Wednesday, August 14, 2019

post stanchino [e verosimilmente un po' noiosetto]

sono un po' stanchino.
era parecchi mesi che non accadeva in questi termini.
la mia non è proprio stanchezza è più voglia di dormirmene sine die. [parafrasando la signora di giallo vestita, in una delle pubblicità più cafone, ambigue e kitch e quindi stampate nell'immaginario di regazzì. solo che non c'è ambrogio che pensa sempre a tutto.]
sono stanco, da non riuscire a non provar altro che una sorta di serena apatia, per un considerevole fetta di cose entrino nel campo sensoriale [odori a parte, ovvio]. anche la psicopippa ne esce annichilita. giusto i rimasugli da sbattacchiare in questo post.
non riesco nemmeno a sentirmi un po' giù, o mogio. in riserva energetica per le istanze destruens. figurarsi quelle construens.
non so se sia un'atarassia che è venuta per gli eventi. oppure l'assaggino-stuzzichino di quel che il senso comune chiama esaurimento. qualsiasi cosa significhi.
non riesco a pensare a niente per frenare, ovviare, rejettare l'intorpidimento da sindrome di stoccolma che accade là dentro. null'altro che starmene lontano da là dentro per qualche giorno. e... altro non mi viene in mente. come se non riuscissi nemmeno a pensare di cominciare a pensarci.
ho come la sensazione di essere in una sequela continua di sollecitazioni in cui si abbisogna di me. ambiti, impegni, piacevolezze variegate, nel provar ad essere utile ai bisogni. che poi, l'esser utile, àncora profondamente ad una sensazione di gratificazione. o dovrebbe. troppo stanchino per ancorar alcunché. [poi è capitato anche di non sentirmi abbisognato. tipo ad una cena che ero addirittura riuscito a mezzorganizzare io. dove al limite abbisognavo io, tipo di scroccare un paio di giorni al mare, che mi immaginavo come boccata d'ossigeno, iodata. ennnnnniente. 'cupato. un po' spiaciuto. e pace. sticazzi].
sono stanchino.
ed ho come la sensazione - 'nartra, di sensazione - che non siano sufficienti qualche sequenza importante di ore di sonno. magari ripetute a più volte.
un'unica eco - lontana - di cosa piacevole che andrò a fare è: donare il sangue. che poi - di nuovo - è rendersi utili ex-ante, per qualcuno che ne avrà bisogno ex-post. con il paradosso che l'eco la percepisco grazie a questa asincronia - lo dono tra un paio di giorni, sarà usato chissà quando - del tutto anonima - io non so chi lo riceverà, chi lo riceverà non sa che l'ho donato io. e quindi è come se io rimanessi altro, nel tempo e nello spazio. e questo mi riesce di gesitrlo, anche con il poco brio mi è rimasto.
son solo sensazioni, neh?. di sicuro galvanizzate al negativo fatto sia stanchino. e tutto il resto non riesco - di nuovo - a coglierlo.
è molto probabile ci siano nel contempo, un bel po' di cose di cui far assorbimento e rinforzo positivo.
ma ora è come se fossi saturo di tossine, un po' ovunque. e non riesce ad entrare nient'altro.

che sono stanchino, l'ho già scritto vero?

Saturday, August 10, 2019

qualche idea sparsa qua e là /3 - le macerie, e chissà cosa ci aspetta ancora

e quindi vorrei finire 'sta logorrea sulle macerie.
avevo iniziato qui, ma poi ero andato lungo.
quindi volevo chiuderla qui, ma sono andato lungo di nuovo.
provo a raccontarle, e del perché mi sembrano terribilmente attuali.
avevo visto loro /1, dietro consiglio di odg. l'avevo trovato bellissimo, ma vecchio: quasi uno psichedelico et onirico documentario. glielo scrissi. "dotterè, ma questo sorrentino qui si è adoperato magnificamente, ma in una cosa passata, è stato superato ahilui dagli eventi. mo c'è il governo del cambiamento. mi danno un senso d'inquietudine che levete. ma ormai han dato il benservito a lui e loro". non le scrissi esattamente così, c'è pur sempre un setting da rispettare ed una cifra stilistica che esco solo con lei.
però, comunque, mi mancava di gustarmi loro /2.
ci andai un venerdì sera, inizio giugno. ero stato alla festa della radio, avevo ascoltato un paio di dibattiti interessanti. il caldo era gentile. la settimana non era stata nemmeno così pesante. mi sentivo quasi felice, leggero, gaudente nel sapermi consapevole stessi riuscendo a cogliermi quei titilli positivi.
arrivai con un po' di anticipo. ben prima dello spettacolo precedente. era in cartellone da qualche tempo, immaginavo non ci fosse la fila per entrare, quindi mi aspettavo di veder uscire poca gente. mi sedetti fuori dalla sala, mi misi a leggere, godendomi la combinazione favorevole di quelle ore, di quegli istanti.
poi lo spettacolo terminò, e uscirono in effetti in pochi. la cosa che mi colpì subito fu il come. in silenzio, quasi sgomenti, viso terreo e sguardo un fisso lontano, come a cercare di rimettere insieme i pezzi, mentalmente.
mioddddddddio - dissi tra me e me - e che so 'stefacccccce? è il film di sorrentino. ho visto la prima parte, e quella funanbolica narrazione amarognola nella sua tragicomicità. non riesce nemmeno ad essere volgare dal grottesco che si fa quasi reale. qui sembra abbiate assistitvo al finale tragico di una drammaturgia inconsolabile, inevitabile.
entrai nella sala, quasi vuota, scegliendo un bellissimo posto - possibilmente lontano dagli altri, sparuti.

e difatti, pampampampam, marò, che inizio scoppiettante. sarà che lo stavo guardando su di uno schermo molto grande, invece sul monitor di piccccccì, scaricato dall'internette, una versione ripresa di sottecchi al cinema. loro /2 sembrava ancora più pirotecnico.
un proluvio di gnocchaggine pantagruelico, ma incastonate nella scena in maniera delicatissima [il balletto con cui coreografano cantando menomalechesilvioc'è è sublime. son riusciti a rendere godibile quella canzone, esagerando in modo perfetto. quella robetta che altrimenti non è che una cafonata musicale. mai avrei pensato di entusiasmarmi sorridendo, ascoltandola].
la sensazione che sorrentino e servillo siano due geni, egoticamente ed insopportabilmente strapieni di sé medesimi: ma due geni dell'arte cinematografica, non solo italiana.
elena sofia ricci che, nuda e non, è un inno alla bellezza femminile.
insomma.
un crescendo rossiniano, partito con loro /1, che sembrava dovesse far da rampa verso qualcosa che non riuscivo ad immaginare.
poi, di colpo, tutto comincia a sgretolarsi.
quello coi capelli di kevlar/servillo che posa assieme ai suoi ministri, la foto quando nasce il suo nuovo governo. il flash rumoroso della fotocamera, zzzzzot, che slava i colori della scena, altrimenti carichi, ad alto contrasto, verso lo scuro: da far sembrare il tutto quasi diabolico.
la rincorsa di tutto i due film è arrivata al dunque.
però in dissolvenza e in contempoeranea, la terra comincia a tremare. l'aquila, l'abruzzo, il terremoto. sorrentino non si cura che tra i due eventi, nella realtà, passino 11 mesi. in quel punto del film non c'è soluzione di continuità.
è la licenza d'artista.
o forse non è esattamente quel terremoto che gli interessava raccontare.
per dodicitredicesimi quel lunghissimo racconto è una specie di accelerazione, kitch e sublme, esagerata e armoniosa. pieno di nani e ballerine, vacuo, dis-valoriale, e quindi con una tristezza che s'insinua ogni tanto, nei brevi momenti di pausa. ma è comunque sempre accelerazione. poi di colpo, per quell'ultimo tredicesimo: bam. è una portellata in faccia, uno sganassone all'anima. il più perfetto e irridente degli anti-climax. come aver accumulato la carica erotica di mille preliminari, e finir improvvisi nella voragione del post-coitum, senza il coitum.
è un minutaggio breve, ma che sconquassa.
l'ultima scena, che sembra lunghissima, è di notte, senza musica di sottofondo. una gru, con molta delicatezza ed attenzione, porta in salvo dalle macerie di una chiesa crollata e pericolante, la statua di un cristo deposto, che a sua volta viene deposto su un drappo sulle macerie. un cristo bi-deposto, lasciato poi lì, solo.
e quindi inizia un lentissimo, straniante, ammutolente piano-sequenza su alcuni vigili del fuoco, che si stanno riposando, si rifocillano. seduti gli uni accanto all'altro, su un mare di macerie. hanno tutti il viso stanco, barba incolta, sembrano provati di una fatica che minaccia nessun riposo riuscirà mai a far passare. li intuisci impotenti, come se non fossero riusciti ad evitare tutto quello. guardano in camera, inespressivi e quindi lancinanti. nessuno dice nulla. tutti sono in silenzio. una scena pazzesca, che spiazza, ti tira dentro lo schermo e poi ti sputa fuori.
finisce così.
con le macerie.

ovvio che chi mi aveva preceduto era uscito dalla sala con quel silenzio rumorosissimo.

come me ne uscii pure io: in silenzio, quasi sgomento, viso terreo, sguardo un fisso lontano, cercando di rimettere insieme i pezzi, mentalmente.
convenendo su di una cosa.
che quel fottuto sorrentino non era in ritardo, ma in anticipo.
nello scriverlo, dirigerlo, montarlo, non poteva sapere del governo del cambiamento. ma aveva già inuito il senso di inquietudine che levete. il governo del cambiamento era l'epifenomeno del momento, che distraeva dal punto che non colsi dopo aver visto loro /1. ma che oggi mi pare ancora di più cogente. e quindi sorrentino ancora più in anticipo.
quello là nel giostrarsi tra la sua miriade di lacché, i loro, alla fine ci ha lasciato le macerie.
giù, nel profondo del sentimento, nell'antropologia di una nazione.
e quando ci sono le macerie puoi anche recuperare il cristo deposto, ma non puoi far altro che lasciarlo su di un drappo, in una parte esterna alla scena.
quando ci sono le macerie può succedere di tutto, e ricostuire è fottutamente ancora più difficile.
è un lavoro lungo, faticoso, doloroso. è travaglio complesso, che non si può improvvisare, per cui c'è bisogno della competenza della pianificazione, dello sguardo lungo: ancora più qualità nel pensare e nell'agire. e gli sguardi svuotati dell'ultima scena sembrano raccontare che per reagire, e venirne fuori, ci vorrà ben altro che da far passare la nottata.
costruire su macerie non si può.
perché se costruisci su macerie c'è il rischio che prosperi chissà cos'altro.
in questa crisi politica agostana [in cui lavoro in maniera invereconda, mi sembra mi sia esplosa la solitudine più inevitabile, non riesco a godermi nessun attimo, neppure un briciolo di mare] un po' 'sta cosa mi fa sudare freddo.

chissà cosa ci aspetta possa saltar fuori da quelle macerie.

Tuesday, August 6, 2019

volare bassi, nelle fantasie da bambino

che poi non è che io abbia sempre avuto questo rapporto un po' complicato con l'autostima.
anzi.
mi si sono accesi i riflettori dei ricordi, quelli di parecchi anni fa. è successo mentre rincasavo, ed ascoltavo alla radio un approfondimento sulla giornata ad hiroshima. che poi sarebbero settantaquattro anni dalla prima bomba. in effetti quel bombardiere che volava alto, molto in alto, solitario, non destò tutta questa gran preoccupazione nella contrarea nipponica. quali danni poteva fare, volando così in alto e tutto solo?
quando pochi giorni dopo la resa del giappone arrivarono gli americani, i medici esclamarono: finalmente siete arrivati, vi aspettavamo. voi saprete come si curano queste ustioni che non abbiamo mai visto prima. l'avete provocate voi, avrete anche pensato al rimedio, no?
ecco.
quella fottuta bomba colpi molto il mio immaginario.
e quindi oggi, come spalancandosi i gate-keeper della memoria, mi è tornato in mente 'sta cosa qui, della mia infanzia. e che non è che volassi molto basso, nel considerarmi in potenza. delle cose che avrei potuto fare, dico.
pescavo a piene mani nel mio bel lisergico doppelgänder buono [posto che tecnicamente esista una cosa del genere]. soprattutto in quel che avrei fatto.
quindi mi immaginavo che da ingegnere spaziale costruivo un macchinario, invero piuttosto voluminoso, una specie di TBM però più piccola. il titolo di studio me l'ero assegnato, nel senso che l'avrei conseguito, pensando mi si addicesse bene. e che così sarei stato equipollente ad uno dei direttori di una delle basi in cui trovava ristoro e manutenzione uno dei robot che salvava la terra dai cattivi di uno dei cartoni animati giapponesi che si guardava allora. e con cui si sognava. e come ingegnere spaziale avrei costruito una macchina, che avrebbe eliminato le radiazioni che ancora se ne stavano, mendaci e venefiche, ad hiroshima. nei momenti di maggior espressività artistico-dadaista addirittura ci attaccavo il pezzo che era mimino potessi fare per quelle persone, visto che facevo che io ero stato adottato, e facevo che il mio papà era il pilota dell'enola gay. non ero ancora arrivato così avanti nell'analisi che tutto ciò era l'epifenomeno, solo nella mia testa, di una certa inquietudine e scoppiettanza interiore. e nemmeno così attento al dettaglio che quello vero di padre, che già diventò veramente mio padre piuttosto in età avanzata per quell'epoca, quando sganciarono la bomba di anni doveva ancora compierne nove. poco adatto ad essere il comandante dell'enola gay.
comunque, sì, insomma, pensavo che avrei progettato e costruito il TBM-RRR [risucchia radiazioni residue]. folla plaudente al mio passaggio sul catafalco, che regalava aria finalmente salubre, e si portava appresso tutti i nucleotidi instabili rompicoglioni. per quanto allora non dicessi le parolacce e non sapessi si chiamassero nucleotidi instabili.
credo ci siano due corollari interessanti, a latere di quelle [tra le tante] fantasie. che portavano in nuce un paio di altrettante questioni, ben acclarate et riverberanti nel presente e da tempo.
la prima è che son sempre stato radicalscìc di sinistra. perché mi godevo gli applausi degli astanti nucleotidiinstabili-free. ma in fondo pitturavo fantasie in cui, in modo sui generis, molto originale suvvia, mi prendevo cura di altre persone. I care, insomma. uno dei verbi più belli della lingua inglese. che non è per far l'esterofilo forzatamente, ma rende meglio nella sua succinta essenzialità. sì. insomma, non mi meraviglia nemmeno più di tanto intuire, ora, che di sinistra son sempre stato. I care è uno dei fondamentali per quel che intenda essere di sinistra, giù nel profondo fondante. non è l'unico, ovvio. e tutto questo dà un senso di pacata-ricentratura. una cosa del tipo: io sono questa cosa qui. [e che in questo momento non saprei esattamente per chi votare, nell'acquitrinio del contesto presente, è solo un effetto collaterale del fatto la classe dirigente chedovrebbedirsi-politica è mediamente meno che mediocre, nel suo ontologico pezzottamento. mediamente, figurarsi la parte bassa della [opulenta et ciccionissima] pancia della gaussiana.]
la seconda è che allora già stavo edificando muraglioni robusti, su cui installare lo iato tra quello che desideravo e quello che poi - ragionevolmente - sarei stato in grado di fare. un differenziale che nemmeno lo spread dell'autunno duemilaundici. qualcosa di comparabile all'inflazione in germania nei primi anni venti. anche alla luce - ex-post - di pensare di iniziare a muovere i primi passi, a provar a colmar un cicin quello iato, prendendo la direzione sbagliata. a cominciare dal fatto non sia un ingegnere, dentro. anzi, tutt'altro.
e quando allargano chilometricamente le distanza tra l'idealità delle cose che si immaginano da bimbi, e i primi sparuti tentativi di gigioneggiarle - la fottuta complessità delle cose, che poi si chiamerebbe anche vita - si entra nel ben noto et conosciuto et autolimitante circolo vizioso.
si perde di slancio. e quindi si arranca. e il differenziale si allarga e come nei cartoni animati finisci a divaricar le gambe, che i bordi dove poggi i piedi si allontanano. una cosa tipo vuiilllilcoyote.
e così via.
e tra l'altro 'sta cosa diventa spunto per una fottia di post variegatamente lamentosi.
però.
suvvia.
c'è stato un periodo, in cui io ero quello che sarei diventato colui che avrebbe ripulito hiroshima dalle radiazioni.
promettevo bene. decisamente bene.
e mi fermo qui, 'stasera. [tipo concludere una canzone in accordo di settima]

Monday, August 5, 2019

sulle consecutio logiche, facili. figurarsi quelle difficili. abbiamo già perso.

ho un collega là dentro. ha decisamente più anni di me. lo vedevo anche prima, in altre vesti, roba che quando arrivava, un altro collega, là dentro, andava in sbadta. è che siamo una bella cozzaglia di casi variegatamente umani.
tant'è.
insomma. con questo collega, ad un certo punto, ho quasi avuto la sensazione si potesse creare un certo tipo di interrelazione. amicizia è un po' complicato, là dentro. però una certa porzione distale di originalità nel confrontarci, rispetto alla cozzaglia d'altra variegazione umana.
non foss'altro per il fatto che abbiamo incrociato situazioni un po' omologhe. intendo per quel che riguarda le situazioni professionali et lavorative non propriamente trionfali [guarda te che giro di parole per non scrivere: fallimenti].
ricordo distintamente il giorno che gli raccontai delle mie di arzigogolazioni, e del risvegliarmi alla cruda realtà di essermi fidato di geni solo nelle teste di chi si credeva infallibilmente geniale. e ricordo distintamente come reagì il suo metaverbale, quando intuii di aver trovato una specie di suo omologo, in fatto di situazioni lavorative et professionali non propriamente trionfali. anche solo con quale slancio mi disse: ti offro un caffè, e raccontami meglio.
dalla mia parte, altresì, non ho potuto da subito non riconoscergli una fottutissima et tenacissima volontà di rimettersi in gioco. ricominciare con un lavoro che non era il suo. tecnicamente finire anche quel cicin demansionato, seppur con la solidità pragmatica che alla fine del mese, la fattura, l'avrebbe emessa, e soprattutto incassata senza il giro dell'oca di rincorrere il cliente. prima, mica sempre. e quindi fanculo i ruoli, se poi non cubi abbastanza piccioli per la famiglia. e quindi fanculo se devi relazionarti e farti spiegare il lavoro da baganetti, che verosimilmente devono ancora capire da che parte prendere il manuale delle istruzioni di come si sta al mondo. mentre tu qualche punto angoloso l'hai preso, direttamente sullo spigolo. quindi fanculo se ricominci da ultimo della fila, e sbriciolamento di spocchiosità da seniority che tanto conta quanto le lettere d'incarico per i [finti] liberi professionisti, quando si devono impugnare se le cose van male: nemmeno utili ad avvolgerci il formaggio.
indi, questo collega là dentro, si è messo di buzzo convinto. grandissima volontà, testa bassa, gomiti presso il tronco a spingere e capire come spalare il guano. con quella cortesia ed empatia umana, che non è che tra i nerd sia stata elargita a cornucopia, e via. il ragazzo - non sono più [io sì, spocchioso frustratello] il più anziano del gruppo - ha cominciato a muovere i primi passi. alcuni un po' incerti. altri desiderosi di carpire qualche trucchetto. un po' l'ho formato anch'io, spiegandogli qualche fondamentale. e lui, probabilmente, ha intuito parte della mia sostanza, che sarò pure frustrato spocchiosello, ma non è che possa continuare a nascondermi dal fatto che, là dentro, ci so piuttosto fare et combinare.
certo. l'ho visto, a tratti, in relativa difficoltà. non foss'altro che entrare nelle logiche laocoontiche di come cazzo hanno sviluppato i pezzi [documentazione manco a mendicarla] ci vuole mestiere, abitudine alla programmazione - possibilmente ad oggetti - ed una capacità di tener tutto assieme, in un unico piano sequenza logico, tante, forse un po' troppe cose. oltre al fatto che prima di capire che certe manifestazioni del guano rispondono a un numero - tutto sommato - limitato di possibili pattern, di mesi là dentro, ce ne devi passare ben più di quelli che ha finora passato lui.
che non manca - apparentemente - di perseguir ad avere 'sta gran voglia di sbattersi. e darci dentro.
poi sì, che non sarebbe facile ricollocarsi per età, formazione, titolo di studio, un po' aiuta.
ma non basta. insomma: lavoratore serio.
è per questo che qualche mese fa gli proposi: sentiammmmmmmè, perché non diventi il mio alter ego a gestire una particolare serie di attività?
se n'era appena andato quello che l'aveva fatto con soave cazzaraggine, ma pur sempre più che discretamente.
ricordo che pensai: è un modo per farlo diventare un po' più strategico, non c'è da guardar dentro le zampette di gallina di codice, perdersi in giri e cirlocuzioni arabescheggianti. bisogna avere quel cicin di visione d'insieme del sistema informaticheggiante, senza scendere in dettagli che possono farsi scivolosamente capziosi. è tutto molto lineare: dobbiamo andare da A a B. ed in mezzo ci sono passaggi quasi consequenziali: un tragitto tutto sommato ripetitivo, quali a volte sono le cose metodiche, pianificabili all'interno di casistiche di processi nemmeno così fantasiosi o creativi. una specie di noia rassicurante. però è una noia che, necessariamente, qualcuno là dentro deve saper che giro fa, e poi quando e se serve interloquire con i fornitori dell'accrocchio - invero non propriamente una fortezza di manutenibilità.
così pensavo.
perché nella mia testa è tutto fottutamente ovvio, quasi scontato, ad un cicin dalla sfrontata inevitabilità. come praticamente sempre accade per le cose logicamente intelleggibili. è roba scarna, all'osso, senza sovrastrutture. non è cosa da interpretare: se il file di log riassuntivo err.txt, non è ancora valorizzato, allora la pellicola sta ancora girando. se riporta 0 (zero), allora è lieto fine. se riporta qualcosa diverso da 0 (zero) allora qualcosa si è rotto. e bisogna ingaggiare il fornitore. certo. bisogna aver un po' chiaro nella capa come, più o meno, s'intrecciano le cose a monte. più o meno. non serve conoscere il bit.
insomma.
ce lo vedevo bene a darmi una mano.
e invece non siamo propriamente dall'altra parte del guado. non è ancora mica finita.
e dopo quasi quattro mesi, della visione d'insieme, ho la sensazione rimanga qualcosa di maculare che si sta sbiadendo nella sua memoria. nonostante si abbia provato una volta. e poi un'altra. e poi un'altra. e poi un'altra. che c'è bisogno del manualetto da seguire passopassopassopassso. che così, intuisco, si perde la visione d'insieme.
ecco.
e questo è un collega volenteroso, testa bassa a provar a capire, farsi l'idea di consecutio logiche piutosto scarne, zero ermeneutica, zero sovrastruttura.
ed è uno - ripeto - che si mette d'impegno. e non si tira indietro. non ha paura di faticà.

ecco.
poi penso alla squaquaquataggine delle complessità del tempo presente. e dei fenomeni, umani e più o meno consci, che ci permeano che ci eterodirigono. mentre si ha la sensazione di aver tutto tra le mani e ben chiaro a cosa tendere, manco bastasse sbruffoneggiarlo sui soscial. di come pensiamo di determinar chissà cosa mentre forse è alcunché, e come variegatamente siamo con l'anello al naso e obnubinalti dal gas soporifero che esala la mangiatoia che riempiono un po' come vogliono alcuni. e senza granché voglia di applicarci a capir le connessioni, a guardar quel cicin più in su della linea tratteggiata dell'ombelico: figurarsi lo sguardo oltre l'orizzonte. un po' [tanto] svogliati, un po' [tanto] ignoranti, un po' [tanto] analfabeti empatico-funzionali, invero piuttosto beoni delle mass-cazzate che ci inculcano: e che poi siamo convinti siano brillanti idee nostre. e soprattutto svogliatelli. paraculi nel trovar la giustificazione che tanto, al limite, falsifichiamo la firma.

il mio collega - brava persona, onesta, volonterosa, abnegazione a gogò - nonostante tutto fatica a star dietro le cose logiche, da A a B.
e mi metto pure a pensare alla pezzottatissima mediomentaglia che prima di arrivar al metallo vivo delle cose logiche, deve scartavetrare pentolate baroccheggienti di stucco color aragosta.
abbiamo già perso.
solo che non lo sappiamo [compiutamente] ancora.

Saturday, August 3, 2019

doverci stare, da qualche parte

premessina, veloce veloce: questo è un post che potrebbe virar al lamentosetto. come ai vecchi tempi. anche se son tempi appena dietro l'angolo. tant'è.

stavo leggendo un libercolino. che fino a metà pare un po' commediuola che sberleffa un noir, invero piuttosto sbiadito. ad un sola voce, la prima persona, voce narrante, che è sempre un po' complicatina da gestire. poi il libercolo si mostra per quel che vuol essere. un cazzeggio sapido e molto [auto]ironico, attorno ad un plot che s'intreccia il giusto. le voci diventano altre prime persone. ed un po' si fa polifonico. niente di illeggile. niente di roba del tipo: uau. il finale un po' s'approssima che poi va da un'altra parte. ma tant'è.

però non volevo parlar del libercolino. è che però il libercolino, nella foto di copertina, ha la ruutsicstisics [route 66] che, spavalda fino al punto di fuga dell'orizzonte, sembra voler dividere in due il deserto, immagino di un qualche stato degli iuesssssei, sud-occidentale. e all'inizio di un capitolo del libercolino, uno dei primi, il primo dei personaggi che narra in prima persona, è in viaggio in mezzo a quel deserto. in auto. e l'incipit del capitolo è "amo il deserto".

quando l'ho letto, in quel momento e per qualche momento piuttosto prolungato ho smesso di seguire con attenzione il filo delle parole. anzi, forse ho proprio smesso di leggere. e probabilmente mi si è spalancato in testa questo post che potrebbe virar al lamentosetto.

perché ho intravisto una situazione ideale, rasserenante, auspicabile, consolatoria, piacevolissima, che potesse lenire il friggicorio* friccicorio esistenziale che ha ripreso a punzecchiare, invero in maniera non così piacevole. e mi son visto nel consustanziare la vacanza perfetta. anzi no. la condizione perfetta: io che me ne vo' in viaggio in auto. più o meno a caso. con il limite del fatto che uno deve fermarsi a rifornire, pisciare, dormire, mangiare. il resto son le strade a disposizione, da sfruttare come il condotto per una specie di sistema circolatorio, di fatto senza fine. in cui poter girovagarci. fottendosene un po' dell'eventuale footprint ambientale [tanto mica stavo stampandocolpiede, essendo quella solo una fantasia da metterloincalciod'angolo questo sentore di soffocamento che non so quanto riesco a farcela]. ed ho pensato, in un battito di ciglia incuriosito: perché? perché quella situazione così desiderabile, cosa me la fa ambire e così tanto? [è che mica mi accontento della suggestione, così piacevolemente rasserenante nell'essere 'sì evanescente. no, è che poi la zitellonaggine meco vuole sapere anche il perché. forse per grattar materiale per un piccolo post. forse per il riflesso pavloviano ingegneristico-[ex?]psicoterapico].

insomma. perché?
e la risposta è venuta prima che finissi di chiedermi: perché? [che ci vuole ancora meno tempo che dire "crostata di mirtilli" [cit.]].
perché così è come esserci senza stare in nessun posto.
roba che lo stare in viaggio diventa essere il viaggio. che va bene l'eco odisseandiana, quasi ossessione, peraltro in un blogghe che si chiama ecodisseando. che continua ad essere il gerundio di odisseo. a parte quello, però, c'è una specie di intuizione come fosse una specie di appiglio salvifico del momento adveniente. come se la fatica che sto provando, per sgusciarsela di dosso, assieme ad una stanchezza che non sono solo le ore di sonno che paiono non essere mai quelle che bastano, potrebbe aiutare darsi alla macchia in macchina. non potendo sottrarsi all'inevitabilità che da qualche parte devi comunque stare [cit.], però fargli anche un poco gentile gesto dell'ombrello, 'ché non sei mai da nessuna parte, perché ogni attimo sei in qualche punto diverso.
e cullarsi un po' l'illusione che così il fardello, che plumbeo avverto, si riuscisse a fuggicchiarlo. tipo ti vogliono metter addosso la cartella, ma tu sei già in un altro posto. va bene, mica lontanissimo, ma già in un altro posto.
occhei. occhei.
mi rendo conto sia una specie di de-responsabilizzazione. comodo, neh?
non ti fai trovare qui, perché sei già un pezzettino in là. girovagoleggi quindi non stai.

può essere. può essere.
sarà che sto facendo - davvero - fatica. forse è solo il sonno.
forse sto imborzolando.
anche i contatti sociali si stanno diradando - lo sciame caotico del relazionarmi là dentro, non conta, ovvio. anzi. forse è una delle concause, vista la tropposità di questi mesi. non capisco dove finisca il fatto mi neghi. dove prosegua il pigolio della fazenda non abbia quasi più tempo più o meno libero, in cui non mi venga di voler dormire. e dove inizi il territorio che non si è indispensabili, quindi un bel po' di persone, senza nulla di eclatante decidono che possono far a meno di te [magari molto più di quel che possa io fare a meno di costoro.]

sì.
vero.
sono stanchino. e tutto pare affardellato.
quindi mi si spalancano queste vie di fuga mentali. tipo: starsene perennemente in viaggio per non stare in nessun posto. sperando, in questo modo, di intuire più lieto l'essere. [per quanto: chi vive sperando, muore cagando. [cit]].
ogni tanto mi balugina financo la suggestione che - forse - una vacanza potrebbe, se non risolvere, almeno mettere un pochino in bolla il tutto.
non so.
l'auto non ce l'ho. [per quanto si potrebbe noleggiare. o continuare ad andare in treno]. non ce l'ho perché vorrei ma non oso. per quanto tutto questo, in gran parte, esula dall'economia di questo post. che non so quanto abbia virato al lamentosetto.
però ho la vaga sensazione che i tratti dove sarei in viaggio, per esserci senza stare in nessun posto, ammonticchierebbero la possibilità di essere tra i più gradevoli. e struggenti alla memoria.
come in sospensione.
per poter sfanculare un po' il fardello.
visto che ora mi sembra tutto così stanchevolmente irriducibile.
notte.

* l'amico luca mi ha fatto giustamente notare che va bene inventarsi delle parole. però c'è un limite a tutto.

Tuesday, July 23, 2019

se quello là dà della 'zecca tedesca' a Carola Rackete

due premesse d'obbligo, giuringiurello rapide.
per quanto simbolico et effemiro, Carola Rackete è l'immagine del mio profilo feisbuch da ben prima si sollevasse tutto il clangore mediatico. è una presa di posizione, che non abbisogna di parole. la feci quando intuii la china che avrebbe potuto prendere la questione, non appena odorati i prodromi. non immaginavo sarebbe finita anche peggio.
di quello là sento invece parlare da tempo. da ben prima che cominciasse la cacofonia via via più disturbante, fino ad essere totalizzante in modo imbarazzante. era solo un giovane e caciaroso consigliere comunale della lega. partì da lì, non avendo notoriamente mai fatto un cazzo nella vita. mi inquietò. avessi saputo si sarebbe preso il viminale mi sarei inquietato ancora più. cosa che peraltro sto facendo, inquietarmi di più, dico, pensando a cosa potrebbe prendersi ancora. ricordo che in quei tempi consigliari propose posti differenziati tra settentrionali e meridionali sui mezzi pubblici atm. e di installare delle framezze, da montare al centro delle panchine dei parchi, per non farcisi sdraiare sopra. erano tempi delle abluzioni con l'ampolla dell'acqua sorgiva del po. non giurava sul vangelo e col rosario in mano. erano funzionali i riti druidici a quei tempi.
fine delle premesse.
ce le ho messe per spiegare da che parte sto, ce ne fosse nel caso bisogno.
però.
non è esattamente quello il punto. perché questo post polipsicopipponico prescinde abbastanza dal fatto stia con Carola, e ontologicamente per nulla con quello là.

ecco.
in realtà il post andava avanti per parecchio. era diventato più lungo del previsto. ma mi era venuto anche abbastanza bene. forse non come l'immaginavo all'inizio. forse un po' tirato. ma era più che discreto. ci avevo lavorato sopra per più di tre ore, ritoccandolo, correggendolo, cesellandolo. ci ho dedicato momenti che avrei trascorso forse meglio, ed avrei evitato di ritardare un paio di cene. insomma. stavo per pubblicarlo. volevo giusto aggiungere due rimandi ai due post precedenti.
solo che.
che.
che, appunto,
il signor bloggergrandissimostronzodimmmmerdaimmensofijeebuccchinebastardoingloriosoeinculatoasssssangue.
insomma.
la piattaforma mi ha fatto: maramao.
e se l'è mangiato.
quindi gNente post.
ma solo un grandissimogiramentodicoglioni.
non bestemmio un po' perché non sta bene. un po' perché non vorrei rovinare ulteriormente il mio karma.
e comunque, dal profondo del cuore, sgorga spontaneo, sonoro e cristallino, un immenso fanculo!

Sunday, July 7, 2019

qualche idea sparsa qua e là /2 - le macerie [no, nemmeno a 'sto giro arrivo alle macerie]

e quindi, dopo la piccola premessa che si portò via il post precedente, direi che è il caso di parlare delle macerie.
in effetti è un po' che ce l'ho in testa 'sto post. solo che ho i tempi di reazione di uno che pensa di avere a disposizione una vita di centoventicinque anni, e con la salute di un trentenne. che poi era quello che pensava - o forse lo pensa ancora, chissà - il berlusconi, quello coi capelli di kevlar. di cui spesso scrissi, credo mai in termini positivi. e quando lo facevo me l'immaginavo - ahimè - soffuso di una specie di aura di fugace immortalità, ed onnipotenza. che fosse fugace sì, in fondo lo sapevo, però in realtà  rimanevo distratto e disturbato dai sostantivi. era quello l'elemento catalizzante l'attenzione, la frustrazione, tipo una cosa da deviazione dello spazio tempo. sembrava immortale ed onnipotente nella sua totale ributtanza, dal mio punto di vista.
a pensarci oggi fa un po' specie quel pensiero. che la fugacità si è sostantivizzata, a dispetto dell'immortalità et onnipotenza - percepite - di allora.
comunque.
quello coi capelli di kevlar, appunto.
poco più di un anno fa uscivano due film, oppure uno solo che è stato diviso in due, e che parlava appunto di lui, e dei suoi capelli di kevlar. loro /1 e loro /2, di quel dispotico dentro di sorrentino, nel senso del regista.
il film colpì molto odg. tanto che me ne consigliò la visione. la cosa per certi versi interessante è che non ricordo per nulla del perché si arrivò a quel suggerimento. piccola precisazione a riguardo. odg ed io non intratteniamo un rapporto di interlocuzione tale per cui, quel tipo di suggestioni, vengono fuori così, come se si parlasse di ciancerie divertenti, in situazioni appaganti relazionalmente. quindi quando me lo consigliò - questo sì lo ricordo - cercai di intercettare il perché mi arrivasse quel consiglio. in che modo avrebbe potuto essermi utile, nel districarmi nel mare magnum dei miei inciampi, incartamenti, alluppamenti. in effetti me lo consigliò almeno altre due volte - quindi almeno due sedute - prima che mi venisse da dire: "mo guardiamo dove lo danno, sto loro /1". al termine di una seduta in cui uscii più provato di altre volte. mi sovvenne che qualcosa di interessante potessi trovarci, come una propaggine di peduncolo terapeutico nascosto tra le varie scene. o forse solo per decidermi a fare qualcosa. fosse solo andarmene al cinema.
ed in effetti, ormai, al cinema non era più in programmazione. e così mi incistai. e lo cercai convintissimo sull'internette. ne trovai una versione filmata di sfroso in una sala. qualità scarsa. ma almeno lo avrei visto, sto fottuto loro /1.
e come mi aspettavo, qualcosa di visionario. nonostante audio cacofonico e immagine a quadratoni. scrutavo alla ricerca del peduncolo. e intanto come non notare questo proluvio di gnocca, anche svestita abbastanza da apprezzarne ancora meglio la gnoccaggine. e quest'aura da sapore dolciastro delle cose in decadenza. tinteggiate come fossero altre. quasi a farne risaltare la spocchiosa grotteschitudine. conchiuderne dentro una cornice e vederla raccontare per quel che in fondo è stata: una solenne presa per il culo, solo che ci siamo andati di mezzo tutti. noi, per colpa loro /1.
insomma.
bello, neh?
solo che alla fine mi sembrò vecchio. come se quel pericolo ormai fosse passato. come se sorrentino avesse fatto un filme con almeno sei-sette anni di ritardo. comodo neh? tremendo, ne siamo stati impestilenziati. ma ormai è roba andata. non starei a preoccuparmi ormai di questo. quella roba lì, faceva quasi tenerezza al pensiero dell'oggi [di tredici mesi fa].
ecco sì.
l'oggi di tredici mesi fa.
che uno dice iniziogiugnoduemiladiciotto, e forse può sembrare un pezzo di calendario che evoca poco. a dirla solo iniziogiugnoduemiladiciotto.
quindi mi prendo qualche riga per un piccolo inciso.
iniziogiugnoduemiladiciotto si era appena usciti da cinque-sei settimane di circo barnum della politica. di quello fatto bene.
era il tempo in cui si stava provando a fare un governo dopo le elezioni più lisergiche della storia repubblicana. dove nessuno aveva vinto abbastanza per abbastanzare l'espressione di una maggioranza. il piddddddì [dopo lo sganassone così ampio che manco un un egotico come renzie non poteva non prendere atto], che non voleva i faivstarrre. i faivstarrre che non vogliono allearsi con nessuno [perché loro per definizione movimentista non si alleano con nessuno 'ché aspettano di arrivare al cinquantapercentodeivoti per governare senza allearsi con qualcuno [così, senza virgole in mezzo]][sì, ma avete preso il trenta per cento, come fate a governare?], però sfogliata la margherita dei possibili alleati-anche-se-non-si-alleano ammiccano i legaioli. legaioli che hanno vinto dalla loro parte, tanto da fare gli smargiassi a casa loro, ma non abbastanza, e quindi dicono che non vogliono lasciare la casa madre del centrodestra, però se gliela lasciassero lasciare sarebbero contenti, e poi c'è quello capelli di kevlar che ha perso anche senza esser candidato e candidabile, e giorgetta che... che... che... insomma c'è anche giorgetta nel suo fascistellume.
per ricordare che era il tempo in cui i faivstarrrrre cominciano a tubare coi leghisti. e poi il contratto. e poi toni-nelli concentrato. e poi la ricerca dell'utile idiota eterodiretto a fffffà il presidente del consiglio dei ministri [mi proposi pur io, giusto per sbarcare il lunario e poter smettere di stare là dentro]. e poi le proposte di ministri dai ghigni inquietanti e poi il Presidente della Repubblica [le maiuscole non sono causali] che sembra essere l'unico che riesce a capirci qualcosa, ed evitare di andare a deragliare.
era anche il tempo in cui uno come agggiggggggggggginonnnuostro, blaterava di impeachment al PdR, assieme a giorgetta - giusto per ribadire la contezza  - come discutere al bar col camparino in mano di rigore dato che non c'era, e senza nemmeno sapere scriverlo 'sto immmpicccment [ho la vaga impressione che fosse l'inebriatura dell'essere circonfuso dai fumi di una specie di assenzio autoprodotto. penso secreto dal suo inconscio profondo, come estremo tentativo quando, ad un certo punto, deve aver pensato: "ehi, ma quello sgarruppato che sta sopra di me rischia di diventare premier, bisogna distrarlo in qualche modo, proviamo con il caro vecchio assenzio, magari si convince di essere un poeta, invece che uno statista. se comincia a scriver poesie fa meno danni". solo che non ha funzionato.].
e poi c'era quell'altro. quello che era stato [inaspettatamente?] uno dei due vincitori delle elezioni. che aveva vinto pur essendo arrivato terzo. son quelle cose della complessità della realtà. e che tratteggiano l'essere spesso più interessante di come uno può aspettarsela. vincitore arrivando terzo. uno che sembrava riuscisse a dar le carte e far ballare un po' tutti, senza particolari sforzi. come gli venisse facile, quasi istintuale. e tutti gli altri a ballare. palleggiattore e fromboliere, almeno dal punto di vista mediatico, dell'apparenza, delle cose rappresentate con i cartonati ritagliati. abile, e forse pure con la fortuna di essere arrivato al posto giusto nel momento giusto: quel bloco sociale [maggioritario in questo paese pezzottato] consegnatoli per consunzione di quello che per venticinque anni è statp il dominus non disarcionabile. confesso, per pochi ma disorientanti attimi, mi venne pure di fargli i complimenti. e che pensai ce fosse voluto uno così di sinistra, forse - mi dicevo e dissi pure nella serata più pseudo-innamorevole dell'anno. ma anche con il retropensiero di cosa avrebbe potuto in effetti fare [o dare l'impressione di fare].
insomma. tutto 'sto brodo qui. che mi pareva comunque preoccupante. un singolo rivolino di sudore ghiacciato scorrere nella linea mediana della schiena. le sensazione che quel color ocra tendente al viola fosse il marcescente delle cose che potevano approssimarsi. un côté di sensazioni finemente riassunte in: "e qui mi sa che so' cazzi".
insomma tutto questo stava, probabilmente arrivando. e quello spanato di sorrentino, mi propugna loro /1. quella bulimia di gnocche prone al potere e il volto, l'essenza del potere che prova a rappresentarsi vivo, come vivo può esser la mummia del cane bendicò, quando viene gettato dallo scalone nel finale de il gattopardo. roba vecchia, passata, putrescente ma passata. questo dirige loro /1. e noi a guardarlo col dubbio non si sentisse invece l'odore di deliquio di quello che stava arrivando?
glielo dissi ad odg, la seduta dopo.
una roba del tipo: "l'ho visto, neh? loro /1, dico. ma è roba vecchia, desincronizzata, e pretende pure - magari - di voler raccontare il presente, se non quello che verrà, come un regista visionario dovrebbe essere in grado di fare".
lei rispose una cosa del tipo: "sono d'accordo con lei".
del perché me l'avesse consigliato, contestualmente la terapia, nessun accenno, nessuna [piccolissima] epifania.
e soprattutto era il presente di agggigggggggggginonnnnuostro e di quell'altro, che voleva fare il ministro dell'interno, che mi preoccupava e un po' mi spaventava.
mica le cariatidi passate, che ci eravamo messi alle spalle.

il fatto è che dovevo ancora vedere loro /2.