Sunday, December 1, 2024

centoventi

oggi sono dieci anni che sono là dentro. a volerla guardare oltre, è anche una delle tante declinazioni del fatto che solo gli idioti non cambiano mai e per nulla idea.

non ci volevo andare, là dentro. troppo il senso di fallimento per l'aziendinadellaminchia che si era trascinata giù un po' tutto: a cominciare dall'autostima. troppo il fastidio all'idea di trovarmi invischiato in situazioni da pettegolezzo alla macchina del caffè delle aziende grandi. troppo deluso ma spocchioso: un lavoro da sotto-informatico, noi che gli informatici [ingegneri, figurarsi gli altri] li guardavamo dall'alto al basso. troppo naif per l'idea che qualcuno conculcasse il mio tempo, in modo ratificato e duraturo.

non ci volevo andare.

poi la viburna, il nonnetto putativo, l'amico omar mi dissero di non fare il pirla. ognuno a suo modo, ovvio, anche se l'amico omar mi disse proprio: se non accetti sei proprio un pirla. loro in combutta con i brandelli sparsi del mio buonsenso, ad indicarmi la cosa giusta da fare, talmente ovvia che ci ho pure ragionato sopra. ah, beh, sì, poi ovviamente anche il mio conto in banca, tecnicamente ben al di sotto dello zero per svariate migliaia di eurI. era un pungolo orgoglioso, anche se con declinazioni pratiche nulle: la creditrice era matreme, che nemmeno li voleva indietro. ma era un pungolo che mi rodeva assaje.

odg si premurò di consigliarmi caldamente una seduta la sera del venerdì, al termine della prima settimana, cosa rara per lei, il venerdì. poi in quei primissimi giorni accadde anche altro, di molto tragico, la malattia si era portata via una ragazza di ventisette anni, legata alla vita professionale e amicizie tossiche che avevo sfanculato, con rabbia, mesi prima. entrai nello studio, non feci quasi tempo a sedermi, cominciai a piangere, semplicemente come l'unica cosa mi riuscisse di fare in quel momento, senza esser capace di smettere. "immaginavo avrebbe potuto aver bisogno di confrontarsi" mi disse. quando uscii, frastornato da tutta quella commozione e tensione che avevo liberato in un amen, mi resi plasticamente conto di come il uichend, di colpo, assumesse un'aura del tutto nuova. di fatto mai provata. la sera prima di iniziare la seconda settimana fui colto da momenti di angoscia.

poi quando vidi pagata la prima fattura mi vennero altre lagrime, diverse quelle. in un mese, pur azzoppato dalle giornate di festa, avevo guadagnato come l'ultimo anno e mezzo.

cominciò così, là dentro. una nuova vita. durissima, all'inizio. dura anche per come ero messo: sfiduciato, ribaltato, smarrito. e poi sì, ovvio, anche a causa la mia capadicazzo.

per mesi, ogni sera, mi chiedevo se fossi tornato lì il giorno dopo. c'era il pensiero salvacondotto che mi tenevo nel cantuccio, quello che mi ricordava: puoi semplicemente consegnare il badge con il cordoncino bianco, e te ne vai. bye bye.

ho avuto in antipatia per tanto di quel tempo, tante di quelle persone, che sarebbero uscite fuori squadre per campionati di quantomistatesuicoglioni che levati. il mio responsabile, allora, capitano di molte compagini.

per svariati trimestri, da saccente, ho considerato dei minus habens una quantità importante di quelli che nemmeno mi veniva di chiamare colleghi. alcuni dei pochi altri erano invece dissociati o sociopatici o stronzi. se ne salvavano davvero pochissimi. pensavo, per darmi un tono interiore: voi non avete idea dei cazzo di corsi che ho seguito all'università, e mi riduco a fare queste stronzate qui.

però tutto con il sorriso sulle labbra e la cortesia nel pormi a chi non mi si poneva sgarbato.

'sta cosa mi ha un po' disorientato da subito. riuscivo bene in cose che non mi sarei aspettato, pur facendomi cagare la grandissima parte di quelle cose. eppure mi venivano e c'era quasi un imperativo etico a farle al meglio.

così ho cominciato a costruire relazioni a partire dal: ho bisogno di capire questo, dovrei far risolvere un problema in produzione, mi dai una mano? il primo che mi ha ascoltato, con la sensazione lo facesse col cuore e senza fastidio, è stato simone, il dba. è iniziato da lui. ho abbassato le difese, e con lui è venuto naturale. il primo tassello per costruire un mio senso di esserci - tecnicamente- là dentro. non l'ho mai ringraziato abbastanza.

la prima rogna più o meno eclatante fu quando si ruppe l'input simulato. non ne sapevo un cazzo, nel giro di qualche ora sistemai e feci accreditare e addebitare i conti. fu il ghiz a darmi retta e fece alla stragrande il suo, con la disponibilità che là dentro ho trovato in pochi. ancora non capisco la genialata di non tirare a bordo una colonna portante dei sistemi windows come lui. misteri.

così sono passate, appunto, altre vite là dentro. nel senso che si sono susseguite delle personalissime ere. ovvio che poi gran parte di tutto è cambiato. passando anche per quel pomeriggio fondamentale. quando ho capito, compiutamente, l'affetto e la stima del teo. sentendomi anche un po' stronzo ed in colpa, per gli improperi dei primi tempi. una chiacchierata in area relax, con i monitor dei video autopromozionali [quanto siamo fighi, noi, che lavoriamo così qui dentro], testimoni muti di quel che ci siamo raccontati. e di come ha cominciato a cambiare il mio senso di esserci - professionalmente - là dentro. ogni tanto glielo ricordo, è il minimo possa fare.

quando iniziai l'amico alfio mi disse: comincia, fai tre mesi, poi se non ti piace smetti. sono arrivato a centoventi di mesi. ovvio che me lo son fatto piacere. che la fatturazione aiuta, minchia se aiuta, ma solo con questo non avrei resistito così tanto. ed in centoventimesi le cose sono cambiate in maniera quasi radicale.

non tutte, ovvio.

li conto ancora, i mesi. so che appena ci sarà l'occasione di cambiare vita, cambiarla sul serio, lo farò. probabilmente con un senso di grande sollievo. ma so non sarà subito. non ho un mestiere propriamente detto, fuori dall'ICT. le psicopippe, le speculazioni cervellotiche, il ragionare compulsivo non interessano - ovviamente - quasi a nessuno. poi sono gratis. e non ho né la bravura, né l'abilità, né la faccia da culo egotica per farne una professione.

e quindi nello scorrere delle cose, provo a scorrere il fatto che son là dentro, senza lasciarlo perdere. fosse solo per tutta la fatica fatta, anche per [ri]costruirmi. sarebbe da idioti non farla fruttare. anche se non avrei voluto andarci, anche se nella vita avrei voluto essere e fare altro: però ormai sono lì. e tra l'altro [un tra l'altro fondamentale], con alcune delle persone conosciute là dentro, non è più nemmeno d'uopo parlare di colleghe e colleghi. non sono tante, ovvio. ma con costoro si è andati oltre, ci si è trovati, ed è venuto naturale. a volte per delle pure [apparenti] casualità: tipo rispondere ad un call di lavoro in un momento particolare della vita di qualcuno. tutte e tutti loro hanno un significato molto, molto importante. perché, in tutto questo, un qualche senso nell'esserci - umanamente - ci dovrà pur essere. che la forma è mezzo dubitativa per far un po' di teatro. lo so benissimo che c'è. conviene coltivarlo al meglio. è cosa buona et giusta non risparmiarsi in tutto questo. senza dimenticarsi dei privilegi di cui godo, non ostante tutta la fatica.

ora lo so, compiutamente. ci son voluti, tra l'altro, centoventimesi. non esattamente i tempi di uno scaltro e veloce di testa. ma va bene così lo stesso.

proverò a ricordarmene. se poi riesco a stare abbastanza lontano dal burnout, che annichilisce pezzi di speranza, diventa anche più semplice.

domani si ricomincia, là dentro. e fanculo il sunday blues.

Monday, November 25, 2024

patriarcatismi

sono un portatore sano di patriarcato. non è colpa mia: son nato maschio. quindi è una condizione ontologica, c'è poco da girarci intorno. però lo sono e non me lo nascondo. non giuoco al chiagnaefotti di chi - tanto, poco - 'sta cosa qui la rimuove, con il trucchetto del: non sono né maschilista, né discriminatorio, né violento contro le donne, che volete da me? peggio: e allora le donne con il loro essere civettuole, profittatrici, stronze, rompicoglioni?

noi maschi siamo portatori sani di patriarcato. e non importa se lo sono anche parecchie donne. che lo agiscono, conformate, rispettose, ossequiose di una [sub]cultura radicata da parecchi secoli. la assorbiamo con il latte materno: tutte e tutti. poi noi maschi giochiamo in un altro campionato, la responsabilità è ben precipua. averne contezza è il primo passo per cominciare a sconfiggerlo.

sono portatore sano di patriarcato. ne ho avuto piena e compiuta consapevolezza con l'omicidio di Giulia Checcettin. questo non smetterò mai di ribadirlo. per l'emozione che ha suscitato, per come il padre ha saputo trasformare quel dolore e quel trauma. vero. ammazzano una donna ogni tre giorni: anzi, vi è un femminicidio ogni tre giorni. chissà quante subiscono violenza. per non dire la sistematica discriminazione che si perpetua ogni giorno, come la più inestricabile e maledetta delle normalità. un senso di trasformazione ha avuto quel femminicidio: dare importanza al fenomeno, mostrandone la montevolemerdosità. è dare centralità e dignità alle vittime di tutti gli altri femminicidi, di violenze subite, alle donne discriminate. ci sono quei ghirigori del destino che innescano effetti fottutamente non lineari. delle delte di dirac [da zero a tutto in un niente] di consapevolezza, presa di consapevolezze oltre l'importante. sembra che le cose scorrano in una normalità tossica, subendola, poi arriva prorompente il dover far rumore, a dar scossoni antropologici.

ne ho preso consapevolezza del tutto. non partivo esattamente da zero. però sì, la compiuta contezza è stata un'altra cosa. anche a tratti fastidiosa: ma come, proprio a me? che quando mi trovo a camminare, specie di sera, dietro una ragazza, se mi accorgo del mio passo troppo più rapido del suo mi fermo un attimo, rallento, cambio marciapiede, proprio per non darle minimamente la percezione di essere seguita. perché questo fastidio? semplice: è il mio essere portatore sano di patriarcato. lo sforzo nel non ignorarlo, quel fastidio. come scacciar col muovere delle dita una mosca che ti ronza attorno. guardarlo ben bene negli occhi, quel fastidio. avere un po' di coraggio, o forse solo onestà, e dirgli: adesso facciamo i conti noi due.

e quindi alcuni dettagli rilucono in modo un po' diverso.

quando arrivò, là dentro, la nuova responsabile del gruppone dei sistemisti et alter, colei che rispondeva direttamente al cio. lei con i suoi bei occhioni azzurri. lei, cui stavo talmente più sotto che in quei casi tu mica ci parli. ci sono almeno un paio di livelli in mezzo a far da interfacce. 'sta cosa qui mi rugò in maniera non esattamente serena. perché se ne stava in un ruolo piuttosto apicale, ben sopra di me e a cui rispondere, una persona che iniziava le elementari quando io mi laureavo? o anche perché fosse una donna? anzi, del mio punto di vista: una ragazza? non è una domanda retorica: davvero allora non avrei saputo rispondermi. ora forse sì, per quanto la questione di genere c'entrasse [davvero] poco. ma quel [davvero] poco c'era. portatore sano.

quando la mia amica roby mi cazziò, per la storia della proposta di spegnere l'illuminazione pubblica su alcuni monumenti: per risparmiare, più che altro. io ero d'accordissimo. lei stigmatizzò quel mio favore, e lo fece anche con la sua spigolosità di persona acuta [c'è un doppio senso. se non si era capito. ma nel senso che ci sono entrambi i sensi. l'amica roby è la persona più intelligente e capace conosca sotto i quarant'anni. che dà la biada a persone che di anni ne hanno anche ben di più. tanto che, in alcuni ambiti, la differenza d'età non la percepisco. e non perché sia involuto io]. io un po' ci rimasi male. non solo perché, se vuole, l'amica roby sa uscire pungiglioni dolorosi. ma come? te la prendi con me? "che quando mi trovo a camminare, specie di sera, dietro una ragazza... [etc.]". in realtà in quella cazziata c'era il fatto non cogliessi del tutto il suo [sacrosanto] incazzo, nel non sentirsi del tutto sicura a camminare di notte. spegnere i monumenti avrebbe contribuito - tanto, poco - a farla sentire ancora meno sicura. al netto della logica formale stringente [la parte di milano con monumenti che sarebbero stati spenti è davvero minima, per lo più in centro, zone mediamente meno insicure], fu il non cogliere appieno quel disagio. che lei ha tutto il [sacrosanto] diritto di viversi, con il [sacrosanto] diritto di non volerlo più vivere. disagio che io non ho [quasi] mai percepito. un po' perché so babbeo, di certo. ma soprattutto perché son maschio. essere portatore sano ti disconnette - poco, tanto - anche da ciò.

è per questo che vivo con molto coinvolgimento, dallo scorso anno ancor di più, la giornata mondiale contro la violenza sulle donne. è un modo di combattere il mio essere portatore sano di patriarcato. non solo il venticinque di novembre. so che non basta, ovvio. e non è detto che qualche epifenomeno non riesca a scappar fuori ancora, qua e là. siamo tutti fallaci e perfettibili, figurarsi. però sono ragionevolmente certo che sì: non ignorerò mai più il fastidio, dovessi trovarmelo ancora di fronte. lo devo, da maschio, a tutte le donne. s'ha da fare. non ho figli da educare, specie maschi, per fare tutte e tutti passi avanti. però posso dare il piccolo contributo a cacciarlo fuori - tanto, il più possibile - da me. estirparlo. lo voglio, ci devo essere anch'io. perché "il patriarcato esiste, se non lo vedi sei tu".



Saturday, November 16, 2024

fianco

non dormo quasi mai supino. tanto meno a pancia sotto. una volta sdraiato sul letto mi giro su di un fianco. poi, se siamo in stagione fredda, mi accuccio in posizione fetale, per raccogliere il calduccio. non mi viene automatico girarmi sul fianco sinistro, se lascio andare le cose, infatti, mi giro su quello destro. quando succede è raro non pensi alla prima immagine che ho di mio padre che ormai non c'è più. disteso nel letto, sotto le coperte, di spalle rispetto l'ingresso della camera, girato sul fianco, quello destro. è raro non ci pensi ormai da diciannove anni. che in diciannove anni uno fa in tempo a farsi quasi uomo. che quindi rispetto a quel momento, quando lo vidi girato sul fianco destro, sono passate vite, quasi tutto è cambiato per rimanere piuttosto autosimilare a sé medesimo. forse faticherei a riconoscere quel me di allora, in alcuni aspetti, ambiti, convinzioni. eppure ci sono immagini, momenti, sensazioni, suoni che sono lì, anzi qui, vividissimi. quasi stessero succedendo ora. dovessi concentrarmi e pensarci intensamente so che rivivrei le emozioni schizofreniche di quel momento di passaggio. provo a deconcentrami, e de-intesificare il pensiero, per lasciarle lì sullo sfondo. forse scriverci un post non è l'idea più geniale possa sgorgare da sinapsi infreddolite dalla nebbia che c'è stata oggi, ma tant'è.

poi uno dice che non ama troppo il mese di novembre.

ieri, ad un incontro di bookcity, ascoltavo una psicoterapeuta presentare il suo libro [e comunque niente. hanno una cadenza, uno scandire, una metrica, una musicalità che le accomuna: probabilmente rassicurante. la grande intuizione potrebbe essere: perché fanno quel tipo di lavoro?]. ad un certo punto ha coinvolto noi astanti in un piccolo giuoco auto-terapeutico. e ci ha sollecitato a ri-tornare all'intuizione, al ricordo sepolto, al significato di cordone ombelicale. in senso stretto ed in senso lato. cioè anche tutto quello che ci è stato trasmesso attraverso. il senso lato era tutto ciò non propriamente ostetrico-fisiologico.

e qui sì, col senso lato, sono andato temporaneamente un po' in crisi. niente di grave, neh? ma una malinconico sguardo al pavimento e il frullare di pensieri, sensazioni. non ho potuto pensare anche a tutto quello che ha passato mio padre. ed anche quello che non mi ha passato, per quanto sia un po' più nebulescente. prova te a definire qualcosa che non c'è, o non c'è stato. forse più semplice intuire, seppur in modo molto vago, quanto invece ne avrei avuto bisogno. o quanto lo avrei desiderato allora, senza rendermene conto. piuttosto inutile immaginare cosa sarebbe successo se. mi è tornata alla mente una frase su mio padre buttata lì da matreme, una manciata di giorni fa. forse buttata lì senza troppa convinzione. o forse fottutamente illuminante. specie calandola, ex-post, nella chiave di lettura della psico di cui sopra, quella del libro: diventa esplicativa di tutta una serie di titubanze mie. che uno dice: ovvio sia così non del tuttissimo in bollissima. o meglio: i prodromi c'erano per venir un po' su così, poi le cose succedono nel corso degli anni, anche in maniera molto casuale. che nell'essere un privilegiato di questo occidente, qualche spruzzatina di sfiga qua e là c'è stata. pur non credendoci, alla sfiga. e comunque l'effetto finale è un po' questo qui.

però, basta dar tutto quest'importanza deterministica al passato, che è passato. ed anche a sapere il perché di quel che poi è stato, ora è importante il come fare le cose. ora.

facendo pace con quello che fu. anche alla luce di quello che è stato possibile. forse oltre che inutile è anche dannoso immaginare il se di cui sopra. tanto più che ora scatta quasi pavloviano il ricordo di quando mi giro sul fianco destro, prima di addormentarmi, e trovarmelo ogni tanto nei sogni. capita si litighi. ma lo sappiamo che non è lui, ma sono io, una parte di me che con lui c'entra il giusto.

sì, c'è stato un trauma. vederlo sul fianco dentro, sotto le coperte, è uno dei dettagli. un trauma accompagnato da non volermi disinteressare di quello di matreme. non è semplicissimo. ma è l'unica cosa fosse giusto [e sia giusto] fare. è come restituire un po' di quello che è passato dal cordone ombelicale, in senso lato ovvio. si diventa anche genitori dei propri, come se i ruoli in alcuni aspetti si invertissero. che poi, plasticamente, era quello che stava facendo frateme, cullandolo, l'ultima immagine che ho di mio padre da vivo.

tutto il resto lo si porta dentro, per fortuna, in maniera inevitabile. tanto più se si ha contezza di quello che di buono, molto buono è passato.

c'è dentro anche quello, lo so, quando mi giro sul fianco destro, prima di addormentarmi.

Saturday, November 9, 2024

brotherismi

e comunque 'sta storia scriva i post il giorno del genetliaco di fratteme, qualcosa dovrà pur significare. in un in intreccio, che peraltro credo coerente, con le suggestioni dei sogni che tornano abbastanza di frequente. roba che son tappeti di sensazioni tra il piacevole, il confortante, con dentro contrappunti di nostalgia leggera, e con spolverate di malinconia q.b.. e soprattutto sogni, onirici, in cui la casa dell'hometown è quella di com'era nella gioventù, quando abbastanza tutto era possibile. se lo era la casa, per sillogismo, lo siamo anche noi che vi ci abitiamo. oppure, sempre nell'hometown, la casa è nuova, recente, e dentro vi è una progettualità che è sempre la sua. quella di fratteme, intendo.

la cosa che mi sorprende è che, nei sogni, non c'è invidia, gelosia, o senso di inadeguatezza. quello sì, della gioventù. ma un certo senso di ammirazione. come se, in fondo, indicasse come si fa, o da che parte andare. anche se poi lo sappiamo che siamo noi, nei nostri sogni, anche se ci appiccichiamo le facce di altri.

c'è il fatto che sono sogni che si portano dentro qualcosa di indefinito, specie nei suoi confronti. non so se sia affetto, o rimpianto, o un mics tra le due e più cose. oppure altro, quello ad esempio che non so vivere, compiutamente, quando son sveglio. se non da lontano da lui.

anche tipo il mio non essere esattamente pensiero-azione. cosa che invece inesorabilmente è lui. ce ne ha dato la prova qualche settimana fa. sono quelle cose che sgorgano dalle situazioni che si sono sì, sclerotizzate, ma c'è ancora tempo acciocché crepe possano crearsi. da cui spuntano nuovi virgulti. non so se affetto, non so se amore fraterno e filiale, non so se riconoscenza. non so se è solo riportare un po' tutto a casa, nei legami degli affetti che si sono sfilacciati. che si erano un po' rotti, o forse interrotti, o forse no, perché poi son cose che hai dentro, non ostante le differenze, le visioni del divenire che divergono. riportare a casa, appunto, forse è anche per questo che lo sogno nelle casa della hometown. quella che fu o quella che, nuova, sta lì accanto.

poi sì è vero, scrivo imbarazzato, ed imbarazzato gli farò gli auguri, ben ammantato della mia coda di paglia. che non riesco a smontarmi dalla testa l'idea che abbia fatto molto di più io, per sfilacciare, piuttosto che l'inazione di lui. non c'era volontà, non c'era dolo. c'era tutto uno strutturarsi che è venuto fuori così, un po' pezzottato. non ostante rivendicassi una qualche forma di superiorità etico-morale, mentre cercavo di definirmi in un qualcosa che doveva essere più complicato ed articolato degli altri. scegliere l'arzigogolo, invece della linea quasi retta, come aveva imparato a spianarle lui. troppo facile così, stavo lì col ditino puntato. difatti. ora sono io con questo sottile senso di dispiacere, e forse anche un po' di colpa.

le solitudini di matreme e mie, per ragioni ovviamente diversissime, ci hanno fatto guardare quello sfilacciarsi, come inevitabile, strutturale. al limite con la piccola foglia di fico che si sfilaccia in due, con reciprocità uno a due. senza contare le altre debolezze, mimetizzate da sicumera, che l'hanno tirato anche da un'altra parte. non è stato semplicissimo. siamo famiglia un po' così. non si sente avvinghiante il legame di sangue. non credo - voglio sperare - ci sia il legame dell'affetto che prescinde quell'altro, per fortuna.

questo voleva essere un post genetliaco. non è un post da lieto fine [d'altro canto, questo blog ne è pieno. [si scherza, neh?]]. quello dove il dolly sale mentre la puntata termina col sorriso. forse non riesce nemmeno ad essere un po' genetliaco. che poi li scrivo, ma lui mica ne ha mai letto uno. e chissà se mai li leggerà. però dovesse accadere non possa farglielo sapere io, che ci pensi qualcuno dei tre o quattro che passano di qui [l'amica roby, quando eravamo ancora amici, mi disse che avrei dovuto passargli i link. poi è successo il resto con l'amica roby. non che abbia un qualche nesso causale con il fatto non glieli abbia mai passati, i link]. di certo c'è la confusione, oltre i refusi, di cosa vorrei davvero scrivergli, augurargli. che almeno qui non c'è quel senso di affettuosa estraneità che si frappone, dal vero, le poche volte che ci incrocia. affettuosa estraneità, probabile, a celare l'imbarazzo.

non è un post con il lieto fine. però, mentre provavo a raccogliere qualche idea, mi è comparsa l'immagine del kintsugi [che mica ricordavo come si chiamasse, però basta chiedere al signor gugol]. i pezzi che si ricompongono con dell'oro. dalle crepe possono spuntare virgulti. oppure i pezzi rotti si possono ricomporre, impastando anche i legarmi sfilacciati.

il genetliaco è il suo. lo auguro però tanto anche a me.

 



Monday, October 7, 2024

pogrom

stamani il bacchetta, alla radio, ci ha provato. era una sfida complessa da portare fino in fondo. soprattutto in una comunità di ascoltatrici e ascoltatori sicuramente sensibili alle sofferenze, dell'altro lato, che da quell'evento si sono generate. e che si propagano all'indietro, in un rincorrersi di cause ed effetti che si fa assordante. disperante, a guardare solo le azioni e reazioni del passato.

ecco, vedi, caro massimo bacchetta. nemmeno io ci sono riuscito. provare a pensare, oggi, a quell'evento devastante del setteottobre, e lì rimanere concentrati. senza lasciarsi andare, almeno oggi, a considerazioni - per quanto sacrosante - di quello che è stato dall'ottoottobre, quello che è stato fino al seiottobre.

fermarsi a ragionare sul pogrom. quello che è stata l'esclusiva mattanza di un gruppo di terroristi, che per ribaltamento di senso ributtante c'è chi definisce partigiani. ed il pogrom un atto di resistenza. il modo ancor mi offende.

non so quanto ci sia riuscito io. non so quanto il bacchetta l'abbia azzeccata, proporre un tema che, forse, non aveva una soluzione, neppure nel dominio complesso.

perché appunto è troppo complessa, stordente, spiazzante quella realtà. gangli intrecciati, indistinguibili, irriducibili. come una massa tumorale può avvolgere tessuti sani in modo inestricabile. il tumore è la violenza che pervade quelle terre, che di santo non hanno un proprio un cazzo. è l'odio che gli uni hanno nei confronti dell'altro: tutti figli di abramo, peraltro.

ci ho provato neh?, soprattutto oggi, a ragionare su cosa dev'essere stato il setteottobre per loro, abitanti di israele, ebrei. come ha riverberato quel pogrom.

contino ad essere convinto ci manchi un pezzo. a tutti noi col culo al caldo. e non è solo una questione congiunturale del qui ed ora. bensì il culo al caldo dell'intimo profondo di noi cristiani di occidente. importa poco quanto atei o agnostici o lontani dal professarlo. noi che facciamo parte di quella parte che ha dominato per secoli. che seppur da qualche tempo il potere sfumò [cit.], si rintanata nei meandri della morale, del senso di colpa e di espiazione. insomma noi che non abbiamo diciannove secoli di pensiero fondante che si è infilato sotto lo strato del derma e della coscienza: vogliono eliminarci dalla faccia della terra.

spreco una riga di disclaimer: non giustifica un solo morto innocente, prima e dopo il setteottobre. non vi si può prescindere però, nel ragionare fin giù nel profondo, quello che è stato quel pogrom.

solo che a noi ci mancano i diciannove secoli di pensiero fondante.

per questo credo ci manchi un pezzo, per capire davvero cosa dev'essere stato per loro: abitanti di israele, ebrei.

il governo di israele ha responsabilità e colpe incommensurabili: prima e dopo il setteottobre. specie lo scempio del concetto di umanità, dei crimini contro di essa che sta accadendo a gaza. ma il governo di israele non è il suo popolo. per quanto oggi, quel popolo, probabilmente farebbe vincere ancora a quel criminale del loro primo ministro, e gli estremisti sodali suoi. ma nessun popolo si merita un pogrom - che banale ovvietà, eh?

e a noi continua a mancarci un pezzo per capire, davvero, cosa deve aver significato per loro. è già terribile così. figurarsi con quel pezzo in più.

e financo in maniera simbolica, ma significativa, sembra non essere uscita dall'orizzonte degli eventi l'idea si possano sfregiare, come qualcosa di inevitabile.



Sunday, October 6, 2024

FARE

fare.

nel senso di si può fare. non come lo esclama lisergico il dottor frankestin. ma come lo canta il branduardi. che inizia con questa specie di giga, che credi sia un'orchestra di ghironde a suonar il motivo che [ti] trascina.

vado molto a memoria. una cosa di più di trentanni fa. l'esame di analisi III, con le certezze che si sfaldano una domenica pomeriggio di febbraio. io a ripassare quelle pagine fitte nel pulmino rosso oratoriano. gli altri in un qualche incontro giovial-parrinaro, a novara o giù di lì. mi ci ero rintanato, nel pulmino, come compromesso per voler esserci a quella cosa giovial-parrinara, e placare l'ansia dell'esame adveniente. quindi un po' all'evento, un po' sul pulmino rosso a ripassare. e poi datemi un passaggio alla stazione che me ne vo a milano. ero nel pulmino rosso e di colpo, come il verificarsi ineccepibile e teoreticamente inappuntabile di una delta di dirac, la certezza: non ce l'avrei fatta. non avrei passato l'esame. saltano i tiranti del tappeto elastico, dove rimbalzano le emozioni a ridosso di un esame. plof, si affloscia tutto. ed io mi ci ingarbuglio dentro, e prendo una culata sul pavimento. pensavo di dominarlo quel popò di pagine di appunti nonché quelle dell'amerio con la copertina con la banda verde acido. emulo in decimillesimi del professor pagani, con il suo sguardo altero, il viso aerodinamico, i baffetti rastremati, i dolcevita grigio chiari, le movenze da carmelo bene delle aule della nave del poli, l'alterità da aristocratico della matematica. pensavo di averlo fatto mio quel corso. ed invece in quel pulmino la certezza, analitica: non ce l'avrei fatta. l'equazione differenziale alle derivate parziali ben impostata, le condizioni al contorno che raccontano che no, non l'avrei passato.

ne ero certo. svuotato.

e quindi tutto diventa leggero. una cosa che non pesa e quindi non mi avvolge nell'irretirmi nella rete del fallimento, puntuale, di quella cosa lì. stigrandissimicazzi. anche se allora non lo si usava ancora. lo avrei provato, non l'avrei passato. pace.

così nei giorni successivi, prima dell'esame, vagolo per milano a tratti. inutile incaponirsi e consumare la tensione e dell'agitarsi. tutta energia sprecata.

così finisco in messaggerie musicali, quella in duomo, quando ancora c'era. quella dove trovavi le colonne di ascolto delle uscite del momento. con le cuffie superavvolgenti, oltre che sovraccariche dei residui tricologici di mille e più utilizzatori precedenti. tutti lì ad ascoltare a volumi pazzeschi, con chissà quali stati d'animo, umori, speranze, disperazioni, e tutto il campionario di fardelli di pensieri, oppure il semplice cazzeggiar spensierato.

prendo le cuffie ed i residui tricologici della colonnina in cui, tra le altre, c'è la chioma del branduardi, viso chinato su una dobro, blusa chiara. si può fare. faccio partire il cd, che non si sente altro rumore, cuffie superavvolgenti. e parte la giga che sembra suonata da un'orchestra di ghironde, e parte come venisse da lontano. e l'ascolto. la riascolto. mi spacco le orecchie a farla ripartire di nuovo. solo quella canzone, solo quel rincorrersi di versi che certificano che si può, coniugando quel tappeto di verbi. l'elencazione di quello che rientra nel poter fare. l'essenza, la tintura madre del declinare l'esistere, esserci, azione costruttiva, istanza fattiva, il grip con cui si avanza, passo dopo passo, nel mondo, nel divenire. la ascolto e la riascolto. ipnotizzato da quella melodia, da cui mi facevo avvolgere, come se ci ballassi dentro anch'io.

con in mente ben impressi tocchi di versi: prendere o lasciare, volere. lottare, fermarsi e rinunciare, lasciare, sbagliare, e poi ricominciare, continuare a navigare. e tutto questo turbine qui.

il contesto di quel pomeriggio era l'esame che non avrei passato, ne ero certo. a volte tutto il destino del mondo può riassumersi in qualcosa di fanciullescamente semplice. stava tutto lì il mio cruccio, la sensazione - strana eh? - del fallimento puntuale e temporaneo. era tutto molto semplice, e circonflesso nel piccolo orizzonte ricurvo degli eventi: un esame che non avrei passato. ma si potevano fare tante, tante, tante altre cose, come sussumevo da quei versi. facendo ripartire la canzone. i padiglioni auricolari ormai intirizziti. cercavo di farla mia quella canzone, si può fare. si poteva sbagliare - il totem del contesto di un'esame - e poi ricominciare. e poi continuare a navigare.

forse era tutto davvero molto più semplice, allora. forse erano i vent'anni. forse il fatto di avere tutto ancora molto, molto davanti, a divenire. era facile sentirseli addosso quei versi. occcazzo com'era quasi ovvio e scontato che era roba che si sarebbe potuta davvero fare.

poi l'esame lo passai. peraltro insoddisfatto di un ventisette. perché avrei potuto facilmente arrivarci al trenta. forse culo. forse la sapevo meglio di quanto credessi. forse perché l'avevo vissuta leggera, con il retrogusto che tanto era inutile menarsela. si poteva fare. si poteva sbagliare e poi ricominciare.


quella canzone è ripartita anche questo tardo pomeriggio. mentre attraversavo la galleria mappo morettina - i ticinesi hanno un gusto tutto loro di battezzare luoghi e situazioni. di nuovo la giga che sembra sia suonata da un'orchestra di ghironde. di nuovo il cambio di tonalità quando inizia a cantare.

fanno strano tutti quei verbi fattivi, all'infinito. rotolano come fossero teorici, come a non afferrarli, scorrono via. tipo l'asfalto sotto gli pneumatici dell'auto. come cantano strani quei verbi. ed il si può fare sembra surreale come l'esclamazione lisergica del dottor frankestin. solo che qui è tutto molto più semplice ma distaccato. come non fosse più qualcosa che fa per me.

come non sapessi più fare.

eppure. eppure. eppure.

ad un tratto e come intuissi la presenza, ancora, di un qualcosa che mi sembra una specie di gancio. un mezzo marinaio con cui riprenderli quei versi, farli ancora un po' propri. è roba tenue, appena palpabile. mentre guido è come si ricongiungesse per un attimo il disperante stigrandissimicazzista di allora, allo scivolatore perditempo di oggi, di ora, quello che sta percorrendo la mappo morettina. 

come ad aver la sensazione che, da qualche parte, ci sia ancora una specie di fiammella fattiva. con cui si può fare, con cui fare. è una percezione fugace, ma non effimera. fiammella che balugina, che non è fuoco fatuo.

è un piccolo brivido rassicurante. da qualche parte, lì dentro, c'è. non è nemmeno una questione che si debba cercare granché, non funziona il raccontarselo del: marò, che confusione c'è qui dentro, ovvio non si trovi più. no. no. c'è. deve solo venire avanti. solo, si fa per dire.

però sì. si può fare. intanto riparte le giga, ad libitum.


 
[ost: si può fare, cos'altro altrimenti?]


Sunday, August 4, 2024

reazioni

credo si sia conclusa una delle relazioni più significative abbia mai vissuto. relazione nel senso piuttosto ampio del termine. che poi forse era, appunto, la sua ampiezza a renderla strutturalmente fragile. quanto meno la sua variegazione, quanto meno nei termini di coinvolgimento sentimentale. roba non esattamente reciproca, simmetrica. e quando c'è uno sbilanciamento ovvio che una relazione mostri la sua fragilità strutturale.

tanto più non mi piace nascondermi. o peggio millantare sentimenti che non provo. non si prende in giro nessuno, in amore, o quella roba lì.

è - è stata - una relazione fottutamente importante, forse financo fondamentale. e tutto il bello che mi e ci ha regalato è roba che non mi leverà nessuno, tranne l'oblio di quando le cose finiranno, nel senso strutturale del termine. e tutto il bello che mi ha regalato non lo riverserei in questo blogghettino. sennò che blogghettino di contumelie ombelicali sarebbe?

scrivo solo che ho capito - davvero - che fare allllammmmmmore è cosa - davvero - bella et appagante. che di suo non è 'sta gran scoperta. è quello che ho scoperto a monte [la causa], che mi dà la contezza della bellezza delllllammmmore [l'effetto] la cosa davvero da breakthrough [dannati anglicismi], un piccolo cambio di paradigma nelle autoconsapevolezze. [e stigrandissssimicazzi esserci arrivati a questa età. e per il momento provo a lasciar da parte l'incazzo per tutto quello che mi ci ha fatto arrivare così tardi.]

di contro mi rimane anche altro, meno esaltante. anzi, forse l'ennesimo tic pavloviano a sabotarmi.

tipo che non sono fatto per stare in una relazione. dice: eh, si vede che non hai ancora trovato quella giusta. può essere. però a 'st'età nutro dei dubbi che mai ci sarà quella giusta. anche se a tratti ho financo desiderato, in modo importante, ci fosse. oppure mi rimane la quasi matematica certezza che, trovassi una che penso potrebbe essere quella giusta, poi faccia e dica cose che le fanno scappare a gambe levate, quelle giuste. ed io che rinforzo quella convinzione.

di certo, oltre le cose belle, mi è rimasto un senso di inadeguatezza relazionale. che la fanciulla si è ben prodigata a corroborare in questi mesi. i momenti di sconforto meno piacevoli, e non solo per le spigolature con cui corroborava. non lo ha fatto di certo apposta. potrebbe essere stato il suo tic pavloviano, quando ha percepito distintamente lo sbilanciamento di cui sopra. però, al netto delle cause, io questo effetto di su di me lo vivo eccome.

almeno con la dubbiosità scettica di essere un altro tentativo di autosabotarmi.

e mi sono però anche accorto, per uscire dall'inghippo del tic pavloviano, che sto reagendo in maniera controintuitiva. una specie di reazione in contro fase. come gli amplificatori operazionali, o i sistemi controreazionati. quelli in cui la controreazione è negativa: in termini di segno algebrico, non di valore etico. così i sistemi si mantengono in equilibrio.

e la reazione è che provo, ancora di più, a praticare gentilezze a casaccio e atti di bellezza privi di senso.

ci provo, insomma. cerco di essere [ancora] più disponibile, [ancora] più cortese, [ancora] più attento a quello che mi sollecita il prossimo, anche nel senso più casuale del termine. un po' è senso di cura et attenzione alle persone che, a loro modo, ne abbisognano. quello che riesco, quello che posso. un po' sono le azioni da boy scout. un po' là dentro le occasioni sono numerosissime, ogni giorno. un po' è il senso di dare il senso e mettere a terra il verso di venditti: sto meglio quando sto bene. [minchia. pensa te. venditti sono andato a citare]. un po' è ri-mettere in circolo [no. non vado a citare ligabue, e la storia del mettere in circolo il proprio amore. c'è un limite a tutto].

insomma, una reazione a quel senso di inadeguatezza. provo a convincermene cercando di intuire i ritorni che gli altri possono darmi, reazioni a loro volta di quel che è una mia reazione all'inadeguatezza a stare in una relazione. sussumo quello che arriva dagli altri, che son una specie di nebulizzazione di relazioni. ed a volte, pure l'acqua nebulizzata che ti arriva addosso regala un senso di benessere.

insomma. una specie di reazione in controreazione così. e poi per il resto vedremo.

[al netto della grandissima voglia che mi è rimasta di fare alllllammmmmmmore. leggero et taumaturgico]