Sunday, June 30, 2024

scorre

[disclaimer: questo è un post ombelicale, non ci son granché sguardi oltre le proprie piccole insoddisfazioni. anche se, al solito, non dimentico il privilegio.]

l'altro ieri è terminata tutto scorre. tutto scorre è forse la trasmissione che più amo della radio. il tema, come tutto, scorre, diverso ogni giorno scelto dal bacchetta, l'unico conduttore che poteva fare una trasmissione del genere. il tema sempre lontano dal meinstriiim dei soscial, o dell'approfondimento generalista. il tema spesso foriero di suggestioni intime, o poterla vedere dall'altro punto di vista degli altri: generatore di psicopippe che levati. quasi sempre interessante ascoltare il contributo delle ascoltatrici e ascoltatori, spesso sempre gli stessi, tanto che ormai al "pronto, sono io?" sapevi chi stava per intervenire. interessante per capire il punto di altri, per mettersi in confronto, comprendere l'alterità. a volte pensare: cazzo, questa cosa avrei voluta pensarla io. a volte pensare il rassicurante: per fortuna sono più avanti di questo stronzo. non so quanto sia un caso che gli stronzi sian stati quasi sempre maschi. non so quanto sia un caso che, quando intervenivano prevalentemente donne, la discussione incanalava vibrazioni e climi più sereni, costruttivi, cose generatrici. il testosterone fa quasi sempre male. oppure le frustrazioni, le compulsioni di alcuni. roba a volte tipo una specie di seduta psicoterapica di gruppo.

in mezzo il bacchetta, anche nel senso di omen-nomen. una specie di direttore di questa ensemble di sgarrupati improvvisatori free style. altro che free jazz. il bacchetta con la sua seconda domanda ficcante, con la sua controdeduzione, con la sua capacità di far saltar fuori la contraddizione tossica degli ascoltatori apologetici, quelli con il punto esclamativo alla fine di ogni frase. il bacchetta che a volte ha accusato il colpo a fronte di uscite davvero stronze, che buttavan lì una sua disonestà intellettuale - roba che è in contraddizione di termini con il bacchetta. il bacchetta con la sua empatia e la capacità di accompagnare gli interventi più intimi, riservati, commoventi che ogni tanto son capitati. per questo grazie al bacchetta.

il bacchetta che sosteneva tutti i giorni che la trasmissione la facevano ascoltatrici e ascoltatori, ma ci saremmo ben persi in cacofonie spaciugate e caciarone senza di lui.

mi mancherà il bacchetta di tutto scorre. a volte capita una specie di psicoradiodramma, quando termina definitivamente una trasmissione. e non è solo la questione della fine del palinsesto invernale. che percepisci un qualcosa di simile al ricordo dolce di vacanze. la levità della vacatio, che ormai non riesco più a far mia, 'ché da dentro la ruota da criceto tutto scorre ma mi torna uguale, giorno dopo giorno. quando termina una trasmissione ci si trova un po' soli, e col piccolo horror vacui che bisognerà ripianificare le sinapsi, per affezionarsi ad altre trasmissioni. poi i circuiti sinaptici sono fottutamente plastici, molto più bravi e arguti della nostra piccola paura di doverlo fare. è che costa fatica. e noi si diventa sempre più anziani. è che costa energia. ed io è come se fossi con le pile scariche scariche [dice, e ti pareva se non tiravi fuori 'sta storia [cit.]].

e soprattutto con la convinzione [qui inizia la parte di cui il disclaimer iniziale] che tutto scorra, ma mi trovo impiantato ed incastrato da qualche parte, ed io non stia scorrendo proprio un cazzo. tutto scorre, tutto passa, e mi sembra di essere ad un punto di un'imprecisata partenza, da cui peraltro vorrei muovere il culo. invece sto lì. imbrigliato, senza 'sta gran abilità di seguire il fluire, avvolgerlo e farsi avvolgere. solo ogni tanto la presa di coscienza lì, in mezzo alla pancia quasi impanicata, che a scorrere sia il tempo e basta. che è da pirla pensare di averne davanti ad libitum, in questa situazione di salute et varie et eventuali.

non è una sensazione piacevolissima. non è roba che rinforza l'autostima, al netto che a quest'età se si è ancora alla ricerca del rinforzo non vi è da star troppo sereni. o forse sì. prendendo però atto del fatto che è a posto così. non scorrerà gran ben altro.

mi hanno fatto sapere, con un nesso solo temporale, che non è mica detto che non ci si possa sbloccare da certi incastri. non ostante l'età, la strutturazione, la cristallizzazione. forse nemmeno non ostante la sclerosi. tanto, in fondo, può ancora scorrere.

me l'hanno fatto notare ed io ho percepito distintamente la serena e limpida verità di 'sta roba qui. però tutta una cosa di testa. istanza chiarissima, consequenziale e lineare, come la tesi di un teorema che va a dimostrarsi. di pancia o cuore per nulla, non l'ho proprio sentito. anzi. mi son visto davanti alla triste, inpanicante, inevitabile incapacità di metterlo in pratica. gran bella analisi, peccato le sintesi

tecnicamente potrei sospendere il tutto. fidarmi, dando i tempo a qualcosa di scorrere: è già accaduto [grazie amichetta ilà]. almeno ho il conforto dell'esperienza. ma intanto il tempo, quello sì, scorre. e ce n'è sempre meno.

ed io mi sento impigliato. mentre tutto scorre.

[e per fortuna c'è la sertralina a non farmi andare giù. che a scorrere verso il basso son ben altri cazzi. quindi mi pare già gran cosa buona et giusta].

"passerà questa pioggia sottile come passa il dolore". [me lo ricordavo, più di trent'anni fa, per un innamoramento tossico. pensa te come scorrono le cose].

in ogni caso mi mancherà tutto scorre. però mi affezionerò ad altro. tanto le trasmissioni, in sé, mica la sentono la malinconia del distacco.

[qui la sigla con la voce. il bacchetta utilizzava solo la base musicale. tanto che mi fa specie sentirla cantata, per quanto abbia un perché anche con le parole. però, per noi di tutto scorre, è altra cosa, ovvio]
 
 


Friday, May 31, 2024

bozze

elenco sparso, stropicciato, abbozzato di idee di post, che avrei in mente di scrivere, ma poi bozze sono rimaste. volevo mandare un messaggio all'amico emanuele: ehi, amico emanuele, ho qualche idea a frullarmi nella testa. ma che poi non scrivo. [dice: ma uno esstringradissimicazzi?]

quindi.

baricco è insopportabile, per molti tratti. poi alcune pagine le rileggi perché non si può fare altrimenti. una sera ho provato a decantare ad alta voce il capitolo "so di preciso quando [son diventato leggenda]". ero in metropolitana, piuttosto ubriaco, ma con la testa leggerissima. ubriaco, non del tutto impazzito. nel senso che provavo a decantarlo ad un altra persona, non ero solo. ho idea rimarrà una delle serate più significative di quest'anno. quella roba che si infila nelle fessure della memoria, e a disincagliarla ci vorrà nel caso la degenerazione dura. e quell'incaglio mi sarà lancinante, prima o poi. già lo so.

***

il fatto che nei mesi scorsi mi appassionassero i video di restauro di oggetti vecchi, malandati, arrugginiti, probabilmente buttati come irrecuperabili. gratta, smonta, sgrassa, scartavetra, spazzola. con particolare godimento vedere all'opera la sabbiatrice: sembra ri-colori, aggiungendo, in realtà sta asportando, togliendo. o con particolare ammirazione al tirar di lima, che è gesto tutt'altro che banale: poetico nel suo rotondo articolarsi, che avviluppa e dà forma a quel fuso dritto e rigido. mi son ben chiesto: come mai mi catturano così tanto? oltre al fatto l'avesse intuito l'algoritmo del signor feisbuch. probabile avessi trovato una mezza risposta. per quanto banale. io, non l'algoritmo, che in fondo è scemo, con la sola abilità di incrociare molti dati molto velocemente.

***

il paradosso lancinante, per quanto col culo al caldo, degli ostaggi del sette ottobre. che un gruppo di invasati islamisti possa, per due milioni di persone, garantirne l'agonia e al tempo stesso mitigarne il massacro. proprio grazie a quegli ostaggi. da una parte della medaglia l'obbrobrio non possano tornare a casa loro. dall'altra parte l'obbrobrio di quello che accadrebbe in quella striscia di terra abrasa, se ce ne fosse bisogno ulteriore, se quegli ostaggi fossero a casa loro. una medaglia di obbrobri. due facce non bastano. e le multidimensioni non si confanno alla banalità della violenza e la lettura strumentale delle fazioni rancorose - per quanto col culo al caldo.

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il papa che svarvola sulla frociaggine. che da una parte speri, nei primi minuti, venga smentita. dall'altra mica non lo sai di quante istanze ti tengano lontano da quella forma di potere. senza peraltro sminuire le istanze che invece condividi, del messaggio di cui quel gesuita si fa latore. a cominciare dalla scelta del nome. pensi a qualche fuga linguistico-interpretativa. pensi al fatto che ogni tanto sbrocca nella comunicazione. già successo. un filotto di device retorici a mitigare una delusione che sgorga, forse inattesa come quelle parole. mica puoi negare sgorghi. e poi un papa che dichiara: ho sbagliato. può sembrare banale. invece è qualcosa di significativo. cambia poco a tutto il contesto, neh? però è significativo.

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un romanzo sulla prima guerra mondiale. che è probabile che un vecio, dopo due anni di trincea, appena prima e appena dopo caporetto, non pensi quelle cose. o almeno non le pensi così. come le penserebbe uno che sa, più o meno, come ha buttato il secolo breve. che è un vantaggio mica da ridere. però un romanzo che mi ha segnato. facendomi tornare indietro di un quarto di secolo. di alcune mezze idee, quelle del vecio, che mi sgorgarono all'inizio del servizio civile. e poi la lettura forse facile facile della complessità delle cose. roba che si può concedere ai ventenni, o qualcosa in più. però è la forza della passione delle idee che gli altri simili ti riconoscono. è cominciato così, con il mio nonnetto putativo.

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il novedimaggio celebrano la vittoria della grande guerra patriottica. che è un modo di ricordare della vittoria di un popolo, al costo di carneficine. e dipende da quale parte guardi la medaglia di cui sopra. e forse le cose sono inevitabilmente inintrecciabili. ed il novedimaggio si celebra anche la giornata dell'Europa. che può sembrare retorica vuota, o qualcosa di simile. ed invece quell'idea di fondo ci ha quanto meno garantito ottantanni di pace, o qualcosa che le si avvicina molto. che forse è meno retorico, a considerare gli effetti molto pratici. talmente pratici che la diamo per scontata, quasi ontologica. e invece forse non è per forza così, o potrebbe non esserlo poi così per sempre. senza perder di vista il fatto che è roba che è accaduta da noi, col culo al caldo. e che potranno esserci altre guerre patriottiche. perché ci metteremo troppo a capire quanto sia ontologicamente stronza l'idea di guerra.

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che la stanchezza non passa. però non mi sveglio più angosciato di notte. anche se è tutta una questione di neurorecettori che vanno o non vanno. anche fare allllammmmore, peraltro. una questione di neurorecettori intendo. però è molto bello ugualmente. quindi a posto così.

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che la solitudine ho imparato da amarla, forse per pragmatica preparazione a quel che sarà. però, vai a capire perché, è anche bello sacrificarne pezzettoni. tipo la frutta fresca di certe marmellate di quando ero molto giovane. e tutto sembrava possibile. poi invece, necessario imparare [anche] ad abbozzare.

Wednesday, May 1, 2024

lavoratori

una volta il lavoro dava identità, ora dà povertà. [cit.]

'sta cosa qui, la questione dei working poor, è un qualcosa che mi strugge assaje. uorchinpuur, come ne direbbero quelli bravi di là dentro, che poi significa lavoratori poveri, che fa un altro effetto. che poi non ne direbbero là dentro, che là dentro è tutto un scialacquare di raccontar di cose fichissime et bellissime et comportamenti virtuosi che si seguono. o che si dovrebbero seguire. 'ché, là dentro, si è dentro una bolla. come ne esistono un sacco di altre di bolle. che poi sarebbero millemila goccioline nebulizzate che si addensano in questa bollosa vicinanza et colleganza, nel senso di essere colleghi. tutti a condividere spazi e [la maggior parte de] il loro tempo, oltre che antipatie e simpatie, idiosincrasie e comunanze [poche].

più o meno tutte e tutti più o meno consapevoli si sia privilegiati, in un certo senso. che ci sarà pure il paradosso di sentirsi privilegiati ad essere ingranaggi del capitale, con il tempo conculcato, ad offrire intelligenze [moltomolto] variegate con [moltomolto] variegate soddisfazioni e realizzazioni, quando non frustrazioni.

si sia privilegiati, con [moltomolto] variegate consapevolezze, poiché esistono masse di lavoratori che di privilegi ne hanno [moltomolto] variegatamente di meno, fin quando il [cosiddetto] privilegio di un lavoro non ce l'hanno più.

fino a quando una lavoratrice o un lavoratore dalla giornata di lavoro torna a casa infortunato [moltomolto] variegatamente. oppure proprio non ci torna più. sono, in media, uno ogni sei ore. ed in effetti non è che ce ne si indigni più di tanto.

infortuni e morti sul lavoro che non sono una fatalità. non è una cosa buttata lì, così. lo spiegano quelli bravi e studiati. la filiera dei subappalti, poca prevenzione, pochissimi controlli, scarsa cultura della sicurezza sul lavoro. che coinvolge ben tanto anche i lavoratori, neh?

in certe di quelle bolle è come se proprio si abitasse in pianeti diversi. molto meno rischioso a starsene dietro un piccì tutto il tempo. per quanto possa arrivare a sembrare frustrante starsene dietro un piccì tutto il tempo.

e poi, di nuovo, la questione dei lavoratori poveri. che qui la fatalità c'entra tipo me in un consesso di fasci. è il rotolamento sempre più impetuoso di logiche e politiche iniziate, guarda caso, mentre io muovevo i primi passi nel mondo del lavoro - al netto delle frustrazioni che han cominciato a camminarmi appresso. logiche che la chiamavano mobilità sociale, ed invece è diventata precarietà. probabile lo fosse già in nuce. è il rotolamento ingrossato da politiche che non si disturba il manovratore, come ebbe a dire fiera la fratelladitalia nel suo discorso di insediamento. destra sociale un cazzo. dimentica del fatto che mediamente l'uomo è avido, figurarsi i manovratori. quindi, mediamente, penserà ai cazzi suoi, poi a quelli che lavorano per lui. per quel che rimangono risorse. dice: l'hai riassunta tranchant, può essere. ma declinala su dividendi agli azionisti, emolumenti ai board, che crescono vortiginosi, e salari che nel frattempo si assottigliano. e ci siamo, abbastanza no?. 

precarietà, part-time forzati, sfruttamenti e compensi insulsi. ecco i lavoratori poveri. delocalizzazioni, speculazioni finanziarie su aziende produttive. ecco gli espulsi dal lavoro. 

sono in tanti, sono nebulizzati ma sono valanga. non ce ne accorgiamo troppo. specie perché siamo nelle nostre bolle, che i salari sono variegatamente corpacciosi. poi un po' perché nascosti dal meinstriim, un po' perché ci abbiamo un po' tutti i nostri cazzi. piccoli grossi siano, un po' perché di cazzi più o meno grandi è pieno il mondo.

un po' perché gli sciamannati che governano annunciano il giuoco delle tre carte: un sacco di lavoratori in più, importa poco quanto precari o sottopagati.

infortuni e morti sul lavoro. lavoratori poveri. sfarinamento del lavoro. in fondo è smentire un pezzo dell'articolo 1 della Costituzione. che non è che sia troppo ideale e irrealizzabile. è che si va dalla parte opposta, per scelte se non volute, almeno che sono un po' laissez-faire.

sono un privilegiato. mica non lo so. non ostante parli di là dentro e conti i mesi dall'inizio. non ostante le frustrazioni e la sensazione di irrealizzazione. sono un privilegiato in mezzo a privilegiati. in mezzo a molti altri privilegiati. in mezzo ad altri che privilegiati non lo sono affatto.

le lotte di classe non ci sono più. anche e soprattutto perché si sono liquefatte le classi. anzi, nebulizzate, che così certe cose funzionano di meno ed il manovratore tutto sommato se ne compiace. se ha un senso la festa dei lavoratori - oggi - è proprio in questo. ricordarsi, ogni giorno, del privilegio, e lavorar di conseguenza. ricordarsi di coloro che il privilegio non ce l'ha. e ricordarsene ogni volta che ci perculano, che è giusto lasciar fare al manovratore. anche questa, credo, è coscienza di classe. seppur nebulizzata. 

non sarà mica tanto semplice, neh? 

però bisogna provarci.

Saturday, March 30, 2024

pasque

ho financo provato a passare in collegiata. chiusa, non ostante fossero passate da poco le diciassette. mi piace passare in collegiata il sabato di pasqua. ne si intuisce plasticamente il significato pesach, passaggio. tutto è ancora sospeso dal venerdì, giorno in cui i paramenti, viola, vengono lasciati cadere, il tabernacolo è vuotato, il sepolcro accoglie chi deve accogliere. nel sabato di pasqua, la collegiata, è simbolicamente in un limbo. poi, nel mentre, alacri pie e pii preparano l'altare, tornano a far spalancare i paramenti, bianchi, acciocché tutto sia pronto per la grande veglia pasquale, la più importante delle veglie.

per questo mi piace passare in collegiata, nel sabato di pasqua. perché io mi son fermato lì, è una sensazione di attinenza: spirituale e non [più] religiosa. certo che ci credevo, allora. o quanto meno ero convinto di. poi intuii fosse tutto il miscuglio di cose, dalla primavera - stagione - in avanti, speranza, fiducia, senso di esserci, chiamate ad aver un posto nel mondo. che sintetizzavo nella [credevo] fede nella resurrezione, redenzione, e tutto il resto. e la pasqua, quella pasqua, ne era il climax e il punto fondante assieme.

al netto che la veglia pasquale, credo, mi emozionerebbe ancora oggi. senza dover per forza crederci.

e invece, come al solito da anni, a breve le campane si scioglieranno a festa. ed io sarò sul soppalchino ad ascoltarle. non credo più con quello struggimento dei primi tempi, come una specie di eco che si smorza, per quanto non sia del tutto spenta. ancora: non credo sia necessario crederci, sono gli antri interiori, che l'educazione sentimentale ha modellato in certi modi. ed è un po' inutile abiurare anche quello. è solo prendere atto ci siano altre pasque.

il suono le campane che si sciolgono arriverà smorzato, chissà che effetto farà. smorzato perché piove, piove intenso e convinto. non si chiama maltempo, tanto più con la fame d'acqua, che venga costante ma non tutta assieme, che si ha. certo, non aiuta l'umore, l'unica cosa positiva è sapere che servirà, l'acqua. ma anche in questo caso è un po' una specie di attinenza: piove fuori e dentro nuvole, peraltro senza essere riuscito a passare in collegiata. per quanto non so quanto potesse servire, passare in collegiata intendo. le nuvole dentro non servono, ma è ben inutile far finta non vi siano. e non solo riempiendo post per ribadirlo, anche perché si può ribadire - sussurrandolo - che possono passare. anche se adesso piove, anche se il suono delle campane che si sciolgono arriverà smorzato.

dopo aver trovato chiusa a collegiata ho fatto due passi. ho scattato alcune foto, al lago e quel che si intravvede dell'altra sponda. sembrano foto in bianco e nero. anche questa sembra attinenza.

poi, se guardi bene, i colori si distinguono. poco, ma si distinguono. come fossero un sussurro.

 



Tuesday, March 26, 2024

eco

ho fatto la cosa giusta, e guarda caso ho re-incontrato l'amica paola. che poi, caso. avrei potuto semplicemente scriverle: ci vediamo allo stand dove ti incrociai l'anno scorso? ed invece ho lasciato che le cose venissero, a loro modo. l'avessi incrociata bene. poi uno dice che non ci ha il grip sulle cose che capitano.

l'amica paola, appunto. l'avevo rivista lo scorso anno, stessa fiera, stesso stand. erano lustri che non capitava ci incontrassimo. fu una bella emozione ed una chiacchierata intensa. oltre la sensazione di esserci lasciati un paio di giorni prima. con alcune persone capita. son poche, neh? ma capita, questa la cosa importante. in quella primavera stavo bene, e la sentivo dentro la primavera. forse anche per questo me uscii dalla fiera con una sensazione strana. scrissi un post [diommmmmio, che roba lunga che ogni tanto mi esce. che poi, ogni tanto...].

quest'anno, invece, mi ha trovato lei. stavo solo in un angolo ad ascoltare un incontro: non era sociopatia, ma star seduti sotto il diffusore acustico aiuta a sentire meglio nella bolgia di una fiera. parlavano  di gaza e la guernica che stanno compiendo laggiù. è comparsa lei e per un attimo ho tirato il fiato, in apnea per quel che stavo ascoltando. ci siamo dati appuntamento per dopo. e dopo, mentre la raggiungevo, pensavo ad una cosa accaduta giusto un anno prima, di cui avevo avuto contezza nei mesi a seguire. in realtà era poco più che una nebula, non un pensiero totalmente verbalizzato. mi son detto: quasi quasi glielo racconto, anche se non so se mi usciranno le parole più precise.

poi, invece, è uscito altro: parole fragili [cit.], troppe. sarà che la serotonina è ricaptata ancora tantino. sarà che l'amica paola è una persona che sembra ti abbracci, per il solo fatto di essere lì accanto a te. e se ne capita la necessità [capita, capita], farsi abbracciare è un po' taumaturgico. con l'effetto collaterale, appunto, della storia delle parole fragili.

ho poi salutato l'amica paola, con un po' di tepore in più e po' di patina addosso in meno. dimentico, bel bello, della faccenda della cosa accaduta un anno prima.

poi la mattina dopo ho capito. la nebula si è fatta immagine, per quanto metaforica, e mi son venute le parole.

me ne sono accorto dopo, neh? ma lo scorso anno, mentre eravamo lì a raccontarci, è come fosse venuto giù un diaframma. si parlava, l'amica paola ed io, ed ho cominciato a percepire una specie di eco. l'eco che riverberava in quel vuoto che mi son ritrovato dentro, venuto giù il diaframma. uno spazio che l'eco ha evocato di provare a colmare: una compagna, qualcosa che assomigliasse ad una relazione. il cambio di paradigma. suggestiva 'st'eco, come una sorta di armonia da primavera che non bussa. e che ha cominciato a dirmi: colmalo 'sto spazio, riempilo 'sto vuoto, estigrandissimicazzi se così non ci echeggerò più [è un'eco generosa, da primavera che entra sicura]. per questo uscii dalla fiera con questa specie di stordimento. un'esperienza nuova, a suo modo. nel senso che mi sarei scoperto nuovamente pronto, posto lo fossi mai stato davvero. e non credo c'entrasse solo la storia della serotonina ricaptata di meno.

sì, è successo lì. con l'amica paola che ha fatto venir giù il diaframma ed ho sentito l'eco.

non sarà mica un caso che ho ricominciato a desiderare, in maniera diversa ed intesa, un qualcosa che si approssimasse ad una relazione. qualcosa che surclassasse la storia del [bellissimo?] incubo delle passioni, da cui non ci si emancipa. qualcosa che andasse oltre, alla grande, la sola gran voglia di scopare [voglia tanta, pratica pochina]. proprio un altro campionato. e son venuti mesi in cui quella tensione era importante, forse anche vivificante: desiderio di colmare il vuoto. poi, il fatto è che 'sta roba non mi è propriproprio riuscita. e quindi non sarà un caso che quell'eco si è fatta via via più melodia malinconica. e credo c'entri più di qualcosina in quella sensazione, ex-post, di un anno che si è fatto via via più tristino. chissà se lo sfinimento lavorativo e molta serotonina ricaptata siano a parte oppure concause.

ora.

la domanda più ovvia potrebbe essere: perché non considerare l'amica paola? in fondo è stato con lei che è venuto giù il diaframma. perché non l'amica paola, che diventa solo Paola? il fatto di chiederselo è già un po' una risposta, al netto che i suoi occhioni azzurri mi hanno sempre fatto un po' sciogliere. posto che una risposta non ce l'ho, posto esista. posto faccio casino già di mio negli incroci, specie quelli intimi. posto che ora è tutto complicato a prescindere, anche le cose belle, anche il piacere. ed è come avessi una specie di pelle ruvidissima e delicatissima assieme: roba che si irrita per un nulla, e che ho timore di sbregare le persone senza pellaccia dura. [e non è che, da tracotante, non mi ponga la questione del: chissà cosa ne penserebbe l'amica paola. è che qui siamo qualche passaggio che sta ben prima.]

comunque sì. quell'incontro, lo scorso anno, fu una specie di svolta. o meglio: l'indicazione di una possibile svolta. poi le cose possono anche non accadere. infatti non sono accadute. e probabilmente non è che la responsabilità sta solo in capo a me.

intanto mi tengo l'eco. fa compagnia. nei giorni più o meno uguali. però ci si prova, passo a passo. a farli diventare diversi. e chissà se continuerò a volermi tenere quello spazio dentro. che è lì, in bella vista, dopo che il diaframma venuto giù con l'amica paola. e quell'eco, che chissà se mai saluterò.

Sunday, March 24, 2024

palme

che poi distribuiscono i rametti d'ulivo. anche se si chiama la domenica della palme.

ai tempi che furono quasi preferivo questa di domenica, rispetto quella di pasqua. era quella specie di attesa, che era esso stessa ragione di vivere il momento pasquale. quando professavo convintamente, ovvio. era quello il periodo più intenso. non che non rimangano ancora delle eco, pure ora. forse non ne sono fuori del tutto. o forse è qualcosa che sta più introiettato di quello che potrei attendermi. o forse non è roba che ho introiettato strada facendo. niente di metafisico, neh? qualcosa che approssima la questione dell'inconscio collettivo.

vabbhé.

meglio non pisciare fuori dalla tazza.

le palme. la domenica di. che poi il faber ha avuto gioco [relativamente] facile, con il calembour della domenica delle salme. le palme. anche se era la storia dei ramoscelli d'ulivo a coinvolgermi. un po' il valore simbolico della pace. un po' anche per la storia del fascino di quella pianta, e la sua capacità di vivere per secoli, trasformandosi con quel contorcersi, spaccarsi e rigenerarsi. lessi, qualche anno fa, che l'ulivo nasce, prospera e regala i suoi frutti solo là dove lo si cura, a partire dal territorio dove cresce. occorre applicare ancora più dedizione particolare, metodo attenzione. che è roba di decenni, secoli.

vabbhè.

continuo a pisciare fuori dalla tazza.

la domenica delle palme si faceva una piccola processione, con qualche palma e molto ulivo. io accompagnavo alla chitarra. ed un ramoscello incastrato, in cima alla tastiera, tra le chiavette tendicorde, e le corde tese medesime. in una di quelle domeniche delle palme, nel pomeriggio, fotografai il ramoscello incastrato in cima alla chitarra. eravamo nel giardino di quello che era un asilo d'infanzia delle suore, ora una stazione dei carabinieri [ed il gesto ancor m'offende]. in quel giardino avevo giocato anch'io. testa della chitarra, ramoscello d'ulivo incastrato, prato sullo sfondo, e luccichio del riflesso di una chiavetta tendicorde nel pieno sole di un pomeriggio in cui la primavera stordisce.

mi sembrava una foto bellissima, che si portava dietro tutto un complesso di cose, emozioni, sensazioni, bellissime. con dentro tipo lo stordire di un pomeriggio di primavera.

quella foto mi è tornata in mente stamani, mentre incrociavo gente con il proprio ramoscello d'ulivo.

ma non è per vivere nel passato [cit.].

pensavo che poi, alla fin fine, quella foto era banale. caruccia, al limite, ma banale. come del resto, allora, abbastanza tutto appariva fottutamente tutto più semplice. non so se banale, ma semplice. con l'idea che hai davanti un gran pezzo di vita, ed un bel po' di tutto deve ancora venire. ed è più che banale la convinzione che, più o meno, ti sia dovuto in quel divenire. e che le cose si incaselleranno nel modellino sociale che uno si è già costruito. magari con un po' di eccentricità, anche un po' tanta. ma si incaselleranno. e sarà un divenire che darà soddisfazioni e gradevolezze. un bel quadretto, con soggetto un po' sui generis. tipo una fotografia della paletta della chitarra con incastrato il ramoscello d'ulivo. tutto sembra così serenamente già instradato. deve solo succedere, basta dare il tempo di. con altre domenica delle palme, che l'attesa della pasqua che è già vivere il tempo di pasqua. e così in avanti. con quel pensiero non so quanto nascosto, di certo rassicurante: ho il ramoscello d'ulivo incastrato sulle corde della chitarra. benedetto, s'intende. che fa anche una specie di strizzata d'occhio - figurata - a quel che sta in cielo, apotropaico. il ramoscello d'ulivo, benedetto s'intende. la sintesi di quella fede in sincrono con una visione tipo cose pacifiste, non violente. incasellato, ma con la mia originalità.

ma non è per vivere nel passato. appunto.

perché, non ostante tutto, non so mica quanto rimpianga quella domenica delle palme, la chitarra col ramoscello, la foto nel giardino della scuola d'infanzia delle suore. non credo sia la storia della volpe e dell'uva. è che tutto quella roba lì, di allora, era un soufflé che nemmeno lontanamente intuiva la complessità delle cose, e nemmeno lontanamente immaginava l'implacabilità del principio di realtà. tanto che, appunto, montavo soufflé. importa poco se mica tanto conformista. soufflé restava. ero davvero un imberbe, pace in gloria pensassi di essere già così adulto, con l'idea di essere finanche molto originale. oltre che con la spocchia di aver già capito abbastanza. fino a qualche tempo fa avrei scritto: che tenero coglioncello ero.

non so mica quanto lo rimpianga. non ostante la faticosa complessità di questi nuovi tempi - anche in contesti ben trascendenti da noi tutti. non ostante il divenire abbia preso direzioni che son andate un po' altrove - in contesti solo miei. e occhei le musate. che in fondo si vede che può ben andare ben peggio. l'allora era così ammantato di cose in fiore, che si faranno rigogliose. con tanta convinzione nell'alto dei cieli. sembrava così serenamente semplice. forse troppo semplice. quasi banale.

non mi viene di rimpiangere la banalità. mica per altro: per aver alimentato quel senso di speranza. mentre forse era un soufflé.

non suono più la chitarra [per quanto suonare mi manchi]. quindi nessuna altra foto con un ramoscello d'ulivo. anche se ora un ulivo lo poto. con la potenza simbolica di quella pianta che mica mi ha abbandonato. forse anche perché non è roba banale. per il resto, quel che è di risulta della potatura diventeranno molti ramoscelli d'ulivo, distribuiti la domenica delle palme. cosa che mi interessa il giusto. il mio l'ho fatto prima, potando.

 


 


Thursday, March 21, 2024

magnolie

fuori casa, quella di matreme, c'è una magnolia in fiore. è uno spettacolo. potrei riuscire a percepirlo pure io, in queste settimane, peddddddire.

primavera non bussa, lei entra sicura [cit]. e si porta dietro, ogni anno di più, quella sensazione di caducità, di cosa che scappa via, transeunte. e quel sottile giramento, misto a un piccolo groppo, che è come se non si riuscisse a sussumerla come si dovrebbe o come si vorrebbe. come ci fosse davanti quella patina, e si assorbe poco. e intanto la primavera scappa via.

ogni giorno ci sarebbe da assorbire cose. perché ogni giorno scappa via. e ce n'è uno in meno da provarci. quando poi è primavera sembra ancora più gettato al vento. un piccolo scandalo di vita avvolta nella patina.

e la primavera scappa via. e la magnolia sfiorirà. per lasciare il posto al resto. la ciclicità delle stagioni. e nel mentre il vento porterà - forse - il seme in altro luogo, per altre magnolie. per fare un albero ci vuole un fiore. e le cose che ricominciano.

mentre a te sembra che non sia solo la primavera a scappare via. anche se bisognerà far passare un altro anno per rivederla. un anno che sembra lungo ex-ante, ricordando quello andato, che ex-post sembra avvolto di quella patina. tutto moderatamente tristino.

la magnolia in fiore ha già lasciato cadere molti e molti petali. non ostante continui a rimanere uno spettacolo, per quanto percepito smorzato dalla patina. ci ho camminato sopra, a quel tappeto rosa pallido. stavo andando a gettare avanzi di umido, nel composter verde. sollevando il coperchio una spruzzata di moschini, così contestuali a quella massa organica che sta compiendo il suo giro, putrescendo.

mi ha fatto specie. la distesa di petali e lì accanto, la stormiglia di moschini e l'organico ed il olezzo - che comunque continuo a non percepire. troppo facile farsi venire in mente la storia che dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fiori. come quelli già petalosamente già oltre, lì a terra, su cui ho camminato. come a sentirsi un po' tutt'uno in quella specie di iato, che poi magari tanto iato non è.

il tempo sfiorito, la caducità, camminare su petali, il composter, e la patina che tutto sembra avvolgere. la stanchezza. l'inadeguatezza, la tristezza che sfuma la malinconia. le primavere scappate via. la ciclicità della magnolia che metterà su foglie, poi le perderà, poi i fiori, che poi cadranno ancora. e poi un altro giro. ed un altro. con la sensazione di non riuscire ad afferrarli. come assistere passivo al tempo che scivola. un giro, e poi un altro. inarrestabile. con talmente poco grip, che pare di scivolare e che  non si riesca fare altro. e lasciarselo fare. sentir la terra sotto i piedi, concimata dai petali che marciranno e dalle foglie lasciate lì, a far danzare il ciclo dell'azoto. e lì accanto il composter, e la nuvolaglia di moschini sotto il coperchio, e l'umido avanzato. che s'avanza di quando diventerà humus. concime.

e figurarsi che è primavera. che se sta lì ad esplodere, lo so, che c'è, oltre la patina. lo so. mentre io rimango colpito dal composter, e che ho camminato su un tappeto di petali.

però.

però.

ho anche percepito una specie di tenerezza, sotto i piedi, camminare su una distesa di fiori. una levità che spinge verso l'alto. non ostante la patina. e fanculo il composter. 

come il desiderio di smettere di sopravvivere. o vivere con la patina a smorzare più o meno la qualunque. alla stanchezza che tutto scivola via, può far capolino la stanchevolezza di vivicchiare così, anonimamente con poco entusiasmo, a voler usare un eufemismo.

non ho alzato lo sguardo ai rami della magnolia in fiore. lo so che ci sono anche quelli. cadranno, pure loro, mica non lo so. però intanto sono lì. lo so. non lo sento, ma lo so.

lo so. non basta ma è fondamentale. la consapevolezza. anche che ci si può provare di nuovo. un passo alla volta. che si comincia tipo su quei petali di magnolia.

ricominciamo. la serotonina questa volta è bianco rosata.