Wednesday, December 31, 2025

analemma

guardo l'analemma, con ben in evidenza quello del solstizio invernale.

guardo l'analemma, un mondo di suggestioni a sommergermi.

l'analemma, così simile al simbolo dell'infinito, un'altra declinazione del nastro di möbius. che ha dentro il senso dell'incedere continuo, ciclico ed in eterna trasformazione. per quanto anche per l'analemma il concetto di eterno si affianca, ma non ci combacia. terminerà anche l'analemma.

guardo l'analemma ed è la percezione noi si rimanga sempre più segnati. che l'analemma si dispiega nel cielo, cambiando gli alzi del sole di mezzodì. ma noi passandoci, è come uno sfrigolio, l'attrito e lo sfregare di quello che ci accade, sotto quel cielo.

guardo l'analemma e lo sento l'effetto del suo incedere. stagione dopo stagione, anno dopo anno. diversità di alzo del sole del mezzodì dopo diversità di alzo del sole del mezzodì. ci passiamo in mezzo. cambiati. un po' più consumati. un po' peggiori. un po' migliori. un po' delusi. un po' rinfrancati. un po' con la nostra ciclicità nel tentare di agire, o agire per tentativi. sicuramente, mentre si dispiega l'analemma, impariamo cose nuove. anche se pensiamo di saperle già.

guardo l'analemma. e penso a quest'altro ciclo di alzo del sole del mezzodì. e cosa ci è finito in mezzo.

il ripetersi del volersi sentire sommersi, riempiendo quanti più attimi in quella cosa che è zona di comfort tossico, che è lavorare là dentro.

l'emozione di salire in cima ad una morena, aggrappare ad un masso il ricordo di una persona - peraltro mai conosciuta.

percepire quanto sia il piano inclinato dell'anzianità del genitore. e la gratitudine di aver la consapevolezza di doversi baciar i gomiti, per il momento.

lo stupore per come la morte, improvvisa, del costruttore di ponti mi abbia turbato.

l'idea di essere ormai giunto al cambio di paradigma. e poi veder vedere scioglierla come la neve di maggio. ed assieme la grandissima lezione: le ossessioni, sono un giogo che schiaccia. liberarsene è una ventata di levità.

il rendersi conto di come scivoli meglio il camminare, quando ci si adopera per espungere le asperità. ed in qualche modo le cose ti tornano indietro. star meglio quando si sta bene. a partire dal come porsi con il prossimo. chiunque sia.

la consapevolezza, di nuovo, del privilegio. che non sia cosa da sprecare. qualsiasi cosa significhi.

le persone, che accompagnano da tempo. quelle incrociate sotto il dispiegarsi di questo analemma.

il cielo dove declinano gli altzi del sole a mezzodì sembra sempre lo stesso. ma mica è così. come l'acqua che sembra che è ferma, ma hai voglia se va. come lo siamo noi. immersi. a guardar di nuovo il sole di mezzodì. anche senza accorgercene, ma ben sotto quella volta.

che sia un altro analemma. con un po' meno, almeno un pochino suvvia, di ingiustizia. sempre meno femminicidi, morti sul lavoro, suicidi in carcere, morti nel mediterraneo centrale. basta col genocidio a gaza. basta con la guerra di aggressione in ucraina. un po' più di amore per l'ambiente. e magari alberto trentini libero. il resto, non lasciar andare la consapevolezza.





Saturday, December 13, 2025

cinquantaEtCinquanta

[disclaimer. non ho riletto. troppo stanco. il post potrebbe essere un florilegio di refusi e forma faticosa e ingarbugliata. ora vado dormire, che domani si va in corteo... [che poi, 'sta cosa qui, fa un po' radiopopolare. è roba libera, ma libera veramente. refusi compresi]] 

e pensare che il primo approccio fu da snob, puntacazzista, maccartista di ritorno. lessi di 'sti giornalisti di radio popolare, che ci avevano i microfoni attaccati su con lo scotch. però erano i primi ad arrivare sul pezzo, pronti a dar la notizia, impeccabili. quei comunisti, pensai. che poi 'sta radio popolare mi era pure capitata di sentirla, alla radio. e me li vedevo i microfoni attaccati su con lo scotch. che si declinava, acusticamente, in suoni saturi, voci che finivano, me li vedevo, con gli indicatori dei livelli fissi a destra. equalizzazione da proletari, affettata come il minimalismo da architettura del socialismo reale. ero abituato al lavoro mirabile dei fonici di radioitalia, solo musica italiana, con quel bel riverbero avvolgente.

ero in fase di transizione. nel senso che dovevo ancora capire che il sacro fuoco, che mi batteva nel cuoricino, declinava dalla stessa parte di quelli col microfono attaccati su con lo scotch. che poi dici sinistra e dici tutta la variegate nuance dei suoi ascoltatori. ma questo lo avrei capito solo dopo.

il primo ricordo nitido nel novantasette. quando l'ascoltai davvero, intendo. poco prima della laurea. mi svegliava robecchi con piovono pietre. poi andavo in dipartimento a scrivere la tesi e preparare la presentazione. di quel periodo ho in testa la copertina blu acceso di "cronaca di una morte annunciata", quando ricominciai a leggere, oscar mondadori a tremilanovecentolire. e soprattutto la genialità del robecchi. quei diciotto-venti minuti, con quattro-cinque notizie sui generis, e la narrazione  fintocazzara, inebriante, da improvvisatore blues del robecchi. sembrava una cosa buttata lì a caso, con questa narrazione per me fascinosamente irriverente. era genialità pura. cazzo, pensai. anvedi 'sta radio popolare. però poi non ascoltavo altro. non sapevo [ancora] quella fosse una specie di vetta, non so se [ancora] inarivata. so solo che pure oggi molti ricordano piovono pietre con la lagrimuccia.

partì tutto da lì. e poi venne il resto. ma dopo un po'. lasciai milano un annetto ed un pezzo, nemmeno così certo di tornarci. poi ritornai, ma non ho memoria precisa di quando cominciai davvero ad ascoltarla.

ho ricordi sparsi nella successiva dozzina d'anni.

tipo quando comprai al hyndai tiburon, usata, il proprietario che me la vendette preconizzò: quest'auto è molto da cucco e da fichi. risposi: tanto ascolterò tutto il tempo radio popolare. quindi dovevo aver già sintonizzato la rotellina del cuoricino sui centosettepuntoseimegacicli, modulazione di frequenza.

tipo un sacco di spunti musicali. spesso al mattino, quando la radiosveglia mi svegliava. tipo eurialo e niso, cantata da bubola, poco prima della settimana del punto angoloso di mio padre. per anni, riascoltandola, ripensai al uichend precedente di quella settimana. quando ancora ero giovane, e da lì a breve sarebbe finita, la giovinezza.

tipo quando il bachi finse un collegamento col professor di stefano, in viaggio verso il lussemburgo, per discutere con i responsabili del fondo di investimento che voleva acquisirla, la radio. "abbiamo fatto il passo più grande della gamba cercando di allagare il bacino di utenza. siamo in grandi difficoltà finanziarie. vogliamo capire come gestire, concordare la scalata di costoro". arrivarono messaggi, tentativi di telefonate di ascoltatori terrorizzati: perdere la libertà editoriale che l'indipendenza garantisce, che la radio è della cooperativa dei lavoratori. attimi di sbandamento. poi partì il pistolotto perculante del bachi, che annunciava l'inizio della campagna di abbonamenti annuale, l'abbonaggio. "vi siete cacati in mano, vero? che non manca il profluvio di critiche e puntacazzismi da parte vostra. che siamo quelli troppo rifondaroli, quelli troppo poco rifondaroli, quelli troppo a destra, quelli troppo a sinistra. pieni di difetti, ma indipendenti, raccontiamo quello che ci sembra giusto raccontare, nessuno ci dice quale musica mettere. e noi ci siamo grazie a quelli che ci sostengono, e che magari ci criticano, ma ci sostengono. siamo noi perché ci siete voi. e a tutti quelli che ascoltano a scrocco diciamo: abbonatevi, starete meglio, ci criticherete meglio. ma intanto si garantisce la nostra voce libera e l'indipendenza". il bachi lo disse molto meglio e col suo piglio. ma il senso fu quello. cose così. e partì l'abbonaggio.

perché la radio è la sostanza de "e se una radio e libera, ma libera veramente, mi piace ancor di più perché libera la mente", del finardi, nella canzone omonima. dedicata, guarda un po', alla radio. nel senso di radiopopolare

già. l'abbonaggio. ho ascoltato per qualche anno a scrocco. ad ogni abbonaggio, mi sentivo pungolato, centrifugato emotivamente. tutta 'sta grande comunità che si palesa, il palinsesto grande frullato di conduzioni improbabili [rimangono solo i giornali radio. in fondo, di fondo, l'essenza è fare informazione libera. il resto viene di conseguenza. dall'approfondimento all'intrattenimento. dalla cultura altra alle facezie totali]. per qualche abbonaggio mi son detto: ora li chiamo e annuncio che mi abbono.

non l'ho mai fatto, chiamare in diretta intendo. però sì, mi sono abbonato. in un novembre dove l'afasia finanziaria cominciava a percepirsi netta ed inequivocabile. mi abbonai lo stesso. in effetti poi ti senti meglio, più parte di quella grande comunità. variegatamente puntacazzista, che sa far rilucere elementi di solidarietà, condivisione, collaborazione che - a volte - è semplicemente commovente. tutte e tutti legati in una maniera che sarebbe interessante studiare, dal punto di vista socio-antropologico. tutte e tutti parte integrante di questa emittenza, probabilmente unica in tutto lo stivalone italico e oltre.

avrei decine di ricordi personali, aneddoti, considerazioni. in questo blogghettino ce ne sono sparpagliati qua e là alcuni. riverso cose poco sintetiche qua dentro quando una qualche emozione legata alla radio è più forte di altre. post-it, foglietti, foto appiccicate nell'album del vissuto degli ultimi quattro, cinque lustri.

spulciando qua e là. tra i tanti. 

quando la ghidini, con le sue galosce gialle, presentò uno spettacolo sulla resistenza in un deposito atm, ed io la vidi per la prima volota oltre che ascoltarla, faceva davvero strano, quasi spiazzante [peraltro pensai: carina. la immaginavo più sfighinz].

quando ordinai al facco la maglietta di sunday blues, che magnificava francesca carla [mi chiamo francesca carla. no, non è la prima volta che telefono]: rossa, la voglio rossa, mica nera. 

quando una domenica di undici anni fa, la sera prima di iniziare a lavorare là dentro [per nulla convinto, spaventatino, perplesso. ma senza più un soldo: da qualche parte dovevo pur ricominciare. avrebbero conculcato il mio tempo. molta meno libertà di andare a tutte le chiamate della radio, o quello che sentivo consigliato in onda] ascoltai per la prima volta sunday blues. e mi parve un'emerita cagata. per poi cambiare idea piuttosto radicalmente da lì a qualche settimana. non passava l'ansia di tornar là dentro. c'erano facchini e gattuso ad accompagnarmi la domenica sera.

quando in una trasmissione di un sabato pomeriggio di più di vent'anni fa sentii parlare di un libro dal titolo strano: la gang del pensiero, libro che poi mi travolse.

quando arrivò loro addosso, secca, una crisi finanziaria importante, altro che il bachi di cui sopra. e si ridussero lo stipendio per non lasciar a casa nessuno. e coniarono l'impresa eccezionale. che fu scritto anche sulle magliette. e da lì le ho tutte, ovviamente, le magliette. 

quando composero con lenzuoli bianchi e rossi il simbolo della pace, al parco nord, poco prima della seconda guerra del golfo. simbolo della pace fotografato dal satellite, ed io me ne stavo tornando sul lago che rosicavo non potessi esserci.

quando il bacchetta. oddio. quando il bacchetta ci sarebbero almeno metà delle puntate di tutto scorre. però quando il bacchetta consolò ed accompagnò, in un microfono aperto, un'ascoltatrice che camminava nel bosco, sola, per tenere a bada la tristezza ed il senso di spaesamento per la perdita del marito mancato da poco. chiamò in onda per cercare compagnia nella disperazione che la stava assalendo.

quando un papà chiamò durante un abbonaggio per annunciare un nuovo abbonamento, dedicato del figlio mancato qualche giorno prima, ed il bachi, giullarmente cazzaro specie durante l'abbonaggio, riuscì a virare la cifra stilistica con una delicatezza avvolgente in un amen. 

quando il bachi annunciò al demone del tardi, l'inizio della guerra in ucraina, o quando mandò all'aria la scaletta, un attimo dopo aver annunciato la morte di battiato: facciamo che oggi ascoltiamo solo canzoni sue. quando il bachi ritornò per l'ultima puntata del demone, dopo due mesi di assenza, per ringraziare: era necessaria una pausa, una prova importante da affrontare era appena iniziata. [ho ancora i brividi, pensando a nina simone in sottofondo, e la voce del bachi. mentre entro leeeeeento là dentro. per ascoltarmelo tutto, il bachi]

e poi la gentilezza e la cortesia del jampaglia. l'acutezza e la preparazione  del liguori, con la sua capacità di interloquire a pari livello con dotti, professori, eminenze. la cultura sconfinata in tantissimi ambiti della rubini, oltre la sua risatina a volte così insopportabile, a volte così coinvolgente. la puntuta sagacia argomentativa dell'ambrosio, a volte carta vetra nei microfoni aperti. la competenza letteraria spaventosa del festa. l'ironia velocissima del facco. la capacità autoriale di disma, che ti chiedi: ma è lo stesso pirla che non smette di ricordarti della sua inadeguatezza esistenziale nella altre trasmissioni? la poli che fammi sorridere con delicatezza, e già un po' mi hai conquistato [una birra, con lei, mi incuriosirebbe assai]. le giornaliste e giornalisti più giovani, che già capisci quanto ci sappiano fare [e un po' li ammiri e un po' li invidi, che forse hanno trovato la loro strada, nella vita].

e poi la notte in cui morì, di covid raffaele masto una colonna portante della radio. innamorato e conoscitore immenso dell'africa. un sabato sera. palinsesto stravolto e alcuni suoi servizi mandati in onda - la bravura oltre il giornalismo era tutta lì, nella perfezione del cronista che narra soprattutto l'anima di quello che vuole raccontare. la ghidini che non riusciva a trattenere le lacrime in onda. 

la compagnia ed il senso di comunità che ha saputo dare, durante il lockdown a me e migliaia di altre persone. non ci sentiva soli. chiuso in casa senza nessun altro. ma non ero solo.

il viaggio in palestina, uno di quelli che la radio promuove[va]. quando matreme disse: voglio venire anche io, le buttai lì: non ti ci vedo così amalgamata con gli ascoltatori della radio. fu così. però sono tanto contento che l'ultimo viaggio abbiamo fatto assieme sia stato proprio laggiù.

in fondo, la radio per me, è come radiomaria per una beghina. con la differenza che io non andrò in paradiso nella prossima vita, [anche] per aver ascoltato un'emittente. ma va bene così. perché in questa di vita, appunto, è come se mi sentissi parte di una comunità. in cui magari mi riconosco in maniera cangiante [oltre che grazie alle magliette, a volte]. come rilucono diverse le goccioline nebulizzate che sono tutte le espressioni che stanno a sinistra. tecnicamente non sono un compagno, né proletario, e tanto meno so quale sia il mio grado in purezza, stante i requisti richiesti dai più puntacazzisti ascoltatori della radio. e come me, tutte e tutti, puntacazzisti o meno, si sentono parte della stessa comunità. che riverbera, dall'antifascismo in poi, in un qualcosa che ha a che vedere con il desiderio di giustizia sociale, civile, ambientale. vale qualsiasi ordine la si elenchi, la declinazione della giustizia.

comunità che è attorno a quell'emittente. che sono i redattori, collaboratori, ma è soprattutto l'idea che li unisce e li trascende. perché poi un sacco di gente se n'è andata a far altro. a volte con platee nazionali. ma l'idea di fondo, rimane. una radio libera, indipendente, che racconta quello che i redattori scelgono di raccontare, non quello che decide l'editore. perché un editore non c'è. e linea editoriale è semplice, nella complessità del mondo di ieri e di oggi: di sinistra - con tutte le cose che questo significhi - e antifascista - che significa solo una cosa.

non sono ricchi. vanno in onda anche con degli sgangheri, ma non lo capisci. così come a volte sono sgangheri nell'organizzare cose, creare hype. che poi magari l'hype ne rimane un po' deluso, ma sticazzi. sono liberi. rispondono solo alla loro onestà intellettuale.

a tratti è paradigmatico della mia stessa esistenza. a volte sgangherata, con hype disattesi, libera e onesta intellettivamente.. per questo so di non essere solo. non solo in senso stretto. ma anche non essere solo a immaginare e desiderare un mondo più giusto, equo, che rispetti tutte e tutti, pianeta compreso.

sono iniziati i festeggiamenti per i primi cinquant'anni della radio. ovvio mi senta della festa anche io. anche se domani andrò al corteo, rappresentazione di massa non competitiva, da solo, come spesso accade [è parte dello sganghero esistenziale di cui sopra]. però so che sarò un po' meno solo, di quel che può sembrare. sgangherato o meno, alla fin fine, sia. 

faccio parte, facciamo pare della cinquanta e cinquanta. cinquanta ce lo mette la radio, cinquanta ce lo mettiamo noi. il fatto è che la somma è ben oltre la semplice aritmetica. e quella roba lì, l'oltre l'aritmetica, è davvero bella sentirsela dentro. auguri errepi, auguri a tutte e tutti noi.

 


 

 

Friday, December 5, 2025

baluginii

e quindi la maieutica carsica dell'amico massimo ha zampillato. ho capito che non c'è trippa, lascio andare. quindi niente rimbalzi. è un bel cambio di approccio. fin non troppi anni fa, mica non la conosco la china che il tutto avrebbe potuto prendere. a propositi di masochismi e tragicomici rimbalzi.

un po' peccato per i baluginii mancati e che mancheranno. ma è l'orizzonte stretto delle cose, e va bene così uguale. 

io però me lo ricordo cosa accadde quando la vidi la prima volta, là dentro: cornuta. nel senso indossasse delle simpatiche corna di renna. ovviamente posticce.

vero. allora era piuttosto facile rimanere colpiti, in quel contesto nuovo, cangiante. facile dal punto di vista probabilistico. io sicuramente attento e curioso in un posto con un numero importante di soggetti che potevano attirare attenzione e curiosità. però quando la vidi, cornuta, capii che c'era qualcosa di diverso in quel rimanere colpito. niente tuffo al cuore, sia chiaro. però la sensazione che, tra il tanto facilmente rimanere colpiti, ecco, di lei avrei avuto molta più curiosità di.

la incrocerò di nuovo, là dentro, pensai.

quando poi la incrociai, qualche tempo dopo, mi venne il dubbio di aver preso un colpo - nel senso di rimanere colpito - assieme ad un granchio, come si suol dire. mi sembrò così austera e seriosa alla macchinetta del caffè. che ci avevo visto, colto, quando la vidi cornuta? [posticciamente, ovvio].

inutile dire, poi, che ero rimasto colpito giusto la prima volta, cornuta o meno fosse. ed è stato un lentissimo, incertissimo, procastinatissimo avvicinarmi per orbite sempre più concentriche.

già, perché intanto succedevano cose, più o meno lontane della maieutica dell'amico massimo dell'evitar i rimbalzi [peraltro ex-ante. nel senso che allora, quella declinazione della sua maieutica non si era ancora rivelata]. succedevano cose, mantenevo la curiosità per lei senza arrovellarmici troppo. vivadddddio.

poi, vero, capitava anche quella cosa strana che succedeva di interloquirci, ed io sempre con l'impressione di star facendo la figura del mezzo rincoglionito. impacciato, come bloccato da una qualche forma di imbarazzo e timidezza, che peraltro non riuscivo a spiegarmi così bene. forse la curiosità? forse la percezione di essere fuori posto? forse la timida percezione di non essere granché capace?

tanto che ancora non mi spiego come mi ritrovai ad avere il suo numero. e tanto più che mi rimaneva il dubbio che occhei la curiosità, occhei esserne rimasto colpito: ma forse sarei riuscito a parlarci un quarto d'ora. e poi ci saremmo vicendevolmente annoiati.

intanto, ancora, succedevano altre cose. tipo il fatto che siamo rimasti locckati per mesi. e dopo stare in mezzo alla gente è sembrata, per un sacco di tempo, una cosa strana e meno scontata. quando non addirittura da praticare con poca e selezionatissima minoranza.

e, guarda caso, con lei mi è sembrato fosse meno strano. mica solo con lei, ovvio. però era come rispuntasse fuori la curiosità, in maniera rasserenante. sì, se aveva senso, là dentro, passar del tempo fuori da una solitudine cercata e ben difesa, era anche con lei. lasciando finalmente da parte la sensazione di essere un mezzo rincoglionito, impacciato, come bloccato da una qualche forma di imbarazzo e timidezza.

per capire che, toh, la storia del quarto d'ora e poi noia vicendevole: no, quella era una cagata solenne. avendo l'impressione avesse questa specie di sorriso taumaturgico. trovando la libertà di dirglielo. carpendo la sensazione di grande esuberanza, di un modo di porsi molto solare e coinvolgente, ma poi una specie di malinconia di fondo, in fondo gli occhietti. che nessun sorriso [taumaturgico o meno] cancellava.

sì. insomma. era bello rubarle qualche pausa caffè che andava lunga. era bello, a volte, essere invitato. come un baluginio in mezzo a cose che mi lasciavano emotivamente molto indifferenti. come peraltro capita negli ambienti in cui sei là dentro.

e così succedevano cose, fuori da là dentro. però a me 'sta curiosità cambiava colore e forma. chissà il piacere di prendersi il tempo di una birra, fuori da un certo contesto, fuori dall'esigenza di rientrare dalla pausa caffè lunga.

solo che mai ci fu, la birra intendo. curiosità che mai mi tolsi.

nel frattempo, anche se fuori succedevano cose, le dissi che sì, avevo un debole per lei. con la levità di non dover farne significare altro. solo la serenità di poterlo dire finalmente, per la prima volta, ad una donna. come ad essere centrati e sul pezzo delle proprie emozioni. una cosa bella da condividere. punto. che mi siano serviti tre cuba libre per trovare scioltezza e abbrivio, le icona pop (i love it) sul piatto del diggggei come sottofondo, sono nessi un po' temporali e un po' causali.

l'amico massimo è una delle due persone che lo seppe, là dentro.

e così si è fatto l'inizio di questo di anno. quando pensavo che le cose stessero davvero cambiando. e che a volte è una questione di combinazioni, oltre che di ossessioni. e che alcune cose capitano, e peccato non ne possano succedere altre. però va bene così. così volli vedere l'effetto che mi faceva, incrociandola là dentro, in quei giorni in cui pensavo il paradigma stesse cambiando. scoprire quanto il baluginio mi avrebbe illuminato, taumaturgicamente, la giornata. andai a cercarla apposta. per provar a capir cose. che naturalmente non capii, com'è giusto fosse. perché le persone e le situazioni sono uniche. belli i baluginii. io però mi stavo infilando - allora felice - nel più clamoroso degli abbagli.

poi sono fuggito, dall'abbaglio. con dei bei bozzi.

alcune persone mi hanno abbracciato, figurativamente ovvio. tutte con delicatezza, attente ai bozzi. alcune sapendo cosa stessero facendo. altre senza questa consapevolezza. tipo lei, che con il suo baluginare mi ha fatto sentire un po' meno strano e fuori centratura. non lo sapeva, ma in quei momenti le ho davvero voluto molto bene, nel senso abbraccioso, fraterno, accogliente del termine. come trovarmi al riparo dai marosi, accolto nella plaga che può essere l'altro: che sappia di esserlo o meno. non è stata l'unica. è stata tra le più significative. [come l'amico massimo, ovvio. ma con lui si gioca a carte completamente scoperte ed in altri campionati]. 

ed è stato proprio fluendo nello spirito del piccolo tempo puntuale di quei giorni, abbraccioso, più spirituale che pre-erotico, che le buttai lì: maaaaa, ce la facciamo una birra? così, per passarci del tempo. nessun'altra intenzione. punto.

già alla proposta capii che qualcosa non tornasse. come se l'invito contenesse l'ingombro di un non so che di stonato. mi rispose: vediamo.

tre giorni dopo poi la birra non ci fu. come può capitare, specie in un affollato ed orgoglioso contesto, logicamente complesso quel pomeriggio. niente di che, figurarsi. quanti pacchi involontari ci si tira, a volte. eppure mi suonò strano, illuminante nel suo essere non esattamente piacevole.

così è venuto da sé, senza quasi deciderlo: lasciar andare, intendo. come la armonica conseguenza di un qualcosa di [apparentemente] casuale. niente di eclatante. un po' dispiaciuto, all'inizio. basta baluginii. che è ovvio un po' mi siano mancati. però è venuta come senza intoppi, liscio, come il frusciar via di uno scialle in percalle, dalle spalle di una fanciulla che corre controvento. che ha disvelato che la cosa più semplice, la più probabile, sia quella giusta.

che cioè non ci fosse trippa per gatti. in maniera anticausale. prima ancora di porsi la questione. ma sempre gNente trippa per gatti. non necessariamente un qualcosa che debba picconare la mia autostima, bel gruviera poco stagionato. senza arzigogolarsi sul perché. non si può piacere a tutte e non sono un adone irresistibile cui è impossibile dire di no. non c'è trippa per gatti. che magari non ne vuol sapere, che siano maschi magari solo un dettaglio. oppure, ipotesi più semplice, forse la più probabile, è che sia già posto così: balugina con qualcuno o qualcuna. non c'è spazio per altri.

non c'è trippa per gatti. ed il resto è venuto da sé. sfilarsi, dopo essermi messo in un cantuccio, soffiar via la stella filante del qualsiasi cosa potesse succedere, qualsiasi cosa potessi arrivare a sperare succedesse. lasciar l'idea di sussumermi quanti più baluginii possibile, prima ancora mi si formasse nitida in testa.

nessun malinteso. nessun rimbalzo. srotolar via il filo prima si ingroppi in un qualche nodo fastidioso. per tutte e tutti. roba che ci si attorciglia e poi scioglilo tu l'impiastro. stai attento tu a non inciamparci. è già complicato di suo l'andare. che tanto la metà della mela non esiste. però possibili incastri reciproci, nelle difficoltà e bozzi che uno a 'sto punto si ritrova; sì. che possono essere baluginii, quelli che meritiamo. saranno altri. 

è così che mi è tornata in mente la maieutica dell'amico massimo. che carsica si era infilata nel sottosuolo del conscio. ed è tornata a zampillare. e la stavo adoperando, prima ancora di rendermene conto. gNente birra. quindi zampillio.

e guardare avanti. occhei resterà quella curiosità. ma chissà invece di cos'altro e come, ancora, incuriosirsi.




 

Thursday, December 4, 2025

rimbalzi

[premessa. in questo post utilizzerò la parola innamorarsi/innamorato/innamorarmi* [con due declinazioni di genere] in maniera estensiva. tipo una roba che può significare da sono vagamente interessato esteticamente a sono certo sia la donna della mia vita e la certezza è corrisposta. così. c'è dentro tutto. quindi anche niente. fine premessa.]

la maieutica dell'amico massimo agisce in maniera carsica. lui maieutica, la sua maieutica si infila nel sottosuolo del conscio. e poi, sbam, te la ritrovi lì a zampillare come acqua fresca, dissetante, ristoratrice. e lo zampillo te lo trovi mentre te ne stai dissetando a garganella. quando ormai stai sussumendo la sua maieutica, la stai sostanziando e ti dici: ohibò, ma questa è la maieutica dell'amico massimo. me ne faccio un altro goccio.

vado a dettagliare.

l'amico massimo mi disse qualche tempo fa: io non sono mai stato rimbalzato da una donna.

uno potrebbe domandarsi: trattasi di millantatore boriosamente frustrato? oppure ti adone irresistibile cui non è possibile dire di no?

ennnnò. son domande sbagliate. non è nessuna delle due cose. non che l'amico massimo non sia un bel fiòe, neh? ed anche col capello ingrigito ci avrebbe anche il suo perché. ma non è questo il punto.

difatti, proseguì l'amico massimo con: io ho sempre capito prima di innamorarmi* se non c'era trippa per gatti. e se non c'era trippa per gatti non mi sono mai innamorato* di una persona che sapevo non mi avrebbe voluto, non si sarebbe innamorata* di me. e così ho sempre evitato fatiche, energie, passioni che non avrebbero portato da nessun parte. niente stress né per me né per l'altra. niente sofferenze inutili. non era semplicemente cosa. quindi mai avuto rimbalzi.

l'amico massimo, dicevo, l'è 'n bel fiòe, neh? e per quanto non sia un adone è persona [anche emotivamente] molto intelligente. è persona profonda, colta, sensibile, che sa farti ridere in modo delicato. poi dosa con molta abilità quanto e come mostrare tutto ciò. e nasconde un'immensa parte più intima, la parte molle come direbbe lui, che conoscono in poche e pochi. che è una delle cose più importanti e significative dell'amico massimo. non è nemmeno questione di far sì lui te ne abbia condivisa granché. si capisce che c'è. però, appunto, anche senza aver consapevolezze della parte più intima, pure una fanciulla moderatamente gnucca - con tutto il rispetto, ovvio, è che si è diversi e variegatamente spalmati dentro la campana di gauss - capirebbe che l'amico massimo non è un maschio banalmente nella norma.

quindi, figurarsi, se il mondo non sia pieno di fanciulle per cui per l'amico massimo non ci sarebbe stata trippa per gatti. e non è solo una questione di essere gnucche, è il fatto che tanta roba può non interessare, se si cerca un altro tipo di banalità maschile. per fortuna c'è più o meno posto per tutti. 

quindi l'amico massimo ha sempre utilizzato la sua sagacia intelletivo-emotiva a preservare situazioni sbagliate. non ci si innamora* di una che non si innamorerà*. è tutta energia emozionale che si degraderebbe in un calore che non avrebbe scaldato nessuno. ed è anche un modo, a volerla vedere, che nega il modello patriarcal-macista. roba tipo il corteggiamento per andar a conquistare la fanciulla. che il maschio pensa di essere riuscito nell'impresa conquistatoria di farle cambiare idea, farla innamorare*. mentre è sempre costei a decidere di innamorarsi* di te. che babbodiminchia può essere il maschio.

mi si sfrucugliavano in testa tutte 'ste cose, mentre l'amico massimo maieutuizzava, e la sua maieutica sguish, si infilava carsica nel sottosuolo del conscio.

e a pensarci, poi, ho convenuto che io per anni, anni, anni, anni, anni ho agito in maniera esattamente antipodale rispetto l'amico massimo. facendo in modo di innamorarmi* se e quando non c'era trippa per gatti. in modo quasi inversamente proporzionale. e quando, vagamente, avrebbe potuto anche esserci, mi ponevo in modo tale che il gatto si portasse via la trippa. ma proprio a zampe levate. il mio innamorarmi* non poteva far a meno di portarsi appresso uno struggersi, un sospirare, un desiderare frustrato e monco ex-ante. era l'essenza stessa dell'innamoramento*, credevo. che poi avrebbe reso ancora più bello il momento in cui anche lei si sarebbe innamorata*. invece erano probabilmente coazioni a ripetere nevrotiche. tanto che, innamorarsi* significava semplicemente sentirsi più o meno tristi, prima o poi.

per questo son venuto su un po' tanto incerto, intimidito, impacciato. un po' un ciula, da quel punto di vista. con tutte le disavventure tragicomiche che ne sono uscite. ci potrei scrivere un libro. ma in fondo sono quasi vent'anni che lo dico [in ogni caso si intitolerà "caro riccardo"]. 

anche in tutte le variegate declinazioni di relazioni che poi ci son state, un po' impacciato e con l'eco di ciula son ben rimasto. ma ormai va bene così. ma potenzialmente sempre uno che può prenderne di rimbalzi.

anche se, però appunto, qualcosa è cambiato. che nella prima di parte di quest'anno pensavo fosse arrivato il momento della svolta. poi ci ho messo poco a capire che non si era svoltato un cazzo. anzi, era meglio levarsi di torno. però con la sensazione avessi una gran voglia di provarci, a svoltare. che tanto la metà della mela non esiste. però possibili incastri reciproci, nelle difficoltà e bozzi che uno a 'sto punto si ritrova: sì. che possono essere baluginii, e che sono bellissimi uguale. e poi magari arriva l'innamorarsi [qui non c'è l'asterisco, e non perché lo abbia dimenticato].

ed immerso in questa nuova consapevolezza che ho capito di abbeverami allo zampillo sgorgato della maieutica dell'amico massimo. nessun rimbalzo. perché, come da maieutica occam, la risposta più semplice è quella che ha più probabilità di essere quella giusta. la risposta più semplice è: non c'è trippa per gatti. non è cosa piacevolissima, ovvio. ma è consapevolezza di una certa levità e libertà.

su come la maieutica dell'amico massimo abbia zampillato, magari un altro post.

Sunday, November 23, 2025

amicoDiGomma

oggi compie gli anni l'amico guiTo. che poi sarebbe l'amicodigomma, che peraltro fu anche therubberfriend. io all'amico guiTo voglio bene, ed è una cosa che fluisce fuori bene senza sbadta, timidezza, ritrosie. non è qualcosa di ex-post. mi piace come mi venga.

e dire che non era iniziata benissimo, tra me e lui. anzi. proprio gli stetti sui coglioni. non so quanto centrassero i mocassini annacquati da un tragitto di un paio d'ore sulla neve, abbastanza frescazza. che l'amico luca e daniele occhei aprivano la pista, loro a sprofondare fino al ginocchio. e noi dietro, io entusiasta a prescindere, l'amico guiTo con i mocassini ed il suo colbacco. che quindi si prese una giaccata di neve [la giaccata d'acqua venne l'anno successivo]. così visse malissimo quello che per me fu uno dei capodanni più spettacolerrimi. entusiasmo per il cambio di vita che sarebbe venuta da lì ad un paio di mesi. sarei stato entusiasta ovunque e comunque [poi il cambio di vita non andò come lo pensavo. ma tant'è]. l'amico guiTo in parte già indirizzato a far grandi cose, non fosse per le ali tarpate. però con il malumore quella sera per i mocassini imbevuti di acqua, con la baita a contribuire ed i suoi tempi lenti scaldarsi.

poi i ricordi di quei primi momenti si fanno più confusi e sfumati. e l'amico guiTo spesso raccontato prima che sussunto in prima persona plurale. e mi tornavano evocazioni e aneddoti a volte da fumetto. roba tipo il baloon con scritto dentro: GASP!

intuivo avesse vissuto periodi del tipo vuoiCheMiMettaUnaScopaInCuloCosìTiRamazzoLaStanza. in quello lo sentii subito molto fratello. salvo poi scoprire che quei periodi lui li aveva messi alle spalle, brillantemente. io continuavo, nell'approccio, ad avere una radiosa carriera davanti. poi uno dice che me lo meritavo appieno l'incipit "caro Riccardo". e pure il perculamento che rimbalzerà finché ci sarà l'amico guiTo. e nel frattempo avevo smesso di stargli sui coglioni. e quanta roba nuova essere coinvolto anche con lui. 

l'amico guiTo è un musicista, nel senso di uno con la musica dentro. ma prima ancora l'amico guiTo è una persona di gran cuore. oltre che incarnare quell'anima metodico lineare che riluce in un contesto di traiettorie più sghembissime. come dentro la sua arte ci fosse un baricentro basso, basculate pure, voi altri, io più di quel tanto e poi ritorno in bolla. ne ebbi una certa sensazione il giorno della festa dei suoi quarantanni. in quella jam session acquese dove suonarono una fottia di amici suoi musicisti. lui a far da fil rouge sul palco con i suoi tasti, quelli bianchi e pure quelli neri. che serata memorabile. deve esserci da qualche parte un post, che scrissi sull'eco di quel momento da ricordiapppalla, bellissimi. [quanto era felice, quella sera, anche suo padre]. la sensazione che fossero tutti lì perché gli volevano davvero bene, un affetto strameritato. la sensazione in lui ci fosse, appunto, qualcosa di diverso, un'ontologica impossibilità allo sbraco. non è una questione di meglio o peggio. è roba di essere diversi. ecco. l'amico guiTo era diverso. 

l'ho rivisto recentemente ed è stato un ritrovarsi sereno, piacevole, rilassante. l'ho trovato bene, sereno, rilassato, nella sua risolutezza fumettosa. credo sappia esprimere al meglio il fatto che il tragitto più breve tra due punti in un qualsiasi spazio è la geodetica. e che sa percorrerla con la giusta levità ed l'impegno che non schiaccia. la percorre e se la gode, la geodetica. niente spezzate poligonali altere ed insieme autoironiche. niente percorsi che escono financo dall'iperspazio, sbucando in mondi paralleli. niente arabeschi, figurarsi vergati a mano mancina, che poi altro che incartarsi e aver la sensazione di non avanzare, quando di regredire. no. l'amico guiTo segue la geodetica. gli riesce bene e ti guarda con affetto ed anche un po' beffardo. ti sorride, stringe gli occhietti arrivando quasi a chiuderli e tu sai che potrebbe regalarti una delle sue chicche sinestesiche. 

che bello avercelo come amico, l'amico guiTo. fossi meno testadiminchia dovrei sussumerlo più spesso.

intanto, però, molto buon compleanno, amico di gomma!

Saturday, November 22, 2025

verdiano

se n'è andato anche l'aldo. se ne stanno andando tutti i coetanei di patreme. è il naturale svolgersi delle cose. è patreme che - per una volta - è stato molto in anticipo. tra tutti costoro, l'aldo che se ne va, è quello che mi ha colpito di più. non è ovviamente una cosa casuale. per quanto la cosa interessante, forse controintuitiva, è il contesto relazionale tra l'aldo e me. perché l'aldo ed io non ci siamo mai presi. anzi. non so se solo per una proiezione del rapporto aveva con patreme, per quanto credo si stimassero, a modo loro, per i tratti che serviva. non so se anche per il mio essere impacciato e intimidito da una figura che mi appariva spigolosa e burbera.

però l'aldo è stato la persona che mi ha insegnato la musica. è stato il maestro della banda in cui ho suonato. per quanto forse l'abbia lasciata anche a causa sua. credo sia stato così per molti, una figura importante dico. perché ha insegnato la musica a tantissime persone. e tantissime persone hanno suonato in banda con lui come maestro. e forse l'hanno lasciata anche a causa sua. chissà se tra coloro che variegatamente scazzarono con lui, in banda, ora prevale la riconoscenza o altro.

perché l'aldo era sicuramente un talento musicale. fosse nato in un contesto più favorevole, avesse potuto studiare da subito la musica, chissà cosa avrebbe potuto e saputo fare, chissà dove sarebbe arrivato. e se avesse avuto un approccio più morbido, meno tagliente chissà che direttore di banda avrebbe davvero potuto essere. posto abbia senso metterli quei se.

non era una persona facile. un po' la bizzarria dell'artista. un po' il replicare un modo di porsi da uomochemaidevechiedere. però poi mi son chiesto se 'sta roba qui non fosse una specie di corazza per difendersi. perché son piuttosto convinto dovesse avere una sensibilità ed una delicatezza interiore che, forse, voleva, doveva dissimulare con atteggiamenti più conformi ad altro. perché sensibilità e delicatezza interiore, credo, siano condizioni inevitabili per poter vivere la musica, come di certo la viveva lui.

per questo ne subivo un certo fascino. perché capivo, più o meno conscio, come la musica gli fruisse dentro. come forse fruisce dentro di me. molto probabile meno talentuoso di lui. quindi cercavo di sussumere il suo viverla e il suo possederla, la musica. sussumerlo là dove e quanto vedessi affiorarla 'sta cosa. quando non mi facevo allontanare da quell'aspetto del porsi che mi intimidiva, e anche un po' mi infastidiva. cercavo riferimenti. era il contesto ed il porsi che mi intimorivano.

credo mi stimasse, musicalmente intendo. me lo buttò lì, senza lasciarsi andare ad altri fronzoli il giorno che mi accompagnò a comprare il flicorno, lo strumento che aveva scelto per me quando si studiava per entrare in banda. fu un viaggio in cui per tutto il tempo stetti stretto in una sorta di tensione imbarazzata. nella sede della "rampone e cazzani", quarna sopra, quando mi porsero lo strumento, il mio strumento, lui, mossa fulminea, lo prese a sé e lo suonò: un paio di scale, qualche salto di terza. solo allora me lo consegnò: al và ben, tegn, provel. lui doveva essere il primo, come servisse una sua ratifica per dare il la - mai più calzante il la - a tutto il resto nella la vita di quello strumento. ius primae sonata.

non riuscivo ad entrarci in sintonia, come peraltro avrei voluto. perché non sarei del tutto onesto se non riconoscessi che ne subivo, in un qualche modo, il fascino. per l'autorità musicale che incarnava. per quanto sempre un po' a disagio, con l'autorità e con lui, ma era l'arte di cui era messaggero a coinvolgermi. un hermes spigoloso, che incarnava un certo paradigma: ma vuoi mettere il messaggio?

per questo mi colpì la sera della serenata della banda a sua figlia, il giorno prima del matrimonio. mangii, fioe, mangii. quasi affettuoso nei confronti dell'ultima nidiata di bandisti, noi quattordicenni. 

per questo mi sentii po' spiazzato quella volta che mi sentii quasi coinvolto da lui nel percepire il fruire della musica e come ci inondi. fu durante la pausa di una scuola di musica, mentre provavamo i pezzi del concerto. tra i quali "jesus christ superstar", nel senso di una riduzione per banda di alcuni brani. come punto di chiusura di un tema, prima di quello successivo, un paio di misure con una sequenza di accordi di conclusione, molto coinvolgenti. quella sera mi accorsi di quanto fosse bello quel passaggio. durante la pausa volli andare a cercarlo, sullo spartito del direttore, quali note, chi suonava cosa, quali intervalli. si accorse del mio sbirciare la sua partitura. venne a chiedermi, incuriosito. gli spiegai il perché, volevo vederli quegli accordi. e lì ebbi l'impressione che lui colse appieno il senso profondo di quella curiosità. come intuisse il mio cercare la sintassi, il segno razionale dell'emozione che quell'armonia di suoni produceva. che poi è un modo quasi sinestesico di farsela fruire, la musica. è tutta una questione di rapporti armonici, scansioni temporali, ancoratissimi nella precisione della matematica. che poi però espande in altri spazi. genera dentro quel mondo che ci riempie e scatena le sensazioni più disparate e coinvolgenti.

per questo credo amasse così tanto giuseppe verdi. un po' per formazione musicale sua, il musicista più importante della storia italica. penso che ad un certo punto abbia voluto guardarci dentro al fatto la sua musica  sia così potentemente delicata, sublime nel suo essere travolgente. io me lo vedo l'aldo, che scruta l'evolvere della partitura a realizzare quelle arie eterne. come si strutturano armonie così d'impatto. come compaiono note a realizzare quegli accordi verdiani così definitivi. di nuovo: la sintassi di quelle pietre miliari della musica. me lo vedo a vivere quella gioia intima di capire come questo si realizzi. che poi è un modo per possederlo. come afferrare anche solo per un attimo la fiammella che intuisci appartenga ad una specie di eternità, che fruisce da sempre e fruirà per sempre. io credo che tutto questo lo vivesse. e deve essere una cosa bellissima da vivere. per cui ci vuole una certa sensibilità e delicatezza interiore. non mi meraviglia si premurasse tanto di mimetizzare.

anche per questo ha composto delle marce per banda. erano una specie di sintesi di quella variegata complessità. un sacco di bemolli in chiave, alterazioni come mascolinità sul pentagramma. gli strumenti del controcanto - flicorni tenori, baritoni, tromboni - con ruolo principale e vigoroso. insomma lui, suonatore di trombone per cominciare, baritono anche [quello che suonavano i suoi figli maschi] che così marziale e risolutivo talvolta voleva mostrarsi. quanto meno le prime composizioni.

non so come poi sia arrivato alle ultime che scrisse. molto più morbide, bilanciate, a tratti delicate. addirittura in do maggiore [per gli strumenti in sib, ovvio]. ormai era troppo tempo che ci ignoravamo, anche solo incrociandoci per strada. però lì dentro ci deve essere stata una specie di evoluzione. o forse la corazza meno necessaria da indossare, il mimetismo meno ostentato, gusci più sottili. non so. forse era cambiato. o meglio: aveva deciso di mostrarsi in altro modo, più vicino al vero. difficoltà e malinconie compreso.

questa sera c'è il concerto di santa cecilia. per me è sempre un po' faticoso. non solo per l'aspetto emotivo del ricordo. anche per una certa spocchia snob, stratificatasi con gli anni [sono anosmico, ma l'orecchio di è raffinato col tempo. e si è fatto molto più puntacazzista]. penseremo a lui, all'aldo. tutto quello che ha significato e rappresentato. 

il fatto non sia stato semplicissimo stargli accanto - io di certo - non rimuove l'eco di quanto sia stato importante per un sacco di bandiste e bandisti. anzi, forse rende la cosa più complessa, quindi più umana. come l'armonia, complessa e umana, di un accordo verdiano. 

Sunday, November 16, 2025

venti

il giochetto a specchiare gli intervalli di anni funziona facile con gli addendi [relativi] tondi. quindi ho tolto ventanni all'anno di vent'anni fa. quindi quattordicenne. quindi pensare quanta vita, quanti cambiamenti, ci son stati in mezzo in quei ventanni. che sembra che il tempo sia davvero passato più lento, a farci stare tutto quel popò di esistere. incredibile il confronto con l'aggiungere questi ventanni all'anno di vent'anni fa. stessa quantità di mesi, giorni, ore, minuti, però durate e densità diversissime. almeno a pensarla di primo pensiero.

potrebbe essere la più banale dimostrazione della relatività, del tempo. ma mica non sappiamo che significa altro, la relatività intendo. che poi lo spiegano i neurologi, 'sta faccenda. vedi che tutta 'sta gran originalità vien difficile da tirar fuori.

forse che, osservando il punto angoloso, è come se lì si fosse fermato un pezzo di tempo. e non si schioda, e non si schioderà mai del tutto. lì si rimane, col tempo immoto di quel tempo di vent'anni fa.

non è più qualcosa legato al dolore. o forse sì, vai a capirlo. posto che vai a capire cosa sia davvero il dolore. forse matreme saprebbe spiegarlo meglio. posto che sono cose che si ha l'imbarazzo di chiedere. sicuro c'è il vuoto della perdita che ti riempie. e torna, come un bolo che sta lì, fermo, come quel pezzo di tempo che non va avanti.

è qualche notte che lo sogno, mio padre. anche se non è che sogni esattamente lui. è più un'evocazione. legata al pensiero, nel sogno, del suo rincasare. che però è la casa nella versione dell'adolescenza. è una presenza che c'è senza esserci. sta rientrando? torna? non torna? senza sapere da dove. e lo aspetto perché lo si incontri in cucina, la cucina dov'era prima. che poi è diventato il luogo, la camera da letto di casa sua, dove c'era e poi non c'è più stato. nel sogno so che deve tornare, come una normale giornata di lavoro di allora. nel sogno a volte temo il suo arrivo. e nello stesso tempo c'è l'inquietudine di capire se ha un senso il suo rincasare. io ne sono sollevato non torni, temo mi debba o possa riprendere. e nel mentre sono turbato non torni, come se si sostanzi un senza senso.

non so se è malinconia, nostalgia. una presenza che non ho mai saputo sussumere del tutto. e che di colpo, vent'anni fa, puff, non c'è più tempo per farlo. come ti togliessero in modo un po' fraudolento cose. 

e ventanni poi a rosicchiare tocchettino a tocchettino il gran rumore di fondo. scavare e scavare a provare a capire cosa fosse capitato, il perché e il senso di quella mancanza. la primigenia specie di competizione più o meno dichiarata. anzi, più meno che più [qui odg potrebbe andare a nozze]. che ha riverberato, ha portato tutta una serie di effetti. non è colpa di nessuno, ma son qui a farci i conti. se non a scazzottarci, ogni tanto, con 'sti effetti.

ora, vent'anni dopo quel pezzo di tempo che si è fermato, anche il quel bolo è lì che non passa da ventanni. e che passarci accanto ti fa quel quel sottile sgomento. a guardarlo riemerge la fatica dolorosa e lieve di quei giorni. ma continui a girarci attorno, come fosse una massa importante, che ti fa fare dei gran giri gravitazionali. non si fugge, si ritorna. un gran bell'ammasso di cose non risolte.

 

sono appena tornato dall'evento di chiusura di bookcity. che collima ogni anno con questi giorni. dialogo tra un teologo eretico ed un romanziere agnostico che accompagna il papa [quello di prima] alla fine del mondo. a discorrere di un mondo senza dio. si è parlato - tra l'altro - di vita eterna. e di un ritorno a ritrovarci. mentre camminavo tornandomene ho pensato che sì, sarebbe bello e perché escludere a prescindere non possa essere vero? [questo potrebbe essere anche un foerstriiacciionsciòc]. e che fosse così mi piacerebbe chiedergli, parlarci, discutere, esserci per entrambi. colmare quel vuoto. che quel sogno, insomma, abbia un suo compimento, un senso, per non aver più più ragione d'essere sognato [al netto che ci si dovesse rincontrare nell'eternità, dubito ci sarà la necessità di sogni onirici. così, occhioecroce].

Sunday, November 9, 2025

tunél

avevo dismesso il casco, rosso, poco più di ventiquattrore prima. il casco che mi aveva prestato fratt'me, oltre gli occhiali di sci. "sono fichissimi, questi occhiali. molto gentile tuo fratello a prestarteli". aveva chiosato così il bel fenomeno. avevamo sciato tutto il giorno. la terza volta per me, quest'anno, dopo più di trentanni lontano dalle piste. 

quel giorno mi era parso di sussumere tratti di autentica felicità. [lo avevo capito, colto. gliel'avevo detto, quasi intimidito e col cuore pieno di quella cosa bellissima. eravamo al termine di un pianoro, prima della discesa. qualche giorno dopo, accusato di non essere sufficientemente entusiasta [tra l'altro], avevo fatto cenno a quell'accenno. che però è come non fosse proprio stato. evaporato]. 

il casco rosso stava nel bungalow dellammmmmore. proprio quando ebbi la percezione di aver di fronte la persona sbagliata. un personaggio ben poco avvezzo, quasi incapace di ascoltarmi. e lì cominciai a capire l'errore. e le cose cominciarono a venir giù.

accadde quando mi chiese di parlarle di mio fratello. era un discorso che le avevo anticipato durante le grandi conversazioni nelle chiamate internazionali delle settimane prima, quella che avevano creato il climax per arrivare lì. casco rosso e occhiali prestatimi. mio fratello ed il mio rapportarmici negli anni fondamentali: un punto, importante, cruciale. provare a condividerle il guazzabuglio di emozioni, sensazioni, percezioni che sto provando a mettere assieme da tempo. cercare di raccontare un pezzo di vita, di affetti, di legami che non ci sono stati, di fondo per causa mia. per quanto involontaria. per ancora meno volontà sua. provare a colmare una mancanza che si è sostanziata col tempo, che rimarrà tale, probabilmente. quella specie di coda di paglia di sentimenti annebbiati, per cui "sai, scrivo un post il giorno del suo compleanno, è un po' di anni che lo faccio. chissà se avrò mai il coraggio di farglieli leggere. e se qualcuno, dovessi non esserci più io ma essere ancora online, gli farà sapere esistono". era un ammasso emozionale quello che avrei voluto condividere con lei. non tutto subito, ovvio. ma di certo una delle cose più importanti e segnanti mi affollino dentro. portato di quello che è accaduto da quando è arrivato lui. condivisione importante con una persona importante. c'è anche questo di me, mi piacerebbe tu lo sapessi.

c'era tutto questo, e molto altro. era lì per essere centellinato piano piano, quando mi chiese di parlarle di mio fratello. avevo tanto da raccontarle e da condividere. era tanto, non mi aspettavo fosse troppo. per quanto non mi meravigliai quando mi resi conto di non sapere esattamente da dove iniziare, quando iniziai a parlarle.

non ci mise molto, a me quasi sembrava di non aver nemmeno iniziato. impiegò pochissimi a rendermi partecipe delle sue considerazioni didascalico-tranchant, tipo lamette ghigliottinanti giudicanti. dall'alto della sua esperienza di figlia unica giunse alle sue prime definitive conclusioni. ed io, lì, in quel momento capii plasticamente, di aver di fronte la persona sbagliata.

poi il resto venne giù nel giro di una dozzina di giorni.

non fu nemmeno 'sta gran epifania - negativa - improvvisa. ma come se il velo si fosse squarciato di colpo. che già avevo intravisto e intuito cose. ma ancora troppo dentro quella specie di inganno che si scambia per innamoramento.

quando provai a parlarle di mio fratello capii.

e sono contento sia accaduto proprio grazie a questa cosa. averne contezza provando a condividere proprio quello.è un modo per restituirgli un pezzo di centralità che non sono mai stato capace di dargli. era e rimane un passaggio importante. soprattutto per quello che non è stato. non è tanto il rimpianto, quanto un dispiacere sottilesottile per tutto lo l'ingarbugliato che mi sono portato appresso per lustri, e che ha in qualche modo pagato anche lui.

per quanto siamo diversi, per quanto a tratti distanti. aver dismesso l'abito giudicante è stato un regalo di cui, forse ben più di altri, ha fruito lui.

anche se rimango in questo limbo. dove gli scrivo i post. ma non faccio in modo li legga.

dove peraltro potrei ricordare quel tardo pomeriggio di questo inizio settembre. quando abbiamo coperto il tunél assieme. dopo mesi di continuo rimandare la sostituzione della copertura ormai a brandelli. mi son ridotto all'ultimo giorno utile dell'estate. gli ho chiesto titubante di darmi una mano. senza troppe ragioni peraltro, la titubanza intendo "beh, sì, ovvio che ti do una mano". sono state tre ore intense di intesa, con un fondo di imbarazzo che non sono riuscito a cacciare del tutto. a cose fatte abbiamo osservato il lavoro finito con una certa soddisfazione. gran ben fatto, soddisfazione ben riposta. gli archi raddrizzati, la travettina centrale in un'unica soluzione e consolidata, telo antigrandine ben disteso, centoquarantotto metri quadri di cellophane long-life a coprire il tutto. come un suggello avvolgente a chiudere quel tardo pomeriggio in cui è stato bello lavorare con lui. fare qualcosa assieme, ognuno col suo contributo.

ci siamo ringraziati a vicenda. e forse ho pensato che è stata cosa buona e giusta che la storia col fenomeno abbia cominciato a finire quando non riuscì ascoltare di me e di lui.

buon compleanno bro

Saturday, October 25, 2025

capito

io so di essere nella parte destra della codina. so di essere fuori dall'ordinario. so di valere. so che ho tutto quel mi serve per riuscire, fare, realizzare.

è che non l'ho [ancora] capito.

le cose quasi esclusivamente mi capítano. non ne sono quasi per nulla il capitáno.

[e caso mai l'avessi capito, forse l'ho dimenticato]

Friday, October 17, 2025

ronzinante

in questi giorni la radio è in campagna abbonamenti [abbonatevi]. che significa, tra l'altro, che il palinsesto è rivoluzionato, manco l'ottobre rosso del 1917. e le trasmissioni sono una shakerata di coppie improbabili di conduttrici e conduttori. provano a convincere scrocconi che ascoltano senza essere abbonati, appunto, ad abbonarsi [è il caso che vi abboniate]. i microfoni sono aperti. e partecipano tutti. anche i già abbonati, ovvio. ed è bello ascoltare quelli nuovi che l'annunciano: l'ho fatto. è tutto molto conviviale, da comunità di ascoltatrici e ascoltatori, molto radiopopolare. è un interessantissimo caos creativo, tra il cazzaro ed il serissimo. spesso il tema della conduzione nasce per caso. un continuo ping-pong con chi ascolta. [e comunque l'abbonamento è cosa buona et giusta].

stamani ero in ufficio. alle 09:00 va in onda il bacchetta in coppia con non ho capito bene chi - nuovo, mai sentito prima. l'abbonaggio col bacchetta è interessante tanto quanto il suo tutto scorre. in abbonaggio diventa un po' perculante, un po' auto-ironico, un po' dal ragionamento finissimo. bel mics. [come si fa a non abbonarsi quando c'è questo bacchetta, così]. mentre lavoro provo ad ascoltare tratti di conduzione, poi mi chiamano per quello, mi chiedono quest'altro, mi contattano per dei bei pezzi e rognette. insomma. seguo poco la conduzione. capisco solo che stanno cercando il nome per la nuova bicicletta scattante dell'altro conduttore. nel mentre arrivano anche nuovi abbonamenti [abbonatevi].

ad un certo punto, tra messaggi, chiamate, mail spunta ronzinante. per il nome della bicicletta intendo. 

ronzinante.

ronzinante, non mi è nuova. deve averla usata qualcuno, da qualche parte. non mi sovviene chi e dove. così ci pensa il bacchetta a chiarire il dubbio. prima fa partire un brano, che sembra siano due. poi chiude un po' di applicativi sul computer della conduzione [così si autodenunciò]. poi, dopo qualche attimo, fa partire il brano.

lo riconosco subito. ecco dov'era ronzinante. nel don chisciotte. la mia ignoranza è sconfinata. e lo ricordavo dalla canzone del guccio. brano dell'ultima parte del suo repertorio. che ho amato quasi sperticandomi, quella canzone intendo. che cantavo a squarciagola ormai lustri fa. sognando addirittura di farlo in duetto con qualcuno, su di un palco. cose così. canzone pazzesca. canzone bellissima. canzone di uno che quel romanzo deve averlo introiettato, come le preghiere quando vai all'asilo dalle suore. canzone con dei versi che son ricami elegantissimi. canzone con una trama musicale ed un crescendo dell'arrangiamento, della tonalità, che è un vortice, come il pathos ascendente del testo.

canzone che avevo rimosso. il pathos del senso di quell'epica annebbiato, scolorito. e non è solo la mancanza degli inibitori dei ricaptatori serotoninergici. è proprio il senso che mi manca. figurarsi uno scopo. roba così.

e quindi ho interrotto quel che stavo facendo, per godermi il momento. la canzone a sciorinare i suoi versi, le sue note. ogni tanto rientravano a parlarci sopra - è pur sempre una conduzione di abbonaggio [perché bisogna abbonarsi]. nuove proposte per il nome della bici che al fin si chiamerà bella cià. intanto si capiva che il bacchetta voleva proprio ascoltarsela quella canzone. come volevo farlo io. e quindi via, abbassa i microfoni di conduzione, il la al crescendo del brano.

ascoltavo ad occhi chiusi. ascoltavo. e di colpo mi è tornato in mente perché adoravo quella canzone. quell'insopprimibile voglia, necessità, tensione di averci sul culo l'ingiustizia. pensando a quanto sia - se possibile - ancora più attuale oggi, rispetto a venticinque anni fa. ora che sembra valga tutto e non sembra vedersi un tappo, in fondo al pozzo delle cose che possono andar peggio. ora che ancora più evidente che "il potere è l'immondizia della storia degli umani", e chissà cos'altro potrebbe ancora inquinare, intossicare, avvelenare.

ascoltando, pelle d'oca, quasi un mezzo magone, è come se si fosse acceso un lumicino. un senso, se non uno scopo, come quello di non arrendersi e "farsi umili ed accettare che sia questa la realtà". avercelo dentro, come elemento fondante, sputare il cuore in faccia all'ingiustizia, le storture del mondo. mica non lo so che continuerò a vederle, leggerle, ascoltare di tutto questo. mica non lo so che non evitare di leggerle, ascoltarle, non ignorarle contribuisce ad aver bisogno degli inibitori dei ricaptatori. mica non lo so che passerò oltre, come un potenziale sancho panza de noartri. ma il punto è che posso esser portatore di quell'istanza. insieme a tutta una fottia di consimili, che 'sta cosa ce l'hanno dentro da secoli. e che continuerà per altri secoli ben dopo di noi, della radio, del bacchetta e dei don chisciotte contemporanei. un anelito insopprimibile. dentro in quel flusso in cui transita un pezzo di umanità. ci si può sentire parte di qualcosa che, appunto, ha uno scopo che ci trascende. nell'immanenza delle cattiverie umane. quelle piccole noiose e fastidiose. quelle che generano gli abomini.

sono stati attimi radiofonici musicali in cui è come se ci fosse stato un click. come a fermarsi nel mentre si scava la buchetta, alzar il muso ad annusare lo sguardo di quel che c'è fuori. roba così, di colpo. attorno alle 10:20 di questo venerdì. sarà stata pure la minima densità plasmatica degli inibitori. sarà stata la musica ed i versi del guccio. sarà  stato che il bacchetta proprio si capiva che voleva far[se]la ascoltare fino in fondo quella canzone.

però, quell'attimo, è stato davvero bello. rincuorante.

il finale da sceneggiatura sarebbe stato: io che mando un messaggio [mai chiamato in diretta], raccontando dell'emozione della canzone e, ringraziando il bacchetta, annuncio di un abbonamento sospeso o dell'ennesimo ritocco al mio di abbonamento. ma ero troppo assorto e stordito da quel piccolo riverbero. osservavo il monitor del piccì quasi in trance. ma meno di-sperante. ero lì ma in quel momento ero altrove. e poi il bacchetta ha salutato tutte e tutti. conduzione terminata. sotto altri due.la campagna abbonamenti continua.

[ed in ogni caso, abbonatevi. per una informazione [di altissima qualità] libera da padroni e condizionamenti editoriali].

[e comunque mica detto che l'abbonamento sospeso non lo faccia ugualmente...] 

Saturday, October 4, 2025

sumud

naturalmente questo è un post in ritardo.

nel senso che ce l'ho in testa da giorni. da quando la vincibilissima flottila era tra le notizie per i soli cultori della materia. roba nelle pagine interne dei quotidiani.

avevo in testa del perché, proprio poiché vincibilissima la flottilla, sarebbe comunque stata imbattibile. perché avrebbe funzionato. giuringiurello che immaginavo, pensavo, sapevo quello che sarebbe accaduto. con tutti i risvolti per cui molte coscienze si sono accorte [stavo scrivendo svegliate. troppo tronfio come verbo. le coscienze ci sono. bisogna solo aver la voglia di sintonizzarle]. 

avevo anche ipotizzato possibili altre conclusioni. che la tracotanza di quel governo criminale avrebbe usato altri metodi, altra violenza. convinti, nella loro visione delinquenziale e delirante, che avrebbero potuto farlo, e nulla sarebbe accaduto. non è andata così, fortunatamente. e non credo perché siano più avveduti di quello che la mia percezione [frustrata] possa pensare. non credo si sarebbero posti problemi ad usare forza bruta e letale. forse è che, semplicemente, hanno fatto capire loro sarebbe stato davvero troppo. forse, chissà, anche consigliati per le vie diplomatiche.

e invece è andato in altro modo. e la assoluta vincibilità della flottilla l'ha resa imbattibile.

perché è davvero molto più chiaro, acclarato: assaltare barche ben fuori le acque territoriali non è difesa. è pirateria. che voler forzare un blocco navale illegittimo non è atto irresponsabile [fraella dixit], è dimostrare l'illegittimità del blocco.

è far vedere, plasticamente, l'arroganza di chi se ne fotte del diritto internazionale. è metter un bel cuneo nel ragionamento un po' automatico di quel che accade ogni giorno. quello non si può fare. toh, l'avevamo dato per scontato. con l'arroganza dello status quo. non è normale quella roba lì. è invece il modo in cui opera un governo criminale. se ce ne fosse bisogno diventa molto più immediato, consequenziale, accorgersi ancora del crimine epocale stanno portando avanti nella striscia.

guarda cosa possono fare una quarantina di barchette, e l'utopia di portare aiuti umanitari. ribaltando quello che non hanno saputo, potuto, voluto fare i governi. 

per forza tutto ciò sta mandando in eccezione software tutta la cozzaglia governativa nostra, con i tromboni della propaganda conseguente. è roba talmente auto-evidente, che puoi contrastarla con variegata disonestà intellettiva. pronti via la si percula e la dileggia. oppure cerchi il pelo nell'uovo, tanto capzioso quanto ridicolo. ne fai una questione pratico-ragioneristica. tutto pur distrarre dal valore simbolico, alto. che magari questi proprio davvero non colgono, talmente piccoli sono. alla bisogna ci son le insinuazioni su chi ci stia dietro. è la batteria della disinformatia. bisogna distrarre l'attenzione.

la flottilla non pretendeva di risolvere il problema degli aiuti che non ci sono, ovviare alla carestia come arma di guerra [dice: servono centinaia di tonnellate al giorno, avete impiegato giorni per portarne poche decine. se vi interessava portare gli aiuti, potevate lasciarli a cipro li avrebbero consegnati]. ma ha reso lucido e lampante, se ce ne fosse bisogno, quanto è immondo l'affamare un popolo.

sono persone, cittadini, che hanno deciso di starsene un po' meno col culo al caldo e al sicuro. a fronte dei governi e la loro inazione: partendo dal non ci si riesce, fino alla complicità di coloro che non vogliono far nulla. ovvio che, quanto meno, attira l'attenzione. e se c'è l'attenzione diventa sempre meno semplice continuare a pensare: è normale sia così, quello che succede laggiù. e diventa sempre più semplice arrivare alla conclusione che un governo sta compiendo un genocidio. e di quel governo non si vuole essere complici, figurarsi amici.

ed anche la flottilla, vincibilisima, ha dato il suo contributo a far accorgere le coscienze. mica serve essere attivisti, basta essere portatori di umanità. coscienze che lo sanno: no che non è normale. sì che laggiù l'umanità è umiliata. e no che non puoi permetterti di continuare farlo. e sì che sei dalla parte sbagliata della storia.

e sumud, la flottiglia l'ha fatto con la non violenza. che è l'avanguardia rivoluzionaria. non ostante o forse proprio perché assolutamente vincibile. che non potrà fermare il genocidio, non almeno in modo diretto. ma sarà sempre meglio essere vincibili, piuttosto che indifferenti. che poi è così che si comincia a diventare complici.

Tuesday, September 30, 2025

paradigma

da domani, l'amico luca, vivrà il suo nuovo paradigma. l'amico luca si è licenziato, oggi il suo ultimo giorno di lavoro. nel senso che è l'ultimo nell'accezione più ampia. nessun complemento di specificazione di quello che verrà dopo: dimissioni per nuova assunzione. né, savààààsandiiir, la pensione. no. non ci sarà un nuovo lavoro ad attenderlo. almeno non immediatamente. almeno non necessariamente. se non è un cambio di paradigma questo. 

ed in fondo un po' lo invidio, l'amico luca. piacevole invidia da quando me lo disse, del cambio di paradigma (*).

e non per la sensazione del primo acchito: smetto di lavorare. perché credo non sia una scelta così banale. poi sì, certo. se lo può permettere. il contesto che lo circonda, l'agiatezza che ha deciso va bene quella, la possibilità di scegliere e dire: adesso basta, voglio poter tagliare l'erba di casa la domenica, ed il giorno dopo rimanere a godermelo, il prato, il taglio. se lo può permettere ma non è scelta semplice, o così scontata. in un modo o nell'altro un tocco di orror vacui penso gli si spalancherà sotto.

però ha scelto di riprendersi quello che, sempre e comunque, il lavoro ci conculca: il nostro tempo. che vabbhé che siamo privilegiati, ché a noi è richiesto il mercimonio della nostra intelligenza. puttane intellettive. e come le donne che mercimoniano il loro corpo ma non la loro anima, noi la nostra intelligenza vendiamo. ma non ce la portano mica via, quella ci rimane. però il tempo no, quello è conculcato. e non torna mica indietro. né qualcuno ce lo restituirà.

l'amico luca si è ripreso il suo tempo. e farlo con la consapevolezza di averlo deciso, è come se avesse stabilito un patto. un nuovo contratto con una delle cose più preziose abbiamo. da goderselo al meglio e nelle migliori condizioni possibili. meno coglioncelli spregiudicati dei giovanotti, ancora ben in bolla. una combinazione mica da poco. consapevolezza nella salute.

però sceglierlo è un privilegio e una responsabilità verso sé medesimi.

io ce l'ho avuto del gran tempo a disposizione. tratti della mia vita dove ne avevo a iosa. peccato fosse un'abbondanza non ricercata, ma subìta. e in contesti di precarietà, autosima presa a martellate, costrizioni, fallimenti, lutti [poi vabbhé, avrei potuto vivermela meno peggio, occhei. ma poi dove lo trovavo tutta la messe per i post giaculatori? eppoi, che avrei bisogno, altrimenti, di una brava?]. quindi mica lo rimpiango, quell'abbondanza di tempo. anzi.

ma a sceglierlo sì. cazzo se mi piacerebbe. riprendermelo.

l'amico luca un po' lo invidio. ma lui 'sta cosa se l'è ampiamente meritata. e non solo perché mentre io giocavo a palla contro il muro nel campetto dell'oratorio, lui già disputava campionati importanti. capace e più sul pezzo, centrato, ingranato con molta determinazione e convinzione. mica farfallone idealista. tipo io sbattevo i piedi che volevo farlo, il telecomunicazionista, per poi scoprire quando me l'hanno fatto fare, che non me ne fregava granché. peggio: avevo sbagliato facoltà. e quindi altri cambi, altri tentativi altri campetti polverosi di periferia. mentre l'amico luca cambiava casacca, pronto a far da titolare in cempions.

poi non ci è andato. per scelta. per carattere. per spigolosità. non che gli mancasse lo standing per farlo.  anzi. sa essere cinico quel che serve. è che per quelli capaci è molto raro siano disposti alla piaggeria per carrierismo. l'amico luca è più da vaffanculo, se la cosa non gira com'è efficiente dovrebbe girare.

l'ho ascoltato per anni, raccontare gli aneddoti lavorativi. pensavo che avrei voluto avere la sua assertiva spigliatezza. il suo porsi sì, sì, no, no. per tutto un insieme di cose mi son scoperto di farlo nemmeno una diecina di anni fa. da quando sono là dentro. per accorgermi, tra l'altro, di esserne ben capace pur io. a volte pure pensando: non avrò esagerato in un tenere il punto di modo così assertivo? [che poi è lo zic appena prima di sfanculare qualcuno più in alto di te. che poi là dentro, lo sono tutti. più in altro di me. formalmente].

e da quando sto là dentro, come folgorazione immediata ed inevitabile, vorrei riprendermelo il tempo. come se lo è riconquistato l'amico luca. che siamo diversi in un sacco di cose. simili in altre. sicuramente con la stessa, strutturata ed irrinunciabile etica del lavoro. per questo rimase così colpito dal tino, de "la chiave a stella". per questo me lo consigliò così caldamente. per questo l'ho così amato anche io.

lui probabilmente ha amato il suo lavoro, ben più di come ami il mio. però lo si è fatto bene ugualmente. lui, per il momento, al passato. io ancora non so per quanto.

vorrei arrivarci anche io, a riprendermi tutto il mio tempo. per utilizzarlo in maniera - probabilmente - anche in modo diverso. come diversi siamo lui ed io. perché so che lui lo userà al meglio. e tutto tranne che per sprecarlo col cazzeggio più banale. non è affatto da amico luca.

quindi, intanto, che se lo apprezzi, momento dopo momento, il suo nuovo paradigma. e lo coccoli, il suo nuovo tempo riconquistato: troverà il modo, son certo, per scoprire nuovo ed altro senso, e le possibilità di nuovi modi di essere sé stesso e di divenire. un po' lo invidio, che è ben diverso dall'essere invidioso. sono lieto quando son liete le persone cui voglio bene. per questo sono davvero contento per lui. 

buon tempo e buon nuovo paradigma. saprai far fruttare cose sicuramente interessanti. 

 

(*) [poi vabbhé, ho stampato nella memoria dove, come, quando me lo comunicò, il suo sorriso ed il suo sguardo. peccato aver condiviso quel momento così importante, ancorché simbolico, con la presenza del grande abbaglio e del grande sbaglio. però le cose vengono. e se serve passano. e va bene ugualmente così.] 

Monday, September 29, 2025

banale

e quindi scrissi il post prima di questo. faticosamente. anche per quello che, emotivamente, comporta l'idea di qualcosa [che poi sarebbe un genocidio] che è attuato così in modo sistematico.

post faticoso. anche per il senso di frustrazione, di non poter far altro che non girare lo sguardo dall'altra parte. e quindi vederlo attuato, il genocidio [per quanto col culo al caldo ed al sicuro. non sono le nostre carni ad essere dilaniate. non sono i nostri affetti ad essere annientati, non sono i nostri luoghi ad essere polverizzati]. frustrazione che sentivo opprimente. roba che schiaccia a terra, e poi ricaccia giù.

il giorno dopo ascoltavo alcuni comici dibattere. che chiamarli comici il reazionario dice: so' buffoni, quel che dicono conta un cazzo. e invece la comicità è una forma d'arte sottile, anche nella sua scurrilità apparente. il nocciolo preziosissimo celato nel farsesco del buffone. dibattevano: su cosa si può fare battute e su cosa no. si può fare, tipo sulla palestina. tipo su gaza. tipo su il genocidio. e salvo di paola ha esclamato una cosa del tipo: sono due anni che gaza fa parte di noi, ci tormenta, ci soverchia., ci coinvolge, e noi non possiamo fare niente, e questo è talmente frustrante che no. non ce la faccio - io - a far battute su gaza per smascherare la disumanità che si sta perpetrando. io non ce la faccio. se qualcuno riesce, farebbe benissimo a farle. io non riesco.

più che l'etica del comico - eccccerto che l'etica del comico esiste. e non è un ossimoro - si è spalancata innanzi la certezza di aver scritto un post - a tratti - banale.

sono due anni che gaza fa parte di noi, ci tormenta, ci soverchia.

è il ci, la chiave di volta. pronome della prima persona plurale. 

chissà quale unicità credevo di raccontare in quel post. il senso di frustrazione e di inazione. come se stessi disvelando chissà quale pensiero originale, roba di acume fino.  [sì. sì. c'era anche altro, in quel post. c'è un limite anche al martellarsi i coglioni. però la parte della frustrazione, che vivevo, me tapino [sempre culo al caldo ed al sicuro, chiaro], ecco, quella no: banale].

no. ci. e non è tanto per la compagnia di salvo di paola. ma la naturalezza con cui ha ribadito la cosa quasi ovvia. spiegata bene ad uno un po' gnucco. ed è arrivata, sbeng, diretta e rapida: siamo in tanti. ed è inevitabile come il fatto domani sorgerà il sole.

sentivo la vocina dentro che mi diceva: toh, era così complicato arrivarci? tanto ingarbugliato l'arrovellarsi del pensiero del post ed il ruminarci per scriverlo, tanto lineare, dritta, inequivocabile l'uscita del salvo. se non ci fosse di mezzo un genocidio sarebbe una cosa banale.

toh. come quello che mi sa che ho scritto, in un post - a tratti - banale. 

stilettata al mio residuale amor proprio.

però anche la percezione di non essere solo. un po' meno originale, però un po' meno solo. che poi lo so di non esserlo. non fosse altro per le piazze piene in cui scendo con convinzione. è che però, in quel momento, grazie al salvo, l'ho capito anche per l'altro modo. capito davvero.

un colpo importante all'autoreferenzialità dello star nella buchetta e la fatica che ne consegue. per la buchetta, mica l'autorefernzialità. e quanto arrivano i colpi all'autoreferenzialità va sempre bene.

ci.

non sono solo. non sono così speciale nelle mia speciale disperanza.

c'è una cappa opprimente, la frustrazione dell'impotenza. siamo in tanti là sotto. poi, occhei, magari io sto dentro la buchetta, temporaneamente. ma continuiamo ad essere in tanti: importante saperlo.

in quel mal comune, non c'è mezzo gaudio, ci può essere tutto tranne che qualcosa che abbia a che fare con un gaudio. ma il senso di una condivisione. pezzi di umanità che non sono per forza soli.

ci.

[poi ovvio. sono psicopippe di uno col culo al sicuro e al caldo. come lo siamo tutte e tutti. però la cappa la sopportiamo assieme. e non distogliamo lo sguardo a chi, al caldo, ed al sicuro proprio non è.].

mi verrebbe quasi di volerlo ringraziare, il salvo di paola. 

Saturday, September 20, 2025

pària

questo è un post che penso da settimane. e che rimando. penso e rimando. come l'onda e la risacca del mare. anche quello davanti la coste di gaza. penso e rimando, come la sua declinazione orribile: fronte d'onda e rinculo delle tonnellate di esplosivo scaricate in lembo di terra martoriato e stuprato.

questo è un post che penso da settimane. ed ogni giorno a passare, ogni notizia ascoltata, letta, la sensazione fosse ormai tardi. e la sensazione da qualche parte di doverla scriverlo 'sto senso di impotenza. e di frustrazione. e di orrore inarrestato, che non smette di placarsi. la vendetta putrida del dio degli eserciti, per conto di umani - immanenti - che rinnegano l'umanità di pezzi di umanità.

questo è un post che penso da settimane ed è ritardo di mesi. se non anni. che se si vuol far zig-zag tra il controsenso logico-temporale: è un post in ritardo di ottant'anni.

dritto per dritto.

mi chiedo, penso da settimane, se non debba acclararsi, lucida ed amarissima, l'idea che israele, lo stato di israele, sia da considerare uno stato paria. come succede con la russia. come accadde con il sudafrica durante l'apartheid. [che fastidioso e insopportabile senso dei due pesi e due misure]. paria. fuori dal consesso delle nazioni democratiche. tirando su a bracciate tutto quello che significa democratica. fuori da un consesso per essere considerata non più tale, da tutte le nazioni democratiche, qualsiasi cosa significhi. te e noi non siamo la stessa cosa. che se ne acclari l'alterità. non siamo dei pari.

lo stato di israele. con tutta l'amarezza per i suoi cittadini democratici

e mica non lo so sia un convincimento che avanza dovendo stare ben attendo ai ciottoli insidiosi, mentre si incede su di un crinale strettissimo.

da una parte il paradosso. che questo post, che penso da settimane, sia considerato un post antisemita. che questo è un blogghettino che non caca nessuno. linkato al nulla. ma il paradosso è che potrebbe generare chissà quali conseguenze. specie nei tempi bui in cui ci stiamo infilando. [parentesi. se diventasse realtà l'idea idiota, totalmente idiota, di un vice primo ministro di istituire una legge che dichiari reato criticare israele, allora sarei tecnicamente nei guai. dice: ma il diritto di opinione è garantito dalla Costituzione. eh. questo ad un ministro che porta avanti idee così idiote, sai cosa gliene fotte. intanto si avvelenerebbero i pozzi]. il paradosso che potrebbe non essere così paradosso. lì fuori ormai sta tornando a valere un po' tutto. e la disonestà intellettuale come motore che scarbura roba puzzolentissima. ma intanto fa incedere cose.

dall'altra parte l'estrema fascinazione verso la cultura, la tradizione, la storia che i cittadini di quel paese incarnano. senza dimenticare che l'ottantapercento dei cittadini di israele è ebrea. il restante venti, arabi musulmani. e in quel versante del crinale il fatto "paghino" i cittadini, per le azioni del loro governo.

però, sempre da quel versante, sovrastato dal crinale, anche il senso di rabbia proprio perché democrazia si considera israele. e quindi quante persone approvano le scelte genocidiarie del loro governo? quanti altre persone, invece, provano il mio stesso disagio, che poi è il disagio di centinaia di milioni di persone. quante persone giuste sono necessarie per salvare quella nazione? [sì, mi arrogo l'idea di pensare di essere dalla parte giusta della Storia. anche se verranno anni, forse decenni, in cui vincerà l'idea sia esattamente il contrario]. salvarla dall'idea, forse dall'esigenza, di considerarlo uno stato paria.

quante persone abbracciare di quel paese, con quante cittadine e cittadini ribaltare l'idea, cui proprio non riesco ad iniziare a concepire. e che invece sembra essere essere assodata, inevitabile. pensare, credere, rivendicare l'idea che il popolo che ha subito per secoli - sino all'indicibile del secolo scorso - da vittima abbia il diritto di potersi fare carnefice. 

io lo so che a tutto il resto della popolazione mondiale manca un pezzo. io non posso sapere esattamente come e quanto ti segna l'eco che riverbera da venti secoli, in quei discendenti di abramo. lo so che a tutte il resto del mondo manca questo pezzo. un cuneo infilato nell'inconscio di tutti i discendenti della diaspora. il portato psichico di un popolo perseguitato ad ondate nella storia.

io lo so che ad una mia sorella o fratello israeliano, così come ebreo in giro per il mondo, che soffre - sì, soffre - tanto quanto me, e una moltitudine d'altri, la parola pogrom non potrà mai significare esattamente la stessa cosa.

però so che si può stare assieme dalla parte giusta della Storia. ed è per questo che lo stato di israele, a causa del suo governo criminale, debba essere considerato ora uno stato paria. e che sarà benedetto il giorno, se e quando arriverà, in cui questo non sarà più.

e si potrà elaborare il lutto, assieme, per l'umanità che si è calpestata, umiliata. cui si sta negando l'esistenza e il fatto sia umanità essa stessa.

chi causa un genocidio non può che essere considerato un paria.

lo voglio ribadire, come un qualcosa di insopprimibile. voglio distinguermi, mica solo io ovvio, e già da ora da tutti coloro che "un giorno, quando sarà sicuro, quando non ci sarà più alcuno svantaggio personale nel chiamare una cosa con il suo nome, quando sarà troppo tardi perché venga chiesto il conto a chiunque, tutti diranno di essere stati contro." [omar el akkad]

[e adesso che i rimestatori di cose buie e purulente, che pensavamo passate, mi diano pure dell'antisemita. io so che è esattamente il contrario. ed in fondo è un fastidio piccolissimo, rispetto alla sensazione di frustrata impotenza, che vivo da mesi tutti i giorni. per quanto sempre col culo al caldo. e anni luce dal dolore di quel pezzo di Umanità che viene genocidiata]

Sunday, July 27, 2025

appuntini

credo di essere nel bel mezzo di un momento depressorio. niente di che, neh? una buchetta. se ne verrà fuori.

gran grosso boccone, del pasto che sta consumando questo momento, credo sia il rinculo per quel tentativo di storiam deragliata in un mezzo amen. pensavo fosse arrivato il cambio di paradigma. ci ho creduto. talmente tanto che non ho intravisto i segnali. meglio: li ho intravisti, ma gli occhi a forma di cuore han fatto li ignorassi. e quindi un bell'investimento emotivo per qualcosa da costruire con una delle persone meno adatte. i segnali, appunto, c'erano, te non cacarli, e così succedono cose in un mezzo amen. e comunque prova te a ragionare con la chimica e le nevrosi quasi ossessive.

tant'è. dopo un po' è arrivato il rinculo. nemmeno il tempo di iniziare il chiodo-schiaccia-chiodo. o meglio, prodromi non esattamente scintillanti.

e dentro il rinculo, tiro su a strascico le nequizie che accadono. enormi ed epocali, come quelle più vicine. differenze di scale e di prossimità importanti. ma tutto si tira appresso, e il velo di malinconia sembra un fronte perturbatorio ampio e persistente. per quanto è serena malinconia. però lo strascico tira dentro tanta roba. e si fatica. e naturalmente non voglio tirar il fiato. e quindi, dice, che cazzo ti appunti cose, che tanto lo sai già come si rimane nella buchetta.

e vorrei tirar fuori tre appunti. veloci. anche se tanto si sa, tanto veloci non saranno. appunto.

venerdì ero in ufficio. ascoltavo la rassegna stampa mentre mi avviavo al dispenser per l'acqua microfiltrata. il piccolo rito mattutino è quello di riempire la borraccia, bersi il mics di accccuaCasssataENaturaleAgaggganelle, quindi riempirla di nuovo e tornarsene alla postazione. il buon mattia, alla radio, stava leggendo l'articolo su mohammed, bimbo di diciottomesi di gaza, notizia in principio riportata dal daily express. pelle color di vecchio, colonna vertebrale più che sporgente, pancia gonfia, viso inespressivo e occhi sbarrati. "Apre e chiude la bocca, cercando nell’aria il biberon che non ha. Non è un pianto quello che emette, è piuttosto un lamento rivolto alla coscienza del mondo che assiste inerte a tutto questo.". mi mancano - letteralmente - le forze. mi siedo su quella specie di seduta cool arancio-grigia. bevo dalla borraccia, da seduto. non riesco a farlo in piedi. ascolto e mi sommerge un senso di angoscia. un misto tra rabbia ed impotenza. un po' spero che l'articolo, la sua lettura, giunga a conclusione. come a smettere i cazzotti nel bel mezzo della panza. un po' vorrei non lasciar andare quell'immagine, quel simbolo. sono seduto e bevo, lentamente. nel frattempo sbucano dall'ascensore fieri dipendenti di là dentro. stanno andando alla loro postazione, convinti che anche oggi saranno fondamentali e determinanti a immaginare progetti nuovi per là dentro, o roba raffinata, per l'ordinario ed oltre, a garantir il funzionamento della baracca. non so se sono contenti, praud. se si sentono importanti e ben pronti ad alimentare parziali sovrastrutture, l'impiegato che va al lavoro nel posto fico e cool. con quella specie di sedute arancio-grigie vicino al dispenser dell'acqua microfiltrata. ti ci puoi sedere, mentre ti fai un goccio. tipo quello lì con le cuffiette nei padiglioni auricolari, con le spalle un po' curve. dalla postura del corpo non sembra in formissima. li guardo passare, mentre sto moderatamente di merda. chissà che cosa stanno pensando. chissà quali preoccupazioni. chissà quale contezza di certe nequizie. chissà quanto interesse. chissà quanto pensiero solo alla giornata lavorativa che va a cominciare.

cose così.

ieri sera spettacolo pirotecnico sul lago. mi interessa il giusto. ma almeno mi costringo ad uscire di casa e far due passi sul lungolago satollo di turisti e autoctoni. prima volta in questa stagione. passo davanti l'oratorio. è ancora una stilettata. come se lì dentro si fosse formato un ganglio di irrisolto. almeno per me. ci sono i manifesti dei campi-scuola. roba che mi tornano - ancora - alla mente le sensazione di condivisone fuori dal mondo ordinario, che si viveva in quei giorni. sui manifesti ci son foto, ed in quelle foto c'è il prete, ovvio. mi fa un effetto strano. potrebbero toglierli, penso. stamani lo condivido con matreme. la sua risposta è breve quanto significativa: eh, l'oratorio deve comunque andare avanti, ed ai ragazzi, ai bambini bisogna comunque pensare.

già. il tutto deve continuare. e se deve, può. è che son solito fermarmi nelle mie buchette. le cose devono proseguire. come durante il covidddddì, la gente ha continuato a sposarsi. per fortuna c'è il mondo fuori dalle mie buchette.

oggi ho camminato in mezzo al bosco. sembra faccia bene. probabilmente non è solo una questione che, in modalità sciamanica, ti rammentano come un'ovvietà pattuglie di gniugeisti, nelle più lisergiche declinazioni. potrebbe esserci qualcosa di provabile. tipo fitotrasmettitori e recettori, che le piante utilizzano per comunicare. non dissertazioni sui massimi sistemi. elementi funzionali alla loro sopravvivenza. e sembra che immergervisi faccia bene. confermo. sarà poi quel po' di sforzo fisico, la dopamina che si genera. sì. funziona. non è che esce dalla buchetta, neh? però meglio che starsene in panciolle a rimirarsela, la buchetta. camminando in mezzo al bosco ho attraversato terrazzamenti, quel che rimane. piani, artefatti, che si inseriscono nelle asperità del versante di mezza costa, naturale. sono le vestigia di quel che era lo sfruttamento di quei terreni. si coltivava, si viveva di quello. economia di sussistenza e poco più. e lì non c'era bosco. tutto sgombro, per sfruttare gli appezzamenti, pascere il bestiame. il bosco è tornato quando l'uomo da lì se n'è andato. qualcuno li osserva con una certa nostalgia: come sarebbe interessante tornare a quei versanti curati, che erano così capace di darti da sopravvivere. appunto. sopravvivere. sono in un momento depressorio, non soverchiato da nostalgie passatiste, luddismo allo stato di superplayer. per millemila ragioni. e poi il bosco è biomassa, tra l'altro da captazione di anidrite carbonica. e sono alberi che continueranno a cibarsene, per ridarci ossigeno. certo. molti muoiono, marciscono e magari te li trovi sbarrare il sentiero. ma è elemento organico che rientra nel circolo. humus che concimerà altri alberi. il bosco può inquietare, per alcuni archetipi che ci portiamo dentro. il bosco può rigenerare. che grandi chiacchierate devono farsi, gli alberi, con i loro fitotrasmettiri-recettori. e noi che ci passiamo in mezzo.

anche senza per forza uscire dalle buchette. però meglio che non farlo. 

Friday, July 11, 2025

abisso

la morte di don matteo mi ha colpito, molto. così tanto non lo credevo. però è successo. e non credo sia solo per il fatto che nella hometown tutto riverberi, troppo, come in una scatola di latta. credo anche si sia trattata di una sorta di immedesimazione*.

ho voluto esserci, ai funerali. mi sembrava un gesto scontato, naturale. al netto di matreme che ha chiesto, appena rincasato: dov'eri? al funerale. ma come, sei venuto anche tu?

ho voluto esserci, sì. vista poche altre volte la chiesa così piena. un silenzio, sospeso e compatto. di quelli che fanno un gran rumore.

volevo esserci, anche per ascoltare. per intuire come quella morte potesse riverberare, gli effetti farsi voce, racconto, partecipazione. senza dimenticare che non si fosse messo minimamente in dubbio il funerale religioso. non so quanto fosse misericordia, quanto dismettere il giudizio e la condanna, definitiva. roba di nemmeno troppi anni fa.

volevo esserci anche per capire, intuire, come l'hometown cominciasse ad elaborare il lutto. qualcosa di davvero fuori l'ordinario. troppo per una comunità sempre più infighettata, paciosa nello starsene in quel angolo di mondo, forse così isolato e al riparo dalle storture di quel che accade.

ha parlato il vescovo. han parlato preti. ha parlato una ragazza dell'oratorio. ha parlato il sindaco. e il gianmaria è quello che mi colpito più di tutti. gliel'ho scritto: grazie sindaco.

grazie perché  è stato l'unico che si è avvicinato al burrone. è l'unico che non ha nascosto il fatto c'è un abisso che si è preso quel giovane sacerdote. poco più che accennato, ma almeno non ha guardato solo da tutt'altra parte.

non è così paradossale. in fondo un sindaco dovrebbe parlare da laico. ed in fondo io ero lì da laico, tecnicamente non credente, per nulla certo di un qualcosa oltre questa vita. ed ero lì, cognitivamente con l'eco lontana, intuita, percepita, che quel gesto possa essere esattamente possibile. esattamente l'opposto di qualcosa che non si può spiegare. è nel novero delle cose che possono accadere. esattamente com'è accaduto.

lo sconcerto che ha travolto tutte e tutti accompagna la meraviglia sgomenta di un gesto che nessuno avrebbe mai immaginato. che quindi non si capisce come possa essere. è il modo per guardare solo dall'altra parte del burrone, come se l'abisso stesse sull'asse immaginario. lontano dalla paciosità lacustre. forse è autodifesa. forse è rimozione della complessità sconcertante dei recessi della mente. forse una fuga. forse la combinazione lineare delle cose. [forse lo stigma, oppure l'impreparazione, verso la malattia mentale. se ho il reflusso, ci sta. se sono depresso, non so come si possa accompagnare qualcuno con 'sta roba qui]

per questo penso sarebbe stato giusto, laicamente misericordioso, sincero, qualcuno lo dicesse. di fatto, però, nessuno l'ha fatto. non ho sentito dire: scusaci se non siamo stati capaci di accorgerci quanto dolore e quanta disperata solitudine. non cambia la sostanza di quello che è stato. ma poteva essere un modo per non sprecare proprio nulla, accorgerci che ci si può accorgere, perché è qualcosa di possibile tra le cose possibili.

hanno parlato prelati. e non potevano che concentrare tutto sul significato teleologico: il fine ultimo, l'insondabile della mente dell'uomo ben presente nella mente di dio. la promessa del rivedersi quando saranno i tempi nuovi, quelli della resurrezione. e la testimonianza di tutto quello di bello e positivo ha lasciato.

che [mi] siano mancate cose dette, inutile ribadirlo. però, per un attimo, ho provato un po' di invidia. perché qui, da queste parti, non rimane altro che lo sconcerto di quel gesto. e non c'è promessa di vita eterna che possa mitigare, qualsiasi cosa significhi. ce la si deve vedere qui ed ora, senza appigli trascendenti. noi con la sola immanenza che qui viviamo, e poi basta. confesso che, per un attimo, mi sarebbe piaciuto percepire quel refolo di speranza, che acclaravano come l'unico senso per dare un senso a tutto questo.

siamo soli, noi laici.

soli ma non disperanti, necessariamente. perché un senso ci può essere nella testimonianza. nell'eco di quel che giovane don ha saputo comunque trasmettere. e poco importa me abbia solo sentito parlare. se si è manifestata in un'intuizione e un'ingiustificata simpatia per un sacerdote, mentre spingeva un tosaerba su un campo di pallone. è molto immanente. me lo posso portare appresso anche io. anche se propagherà, chissà quando e come, in tutti altri ambiti. anche se magari succederà senza che abbia completa contezza. è un modo per rimettere in circolo. dare un senso a qualcosa di cui il senso, disperante, sfugge. è totalmente insensato solo se si fa finta che il burrone non esista. se ci si ostina a guardare sempre e solo dalla parte opposta dell'abisso.

un paio di considerazioni, ancora, prima di chiuderla qui.

tutte e tutti hanno ricordato la cordialità, l'entusiasmo, il sorriso ed una parola buona per chiunque. ad un certo punto ho intravisto una specie di piccolissima epifania. come se quell'apparire così convintamente pieno di vita fosse un modo per sfidare, per contrapposizione antipodale, il buio dell'abisso. cosa del tipo: quello che c'è in fondo al burrone mi agisce a voler smettere di vivere? ed io mi pongo in maniera esattamente opposta, con l'entusiasmo di vivere. qualcosa di drammaticamente faticoso, che alla fine, forse, lo ha trascinato dove è solo stanchezza per sempre.

*mi hanno colpito molto i ragazzi oratoriani, il loro dolore. mi ci sono immedesimato, anche se quel dolore io non l'ho vissuto [ora, né una cosa simile allora]. però mi son sentito vicino a loro. e non solo perché è capitato in quel luogo che frequentano. e che ho frequentato. il locale in cui l'hanno trovato è un posto in cui non metto piede da oltre trent'anni. ma è come se mi ricordassi, esattamente, com'è fatto. come ci fossi stato da pochissimo. come una specie di cortocircuito temporale. come rivedermi in quei posti che sono stati parte indelebile della mia educazione sentimentale. cui spesso riparavo, come a cercare una protezione quasi uterina. quei ragazzi sono io trentacinque-quarant'anni fa. come fossimo uniti da un luogo comune [fisico ed emozionale] che è stato [per me] e sarà [per loro] fondamentale. al netto delle mie apostasie e il nocumento che mi è cascato addosso in quegli anni ed in quei luoghi [allora non sapevo stesse accadendomi ed ero sicuramente un po' rincoglionito]. loro sono io. io sono loro. loro che invece hanno già saggiato quanto può essere lancinante e durissima la vita. che però hanno dalla loro l'entusiasmo incosciente - bellissimo - delle loro età. che sappiano trovarcelo, un senso. al netto dei discorsi trascendenti che si sono sentiti raccontare. la durezza di quel che le e gli ha colpiti, serva loro ad intuire che, appunto, i burroni esistono. chi lo sa se non potrà aiutarli a capire quando ci sarà qualcuno da afferrare e tenere per mano, per allontanarlo dall'abisso.

[e comunque, struggente, è stato vedere quasi una decina di giovani preti, provatissimi, portare a spalla ed accompagnare la bara. non mi era mai successo. dubito ri-succederà]