di notte ho fatto gli auguri onomastici alla mia cummà.
indi mi sono coricato. apparecchiato la solita abbuffata di sogni strani.
appena sveglio sono sovvenute alcune considerazioni, come distillate, dal post precedente. è che quando sono un po' contento, tendo alla logorrea. anche perché mi si infilano una serie di pensieri che mostrano un loro senso, che ne innescano altri, che prendono senso, che ne innescano altri. e così via. alcuni di questi li scrivo. e sull'onda dell'entusiasmo provo a rincorrerli in rapporto uno-a-uno. quindi divento ancora più logorroico.
d'altro canto scrivo molto anche quando finisco nelle buchette, o il senso mi sembra di averlo perso del tutto.
quindi meglio l'altra di logorrea.
poi vabbhé l'amico professò, ieri ad un certo punto, mi ha scritto "calmati!". stavo condividendo i fuori artificiali emotivi del primo atto. fa sempre piacere quando qualcuno è pronto a condividerli con te [c'era dell'ironia, se non si era capito].
insomma.
il post di ieri sera è come il caffè compresso dentro il filtro della moka da uno, quella piccola. mentre lì accanto troneggia appena aperta la confezione famiglia.
alcune idee sono riuscite e infilarle dentro. è rimasta fuori un sacco di altra roba.
volevo riprenderle alcune, e rimarcarle. perché sono l'addentellato per un sacco di altra roba. che non so se scriverò, ovvio. anche perché è tutta roba molto più grande di me.
però ieri mi son venute alcune domande. che vorrei buttar lì. non perché abbia la riposta - è tutta roba ben più grande di me, appunto. d'altro canto le risposte, certe, univoche, inconfutabili, stanno scimmiottando di darle dei figuri, variegatamente loschi et perigliosi. e queste sono ripetute dagli emuli.
niente risposte, quindi.
penso possa essere più arricchente trovare le domande [forse] interessanti. e che nella mia testa, ieri, parevanomi assonanti con la storia del rapporto censis, i possibili antidoti personali, lo strabordare delle capitone, le sardine, i miei privilegi - in parte, financo lavorato per. e un sacco d'altro.
l'introduzione mi già ha portato via un sacco di posto nel post. quindi prendo solo spunto dalla prima, e la prima diffusa del santrambroeus come simbolica causa scatenante, in un luogo specifico, 'sta città moto a luogo del mio personalissimo progetto. è un qualcosa che, credo, sia simbolicamente significativa, 'ché si porta dietro sfaccettature, interessanti anche perché contradditorie.
quello è un evento topico. qualcosa di esclusivo, mondano, appariscente, elitario, sfoggio di presenzialità come testimonio di status sociale poco avvicinabile, contiguità col potere nelle sue forme sfaccettate, sfrontatezza di relazioni in essere.
è roba per nemmeno l'uno per cento. ci stanno quelli che sono arrivati. quelli che fanno parte di una elitè, variegatissima: dai parvenù ai [cosiddetti] professoroni. tutta gente che suscita, in vario modo, l'invidia sociale. specie da gran parte di quelli che hanno la percezione di non farcela, o che non ce la fanno. quelli che sono terzultimi, penultimi. quelli meno privilegiati. [parentesi, ma ho la percezione che costoro siano più incazzati coi [cosiddetti] professoroni, che coi parvenù. ma forse è una mia visione distopica. ma se così è, un suo senso ce l'ha. ma mica posso scrivere tutto adesso].
assieme a questo c'è, innervato e non districabile, l'evento artistico, di eccezionale unicità. la scala è [forse] il più importante teatro operistico al mondo. l'evento artistico unico, eccezionale, è l'opera che si mette in scena.
ed è talmente eccezionale, che concentra su di sé investimenti gazziGlionari. per un qualcosa che si ripeterà solo altre otto volte.
e fuori da lì piuttosto molto pochissimo d'altro. fuori da lì, come scala. fuori da lì come solo alcuni teatri e professionalità che vi girano attorno. non sono un esperto, ma da evocazioni degli addetti al lavoro c'è quasi da fare la fame. che recitare dia altre soddisfazioni che millemila altri lavori, occhei. ma la soglia della povertà è soglia della povertà per tutti.
e la prima diffusa, allora?
perché ne sono rimasto così suggestionato?
non è uno strapuntino? un succedaneo misero? un contentino alla stragrande maggiornanza diffusa, che magari pensa di esserne parte, solo perché va assieme ad altri a guardare la prima? una variante di preteso acculturamento rispetto il selfie con il potente o il famoso di turno? che questa prossimità, per quanto vista in tivvvvvù, dia l'idea di non essere escluso da quel topico elitario?
basta che la prima diffusa arrivi anche in periferia, per far sentire la periferia meno lontana dal centro?
è un lavarsi la coscienza che la prima diffusa arrivi a san vittore, al beccaria? quasi che l'animo illuminista e del laurà meneghino dia una carezza, laica, a quelli che sta bene stiano dietro le sbarre? mentre nel resto d'italia sia proprio lo stato delle carceri a testimonio di quanto si stia diventando sempre meno civili?
basta la prima diffusa, o ci vuole benaltro, benaltristicamente?
basta questo a definire una comunita? che poi significa riconoscersi dentro qualcosa più grande, che ci trascende, che è importante almeno tanto quanto noi singoli? un punto dove iniziare ad avere un ruolo sociale? che non ci fa sentire del tutto soli? specie in un contesto che può essere straniante come una città? e soprattutto nella città in cui, ormai, i single sono di più delle persone accoppiate, quindi in potenza ancora più soli?
che senso ha la prima diffusa?
perché ne ero così entusiasta?
per una cosa così eterea, sfuggente. ed anche difficile, complicata, che forse è anche necessario imparare ad apprezzare. come il buon vino ed il buon cibo. [solo che, in questo momento, il buon vino ed il buon cibo non vanno d'accordissimo con il mio stomaco. e costano molto di più.]
perché invece mi pare ci sia dentro una stilla di salvezza? è solo perché sto meglio, e mi pare di essere - al momento - non più tra i terzultimi, i penultimi, che ho la sensazione di potercela fare?
perché quell'eccellenza, diffusa e condivisa, per quanto elitaria, mi pare l'esatto antipodo delle cose urlate, sguaiate?
anche se sembra così tutto mischiato. dove l'urlo sguaiato è una specie di bordone di fondo cacofonico e continuo, l'eccellenza un volare etereo di un di un pomeriggio con le voci importanti e sublimi dei cantanti, del coro, la musica dell'orchestra.
perché è tutto così contiguo, eppure così nettamente diviso?
l'esempio sublime, di quella cosa elitaria ma diffusa, non è un di cui di un'altra cifra stilistica di porsi, di raccontare, di portare avanti le proprie idee? il modo ragionato, pacato, costruttivo, inclusivo che [tra gli altri] è l'intuzione più importante sardinesca [come declinerà, è altra cosa poi, ovvio].
insomma.
tutte 'ste favelle qui.
ce n'è di cui ragionarci sopra, e sbrodolare postico.
poi è mica detto che succeda.
ho poche risposte nette e definite.
ma mi vengono un sacco di domande.
Sunday, December 8, 2019
Saturday, December 7, 2019
buon SantAmbroeus
sono appena tornato dalla prima diffusa. e mi sto cucinando un risotto.
in effetti non avrei dovuto essere qui, ma nell'hometown.
poi, qualche giorno fa, sono andato ad ascoltare davide livermore, dal vero. colloquio di storia e di attualità culturale. il tema "tosca", incidentalmente l'opera con cui si apre la stagione scaligera. a santambroeus. che al restares 'l patron de Milan. livermore è incidentalmente anche il regista della prima. ed è un personaggio che va dritto per dritto. pare piuttosto convinto di alcune idee fondamentali, e non mostra molte remore a ribadirle. cosa più semplice da fare nel contesto in cui lo ha fatto, che poi sarebbe la fondazione feltrinelli. il posto dove si offrono un sacco di spunti ad una certa categoria di eventuali radicalscìc. spunti peraltro sempre molto interessanti, dal mio punto di vista, ovvio. e gli spunti rimangono interessanti, al netto degli eventuali radicalscìc.
ero arrivato a quell'incontro piuttosto provato dalla giornata lavorativa.
ne sono uscito ringalluzzito.
livermore dapprima ha titillato evocando quello che sarebbe stato il tratto della sua regia. e mi è venuta un po' di acquolina in bocca per l'attesa. ma quello avrei potuto godermelo anche nell'hometown, guardandomela solitario con a fianco la cagnolina addormentata.
ma non sarebbe stata la stessa cosa.
già perché livermore ha anche aggiunto che quello che si fa alla scala, soprattutto per la prima, è patrimonio che è quasi un unicum al mondo. è importante per tutta l'italia, 'ché mostra un'eccellenza italiana nell'orbo terracqueo. e milano, per quella sera, diventa il centro di tutto questo.
ora.
può essere che costui abbia anche pisciato un po' fuori dal vaso.
può essere che sia l'uscita, molto orgogliosa, di uno che ha delle indubbie capacità. a cui viene messa a disposizione l'eccellenza modiale dal punto di vista musical-operistico, nonché la primizia delle maestranze, delle artigianerie, dei saperi teatrali. oltre che una imponente quantità di denaro per dar corpo alle sue visioni. e che da un ruolo apicale lui diriga - l'avvenenza erotica del potere - grandissima parte della baracca che è, appunto, unica.
ma i giudizi assoluti ed univoci comincio a credere siano veramente una strettissima minoranza [tipo che il razzismo ed il fascismo siano delle cose merdose. a prescindere, comunque, sempre. tipo].
e quindi può essere che oltre all'uscita [ipoteticamente] trombonante, ci sia del vero.
e quello che sono riusciti a far in quel teatro, 'sta sera, è stato qualcosa di pazzesco. effetto leva emozionale di un capolavoro di un visionario, qual è stato il giacomino puccini. uno che ha inventanto il cinema, con trent'anni di anticipo, componendo opere teatrali.
e quella cosa pazzesca sia a disposizione di tutti coloro vogliono fruirne, in tutto il mondo. in tutt'italia. a milano la diffondono in un sacco di spazi condivisi. perché farlo in maniera condivisa ha un'altro effetto leva emotiva. perché percepisci che è anche roba tua, come di coloro che sono dentro la gabbia dorata del teatro, coi frizzichi et lazzi et lustrini et papillon. e fai parte di tutto quell'insieme di cose che è 'sta città. dove quella cosa lì succede, grazie ad eccellenze che arrivano da tutt'italia e da gran parte del mondo. ma succede qui, non altrove. non perché è meritato, o che dia il permesso di guardar dall'alto verso il basso tutto il resto. però resta il fatto che da qualche parte succede. e succede qui. per questo è stato quasi un richiamo andarmelo a vederlo in un posto condiviso. per sentirmi dentro questa specie di comunità che - verosimilmente - non si vedrà più. farlo dall'hometown avrebbe avuto un altro senso. mi sarei emozionato anche lì, ovvio, ma sarebbe stata una roba diversa.
ora.
capisco anche che quest'ondata entusiastica viene via più facile, rispetto a contesti strutturali e congiunturali diversi.
se faticassi ad arrivare a fine mese, o fossi senza lavoro, o nelle millemila altre condizioni di minor privilegio che possono concretizzarsi. sai quanto me ne farei, di starmene in un posto quattro ore e mezzo - guida all'ascolto iniziale compresa. sai quato potrebbe farmi venir la pelle d'oca il finale da brivido, con quarantacinque secondi di musica in più rispetto alla partitura che solitamente viene eseguita. quarantacinque secondi dove livermore tira fuori dal cilindro un finale incredibile [l'aveva buttata lì: se rimarrete sorpresi sarà anche merito mio, se rimarrete delusi sarà solo colpa mia. paraculo, sapendo bene di aver tra le mani il meglio].
non solo.
mi entusiasmo per una rappresentazione teatrale. che è come fosse una ferrari costruita in edizione unica. ed intorno, nel contesto ampio culturale, è come se si avesse la possibilità avere dei macinini scassati, inquinanti, tenuti assieme chissà come. un unicum, che però se rimane unico, allora tanto vale. ed è solo il trionfalismo delle zetatielle di questa città che poterci vivere sta diventando sempre più caro. anche in considerazione del fatto abbia ripreso a marciare spedita, ed il resto d'italia arranca.
tutto questo non s'avrebbe da ignorare.
lo iato diventa sempre più ampio. da una parte insopportabile. dall'altra sarebbe anche poco onesto non riconoscere che visto sia a bordo, provo a prendermi il meglio. tipo la prima diffusa. con cui consustanziare un senso di appartenenza a qualcosa di molto più ampio. forse etereo, ma penso fondamentale: che è quello di comunità, per quanto di perfetti sconosciuti.
anche per questo 'sta città diventa il moto a luogo del progetto che mi pare di aver individuato. [progetto, che è parola facile, ma non mi veniva. è stata odg a tirarla fuori nel profluvio di considerazioni dell'ultima seduta, probabilmente la prima della nuova modalità].
a dirla tutta non è la prima volta che succede, per quanto con declinazioni e precisioni molto variegate fra di loro. lo fu trent'anni fa. poi quasi venti. poi una dozzina. quindi la statistica non mi è favorevole. per quanto aver fatto un po' pace col principio di realtà, una piccola mano potrebbe darla.
d'altro canto è proprio la realtà delle cose a trascendere i bordi di ogni ragionevole tazza [cit]. e la complessità, quando viene ignorata o sbeffeggiata, genera mostri di benaltrismo. ci vuol ben altro che entusiasmarsi per una prima, cui è possibile accedere solo se ricchissimi, ben introdotti, dove quasi nessuno capisce un cazzo di lirica. quella minoranza di una minoranza di privilegiati senza merito, in un paese stressato, diffidente, affacinato dall'uomo forte, cui guardare con astio, perché ci sono loro e non io.
già, vero.
però gli applausi entusiasti della mia vicina di posto, alla fine di ogni atto, erano un po' anche i miei. e mi hanno confermato che spesso è tutto lì, da fruire. anche se costa un po' di fatica, impegno, attenzione, concentrazione.
però alla fine rende un po' più redenti, laicamente. la bellezza dell'arte è punto di attacco della salvezza. perché è il meglio che 'sta pezzottatissima umanità continua a sentir la necessità di produrre, da quando ha cominciato a capire di non aver capito da che parte è girata. salvezza che dovrebbe essere di tutti, ed ovviamente oggi non è così per ancora troppa umanità.
bisogna farci un po' pace, senza dimenticarsi del resto.
e godersela, quando giungon le stille, proprio per il privilegio di poterla cogliere. ed il fatto di sia statto a santambroeus, non me lo leva nessuno.
in effetti non avrei dovuto essere qui, ma nell'hometown.
poi, qualche giorno fa, sono andato ad ascoltare davide livermore, dal vero. colloquio di storia e di attualità culturale. il tema "tosca", incidentalmente l'opera con cui si apre la stagione scaligera. a santambroeus. che al restares 'l patron de Milan. livermore è incidentalmente anche il regista della prima. ed è un personaggio che va dritto per dritto. pare piuttosto convinto di alcune idee fondamentali, e non mostra molte remore a ribadirle. cosa più semplice da fare nel contesto in cui lo ha fatto, che poi sarebbe la fondazione feltrinelli. il posto dove si offrono un sacco di spunti ad una certa categoria di eventuali radicalscìc. spunti peraltro sempre molto interessanti, dal mio punto di vista, ovvio. e gli spunti rimangono interessanti, al netto degli eventuali radicalscìc.
ero arrivato a quell'incontro piuttosto provato dalla giornata lavorativa.
ne sono uscito ringalluzzito.
livermore dapprima ha titillato evocando quello che sarebbe stato il tratto della sua regia. e mi è venuta un po' di acquolina in bocca per l'attesa. ma quello avrei potuto godermelo anche nell'hometown, guardandomela solitario con a fianco la cagnolina addormentata.
ma non sarebbe stata la stessa cosa.
già perché livermore ha anche aggiunto che quello che si fa alla scala, soprattutto per la prima, è patrimonio che è quasi un unicum al mondo. è importante per tutta l'italia, 'ché mostra un'eccellenza italiana nell'orbo terracqueo. e milano, per quella sera, diventa il centro di tutto questo.
ora.
può essere che costui abbia anche pisciato un po' fuori dal vaso.
può essere che sia l'uscita, molto orgogliosa, di uno che ha delle indubbie capacità. a cui viene messa a disposizione l'eccellenza modiale dal punto di vista musical-operistico, nonché la primizia delle maestranze, delle artigianerie, dei saperi teatrali. oltre che una imponente quantità di denaro per dar corpo alle sue visioni. e che da un ruolo apicale lui diriga - l'avvenenza erotica del potere - grandissima parte della baracca che è, appunto, unica.
ma i giudizi assoluti ed univoci comincio a credere siano veramente una strettissima minoranza [tipo che il razzismo ed il fascismo siano delle cose merdose. a prescindere, comunque, sempre. tipo].
e quindi può essere che oltre all'uscita [ipoteticamente] trombonante, ci sia del vero.
e quello che sono riusciti a far in quel teatro, 'sta sera, è stato qualcosa di pazzesco. effetto leva emozionale di un capolavoro di un visionario, qual è stato il giacomino puccini. uno che ha inventanto il cinema, con trent'anni di anticipo, componendo opere teatrali.
e quella cosa pazzesca sia a disposizione di tutti coloro vogliono fruirne, in tutto il mondo. in tutt'italia. a milano la diffondono in un sacco di spazi condivisi. perché farlo in maniera condivisa ha un'altro effetto leva emotiva. perché percepisci che è anche roba tua, come di coloro che sono dentro la gabbia dorata del teatro, coi frizzichi et lazzi et lustrini et papillon. e fai parte di tutto quell'insieme di cose che è 'sta città. dove quella cosa lì succede, grazie ad eccellenze che arrivano da tutt'italia e da gran parte del mondo. ma succede qui, non altrove. non perché è meritato, o che dia il permesso di guardar dall'alto verso il basso tutto il resto. però resta il fatto che da qualche parte succede. e succede qui. per questo è stato quasi un richiamo andarmelo a vederlo in un posto condiviso. per sentirmi dentro questa specie di comunità che - verosimilmente - non si vedrà più. farlo dall'hometown avrebbe avuto un altro senso. mi sarei emozionato anche lì, ovvio, ma sarebbe stata una roba diversa.
ora.
capisco anche che quest'ondata entusiastica viene via più facile, rispetto a contesti strutturali e congiunturali diversi.
se faticassi ad arrivare a fine mese, o fossi senza lavoro, o nelle millemila altre condizioni di minor privilegio che possono concretizzarsi. sai quanto me ne farei, di starmene in un posto quattro ore e mezzo - guida all'ascolto iniziale compresa. sai quato potrebbe farmi venir la pelle d'oca il finale da brivido, con quarantacinque secondi di musica in più rispetto alla partitura che solitamente viene eseguita. quarantacinque secondi dove livermore tira fuori dal cilindro un finale incredibile [l'aveva buttata lì: se rimarrete sorpresi sarà anche merito mio, se rimarrete delusi sarà solo colpa mia. paraculo, sapendo bene di aver tra le mani il meglio].
non solo.
mi entusiasmo per una rappresentazione teatrale. che è come fosse una ferrari costruita in edizione unica. ed intorno, nel contesto ampio culturale, è come se si avesse la possibilità avere dei macinini scassati, inquinanti, tenuti assieme chissà come. un unicum, che però se rimane unico, allora tanto vale. ed è solo il trionfalismo delle zetatielle di questa città che poterci vivere sta diventando sempre più caro. anche in considerazione del fatto abbia ripreso a marciare spedita, ed il resto d'italia arranca.
tutto questo non s'avrebbe da ignorare.
lo iato diventa sempre più ampio. da una parte insopportabile. dall'altra sarebbe anche poco onesto non riconoscere che visto sia a bordo, provo a prendermi il meglio. tipo la prima diffusa. con cui consustanziare un senso di appartenenza a qualcosa di molto più ampio. forse etereo, ma penso fondamentale: che è quello di comunità, per quanto di perfetti sconosciuti.
anche per questo 'sta città diventa il moto a luogo del progetto che mi pare di aver individuato. [progetto, che è parola facile, ma non mi veniva. è stata odg a tirarla fuori nel profluvio di considerazioni dell'ultima seduta, probabilmente la prima della nuova modalità].
a dirla tutta non è la prima volta che succede, per quanto con declinazioni e precisioni molto variegate fra di loro. lo fu trent'anni fa. poi quasi venti. poi una dozzina. quindi la statistica non mi è favorevole. per quanto aver fatto un po' pace col principio di realtà, una piccola mano potrebbe darla.
d'altro canto è proprio la realtà delle cose a trascendere i bordi di ogni ragionevole tazza [cit]. e la complessità, quando viene ignorata o sbeffeggiata, genera mostri di benaltrismo. ci vuol ben altro che entusiasmarsi per una prima, cui è possibile accedere solo se ricchissimi, ben introdotti, dove quasi nessuno capisce un cazzo di lirica. quella minoranza di una minoranza di privilegiati senza merito, in un paese stressato, diffidente, affacinato dall'uomo forte, cui guardare con astio, perché ci sono loro e non io.
già, vero.
però gli applausi entusiasti della mia vicina di posto, alla fine di ogni atto, erano un po' anche i miei. e mi hanno confermato che spesso è tutto lì, da fruire. anche se costa un po' di fatica, impegno, attenzione, concentrazione.
però alla fine rende un po' più redenti, laicamente. la bellezza dell'arte è punto di attacco della salvezza. perché è il meglio che 'sta pezzottatissima umanità continua a sentir la necessità di produrre, da quando ha cominciato a capire di non aver capito da che parte è girata. salvezza che dovrebbe essere di tutti, ed ovviamente oggi non è così per ancora troppa umanità.
bisogna farci un po' pace, senza dimenticarsi del resto.
e godersela, quando giungon le stille, proprio per il privilegio di poterla cogliere. ed il fatto di sia statto a santambroeus, non me lo leva nessuno.
Sunday, December 1, 2019
sardinizzamenti [invero disincantati]
in effetti questo pomeriggio avrei voluto sardinizzarmi. non foss'altro per il gusto di riempire piazza del duomo, che fa sempre un certo effetto esserci con tutta quella gente.
invece ero in viaggio, sul treno, a scrivere di getto un racconto delle balle. per quanto sia stato divertente farlo.
ogni tanto guardavo gli aggiornamenti sul sito di repubblica.
avrei voluto sardinizzarmi. però con molto disincanto. d'altro canto uno dei lasciti più importanti di odg è il memento a non distaccarsi troppo dal principio di realtà. occhei a non farsi zavorrare, e fare qualche saltello leggero, tipo gli astronauti sulla luna. ma niente decolli per orbite eccentriche, che quando poi si incrociano si prendono musate dolorose.
quindi desiderio ma con judicio.
provo a spiegarmi. e parto da un po' lontano.
negli ultimi dieci anni si è sloganato a botte di vaffanculo, rottamazione, ruspe. non sono la stessa cosa, ovvio. ma tutte funzionano. sono d'impatto, arrivano dirette. smuovono e concentrano attenzione che si farà consenso. ma hanno una insidiosa caratteristica comune. sono denstruens. si portano dietro una palingenesi de noarti. de noartri perché chi, dopo la potenza, è incaricato di farsi atto, si è dimostrato essere - variegamente - incapace, quando non pericoloso. non guidano ed incanalano la pancia. la inseguono, quando non la pungolano pericolosamente.
la sardina invece parla di solidarietà, accoglienza, rispetto, diritti umani, intelligenza, non-violenza, antifascismo e allegria [se non si era capito, bisognerebbe prendere le iniziali di 'ste cose qui, e vedere cosa ne viene fuori. non è ovviamente idea mia]. chiaro sia roba del tutto opposta a quella di qui sopra. sono istanze anti-sloganistiche. che invitano al ragionamento, alla riflessione, non la reazione quasi istintuale. allargano l'orizzonte a considerare la complessità delle cose, non a banalizzarle. di certo però si fa ben più complicato l'addentellato tra la potenza e l'atto.
ora. per uno psicopipponico logorroico di sinistra come me, chiaro che tutta la vita la sardina. però mi sentirei uno sprovveduto se ignorassi un paio di questioni sul sardinamento. non è la parte di quello di sinistra che deve trovare da eccepire su tutto. ma è la parte dello psicopipponico che ha preso le musate, dopo voli pindarici lontano dal principio di realtà. e d'altro canto, far pace con il suddetto principio, aiuta tanto a trovarci sempre qualcosa di positivo, in [più o meno] tutte le cose.
provo a dettagliare.
come e perché nascono le sardine. nascono sardine perché si vuole stare stretti come, sul crescentone di piazza maggiore a bologna. sopra lì ci stanno seimila persone, strette come sardine, appunto. una in più del comizio del capitonEx di quella sera in un palazzetto. si va in piazza per manifestare contro il capitonEx. solo che il capitonEx sta all'opposizione, mica al governo. può essere che ci arrivi, ovvio. ma ora è all'opposizione. quindi più che il potere reale, interessa il potere percepito. quello che passa per l'attenzione mediatica che genera. starsene schiacchiati come sardine sul crescentone, in fondo, nasce per quella cosa banale lì. portargli via l'attenzione mediatica.
solo che ne esce una specie di eterogenesi dei fini. e quella cosa mediatica lì diventa altro, perché c'è una fottuta necessità anche di altro. è tipo quando sei in crisi ipoglicemica. basta una caramella, e risorgi. la caramella si è manifestata magnificamente quella sera a bologna. la fottuta necessità è quella di proporsi, manifestare, raccontare, acclarare che esiste un popolo, variegatissimo, che è in crisi ipoglicemica di rappresentanza.
ovvio che ci vuole pochissimo a riempire, oltre le piazze, soprattutto il dibattito, l'attenzione mediatica. è per quello che il capitonEx è nervoso, e non la sta prendendo bene.
ovvio che c'era talmente un vuoto, che ci è voluto il piccolo colpo di biglia, per genearsi un effetto non lineare. e c'è un vuoto così importante poiché chi dovrebbe farsi carico di essere da tramite, da potenza ad atto, è drammaticamente disconosciuto.
tanto che nelle piazze delle sardine non ci deve stare nessuna bandiera.
lascerei da parte le categorie morali, quindi fottesega se questa cosa qui sia giusta o sbagliata.
però farei sommessamente notare che, se non è un problema, è una questione precipua di cui si dovrà trovare il bandolo. se non si vuole far evaporare il tutto, sgonfiando la spinta propulsiva in essere.
l'addentellato, appunto.
perché io posso anche sardinizzarmi con una spontaneità rasserenante. mi viene naturale non portarmi appresso nessuna bandiera, non avendone nemmeno una. posso anche provare a cantare bella ciao [provarci nel senso che ci provo, ma faccio sempre una fatica fottuta, mi viene da piangere dall'emozione e mi si strozza la voce in gola]. ma poi, prima o poi, qualcuno che mi rappresenta dovrò pure votarlo. qualcuno che si faccia atto ad interpretare la mia potenza. la mia e quella di tutti coloro che si sono sardinizzati e si sardinizzerebbero.
perché non possono esserlo le sardine?
perché, stando così le cose, si farebbe la stessa fine dei faivstarrrrrrrrrrre. forse inanellando meno figure da pezzottamenti inguardabili. proprio perché fare politica è cosa complessa, e seria. non ostante facciano di tutto per calettarci nella testa l'idea opposta. e non basta l'onestàonestà ed il sacro furore nel culo di essere quelli più migliori di tutti e gli altri #eallllorailpidddddddì?
insomma, questa sera mi sarei sardinizzato più che volentieri. ma in questo momento sarei molto, molto, molto scettico a dar il voto alla sardina, in quanto tale. posto sarà mai presente sulla scheda elettorale. e se lo fosse, magari la voterei anche. lo farei però con lo stesso disincanto con cui ho votato il meno peggio nelle ultime elezioni.
per tutto questo osservo, disincantato. seppur ben disposto a sardinizzarmi come espressione di una potenza che sento molto simile. così come la crisi ipoglicemica.
figurarsi se so come finirà [ho idea non lo sappia davvero nessuno]. quello che mi augurerei è che quell'addentellato si strutturi, prima o poi. e che venga fuori un meccanismo che si avvicini e superi la decenza. da una parte con la potenza delle idee, dei titilli, delle suggestioni construens delle piazze sardiniche. e che dall'altro la si ascolti, la si interpreti, la si interiorizzi, senza scimmiottarla o approssimarla nel diventare atto.
potrebbero essere molto utili alcune delle loro intelligenze, fresche e genuine. qualcosa di più di quello che passa nella profferta attuale. e se fosse evitare il riflesso pavloviano che la vorrebbe cosa reiettevole, che infanga la sardina.
vuoi vedere che avremmo tutti da guardarci se qualche sardina contribuisse fattivamente?
delle minchiate pericolose dei pieni poteri, o la patacca della democrazia diretta sarebbe il caso di fare a meno. per il bene di tutti. tutti.
poi, se serve, si scenderà in piazza - anch'io - tutte le volte necessarie. [e magari riuscirò pure a cantare bella ciao]
invece ero in viaggio, sul treno, a scrivere di getto un racconto delle balle. per quanto sia stato divertente farlo.
ogni tanto guardavo gli aggiornamenti sul sito di repubblica.
avrei voluto sardinizzarmi. però con molto disincanto. d'altro canto uno dei lasciti più importanti di odg è il memento a non distaccarsi troppo dal principio di realtà. occhei a non farsi zavorrare, e fare qualche saltello leggero, tipo gli astronauti sulla luna. ma niente decolli per orbite eccentriche, che quando poi si incrociano si prendono musate dolorose.
quindi desiderio ma con judicio.
provo a spiegarmi. e parto da un po' lontano.
negli ultimi dieci anni si è sloganato a botte di vaffanculo, rottamazione, ruspe. non sono la stessa cosa, ovvio. ma tutte funzionano. sono d'impatto, arrivano dirette. smuovono e concentrano attenzione che si farà consenso. ma hanno una insidiosa caratteristica comune. sono denstruens. si portano dietro una palingenesi de noarti. de noartri perché chi, dopo la potenza, è incaricato di farsi atto, si è dimostrato essere - variegamente - incapace, quando non pericoloso. non guidano ed incanalano la pancia. la inseguono, quando non la pungolano pericolosamente.
la sardina invece parla di solidarietà, accoglienza, rispetto, diritti umani, intelligenza, non-violenza, antifascismo e allegria [se non si era capito, bisognerebbe prendere le iniziali di 'ste cose qui, e vedere cosa ne viene fuori. non è ovviamente idea mia]. chiaro sia roba del tutto opposta a quella di qui sopra. sono istanze anti-sloganistiche. che invitano al ragionamento, alla riflessione, non la reazione quasi istintuale. allargano l'orizzonte a considerare la complessità delle cose, non a banalizzarle. di certo però si fa ben più complicato l'addentellato tra la potenza e l'atto.
ora. per uno psicopipponico logorroico di sinistra come me, chiaro che tutta la vita la sardina. però mi sentirei uno sprovveduto se ignorassi un paio di questioni sul sardinamento. non è la parte di quello di sinistra che deve trovare da eccepire su tutto. ma è la parte dello psicopipponico che ha preso le musate, dopo voli pindarici lontano dal principio di realtà. e d'altro canto, far pace con il suddetto principio, aiuta tanto a trovarci sempre qualcosa di positivo, in [più o meno] tutte le cose.
provo a dettagliare.
come e perché nascono le sardine. nascono sardine perché si vuole stare stretti come, sul crescentone di piazza maggiore a bologna. sopra lì ci stanno seimila persone, strette come sardine, appunto. una in più del comizio del capitonEx di quella sera in un palazzetto. si va in piazza per manifestare contro il capitonEx. solo che il capitonEx sta all'opposizione, mica al governo. può essere che ci arrivi, ovvio. ma ora è all'opposizione. quindi più che il potere reale, interessa il potere percepito. quello che passa per l'attenzione mediatica che genera. starsene schiacchiati come sardine sul crescentone, in fondo, nasce per quella cosa banale lì. portargli via l'attenzione mediatica.
solo che ne esce una specie di eterogenesi dei fini. e quella cosa mediatica lì diventa altro, perché c'è una fottuta necessità anche di altro. è tipo quando sei in crisi ipoglicemica. basta una caramella, e risorgi. la caramella si è manifestata magnificamente quella sera a bologna. la fottuta necessità è quella di proporsi, manifestare, raccontare, acclarare che esiste un popolo, variegatissimo, che è in crisi ipoglicemica di rappresentanza.
ovvio che ci vuole pochissimo a riempire, oltre le piazze, soprattutto il dibattito, l'attenzione mediatica. è per quello che il capitonEx è nervoso, e non la sta prendendo bene.
ovvio che c'era talmente un vuoto, che ci è voluto il piccolo colpo di biglia, per genearsi un effetto non lineare. e c'è un vuoto così importante poiché chi dovrebbe farsi carico di essere da tramite, da potenza ad atto, è drammaticamente disconosciuto.
tanto che nelle piazze delle sardine non ci deve stare nessuna bandiera.
lascerei da parte le categorie morali, quindi fottesega se questa cosa qui sia giusta o sbagliata.
però farei sommessamente notare che, se non è un problema, è una questione precipua di cui si dovrà trovare il bandolo. se non si vuole far evaporare il tutto, sgonfiando la spinta propulsiva in essere.
l'addentellato, appunto.
perché io posso anche sardinizzarmi con una spontaneità rasserenante. mi viene naturale non portarmi appresso nessuna bandiera, non avendone nemmeno una. posso anche provare a cantare bella ciao [provarci nel senso che ci provo, ma faccio sempre una fatica fottuta, mi viene da piangere dall'emozione e mi si strozza la voce in gola]. ma poi, prima o poi, qualcuno che mi rappresenta dovrò pure votarlo. qualcuno che si faccia atto ad interpretare la mia potenza. la mia e quella di tutti coloro che si sono sardinizzati e si sardinizzerebbero.
perché non possono esserlo le sardine?
perché, stando così le cose, si farebbe la stessa fine dei faivstarrrrrrrrrrre. forse inanellando meno figure da pezzottamenti inguardabili. proprio perché fare politica è cosa complessa, e seria. non ostante facciano di tutto per calettarci nella testa l'idea opposta. e non basta l'onestàonestà ed il sacro furore nel culo di essere quelli più migliori di tutti e gli altri #eallllorailpidddddddì?
insomma, questa sera mi sarei sardinizzato più che volentieri. ma in questo momento sarei molto, molto, molto scettico a dar il voto alla sardina, in quanto tale. posto sarà mai presente sulla scheda elettorale. e se lo fosse, magari la voterei anche. lo farei però con lo stesso disincanto con cui ho votato il meno peggio nelle ultime elezioni.
per tutto questo osservo, disincantato. seppur ben disposto a sardinizzarmi come espressione di una potenza che sento molto simile. così come la crisi ipoglicemica.
figurarsi se so come finirà [ho idea non lo sappia davvero nessuno]. quello che mi augurerei è che quell'addentellato si strutturi, prima o poi. e che venga fuori un meccanismo che si avvicini e superi la decenza. da una parte con la potenza delle idee, dei titilli, delle suggestioni construens delle piazze sardiniche. e che dall'altro la si ascolti, la si interpreti, la si interiorizzi, senza scimmiottarla o approssimarla nel diventare atto.
potrebbero essere molto utili alcune delle loro intelligenze, fresche e genuine. qualcosa di più di quello che passa nella profferta attuale. e se fosse evitare il riflesso pavloviano che la vorrebbe cosa reiettevole, che infanga la sardina.
vuoi vedere che avremmo tutti da guardarci se qualche sardina contribuisse fattivamente?
delle minchiate pericolose dei pieni poteri, o la patacca della democrazia diretta sarebbe il caso di fare a meno. per il bene di tutti. tutti.
poi, se serve, si scenderà in piazza - anch'io - tutte le volte necessarie. [e magari riuscirò pure a cantare bella ciao]
Thursday, November 28, 2019
blechfraidei, sticazzi
le suggestioni non mancano. e sono opposte, antipodali.
da una parte.
là dentro, coi colleghi che - verosimilmente - si sentono meno estranei all'andare delle cose del tempo, ho provato a sollevare la questione. provando a ribadire la mia alterità. a me, làamazson, non attira, anzi. se posso lo evito. e durante il blechfraidei tanto più. il più giovane, forse il più presente nel ribadire la propria visione, ha reagito in maniera quasi pavloviana. con un metaverbale che mi dava, secco, del fuori di testa. ma come? una multinazionale che fattura con arguzia gazziGlioni di eurI, come può esserti invisa? quando ha il fatturare gazziGlioni di eurI è la prova provata della sua arguzia, oltre che la sua abilità a far gazziGlioni di eurI, quindi non criticabile per l'essenza stessa di far argutamente gazziGlioni di eurI. è il capitalismo con strumenti e processi arguti, bellezza. altri, meno rumorosamente, mi hanno osservato: chi con stupita curiosità - l'esemplare esotico - chi con sufficienza - l'esemplare cagacazzo.
in realtà a me làamazson, non attira. ma voi accaparratevi pure un po' quella minchia che vi pare. siano oggetti inutili o quasi. in compulsione da blechfraidei o meno.
dall'altra.
ascolto la radio espressione del [variegatissssssssssssssimo] mondo della sinistra milanese. durante i microfoni aperti, contattano la radio un po' di tutto. e quindi quasi tutto lo scibile. chi acquista, pragmatico, i regali di natale col blechfraidei e con làamazson, se capita. chi discetta inorridito si possa solo pensare di portarsi a così pochi click di distanza da quella cosa lì. l'eponimo dello sfruttamento capitalistico dei lavoratori, usurpatore delle risorse del pianeta che corre verso la distruzione, drenatore fiscale di furbizia diabolica ed esecrabile. e pestelocolga chi non è d'accordo. insomma un po' di tutto.
in realtà a me làamazson, non attira. ma voi lanciate pure un po' quella minchia di strali offesissimi e indignati che vi pare. siano obiettivi o quasi. in parossismo da blechfraidei o meno.
da par mio, davvero, stigrandissimicazzi. con etimologia corretta, quella dell'articolo 7 della costituzione romana dico [vediamo se vi siete imparati].
e me lo ricordo, preciso preciso, il momento in cui presi atto dello stigrandissssimicazzi. per quanto làamazson c'entrasse poco, al limite come eponimo del fatto di voler acquistare cose.
si era in una sorta di declinazione materica, per quanto limitata, dellàamazson. un outlet. sulla via del ritorno di un weekend autunnale al mare. ma uno di quei weekend di confine. che lo inizi che sembra ancora propaggine dell'estate e lo finisci che è ormai grigioautunno. gli amici proposero di fermarsi. noi si fa un giro, dissero. io rimasi fuori dalle casette, invero quasi pre-infreddolito dentro la mia giacchetta di pelle nera. per ogni casetta, o che ad una casetta tipo casettaincanadà [ma più cuuuul] voleva assomigliare, uno o più marche - marchettose. o come dicono quelli bravi: una costruzione per ogni brand.
rimasi fuori per una questione molto semplice: le mie finanze erano ormai più che asfittiche da oltre un anno. lo sarebbero diventate ancora di più, ma allora non ne avevo contezza. quindi non potevo permettermeli quei prezzi, financo così imperdibilmente scontati. e poi, forse, non avevo davvero bisogno di nulla.
ma non fu solo questa cosa qui.
fuori dalle casette osservavo le persone entrarvi con sacchettoni giganti onusti di ogni bendidddddio marchettoso, e uscirvi magari con un sacchettone in più. vidi persone che tascinavano anche un paio di trolley, intuendone onusti di cose marchettose.
i visi di quelle persone, molti di quelli, non mi apparivano così felici. ma come incuriositi e tesi nello stesso modo. incuriositi di sapere quale occasione imperdibile potesse celarsi dentro la casetta. tesi dal fatto qualcosa potesse sfuggire loro.
in ogni caso visi non esattamente promananti guudvaibrescion.
ed in quel momento che capii, al netto del mio stato di [relativa] necessità, di quanto poco tutto quello mi importasse. quanto poco venissi coinvolto.
e capii anche con una limpidezza cristallina che non era la questione della volpe e l'uva. non era roba da: non posso permettermelo, quindi è roba inutile, quindi è pirla chi ci entra. e questo mi fece percepire una favolosa sensazione di leggerezza. nel senso che mi sentii davvero affrancato da quella specie di coinvolgimento paradigmatico, furbo consumistico o meno che fosse. e la leggerezza stava appunto nello stigrandisssssssimicazzi. che chi voleva facesse dentro e fuori quelle casette, con in mano i sacchettoni giganti. non mi sentivo né migliore né peggiore di costoro. non percepivo sensazioni né di sfighitudine - non ci potevo comprare -, né di illuminazione - era vacuo e superfluo comprare. mi percepivo semplicemente diverso. di quell'alterità che forse può essere confusa come snobbismo, ma in fondo stigrandisssssssssimicazzi pure se lo si pensa. io me ne sto tranquillo[?] con i miei alti e bassi da me. e gli altri forse felici con i loro sacchettoni giganti.
forse. nel senso che ho la vaga sensazione sia un succedaneo, financo blando.
ma in fondo chi sono io per alzar il ditino verso costoro, ed enunciare verità apodittiche giudicanti.
davvero.
ed in maniera antipodale chi sono io, per riprendere e confutare col sacro fuoco del proclama solenne, chi enuncia quelle [pretese] verità apodittiche e giudicanti. pâsdârân dell'anticapitalismo, anticonsumismo, anticonformismo. e coglioni irrecuperabili tutti gli altri.
proprio nulla di tutto ciò.
la leggerezza che provai quel giorno, peraltro in periodi non proprioproprio così rasserenanti. fu una specie di piccolo unicum. il sentirmi affrancato e nello stesso momento distaccato e non giudicante. poter vivere quell'attimo, braccia conserte appoggiato un po' di sguincio ad un muro, l'essenza più rasserenante dello stigrandissssssssssssimicazzi.
ps.
la controprova è questa sequela di ultimi mesi. con i conti più che capienti. potrei permettermi di entrare in un sacco di casette. potrei farmi di brutto di blechfraidei. e invece stigrandisssssssssssssssssimicazzi. e la leggerezza di quel giorno di inizio autunno, è ancora più leggera. quasi non si fosse ancora stancato di essere sempre più rasserenante lo stigrandisssssssssssssssssssssssssimicazzi.
da una parte.
là dentro, coi colleghi che - verosimilmente - si sentono meno estranei all'andare delle cose del tempo, ho provato a sollevare la questione. provando a ribadire la mia alterità. a me, làamazson, non attira, anzi. se posso lo evito. e durante il blechfraidei tanto più. il più giovane, forse il più presente nel ribadire la propria visione, ha reagito in maniera quasi pavloviana. con un metaverbale che mi dava, secco, del fuori di testa. ma come? una multinazionale che fattura con arguzia gazziGlioni di eurI, come può esserti invisa? quando ha il fatturare gazziGlioni di eurI è la prova provata della sua arguzia, oltre che la sua abilità a far gazziGlioni di eurI, quindi non criticabile per l'essenza stessa di far argutamente gazziGlioni di eurI. è il capitalismo con strumenti e processi arguti, bellezza. altri, meno rumorosamente, mi hanno osservato: chi con stupita curiosità - l'esemplare esotico - chi con sufficienza - l'esemplare cagacazzo.
in realtà a me làamazson, non attira. ma voi accaparratevi pure un po' quella minchia che vi pare. siano oggetti inutili o quasi. in compulsione da blechfraidei o meno.
dall'altra.
ascolto la radio espressione del [variegatissssssssssssssimo] mondo della sinistra milanese. durante i microfoni aperti, contattano la radio un po' di tutto. e quindi quasi tutto lo scibile. chi acquista, pragmatico, i regali di natale col blechfraidei e con làamazson, se capita. chi discetta inorridito si possa solo pensare di portarsi a così pochi click di distanza da quella cosa lì. l'eponimo dello sfruttamento capitalistico dei lavoratori, usurpatore delle risorse del pianeta che corre verso la distruzione, drenatore fiscale di furbizia diabolica ed esecrabile. e pestelocolga chi non è d'accordo. insomma un po' di tutto.
in realtà a me làamazson, non attira. ma voi lanciate pure un po' quella minchia di strali offesissimi e indignati che vi pare. siano obiettivi o quasi. in parossismo da blechfraidei o meno.
da par mio, davvero, stigrandissimicazzi. con etimologia corretta, quella dell'articolo 7 della costituzione romana dico [vediamo se vi siete imparati].
e me lo ricordo, preciso preciso, il momento in cui presi atto dello stigrandissssimicazzi. per quanto làamazson c'entrasse poco, al limite come eponimo del fatto di voler acquistare cose.
si era in una sorta di declinazione materica, per quanto limitata, dellàamazson. un outlet. sulla via del ritorno di un weekend autunnale al mare. ma uno di quei weekend di confine. che lo inizi che sembra ancora propaggine dell'estate e lo finisci che è ormai grigioautunno. gli amici proposero di fermarsi. noi si fa un giro, dissero. io rimasi fuori dalle casette, invero quasi pre-infreddolito dentro la mia giacchetta di pelle nera. per ogni casetta, o che ad una casetta tipo casettaincanadà [ma più cuuuul] voleva assomigliare, uno o più marche - marchettose. o come dicono quelli bravi: una costruzione per ogni brand.
rimasi fuori per una questione molto semplice: le mie finanze erano ormai più che asfittiche da oltre un anno. lo sarebbero diventate ancora di più, ma allora non ne avevo contezza. quindi non potevo permettermeli quei prezzi, financo così imperdibilmente scontati. e poi, forse, non avevo davvero bisogno di nulla.
ma non fu solo questa cosa qui.
fuori dalle casette osservavo le persone entrarvi con sacchettoni giganti onusti di ogni bendidddddio marchettoso, e uscirvi magari con un sacchettone in più. vidi persone che tascinavano anche un paio di trolley, intuendone onusti di cose marchettose.
i visi di quelle persone, molti di quelli, non mi apparivano così felici. ma come incuriositi e tesi nello stesso modo. incuriositi di sapere quale occasione imperdibile potesse celarsi dentro la casetta. tesi dal fatto qualcosa potesse sfuggire loro.
in ogni caso visi non esattamente promananti guudvaibrescion.
ed in quel momento che capii, al netto del mio stato di [relativa] necessità, di quanto poco tutto quello mi importasse. quanto poco venissi coinvolto.
e capii anche con una limpidezza cristallina che non era la questione della volpe e l'uva. non era roba da: non posso permettermelo, quindi è roba inutile, quindi è pirla chi ci entra. e questo mi fece percepire una favolosa sensazione di leggerezza. nel senso che mi sentii davvero affrancato da quella specie di coinvolgimento paradigmatico, furbo consumistico o meno che fosse. e la leggerezza stava appunto nello stigrandisssssssimicazzi. che chi voleva facesse dentro e fuori quelle casette, con in mano i sacchettoni giganti. non mi sentivo né migliore né peggiore di costoro. non percepivo sensazioni né di sfighitudine - non ci potevo comprare -, né di illuminazione - era vacuo e superfluo comprare. mi percepivo semplicemente diverso. di quell'alterità che forse può essere confusa come snobbismo, ma in fondo stigrandisssssssssimicazzi pure se lo si pensa. io me ne sto tranquillo[?] con i miei alti e bassi da me. e gli altri forse felici con i loro sacchettoni giganti.
forse. nel senso che ho la vaga sensazione sia un succedaneo, financo blando.
ma in fondo chi sono io per alzar il ditino verso costoro, ed enunciare verità apodittiche giudicanti.
davvero.
ed in maniera antipodale chi sono io, per riprendere e confutare col sacro fuoco del proclama solenne, chi enuncia quelle [pretese] verità apodittiche e giudicanti. pâsdârân dell'anticapitalismo, anticonsumismo, anticonformismo. e coglioni irrecuperabili tutti gli altri.
proprio nulla di tutto ciò.
la leggerezza che provai quel giorno, peraltro in periodi non proprioproprio così rasserenanti. fu una specie di piccolo unicum. il sentirmi affrancato e nello stesso momento distaccato e non giudicante. poter vivere quell'attimo, braccia conserte appoggiato un po' di sguincio ad un muro, l'essenza più rasserenante dello stigrandissssssssssssimicazzi.
ps.
la controprova è questa sequela di ultimi mesi. con i conti più che capienti. potrei permettermi di entrare in un sacco di casette. potrei farmi di brutto di blechfraidei. e invece stigrandisssssssssssssssssimicazzi. e la leggerezza di quel giorno di inizio autunno, è ancora più leggera. quasi non si fosse ancora stancato di essere sempre più rasserenante lo stigrandisssssssssssssssssssssssssimicazzi.
Wednesday, November 20, 2019
domani si chiude [ed io ne sono molto garrulo]
quando la mia [quasi] ex-socia mi propose di entrare nella compagine sociale provai un brivido, di gioia. ed il pensiero andò immediatamente ad una persona che mi stava diventando omologa. la sua ex-socia, sua nel senso della mia [quasi] ex-socia. quando la mia [quasi] ex-socia era all'interno di un'altra compagine sociale, che nel frattempo si era chiusa. e questa sua ex-socia era diventata ex con strascichi emotivi non indifferenti. sì, insomma, avevano scazzato mica poco. tutto però in maniera molto sacerdotale: senza far volare gli stracci, sorrisi di circostanza, livore sottotraccia.
pensai alla sua ex-socia [di cui peraltro, in nevrosi passate, pensavo di dovermi innamorare [occhioni azzurro-verdi, efelidi intriganti, due gran belle tette]]. e pensai al fatto avesse gettato al vento la possibilità di starsene in una compagine sociale con colei che sarebbe diventata, di lì a poco, la mia nuova socia. e mi rivolsi a lei in un dialogo immaginifico: hai sprecato una possibilità irripetibile, quella che ora si sta spalancando davanti a me. sei stata un po' pirletta.
ero felice.
poter lavorare con lei, arrrivare ad inventarsi cose mirabolanti, dedicarsi a contenuti alti, poter dimostrare di essere un ingegnere creativo, fregiarsi dell'aura di piccolo imprenditore di una startup innovativa, oltre che sicuramente arrivare a guadagnare gazziGlioni di eurI.
era la prima cosa veramente bella et importante mi stesse capitando da quando mio padre se n'era andato. la vidi come un ricominciare. una cosa viva. una progetto per ripartire, di cui sarebbe stato sicuramente fiero.
certo, certo.
c'era il suo nuovo compagno. loro due avevano avuto l'idea dell'aziendina [che sarebbe diventata un'azienda coi controcazzi], lui avevano già deciso sarebbe stato l'amministratore. quando ci conoscemmo, la primissima volta qualche settimana indietro, non era stato esattamente all'insegna della paciosa e reciproca stima.
c'erano un paio di altri due soci che, bedvaibrescion, mi avevano comunicato sensazioni non esattamente positive, o confortanti. uno inquietante, l'altro con una sovrastruttura cordiale ma egotica in maniera preoccupante.
io però ero il più giovane, inesperto, impreparato. solo laureato in ingegneria, non avevo di che imparare da questi maestri paludati et navigati.
e poi c'era lei. la colei di cui mi fidavo in modo ontologico. se c'era lei potevo star tranquillo, riporre tutte le perplessità nella sacca delle cose di cui non curarsi. lei avrebbe garantito per me, così come lei era garanzia ci fosse. tutto il resto sarebbe passato in secondo piano. ed io avrei dato il massimo perché potevo finalmente far azienda con lei. mica come quella stolta della sua ex-socia, che aveva sprecato l'occasione che ora capitava a me.
giuringiurello.
non sto usando cifre stilistiche smaccatamente esagerate. quelle per portare da una parte il lettore, costruendo un bouquet mieloso che poi, ssssbbbbram, si demolisce con il colpo di scena che arriva di improvviso.
no. no.
io la vivevo esattamente così.
che fossi dentro un turbine nevrotico, a tratti disconnesso con il principio di realtà, non credo sia necessario sottolinearlo troppo.
poi uno dice che ha bisogno di uno bravo.
aprimmo l'azienda in un giorno di fine maggio che pioveva in maniera molto convinta. troppo convinta. quasi l'intemperia volesse farci [o farmi?] da monito: stattevi quieti, nun ce provate, fatichereste per nulla, stattevene buoni e accuorti, lassate peerde. io lessi quella avversione meteorologica come il segno sarebbe stata dura, ma che alla fine ce la si sarebbe fatta, ed avremmo vinto noi.
aveva ragione l'intemperia [forse].
per quanto anch'io ci presi, segnatamente nella prima parte dell'[auto]vaticinio. tanto che fu durissima, da subito.
guadagnavamo un cazzo.
lavoravo tantissimo.
imparavo cose nuove a furia di sessioni informatiche faticosissime.
però lavoravo con lei.
certo, certo.
a tratti cominciai ad avere la vaghissima sensazione di essermi infilato in un cul de sac.
forse non eravamo davvero tutti soci alla pari. ma un paio erano più alla pari di altri, che la sera desinavano allo stesso tavolo e dormivano nello stesso letto. noi tre avevamo il controllo del capitale sociale, mi dicevano. però mi sentivo minoranza nella maggioranza.
nel mentre cubavo tonnellate di ore lavorate in più degli altri. ma vuoi mettere l'impegno di portarsi a casa il pensiero dell'azienda quando desini allo stesso tavolo e dormi nello stesso letto: è come essere sempre al lavoro. mi facevano intendere. fortunato che non ero altro ad essere quello che apriva il mattino, e chiudeva la sera.
forse la socia non era esattamente quel quadretto idilliaco che mi ero dipinto [nevroticamente]. a lavorarci assieme tutti i giorni qualche vaga nota dissonante, ogni tanto, introduceva armonie nuove. forse pure troppo nuove.
e poi per me l'azienda finì. forse di colpo. forse era solo questione di girarsi indietro e accorgersi delle mollichine di pane che nel frattempo il divenire delle cose aveva disseminato. a portarmi lì, a quella sera in cui l'azienda finì.
stava inziando l'estate. avevo appena cambiato casa, andando finalmente a vivere solo. vero: con quello sforzo, di fatto, avevo azzerato i risparmi residui, dopo tre anni a non guadagnare praticamente un cazzo. ma avevamo appena consegnato un progetto molto prestigioso. naturalmente gratis, ma vuoi mettere la visibilità che ne sarebbe seguita. un investimento per il futuro. ero ad un punto di svolta. ed il futuro sarebbe stato radioso.
invece l'azienda finì.
ascoltandola nel turbinare di un momento di rabbia con la madre - financo di una intensità del tutto fuori luogo - mi resi conto di come la mia socia intendesse l'amicizia con me. che poi, piccola coincidenza, era solamente una delle cose che ritenevo più importanti e preziose della mia vita. e di rimbalzo l'architrave su cui poggiava la mia concezione di azienda.
che finì quella sera.
in effetti fu un punto di svolta. anche se non propriamente come l'avevo immaginato.
non ebbi il coraggio di magnificare nulla di tutto questo.
e mi infilai in una delle estati più complicate e dolorose abbia mai vissuto. non ringrazierò mai abbastanza l'amica cummmmmmmmà Liude e l'amico Luca per avermi accudito et coccolato per qualche giorno in uno dei momenti più difficili.
pochi mesi dopo inziai la terapia con odg [diamo merito al socio di essersi accorto avessi bisogno di una mano, non sapendo il perché, ovviamente. e di avermi trovato il contatto con ella]. la prima cosa che le dissi? questa persona così importante per me mi ha fatto capire come intenda la nostra amicizia, ed a me è caduto tutto addosso. idea dell'azienda compresa.
poi l'azienda invece andò avanti. ma con la direzione che - dal mio punto di vista - aveva preso: verso il fondo.
e verso il fondo ha tirato giù finanze, consapevolezze, serenità, gioie, fiducia. è stato un declino lento ma costante, con qualche sobbalzo ogni tanto. giusto per ricordarci, o ricordarmi, che a fondo stavamo andando. ed io ero zavorrato da tutto questo, da tutto quello che non ero stato capace di scrollarmi di dosso. a cominciare dai soci.
poi alla fine ho rinculato, un fragoroso e cacofonico tummmccckk. la botta e la culata presa quando sul fondo si arrivò. raccontarla come culata improvvisa è solo perché uno non voleva vederlo si stesse affondando. non ostante le suggestioni di odg, e di [pochi] altri.
la culata dell'essere giunti in fondo arrivò praticamente dopo sette anni da quel pomeriggio in cui pioveva in maniera molto convinta. un altro periodo molto, molto, molto, molto complicato.
non è stato semplice ripartire. da allora sono passati più di cinque anni. ho in parte ribaltato l'esistenza. ma l'acuto di quella culata, il bubbone che esplose, ancora producono un'eco per un cazzo piacevole.
forse è [anche] per questo che sono garrulo che domani si chiuda. danno pioggia, ma senza che venga una cosa molto convinta.
domani si chiude. per certi aspetti una formalità. specie da che abbiamo assodato il fatto ciascuno dei soci si viva la vita a prescindere dagli altri, e da quell'idrovora di finanze, aspettative, progetti, speranze che si è rivelata essere quella specie di startup. quella cosa che è diventatata, dopo che per me finì in una sera di inzio estate di qualche anno prima, senza che gli altri ne avessero sentore. e poi son state le circostanze, il contesto, la congiuntura strutturale. roba che però è andata a passo di danza sgraziata con la mediocrità di chi si pensava imprenditore, per cultura acquisita o per la percezione di sé medesima.
l'aziendina si è rivelata essere la scelta più sciagurata abbia mai fatto. involontariamente, ovvio. ma la più sciagurata rimane.
e domani chiudiamo.
ed io ne sono molto garrulo.
perché il positivo di [alcune] persone che ho conosciuto grazie all'aziendina, non me lo leverà nessuna firma da un notaio con cui mettere la parola fine.
e poi perché, comunque, ad oggi io ce la sto facendo. per quanto sia stata ed è ancora molto dura. minchia se è dura.
ma vuoi vedere che forse, quel giorno di fine maggio, avevo ragione io? mica l'intemperia.
pensai alla sua ex-socia [di cui peraltro, in nevrosi passate, pensavo di dovermi innamorare [occhioni azzurro-verdi, efelidi intriganti, due gran belle tette]]. e pensai al fatto avesse gettato al vento la possibilità di starsene in una compagine sociale con colei che sarebbe diventata, di lì a poco, la mia nuova socia. e mi rivolsi a lei in un dialogo immaginifico: hai sprecato una possibilità irripetibile, quella che ora si sta spalancando davanti a me. sei stata un po' pirletta.
ero felice.
poter lavorare con lei, arrrivare ad inventarsi cose mirabolanti, dedicarsi a contenuti alti, poter dimostrare di essere un ingegnere creativo, fregiarsi dell'aura di piccolo imprenditore di una startup innovativa, oltre che sicuramente arrivare a guadagnare gazziGlioni di eurI.
era la prima cosa veramente bella et importante mi stesse capitando da quando mio padre se n'era andato. la vidi come un ricominciare. una cosa viva. una progetto per ripartire, di cui sarebbe stato sicuramente fiero.
certo, certo.
c'era il suo nuovo compagno. loro due avevano avuto l'idea dell'aziendina [che sarebbe diventata un'azienda coi controcazzi], lui avevano già deciso sarebbe stato l'amministratore. quando ci conoscemmo, la primissima volta qualche settimana indietro, non era stato esattamente all'insegna della paciosa e reciproca stima.
c'erano un paio di altri due soci che, bedvaibrescion, mi avevano comunicato sensazioni non esattamente positive, o confortanti. uno inquietante, l'altro con una sovrastruttura cordiale ma egotica in maniera preoccupante.
io però ero il più giovane, inesperto, impreparato. solo laureato in ingegneria, non avevo di che imparare da questi maestri paludati et navigati.
e poi c'era lei. la colei di cui mi fidavo in modo ontologico. se c'era lei potevo star tranquillo, riporre tutte le perplessità nella sacca delle cose di cui non curarsi. lei avrebbe garantito per me, così come lei era garanzia ci fosse. tutto il resto sarebbe passato in secondo piano. ed io avrei dato il massimo perché potevo finalmente far azienda con lei. mica come quella stolta della sua ex-socia, che aveva sprecato l'occasione che ora capitava a me.
giuringiurello.
non sto usando cifre stilistiche smaccatamente esagerate. quelle per portare da una parte il lettore, costruendo un bouquet mieloso che poi, ssssbbbbram, si demolisce con il colpo di scena che arriva di improvviso.
no. no.
io la vivevo esattamente così.
che fossi dentro un turbine nevrotico, a tratti disconnesso con il principio di realtà, non credo sia necessario sottolinearlo troppo.
poi uno dice che ha bisogno di uno bravo.
aprimmo l'azienda in un giorno di fine maggio che pioveva in maniera molto convinta. troppo convinta. quasi l'intemperia volesse farci [o farmi?] da monito: stattevi quieti, nun ce provate, fatichereste per nulla, stattevene buoni e accuorti, lassate peerde. io lessi quella avversione meteorologica come il segno sarebbe stata dura, ma che alla fine ce la si sarebbe fatta, ed avremmo vinto noi.
aveva ragione l'intemperia [forse].
per quanto anch'io ci presi, segnatamente nella prima parte dell'[auto]vaticinio. tanto che fu durissima, da subito.
guadagnavamo un cazzo.
lavoravo tantissimo.
imparavo cose nuove a furia di sessioni informatiche faticosissime.
però lavoravo con lei.
certo, certo.
a tratti cominciai ad avere la vaghissima sensazione di essermi infilato in un cul de sac.
forse non eravamo davvero tutti soci alla pari. ma un paio erano più alla pari di altri, che la sera desinavano allo stesso tavolo e dormivano nello stesso letto. noi tre avevamo il controllo del capitale sociale, mi dicevano. però mi sentivo minoranza nella maggioranza.
nel mentre cubavo tonnellate di ore lavorate in più degli altri. ma vuoi mettere l'impegno di portarsi a casa il pensiero dell'azienda quando desini allo stesso tavolo e dormi nello stesso letto: è come essere sempre al lavoro. mi facevano intendere. fortunato che non ero altro ad essere quello che apriva il mattino, e chiudeva la sera.
forse la socia non era esattamente quel quadretto idilliaco che mi ero dipinto [nevroticamente]. a lavorarci assieme tutti i giorni qualche vaga nota dissonante, ogni tanto, introduceva armonie nuove. forse pure troppo nuove.
e poi per me l'azienda finì. forse di colpo. forse era solo questione di girarsi indietro e accorgersi delle mollichine di pane che nel frattempo il divenire delle cose aveva disseminato. a portarmi lì, a quella sera in cui l'azienda finì.
stava inziando l'estate. avevo appena cambiato casa, andando finalmente a vivere solo. vero: con quello sforzo, di fatto, avevo azzerato i risparmi residui, dopo tre anni a non guadagnare praticamente un cazzo. ma avevamo appena consegnato un progetto molto prestigioso. naturalmente gratis, ma vuoi mettere la visibilità che ne sarebbe seguita. un investimento per il futuro. ero ad un punto di svolta. ed il futuro sarebbe stato radioso.
invece l'azienda finì.
ascoltandola nel turbinare di un momento di rabbia con la madre - financo di una intensità del tutto fuori luogo - mi resi conto di come la mia socia intendesse l'amicizia con me. che poi, piccola coincidenza, era solamente una delle cose che ritenevo più importanti e preziose della mia vita. e di rimbalzo l'architrave su cui poggiava la mia concezione di azienda.
che finì quella sera.
in effetti fu un punto di svolta. anche se non propriamente come l'avevo immaginato.
non ebbi il coraggio di magnificare nulla di tutto questo.
e mi infilai in una delle estati più complicate e dolorose abbia mai vissuto. non ringrazierò mai abbastanza l'amica cummmmmmmmà Liude e l'amico Luca per avermi accudito et coccolato per qualche giorno in uno dei momenti più difficili.
pochi mesi dopo inziai la terapia con odg [diamo merito al socio di essersi accorto avessi bisogno di una mano, non sapendo il perché, ovviamente. e di avermi trovato il contatto con ella]. la prima cosa che le dissi? questa persona così importante per me mi ha fatto capire come intenda la nostra amicizia, ed a me è caduto tutto addosso. idea dell'azienda compresa.
poi l'azienda invece andò avanti. ma con la direzione che - dal mio punto di vista - aveva preso: verso il fondo.
e verso il fondo ha tirato giù finanze, consapevolezze, serenità, gioie, fiducia. è stato un declino lento ma costante, con qualche sobbalzo ogni tanto. giusto per ricordarci, o ricordarmi, che a fondo stavamo andando. ed io ero zavorrato da tutto questo, da tutto quello che non ero stato capace di scrollarmi di dosso. a cominciare dai soci.
poi alla fine ho rinculato, un fragoroso e cacofonico tummmccckk. la botta e la culata presa quando sul fondo si arrivò. raccontarla come culata improvvisa è solo perché uno non voleva vederlo si stesse affondando. non ostante le suggestioni di odg, e di [pochi] altri.
la culata dell'essere giunti in fondo arrivò praticamente dopo sette anni da quel pomeriggio in cui pioveva in maniera molto convinta. un altro periodo molto, molto, molto, molto complicato.
non è stato semplice ripartire. da allora sono passati più di cinque anni. ho in parte ribaltato l'esistenza. ma l'acuto di quella culata, il bubbone che esplose, ancora producono un'eco per un cazzo piacevole.
forse è [anche] per questo che sono garrulo che domani si chiuda. danno pioggia, ma senza che venga una cosa molto convinta.
domani si chiude. per certi aspetti una formalità. specie da che abbiamo assodato il fatto ciascuno dei soci si viva la vita a prescindere dagli altri, e da quell'idrovora di finanze, aspettative, progetti, speranze che si è rivelata essere quella specie di startup. quella cosa che è diventatata, dopo che per me finì in una sera di inzio estate di qualche anno prima, senza che gli altri ne avessero sentore. e poi son state le circostanze, il contesto, la congiuntura strutturale. roba che però è andata a passo di danza sgraziata con la mediocrità di chi si pensava imprenditore, per cultura acquisita o per la percezione di sé medesima.
l'aziendina si è rivelata essere la scelta più sciagurata abbia mai fatto. involontariamente, ovvio. ma la più sciagurata rimane.
e domani chiudiamo.
ed io ne sono molto garrulo.
perché il positivo di [alcune] persone che ho conosciuto grazie all'aziendina, non me lo leverà nessuna firma da un notaio con cui mettere la parola fine.
e poi perché, comunque, ad oggi io ce la sto facendo. per quanto sia stata ed è ancora molto dura. minchia se è dura.
ma vuoi vedere che forse, quel giorno di fine maggio, avevo ragione io? mica l'intemperia.
Sunday, November 17, 2019
sull'implicazione delle isoglosse, in questo uichend un po' particolare
questo è un uichend un po' particolare. però sono un po' quei giorni in cui, passati questiduni, è come dare una bella mazzata al novembre. che vabbhé che pesa meno, occhei. però quando sarà finito è quel pochino meglio.
è anche il uichend di bookcity. che ormai è una specie di luogo di perdizione dell'anima, del desiderio e del bisogno. vagolo in maniera solitaria et rabdomantica. cerco spunti per suggestioni psicopipponiche. le propongono quelli che di mestiere fanno gli scrittori, o attraverso i libri trovano modo di raggranellare qualche spicciolo, oltre che la possibilità di confrontarsi con i lettori. compulsivi più o meno. io abbastanza più.
sono suggestioni succedanee a qualcosa di intenso che ormai non so desiderare o non so se davvero vorrei. [peraltro non trombo, indi qualche acme emotivo-intellettivo me lo scelgo per compensare]. confrontarmi in quei modi mi mostra la curvatura terrestre che si riesce a percepire, per arrivare ad intuire gli sconfini della mia ignoranza. questo però è sempre positivo. perché confrontarsi con quelli più bravi fa sgorgare una specie di tentativo di mimesi. ma nel senso che è l'esatto opposto dell'invidia o del disconoscimento [massssssì, quello in fondo è un pirla, capìss nagot]. che sono le direzioni che mica bisogna pigliare. inoltre mi ricordano che, qualche volta, qualche idea abborracciata ce l'avevo in testa. poi è appunto solo abborracciata. manca il tempo, la costanza, la formazione. probabilmente non manca la sensibilità, il terreno di coltura. cosicché, in qualche modo, l'idea c'è.
insomma.
spesso è facile che al termine di tutto questo arrivi ad essere financo quasi euforico.
non è così, questa sera.
credo anche perché è un uichend un po' particolare, appunto.
e forse è perché da stamani che ogni tanto penso a mio padre. che poi è anche la storia del uichend un po' particolare. e per cui, tutto sommato, me lo voglio vivere in maniera un po' intimista. per quanto andare a bookcity possa non sembrare così, in battuta.
e ci sto pensando anche alla luce della mancanza, anche se forse non me ne sono mai reso troppo conto, quando c'era. e che ha dovuto smettere di esserci, per capire come [mi] sia mancato. per certi versi. mentre per altri quanto lui sia stato più formativo di quel intuissi allora.
riconoscimento e lamentela. gratitudine ed incazzo. essere molto più figlio di mio padre di quanto abbia capito e accettato, prima. e quanto avrebbe potuto essermi più padre lui, durante. un po' mastincando amaro sia con me che con lui. che lo so non serve a nulla. ma mastico comunque. smettere di farlo sarebbe peggio della sensazione un po' così, che mi sento appiccata addosso in questo momento.
ed il tutto è partito con la storia delle isoglosse.
che il linguista primo relatore - l'autore del libro - ad un certo punto ha nominato nel suo intervento. intervento invero molto più scoppiettante di quello che è venuto dopo, la star mediatica, che fa da spalla al fatto si compri 'sto cazzo di libro, e poi si può far la fila per la firma. la star mediatica, a 'sto giro, impersonata da massimo cacciari. solo che cacciari, è tipo un diesel vecchia generazione di un mezzo con le marce ridotte e mozzi bloccati. forse è meno brillante, specie se viene dopo uno che ha una parlata ed un ritmo che mettono quasi allegria. quando però entra a régime aggrappa il ragionamento e pare lo domini, lo avviluppi, salendo le irte scoscesità delle sue tesi, e lo fa demolendo la sensazione di essere in salita. la sua erre arrotata ti dà quasi quella sensazione fisica.
insomma. quel ragionare di un'oretta sulle "sei lezioni di linguistica contro il razzismo" si sono distillate - tra l'altro - nell'idea, bellissima, che quando si scorgono alterità, differenze, peculiarità alternative, bisogna sempre metterle in comparazione, mai in gerarchia. perché nella comparazione della varietà è possibile individuare elementi che possano influenzare, e quindi arricchire in maniera vicendevole. se queste varietà sono impilate secondo una gerarchia, la mutua contaminazione - sono sempre più convinto, arricchente - ovvio non può esserci. e si dà il la a possibili effetti collaterali poco lieti.
il tema dell'incontro - a titillare il libro - era quello se esistano lingue migliori di altre [in passato han pure provato ad usare questo elemento per rimbalzare fino a pensare esistessero razze migliori di altre, illudendosi di esserci pure riusciti a dimostrarlo]. ma la questione si è allargata, ovvio, su questioni molto più ampie.
mentre andavo a pigliare il tramme, per raggiungere il luogo del secondo incontro che mi ero segnato di seguire, ho avuto questa specie di flash.
che quest'idea di fondo, la comparazione che è meglio della gerarchizzazione, in fondo non mi era così estranea. come se ce l'avessi nel manuale delle istruzioni che partono da lontano. molto lontano. roba che si acquisce mentre non si ha la benché minima intuizione stia accadendo. credo sian quelle cose che arrivano dai genitori, o chi genitore tuo diventa.
ed ho avuto la sensazione che l'imprinting di questa propensione a pensarla già così, che 'sta cosa arrivi da mio padre. che per ragioni variegate, forse pure per gli strumenti culturali che aveva, non è stato un gran comparatore. ma sicuramente un ontologico anti-gerarchizzante. ad occhio ho idea non avesse idea di esserlo. e non ostante fosse rimasto folgorato dall'esperienza della naja, e mettersi sull'attenti col cappello d'alpino, e 'ste cose qui. era piuttosto anarcoide, per quanto col volto pacioso perculasse ad insaputa di tutti, anche di lui medesimo, non lo fosse. con l'idea di non voler essere poi così conformizzato. anche se non l'avresti detto. tanto poi faceva quel pareva a lui, senza necessità di acclararlo.
credo di essergli debitore anche di questo. che la storia dell'anarcoidismo l'ho acclarata un po' di più. ma da lui credo di aver intuito la dritta per evitare di infilarsi in questo genere di processi mentali che, passettino dopo passettino, tende a mettere sempre e comunque qualcosa come migliore di altri.
sempre e comunque.
migliori e peggiori.
credo di aver assorbito da lui quest'automatismo a rejettare la pars destruens del ragionamento di cacciari. non è stata l'unica cosa, ovvio. e molto altro ho assorbito da matreme, ovvio. ma mi piace pensare che questo possa non essere solo merito mio.
sono cose che spuntano in maniera quasi foscoliana. e ci sta tutto.
[e se le facessi spuntare altresì io, per certi versi, stigrandisssssimicazzi. e comunque foscoliani rimarrebbero].
in questo uichend un po' particolare, che non smette di essere particolare non ostante tutto il tempo passato. che rimesta anche nel senso di quello che sono diventato, come e perché. e che provo a diventare [anche] come effetto di quello che è stato. che è stato anche prima di me, corredocromosomicamente e molto altro oltre.
è anche il uichend di bookcity. che ormai è una specie di luogo di perdizione dell'anima, del desiderio e del bisogno. vagolo in maniera solitaria et rabdomantica. cerco spunti per suggestioni psicopipponiche. le propongono quelli che di mestiere fanno gli scrittori, o attraverso i libri trovano modo di raggranellare qualche spicciolo, oltre che la possibilità di confrontarsi con i lettori. compulsivi più o meno. io abbastanza più.
sono suggestioni succedanee a qualcosa di intenso che ormai non so desiderare o non so se davvero vorrei. [peraltro non trombo, indi qualche acme emotivo-intellettivo me lo scelgo per compensare]. confrontarmi in quei modi mi mostra la curvatura terrestre che si riesce a percepire, per arrivare ad intuire gli sconfini della mia ignoranza. questo però è sempre positivo. perché confrontarsi con quelli più bravi fa sgorgare una specie di tentativo di mimesi. ma nel senso che è l'esatto opposto dell'invidia o del disconoscimento [massssssì, quello in fondo è un pirla, capìss nagot]. che sono le direzioni che mica bisogna pigliare. inoltre mi ricordano che, qualche volta, qualche idea abborracciata ce l'avevo in testa. poi è appunto solo abborracciata. manca il tempo, la costanza, la formazione. probabilmente non manca la sensibilità, il terreno di coltura. cosicché, in qualche modo, l'idea c'è.
insomma.
spesso è facile che al termine di tutto questo arrivi ad essere financo quasi euforico.
non è così, questa sera.
credo anche perché è un uichend un po' particolare, appunto.
e forse è perché da stamani che ogni tanto penso a mio padre. che poi è anche la storia del uichend un po' particolare. e per cui, tutto sommato, me lo voglio vivere in maniera un po' intimista. per quanto andare a bookcity possa non sembrare così, in battuta.
e ci sto pensando anche alla luce della mancanza, anche se forse non me ne sono mai reso troppo conto, quando c'era. e che ha dovuto smettere di esserci, per capire come [mi] sia mancato. per certi versi. mentre per altri quanto lui sia stato più formativo di quel intuissi allora.
riconoscimento e lamentela. gratitudine ed incazzo. essere molto più figlio di mio padre di quanto abbia capito e accettato, prima. e quanto avrebbe potuto essermi più padre lui, durante. un po' mastincando amaro sia con me che con lui. che lo so non serve a nulla. ma mastico comunque. smettere di farlo sarebbe peggio della sensazione un po' così, che mi sento appiccata addosso in questo momento.
ed il tutto è partito con la storia delle isoglosse.
che il linguista primo relatore - l'autore del libro - ad un certo punto ha nominato nel suo intervento. intervento invero molto più scoppiettante di quello che è venuto dopo, la star mediatica, che fa da spalla al fatto si compri 'sto cazzo di libro, e poi si può far la fila per la firma. la star mediatica, a 'sto giro, impersonata da massimo cacciari. solo che cacciari, è tipo un diesel vecchia generazione di un mezzo con le marce ridotte e mozzi bloccati. forse è meno brillante, specie se viene dopo uno che ha una parlata ed un ritmo che mettono quasi allegria. quando però entra a régime aggrappa il ragionamento e pare lo domini, lo avviluppi, salendo le irte scoscesità delle sue tesi, e lo fa demolendo la sensazione di essere in salita. la sua erre arrotata ti dà quasi quella sensazione fisica.
insomma. quel ragionare di un'oretta sulle "sei lezioni di linguistica contro il razzismo" si sono distillate - tra l'altro - nell'idea, bellissima, che quando si scorgono alterità, differenze, peculiarità alternative, bisogna sempre metterle in comparazione, mai in gerarchia. perché nella comparazione della varietà è possibile individuare elementi che possano influenzare, e quindi arricchire in maniera vicendevole. se queste varietà sono impilate secondo una gerarchia, la mutua contaminazione - sono sempre più convinto, arricchente - ovvio non può esserci. e si dà il la a possibili effetti collaterali poco lieti.
il tema dell'incontro - a titillare il libro - era quello se esistano lingue migliori di altre [in passato han pure provato ad usare questo elemento per rimbalzare fino a pensare esistessero razze migliori di altre, illudendosi di esserci pure riusciti a dimostrarlo]. ma la questione si è allargata, ovvio, su questioni molto più ampie.
mentre andavo a pigliare il tramme, per raggiungere il luogo del secondo incontro che mi ero segnato di seguire, ho avuto questa specie di flash.
che quest'idea di fondo, la comparazione che è meglio della gerarchizzazione, in fondo non mi era così estranea. come se ce l'avessi nel manuale delle istruzioni che partono da lontano. molto lontano. roba che si acquisce mentre non si ha la benché minima intuizione stia accadendo. credo sian quelle cose che arrivano dai genitori, o chi genitore tuo diventa.
ed ho avuto la sensazione che l'imprinting di questa propensione a pensarla già così, che 'sta cosa arrivi da mio padre. che per ragioni variegate, forse pure per gli strumenti culturali che aveva, non è stato un gran comparatore. ma sicuramente un ontologico anti-gerarchizzante. ad occhio ho idea non avesse idea di esserlo. e non ostante fosse rimasto folgorato dall'esperienza della naja, e mettersi sull'attenti col cappello d'alpino, e 'ste cose qui. era piuttosto anarcoide, per quanto col volto pacioso perculasse ad insaputa di tutti, anche di lui medesimo, non lo fosse. con l'idea di non voler essere poi così conformizzato. anche se non l'avresti detto. tanto poi faceva quel pareva a lui, senza necessità di acclararlo.
credo di essergli debitore anche di questo. che la storia dell'anarcoidismo l'ho acclarata un po' di più. ma da lui credo di aver intuito la dritta per evitare di infilarsi in questo genere di processi mentali che, passettino dopo passettino, tende a mettere sempre e comunque qualcosa come migliore di altri.
sempre e comunque.
migliori e peggiori.
credo di aver assorbito da lui quest'automatismo a rejettare la pars destruens del ragionamento di cacciari. non è stata l'unica cosa, ovvio. e molto altro ho assorbito da matreme, ovvio. ma mi piace pensare che questo possa non essere solo merito mio.
sono cose che spuntano in maniera quasi foscoliana. e ci sta tutto.
[e se le facessi spuntare altresì io, per certi versi, stigrandisssssimicazzi. e comunque foscoliani rimarrebbero].
in questo uichend un po' particolare, che non smette di essere particolare non ostante tutto il tempo passato. che rimesta anche nel senso di quello che sono diventato, come e perché. e che provo a diventare [anche] come effetto di quello che è stato. che è stato anche prima di me, corredocromosomicamente e molto altro oltre.
Wednesday, November 6, 2019
piccolo post ipotetico [retoricamente ipotetico]
ma se io intravvedessi, in una qualunque caleidoscopica modalità, un qualcosa che possa diventare un obiettivo a medio-corto termine. diciamo uno, due anni. obiettivo tutto sommato abbastanza preciso e definito.
e se questo obiettivo a medio-corto termine fosse un qualcosa che, una volta raggiunto, realizzato, messoinsaccocciato significasse un'istanza ormai inalienabile. impegnativa, magari, ma che si può concretizzare a fronte di incroci di condizioni che non si presentano così, a gratis, e quando capitano allora bisogna più o meno cogliere l'attimo. ma poi il grosso appunto è fatto.
e se poi, una volta che il grosso è stato fatto, si possa pensare che a quel punto fosse anche possibile portarsi avanti più tranquilli, financo più lenti, senza prescia o affanni, anche perché ormai col culo al caldo.
e quindi, grazie a questa minore ansia prestazionale, pensare di dedicarsi a cose più confacenti, che non serve mica poi 'sto granché per viversela dignitosamente. e serenamente appagati.
e se si riuscisse pure a trovare cose più confacenti.
e se questo diventasse così un obiettivo a medio termine. diciamo tre, quattro anni. per quanto con meno precisione su come declinare quell'istanza, rispetto a quella precedente dico. però sapendo che si può anche pensare di andare in quella direzione. e non solo pensarlo. ma che si può fare. diventa possibile.
sapere cioè di poterle fare, le cose. come se fossero sorte al di qua degli orizzonti degli eventi. in cieli che stanno in un emisfero non solo ed esclusivamente immaginifico.
nei giorni scorsi ho accarezzato questo brivido rassicurante.
non so quanto durerà. non so quanto il tutto si scontrerà con quella cosa che poi si chiama vita, calata dentro il principio di realtà.
però, per la prima volta in gazziGlioni di anni, ho la vaga impressione che pianificare le cose - anche solo un minimo - e definire degli obiettivi siano possibilità concessemi.
e che non sarebbe così idiota sfruttare queste possibilità unite alla consapevolezza. e poter passare dalla potenza all'atto.
chi l'avrebbe mai detto, peraltro.
e se questo obiettivo a medio-corto termine fosse un qualcosa che, una volta raggiunto, realizzato, messoinsaccocciato significasse un'istanza ormai inalienabile. impegnativa, magari, ma che si può concretizzare a fronte di incroci di condizioni che non si presentano così, a gratis, e quando capitano allora bisogna più o meno cogliere l'attimo. ma poi il grosso appunto è fatto.
e se poi, una volta che il grosso è stato fatto, si possa pensare che a quel punto fosse anche possibile portarsi avanti più tranquilli, financo più lenti, senza prescia o affanni, anche perché ormai col culo al caldo.
e quindi, grazie a questa minore ansia prestazionale, pensare di dedicarsi a cose più confacenti, che non serve mica poi 'sto granché per viversela dignitosamente. e serenamente appagati.
e se si riuscisse pure a trovare cose più confacenti.
e se questo diventasse così un obiettivo a medio termine. diciamo tre, quattro anni. per quanto con meno precisione su come declinare quell'istanza, rispetto a quella precedente dico. però sapendo che si può anche pensare di andare in quella direzione. e non solo pensarlo. ma che si può fare. diventa possibile.
sapere cioè di poterle fare, le cose. come se fossero sorte al di qua degli orizzonti degli eventi. in cieli che stanno in un emisfero non solo ed esclusivamente immaginifico.
nei giorni scorsi ho accarezzato questo brivido rassicurante.
non so quanto durerà. non so quanto il tutto si scontrerà con quella cosa che poi si chiama vita, calata dentro il principio di realtà.
però, per la prima volta in gazziGlioni di anni, ho la vaga impressione che pianificare le cose - anche solo un minimo - e definire degli obiettivi siano possibilità concessemi.
e che non sarebbe così idiota sfruttare queste possibilità unite alla consapevolezza. e poter passare dalla potenza all'atto.
chi l'avrebbe mai detto, peraltro.
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