Tuesday, November 3, 2020

diiiielecsioondeiii /2

e dopo tutti gli altri eleccccsssiondei passati? questo come butta? tra me e me dico, per quanto tutto conti solo per me, ovvio. e per quanto questa è davvero stata la peggiore presidenza di quelli là. imho, come direbbero gli ammmmericani. è solo la mia onesta opinione. però, in fondo, mi sono avvicinato con un certo distacco.

un po', è ovvio, è che ci sarebbe quell'altra questioncina che variegatamente un po' ci distrae da qualche mese. [poi al solito non c'è il doppio cieco. ma come saremmo messi, per questo eleeccccsiondei, se non ci fosse stato l'infarto della storia che è il virussse? [cit. luca bottura]].

un po' [tanto] è il discorso dei [piccoli] tornanti della storia. che uno ha perso anche l'entusiasmo per potersi inorridire. o forse è una questione che si invecchia, ed un po' l'entusiasmo lo si perde a prescindere. specie quando tra una spigolata e l'altra vieni a stringere la mano al principio di realtà. o forse intuisci, ancora di più, ancora una volta, che sei solo un feticista della svolta più o meno rapida per uscir a guardar le stelle. che fa molto finale dove si guarda ad una speranza più o meno lontana. o gli ultimi versi de la locomotiva, quando la canzone si alza di un tono in quel ma a noi piace pensarlo ancora dietro al motore, o l'ultima strofa del when the saints springstiniano (yeah I want to be there on that morning/when the new world is revealed).

ed il problema non è nel feticismo in sé, figurarsi. è che il feticista si incista sull'oggetto del desiderio. e non ne ha completa contezza, pensando infatti di osservare il tutto. e un po' si rincoglionisce via.

e me peraltro piacciono le tette fatte bene ed il capezzolo ampio, per quanto sia evanescente il concetto di fatte bene. tanto che a volte è come se ne elevassi il disio a chissà quali altezze, ma è solo un succedaneo. come unica gioia potenziale. che rimane molto in potenza. ed io sono comunque un po' rincoglionito via. o al meglio, appunto, distratto.

quindi, appunto, son arrivato con un certo distacco. ed anche perché, suvvia diciamocelo, non bisogna nemmeno nasconderselo via: hanno scelto il candidato meno entusiasmante delle ultime sediciottoventunquattro elezioni. l'equivalente di un esponente della corrente democristiana più centrista della diccccì in sé. se ci fossero ancora quelle cose dicccccì lì.

e questo dà un senso al contesto.

perché quel joe è l'epitome perfetto del momento. talmente usato sicuro che era il rischio minore, per evitare si ri-verifichi quell'incidente catastrofico che è 'sto folle dal capello arancione, che ha in mano tra l'altro il bottone nucleare, oltre la possibilità di sminchiare ancora di più l'andito della storia. va bene anche un vecchietto settantottenne, la sintesi meno peggiore di un coacervo di visioni del mondo che sono i democrat. uno che non è che entusiasmi lui in quanto lui. ma la possibilità possa essere l'alternativa a qualcosa di ancora più ferale di quel che è merdosamente già stato. è la scelta talmente migliore, tanto è meno peggio di quel punto di accumulazione di peggio, che sembra una scelta fantastica. è una trapunta di valium sugli entusiasmi vivi della gioventù che - variegatamente - ognuno si porta dentro. ma in questo momento è una specie di bellissima e agognata ciambella di salvataggio offerta dal principio di realtà. che solitamente non è così scintillante, ma far gli schizzinosi ci si picchia il musone sulla fredda pietra dura, onusta di irtitudini.

il vecchio vice president di quella speranza [piuttosto] passata di obbbbbama, dovesse vincere [e desidero vinca almeno tanto quanto il mio poco entusiasmo] non darà più lavoro al mio amico daniele, come mi ricorda nel suo disincanto di uno che sta facendo molta fatica [e non solo perchè c'è un president piuttosto che l'altro]. né immagino permetterà a me di superare quella che credo sia - tecnicamente - una banale crisi di mezza età. figurarsi poter andare oltre il succedaneo delle belle tette e capezzoli ampi. ma è una specie di recupero sul filo del baratro per l'umanità. il vecchio joe mica la porterà a chissà quali fasti. ma basterebbe per ri-cominciare ad invertir la tendenza, e sarebbe già tanto. la sua elezione porterebbe, son certo, a rallentare lo sminchiamento globale. va bene la cina. ma alloggiare in quel del 1600 di pennsylvania avenue qualcosina ancora conta.

è talmente tempo di starsene accccuorti che è il piuttosto, piuttosto che il [tantissimo e pericolosissimo] niente. c'è dentro questa specie di ambivalenza un po' da paradosso. che tanto di paradossi mi pare di incrociarne con voluttuosa frequenza, negli ultimi tempi. quindi figurarsi se mi meraviglio di questo. nel mio piccolissimo e dal [relativamente] riparato soppalchino. va bene così. e se lo si guarda con spirito di adeguamento - scaltro - al principio di realtà va bene questo iper-moderato iper-centrista. che a proposito di nuovo è senatore da quando succhiavo latte materno. ma va bene così, anzi: va benissimo. e speriamo sarà un bellissimo sospiro di sollievo. 

tatticamente perfetto.

perché poi, vabbhè, siccome sono un fiaccato inguaribile idealista [gli aggettivi non sono in ordine casuale], zitto zitto, lemme lemme, faccio finta di nulla. fischietto fintamente disinteressato e disincantato. ma ho ben chiaro cos'altro potrebbe significare il cambio di presidenza. contando su chi, nel caso, sarà la vice president. e cosa potrà significare, pezzo a pezzo, il prossimo elecstionddddei. sì. sono un disperato ottimista. occhei alle personalissime speranze che svaporano, nel caso. ma poi che kamala shall overcome.

Kamala shall overcome


Monday, November 2, 2020

diiiielecsioondeiii /1

invecchio. questo è l'undicesimo election day di cui ho memoria. 

quando elessero quel cauboi finto di reagan ricordo che mi piaceva di più di quell'altro, carter. senza capirci ovviamente un cazzo.

quando lo rielessero ricordo che la prof di inglese ci riportò, traducendolo, un suo commento: e non avete ancora visto niente. mentre a me giravano le palle emisi un "buhhhhh" nella caciara della classe. cominciavo a capirci qualcosa di più.

di bush padre non ho ricordi particolari, tranne che mi girarono le palle, oltre di un anno scolastico complicatino, con le nevrosi perfezionistiche che si stavano perfezionando nella mia testa.

la sera prima che elessero clinton ero al planetario, con una fanciulla [le ho sempre portate lì, per poi non combinarci nulla]. capita che prima delle conferenze [poi ovvio uno non concluda nulla - dice -  se le porti alle conferenze al planetario] facciano una rapida visita guidata al cielo stellato di quel periodo. si vede scorrere velocemente, sulla volta di cemento, quello che scorre nella volta celeste al tempo che conosciamo. quando - nel correre veloce della volta di cemento - stava per finire la notte e spuntare il sole esclamai alla fanciulla, un po' enfatico a darmi un tono: è il nuovo giorno ed eleggono clinton, dimentico che era il sole sopra milano, e non sopra i quattro fusi degli steits. non ricordo esattamente come la prese la fanciulla.

la ri-elezione di bill la ricordo pressoché come una formalità, oltre che di un periodo complicatino, con le compulsioni ad incistarsi sul nulla affettivo [forse non lo sapevo ma anche quello non era amore].

quando elessero bush figlio, sì mi girarono i coglioni. anche per come si delineò via via, e i pochi voti di scarto in florida. ma stavo cambiando vita, o almeno così credevo. con l'illusione avrei smesso di far l'ingegnere. ed ero moderatamente al settimo cielo. piuttosto illuso. appunto. e quindi il tutto sembrò mitigare. quel master più che l'occasione di cambiar vita fu a suo modo un sòla [ma non per tutte le persone che conobbi]. ero lì, a far quelle lezioni pezzottate, quando tirarono giù le torri.

quando lo rielessero mi girarono ancora di più i coglioni. forse la delusione più cocente di tutte le elecsioondeiii. quel vermaio della guerra in irak era appena di un anno e mezzo prima. riconfermarono un idiota, un inetto, come non era riuscito al padre, il primo probabilmente a sapere quanto poco valesse quella sua creatura. e quel dableiu, un inno all'immeritocrazia. qualche giorno prima scrissi un articolo per il giornalino locale, faceva nel titolo una cosa tipo "caro elettore del maine". il senso era: cazzo, elettore del maine, il tuo voto influenza un sacco anche me, e tutto il resto del mondo. vedi di non far minchiate, che il tuo voto è più pesante del mio. da qualche parte devo avercelo ancora. ora mi dico: sei un pirla, che il maine è strongly democrat probabilmente da prima ancora di sempre. avrei dovuto titolare ad un elettore dell'ohio, lo swing state per eccellenza.

poi vabbhé. ci fu obbbbbbama. il giorno prima del suo giuramento scrissi un post breve ma accalorato, nel vecchio blogghe. fackofff dabbbbleiuù, talmente mi sentivo meglio pensando al fatto che george walker bush se ne stesse andando fuori dai coglioni. a rileggerlo ora forse farebbe quasi tenerezza. un po' perché lo etichettai come il peggior presidente della storia, mentre la storia può tirar fuori dal cilindro decisamente roba più raffinata, nel peggio. un po' per la deduzione [ingenua?] che con la sua mancanza sarebbe stato fottutamente meglio. un po' per la capacità ostinata che avevo nel lasciarmi andare a idealizzare persone et situazioni. non che non avessi già avuto modo di ri-considerare i voli della storia, che pensavo fossero alti, altissimi, invece erano pindarici, specie nella mia testa. e soprattutto poco abbraccianti la fottuta et irriducibile complessità delle cose, che il principio di realtà sparge copioso qua e là. però, in qual modo, ci credevo. credevo che quell'elezione potesse essere davvero una svolta. come passare dalla notte al giorno. come se quel melting pot impazzito fosse riuscito davvero a dare una svolta ad U, in un elecsiondeeiii. e che tutto dovesse, potesse, andare a ruota. ero onusto di speranze. fin giù a quel che stavo vivendo nel mio piccolissimo. a dare un senso lavorativo-aziendale-esistenziale alla mia piccola intelligenza. e poi sarei andato a far altro. la mia amica strangeskin - di cui subito segretamente il fascino - fece un post, nel suo bloggghe che si concluse con una cosa del tipo: adesso vedi di non farti ammazzare, che le aspettative sono tante.

chiaro che non andò esattamente così. a cominciare dalla o per finire alla presidenza obbbbbama. però quattro anni dopo mi feci la nottata elettorale per seguirne la riconferma. fino alla pelle d'oca e la lagrimuccia - forse anche per il sonno - in quel "this happened because of you", ed discorso alla fine della notte - quando, tra l'altro, disse alle figlie che la regola non era un nuovo cane alla casa bianca ad ogni elezione, uno era più che sufficente. certo, certo. non mi sentivo pervaso d'entusiasmo scalpitante come la volta precedente. non foss'altro per i nuovi incontri ravvicinati a velocità tosta tra il mio muso e la realtà. che disincantano parecchio. e che mostrano com'è fatua la speranza sia rapida, in quel che ti trascende, l'evoluzione dell'umanità, di lì al breve intendo. [poi, umanità. stiamo pur sempre parlando di quel pezzo di mondo privilegiato che è il nostro. il resto è ancora più zizzagante].

poi la volta scorsa, vabbhè. un'altra giravolta della storia. per quanto fossi un po' di distratto, ma non da cose esattamente entusiasmanti. in quel periodo non avevo ancora capito da che parte ero girato, non ostante i quasi 24 mesi passati là dentro. la mattina appena svegliato. allungai il braccio sul butòn dell'on della radio della radiosveglia, ancora mezzo rincoglionito dal sonno. ricordo distintamente la voce del disma, talmente laconica che bastò il paraverbale, prima ancora di capire cosa stava a dire, una cosa del tipo "anche la florida, allora, si conferma come persa... e credo che ormai la cosa sia ufficiale".

sembra passato un sacco di tempo. ma sembra anche sia volato. quella che - mi auguro - sia veramente il punto più basso di quella roba che è la storia dei presidenti iuesssssei. dopo la speranza [quanto delusa?] di obbbbbama, il pagliaccio per quanto pericolosssssssssimo. con tutti i danni che ha fatto, e che riverbereranno per chissà quanto ancora.

history of us president

 

ed ora? in questo eleccccsiondeiii? [to be continued, come scrivono nei telefilm 'mericani].

Saturday, October 31, 2020

voglio un silos-si-lo-voglio-silos-si-lo-voglio

bisognerebbe chiederlo ai futuri inventori di un domani che più o meno verrà. qualche geniaccio che - grandeggggiove - dopo aver ripreso i suoi sensi dopo una botta sul bordo del suo lavandino, avesse una sua rivelazione di un'altra versione della visione del flusso canalizzatore. anche se quel flusso non è che debba necessariamente canalizzare. ma inventarsi un'altra roba.

un silos per conservare la sensazione che inanelli in taluni momenti. con lo stesso principio di sopravvivenza con cui hanno inventato altra roba. roba già nota. tipo le cantine dove conservare il cibo per l'inverno freddo e duraturo. i fienili dove ammassar nutrimento per il ristoro nei mesi di ricovero delle mandrie, delle greggi. le cambuse per affrontare le traversate lunghe e perigliose. hanno avuto l'inventiva una volta. ci si potrà pure ripetere in situazioni più sfumate, eteree, ma mica per questo da dimenticare nell'agenda delle invenzioni. certo. per le cose per non morire di fame han già dato. e per fortuna direi. ma la luce affievolita dentro fa molto complicazzo. certo che complicazza.

un silos per metterci dentro l'importanza di vivere il momento - bello - con la contezza stia avvenendo esattamente in quel momento. mica le cose eclatanti, quelli son buoni tutti. ed è facile in periodo di vacche grasse. no. il momento importante e fondante di una stilla. evanescente. e sapere che è quella, e sapere che si può cercarne altre. nell'essenzialità delle cose piccole, piccolissime, impalpabili, non materiche. ma che azzeccano le combinazioni giuste, e tutto va al suo posto. non è una questione di ordine o dis-ordine. è il fatto che quel momento va bene così. esattamente così. anche se si potrebbe fare meglio. fottesega. va bene così. esattamente così.

ecco. un silos per ammonticchiare 'stecosecosì. ma mica perché uno poi se le rimira lustrandosele, come egotonici a la carte

no. no.

bensì per usarle quando la luce dentro si affievolisce. sfarfalla. e la paura del buio che uno pensa è lì lì per arrivare non è così tanto piacevole. per riprenderne un po' dalle conserve, quel che serve, quando  sono alcuni spuntoni delle spezzate poligonali, che a volte è così che buttano le cose. e rintuzzare tutta la difficoltà, il dolore, lo sconforto, la paura, e quel miscuglio di disperante mancanza di senso che può uscirne.

sarà che ho camminato sopra le foglie caldarancio. sarà che mi son messo in modalità: addddapasssàanutttata, ma ho il culo al caldo, quindi stiamo acccccuorti e quieti, che non c'è altro che aspettare [quando il limite dell'esser per un cazzo pensieroazione vien quasi utile]. sarà che così sono già in attesa preliminare dell'elenco più o meno immaginifico di cui il post di prima. sarà che mi pare di aver per il ritmo ed il sincrono capire come distillare variegatissima acqua che disseta, da variegatissima singola goccia di rugiada: che basta davvero poco, se si è efficienti. in questo momento mi vengono in mente un certo numero di cose, che son cose piccolissime. prendo a caso: osservare il video di  canzoni. tipo gente che canta assieme con una gioia che ritma più apppppalla delle battute al minuto, oppure miti della musica a concerti che sembrano roba intima tra lui e chi ha avuto la fortuna d'esserci.

ecco. per questo vorrei metter dentro quel fieno in cascina che mi sembra di saper cogliere. copioso o meno non importa. è che il fieno spunta. e metterlo in questo silos. che insomma voglio un silos-si-lo-voglio. mettere via. e prenderne un po' per volta. dovesse servire. anzi, quando servirà.

perché ho la sensazione servirà. servirà variegatamente a ciascuno. perché variegatamente non saranno mesi semplici. e la primavera, ho la vaga idea, tarderà ad arrivare. perché adesso, in questo momento, va così. ma neppure troppi mesi fa non andava proprio per un cazzo così. non è che manchi il riferimento esperito.

per questo, oltre alla contezza del momento, servirebbe quell'invenzione di un qualche inventore geniaccio più o meno del futuro.

anzi. servirebbe pure adesso. che addirittura - addirittura - sarei quasi quasi incuriosito di provare che effetto fa, quella cosa che ho colto ascoltando questa versione così avvolgente di when the saints. quando quei due condividono una strofa assieme davanti al microfono. dove la strofa è solo una scusa, una specie di eccipiente, armonizzato in quel modo un po' tra il gospel e il blues. perché quei due è come se per un attimo dimenticassero di essere davanti ad un microfono, e sublimassero cosa deve accadere nei momenti della loro intimità. ecco. se lo chiamano the boss, vorrà pur dire che personaggi come lui ce ne sono in giro decisamente pochi. però la curiosità di provare quel tipo di complice intimità, ecco sì. sarei proprio curioso di sapere che effetto fa. non so se potrà mai accadere. ma il fatto mi si incuriosisca così, in questo modo, è un qualcosa di vibrante stilla. da voler conservare.

dentro nel silos. cazzo bisognerebbe averlo già inventato. se non ci fosse.



Monday, October 26, 2020

[breve] post mementifero-desiderevole [con un paio di premesse]

le premesse, appunto.

la prima è che ho il culo al caldo. quindi non ho nulla di cui lamentarmi, nello specifico.

la seconda è che quest'infarto della storia [cit. luca bottura] ci rode il culo, a tutti. però noi nel nostro mondo ricco siamo dei novellini, in fatto di punti angolosi che s'addentrano da tergo - figurativamente. ci sono distese di pezzi di umanità per cui è un incidente in più, giusto più incidente degli altri, che a loro gli incidenti gli spuntano da abbastanza sempre qua e là, copiosi. quindi tutti noi, da quello specifico, non avremmo granché di cui lamentarci.

ma non saranno mesi facili. andrà tutto bene un cazzo. anche se ho il culo al caldo. anzi. proprio perché ho il culo al caldo non posso far il ghei con il culo non al caldo degli altri.

tenendo calettato nel civrieddu queste ovvie banalità, vorrei davvero tanto impararla un po' di più la lezione, dal mansueto e comodo starmene col culo al caldo. e nel mio piccolo ricordare di andare a cercarli, e viverli, i momenti di stille. quelli che saranno, perché è certo che saranno, basta saperli andare a cercare. e soprattutto scorgerli. diminuendo, come il tendere a zero del limite notevole sen(x)/x*, la distanza temporale tra l'attimo della stilla e l'attimo in cui ci accorgiamo ci sta irraggiando in mano nella sua bellezza, la stilla. autunno vuol dire che dopo c'è l'inverno. ma poi è primavera. un elenco qua e là sparso, più o meno immaginifico:

  • sedermi su di una poltrona di un teatro, il sabato sera. va benissimo da solo. distillarmi attimo dopo attimo tutta la tensione erotico-emozionale che l'attore emana. a prescindere. e poi tornarmene a casa e cucinarmi uno spaghetto medio grosso, rugoso. non necessariamente pasta rummo, ma la pasta rummo è un ottimo esempio; 
  • la prima vellicata di birra, con il pallido baffo della schiuma, che non vedi ma sai che c'è. possibilmente non da solo. ed ascoltare il travaso di pezzo di vita che si vuole raccontare, lì. piuttosto casino di sottofondo, ma che ovatta, canalizza, il dialogo che via via è meno incerto. e il pensiero che si fa meno timido, corroborato dagli effetti del malto, del luppolo;
  • il libro estratto dallo zainetto, una volta salito su di un tram carrelli. appoggiarsi al finestrino e scorrere, alternativamente, qualche pagina e quello che scorre accanto ai binari;
  • cazzo, no, vai fuori sul balcone a fumare. lascia aperta la finestra, non fa niente se entra il freddo, mica posso lasciarti fuori in solitudine, speta che ti piglio un posacenere, beh sì ovvio che non ne ho, mica fumo io. sì è un piattino della tazzina del caffè, cos'hai da rompere i coglioni se è un piattino del caffè? non preoccuparti poi lo lavo, tu pensa a fumare, peraltro potresti farmene uno tu di posacenere e regalarmelo. a proposito sto ancora aspettando il bicchiere contenitore per lo spazzolino e il dentifricio. vabbhé sono anni che dici che devi portarlo al forno per smaltarlo;
  • uscire dall'auto, sgranchendomi un po' le gambe, e fare pat-pat all'angolo, appena sopra lo stop, grazie macchinina di avermi portato fin qui. e poi aprire le due porticine posteriori, uscire il bagaglio, ti ho portato un paio di regali, la bottiglia ce l'apriamo guardando il tramonto, il libro, sono andato a sceglierlo alla mia libreria di fiducia, si chiama il domani, sta accanto alla stazione cadorna, avevo chiesto un consiglio, mi hanno suggerito un titolo, mi è venuto in mente quest'altro: come ho fatto a non pensarci prima;
  • la volta scorsa hai fatto tu. 'stavolta tocca a me. e ma tu sei venuto da me e non vicerversa. ma non fa nulla, dai faccio io. occhei, però la prossima volta sta a me, ricordiamocelo;
  • infilarmi in un corteo. non conoscendo nessuno. e guardarmi attorno. da solo ma in compagnia;
  • stringere una mano. abbracciare una persona. baciarla castamente. senza più la sensazione ci sia qualcosa di cui preoccuparsi;
  • massaggino ai piedi? o sì, che bel regalo che mi fai, è stata giornata un po' pesante**;
  • l'orsitudine non è più una virtù;
  • quella lama di luce al tramonto, che inonda la parte sinistra del tutto, un bel contrasto con la facciata del castello, la gente attorno che si fa i soavissimi, rilasatissimi, cazzi suoi la domenica pomeriggio. sulla panchina osservo tutto questo e azzardo qualche foto smartphonistica. a incrociare la combinazione giusta di nuvole bianche che constrastano e danno sostanza lieve, a far da contrappeso simbolico alle mura, alla gente lì intorno, tutti avvolti in quella lama di luce. potrebbe andar peggio. è sto pure fottendo il sunday blues. per quanto domani dovrò controllare come tutti i lunedì il carico aui***;
  • odg, che sollievo poter lasciare andare il ragionamento libero senza 'sta cazzo di mascherina. poter cogliere le sfumature del viso, il ritorno emotivo del mio proluvio****;
  • non ostante i giramenti di coglioni esperiti, andare addosso consapevolmente ad una scombinatissima istanza di inaffidabile pericolosità. come paradosso molto irrazionale, o la prova provata sia un romanticissimo coglione;
  • occupare il posto appena a sinistra, una volta in cima i gradini per accedere al piano superiore del vagone, dando le spalle alla direzione del viaggio. e quindi la foto dal ponte del traghetto, che verosimilmente avrà i due terzi di acqua, e un terzo di quello che sta fuori. speriamo di trovare un passaggio rapido, una volta dall'altra parte della riva, autostop come quando avevo sediciassottonoventiundue anni, che mi ero detto che tornato dal servizio civile avrei smesso, che ormai ero cresciuto. poi ho detto mastigrandisssssssimicazzi. continuo a farlo;
  • il concerto del deGre, al teatro dal verme, pieno in ogni ordine di posto. nessun distanziamento;
  • le presentazioni più affollate di bookcity;
  • lo sposalizio della vergine, con l'allestimento che ideò munari nel 1976;
  • vieni al corso di scrittura? no, bruna, non ci ho né tempo, né testa, e poi come mcEwan non scriverò mai, quindi cazzo ci vengo a fare al corso? però, ripensandoci, quando fa lezione robecchi posso venire ad ascoltarlo? certo che puoi. e non dimenticare che, nel caso, i racconti dovresti farli più stringati. i post? ma i post sono psicopippe, non contano e nemmeno mi metto gli occhiali per leggerli;
  • sedermi su di una poltrona di un cinema, qualunque sera. far due chiacchiere lievi. si spengono le luci, partono i promo degli altri film. e poi le prime scene di quello che abbiamo scelto con una certa dialettica argomentativa. gliela prendo la mano? me la prende la mano invece di cincischiarci attorno?

 
* ris = 1.
** paraculissimo inizio di preliminari, come ben si sa.
*** attività ricorrente, settimanale, in ambito regulatory. pare che là dentro nessuno ne conosca i meandri tecnologici di processo, quanto lo scombinato scrivente di questo post. e tutto ciò fa anche abbastanza ridere.
**** non appartiene al registro del detto, ma quello del pensato.


Wednesday, October 14, 2020

cazzo. ci mancava pure se n'andasse l'Ermi

non che quest'anno non abbia già dimostrato di essere di merda, di suo. per quanto convenzionale sia un anno. per quanto io non abbia granché da lamentare. però. cazzo.

se n'è andato l'Ermi. di colpo. così. come mettere un piede nel posto sbagliato in montagna. in val grande, quello spazio incazzosamente vvvuaild, a due passi dall'hometown. dove accadde di tutto durante la Resistenza. dove l'Ermi c'è andato millemila volte, anche per scriverci di Resistenza. lui che si chiamava così per ricordare un partigiano, ucciso dai fascisti nell'hometown. davanti al monumento che li ricorda, i partigiani, ebbe appunto a dire: non è semplicissimo portare un nome così, qui, in questo posto.

cazzo. Ermi. ma porco di quel cazzo!

c'è stato un periodo delle mia adolescenza in cui l'Ermi fu un punto di riferimento, importante, fondamentale. un qualcuno cui ispirarsi, uno da cui un qualsiasi gesto di encomio era un regalo importantissimo. lascerei da parte, per il momento, il fatto abbia avuto [da coniungare al passato?] questa necessità: l'encomio di qualcuno che idealizzavo [idealizzavo, sì, questo al passato]. per un rimbalzo curioso degli eventi quel tipo di figura, forse addirittura la prima, è stata una persona tanto tendenzialmente orso quanto sfuggente, con bagni di undertatement sarcastico-ironici che allora non sempre capivo. e per cui a volte un po' rimanevo male. ovviamente non c'è il famoso doppio cieco, ma ho la sensazione che non sia del tutto scorrelato il fatto che, a mia volta, abbia cominciato a farli miei. quegli approcci dico. sicuramente ho ascoltato da lui gli incisi di alcune canzoni di guccini, de andrè, de gregori, che ricordo ancora adesso. sicuramente mi sono avvicinato alla fotografia incuriosito dal fatto lui fotografasse. sicuramente ho suonato il flicorno nella banda dell'hometown molto fiero di farlo accanto a lui.

non so se lui abbia mai avuto piena contezza di tutto ciò. di cosa abbia significato per me allora. non mi meraviglierebbe sapere lo sapesse. era una spigolosa intelligenza emotiva, ne sono certo. ogni tanto, negli anni, mi son chiesto se per caso 'sta cosa forse non l'imbarazzasse o non si sentisse adeguato, o qualcosa che se ne sta in quei dintorni.

a sedici anni ebbe a prendermi a male parole, davanti ad un po' di persone. tecnicamente per una minchiata, che però a lui sembrò offensiva e poco seria, per me l'occasione con cui cominciare a sentirmi adulto. fu a suo modo un piccolissimo punto angoloso, forse uno dei primi. un paio di giorni dopo mi chiese scusa, ma io ero ancora un po' frastornato. un paio di mesi dopo se ne andò dalla banda, io presi il suo posto, anche fisicamente sul palchetto dove si facevano le prove, oltre che a scrivere le presentazioni dei pezzi nei concerti, ovviamente con risultati piuttosto diversi. ci perdemmo piuttosto di vista.

però è sempre stato l'Ermi. tanto più che cominciò a vivere di scrittura. cosa che intuii avrei potuto fare anch'io, tra le altre cose. anche per far sì potesse diventare un qualcoa in cui imitarlo [anche se sappiamo com'è andata a finire].

ho la più che convinta sensazione che se son venuto su così - per la pars construens - è anche perché ho cercato un qual mimetismo con lui. a prescindere dal risultato che continuerà a declinarsi.

forse gliel'avrei anche detto. era da qualche anno che pensavo mi sarebbe piaciuto farci una bella chiacchierata. chiedergli e spiegargli un po' di cose di quei tempi, di quando era un riferimento importante. e magari chissà, provare a farmi coinvolgere in un qualcosa avesse in mente di fare. probabilmente l'unico intellettuale di questa hometown così infighettatasi ed arricchita. sono quelle belle idee per cui uno pensa ci sarà sempre tempo per farlo. difatti. mi sarebbe piaciuto, ma ho anche idea mi sarei sentito molto imbarazzato. per tutta una serie di cose. e di come rotolano a partire da quando cominci a vedere alcuni adulti come coloro da cui prendere ispirazione.

fu una delle persone che più mi sembrò colpito quando se ne andò mio padre. per quanto non mi era mai parso di cogliere quel tipo di famigliarità e confidenza, che invece aveva con altri. mi fece molto specie. come se ci fosse un qualcosa che le apparenze sembravano celare, quanto meno quelle che potevo cogliere io. comunque sempre con l'eco di quello che lui era significato per me, un paio di decenni prima.

l'Ermi scriveva bene, cazzo se scriveva bene. ma la sua prosa non è semplicissima, anzi. come a volte accade per le cose raffinate. probabilmente era molto più abile come giornalista, storico, studioso che come narratore. la cifra stilistica non è piana e lineare, per quanto asciutta e rapida. però secondo me lui era proprio così, come quando una scrittura rappresenta esattamente una persona. invero da quel che riuscivo ad intuire, da quel che si lasciava intuire. forse era un modo per celarsi, non mostrare in maniera banale l'intelligenza, il mondo, la sensibilità, la profondità che era riuscito a conquistarsi dentro. ho perso sicuramente un'ottima occasione di provare a capirla, per quanto avrebbe voluta farmela - eventualmente - capire lui.

se n'è andato scivolando sul pizzo Marona. una cima epica per quello che è stata la Resistenza che lui ha studiato, ha raccontato, per poi allargare la sua curiosità al mondo di qui, negli anni di un pezzo di secolo scorso. se n'è andato camminando sui sentieri su cui si è scritto un pezzo di Storia. forse, nell'insensatezza di andarsene così, da questa cosa forse poco sensata che "è quel vizio che ti ucciderà e che ti porti, cioè vivere" [semicit.], c'è un che di coerentemente assurdo. che il luogo del suo destino sia stato proprio quello, come qualcosa che va a chiudersi in un posto a suo modo, intimamente, laicamente, sacro.

ciao Ermi. che l'andare pe' monti ti sia lieve. 

[updt: quando alla fine del saluto, in quel campo d'oratorio, in questa giornata così beffardamente cristallina e calda, prima che rinuonasse "bella ciao", il tazio s'è avviato verso il microfono, mi è sembrato di vederlo. per un attimo rapidissimo ho immaginato di sognare, anzi: che fosse un sogno tutto quello intorno. ed il tazio ha svelato una chiave di volta, che non potrò mai più usare [cazzo]. "l'Erminio in montagna si trasformava, era un'altra persona". ecco. cazzo. lì ho realizzato che quella è una cosa che non mi capitò mai di fare, per una serie di ragioni che adesso sarebbe lungo enucleare. forse lì sarebbe stato più semplice, anche per un intimidito come me. [e comunque, dopo anni, sono finalmente riuscita a cantarla di nuovo, "bella ciao". solitamente le parole mi si strozzano in gola. oggi no, vai a capire come girano certe cose.]]



Saturday, September 26, 2020

la sposa con la mascherina

c'è un negozio pronovias - che poi sarebbe un Leading Global Luxury Bridal Brand [mecojoni] - in via san pietro all'orto [centro milano].

via che diparte da pochissima distanza dal 13 di corso vittorio emanuale [ancora più centro].

numero civico dove, a ridosso di due negozi frequentatissimi in questa calca con la mascherina nel corso di metà sabato pomeriggio di fine settembre, c'è il bassorilievo del "scior carera".

statua virile di cui son definitivamente venuto a conoscenza quest'estate, quando cercavo il significato dell'epigrafe a nobilitare una meridiana ed il suo gnomone.

gnomone e meridiana che che t'accoglie dal sentiero che arriva dal bosco, quando giungi nel paesino di cui mi innamorai - potessi farne il mio buen ritiro - nel peregrinare per i sentieri appena sopra l'hometown.

luoghi che passeggiai quando me ne stavo colà.

hometown cui giunsi dopo essere rimasto due mesi e mezzo coqua, in questo appartamentino dove trascorsi i giorni più intricati di questi tempi nuovi.

[che al mercato mio padre comprò].

insomma, passo davanti a 'sto negozio di abiti da sposa.

insomma, non esattamente un negozio che offre ai suoi clienti un genere di mercanzia che dovrebbe interessarmi, in prima istanza. quanto meno per gli almeno quattro gradi di separazione si frappongono come iato tra me e loro - nel senso di mercanzie:

  • sono un maschio;
  • verosimilmente non mi sposerò mai;
  • nella remotissima possibilità accada, dubito la mia sposa possa indossare quell'esplosione di pizzi, tullè, seta e macramè [non ho idea se il macramè possa essere utilizzato per gli abiti da sposa, non ho voglia di chiedere al signor gugòl. immagino comunque di no. ma mi piaceva il suono che fa macramè. posto si scriva così];
  • e comunque non lo si acquisterà mai in un negozio che pare ti facciano pagare anche solo per entrarci a dar un'occhiata in giro - Leading Global Luxury Bridal Brand [delimecojoni].

insomma, non sono il target cui il media marketing manager di Leading Global Luxury Bridal Brand [mecojoni] penserebbe di generare una qualche forma di engage [tutto questo overwhelming di parole in inglese]. ed ero ad un solo passo dal farmi uscire dal campo visivo quelle vetrine, e sarebbe finita lì. tra la mercanzia del Leading Global Luxury Bridal Brand [mecojoni] e me, dico. invece con quasi la coda dell'occhio mi hanno colpito l'infilata di abiti di sposa, questa sequenza e varietà di gradazioni di bianco e fogge. nella sua lontanissima correlazione con il mio sé mi è sembrata un'immagine bellissima, onusta di significati, oltre dettaglio che sarebbe stato interessante fotografare. così mi sono fermato e mi son messo a guardare dentro la vetrina, incuriosito da quel contesto e quel mondo tanto lontano, quanto da trovarmi a scrutare l'interno di quel negozio prima ancora di poter razionalizzare una qualsiasi forma di spiegazione. anche se poi, in fondo, stigrandisssssssimicazzi al razionalizzare per forza ogni volta una spiegazione.

c'era un sposa. o quanto meno una ragazza che verosimilmente sarebbe convolata da qui a qualche tempo. stava provando un abito [da sposa, meglio precisare. non si sa mai]. l'osservavano due donne ed una commessa. esattamente in quest'ordine: nel senso che le due donne osservavano non come l'osservava la commessa. si capiva anche da fuori il portato emotivo diferente delle tre. la [futura] sposa piuttosto minuta, poco seno, tanto da poter indossare un modello con il corpetto che lasciava abbastanza scoperto senza che qualcosa rischiasse di scivolar fuori. immagino avesse gli occhi chiari. non sono riuscito a capire esattamente quanto fosse giovane o graziosa. stava provando l'abito da sposa con la mascherina sul viso. mi ha fatto specie. e mi ha colpito molto. come se non avessi ancora coniugato la nuova normalità del momento di questi tempi nuovi, con il fatto di provare il vestitto con cui ti sposerai. ma è solo questione di caselline della checklist da spuntare.

tecnicamente l'abito non mi convinceva molto, per quanto possa capirci io di abiti da sposa. pochino, direi. però mi sembrava poco coerente. un blow-up di veli, velette, cascate di tulle quasi a rendere casto un abito che lasciava scoperta sensualmente la schiena e copriva appena le tette che la futura sposa non aveva granché. oltre ad una vaporosità da soufflè bianchissimo della gonna, o come si chiama la parte sotto. tanto che la futura sposta con la mascherina agguantava a rimboccare, agguantava a rimboccare, agguantava a rimboccare per riuscire a scoprire i piedi e le scarpe che sembrava avesse necessità di controllarsi.

mi son trattenuto dal verbalizzare i pensieri di critica, che mi stavano sgorgando con un po' di cinica ironia. per fortuna. anche perché avrei fatto una involontaria e potenziale figura di merda. un attimo dopo, difatti, sento che la ragazza che ho accanto - di cui prorpio non mi ero accorto - risponde ad altri passanti: si son fermati pure loro davanti la vetrina, guardano con un occhio forse più lieve ed incantato del mio. "è mia sorella. non ci fanno entrare in più di due, oltre lei, per fortuna si sono messi qui così posso guardare anch'io". è molto emozionata. lo si capisce anche se ha la mascherina sul volto. mi riesce addirittura di dirle "però è bello dai. puoi capire, valutare e dare anche tu il tuo parere da qui, come se fossi dentro con lei".

e d'improvviso tutto è cambiato di prospettiva. o meglio: ero io a non averci pensato prima. una cosa molto banale, ovvia, scontata. erano solo delle caselline della checklist lontane da quelle che mi sarebbe venuto da spuntare. non ostante tutto la gente continua a sposarsi, provare i vestiti emzionandosi con i parenti accanto. c'è solo da indossare la mascherina e igienizzarsi le mani quando entri nel negozio. ed al limite il vestito della sorella lo si può osservare da fuori la vetrina. emozionandosi ugualmente.

tra le altre millemilamiGlioni di cose la gente continua a sposarsi, fare all'ammmmmmmore, riprodursi, crescerli, faticare, verosimilmente scazzarsi facendo appassire un rapporto, quando non chiudendolo. e se anche ci si sposa meno e ci si separa di più il senso profondo della considerazione mica devo spiegarlo, no? la gente continua a vivere: con la mascherina, distanziandosi quando riesce, igienizzandosi le mani. la gente continua a vivere, non ostante qualche impaccio in più, al netto che io riesca e vincere o meno - anche solo a tocchettini - il mio di impaccio corpaccioso. sfidando il mio debosciato, sottile, nascoso timore di metter fuori il naso da casa, tornare più o meno a far quel che facevo prima: con la mascherina, distanziandomi appena posso, igienizzandmi le mani. al netto sia stanchino, piuttosto spompo, un po' incapace di sprizzicolevolezze esistenziali, quanto meno imbozzolato in questa malinconica serenità che m'avviluppa.

sì. decisamente. percepire l'emozione della sorella è stata una cosa tanto imprevista quanto toccante. come fossimo davvero tutti più forti di questi tempi nuovi. cosa che ovviamente continuano a ripeterci e sloganare. ma io forse, ancora nel profondo, non so quanto sia riuscito a convincermene del tutto. 

appena prima di riprendere il mio peregrinare solitario per la via le ho detto "beh, allora auguri. e che sia una festa bellissima". non gliel'ho detto per circostanza. ma perché lo sentivo davvero dentro. che possano farlo non ostante le mascherine sul viso [beh, poi sì, ogni tanto se le toglieranno].

forse non se l'aspettava: ha ringraziato tra il meravigliato ed il formale. ma non è un grosso problema. e comunque non sembrava aver 'ste gran tette nemmeno lei. me ne sono andato. con un po' di groppo in gola dall'emozione. non potrei nemmeno escludere mi si siano inumiditi un po' gli occhi, pensando all'emozione di costoro, e tutto quello che provare quel vestito con la mascherina significhi, pur dal mio procedere incerto. non sarebbe comunque cosa degna di nota, o gran novità del periodo. oramai ne hanno contezza quei tre che passano da qui: questi tempi nuovi mi hanno - se possibile - rammolito ancora di più.




Sunday, September 13, 2020

roccapane e i campi dove scorrazza stracciatella [nel senso della setterina]

sto leggendo l'ultimo romanzo di michele serra. l'ho tirato su quasi per caso in biblioteca, nell'ultima compulsiva visita cornucopiale.

invece è una bellissima rivelazione.

la lettura mi sta regalando momenti inaspettati di serenità, di quella avvolgente, defatigante, oltre a strapparmi qualcosa di più del solco lungo il viso che è specie di sorriso [cit.]. nulla di esageratamente iperbolico, una cifra stilistica a voce calma e senza sbalzi irsutici di tono. ma che ti porta, implacabile, nella testa ragionante del protagonista. che è uno stronzo, che ha capito di esserlo, oltre forse che senso darci al tutto. tornando alla terra. che non è che sia lui a tornarci, ma come moto a luogo che non è arrendersi al logorio della vita moderna. un ritorno fondamentale per capire - apputo - che senso darci al tutto.

e mi sta piacendo leggerlo, tanto. non so quanto c'entri la valenza artistica del romanzo. ma l'effetto che mi riverbera dentro leggerlo [che poi a volte sono intimemente legate, 'ste cose]. e comunque l'effetto, in questi momenti, sono stille da godersi per intiero.

ci sono tratti che lo capiso attilio ciampi campi, quando parla del lavoro fisico. e del pensiero che vagola, anche se a lui non capita come capita a me me, quando faccio hard-gardening. anche se non bisogna dimenticare che attilio ciampi non esiste, se non nella lettura traspositiva di quello che è stato nella testa di serra, quando gli ha dato sostanza della vita creativa.

cazzo, che bello che è fare quella cosa.

comunque, dicevo, che attilio esiste a tratti nel riverbero di lettura di ciascuno che legge quel libro. mentre io esisto, con qualche perplessità in più di attilio ciampi campi, molto reale per quanto solo nella mia testa. così come esiste l'hard-gardening come mia esperienza, reale, di tornare alla terra.

dove c'è però solo la pars destruens: taglio, estirpo, eradico, sramo, poto, strappo. attilio ciampi campi fa molto anche in pars construens, oltre che ragionare - tra l'altro - di un rogo, che non so se ci sarà nel romanzo. ma se ci sarà mi immagino sarà catartico.

la mia amichetta Ilà mi ha detto dovrei conoscere una sua amica. che ha messo in cima alla lista del parterre di donne che vorrebbe farmi conoscere. c'è questo dettaglio logistico che vive dalla parte diametralmente opposta d'italia rispetto la mia. che non è esattamente qualcosa di conforme alla regola della mezz'ora di metropolitana di distanza, massimo. nemmeno dopo essere di nuovo automunito.

però questa sua amica vive a ridosso di campi - che dal differisce dal nome del protagonista del romanzo,per una sola i. campi che coltiva più o meno da sola, e del cui dono sembra ogni volta meravigliarsi e ringraziare. non ho capito bene se ci campi del suo lavoro nei campi, e/o cos'altro faccia. non ho capito nemmeno com'è messa a tette. ma entrambe le istanze sono quisquilie di cui adesso - davvero - non mi interesso.

però godendomi quegli attimi di inaspettata serenità che mi regala la lettura del romanzo di serra, mi sta venendo una grandissima curiosità. che si traduce in un'insensato desiderio. capire meglio quel percepire del senso di dono, che questa amica dell'amichetta Ilà racconta e condivide. e se non siano in realtà l'uno il controcanto dell'altro. e mi verrebbe da chiederle: fammi lavorare nei campi per un po'. anche per quel che riuscirei a fare col mio fisico debosciato, quasi quanto la capacità di cogliere il senso che - davvero - mi si è incasinato via. con tutte le perplessità che mi si agitano dentro. e che la lettura dei propositi di attilio ciampi campi un po' placano.

fammi lavorare nei campi che ti donano tutto quel dono. in cambio chiedo solo ospitalità e la possibilità di avere l'esclusiva delle coccole a stracciatella, la setterina ultima arrivata. si sa abbia un debole per i setter. per cui mi sciolgo. poi questi tempi nuovi mi hanno debosciato - ulteriorimente, dico. torna tutto. anche la necessità di coccole, bastasse solo farle ad un cane. e nel mentre provo a dipanare il groviglio del senso. che alcuni pare - pare - l'abbiano un po' più chiaro.

 

Libertà è un rogo ben congegnato

[updt. il fatto è che ho scritto il post avendo in testa che il protagonista si chiama attilio ciampi. e invece no. si chiama attilio campi. poi uno dice fa miGlioni di refusi, se sbaglio anche solo a leggere il nome del protagonista del romanzo. quindi è campi. come i campi di cui l'amica dell'amichetta Ilà, di cui non so se campi. ma come scrivevo, direi che è qualcosa su cui si può quisquiliosamente sorvolare]