Sunday, September 19, 2021

faccio un altro post ombelicale. piuttosto di getto.

faccio un altro post ombelicale. è che di cose meno ombelicali me ne sono pure passate per la testa. solo che poi lascio andare. ho la sensazione pure questo sia un sintomo. ma resta valida la considerazione di quello precedente. ci vuole uno che ha studiato, che magari mi spiega che è un bias confermativo.

resta il fatto però che tutto mi scivoli via perché è roba che promana da me. quindi con poca.. ehm, usiamo quel termine? massì. mi si continua a parare in testa come la prima suggestione aggettivizzante. cerco il sinonimo, ma niente. si ripianta lì, come se uno provasse a mandarla indietro, e 'sta parola, 'sta suggestione aggettivizzante, 'sta autopercezione sgomitasse, per ritornare in cima alla fila. e quindi sia. è roba che promana da me. quindi con poca dignità di essere proposta.

quand'anche ritrovassi i semini che intuii avere meco, quelli che avrebbero germinato canzoni, o qualsiasi cosa lì nei dintorni che potesse emozionare, poi bisognerebbe avere il coraggio di proporli. e 'sto cosa si porta dietro - inevitabile - una qualche forma di autostima ed egotismo. non sei artista - qualsiasi cosa significhi tutto ciò - se non hai la convinzione che quello che hai creato abbia sempre e comunque una stilla di ragione per essere fruita. convizione piccola o grande che sia. che è legata al fatto che è roba tua, quindi merita di non rimanere misconosciuta.

anche oggi, mentre osservano la maratona di documentari al mudec, non sono riuscito ad evitare questo pensiero. tutte autrici, tranne quello della produzione più breve. tutte donne. roba fatta bene e roba fatta meno bene. ma roba di qualità. e autrici con la convinzione fosse giusto fossimo lì a fruirne [invero davvero pochissima gente, non vorrei esagerare ma, al netto di chi portava il proprio lavoro e gli organizzatori, credo non arrivassimo a cinque, tra gli spettatori propriamente detti. una potenza di fuoco organizzatrice per quasi nessuno]. 

[d'altro canto ci sono andato per occupare un pomeriggio. di un sabato ancora complicatino. e la settimana complicatina - nel senso lavorativa - non ha aiutato. un sabato che forse si è fatto un po' epifania. che probabile possa avere senso mettere la pietra sopra su alcune situazioni evanescenti. roba che pensavo potesse concretizzarsi, nei lunghi mesi di eremitaggio del lago. ed invece il pensiero o il desiderio sfuocato, abbozzato, si è rivelato essere più consistente. tanto per dar la tara l'evanescenza delle situazioni. anche questo è fare, no? provare a metterci una pietra sopra. ed evitare di attaccarci un pezzo di pensiero del tipo: vabbhé, magari poi cambia. sono piccole catene e autotrappole. bisogna adoperarvicisi. per questo è un fare. oltre che un salutare pigliare gli appunti di quello che si è imparato, sulle minchiate in coazioni a ripetere fatte anni e anni addietro. che si pensava di aver tutto 'sto tempo e tutto 'sto diritto che le cose poi curvassero da una parte ben desiderata. non c'è tutto 'sto tempo. e soprattutto non c'è nessun diritto. le cose vanno spesso per i cazzi loro. rimanere impigliati nel desiderata dei giorni andati è solo roba sprecata. oltre che stupida fascinazione per delle proiezioni, roba passata. oltretutto il mio inconscio falegname, con trenta eurI, me lo faceva venire meglio il sogno onirico [semicit.].

comunque uno dei documentari raccontava del fenomeno delle palestre [popolari] di boxe. e del grande insegnamento dell'apprendere la nobile arte della. per un attimo ho pensato che potrebbe essere un'alternativa. che se riuscissi a superare l'imbarazzo cameratesco da spogliatoio, magari fa lo stesso effetto della cura blanda [o blandissima]. solo che potrei continuare a donare [nel senso di sangue]. e questo la dice lunga sullo stato della mia rassegnata confusione. oltre al fatto che al massimo la mia autostima mi fa scrivere post ombelicali, in un blogghettino della minchia. isolato. al netto dell'affetto costante dei cinquesei. [che poi magari i cinquesei sono il filo sottile tipo le canzonicontrolapaura, o la mia rete sociale assottigliatissima, ma davvero tanto assottigliatissima, forse un po' troppo assottigliatissima. però è roba che tiene ancora su. e che non si rompa il filo sottile]].

[non rileggo nemmeno, come una volta. e pubblico. refusi compresi. in realtà la mattina dopo ho riletto, e tolto qualcuno dei refusi. che magari ne rimangono comunque altri].

Saturday, September 11, 2021

blando [o blandissimo? se può far differenza]: appunti sparsi. post molto ombelicalmente intimo, forse sconfessabile [con la tastiera del portatile sostituito. ma non diminuiranno i refusi]

al sabato mattina è [quasi] sempre come se tutto si schiantasse. tipo il momento più complicato della settimana. si riversa - gluuggglugggluggg - la stanchezza dei giorni precedenti. la testa non si infila nella zona di conforto tossica, per pensare ai pattern che ormai domino. pattern che però la tengono impegnata. ed è più semplice lasciar fuori il resto. che poi sarebbe il quasi tutto. tipo sono quasi del tutto bloccato, immobile. quello che non fa, insomma. oppure si fa quello che è semplice, inevitabile. pigliarsi quello che viene incontro. sperando non sia della merda variegatameante montante.

stamani tutto questo è stato abbastanza lancinante. però non tipo quando sogno cose lancinanti, nel senso di percezioni desiderate. che si percepiscono solo nel sogno. bensì tipo quando sogno che la casa - a milano - è onusta di coinquilini, che però non incrocio mai. ci sono, ci sono i letti rifatti, gli spazi occupati. ed io so che non sono più solo in casa. ed è questo l'elemento lancinante. non vivo più solo, ma non l'ho mica scelto io. e c'è l'altro elemento lancinante che è il ricordo di quando ero solo. ed era una ficata, stare solo, senza coinquilini. c'è poco spazio, ci sono altri che limitano le possibilità del fare. solo che non li incrocio mai. da una parte è rassicurante - dovrei affrontarli ed interloquircivi. dall'altra è una situazione disassemblante che ti ritrovi addosso. senza che ne si abbia avuto contezza. gli incubi sono altri, occhei. anche i sogni lancintamente belli, però. ed ogni tanto il mio inconscio anarchico me ne apparecchia qualcuno, pensa te.

stamani ho avuto la sensazione che forse sì, forse ci sono dentro. magari anche solo ai margini. magari è solo un fatto che è roba che arriva alla caviglie. ma ci sono dentro. si può scrivere? beh, sì. scriviamolo. sindrome depressiva. o depressione. qualsiasi cosa significhi. qualsiasi siano le cause. qualsiasi i tentativi per rimettersi in bolla. qualunque espediente a far piccole cose mitiganti. è proprio perché le cose non vanno così male. è proprio perché non è tutto così oscuro. è proprio perché non c'è la disperazion cangiante e temporanea della buchetta. è proprio perché non mi ha impanicato percepirlo. ma forse proprio per questo mi pare di averla vista, per un attimo, percepita, 'sta cosa qui. qui accanto. esserci.

io ho studiato altro. e soprattutto guardo troppo l'ombelico mio. quindi potrebbe essere una percezione falsata, autoindotta. un normalissimo bias confermativo, come un novacse qualsiasi, che osserva l'eccezione per contestare la regola. quindi tecnicamente avrei bisogno di qualcuno che verificasse. clinicamente, dico. nell'evanescenza delle cose umane.

odg me ne ha accennato qualche mese fa. di un blandissimo antidepressivo [o blando? se può far differenza]. poi ha convenuto anche no. in questo momento non mi sembra un'ipotesi iperbolica. è un'altra percezione, occhei. ma prima mica ce l'avevo. ho pensato che sì, se così fosse, non potrei donare [il sangue] per un po'. mi ha fatto sorridere questo pensiero automatico. e che potrei arrivare a quarantanove, donazioni dico. che poi sarebbe un piccolo obiettivo non del tutto raggiunto. quasi in coerenza.

Tuesday, September 7, 2021

post domenicale. solo che è martedì sera. le tante sfaccettature dell'ermi [oltre le mie giaculatorie]

domenica sono salito all'alpe colle. ad un incontro in ricordo della mille sfaccettature dell'ermi. in realtà sono stato indeciso fino all'ultimo se andarci. un po' il giro emotivo. un po' il timore di incrociare elementi disturbanti. un po' la sensazione ne sarei uscito turbato.

in effetti è stato così. il turbamento, dico.

volevo arrivarci camminando. un po' in ricordo dell'ermi, un po' in onore suo, un po' in nevrosi mia.

pensavo di impiegarci poco più di due ore, pausa panino inclusa. ce ne ho messe tre. non fermandomi mai. l'ultima ora ed un pezzo con un filo di inquietudine. non ne vedevo la fine. i muscoli cominciavano a dire: aiò, rallenta. la testa a fare quella che girava. ho cancellato dalla minuta della memoria il post che pensavo di scrivere, fino a quel momento, sulla prima parte di quella camminata.

poi, appunto, sono arrivato.

ero in ritardo. avevano già iniziato. io, da par mio, sudato fin nell'intimo, madido ovunque, stonatino.

cazzo. era veramente tanta roba quell'orso. molto più avessi intuito in tutti questi anni in cui mi son detto: magari provo a [ri]farmelo amico. o quella cosa che mi avrebbe concesso, o avrei vinto la timidezza di provare a chiedergli. ed invece uno si propone cose. e poi le cose vanno come cazzo vogliono loro. potrebbe essere un monito. non è che che 'sta cosa mi sia del tutto [ormai] misconosciuta. è che non è che mi stia adperando poi tanto, non ostante lo stia capendo sempre di più, nell'intimo dico.

era veramente tanta roba. sì. a partire dalla scrittura creativa. che forse dovrei prendere e [ri]leggere. che magari c'è molto che non colsi. pochi avverbi. un'essenzialità che, a ripensarlo ora, è come se non potesse essere che quella, la cifra del suo stile. la fisiognomica della forma della sua prosa. non ho tutto 'sto gran problema ad ammettere che provo una soggezione ex-post. come se mi venisse da chiedermi: ma che cazzo continuo a provarci, seppur nel cantuccio isolato e protetto e uterino di un blogghettino della minchia. quando in fondo uno che non avrebbe sfigurato come intellettuale, a livello nazionale, ce l'avevo qui dietro casa, e non ho mai provato a confrontarmici. lui che è riuscito in quel mescolare piani, come magari avrei voluto fare io: roba intuita da poco più che bimbo, ed invece lo incrociai solo allora. mai senza essermi liberato da una sensazione che - sottilmente - gli stessi pure sui coglioni.

era un orso, schivo, di poche e misurate parole. questo l'hanno ribadito in tanti. e di 'sta cosa ne ho una contezza quasi istintuale. era generoso ed altruista. anche questo lo hanno sottolineato in parecchi. non ne ho avuto modo di percepirlo. non c'è ragione per non credere loro, figurarsi. anzi. era fottuto orso cui era difficile non provare a voler bene. sempre te ne desse lui la possibilità. non credo fosse una questione di alterigia. ma di un imbarazzo degli occhi sfuggenti. forse mi sono fissato io. ma è lo sguardo che si intravvede in un sacco di foto del faber. fose sono fissato, appunto. non foss'altro che è stato lui [l'ermi] a farmelo conoscere [il fabero], incuriosendomi. come si può far incuriosire un ragazzino.

ne sono uscito un po' turbato, sì. perché ho avuto contezza della mia sbruffonantissima pochezza. nel non riuscire in quel viver con le parole. uno dei desideri tanto più reconditi quanto irrealizzati. forse non sono all'altezza. punto. al netto abbia fatto altro, con qualche capacità magari pur oltre la media. al lordo mi sia riuscito poco.

in fondo dovevo esser un pre-regazzino piuttosto sveglio, ad intuire che avrei dovuto imparare molto di più da lui. che c'era uno scintillio, che erano possibilità maieutiche da cui sussumere quella roba che sentivo risuonare, anche se non capivo bene neach'io so come [cit.]. invece orso lui, imbarazzato io, e magari pure antipatichino ai suoi occhi. ed è andata com'è andata.

rimane un qualcosa di irrealizzato. figurarsi per chi lo frequentava in altro modo, quanto possa mancare.

io me resto qui. orso intimidito. che me ne sono stato fuori, per tutto quell'incontro, dal picolo cortiletto. un po' per necessità, un po' per timore, un po' per difesa. tagliato fuori. tieffe. come mi disse una volta non ricordo esattamente per quale motivo. ci intuii un po' si perculasse e mi perculasse. con un understatement un po' tirato. 'ché avevo la sensazione, invece, lui avesse ben contezza di quanto valesse e di quanto fosse riuscito a fare. che poi si faccia fatica ad ammetterlo, anche questo, lo capisco bene. ah, se lo capisco bene.

in trentaduesimi la stessa contezza che ho io di me medesimo, adeso, ora. solo con l'evidenza quasi smaccata abbia buttato un po' a minchia possibilità e capacità: piccole o grandi fossero. ma con la picola aggravante di non averci provato. oltre al fatto abbia rimandato, rimandato, rimandato. era qui dietro casa. magari mi avrebbe gentilmente congedato. ed io ci sarei rimasto male. ma almeno ci avrei provato. avrei provato a dare una possibilità alle cose.

dare possibilità alle cose. appunto. [è che non è che mi ci stia adperando poi tanto].

comunque sono contento di essere riuscito a salire all'alpe colle. ed essere presente a quel ricordo: sentito, ragionato, colto, affettuoso. anche se proprio proprio, forse, qualche passaggio un filo retorico mi è rimbalzato nella percezione sottile. per quanto sia saccente e fuori luogo, non sono così sicuro che l'ermi lo avrebbe apprezzato. saccente e fuori luogo perché in fondo lo conoscevo - ahime - poco. alla fine è stato importante esserci. anche se lo sapevo sarebbe stato complicato. però non si può mica sempre fuggire. e rimane la possibilità di poterlo leggere. che poi è un modo di rimanere qui. in questo merletto di relazioni che è il vivere. 'sti fottuti che vivono con le parole, poi se ne vanno molto più lentamente. chiamali scemi.




Tuesday, August 31, 2021

sbronze. anzi no, dai. un bicchere di troppo [io, almeno, nel mio cantuccio].

incredibile. son quasi sul pezzo. stamani ascolto dell'uscita di questo fenomeno di assessore regionale alla sanità del lazio. che poi sarebbe pure del piddddddì. che poi dovrebbe essere un partito di centrosinistra, parlandone financo da lontano. i novacse si paghino le cure se si ammalano.

non erano ancora passati quindici minuti dalla sveglia. son cose complicate da elaborare per un serotino come me. però mi sono sgorgati un paio di pensieri contrapposti. anzi, uno è proprio scappato fuori, tipo che scivola il piede dalla frizione quand l'altro è ancora sull'acceleratre. poi si è fatto largo l'altro. ed ha rimesso a posto - fortunatamente - il primo. come lo sragionare ebbro, ed il decidere sobrio.

il piede che scivola dalla frizione è che sto sentendo aumentare, in maniera importante, l'idiosincrasia verso tutta la galassia distopica dei novacse, variegatamente detti. aumentare l'idiosincrasia è un eufemismo, per capirci. in questo momento di rinculo emotivo - questo periodo mi ha debosciato, no? - non mi risulta complicato pensare di farne un elemento dirimente. roba da dentro o fuori. condizione sufficiente per continuare piuttosto che chiudere relazioni o interlocuzioni. sta mettendo a dura prova - mia - un'amicizia quarantennale, giusto per dar la tara. capisco sia il vortice innescato dall'acutizzarsi di posizioni, con quell'effetto leva bastardo del bias cognitivo percepito. loro sono una minoranza in cui non voglio affatto stare. quelli più agitati sono percentualmente pochi. sproporzionatamente però hanno visibilità, riescono a prendersela, catturano - troppo - la mia. mi si magnetizza l'attenzione. come spesso accade per fenomeni che se ne stanno agli antipodi. la stesa perversa curiosità verso i fenomeni del putridume fognario neonazifascista.

insomma. i novacse non stanno esattamente in cima a coloro per cui provo stima, affetto, tenerezza. anzi. se non mi si ribaltasse addosso l'acredine potrebbero andaresene pernacchiosamente affffffareintooouuuuucuuulo. evito di dar sfogo a questa istanza mascellar-istintuale. perché è dannosa, in principio a tutto, a me. e fuggire la tentazione di scivolare nell'acredine rancorosa di cui sento ammantate le loro ragioni.

è anche per questo che non si augura nessun male a chiunque. novacse inclusi. che per correlazione potrebbe essere finire con un tubo in gola in un letto di terapia intensiva. ma sarebbe un letto in terapia intensiva di troppo. peraltro occupato. non a disposizione di un'altra creatura che, per altri millemila motivi, può aver la sfiga di finirci in terapia intensiva.

ma al netto di quel che provo a pensare - come da fondamento delle persone hombre vertical, della psicologia positiva - c'è qualcosa di molto più laico. di più sobrio. di più generale ed inclusivo. di universale.

che è quello che dice l'articolo 32 della Costituzione. quello della salute come fondamentale diritto delle persone. e le cure gratuite agli indigenti. che significa bisognosi [di cure]. non si fanno distinzioni. chiunque. è qualcosa che va oltre il giuramento di ippocrate che ogni medico fa quando si laurea. trascende tutti. è la Repubblica che tutela il diritto alla salute.

non importa quanto sui coglioni possano starmi i novacse. non importa quanto possa essere stato efferato un terrorista, uno stupratore, il più bastardo degli stronzi tra gli infami dell'umanità. io sono io con le mie piccolezze, e sto quaggiù. la Repubblica tutela tutti.

quella dell'assessore è tecnicamente una stronzata. Costituzionalmente una puttanata. se funzionasse secondo la sua logica cinica, perversa, miope, oggi sono i novacse. e domani a chi potrebbe toccare? a chi negare le cure garantite? se toccasse ai mancini, 'ché la sinistra è la mano del diavolo? e magari ai mancini laureati in ingegneria perché così si sporca di meno quando scrivi - da sinistra a destra - con il pennino a china? o magari i mancini laureati in ingegneria anosmici, che se va a fuoco qualcosa non sentono puzza di bruciato e rischiano di lasciar scatenare un incendio? non credo mi starebbe così bene. metti che poi mi deve pure difendere un novacse [sempre non scopra che in questo momento non stanno nella top ten delle mie hit preferite].

è questo il pensiero che ha ricacciato indietro l'altro. l'ha rimesso nell'alveo dei riflessi pavloviani di cui non andare così fieri. per quanto con la contezza alberghino meco.

ed è la prova provata che per fortuna esiste questa Costituzione. che la stiamo pezzottando. ma continua a rimanere lì, che fa da argine. che poi l'ha riassunta bene zagrebelsky. le si scrive da sobri, per usarla [e proteggersi] quando si è sbronzi. dalle minchiate sesquipedali da coma etilico di un assessore alla sanità, che qualche danno prammatico può ben farlo. al bicchiere di troppo che posso aver bevuto io, nel mio cantuccio, che faccio danni solo a me stesso a pensare con acredine.

io è cosa buona et giusta faccia un po' i conti con i miei pensieri piccoli ed asfittici. l'articolo 32, come tutti gli altri, sta su un altro piano. di sobrietà. nel senso più ampio del termine. e per fortuna. come una tutela che stamani mi ha un poco rasserenato. anche per il fatto sia principio ispiratore. principio, nel senso che sta all'inizio.

[e i novacse, ne usciranno assieme a tutti gli altri, prima o poi. ne usciranno sopratttutto grazie agli altri. ed una volta che ne saremo fuori, serenamente, pacatamente, delicatamente, misericordiosamente, benedicentemente potranno andarsene afffffffarenintoooooouuuuucuuuulo. senza rancore, ovvio].

Friday, August 20, 2021

volato in cielo

premessa 1. credo che l'effetto di questi diciottomesi sia una blandissima versione di uno stress post traumatico. non è che solo questione di debosciamento. riverbero [male] per minchiate decisamente sempre più minchiose.

premessa 2. le minchiate non sono nulla, in sé, tranne che nella mia testa. e soprattutto non sono nulla - nulla - rispetto a quello che può capitare ad altri, vicini, nel mondo ricco occidentale dell'hometown.

ho partecipato ad un funerale di un bambino di tre anni.

non è stato esattamente un funerale. ma un momento corale di saluto, credo molto intimorito. quanto meno ero intimorito io. ho cominciato a riverberare emotivamente qualche giorno prima [a 'sto povero bimbo han dovuto fare anche l'autopsia]. c'era la possibilità lo facessero lontano da qui. dove ora vivono i genitori, non nell'hometown della mamma. sarebbe stato più facile evitare di andarci. e invece campo dell'oratorio, quello che era stato il mio oratorio. troppa gente per la chiesa. un posto importante per i genitori. non ci entravo dal funerale dell'ermi. magari adesso anche basta.

mentre mi incamminavo sentivo il fiato farsi necessità di respiri lenti e profondi. per provare a tranquillizzarmi. sentendomi debosciato, ovvio. al pensiero di quel che stavano passando, via via a crescere, la spirale che porta alla cerchia più stretta di coloro investiti da 'sta cosa devastante. al padre. alla mamma. partire per la vacanza in quattro. e tornare in tre. con in mezzo giorni che, da un po' di febbre, hanno portato a spalancarsi quello che si è spalancato loro.

sono entrato da un cancello posteriore. provvidenzialmente aperto. mi sono infilato nel campo di basket, accanto a quello di calcio. quello pieno di gente, con gli spalti attorno ed il piazzale pieno anche quello. io me ne stavo defilato. solo.

[parentesi. anche in quel momento l'ombelico non ha fatto mancare il suo ricordo solipsitisco. di quando quel campo di basket venne inaugurato. trentanni fa. fanno sei lustri. sette olimpiadi e mezzo. venne il sacro chiodo vescono di novara di allora. stavo preparando analisi I. e mi è parso di rivedermi girarle nei pressi, lei seduta sul muretto basso della rete, senza il coraggio di avvicinarmi, come invece avrei fatto con naturalezza fino a poche settimane prima. allora non lo sapevo, ovvio. ma stavo dando il via alla ossessione-compulsione pseudoaffettiva più dura e dannosa abbia mai istanziato [grande collaborazione e contributo da parte di costei. ma era comprimaria. l'approccio ossessivo è sempre stato solo mio]. pealtro spacciandomela per purissimo innamoramento romantico, sturmundrang delimecoglioni. anni. roba da diserbare possibilità, opportunità, storie potenziali, alternative reali. per anni. e soprattutto quegli anni. vabbhé.]

però, appunto, quello che stava succedendo sul campo di calcio dell'oratorio.

non pensavo che vedere una bara bianca, così piccola, minuta, potesse farmi quell'effetto.

io non ci provo nemmeno ad immaginare cosa debba essere per quei due genitori. per la mamma. che uno pensa sia sempre piccola, per il fatto l'hai incrociata poco più che bambina negli anni oratoriani dell'impegno attivo e totalizzante. lì davanti a me, nel campo, ce n'erano alcuni di quelli con cui ho condiviso quegli anni. quasi tutti sposati. quasi tutti con almeno due creature. io da tutt'altra parte, e non solo perché me ne stavo solo nel campo di basket, a camminare ogni tanto per allentare la tensione. c'erano alcuni degli altri. tutti hanno passato i momenti in cui i loro figli hanno avuto tre anni. chi l'altro ieri. chi da più tempo. posso immaginare abbiano pensato che avrebbero potuto perdere il loro, a tre anni. e invece ha detto male a quei due, stretti in un abbraccio, appena dietro la bara bianca. posso provare ad intuire da lontano il brivido gelido che deve essere risalito lungo la schiena al pensiero. non sono un genitore. quella paura profonda, per la cosa più innaturale esista, non la conosco. però ho osservato i loro volti. e lo sgomento. non ci provo nemmeno ad immaginare cosa possa significare perdere un figlio, un bambino di quell'età.

hanno cantato molto [l'accordatura delle chitarre, magari un'altra volta, possibilmente non un funerale. non riesco a non sentirle così stridenti 'ste cose]. anche la celebrazione un po' diversa da un normale funerale. un saluto, doloro e commosso di tutti. i genitori - da che ne so - molto ancorati all'eco e al lascito di esperienze oratoriane.

ho ascoltato le parole dei celebranti. e come non mai mi sono sembrate sincere quanto discrasiche. effetto del mio agnosticismo, ovvio. ma davvero mi chiedo quale e quanto sollievo possano donare quelle sicumere metafisiche, rispetto al trauma e alla devastazione psichica, emotiva, del fottutissimo immamente. soprattutto chi da quel trauma dovrà provare a risollevarsi. con un peggio che - ahimé immagino - dovrà ancora venire. mi scuso, in anticipo, se urto qualche sensibilità tra i cinquesei. ma ho avuto la sensazione di pannicelli caldi a lenire una lacerazione profonda, esposta ed emorragica. poi mica mi dimentico il kernel del messaggio da cui diparte il tutto [posso usare teleologico?], specie nel momento del saluto, il commiato funebre. la sensazione poco piacevole possa consolare distratto solo chi, da quella lacezione profonda, se ne sta ben lontano. un amensiafattalatuavolontà sui traumi degli altri. anche l'eco di quelli che gli altri non hanno vissuto [per fortuna].

via via che la celebrazione avanzava il [mio debosciato] riverbero è scemato. non a tutti i compagni, di allora, lo sguardo è tornato più sereno. anche dopo la fine della messa. particolarmente 'sta volta non ho avuto quella gran gana di salutarli, scambiarci dei convevoli. pian piano il campo e l'oratorio si è svuotato. sono uscito dal campo di basket. e mi son seduto, solo, per qualche attimo all'ombra di un albero. guardavo altri cominciare a sbaraccare. i vari preti a salutare persone chei si avvicinavano a spizzichi. ho avuto la sensazione che tutti stessero tirando quel sospiro più lungo, che quel rito collettivo - complicato - ormai era alle spalle. quei pochi attimi, solo, all'ombra mi hanno regalato un po' di serenità. mi era chiaro stessi vivendo un momento particolare. per certi versi unico. roba che mi si sarebbe piantata nella memoria.

ho pensato a quei genitori che hanno accompagnato quella bara bianca minuta. che non ci provo nemmeno ad immaginare. ho pensato che quel bimbo se n'è andato lo stesso giorno che se ne andava gino strada. un cammino appena cominciato, interrotto, ed interrotto in quel modo. quelle parole metafisiche dentro la celebrazione un po' di saluto, un po' di rito, un po' pannicelli caldi. e quella montagna di vita vissuta, di eredità ed esempi che lascia. da ateo. nell'immanente. cose fatte. che tengono in piedi parole essenziali e non confutabili. ho pensato a queste due creature. così fottutamente diverse. che non so se siano volate da qualche parte. mi verrebbe da pensare di no. se non volate dentro nel ricordo dell'emozione di ciascuno che se le ricorderà. in maniera fottutamente diversa, ovvio.

pensavo questo, seduto da solo, sotto l'albero. mentre riuscivo a respirare più rasserenato. pensavo. poi ho pensato che potevo cominciare a raccogliere le sedie accanto a me. impilarle. dare una mano a chi sta riordinando quel posto. dove peraltro avevo fatto, tanto. finendo in buona fede su strade un po' cul de sac. ma avevo fatto.

posso fare.

anche, quando capiterà, portare il mio abbraccio a quei genitori. molto immanente, ovvio. oltre non riesco proprio più ad andare.

Saturday, August 14, 2021

ma chi l'ammazza a questo

tra le tante millemila storture et contraddizioni che mi contraddistinguono c'è anche questa. ho idealizzato [ammmminchia] un sacco di persone. ho sempre trovato fastidiosa l'agiografia et santificazione retorica delle persone.

stamani il braga, alla radio, ha dedicato due terzi della rassegna stampa al ricordo di ginostrada. per scelta non ha nemmeno citato lo strame giornalistico della destra. ma anche in quelli di qua, qualche sensazione non esattamente piacevole l'ho percepita. quindi. figurarsi se vorrei a scrivere qualcosa che possa sembrare una cosa che gli si avvicini a quella roba là. va benissimo anche no. ci provo, correndo il rischio.

la notizia, ieri, mi ha colpito come non credevo. come se uno non se l'immagina che possa capitare. tipo quando mi chiamarono per dirmi che era morto l'ermi.

e poi invece capita.

e mi è tornata subito in mente una cosa. che poi è quella che vorrei mettere in questo post. che non mi riuscirà come mi piacerebbe scriverlo. anche solo per spalmare sulla carta diggggitale postica quello che mi riverbera dentro. però 'stigrandissssssimicazzi se non verrà come mi piacerebbe scriverlo. in fondo è una cosa scritta. tecnicamente con elementi psicopipponici. e in fondo è in coerenza con la cosa che mi è tornata in mente.

io l'ho incrociato, con una certa prossimità, solo una volta. per caso. o meglio: quasi. ero alla sede di emergency. mezzo pomeriggio inaspettato di libertà di un inizio ottobre. giornata tersa, che mette di buon umore. ho del tempo libero, che faccio? mi torna alla mente che colà c'è un incontro sui migranti, i flussi migratori, con un taglio sociologico, specie in italia. mi ci dirigo. là dentro mi sento in una situazione che percepisco come essere a casa. anche le persone che assistono hanno visi che mi rasserenano. forse idealizzo, lo so. ma mi godo il momento. l'incontro, gli interventi sono molto interessanti. è quella roba psicopipponica dove provo a capire se, sull'onda dell'entusiasmo del momento, posso metter su un qualche addentellato con il poter fare qualcosa. anche per provare a dare quella svolta alla mia esistenza mica tanto realizata. fare. mica solo trastullarsi a immaginare di qualcosa che è solo in potenza. da vellicarsi per sentirsi meglio un pomeriggio. ad un certo punto noto qualcuno al mio lato. realizzo sia lui, nel senso di ginostrada. arrivato come un uditore qualsiasi. come se nulla fosse. quasi imbarazzato, credo ben lieto del fatto nulla abbia modificato nulla di quello che stava succedendo. si siede non molto distante da me, ascolta. è alto, decisamente più magro di quel che mi aspettassi. un po' la televisione ingrassa. non sembra esattamente il ritratto della salute. noto un paio di tic. credo di cogliere negli occi un qualcosa che mette insieme un fondo di tristezza, ma anche di serenità. sono percezioni, ovvio. [tu sei ingegnere, cazzo vuoi capirne di relazioni umane. ci pensiamo noi umanisti per primi.]

cerco di non badare troppo alla sua presenza, mi rimetto ad ascoltare il relatore. però nel mentre mi sovviene nitida la convinzione: machillll'ammmmazzzzzzaaaqquesto? non sorriveda, come il guccio cantava di lemuele gulliver. però lo sguardo di chi non ha più paura del domani, quello sì.

machillll'ammmmazzzzzzaaaqquesto? che mica deve spiegare, predicare, raccontare, convincere, salmodiare, retorizzare, persuadere nulla e niuno. quello che doveva e voleva fare l'ha fatto. migliaia di volte. e avrebbe continuato a farlo. che poi sarebbe, né più né meno, il chirurgo di guerra. rimettere insieme i pezzi, guarire, intervenire su tutto un pezzo di umanità che non gode dei privilegi che ha invece un altro tocco - piccolo - di umanità, pochi altri in confronto. mi è sembrato tutto così essenziale, lineare: semplice, ma della semplicità che hanno le idee pietre miliari della storia dell'umanità. anzi, nemmeno idee. ma il fare che dà sostanza ad un'idea. e non un fare che giustifica sé medesimo. ma fare quello che ha fatto e che avrebbe continuato. ed in questo pur io, compulsivo nel ragionare, ci ho sempre trovato un qualcosa di incorruttibile. pazzescamente. specie nel suo essere scomodo, parlare scomodo, senza necessità di compromesso. financo nell'eloquio. immagino non gli sia mai fottuto 'sto granché risultare simpatico, coinvolgente, petaloso, maieutico. aveva in testa una sua visione del mondo. dove la guerra, sempre e comunque, è una cosa disumana. tanto radicale quanto semplice, quindi inevitabile. non doveva mica dibattere di 'sta roba. era così, nessuna possibilità di interloquirci sopra. per uno psicopipponico speculativo come me, figurarsi. avrebbe potuto essere qualcosa di arido, seppur istanza più che condivisibile. neppure un po' di filosofar sul perché? no. nessuna spiegazione. era roba assiomatica per lui. o dentro o fuori. anche perché aveva da operare qualcuno. salvare un altro pezzo di umanità. cazzo vuoi metterti a discutere sugli arabeschi di una cosa così essenziale e incontrovertibile, quando devi rimettere insieme i pezzi di un ferito, vittima di una guerra. c'è da perderci tempo con il piccolume umano e politico di chi gli dava contro? c'è da sprecare energie a convincere ad essere più coerenti chi, più o meno, sta dalla tua stessa parte, ma soprattutto sta dalla parte di chi la chiama misione umanitaria?

hai fatto. avresti continuato a fare. tanto da farti raggiungere una tale pienezza morale di cui puoi far finta di nulla. ti metti buono e silenzioso ad ascoltare, come uno chiunque. e poi forse quella pienezza manco ti interessa. sei già avanti, che tu ne abbia contezza o meno. e poi c'è da far qualcosa per emergency. ci sarebbe stato un qualche altro tocco di umanità da incrociare in una sala operatoria. per questo non era confutabile. per questo manco mi sembra verso se ne sia andato.

machillll'ammmmazzzzzzaaaqquesto!

[poi vabbhé. sarà venuto un po' retorico. ma strigrandisssssssimicazzi. sono una discretta pippa nel fare. e poi volevo mi ri-attraversassero le sensazioni di quel pomeriggio. e delle volte che l'ho ascoltato, inconfutabile. appunto].

[e poi, cazzzzous, come sarebbe bello arrivare in trenino nella stazione di milano gino strada [e teresa sarti]

[updt. e poi arriva il robecchi. e niente. gli bastano i pochi caratteri di un tuit.]

 


 

Monday, August 9, 2021

est et periit expectatio [beh sì, ho usato gugoltransleiiitor]

questo pomeriggio, camminando nel boschetto dopo il lavoro, mi son sovvenuti alcuni flash. di camminate simili nei mesi della fine dell'inverno et inizio primavera passata da poco. che invece sembrano millemiGlioni di mesi. flash che mi sembravano struggenti quanto dolci, o qualcosa di melassosamente approssimantisi. però era un colpo al diaframma. cose così. per capirci erano i mesi da piena terza ondata. dove si era tutti piuttsto in emergenza. sia che si percepisse o meno. che ci si comportasse di conseguenza, o meno. insomma, non una roba da perfetta letizia.

camminavo, per stemperare. camminavo e stavo meglio. camminavo e sudando secernevo dopamina copiosa, quanto il sudore. camminavo ed ogni tanto mi sgorgava l'idea di un post. camminavo sapendo che la cosa di quei mesi, prima o poi sarebbe finita. o qualcosa di fiduciosamente approssimantisi.

ed oggi mi son sovvenuti i flash. e flash di quel tipo.

al che ho pensato che è una storia un po' stucchevole la storia che, i giorni andati, sembrino tutti così bellissimi, lancinatamente dolci. che magari non sono tutti. però il sospetto che lo siano solo per aver quel piacere [un pochino masochistico?] di apprezzarli proprio perché ormai sono andati. e se sono andati non li puoi riavere indietro. e mannaggia se potessi ri-averli indietro. o magari serve solo per dar fiato alle proprie giaculatorie radicalscìc. ed aver qualcosa di cui lamentarsi in un post. che poi non è un post di idee oltre il mio ombelico. e continuo a meravigliarmi cosa possa interessare quei cinquesei là fuori. ma va bene ugualos.

anche perché, poi, ho pensato un'altra cosa. che in realtà sono lancinanti perché - come poche altre volte in passato - proprio in quei momenti, quelli recuperati per captazione risuonante, sono stati momenti vivi. dove sapevo di star vivendo in quel momento un momento che sarebbe diventato lancinante, domani. che poi sarebbe oggi pomeriggio, mentre camminavo nel boschetto dopo il lavoro. attimi in cui si è quasi sovrapposto la contezza di star per vivere l'attimo, e l'attimo che poi era il qui ed ora. oppure hic et nunc. in latino - senza aver bisogno di gugoltransleiiitor - come mi pungolava la viburna. che poi questo non è esattamente un passaggio per ricordare la viburna.

però poi ho anche pensato un'altra cosa. su quegli attimi molto hic et nunc, dico. che erano attimi pregni di un qualcosa che era a metà strada tra la speranza, l'attesa e forse financo la convinzione. che non era solo che quel delirio terminasse o ci desse una tregua importante. era che sarei ripartito con nuove consapevolezza che a me, questa situazione di singletudine, era cosa che avrebbe potuto finalmente finire. questa cosa da solitudine da irrealizzato, che mi ammanta di una specie di melanconia, che neanch'io so come. sì. ci speravo. ci credevo. e sentivo che qualcosa sarebbe successo. per il semplice fatto ero aperto alla possibilità. che forse sembra spocchioso. ma in fondo sono sempre - sempre - stato io a sabotarmi. anche correndo dietro compulsivamente ed ossessivamente al nulla più totale [oltre al fatto di essermi risparmiato chissà quali frustrazioni, rotture di cazzo e delusioni ex-post. allora, quando versai millemilabarili di lagrime amare non lo potevo sapere. ma ho evitato situazioni rompicoglionesche che levati. poi al limite, il biasimo, è per tutto quello che ho lasciato andare più o meno consapevolmente e in possibilità che si saranno magnificate in altri universi]. sì. nei mesi passati stavo aspettando. in attesa di. come se fosse un appiglio a cui lanciare una delle cime. per quanto non ci fosse nulla di tangibile, figurarsi di certo. però intuivo una ventaglio di possibilità in potenza. qualcosa che sarebbe successo. almeno che avrei potuto provarci. meno impiallicciato, forse addirittura capace. così mi sentivo. non credevo che oltre quei mesi ci fosse la donna della mia vita. figurarsi. ma che si potesse consustanziare un qualcosa da portarmi a sgonfiare quel senso di solitudine da irrealizzato. ecco, quello sì.

invece, quello che si è sgonfiato è il ventaglio. anzi. svaporato. in maniera equilateralmente variegata. senza che niente o nessuno avesse responsabilità. figurarsi colpe. spuiiffff. cedimenti strutturali della ipotesi in potenza. plomp. nessun atto. morta lì.

ho la vaga sensazione che la buchetta, da cui credo di essere rimerso da poco, abbia cominciato ad aprirmicivisi sotto i piedi quando, nel giro di pochissimi giorni, quel ventaglio molto in potenza ha fatto splomf. ssssciufff. tecnicamente è stato mettersi in attesa di cose troppo solo in potenza. o forse senza aver capito al meglio le criticità di certe situazioni in potenza.

l'attesa del piacere è esso stesso piacere, sembra. di certo la disillusione di quando il piacere non si realizza ti riverbera contro, come un padulo che rimbalza per terra, per poi dirigersi con ottimisssssssima mira nel più stretto dei tuoi orifizi. oppure è rebound. e se sei un po' ancora molle come il pongo assorbirai pur per bene i colpi. ma bozzi che rimangono conficcati dentro, levati.

al limite, per diventare un po' meno di pongo, bisognerebbe ricordarsi di un paio di cose. che tecnicamente non sono neppure stati dei due di picche. che prima bisogna metter giù situazioni, persone,  tentativi che, sboooiinoinoniing, finiscono fuorissimo bersaglio. sono cose che hanno cominciato a camminare in altro modo prima ancora decidessi quali scarpe indossare per il trail. e che sono andate altrove, nel loro essere solo in potenza. e che sarà pure 'sta menata della potenza che si può fare atto. però magari anche meno potere di incazzarmi la vita, a queste trappole che mi costruisco.

e per non essere - stupidamente et inutilmente - troppo severo, va bene tutto neh? però io ci ho 'sto gran ormone affettivo che mi picchia dentro. a far 'sì che le cose possano essere diverse. che sarà pure ormone, ma uso la testa. però è proprio ormone, quindi non castrarsi con la sola testa. lasciar[mi] andare. sentirmi un po' trascinare via [e scopare di conseguenza]. ne avrò un po' il ragionevole diritto a desiderarmelo?

e quindi - per ora - me la tengo. questa malinconia da solitudine irrealizzato. almeno ho messo un bello iato tra l'essere e l'azione mancata. vuoi mica vedere che ho smesso - davvero - di sentirmi un rejetto sfighinz. al limite uno che non agisce. che s'incasina via quando bisogna scegliere cosa fare. e quindi - sicome qualcosa alla fine la devi pur fare - subisce gli eventi.

ma non è più una questione di essere. è una questione di fare.

ecco.

ci ho messo millemilamesi per arrivare - parzialmente - fin qui. dovrei pensare di essere un po' più lesto per provare a far la parte che segue.

poi vabbhè. un'altra estate solinga ormai sarà andata. senza magari averci quel guizzo che dico: parto, da qualche parte, assieme a sconosciuti. e se non ci riesco stigrandissssssimi cazzi. non è che sono sfighinz intimidito. non ho fatto quella scelta.

intanto, provo a godermi il fatto che, grazie a situazioni di rete sociale ed affettiva, non sarà un pezzo di estate di solitudine. non è da poco. non è scontato. è cosa buona et giusta averne contezza.

hic et nunc.