelle chiavi gliele consegnai io. loro mi chiesero molto di meno.
ma ancora è un ribollio di pensieri inutile, dannoso, tossico.
e non tanto perché si rimane ancorati al passato, come la storia del palio dell'ottantanove.
quanto perché ho la vaga sensazione che questo osti all'assorbimento. che poi sarebbe una delle metafore che più azzeccò - per me - odg. il non riuscire a cogliere tutto quel che di buono ho costruito negli ultimi anni, il positivo della congiuntura, la possibilità cominciasse a tradursi in una struttura [positiva]. come se fossi incapace di individuarlo, osservarlo, intercettarlo, accoglierlo, accumularlo. "lei è come se avesse un problema di cattivo assorbimento, come se non riuscisse ad assurgere le proprietà nutrizionali e necessarie degli alimenti. e per questo si trova scarico di energie [positive], stanco, incerto sull'agire. incapace di prendere in mano definitivamente la situazione", mi cazziò più o meno così. e per me fu illuminante.
ecco, ho la sensazione che quei pensieri all'indietro, l'amarezza, la delusione che non sono riuscito [ancora] ad espellere del tutto, siano come tossine che se ne stanno lì, paciose ed inamovibili. e non lasciano entrare il resto. tutto quel fluire di cose costruttive. mentre, di nuovo, son qualcosa che obnubilano et abbagliano. e distolgono dal farti percepire anche gli sparuti elementi positivi, il bello, la stilla di felicità che ogni fotuttissimo giorno da qualche parte viene nebulizzata.
oltre al farmi scordare la cazzimma che sono stato capace di tirar fuori. allora, nonostante tutto, come ora. cazzimma che adesso, peraltro, viene anche discretamente remunerata. la colgono gli altri, là dentro. il contrario di quel che faccio io.
che invece lascio correre via. e non riesco invece ad assorbire. troppo ricordante a rimestare, rivoltare quel che è stato. quel che è venuto.
e mi ritrovo stanco, nel senso più profondo del termine. e disorientato.
e in balia delle cose e degli eventi. come se non aspettassi null'altro che la definitiva sconfitta segnante.
dovrei smetterla con questi post [perché dovrei smetterla con questi pensieri da sconfitta segnante].
10 Years ago today, 100m World Record ⚡️9.58secs⚡️ pic.twitter.com/ueN8CmXoFd— Usain St. Leo Bolt (@usainbolt) 16 agosto 2019
a differenza del sedicoagostoottantanove, quando a piazza del campo c'ero, il sediciagostoduemilanove a berlino non c'ero.
me ne stavo già in quel di lipari, vacanza omaggiata dall'amica donata, ospite premurosa. donata che tanto volle bene all'amico daniele. solo che i due non si incastravano così alla perfezione. [è verosimile che altri incastri riuscissero fin troppo bene. ma in casi come questi è sempre bene non dimenticare che:
- uno degli incastratori è l'amico daniele, grandissimo mastro di chiavi e di incastri;
- scrivo e ironizzo perché naturalmente sono molto invidioso di lui.
tant'è.
insomma, si era a lipari. avevamo attraversato l'intiero stivalone con la punto hsd dell'amico daniele, equipaggiata con le gomme invernali. fu un viaggio piuttosto faticosetto. parcheggiammo direttamente nel porto di villa san giovanni. appena saliti sull'aliscafo per lipari riuscii a tener aperti gli occhi per pochi attimi. indi mi schiantai.
insomma, si era a lipari. e non si guardava la tivvvvvù. l'internette sul telefono non c'era ancora. e quindi non ebbi contezza, immediata, di quella finale sovraumana. e quel tempo che chissà quanto tempo ci vorrà ancora prima riescano a tirarlo un po' giù di tempo.
però ebbi contezza di un'altra cosa.
da lipari ero d'accordo mi sarei mosso per il nord della calabria. a far qualche giorno di altra vacanza coi miei soci. lei e lui. lei e lui nella casa al mare dell'ex di lei. ex di lei che l'anno prima mi ero scorrazzato pure lui a lipari. che ero da solo, povero ciccio, così mi titillò col suo buon cuore [e forse quel zzzzzic di coda di paglia] la socia, sua ex, che l'aveva mollato per l'altro, colui che poi divenne socio [nel primo semestre dopaminico loro, convinti a non far figli, fecero germinare l'idea di un'azienda. e qindi tutto quell che ne venne fuori, con me coinvolto]. ex che si erano comunque lasciati bene. la cui presenza era stata nel frattempo sdoganata da parte del socio, per nulla geloso dell'ex della socia. tanto che lei, la socia, ex dell'ex che prestava la casa al mare, me lo comunicò garrula che ci sarebbe stato l'ex, che "sì, siamo in quattro". ed io, un po' sorpreso, per quanto l'opzione fosse in predicato - per quanto poco probabile - mi sentii rispondere al telefono "ehhhhssssì. solo a me riescono certe cose".
e lì, in quel momento, sentii un lievissimo cccrick. la nota sbagliata, a non usare l'alterazione prevista dalla partitura, di un unico strumento nel pieno del fortissimo finale di una marcia maestosa, eseguita da una banda di molti elementi. la nuance nel bouquet di un vino che preconizza che, da lì a qualche giorno, quello stesso vino avrebbe cominciato a saper di tappo [maramaldeggio questa similitudine. considerato non abbia la più pallida idea dell'odore di un vino che sa di tappo]. il soldato che, al presentat'arm di tutto il reggimento al nuovo comandante, impugna il fucile quelle due dita più in basso. l'accenno di pennacchio di fumo, che sbuca non previsto in basso a destra, nella foto panoramica costruita alternando pieni e vuoti con precisione ossessiva.
insomma, quel qualcosa che la mia amata socia sapevo sarebbe stata in grado di fare, mi suono all'orecchio come un ccccrick, appena percettibile.
forse era il rumore di qualcosa che cominciò a rompersi, pocopocopocopocopoco. o forse fu il fruscio del pensiero che mi scappò, senza me ne rendessi conto. un pensiero apostata, irrispettoso, disarmonico che mi si parò di fronte quando fini per conclamarsi: "già, lei e il 1) partner attuale, 2) quello passato, 3) quello sublimato. autocompiacimento nel veder realizzato il desiderio di controllo. piccolo delirio d'onnipotenza". un pensiero che s'era insinuato come di vita propria. che chissà da dove partiva, da dove se n'era venuto, perché l'avevo pensato, perché mi risultava così fastidioso - mostrava pur sempre una critica nei confronti della mia amata socia - e nel contempo così inevitabile, non più ri-spedibile al mittente.
ma in effetti fu proprio il duemilanove dove emersero in nuce quelle istanze, che poi avrebbero deflagrato più in là. con tutte le conseguenze del caso, ed i riverberi amari, e tutti i rivoli. per quanto eterei. pure questo post, ad esempio. forse erano già in nuce prima. solo che io non ero ancora così avveduto da accorgermene e distinguermeli per bene.
l'anno era cominciato sotto i peggiori auspici economico-finanziari-industriali. ascoltai un servizio della tivvvvvù da servizio di fine anno - 2008 - dove oramai stava venendo giù un po' tutto. recitava una cosa del tipo: finisce il 2008, anno terribile, e il 2009 fa già paura prima ancora che inizi. io nella mia sgangherata protervia pensai: sarà pure un anno di merda, globalmente, ma sarà l'anno in cui noi faremo il botto.
ed invece il duemilanove fu quello in cui si depositarono per terra tutti le mollichine di pane con cui capire che per me, in quell'aziendina, sarebbe finita male, e le batoste mi avrebbero segnato. molto. forse troppo.
mollichine di pane del tipo:
- si strutturò l'istanza che io, comunque, avrei dovuto consumare gazziGlioni di momenti a fare le cose, variegatamente informatiche. e 'nnnnnntuuuucuuulo le considerazioni tipo
- noi parliamo dell'azienda anche quando siamo a casa;
- c'è sempre il pensiero di come far quadrarei conti;
- è come se fossimo al lavoro ventiquattore al giorno.
- fatture, poi, quando arrivavano. i risparmi, pur risparmiando il risparmiabile, si assottigliavano. ed io cominciai a entrare in certi loop di pre-paranoia, pur di non spenderli inutilmente [a metà febbraio finii a roma, ad incontrare una conoscente di blogggggghe, ospite ne "il mio locale è piccolissimo, ho solo un letto matrimoniale, se non ti fa problemi". non ne parlammo esplicitamente, ma l'idea di finire a letto non esattamente per dormire aleggiava nella testa di entrambi. per quanto lei non si fosse mai mostrata in viso completamente. errore da principiante. andai a roma con biglietto a/r preso con i punti frecciarossa. biglietti chiusissimi, sarei dovuto tornarmene con quello del tardo pomeriggio del giorno dopo l'arrivo. quando mi si presentò di fronte, stazione termini, il primo impulso fu di cercare di tornarmene indietro immediatamente. non lo feci. un po' per evitare di rimbalzarla così plasticamente. un po' perché l'idea di spendere altri soldi per un biglietto mi bloccò. fuggii dall'appartamentino la mattina dopo con una scusa, dopo una notte imbarazzatissima tanto mi repelleva. furono diciotto ore tremende. cazzeggiai poi per roma per altre dieci ore.];
- mi resi conto, nemmeno troppo tra le righe che eravamo sì la maggioranza dell'azienda, noi tre. ma ero finito nel cul de sac di essere in minoranza della maggioranza. non foss'altro perché quei due condividevano lo stesso tetto e il medesimo letto, oltre che - ciascuno - le mie medesime quote. tornai a roma per due giorni di formazione, pagati profutamente - fatturava l'azienda. lavoro sub-appaltato da un contatto della socia. andai, infilato in una situazione un po' improbabile. cercai ospitalità da un amico, che stava ben al di fuori del GRA, a due ore di mezzi dalla sede del corso - per far risparimare l'aziendina. cercai di far del mio meglio. fu durissima. e non me ne tornai del tutto soddisfatto. complessivamente il corso ebbe feedback poco lusighieri, su di me più che discreti. il contatto si lamentò, chiedendo uno sconto. io mi mi risentii e chiesi di parlare con costui e spiegar le mie ragioni, e raccontargli le cazzate organizzative che erano riusciti ad inanellare. non me lo permisero: il cliente ha sempre ragione, mi dissero. la vivetti come un'inutile umiliazione. la mia assertività che faceva sscccreeepp-sckkkrepp sotto i loro involontari piedi.
poi uno dice che non avevo bisogno di odg.
il fatto è però che, dove esiste un masochista, esiste necessariamente un sadico. e viceversa. i due, da soli, non possono esprimersi nelle rispettive cifre stilistiche. per quanto in sedicesimi. per quanto senza che ciò risalga fino alla quota zero della coscienza.
certo. immagino che anche lei - a suo modo - ricambiasse l'affetto. come però costei intese fin dall'inizio il nostro rapportarci, deflagrò qualche mese dopo.
un piccolissimo punto angoloso e, soprattutto, di non ritorno.
avevo appena cambiato casa - invero grazie al sostegno, suggestioni, consigli dei soci - avevamo appena consegnato l'ennesimo progetto che avrebbe cambiato le sorti dell'azienda [gazzigLioni di mie ore lavorate, tanto per cambiare].
insomma, percepivo fossimo ad un punto di svolta.
solo che il tutto svoltò dall'altra parte.
la sera che festeggiammo la consegna del progetto, a casa di costoro, capii in maniera chiara quel che io ero per lei, come mi considerasse. uno cui era concesso, octroyer, la sua amicizia e la sua capacità di tener vivo, ridente, appagante un rapporto amicale. era merito suo, se eravamo così amici, continuavamo ed avremmo continuato ad esserlo.
non fu un ccccrrrriiik. fu uno stttttuuummmmmpffff intimamente geologico, da personale tettonica a zolle che veniva giù.
tecnicamente l'azienda, per quel che mi riguardava, finì in quel momento.
ricordo che cominciarono a suonarmi dentro acufeni a creare accordi dissonanti.
ricordo l'amaro in bocca che percepii distinto, e come prima cosa, la mattina dopo quando mi svegliai.
ricordo che per alcuni giorni faticai addirittura a guardarla, mentre le rivolgevo le minime parole necessarie.
ricordo quanto fu difficile tornare ad una normalità nel rapportarsi. altri lavori incombevano, altre appuntamenti, altre istanze da risolvere.
di lì, comunque, è stato un lento, inesorabile, frustrante, inevitabile sgretolare verso la fine. e verso il fallimento di un progetto che prima che aziendale, era stato umano, interpersonale.
che poi è questo quello che - ancora - oggi mi disturba.
il senso di fallimento, le difficoltà, la fatica, le millemigLioni di ore passate su di un piccccccì, sono passate, buttate alle spalle.
il senso di precarietà ed afasia finanziaria, invece, ha lasciato qualche reliquio in più [ancora adesso, continuo a tenere un braccino molto più corto di quel che sarebbe utile, armoniosamente, fare. probabile che tutto ciò abbia attecchito su di un terreno già dissodato e fertile di suo, per lavorii pregressi. solo che è montato in maniera un po' ipertrofica. ed ancora non sono riuscito a de-strutturare. sì, insomma, non ho un rapporto del tutto rasserenato col denaro].
quello che però è ancora, molto, tanto, troppo, segnante è il rimestio nel ritornare a pensare alla delusione personale. ma soprattutto la rabbia per aver consegnato le chiavi della mia serenità, e di parte della mia salute interiore, a persone che non lo meritavano in maniera così sfrontata. persone molto più mediocri di quel che si credono. sopra le media, certo. ma non così tanto distanti come si ponevano, o si pongono.
e quindi non so qaunto possa aver senso prendersela con costoro, ovvero più che con me medesimo. quelle chiavi gliele consegnai io. loro mi chiesero molto di meno.
ma ancora è un ribollio di pensieri inutile, dannoso, tossico.
e non tanto perché si rimane ancorati al passato, come la storia del palio dell'ottantanove.
quanto perché ho la vaga sensazione che questo osti all'assorbimento. che poi sarebbe una delle metafore che più azzeccò - per me - odg. il non riuscire a cogliere tutto quel che di buono ho costruito negli ultimi anni, il positivo della congiuntura, la possibilità cominciasse a tradursi in una struttura [positiva]. come se fossi incapace di individuarlo, osservarlo, intercettarlo, accoglierlo, accumularlo. "lei è come se avesse un problema di cattivo assorbimento, come se non riuscisse ad assurgere le proprietà nutrizionali e necessarie degli alimenti. e per questo si trova scarico di energie [positive], stanco, incerto sull'agire. incapace di prendere in mano definitivamente la situazione", mi cazziò più o meno così. e per me fu illuminante.
ecco, ho la sensazione che quei pensieri all'indietro, l'amarezza, la delusione che non sono riuscito [ancora] ad espellere del tutto, siano come tossine che se ne stanno lì, paciose ed inamovibili. e non lasciano entrare il resto. tutto quel fluire di cose costruttive. mentre, di nuovo, son qualcosa che obnubilano et abbagliano. e distolgono dal farti percepire anche gli sparuti elementi positivi, il bello, la stilla di felicità che ogni fotuttissimo giorno da qualche parte viene nebulizzata.
oltre al farmi scordare la cazzimma che sono stato capace di tirar fuori. allora, nonostante tutto, come ora. cazzimma che adesso, peraltro, viene anche discretamente remunerata. la colgono gli altri, là dentro. il contrario di quel che faccio io.
che invece lascio correre via. e non riesco invece ad assorbire. troppo ricordante a rimestare, rivoltare quel che è stato. quel che è venuto.
e mi ritrovo stanco, nel senso più profondo del termine. e disorientato.
e in balia delle cose e degli eventi. come se non aspettassi null'altro che la definitiva sconfitta segnante.
dovrei smetterla con questi post [perché dovrei smetterla con questi pensieri da sconfitta segnante].
post che dovrei smettere di scrivere [nel senso che dovrei smettere certi pensieri] /1: il palio dell'assunta
e quindi sembra che al[la nobile contrada del] bruco abbiano sfilato il drappellone, mentre se ne stavano andando a festeggiare.
se possibile ancora più beffardo a quel che accadde nella carriera dell'assunta di trentannifa esatti.
io c'ero.
si andò laggiù con l'amico luca [nel senso di un altro amico luca], che mi coinvolse in questo titillo. allora si era un po' accomunati, eravamo due addolorati d'amore. ovviamente non della stessa fanciulla. però eravamo sostenuti nei nostri patemi di effluvianti d'amorosi sensi non corrisposti da lei, l'adulta del gruppo dell'oratorio. con lei ci si sfogava, ovviamente in momenti diversi. e lei ci consigliava, ci blandiva, elargiva la sua dotta saggezza di donna adulta, capace di carpire dal capapace di ragazzine con sguardi verso altri, che noi eravamo quelli giusti per loro: ognuna al suo pretendente, ovvio. insomma, ci convinse e noi, boccaloni, a regalarle i nostri patemi.
comunque.
si partì coll'espresso delle 23.27. quello che arrivava fino a roma. si cambiò a firenze, indi per siena. non ricordo come si arrivò a rapolano terme, nei dintorni del capoluogo. il posto donde abitavano i nostri ospiti, parenti dell'amico luca. del pernotto si era fatto carico lui: ci penso io, non preoccuparti. il fatto è che non trovammo i parenti, che se ne stavano in vacanza. non ricordo come si risolse la cosa, ho rimosso i conciliaboli e l'organizzazione del da farsi per ovviare al fatto che due regazzini - l'amico luca ancora minorenne, peraltro - erano a rapolano terme e non sapevano dove passare la notte. e così che noi si finì proprio a siena, vicino al centro storico, in una casa piena di riferimenti al bruco - nel senso di contrada - anche se non ricordo esattamente in che relazione fossero con l'amico luca. però al figlio più piccolo della famiglia ospite, appena più grande di noi, avrebbe toccato l'onore per quel palio, di essere il tamburino appunto del bruco - sempre nel senso di contrada - quello che avrebbe fatto la sfilata storica e sceso in campo per la sbandierata finale. nel mentre all'amico luca sentii dire, un po' sollevato per aver trovato un tetto: noi si sbagliò tutto stamani che si doveva fare in altro modo. al che accaddero due cose:
quell'anno poi, quel palio, quell'assunta, sembrava potesse essere la carriera giusta. arrisi dalla sorte era toccato loro pytheos, un cavallo giovane, forte, forse un po' inesperto ma un fulmine. loro s'erano scelti il fantino giusto: cianchino, uno che sapeva il fatto suo. si erano spesi una fottia di soldi. era la volta buona. la sera prima, l'amico luca, mentre sdraiati ci si godeva il tepore gentile in piazza e si pensava ogni tanto alle nostre amate [per quanto non corrisposti] osservando la torre del mangia esclamò: "lei sa già chi vince domani, ma non ce lo dice".
si entrò dall'uscita dell'onda, l'ultima a venir chiusa - l'onda, che poi sarebbe la contrada di quella che poi diventò la moglie, nonché madre delle sue tre figlie, dell'amico luca, ma in quel momento era una cosa decisamente ancora lunga a venire.
ci si piazzò quasi davanti l'entrone. la piazza piena, eravamo in basso, ma sembrava si riuscisse ad avere la visuale su tutto il resto. il mortaretto, a dar il la all'entrata dei cavalli, mi scosse fin giù verso le budella. ci si avvicinò uno, con lo stesso drappo appeso al collo, completamente ubriaco. biascicò una cosa che capì solo l'amico luca: se al primo giro siamo davanti, noi si salta dentro, sul tufo, intesi?
della mossa, che si vedeva lontana, ma chiarissima, ricordo la sensazione mai provata prima. qualcosa che cominciava a tuoneggiarti da qualche parte dentro, giù nel profondo, per poi salire riverberando fino a sentire come se qualcuno ti agitasse, come si sbattacchia un albero da frutto, e nel contempo ti immobilizzasse. un fremito che non ricordo di aver poi sentito molte altre volte. qualcosa di insopportabile ma talmente adrenalinico che vorresti non finisse così, d'amblé. tipo quando poi partirono. solo che il rimbalzo di quarantazoccoli turbinanti sul tufo, era un rullare quasi inquietante, lontano ma che già sapevi inevitabile, sempre più vicino: in apparenza lentamente, in realtà in una manciata di secondi. pytheos e cianchino ci passarono avanti ad una velocità che non pensavo potesse essere una cosa simile, per un cavallo cavalvato a raso su del tufo. era avanti di due lunghezze, l'amico luca completamente fuori di testa. al primo casato, da solo ed in stravantaggio, cianchino strinse troppo, battè il ginocchio su di un colonnino - lo si vide bene, doveva far un male della maTonna. si scompose, andò a sbattere dalla parte opposta del selciato, si autodisarcionò ma ci impiegò un po' troppo prima di lasciar andare le briglie, e sparire chissà dove là sotto. forse rallentò un po' pytheos, che comunque ci passò di fronte scosso, ancora primo e sempre con un turbinare che arrivava a cavalcarti dentro. è che poi al secondo casato o giù di lì, si affiancò benito III, pure lui scosso, risalito come un ossesso dalle posizioni di rincalzo. e quindi nulla. si mise sull'interno, pytheos finì nell'immaginaria corsia più larga, quindi più tufo da calpestare. ci passarono di fronte due fulmini scossi, con la piazza che esplodeva, il rimbombo degli zoccoli sul tufo, uno scattering impazzito di sensazioni e sollecitazioni sensoriali che non riesci a concepire - prima e dopo - come riescano a farle compresse in così poco spazio, come quella piazza a forma di conchiglia, e in così pochi attimi, anche se ogni secondo pare dilatato come se il tempo fosse rivettato su di una membrana moooooooooolto elastica e deformabile.
vinse il drago, con benito III scosso. secondo pytheos. ma al palio arrivare secondo è peggio che arrivare ultimi. l'amico luca ebbe una specie di crisi di pianto rapida. tutto sembrava così assurdo e così inimmaginabile. una cosa del tipo: vi prego, rifatelo subito di nuovo. quel contorcimento di budella non l'avevo mai provato. di nuovo, vi prego.
giunsero voci di cianchino chiuso dentro un androne, col ginocchio sfatto, ed alcuni contradaioli ad attenderlo fuori con un'unica idea, semplice e precisa: menarlo.
giunsero voci di scontri tra brucaioli e draghini, cosa che scandalizzò i puristi: non ci si menava, dopo, per una vittoria mancata.
con l'amico luca, cincischiando a zonzo per il centro storico, finimmo nei pressi della sede del drago, oltremodo in festa. decidemmo di entrare, dopo aver nascosto per bene il fazzolettone del bruco in tasca. se l'avessero scorto chissà che minchia avrebbe potuto accadere. bevemmo del vino che arrotava la papille, circondati da contradaioli già piuttosto ebbri e decisamente ubriachi, non solo di felicità.
lì dentro non ci accadde nulla di spiacevole. non si accorsero dei nostri fazzolettoni, che noi si era del bruco. non se ne accorsero, ed io ancora una volta pensai che non poteva accadere. ci era dovuto. mi era dovuto.
le cose, ostentavo a pensare trentannifa, era piuttoso ovvio che avrebbero dovuto mettersi come mi ero immaginato no?
da lì ad un mese avre iniziato il quinto anno di superiori. quindi l'università. sarei diventato ingegnere elettronico. avrei vissuto a milano, in una casa confortevole, piano alto. naturalmente sposando la fanciulla che, dettaglio, doveva solo prendere atto dell'ineluttabilità fossimo fatti l'uno per l'altro, ma era solo questione di aspettare il tempo l'aiutassero a capire. avrei avuto tre figlie, che avrei ritratto in una sequela di bellissime et amorevoli foto scattate con la mia reflex ed il mio parco obiettivi di tutto rispetto: tutte foto incorniciate a riempire una parete della casa confortevole piano alto. sarei stato felice, appagato, realizzato, benestante, con un lavoro di responsabilità, che mi avrebbe regalato grandi soddisfazioni, e in cui si sarebbe acclarato la mia bravura et insostituibilità: un'ascesa sociale grazie all'istruzione, la mia voglia di farmi il culo ed una più che discreta intelligenza, soprattutto logico-matematica. sarei ritornato al paesello, assieme alla famiglia, con l'auto monovolume e comoda, per la processione di pentecoste: in onore alla tradizione e la mia fede indefessa et cristallina. forse sarei anche ritornato a vedere un palio. magari non dall'interno della piazza, ma da uno dei balconi che vi si affacciano. e avrebbe vinto, in quell'occasione, il bruco.
insomma. quali altre sorti magnifiche e progressive?
ecco.
la vita poi è quella cosa che succede quando sei intento a far un sacco di altri programmi. è una citazione un po' storpiata, mi sa.
e così di quella checklist ad oggi risultano azzeccate:
forse, a trovarci un forzatissimo fil rouge, era già tutto preconizzabile già lì. pytheos scosso, che si fa fottere la corsia interna da benito III. quasi beffardo. ed al palio arrivar secondi è peggio che arrivar ultimi. grandi possibilità. ma non si vince [mai]. anzi a volte è peggio che arrivar ultimi.
forse, a vederla bene, quell'elenco di cose mi [a]spettavano sarebbero successe [me lo si doveva] era un elenco piccolo-borghese. per certi versi roba nemmeno di ampio respiro. un'esistenza incasellata nel dettami socio-riproduttivi, dettati anche da un paradigma invero banalotto.
ci ho pensato spesso, al fatto se effettivamente così mi sarei sentito in qualche modo realizzato, o qualcosa che gli si approssimasse. e non mi sarei prodotto in svariegatissime contumelie, come scusa per potermi lamentare. nelle forme e nei modi previsti dalla fantasia giaculatoria.
mi sono anche chiesto se tutto questo, tutto questo metter in dubbio l'eventuale realizzazione, non sia una variante della classicissima la volpe e l'uva.
ma è esercizio inutile. e soprattutto emotivamente faticoso. specie in giorni come questi. per quanto giorni adattissimi, così pieni stanchezza interiore e svuotati di elementi construens, a far sgorgare zampilli di pensier come quelli. esercizio inutile perché è andata in altro modo. e non ci sono controprove a cosa avrebbe potuto succedere se. credo che l'unica variante fondamentale sia la partenità mancata. un totale cambio di paradigma. per cui ho la sensazione non mi riesca di immaginarmi - davvero - il come se. oltre al fatto, savasssannndddddirr, che son giorni come questi in cui diventa ancora più inconcepibile immaginarsi genitore. nel senso che la percezione di inadeguatezza, anche solo pensando al come se, quasi si sostanzia, come un bolo che ha consistenza reale.
son pensieri che ancorano al passato. che così, pensiero inutile dopo pensiero evitabile, sassolino dopo sassolino, si fa sacca pesante. si fa zavorra così difficile da portare, faticoso pure quello. continuando a guardare indietro, per inferire chissà quali proiezioni e conclusioni, conseguenza dopo effetto, di un futuro inevitabilmente nefasto: per il semplice fatto saremo tutti morti, giù là in fondo nel futuro.
mentre ci sarebbe da vivere, assaporare, serenizzare, scopare, felicizzare, contemplare, apprezzare, godere, inspirare, abbracciare, armonizzare, baciare, regalare, esserci nel presente. oggi. adesso. qui.
mentre quelli son pensieri che obnubilano et abbagliano. e distolgono dal farti percepire anche gli sparuti elementi positivi, il bello, la stilla di felicità che ogni fotuttissimo giorno da qualche parte viene nebulizzata.
penso a quello che [di un po' ovvio] desideravo. quasi che quello che fosse giusto dovesse essere per forza quello, in quella forma, in quella declinazione. e con questo tirarsi sopra la testa le coperte dell'alibi. e smettere di cercare altre forme ed altre declinazioni.
che poi sarebbe questa la sconfitta più segnante.
che poi sarebbe la cosa che, in questi giorni, non riesco a smettere di fare: perdere in un modo così segnante.
dovrei smetterla con questi post [perché dovrei smetterla con questi pensieri da sconfitta segnante].
* la [nobile] contrada del bruco sarebbe rimasta la contrada nonna per altri sette anni. vinse la carriera dall'assunta del novantasei. guardai quel palio in tivù, con al collo il fazzolettone di quel primo palio da brucaiolo. saltavo, urlavo, e mi dimenavo come nu pazzo da solo davanti la tivvvvvvù. la sera uscii a zonzo per il paesello con il mio fazzolettone, raccontando a chiunque che non si era più la contrada nonna. il giorno dopo partii per la vacanza più brutta, triste, umiliante, da dimenticare di quel che mi è capitato di viver fin qui. ovviamente non l'ho scordata. quanta dignità si può infilar sotto la suola delle scarpe, per correr dietro una donna [che non è la fanciulla di cui sopra]. donna che, peraltro, in quegli anni non ha fatto altro che percularmi, facendomene solo sentir l'odore [figurativamente, ovvio] e financo da molto lontano. [per quanto, quando uscì dall'acqua con quel costume bianco diventato quasi trasparente, che poi mai più re-indossò, mica solo a me parve non esattamente di immaginare i capezzoli ampi sui seni che mostravano compiutamente la loro compatta rotondità, ed il contorno non proprio glabro del pube. fu ulteriore sofferenza. per i desideri repressi che scalciavano come ossessi dentro. e nel dubbio mi girai, ventre a terra. mica cominciassero a scalciare anche fuori]
** in quel viaggio, mi portai appresso i promessi sposi, lettura commentata, compito per le vacanze. non sapevo che da lì pochi mesi mi sarei scoperto così innamorato della letteratura. ricordo che via via a don rodrigo si metteva male, via via prendevo speranza che la fanciulla stesse per scazzare col suo mezzo fidanzatino dell'epoca, cosa che poi avvenne in effetti - dopo aver finto la lettura de i promessi. solo che si ri-mise assieme ad una altro, che non ero io. in maniera molto meno sentimentale ricordo anche nel viaggio di ritorno lo stavo leggendo seduto per terra, vagone piuttosto pieno. quando arrivarono e si piazzarono lì accanto due donne, giovani, ma decisamente mature per noi. leggevo, ma alzando lo sguardo me lo ritrovai a pochi centimetri dalle coscie di costoro. una delle due aveva un vestito con una fila di bottoni sul davanti. la distanza delle asole generosa, il tessuto piuttosto lasco. insomma: cominciai a leggere con pause sempre più ravvicinate, anche perché, ad osservar di sguincio tra le pieghe, i pieni e vuoti che si creavano, si spalancavano visioni di porzioni di coscia sempre più importanti. quando appurai portasse l'intimo bianco un po' mi passò la curiosità. e mi rimisi a leggere più concentrato.
se possibile ancora più beffardo a quel che accadde nella carriera dell'assunta di trentannifa esatti.
io c'ero.
si andò laggiù con l'amico luca [nel senso di un altro amico luca], che mi coinvolse in questo titillo. allora si era un po' accomunati, eravamo due addolorati d'amore. ovviamente non della stessa fanciulla. però eravamo sostenuti nei nostri patemi di effluvianti d'amorosi sensi non corrisposti da lei, l'adulta del gruppo dell'oratorio. con lei ci si sfogava, ovviamente in momenti diversi. e lei ci consigliava, ci blandiva, elargiva la sua dotta saggezza di donna adulta, capace di carpire dal capapace di ragazzine con sguardi verso altri, che noi eravamo quelli giusti per loro: ognuna al suo pretendente, ovvio. insomma, ci convinse e noi, boccaloni, a regalarle i nostri patemi.
comunque.
si partì coll'espresso delle 23.27. quello che arrivava fino a roma. si cambiò a firenze, indi per siena. non ricordo come si arrivò a rapolano terme, nei dintorni del capoluogo. il posto donde abitavano i nostri ospiti, parenti dell'amico luca. del pernotto si era fatto carico lui: ci penso io, non preoccuparti. il fatto è che non trovammo i parenti, che se ne stavano in vacanza. non ricordo come si risolse la cosa, ho rimosso i conciliaboli e l'organizzazione del da farsi per ovviare al fatto che due regazzini - l'amico luca ancora minorenne, peraltro - erano a rapolano terme e non sapevano dove passare la notte. e così che noi si finì proprio a siena, vicino al centro storico, in una casa piena di riferimenti al bruco - nel senso di contrada - anche se non ricordo esattamente in che relazione fossero con l'amico luca. però al figlio più piccolo della famiglia ospite, appena più grande di noi, avrebbe toccato l'onore per quel palio, di essere il tamburino appunto del bruco - sempre nel senso di contrada - quello che avrebbe fatto la sfilata storica e sceso in campo per la sbandierata finale. nel mentre all'amico luca sentii dire, un po' sollevato per aver trovato un tetto: noi si sbagliò tutto stamani che si doveva fare in altro modo. al che accaddero due cose:
- rimasi talmente colpito da quel "noi si sbagliò tutto stamani", che non avevo mai sentito utilizzare, soprattutto da lui, con l'uso sofisticato del passato remoto, che cominciai ad usarlo pur io. dapprima con circospezione. il bloggggggghe, millemila anni dopo ha fatto il resto;
- io mi sentii, di colpo, un sostenitore acceso del[la nobile contrada del] bruco.
quell'anno poi, quel palio, quell'assunta, sembrava potesse essere la carriera giusta. arrisi dalla sorte era toccato loro pytheos, un cavallo giovane, forte, forse un po' inesperto ma un fulmine. loro s'erano scelti il fantino giusto: cianchino, uno che sapeva il fatto suo. si erano spesi una fottia di soldi. era la volta buona. la sera prima, l'amico luca, mentre sdraiati ci si godeva il tepore gentile in piazza e si pensava ogni tanto alle nostre amate [per quanto non corrisposti] osservando la torre del mangia esclamò: "lei sa già chi vince domani, ma non ce lo dice".
si entrò dall'uscita dell'onda, l'ultima a venir chiusa - l'onda, che poi sarebbe la contrada di quella che poi diventò la moglie, nonché madre delle sue tre figlie, dell'amico luca, ma in quel momento era una cosa decisamente ancora lunga a venire.
ci si piazzò quasi davanti l'entrone. la piazza piena, eravamo in basso, ma sembrava si riuscisse ad avere la visuale su tutto il resto. il mortaretto, a dar il la all'entrata dei cavalli, mi scosse fin giù verso le budella. ci si avvicinò uno, con lo stesso drappo appeso al collo, completamente ubriaco. biascicò una cosa che capì solo l'amico luca: se al primo giro siamo davanti, noi si salta dentro, sul tufo, intesi?
della mossa, che si vedeva lontana, ma chiarissima, ricordo la sensazione mai provata prima. qualcosa che cominciava a tuoneggiarti da qualche parte dentro, giù nel profondo, per poi salire riverberando fino a sentire come se qualcuno ti agitasse, come si sbattacchia un albero da frutto, e nel contempo ti immobilizzasse. un fremito che non ricordo di aver poi sentito molte altre volte. qualcosa di insopportabile ma talmente adrenalinico che vorresti non finisse così, d'amblé. tipo quando poi partirono. solo che il rimbalzo di quarantazoccoli turbinanti sul tufo, era un rullare quasi inquietante, lontano ma che già sapevi inevitabile, sempre più vicino: in apparenza lentamente, in realtà in una manciata di secondi. pytheos e cianchino ci passarono avanti ad una velocità che non pensavo potesse essere una cosa simile, per un cavallo cavalvato a raso su del tufo. era avanti di due lunghezze, l'amico luca completamente fuori di testa. al primo casato, da solo ed in stravantaggio, cianchino strinse troppo, battè il ginocchio su di un colonnino - lo si vide bene, doveva far un male della maTonna. si scompose, andò a sbattere dalla parte opposta del selciato, si autodisarcionò ma ci impiegò un po' troppo prima di lasciar andare le briglie, e sparire chissà dove là sotto. forse rallentò un po' pytheos, che comunque ci passò di fronte scosso, ancora primo e sempre con un turbinare che arrivava a cavalcarti dentro. è che poi al secondo casato o giù di lì, si affiancò benito III, pure lui scosso, risalito come un ossesso dalle posizioni di rincalzo. e quindi nulla. si mise sull'interno, pytheos finì nell'immaginaria corsia più larga, quindi più tufo da calpestare. ci passarono di fronte due fulmini scossi, con la piazza che esplodeva, il rimbombo degli zoccoli sul tufo, uno scattering impazzito di sensazioni e sollecitazioni sensoriali che non riesci a concepire - prima e dopo - come riescano a farle compresse in così poco spazio, come quella piazza a forma di conchiglia, e in così pochi attimi, anche se ogni secondo pare dilatato come se il tempo fosse rivettato su di una membrana moooooooooolto elastica e deformabile.
vinse il drago, con benito III scosso. secondo pytheos. ma al palio arrivare secondo è peggio che arrivare ultimi. l'amico luca ebbe una specie di crisi di pianto rapida. tutto sembrava così assurdo e così inimmaginabile. una cosa del tipo: vi prego, rifatelo subito di nuovo. quel contorcimento di budella non l'avevo mai provato. di nuovo, vi prego.
giunsero voci di cianchino chiuso dentro un androne, col ginocchio sfatto, ed alcuni contradaioli ad attenderlo fuori con un'unica idea, semplice e precisa: menarlo.
giunsero voci di scontri tra brucaioli e draghini, cosa che scandalizzò i puristi: non ci si menava, dopo, per una vittoria mancata.
con l'amico luca, cincischiando a zonzo per il centro storico, finimmo nei pressi della sede del drago, oltremodo in festa. decidemmo di entrare, dopo aver nascosto per bene il fazzolettone del bruco in tasca. se l'avessero scorto chissà che minchia avrebbe potuto accadere. bevemmo del vino che arrotava la papille, circondati da contradaioli già piuttosto ebbri e decisamente ubriachi, non solo di felicità.
lì dentro non ci accadde nulla di spiacevole. non si accorsero dei nostri fazzolettoni, che noi si era del bruco. non se ne accorsero, ed io ancora una volta pensai che non poteva accadere. ci era dovuto. mi era dovuto.
le cose, ostentavo a pensare trentannifa, era piuttoso ovvio che avrebbero dovuto mettersi come mi ero immaginato no?
da lì ad un mese avre iniziato il quinto anno di superiori. quindi l'università. sarei diventato ingegnere elettronico. avrei vissuto a milano, in una casa confortevole, piano alto. naturalmente sposando la fanciulla che, dettaglio, doveva solo prendere atto dell'ineluttabilità fossimo fatti l'uno per l'altro, ma era solo questione di aspettare il tempo l'aiutassero a capire. avrei avuto tre figlie, che avrei ritratto in una sequela di bellissime et amorevoli foto scattate con la mia reflex ed il mio parco obiettivi di tutto rispetto: tutte foto incorniciate a riempire una parete della casa confortevole piano alto. sarei stato felice, appagato, realizzato, benestante, con un lavoro di responsabilità, che mi avrebbe regalato grandi soddisfazioni, e in cui si sarebbe acclarato la mia bravura et insostituibilità: un'ascesa sociale grazie all'istruzione, la mia voglia di farmi il culo ed una più che discreta intelligenza, soprattutto logico-matematica. sarei ritornato al paesello, assieme alla famiglia, con l'auto monovolume e comoda, per la processione di pentecoste: in onore alla tradizione e la mia fede indefessa et cristallina. forse sarei anche ritornato a vedere un palio. magari non dall'interno della piazza, ma da uno dei balconi che vi si affacciano. e avrebbe vinto, in quell'occasione, il bruco.
insomma. quali altre sorti magnifiche e progressive?
ecco.
la vita poi è quella cosa che succede quando sei intento a far un sacco di altri programmi. è una citazione un po' storpiata, mi sa.
e così di quella checklist ad oggi risultano azzeccate:
- la laurea in ingegneria, per quanto non elettronica. anche se gran parte delle storture cominciano proprio da lì: ancor prima di iniziarla, l'università, avevo intuito che quella non sarebbe stata la laurea che più mi si confacesse. quel giorno del palio, non avevo ancosa subito la sberla innamorevole delle mondo umanistico**;
- vivo a milano, finché potrò permettermelo. e ci vivo in una specie di esilio volontario, dove posso confondermi come perfetto sconosciuto. solo in mezzo alla moltitudine. per uno scherzo del caso vivo [in affitto] a pochi centinaia di metri dove abita la fanciulla. solo che lei sta all'interno della recinzione delle vie private della zona residenziale, dove abitano nemmeno i benestanti, ma quelli ricchi [in attico di proprietà, ovvio]. lei peraltro di figlie, ne ha effettivamente fatte tre.
forse, a trovarci un forzatissimo fil rouge, era già tutto preconizzabile già lì. pytheos scosso, che si fa fottere la corsia interna da benito III. quasi beffardo. ed al palio arrivar secondi è peggio che arrivar ultimi. grandi possibilità. ma non si vince [mai]. anzi a volte è peggio che arrivar ultimi.
forse, a vederla bene, quell'elenco di cose mi [a]spettavano sarebbero successe [me lo si doveva] era un elenco piccolo-borghese. per certi versi roba nemmeno di ampio respiro. un'esistenza incasellata nel dettami socio-riproduttivi, dettati anche da un paradigma invero banalotto.
ci ho pensato spesso, al fatto se effettivamente così mi sarei sentito in qualche modo realizzato, o qualcosa che gli si approssimasse. e non mi sarei prodotto in svariegatissime contumelie, come scusa per potermi lamentare. nelle forme e nei modi previsti dalla fantasia giaculatoria.
mi sono anche chiesto se tutto questo, tutto questo metter in dubbio l'eventuale realizzazione, non sia una variante della classicissima la volpe e l'uva.
ma è esercizio inutile. e soprattutto emotivamente faticoso. specie in giorni come questi. per quanto giorni adattissimi, così pieni stanchezza interiore e svuotati di elementi construens, a far sgorgare zampilli di pensier come quelli. esercizio inutile perché è andata in altro modo. e non ci sono controprove a cosa avrebbe potuto succedere se. credo che l'unica variante fondamentale sia la partenità mancata. un totale cambio di paradigma. per cui ho la sensazione non mi riesca di immaginarmi - davvero - il come se. oltre al fatto, savasssannndddddirr, che son giorni come questi in cui diventa ancora più inconcepibile immaginarsi genitore. nel senso che la percezione di inadeguatezza, anche solo pensando al come se, quasi si sostanzia, come un bolo che ha consistenza reale.
son pensieri che ancorano al passato. che così, pensiero inutile dopo pensiero evitabile, sassolino dopo sassolino, si fa sacca pesante. si fa zavorra così difficile da portare, faticoso pure quello. continuando a guardare indietro, per inferire chissà quali proiezioni e conclusioni, conseguenza dopo effetto, di un futuro inevitabilmente nefasto: per il semplice fatto saremo tutti morti, giù là in fondo nel futuro.
mentre ci sarebbe da vivere, assaporare, serenizzare, scopare, felicizzare, contemplare, apprezzare, godere, inspirare, abbracciare, armonizzare, baciare, regalare, esserci nel presente. oggi. adesso. qui.
mentre quelli son pensieri che obnubilano et abbagliano. e distolgono dal farti percepire anche gli sparuti elementi positivi, il bello, la stilla di felicità che ogni fotuttissimo giorno da qualche parte viene nebulizzata.
penso a quello che [di un po' ovvio] desideravo. quasi che quello che fosse giusto dovesse essere per forza quello, in quella forma, in quella declinazione. e con questo tirarsi sopra la testa le coperte dell'alibi. e smettere di cercare altre forme ed altre declinazioni.
che poi sarebbe questa la sconfitta più segnante.
che poi sarebbe la cosa che, in questi giorni, non riesco a smettere di fare: perdere in un modo così segnante.
dovrei smetterla con questi post [perché dovrei smetterla con questi pensieri da sconfitta segnante].
* la [nobile] contrada del bruco sarebbe rimasta la contrada nonna per altri sette anni. vinse la carriera dall'assunta del novantasei. guardai quel palio in tivù, con al collo il fazzolettone di quel primo palio da brucaiolo. saltavo, urlavo, e mi dimenavo come nu pazzo da solo davanti la tivvvvvvù. la sera uscii a zonzo per il paesello con il mio fazzolettone, raccontando a chiunque che non si era più la contrada nonna. il giorno dopo partii per la vacanza più brutta, triste, umiliante, da dimenticare di quel che mi è capitato di viver fin qui. ovviamente non l'ho scordata. quanta dignità si può infilar sotto la suola delle scarpe, per correr dietro una donna [che non è la fanciulla di cui sopra]. donna che, peraltro, in quegli anni non ha fatto altro che percularmi, facendomene solo sentir l'odore [figurativamente, ovvio] e financo da molto lontano. [per quanto, quando uscì dall'acqua con quel costume bianco diventato quasi trasparente, che poi mai più re-indossò, mica solo a me parve non esattamente di immaginare i capezzoli ampi sui seni che mostravano compiutamente la loro compatta rotondità, ed il contorno non proprio glabro del pube. fu ulteriore sofferenza. per i desideri repressi che scalciavano come ossessi dentro. e nel dubbio mi girai, ventre a terra. mica cominciassero a scalciare anche fuori]
** in quel viaggio, mi portai appresso i promessi sposi, lettura commentata, compito per le vacanze. non sapevo che da lì pochi mesi mi sarei scoperto così innamorato della letteratura. ricordo che via via a don rodrigo si metteva male, via via prendevo speranza che la fanciulla stesse per scazzare col suo mezzo fidanzatino dell'epoca, cosa che poi avvenne in effetti - dopo aver finto la lettura de i promessi. solo che si ri-mise assieme ad una altro, che non ero io. in maniera molto meno sentimentale ricordo anche nel viaggio di ritorno lo stavo leggendo seduto per terra, vagone piuttosto pieno. quando arrivarono e si piazzarono lì accanto due donne, giovani, ma decisamente mature per noi. leggevo, ma alzando lo sguardo me lo ritrovai a pochi centimetri dalle coscie di costoro. una delle due aveva un vestito con una fila di bottoni sul davanti. la distanza delle asole generosa, il tessuto piuttosto lasco. insomma: cominciai a leggere con pause sempre più ravvicinate, anche perché, ad osservar di sguincio tra le pieghe, i pieni e vuoti che si creavano, si spalancavano visioni di porzioni di coscia sempre più importanti. quando appurai portasse l'intimo bianco un po' mi passò la curiosità. e mi rimisi a leggere più concentrato.
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