stamani il bacchetta, alla radio, ci ha provato. era una sfida complessa da portare fino in fondo. soprattutto in una comunità di ascoltatrici e ascoltatori sicuramente sensibili alle sofferenze, dell'altro lato, che da quell'evento si sono generate. e che si propagano all'indietro, in un rincorrersi di cause ed effetti che si fa assordante. disperante, a guardare solo le azioni e reazioni del passato.
ecco, vedi, caro massimo bacchetta. nemmeno io ci sono riuscito. provare a pensare, oggi, a quell'evento devastante del setteottobre, e lì rimanere concentrati. senza lasciarsi andare, almeno oggi, a considerazioni - per quanto sacrosante - di quello che è stato dall'ottoottobre, quello che è stato fino al seiottobre.
fermarsi a ragionare sul pogrom. quello che è stata l'esclusiva mattanza di un gruppo di terroristi, che per ribaltamento di senso ributtante c'è chi definisce partigiani. ed il pogrom un atto di resistenza. il modo ancor mi offende.
non so quanto ci sia riuscito io. non so quanto il bacchetta l'abbia azzeccata, proporre un tema che, forse, non aveva una soluzione, neppure nel dominio complesso.
perché appunto è troppo complessa, stordente, spiazzante quella realtà. gangli intrecciati, indistinguibili, irriducibili. come una massa tumorale può avvolgere tessuti sani in modo inestricabile. il tumore è la violenza che pervade quelle terre, che di santo non hanno un proprio un cazzo. è l'odio che gli uni hanno nei confronti dell'altro: tutti figli di abramo, peraltro.
ci ho provato neh?, soprattutto oggi, a ragionare su cosa dev'essere stato il setteottobre per loro, abitanti di israele, ebrei. come ha riverberato quel pogrom.
contino ad essere convinto ci manchi un pezzo. a tutti noi col culo al caldo. e non è solo una questione congiunturale del qui ed ora. bensì il culo al caldo dell'intimo profondo di noi cristiani di occidente. importa poco quanto atei o agnostici o lontani dal professarlo. noi che facciamo parte di quella parte che ha dominato per secoli. che seppur da qualche tempo il potere sfumò [cit.], si rintanata nei meandri della morale, del senso di colpa e di espiazione. insomma noi che non abbiamo diciannove secoli di pensiero fondante che si è infilato sotto lo strato del derma e della coscienza: vogliono eliminarci dalla faccia della terra.
spreco una riga di disclaimer: non giustifica un solo morto innocente, prima e dopo il setteottobre. non vi si può prescindere però, nel ragionare fin giù nel profondo, quello che è stato quel pogrom.
solo che a noi ci mancano i diciannove secoli di pensiero fondante.
per questo credo ci manchi un pezzo, per capire davvero cosa dev'essere stato per loro: abitanti di israele, ebrei.
il governo di israele ha responsabilità e colpe incommensurabili: prima e dopo il setteottobre. specie lo scempio del concetto di umanità, dei crimini contro di essa che sta accadendo a gaza. ma il governo di israele non è il suo popolo. per quanto oggi, quel popolo, probabilmente farebbe vincere ancora a quel criminale del loro primo ministro, e gli estremisti sodali suoi. ma nessun popolo si merita un pogrom - che banale ovvietà, eh?
e a noi continua a mancarci un pezzo per capire, davvero, cosa deve aver significato per loro. è già terribile così. figurarsi con quel pezzo in più.
nel senso di si può fare. non come lo esclama lisergico il dottor frankestin. ma come lo canta il branduardi. che inizia con questa specie di giga, che credi sia un'orchestra di ghironde a suonar il motivo che [ti] trascina.
vado molto a memoria. una cosa di più di trentanni fa. l'esame di analisi III, con le certezze che si sfaldano una domenica pomeriggio di febbraio. io a ripassare quelle pagine fitte nel pulmino rosso oratoriano. gli altri in un qualche incontro giovial-parrinaro, a novara o giù di lì. mi ci ero rintanato, nel pulmino, come compromesso per voler esserci a quella cosa giovial-parrinara, e placare l'ansia dell'esame adveniente. quindi un po' all'evento, un po' sul pulmino rosso a ripassare. e poi datemi un passaggio alla stazione che me ne vo a milano. ero nel pulmino rosso e di colpo, come il verificarsi ineccepibile e teoreticamente inappuntabile di una delta di dirac, la certezza: non ce l'avrei fatta. non avrei passato l'esame. saltano i tiranti del tappeto elastico, dove rimbalzano le emozioni a ridosso di un esame. plof, si affloscia tutto. ed io mi ci ingarbuglio dentro, e prendo una culata sul pavimento. pensavo di dominarlo quel popò di pagine di appunti nonché quelle dell'amerio con la copertina con la banda verde acido. emulo in decimillesimi del professor pagani, con il suo sguardo altero, il viso aerodinamico, i baffetti rastremati, i dolcevita grigio chiari, le movenze da carmelo bene delle aule della nave del poli, l'alterità da aristocratico della matematica. pensavo di averlo fatto mio quel corso. ed invece in quel pulmino la certezza, analitica: non ce l'avrei fatta. l'equazione differenziale alle derivate parziali ben impostata, le condizioni al contorno che raccontano che no, non l'avrei passato.
ne ero certo. svuotato.
e quindi tutto diventa leggero. una cosa che non pesa e quindi non mi avvolge nell'irretirmi nella rete del fallimento, puntuale, di quella cosa lì. stigrandissimicazzi. anche se allora non lo si usava ancora. lo avrei provato, non l'avrei passato. pace.
così nei giorni successivi, prima dell'esame, vagolo per milano a tratti. inutile incaponirsi e consumare la tensione e dell'agitarsi. tutta energia sprecata.
così finisco in messaggerie musicali, quella in duomo, quando ancora c'era. quella dove trovavi le colonne di ascolto delle uscite del momento. con le cuffie superavvolgenti, oltre che sovraccariche dei residui tricologici di mille e più utilizzatori precedenti. tutti lì ad ascoltare a volumi pazzeschi, con chissà quali stati d'animo, umori, speranze, disperazioni, e tutto il campionario di fardelli di pensieri, oppure il semplice cazzeggiar spensierato.
prendo le cuffie ed i residui tricologici della colonnina in cui, tra le altre, c'è la chioma del branduardi, viso chinato su una dobro, blusa chiara. si può fare. faccio partire il cd, che non si sente altro rumore, cuffie superavvolgenti. e parte la giga che sembra suonata da un'orchestra di ghironde, e parte come venisse da lontano. e l'ascolto. la riascolto. mi spacco le orecchie a farla ripartire di nuovo. solo quella canzone, solo quel rincorrersi di versi che certificano che si può, coniugando quel tappeto di verbi. l'elencazione di quello che rientra nel poter fare. l'essenza, la tintura madre del declinare l'esistere, esserci, azione costruttiva, istanza fattiva, il grip con cui si avanza, passo dopo passo, nel mondo, nel divenire. la ascolto e la riascolto. ipnotizzato da quella melodia, da cui mi facevo avvolgere, come se ci ballassi dentro anch'io.
con in mente ben impressi tocchi di versi: prendere o lasciare, volere. lottare, fermarsi e rinunciare, lasciare, sbagliare, e poi ricominciare, continuare a navigare. e tutto questo turbine qui.
il contesto di quel pomeriggio era l'esame che non avrei passato, ne ero certo. a volte tutto il destino del mondo può riassumersi in qualcosa di fanciullescamente semplice. stava tutto lì il mio cruccio, la sensazione - strana eh? - del fallimento puntuale e temporaneo. era tutto molto semplice, e circonflesso nel piccolo orizzonte ricurvo degli eventi: un esame che non avrei passato. ma si potevano fare tante, tante, tante altre cose, come sussumevo da quei versi. facendo ripartire la canzone. i padiglioni auricolari ormai intirizziti. cercavo di farla mia quella canzone, si può fare. si poteva sbagliare - il totem del contesto di un'esame - e poi ricominciare. e poi continuare a navigare.
forse era tutto davvero molto più semplice, allora. forse erano i vent'anni. forse il fatto di avere tutto ancora molto, molto davanti, a divenire. era facile sentirseli addosso quei versi. occcazzo com'era quasi ovvio e scontato che era roba che si sarebbe potuta davvero fare.
poi l'esame lo passai. peraltro insoddisfatto di un ventisette. perché avrei potuto facilmente arrivarci al trenta. forse culo. forse la sapevo meglio di quanto credessi. forse perché l'avevo vissuta leggera, con il retrogusto che tanto era inutile menarsela. si poteva fare. si poteva sbagliare e poi ricominciare.
quella canzone è ripartita anche questo tardo pomeriggio. mentre attraversavo la galleria mappo morettina - i ticinesi hanno un gusto tutto loro di battezzare luoghi e situazioni. di nuovo la giga che sembra sia suonata da un'orchestra di ghironde. di nuovo il cambio di tonalità quando inizia a cantare.
fanno strano tutti quei verbi fattivi, all'infinito. rotolano come fossero teorici, come a non afferrarli, scorrono via. tipo l'asfalto sotto gli pneumatici dell'auto. come cantano strani quei verbi. ed il si può fare sembra surreale come l'esclamazione lisergica del dottor frankestin. solo che qui è tutto molto più semplice ma distaccato. come non fosse più qualcosa che fa per me.
come non sapessi più fare.
eppure. eppure. eppure.
ad un tratto e come intuissi la presenza, ancora, di un qualcosa che mi sembra una specie di gancio. un mezzo marinaio con cui riprenderli quei versi, farli ancora un po' propri. è roba tenue, appena palpabile. mentre guido è come si ricongiungesse per un attimo il disperante stigrandissimicazzista di allora, allo scivolatore perditempo di oggi, di ora, quello che sta percorrendo la mappo morettina.
come ad aver la sensazione che, da qualche parte, ci sia ancora una specie di fiammella fattiva. con cui si può fare, con cui fare. è una percezione fugace, ma non effimera. fiammella che balugina, che non è fuoco fatuo.
è un piccolo brivido rassicurante. da qualche parte, lì dentro, c'è. non è nemmeno una questione che si debba cercare granché, non funziona il raccontarselo del: marò, che confusione c'è qui dentro, ovvio non si trovi più. no. no. c'è. deve solo venire avanti. solo, si fa per dire.
però sì. si può fare. intanto riparte le giga, ad libitum.
credo si sia conclusa una delle relazioni più significative abbia mai vissuto. relazione nel senso piuttosto ampio del termine. che poi forse era, appunto, la sua ampiezza a renderla strutturalmente fragile. quanto meno la sua variegazione, quanto meno nei termini di coinvolgimento sentimentale. roba non esattamente reciproca, simmetrica. e quando c'è uno sbilanciamento ovvio che una relazione mostri la sua fragilità strutturale.
tanto più non mi piace nascondermi. o peggio millantare sentimenti che non provo. non si prende in giro nessuno, in amore, o quella roba lì.
è - è stata - una relazione fottutamente importante, forse financo fondamentale. e tutto il bello che mi e ci ha regalato è roba che non mi leverà nessuno, tranne l'oblio di quando le cose finiranno, nel senso strutturale del termine. e tutto il bello che mi ha regalato non lo riverserei in questo blogghettino. sennò che blogghettino di contumelie ombelicali sarebbe?
scrivo solo che ho capito - davvero - che fare allllammmmmmore è cosa - davvero - bella et appagante. che di suo non è 'sta gran scoperta. è quello che ho scoperto a monte [la causa], che mi dà la contezza della bellezza delllllammmmore [l'effetto] la cosa davvero da breakthrough [dannati anglicismi], un piccolo cambio di paradigma nelle autoconsapevolezze. [e stigrandissssimicazzi esserci arrivati a questa età. e per il momento provo a lasciar da parte l'incazzo per tutto quello che mi ci ha fatto arrivare così tardi.]
di contro mi rimane anche altro, meno esaltante. anzi, forse l'ennesimo tic pavloviano a sabotarmi.
tipo che non sono fatto per stare in una relazione. dice: eh, si vede che non hai ancora trovato quella giusta. può essere. però a 'st'età nutro dei dubbi che mai ci sarà quella giusta. anche se a tratti ho financo desiderato, in modo importante, ci fosse. oppure mi rimane la quasi matematica certezza che, trovassi una che penso potrebbe essere quella giusta, poi faccia e dica cose che le fanno scappare a gambe levate, quelle giuste. ed io che rinforzo quella convinzione.
di certo, oltre le cose belle, mi è rimasto un senso di inadeguatezza relazionale. che la fanciulla si è ben prodigata a corroborare in questi mesi. i momenti di sconforto meno piacevoli, e non solo per le spigolature con cui corroborava. non lo ha fatto di certo apposta. potrebbe essere stato il suo tic pavloviano, quando ha percepito distintamente lo sbilanciamento di cui sopra. però, al netto delle cause, io questo effetto di su di me lo vivo eccome.
almeno con la dubbiosità scettica di essere un altro tentativo di autosabotarmi.
e mi sono però anche accorto, per uscire dall'inghippo del tic pavloviano, che sto reagendo in maniera controintuitiva. una specie di reazione in contro fase. come gli amplificatori operazionali, o i sistemi controreazionati. quelli in cui la controreazione è negativa: in termini di segno algebrico, non di valore etico. così i sistemi si mantengono in equilibrio.
e la reazione è che provo, ancora di più, a praticare gentilezze a casaccio e atti di bellezza privi di senso.
ci provo, insomma. cerco di essere [ancora] più disponibile, [ancora] più cortese, [ancora] più attento a quello che mi sollecita il prossimo, anche nel senso più casuale del termine. un po' è senso di cura et attenzione alle persone che, a loro modo, ne abbisognano. quello che riesco, quello che posso. un po' sono le azioni da boy scout. un po' là dentro le occasioni sono numerosissime, ogni giorno. un po' è il senso di dare il senso e mettere a terra il verso di venditti: sto meglio quando sto bene. [minchia. pensa te. venditti sono andato a citare]. un po' è ri-mettere in circolo [no. non vado a citare ligabue, e la storia del mettere in circolo il proprio amore. c'è un limite a tutto].
insomma, una reazione a quel senso di inadeguatezza. provo a convincermene cercando di intuire i ritorni che gli altri possono darmi, reazioni a loro volta di quel che è una mia reazione all'inadeguatezza a stare in una relazione. sussumo quello che arriva dagli altri, che son una specie di nebulizzazione di relazioni. ed a volte, pure l'acqua nebulizzata che ti arriva addosso regala un senso di benessere.
insomma. una specie di reazione in controreazione così. e poi per il resto vedremo.
[al netto della grandissima voglia che mi è rimasta di fare alllllammmmmmmore. leggero et taumaturgico]
[disclaimer: questo è un post ombelicale, non ci son granché sguardi oltre le proprie piccole insoddisfazioni. anche se, al solito, non dimentico il privilegio.]
l'altro ieri è terminata tutto scorre. tutto scorre è forse la trasmissione che più amo della radio. il tema, come tutto, scorre, diverso ogni giorno scelto dal bacchetta, l'unico conduttore che poteva fare una trasmissione del genere. il tema sempre lontano dal meinstriiim dei soscial, o dell'approfondimento generalista. il tema spesso foriero di suggestioni intime, o poterla vedere dall'altro punto di vista degli altri: generatore di psicopippe che levati. quasi sempre interessante ascoltare il contributo delle ascoltatrici e ascoltatori, spesso sempre gli stessi, tanto che ormai al "pronto, sono io?" sapevi chi stava per intervenire. interessante per capire il punto di altri, per mettersi in confronto, comprendere l'alterità. a volte pensare: cazzo, questa cosa avrei voluta pensarla io. a volte pensare il rassicurante: per fortuna sono più avanti di questo stronzo. non so quanto sia un caso che gli stronzi sian stati quasi sempre maschi. non so quanto sia un caso che, quando intervenivano prevalentemente donne, la discussione incanalava vibrazioni e climi più sereni, costruttivi, cose generatrici. il testosterone fa quasi sempre male. oppure le frustrazioni, le compulsioni di alcuni. roba a volte tipo una specie di seduta psicoterapica di gruppo.
in mezzo il bacchetta, anche nel senso di omen-nomen. una specie di direttore di questa ensemble di sgarrupati improvvisatori free style. altro che free jazz. il bacchetta con la sua seconda domanda ficcante, con la sua controdeduzione, con la sua capacità di far saltar fuori la contraddizione tossica degli ascoltatori apologetici, quelli con il punto esclamativo alla fine di ogni frase. il bacchetta che a volte ha accusato il colpo a fronte di uscite davvero stronze, che buttavan lì una sua disonestà intellettuale - roba che è in contraddizione di termini con il bacchetta. il bacchetta con la sua empatia e la capacità di accompagnare gli interventi più intimi, riservati, commoventi che ogni tanto son capitati. per questo grazie al bacchetta.
il bacchetta che sosteneva tutti i giorni che la trasmissione la facevano ascoltatrici e ascoltatori, ma ci saremmo ben persi in cacofonie spaciugate e caciarone senza di lui.
mi mancherà il bacchetta di tutto scorre. a volte capita una specie di psicoradiodramma, quando termina definitivamente una trasmissione. e non è solo la questione della fine del palinsesto invernale. che percepisci un qualcosa di simile al ricordo dolce di vacanze. la levità della vacatio, che ormai non riesco più a far mia, 'ché da dentro la ruota da criceto tutto scorre ma mi torna uguale, giorno dopo giorno. quando termina una trasmissione ci si trova un po' soli, e col piccolo horror vacui che bisognerà ripianificare le sinapsi, per affezionarsi ad altre trasmissioni. poi i circuiti sinaptici sono fottutamente plastici, molto più bravi e arguti della nostra piccola paura di doverlo fare. è che costa fatica. e noi si diventa sempre più anziani. è che costa energia. ed io è come se fossi con le pile scariche scariche [dice, e ti pareva se non tiravi fuori 'sta storia [cit.]].
e soprattutto con la convinzione [qui inizia la parte di cui il disclaimer iniziale] che tutto scorra, ma mi trovo impiantato ed incastrato da qualche parte, ed io non stia scorrendo proprio un cazzo. tutto scorre, tutto passa, e mi sembra di essere ad un punto di un'imprecisata partenza, da cui peraltro vorrei muovere il culo. invece sto lì. imbrigliato, senza 'sta gran abilità di seguire il fluire, avvolgerlo e farsi avvolgere. solo ogni tanto la presa di coscienza lì, in mezzo alla pancia quasi impanicata, che a scorrere sia il tempo e basta. che è da pirla pensare di averne davanti ad libitum, in questa situazione di salute et varie et eventuali.
non è una sensazione piacevolissima. non è roba che rinforza l'autostima, al netto che a quest'età se si è ancora alla ricerca del rinforzo non vi è da star troppo sereni. o forse sì. prendendo però atto del fatto che è a posto così. non scorrerà gran ben altro.
mi hanno fatto sapere, con un nesso solo temporale, che non è mica detto che non ci si possa sbloccare da certi incastri. non ostante l'età, la strutturazione, la cristallizzazione. forse nemmeno non ostante la sclerosi. tanto, in fondo, può ancora scorrere.
me l'hanno fatto notare ed io ho percepito distintamente la serena e limpida verità di 'sta roba qui. però tutta una cosa di testa. istanza chiarissima, consequenziale e lineare, come la tesi di un teorema che va a dimostrarsi. di pancia o cuore per nulla, non l'ho proprio sentito. anzi. mi son visto davanti alla triste, inpanicante, inevitabile incapacità di metterlo in pratica. gran bella analisi, peccato le sintesi
tecnicamente potrei sospendere il tutto. fidarmi, dando i tempo a qualcosa di scorrere: è già accaduto [grazie amichetta ilà]. almeno ho il conforto dell'esperienza. ma intanto il tempo, quello sì, scorre. e ce n'è sempre meno.
ed io mi sento impigliato. mentre tutto scorre.
[e per fortuna c'è la sertralina a non farmi andare giù. che a scorrere verso il basso son ben altri cazzi. quindi mi pare già gran cosa buona et giusta].
"passerà questa pioggia sottile come passa il dolore". [me lo ricordavo, più di trent'anni fa, per un innamoramento tossico. pensa te come scorrono le cose].
in ogni caso mi mancherà tutto scorre. però mi affezionerò ad altro. tanto le trasmissioni, in sé, mica la sentono la malinconia del distacco.
[qui la sigla con la voce. il bacchetta utilizzava solo la base musicale. tanto che mi fa specie sentirla cantata, per quanto abbia un perché anche con le parole. però, per noi di tutto scorre, è altra cosa, ovvio]
elenco sparso, stropicciato, abbozzato di idee di post, che avrei in mente di scrivere, ma poi bozze sono rimaste. volevo mandare un messaggio all'amico emanuele: ehi, amico emanuele, ho qualche idea a frullarmi nella testa. ma che poi non scrivo. [dice: ma uno esstringradissimicazzi?]
quindi.
baricco è insopportabile, per molti tratti. poi alcune pagine le rileggi perché non si può fare altrimenti. una sera ho provato a decantare ad alta voce il capitolo "so di preciso quando [son diventato leggenda]". ero in metropolitana, piuttosto ubriaco, ma con la testa leggerissima. ubriaco, non del tutto impazzito. nel senso che provavo a decantarlo ad un altra persona, non ero solo. ho idea rimarrà una delle serate più significative di quest'anno. quella roba che si infila nelle fessure della memoria, e a disincagliarla ci vorrà nel caso la degenerazione dura. e quell'incaglio mi sarà lancinante, prima o poi. già lo so.
***
il fatto che nei mesi scorsi mi appassionassero i video di restauro di oggetti vecchi, malandati, arrugginiti, probabilmente buttati come irrecuperabili. gratta, smonta, sgrassa, scartavetra, spazzola. con particolare godimento vedere all'opera la sabbiatrice: sembra ri-colori, aggiungendo, in realtà sta asportando, togliendo. o con particolare ammirazione al tirar di lima, che è gesto tutt'altro che banale: poetico nel suo rotondo articolarsi, che avviluppa e dà forma a quel fuso dritto e rigido. mi son ben chiesto: come mai mi catturano così tanto? oltre al fatto l'avesse intuito l'algoritmo del signor feisbuch. probabile avessi trovato una mezza risposta. per quanto banale. io, non l'algoritmo, che in fondo è scemo, con la sola abilità di incrociare molti dati molto velocemente.
***
il paradosso lancinante, per quanto col culo al caldo, degli ostaggi del sette ottobre. che un gruppo di invasati islamisti possa, per due milioni di persone, garantirne l'agonia e al tempo stesso mitigarne il massacro. proprio grazie a quegli ostaggi. da una parte della medaglia l'obbrobrio non possano tornare a casa loro. dall'altra parte l'obbrobrio di quello che accadrebbe in quella striscia di terra abrasa, se ce ne fosse bisogno ulteriore, se quegli ostaggi fossero a casa loro. una medaglia di obbrobri. due facce non bastano. e le multidimensioni non si confanno alla banalità della violenza e la lettura strumentale delle fazioni rancorose - per quanto col culo al caldo.
***
il papa che svarvola sulla frociaggine. che da una parte speri, nei primi minuti, venga smentita. dall'altra mica non lo sai di quante istanze ti tengano lontano da quella forma di potere. senza peraltro sminuire le istanze che invece condividi, del messaggio di cui quel gesuita si fa latore. a cominciare dalla scelta del nome. pensi a qualche fuga linguistico-interpretativa. pensi al fatto che ogni tanto sbrocca nella comunicazione. già successo. un filotto di device retorici a mitigare una delusione che sgorga, forse inattesa come quelle parole. mica puoi negare sgorghi. e poi un papa che dichiara: ho sbagliato. può sembrare banale. invece è qualcosa di significativo. cambia poco a tutto il contesto, neh? però è significativo.
***
un romanzo sulla prima guerra mondiale. che è probabile che un vecio, dopo due anni di trincea, appena prima e appena dopo caporetto, non pensi quelle cose. o almeno non le pensi così. come le penserebbe uno che sa, più o meno, come ha buttato il secolo breve. che è un vantaggio mica da ridere. però un romanzo che mi ha segnato. facendomi tornare indietro di un quarto di secolo. di alcune mezze idee, quelle del vecio, che mi sgorgarono all'inizio del servizio civile. e poi la lettura forse facile facile della complessità delle cose. roba che si può concedere ai ventenni, o qualcosa in più. però è la forza della passione delle idee che gli altri simili ti riconoscono. è cominciato così, con il mio nonnetto putativo.
***
il novedimaggio celebrano la vittoria della grande guerra patriottica. che è un modo di ricordare della vittoria di un popolo, al costo di carneficine. e dipende da quale parte guardi la medaglia di cui sopra. e forse le cose sono inevitabilmente inintrecciabili. ed il novedimaggio si celebra anche la giornata dell'Europa. che può sembrare retorica vuota, o qualcosa di simile. ed invece quell'idea di fondo ci ha quanto meno garantito ottantanni di pace, o qualcosa che le si avvicina molto. che forse è meno retorico, a considerare gli effetti molto pratici. talmente pratici che la diamo per scontata, quasi ontologica. e invece forse non è per forza così, o potrebbe non esserlo poi così per sempre. senza perder di vista il fatto che è roba che è accaduta da noi, col culo al caldo. e che potranno esserci altre guerre patriottiche. perché ci metteremo troppo a capire quanto sia ontologicamente stronza l'idea di guerra.
***
che la stanchezza non passa. però non mi sveglio più angosciato di notte. anche se è tutta una questione di neurorecettori che vanno o non vanno. anche fare allllammmmore, peraltro. una questione di neurorecettori intendo. però è molto bello ugualmente. quindi a posto così.
***
che la solitudine ho imparato da amarla, forse per pragmatica preparazione a quel che sarà. però, vai a capire perché, è anche bello sacrificarne pezzettoni. tipo la frutta fresca di certe marmellate di quando ero molto giovane. e tutto sembrava possibile. poi invece, necessario imparare [anche] ad abbozzare.
una volta il lavoro dava identità, ora dà povertà. [cit.]
'sta cosa qui, la questione dei working poor, è un qualcosa che mi strugge assaje. uorchinpuur, come ne direbbero quelli bravi di là dentro, che poi significa lavoratori poveri, che fa un altro effetto. che poi non ne direbbero là dentro, che là dentro è tutto un scialacquare di raccontar di cose fichissime et bellissime et comportamenti virtuosi che si seguono. o che si dovrebbero seguire. 'ché, là dentro, si è dentro una bolla. come ne esistono un sacco di altre di bolle. che poi sarebbero millemila goccioline nebulizzate che si addensano in questa bollosa vicinanza et colleganza, nel senso di essere colleghi. tutti a condividere spazi e [la maggior parte de] il loro tempo, oltre che antipatie e simpatie, idiosincrasie e comunanze [poche].
più o meno tutte e tutti più o meno consapevoli si sia privilegiati, in un certo senso. che ci sarà pure il paradosso di sentirsi privilegiati ad essere ingranaggi del capitale, con il tempo conculcato, ad offrire intelligenze [moltomolto] variegate con [moltomolto] variegate soddisfazioni e realizzazioni, quando non frustrazioni.
si sia privilegiati, con [moltomolto] variegate consapevolezze, poiché esistono masse di lavoratori che di privilegi ne hanno [moltomolto] variegatamente di meno, fin quando il [cosiddetto] privilegio di un lavoro non ce l'hanno più.
fino a quando una lavoratrice o un lavoratore dalla giornata di lavoro torna a casa infortunato [moltomolto] variegatamente. oppure proprio non ci torna più. sono, in media, uno ogni sei ore. ed in effetti non è che ce ne si indigni più di tanto.
infortuni e morti sul lavoro che non sono una fatalità. non è una cosa buttata lì, così. lo spiegano quelli bravi e studiati. la filiera dei subappalti, poca prevenzione, pochissimi controlli, scarsa cultura della sicurezza sul lavoro. che coinvolge ben tanto anche i lavoratori, neh?
in certe di quelle bolle è come se proprio si abitasse in pianeti diversi. molto meno rischioso a starsene dietro un piccì tutto il tempo. per quanto possa arrivare a sembrare frustrante starsene dietro un piccì tutto il tempo.
e poi, di nuovo, la questione dei lavoratori poveri. che qui la fatalità c'entra tipo me in un consesso di fasci. è il rotolamento sempre più impetuoso di logiche e politiche iniziate, guarda caso, mentre io muovevo i primi passi nel mondo del lavoro - al netto delle frustrazioni che han cominciato a camminarmi appresso. logiche che la chiamavano mobilità sociale, ed invece è diventata precarietà. probabile lo fosse già in nuce. è il rotolamento ingrossato da politiche che non si disturba il manovratore, come ebbe a dire fiera la fratelladitalia nel suo discorso di insediamento. destra sociale un cazzo. dimentica del fatto che mediamente l'uomo è avido, figurarsi i manovratori. quindi, mediamente, penserà ai cazzi suoi, poi a quelli che lavorano per lui. per quel che rimangono risorse. dice: l'hai riassunta tranchant, può essere. ma declinala su dividendi agli azionisti, emolumenti ai board, che crescono vortiginosi, e salari che nel frattempo si assottigliano. e ci siamo, abbastanza no?.
precarietà, part-time forzati, sfruttamenti e compensi insulsi. ecco i lavoratori poveri. delocalizzazioni, speculazioni finanziarie su aziende produttive. ecco gli espulsi dal lavoro.
sono in tanti, sono nebulizzati ma sono valanga. non ce ne accorgiamo troppo. specie perché siamo nelle nostre bolle, che i salari sono variegatamente corpacciosi. poi un po' perché nascosti dal meinstriim, un po' perché ci abbiamo un po' tutti i nostri cazzi. piccoli grossi siano, un po' perché di cazzi più o meno grandi è pieno il mondo.
un po' perché gli sciamannati che governano annunciano il giuoco delle
tre carte: un sacco di lavoratori in più, importa poco quanto precari o
sottopagati.
infortuni e morti sul lavoro. lavoratori poveri. sfarinamento del lavoro. in fondo è smentire un pezzo dell'articolo 1 della Costituzione. che non è che sia troppo ideale e irrealizzabile. è che si va dalla parte opposta, per scelte se non volute, almeno che sono un po' laissez-faire.
sono un privilegiato. mica non lo so. non ostante parli di là dentro e conti i mesi dall'inizio. non ostante le frustrazioni e la sensazione di irrealizzazione. sono un privilegiato in mezzo a privilegiati. in mezzo a molti altri privilegiati. in mezzo ad altri che privilegiati non lo sono affatto.
le lotte di classe non ci sono più. anche e soprattutto perché si sono liquefatte le classi. anzi, nebulizzate, che così certe cose funzionano di meno ed il manovratore tutto sommato se ne compiace. se ha un senso la festa dei lavoratori - oggi - è proprio in questo. ricordarsi, ogni giorno, del privilegio, e lavorar di conseguenza. ricordarsi di coloro che il privilegio non ce l'ha. e ricordarsene ogni volta che ci perculano, che è giusto lasciar fare al manovratore. anche questa, credo, è coscienza di classe. seppur nebulizzata.
ho financo provato a passare in collegiata. chiusa, non ostante fossero passate da poco le diciassette. mi piace passare in collegiata il sabato di pasqua. ne si intuisce plasticamente il significato pesach, passaggio. tutto è ancora sospeso dal venerdì, giorno in cui i paramenti, viola, vengono lasciati cadere, il tabernacolo è vuotato, il sepolcro accoglie chi deve accogliere. nel sabato di pasqua, la collegiata, è simbolicamente in un limbo. poi, nel mentre, alacri pie e pii preparano l'altare, tornano a far spalancare i paramenti, bianchi, acciocché tutto sia pronto per la grande veglia pasquale, la più importante delle veglie.
per questo mi piace passare in collegiata, nel sabato di pasqua. perché io mi son fermato lì, è una sensazione di attinenza: spirituale e non [più] religiosa. certo che ci credevo, allora. o quanto meno ero convinto di. poi intuii fosse tutto il miscuglio di cose, dalla primavera - stagione - in avanti, speranza, fiducia, senso di esserci, chiamate ad aver un posto nel mondo. che sintetizzavo nella [credevo] fede nella resurrezione, redenzione, e tutto il resto. e la pasqua, quella pasqua, ne era il climax e il punto fondante assieme.
al netto che la veglia pasquale, credo, mi emozionerebbe ancora oggi. senza dover per forza crederci.
e invece, come al solito da anni, a breve le campane si scioglieranno a festa. ed io sarò sul soppalchino ad ascoltarle. non credo più con quello struggimento dei primi tempi, come una specie di eco che si smorza, per quanto non sia del tutto spenta. ancora: non credo sia necessario crederci, sono gli antri interiori, che l'educazione sentimentale ha modellato in certi modi. ed è un po' inutile abiurare anche quello. è solo prendere atto ci siano altre pasque.
il suono le campane che si sciolgono arriverà smorzato, chissà che effetto farà. smorzato perché piove, piove intenso e convinto. non si chiama maltempo, tanto più con la fame d'acqua, che venga costante ma non tutta assieme, che si ha. certo, non aiuta l'umore, l'unica cosa positiva è sapere che servirà, l'acqua. ma anche in questo caso è un po' una specie di attinenza: piove fuori e dentro nuvole, peraltro senza essere riuscito a passare in collegiata. per quanto non so quanto potesse servire, passare in collegiata intendo. le nuvole dentro non servono, ma è ben inutile far finta non vi siano. e non solo riempiendo post per ribadirlo, anche perché si può ribadire - sussurrandolo - che possono passare. anche se adesso piove, anche se il suono delle campane che si sciolgono arriverà smorzato.
dopo aver trovato chiusa a collegiata ho fatto due passi. ho scattato alcune foto, al lago e quel che si intravvede dell'altra sponda. sembrano foto in bianco e nero. anche questa sembra attinenza.
poi, se guardi bene, i colori si distinguono. poco, ma si distinguono. come fossero un sussurro.