Sunday, April 12, 2020

considerazioni non assembrate /14: serietà, serievolezze, seriezzazioni

mi hanno condiviso un account netflix.
sono troppo pigro o troppo fintamente anticonformista per farlo io, da par mio.
quando mi si è spalancata la home page del profilo financo creato apposticamente per me, quando ho avuto percezione della la cornucopia di serie e contenuti, ho provato un piccolo brivido. per un breve attimo ho intuito l'immensità delle possibilità mi si spalancavano di fronte.
un po' anche perché avevano pensato un profile per me.
ho così ringraziato l'amica chiara.
e l'amica chiara mi ha motteggiato sul fatto si fosse appena creata una nuova dipedenza.
al che ho uscito brandelli di anticonformismo psicopipponico. e mi è parso subito chiara un'altra lettura della fazenda [chiara nel senso dell'aggettivo, dico. non nel senso dell'amica Chiara]. e che cioè è una messe, messa a diposizione alla ma nevrosi posticipatoria. o di postposizione della gratificazione. nei bambini è un indizio importante di intelligenza emotiva: vuoi una caramella subito o due domani? chi sceglia la seconda opzione è probabile possa esserne più dotato. il problema, se di problema si può parlare, è quando diventa un riflesso pavloviano da adulto. troppa roba viene postposta, specie se di potenziale gratificazione. il titillo provocante e conturbante è: me la godrò più avanti, meglio non consumarsela subito. nel mentre si vive nell'illusione inebriante sarà tutto bellissimo, però dopo. è qualcosa che può dare dipedenza, credetemi sulla parola. è la storia de l'attesa del piacere che è esso stessa piacere, che però si fa roba secca, si esfoglia, si consuma, fino a sbriciolarsi. così sia un ammassarsi di rimpianti, per non lasciar posto ai rimorsi.
e poi ti trovi vecchio.
con addosso quel senso lancinante di incompiutezza, di spreco incazzato, di fattiva inutilità, di irrimediabile tristezza del maggiore drogo, quando i tartari lo attraversano quel fottuto deserto. ma lui non è già più nella bastiani.
quindi so già che almeno il novantapercento delle serie, dei filme, dei contenuti che sono lì a disposizione in quella home page, che potrebbero interessarmi, non saranno fruiti.
esattamente come non fruisco del novantanoveenovantanovepercento dei contenuti che potrei fruire da siti più o meno ufficiali, che basta un po' a guardar nel codice per scaricarteli, o fruirne con strumenti che evitano siti di contenuti sponsorizzati invero invasivi. contenuti che via via si modificano con l'orario. e dopo una certa ora è un florilegio di anime con tette gigantesche e antigravità sui vitini da vespa, occhioni da candycandy, vulve luccicanti, orechie da elfo piuttosto ingrifate.
è la versione web del fatto non mi non mi immerga nella lettura dei tanti libri che avrei comunque di cui immergermi, qui a già a disposizione. uno su tutti: l'unico di franzen che ancora mi manca, a proposito di postposizione della gratificazione nevrotizzata.
un po' è perché ho una specie di blocco del lettore [come mi si è chiuso lo stomaco]. non è cosa così infrequente [non la chiusura dello stomaco, dico]. ho ascoltato in una conduzione alla radio: pare si siano in tanti, tra i lettori forti, quelli che in questo periodo non riescono a leggere quanto prima.
non mi immergo nella storia dei cinquemila anni di storie e della moltitutidine di vite che si vivono, leggendo [la citazione di Eco è questa qui, meglio non parafrasarla].
che è una forma ancora più intima, completa, inimitabile, che immergersi nelle storie e nella vita di comodissima fruibilità di quella moltitudine di contenuti netflicsiani, financo a migliore definizione e senza lo sbadta di spulciare nel codice della pagina web per evitare il comparire blow-up di vulve luccicanti.
non riesco a capire esattamente perché non lo faccia a capofitto. posto che non tutto deve essere necessariamente capito.
e ci può esser dentro di tutto. sia le nevrosi che la tutela. sia la compulsione che l'equilibrio.
rimandare tutto per un piacere che può rivelarsi meno piacevole [così si rimanda, innestando il circolo vizioso]. così come fuggire qualsiasi forma di dipendenza, che in fondo è una forma che mi piace di anticonformismo.
rimanere ingabbiato in comportamenti che sembrano dare un qualche conforto, nella loro stortura che fa stare in posizioni per nulla naturali. così come fluttuare appena, non accelerando a provcorare il distacco dal principio di realtà. che ci toccano questi tempi nuovi. sono complicati. ma esserci dentro, consapevolmente, è il modo più efficace di riuscirne a tirar fuori del buono. che - ribadisco fino alla stucchevolezza - deve per forza esserci, considerata tutta la fatica si sta facendo tutti assieme. [e che sia anche un senso a questo incazzo sottile e pervicace. deve avercelo pure lui. figurarsi. non si butta via niente.]

[e comunque unorthodox, pare davvero un qualcosa di fichissimo... ].



Saturday, April 11, 2020

considerazioni non assembrate /13: il sabato di pasqua, senza le campane

si passa attraverso situazioni più o meno variegate.
quattordici anni fa passai attraverso la prima pasqua dopo che patreme se n'era andato. mi ero appuntato potesse passare da lì un primo virgulto di tempo che cominciava a rischiararsi. decisi che quella ricorrenza, comunque particolare, unita all'inevitabile primavera, potevano essere valide alleate.
sono passato attraverso pasque in cui era come sentissi l'odore della vita che mi si spalancava davanti, senza sapere esattamente perché o come stesse accadendo: solo un'istintiva fiducia per quello che sarebbe venuto.
sono passato in mezzo a pasque in cui attendevo, qualche passo prima dello sgomento, il sciogliersi delle campane della chiesa dell'hometown: a casa, lontano da quella collegiata in cui ne avevo ascoltato il suono per anni. in una di quelle serate di passaggio pasquali cominciai a scrivere alla mia amica queenfrancy. ed in fondo, 'sto post, è una specie di succedaneo.
sono passato attraverso delle veglie pasquali quasi convinto di cogliere il messaggio potente, assoluto, inconfutabile di quell'evento salvifico. quando ero intimamente felice di vivermi il momento centrale, su cui si fonda la cristianità, in maniera quasi intima: tutti gli altri concentrati sul natale. no, per noi che avevamo capito fino in fondo, privilegiati tra tutti coloro che avevano avuto la rivelazione ma se ne stavano paciosi nella loro mediocrità.
insomma.
sono passato in mezzo ad un discreto numero di pasque.
negli ultimi anni, dopo il tempo della [mal riposta] convinzione, dopo il tempo dell'eco struggente delle campane che si sciolgono, mi era sembrato di passare in mezzo ad una discreta serenità nella pasqua.
ed ho cominciato a trovare interessante il sabato. quello nel bel mezzo del passaggio. quel sabato che, tuonavo anni prima, era l'essenza dell'immobilismo della mediocrità cristiana: tra il venerdì della passione e la domenica della resurrezione.
ora, naturalmente, non tuono più. e forse la sua precipuità non è affatto l'immobilismo, ma il suo esatto contrario. è il giorno in cui si passa, necessariamente. la pasqua, il passaggio. anche per un laico agnostico.
la chiesa, nell'hometown, ha quella luce di traverso che mi è rimasta attaccata alla retina come la luce del sabato di pasqua. ce l'ha anche nei giorni nei dintorni, ovvio. ma dovessi capitarci e rivederla, in quei fasci attraverso le vetrate invero un po' sfighinz, significherebbe solo una cosa: la luce del sabato. come se fosse solo di quel giorno e di nessun altro. [parentesi: è stato in quel sabato che conobbi l'attuale fidanzata dell'amico daniele. noi due così agnostici,  seppur così diversamente l'uno dall'altro, conoscere la sua fianzè e la sua quasi spanna in più in altezza proprio lì, in chiesa, il sabato del passaggio].
e quindi si passa in mezzo a situazioni decisamente variegate.
sono passato attraverso sabati di pasqua intimamente ben più complicati di questo.
per quanto questo rimarrà indelebile globalmente [che bella banalità ho scritto]. non sentirò nessuna campana sciogliersi a festa, perché qui non si sente nessuna campana. è una cosa straniante, che forse è un altro tassello che si ammonticchia alla stranietà che sento montare per questa città. non so dopo, se, come, quanto riuscirò a decostruirlo. non ci avevo in effetti mai fatto molto caso, al fatto non si sentano campane dico. forse mi ha titillato ieri l'amica queenfrancy, riportandomi al pensiero delle campane che si sciolgon. ci stavo passando distratto, nella stranietà di questi tempi. mi ha talmente titillato che la notte scorsa le ho sognate 'ste fottute campane. ero sul balconcino e mi rendevo conto stessero suonando nella domenica di pasqua. peddddddire. e ne traevo una specie di gioia immotivata. o speranza per guardare avanti e farlo 'sto passaggio: insomma una vaibrescion molto bella, come ne mancano nei sogni da giorni et giorni et giorni. qualcosa che potrebbe ovviare a questa specie di incazzosità latente, che si è adagiata in questi giorni, come scrivevo all'amico luca oggi, dopo settimane senza interloquirci.
una specie di patina, per quanto stia bene e non abbia proprio un cazzo - al momento - per cui dover recriminare
immagino sia più che normale, la patina dico. come l'effetto di una quaresima che nessuno desiderava, e che abbiamo fatta tutti, a 'sto giro. senza dimenticare, ovvio, che l'abbiamo comunque fatta da fortunati occidentali, cui - peraltro - mai si è passati dal patimento di fame et stenti.
ed ora passiamo attraverso questo sabato prima di pasqua. che sarà fottutamente più lungo di altri. sicuramente molto più segnante. ma continua ad essere un giorno in cui si passa necessariamente attraverso.
'ché c'è un passaggio da fare, appunto: la pasqua, che comunque - ci dicono i bene informati - è per tutti.
ce la faremo. daremo il giusto ricordo a chi se n'è andato. tributeremo la riconoscenza a chi non si è tirato indietro. capiremo come raddrizzare la barra. non sarà semplicissimo. sarà faticoso. non sarà breve. ma ce la faremo.
e si scioglieranno la campane.

Friday, April 10, 2020

piccolo intermezzo un po' saudade, un po' più tossico

dunque.
il doppio vinile è un prestito sine die da un cugino di mio padre. [colui che quando ero piccolo mi portava sugli autoscontri, acquistando manate di gettoni di plastica. ovvio mi stesse moderatamente simpatico. poi si sposò. fece una bellissima bimba - la meraviglia del mescio cromosomico - e la moglie, un tocco alla volta lo rincoglionì e forse ne esacerbò l'animo polemico. ora ci salutiamo appena quando ci si incrocia. comunque il doppio vinile dovrei averlo ancora io. da qualce parte, nell'hometown].
ero rimasto stregato dal tema principale. quell'infilata di cinque accordi, con quel passaggio magnetico tra il terzo ed il quarto. [parentesi. l'epifania durante un quiz di mike bongiorno. a corredo di una domanda proposero un filmato. io ascoltai per la prima volta quella musica. strepitosa. fantastica. poi, ecccheccazzzzzo, nel mentre si ripeteva quella melodia magnifica, come infingarda sì intromise la sequenza di una salita al golgota. che cazzo ci faceva una musica così bella ad accompagnare una delle cose più pulp e paurosissssssssime che tanto mi spaventavano? naturalmente allora non usavo tutti quei cazzo. e naturalmente quella sera, a letto prima di addormentarmi, ebbi paura a chiudere gli occhi, col rischio di rivedesri davanti quella scena, l'idea della crocifissione. mi distrassi pensando a quanto fosse bella quella musica].
e quindi il tema principale. la canzone si intitolava "superstar". non ci capivo molto. ma la musica era bellissima.
cominciai ad ascoltare il lato [b] del disco [2] che conteneva appunto "superstar".
e quel lato cominciava con una canzone che sembrava non c'entrare per nulla. leggevo il testo, ne capivo il significato. un inglese tutto sommato semplice. non ne capivo però il senso. per quanto quella canzone mi piacque. sempre di più. il duetto alternato tra una lei [per poi scoprire essere mariamaddalena] ed un lui [per poi scoprire essere pietro]. gli archi nel ritornello. e poi il crescendo d'insieme con l'arrangiamento che si fa ampio, a distesa, il coro che raddoppia la linea melodica, con la seconda voce ad allargare cuore ed emozione.e poi tutto si chiude con il sussurro in sospeso di mary.
cazzo che bella.
però appunto non ne capivo del tutto il senso.
poi vidi il filme. e quindi tutto fu chiaro.
il filme, quella specie di infilata hippies. una specie di arcadia contemporanea [anni settanta, occhei, quando lo girarono]. quella banda di giovanotti tra l'accaldato e l'abbronzato in quelle lande aspre ma che ti rapiscono. quel giuda, nero, nerissimo, affascinato ed incazzato. quella mary così sensuale, voce di velluto, innamorata, viso commosso. quel gesù col viso così affilato e moderatamente fico, ma così nervoso, movimenti a volte a scatti, irascibile e quello sguardo triste in fondo all'occhio azzurro. che capisci a metà del perché sembrava tutto triste dall'inizio [semicit.]. e che cazzo, per forza. lui sa come andrà a finire. che vabbeh la risurrezione. ma quanto cazzo dev'esser dura la passione.
che poi noi lo sappiamo come butterà. nel filme lo sa solo il protagonista, quello che bontà sua inchiodano ad una croce. ci sta sia un po' nervosetto. ma gli altri, molto pissssseeandlloouv, hanno l'aria di stare vivendo dei fottutissimi momenti bellissimi. irripetibili. che capitano una volta sola nella vita. e loro danno pure l'impressione di goderseli e viverseli ben bene, in questa specie di comune. molto pissssssseeendlllouv. poi di colpo sembra che tutto precipiti. l'arresto, e le cose che si mettono male. e soprattutto che rischia di far finire davvero tutto. devono per forza provare un po' di sgomento, innervato da una malinconia attanagliante. quando ancora non è successo quasi nulla, però sai già starà per succedere tutto. sei sul crinale. ma sai che non potrai più tornare indietro. al limite guardare da lontano quei momenti fichi hai vissuto. avresti voglia di cantare soltanto: si potrebbe ricominciare ancora, per piacere?
è qui che si incastona quella canzone, l'inizio del lato [b] del disco [2]. come una specie di sospensione. l'ultimo intermezzo. l'ultimo disperato tentativo di fermare quello che porterà via quello che è stato. sono malinconici, sono consapevolmente ingenui, anche se forse ci sperano si potrebbe salvare tutto. e domandano se non si potrebbe ricominciare ancora, per piacere? e lo fanno cantando un melodia così dolce ad accompagnare la sceneggiatura così ineluttabile e tremenda [poi, in fondo a tutto quello, chi ci crede, c'è la resurrezione. a crederci, appunto].

ecco.
mi è tornata in mente questa la canzone, ad accompagnare la saudade di questa giornata da venerdì santo veramente unico [che a quello del guccio iè spiccia casa].
col tempo, con gli anni, ho come innestato una specie di processo mimetico, personalissimo, solipsistico ed in milionesimi con quella canzone.
si potrebbe ricominciare ancora, per piacere?
a chiedere, non si sa bene a chi, non si sa bene come, di riprovarci. specie per tutte le strade prese sbagliate. le decisioni da cul de sac, o venefiche. i momenti che non si sono riconosciuti come importanti e felici a modo loro. i rimpianti che non hanno avuto la benché mimima possibilità di farsi rimorsi. robette così. che ognuno ne avrà i suoi sacchi belli pieni. ma io fatico coi miei, che mi sembrano insopportabili. lo dicevo neh? che era roba da milionesimi e solipsistica: cos'è la mia serie di inadeguatezze in confronto alla narrazione della [pretesa] redenzione salvifica dell'umanità nei secoli dei secoli? [chi ci crede, ovvio].
e quindi sto qui.
in questo giorno cui si ricorda l'acme pulp di quella narrazione. con la saudade che ogni tanto trascolora in qualcosa di più tossico. a ripensare alle eco di zerbinamenti di chi non sa che farsene di pensieri speciali miei. a leggere di puntuti e rancorosi [financo più di me, adesso] che mica li ricordo così puntuti ad attenti quando governavano altri. assieme ad un sacco di altra ggggggente che spiega come guardare le cose, loro che hanno capito tutto. e macerare un po' in questa stanchezza da fine settimana. a prendere atto della mia inevitabile impalpabilità di fronte all'incedere di questo delirio globale, disruptivo. talmente piccolo da dimenticare le tragedie e sofferenze che si consumano, grandi e piccole, nemmeno tanto lontano da me, mentre bramo un piccolo giardino ed uno straccio di compagnia.
ecco.
un crescendo così.
no.
non si può ricominciare ancora, neanche a chiederlo per piacere.
la canzone è bellissima e struggente.
ma voi tutti - tutti - andatevene lo stesso a fareinnnnttttttoooooouuucuulooooo.




Thursday, April 9, 2020

considerazioni non assembrate /12: esami e coscienze

e quindi ho pensato a 'sta cosa. che forse nella settimana che porta alla pasqua è l'eco del mio essere stato un cattolico convinto. che oggi è il giovedì, dove la scrittura parla dell'ultima cena, in cui venne istituita l'eucarestia. e quindi, di fatto, quando vennero inventati i preti. i preti peraltro confessano anche. c'è il rimando nei vangeli anche per quello. e la storia di chi si rimetterà in terra saranno rimessi in cielo, e così via. non è roba da giovedì prima di pasqua.
però mi è tornata in mente 'sta cosa.
ed il fatto che necessario per l'assoluzione dei peccati ci deve essere il pentimento, che nasce dell'esame di coscienza. non ne sto facendo una questione deprecatoria o inneggiante. mi limito a riportare la questione. anche perché, in maniera asettica, è dal pentimento che nasce dall'esame di coscienza che dovrebbe ripartire la questione del va, e non peccare più. che non è tanto la storia dell'assoluzione che viene data. ma il fatto che sei nelle condizioni per non peccare cccccchiù.
poi sì, dev'essere slittata la frizione globale, nei secoli dei secoli. ed al pentimento si è associato il senso di colpa, più o meno giudicante e stigmatizzante. e con diverse categorizzazioni di peccati, più o meno rimarcati e/o commistionati [grazie, o prete, che hai dato il tuo conributo verosimilmente in buona fede, acciocché mi si castrasse la serenità, specie in ambito sessuale, ovvio]. un sacco di sbandate e mancate tenuta di strada ad minchiam globali, nei secoli dei secoli. poi dice che hai voglia non nasca la psicanalisi [la sto banalizzando, ovvio. però. sai com'è...].
ecco.
però mi è tornata in mente 'sta cosa del pentimento e dell'esame di coscienza. perché in fondo. quel principio attivo, decurtato di tutto il peso morale e del senso oppressivo di colpa che nei secoli si è accumulato, ha una sua valenza. peraltro attualissima. e che si può declinare più che laicamente e nell'immanenza. tipo una sorta di polpa importantissima protetta da gusci duri e spinosissimi [grazie preti e bigottismi intersecolari].
e la cosa riluce in tutta la sua attualità, se a esame di coscienza sostituiamo analisi dei comportamenti oggettiva, e a pentimento sostituiamo onestà intellettuale.
mi è tornata in mente spesso 'sta cosa, in questi tempi nuovi.
specie per provare ad affrontare il dopo, il meglio possibile. che - come già scrissi - sarebbe una fatica sprecata uscirne esattamente come prima. meglio far sì si sia migliorati. che è già una fatica - pur per me che sono [per adesso] un privilegiato, figurarsi chi ci sta passando dentro in maniera più importante. e considerato la fatica di quel che sarà comunque il dopo.
analisi dei comportamenti oggettiva e onestà intellettuale. che ad uno con l'autostima fatta un po' a gruviera riesce forse meglio. o quanto meno sono istanze non da dimensione frattale.
però mi viene anche da pensare a chi ha qualche responsabilità in più di uno psicopipponico, vergatore di bloggggghettino da provincia denuclearizzata. ma di chi, chi più chi meno, si è fatto interprete di tutte quelle scelte più o meno pragmatico-scellerate che hanno contribuito ad arrivare dove siamo arrivati. poi ovvio, che la complessità complessiva è googoliana. però ci sono millemilamiGlioni di scelte importanti, per quanto meno ampie, che il loro l'hanno fatto. non mi riferisco alla gestione della sanità lombarda negli ultimi venticinqueanni, ma la gestione della sanità lombarda negli ultimi venticinqueanni è un ottimo esempio.
ecco.
roba che mi piacerebbe metterli, chiunque essi siano, davanti ad un birra, figurativamente. e chiedere loro: ma una disamina, un'analisi dei comportamenti oggettiva, unita ad onestà intellettuale, non ti suggererirebbe di far altrimenti?
non me ne frega un cazzo di pentimenti, penitenze. poi al limite per giudicare secondo la legge degli uomini e non di un qualche dio, c'è la giustizia che dovrebbe essere amministrata in maniera egualitaria [art 3.]. saranno loro a condannare o assolvere.
ma se tu la facessi un'analisi dei comportamenti oggettiva, unita ad onestà intellettuale, sarebbe soddisfatta almeno la condizione necessaria per non farne di nuove determinate et talune stronzate. che millemilamiGlioni di queste, unite una da una, hanno costruito complessivamente un po' di queste condizioni. e tutta questa fatica. ognuno responsabile - e non con colpa - di questo per quel che compete.
che è cosa buona et giusta non sprecare. ma fottutissima fatica è stata e, soprattutto, sarà.

Wednesday, April 8, 2020

considerazioni non assembrate /11: sindromi

ascolto alla radio un sacco di gente in gamba. leggiucchio di gente esperta. tutti a suggestionare che dopo non sarà più la stessa cosa. e che bisogna mettere energie, testa, intelligenze a ripensare come sarà il dopo. che dovrebbe esserci un cambio di paradigma. o potrebbe esserci. lo scrissi, come a vederlo dentro un film onirico, i primi post di questi tempi nuovi. quelli esperti lo dettagliano meglio. per me una vaga intuizione. molto speranzosa e onusta di ottimismo sulle meraviglie di cui è capace l'animo umano.
ora invece non mi lascia il pensiero che potrebbe venirne fuori una pastetta global-gattopardesca. se non peggio. in fondo, giusto un secolo fa, cominciarono i rigurgiti fascio-nazisti. proprio dopo un periodo non esattamente semplicissimo. una guerra mondiale ed una pandemia a due ondate.
ecco.
tipo.
abbiamo il vantaggio che, avendo visto com'è andò, possiamo evitare di farlo. ma non è mica detto che ci si riesca del tutto.
ma tant'è.
chissà come sarà quelo dopo, globalissimamente.
in realtà mi è venuto da pensare che non penso più al dopo. quello prossimo in termini di tempo e di spazio personale. quel che sarà per me tra qualche giorno, o settimana, o mese.
non credo sia una questione di disperazione. semmai che sto concentrato sul momento, visto che non è proprio facilisssssssssssimo, per quanto privilegiato sia. la radio racconta di quel che c'è appena fuori. quindi meglio non distrarsi. e star sul pezzo. con imprescindibile commitment, come direbbero quelli bravi là dentro, che usano spesso queste locuzioni inglesi.
così mentre facevo la minzione prima della nanna ho pensato che chissà come saranno i primissimi dopo di un sacco di cose. come sarà stringere una mano. come sarà il primo abbraccio. come sarà il primo bacio amichevole. come sarà il primo bacio da lingua in bocca [sempre dovesse capitare]. come sarà la prima volta che farò all'ammmmmmore [sempre dovesse capitare]. come sarà rivedere matreme, fratteme. come sarà rivedere gli amici, se mi verrà voglia di non rivederne più alcuni. come sarà rivedere i colleghi. come sarà ritornare là dentro. come sarà rivedere il lago, i monti, il mare. come sarà saltare su di un treno ed andare da qualche parte con uno spirito vagamente da viaggio dentro, che non serviva andar lontano o andarci per molto, era per la stessa ragione del viaggio viaggiare [cit.].
i primissimi giorni pensavo che dopo sarebbe stato bellissimo, carico di un ritrovato senso di valore fondante e profondo.
ora mi riesce un po' meno.
di nuovo.
non è disperazione.
ma è come se tutto questo adesso mi facesse un po' di sottilissima paura. forse è il commitment per starsene con la massima efficienza, serenità, disposizione d'animo nel presente, che è complicatino. quindi un meccanismo psichicamente volto a preservare la salute della crapa. una roba autoimmune.
o forse è che ci si è nebulizzati con una variante della sindrome di stoccolma.
però, in questo momento, il primo pensiero sgorgante è che l'incerto dopo, magari, che venga anche un tocchettino dopo. che rimettere il muso fuori casa potrebbe anche non essere così banale, nei primissimi istanti del dopo.

Saturday, April 4, 2020

considerazioni non assembrate /10: volevo fare il medico

c'è stato un periodo [brevissimo] della mia infanzia in cui avrei voluto fare il medico. un po' perché avevo appena iniziato ad intuire quale meravigliosa macchina [quasi] perfetta fosse il corpo umano. un po' perché l'idea di guarire le persone aveva un fascino che sgorgava, senza che ne avessi chiesto di dare il la a 'sta cosa. è stato breve ma lo ricordo bene. certo, c'era il problemuccio di quella specie di aspirapolvere silenzioso che mi risucchiava tutto proprio lì, al centro dello stomaco, quando vedevo del sangue, o qualcosa di simile. intuivo potesse essere qualcosa di ostativo, ma ci si poteva lavorare. così l'occasione mi si presentò quando fratteme si ustionò una coscia con dell'acqua bollente [uno dei tanti episodi che ci ricordano di quale straordinaria combinazione di eventi favorevoli debbano infilarsi, acciocché si esca dall'infanzia più o meno tutti integri]. qualche giorno dopo chiesi di assistere al cambio della medicazione, nell'ambulatorio del nostro medico. quando non vi furono più garze a coprire la ferita, con mio fratello che - sacrosantemente - piagnucolava spaventato, non sentii quel risucchio disorientante al centro dello stomaco. "ecco, vedi - dissi tra me e me - bastava volerlo, ora posso osservare come si fa a curare". un attimo dopo mi ritrovai, stonatissimo, su di una sedia nel corridoio fuori l'ambulatorio. mia madre - infermiera, dentro pure lei l'ambulatorio - era riuscita a sorreggermi al volo, appena accortasi del mio mancamento, e che stessi afflosciandomi come un pallocino che perdeva aria. svenuto, bianco cadaverico.
quella sera, a letto sotto le coperte, un po' scornato, mi raccontai che a quel punto avrei puntato tutto sull'elettronica. e mi immaginai la pallina che correva in circolo attorno al disco rotante di una roulette [parentesi uno: invero, ho avuto fin da piccolo la malata attitudine a ricorrere a queste immagini un po' naif, quando non didascalicamente scontate]. [parentesi due: quel puntare tutto sull'elettronica fu perché, nel mio piccolo mondo tra l'infanzia e la preadolescenza, non consideravo altre alternative. allora non avevo contezza delle scienze umane e sociali. essere più brave in italiano e grammatica era una cosa tipica delle femmine, specie quella cui contendevo il titolo di primo della classe]. [parentesi tre: il puntare tutto sull'elettronica si concretizzò con lievissimo scarto soltanto tre lustri dopo. per quanto avessi avuto ben più contezza delle scienze umane e sociali, della potenza e del trambusto che la letteratura riuscisse a provocarmi dentro. mi laureai ben consapevole ci fossero molte altre cose su cui puntare, più interessanti, più confacenti al mio daimon. non potevo ancora sapere quanta frustrazione tutto questo avrebbe significato, come si sarebbe spalancata appena più avanti].
tutto questo pipponcino para-autobiografico mi è tornato in mente spesso in questi giorni.
e la storia di fare il medico. di essere un medico.
che in questo caso non è così distinta dal fatto di fare, di essere un infermiere.
penso davvero sia un qualcosa di diverso dai mestieri normali. non che i medici e gli infermieri siano necessariamente persone migliori, anzi. ma quello che fanno è davvero un'altra roba.
la prima cosa che mi viene in mente, forse banale, è perché sono in presa diretta con l'inevitabile lato vulnerabile e finito delle umane genti. e tutto il portato emotivo che si porta appresso. aver a che fare con l'uomo malato, ferito, ad un passo dalla morte, come una specie di patto costutitivo di quel mestiere, verosimilmente di quella vocazione, ce l'hanno solo loro [il prete, con tutte le varianti religiose di questo mondo, in fondo è solo un succedaneo. solo tra molte virgolette, ovvio]. c'è chi giura sulla costituzione, e tutte le varianti, quando prende servizio. loro hanno un loro giuramento. prendersi cura e far di tutto per salvare le persone.
lo pensavo anche prima, ovvio. adesso ho la sensazione che questo iato riluca in tutta la sua drammatica inequivocabilità.
ci sto pensando spesso in questi giorni, appunto. con tutto quello che stanno facendo. e quel che stanno rappresentando per tutti gli altri. il fatto stiano garantendo la tenuta di tutto il sistema. non sono gli unici, ovvio. ma c'è qualcuno che lo fa più degli altri.
oggi, mentre leggevo l'ennesima storia di una di quelle persone in primissima linea, un pensiero mi è sbucato in mezzo al magone, che a volte mi avvolge mentre leggo o ascolto di queste cose qui [parentesi quattro: faccio un po' fatica ad abituarmi alle metafore belliche, che spesso sento usare, nella comunicazione più o meno ufficiale: siamo in guerra, è una battaglia, il fronte degli ospedali, i medici in prima linea. mi disturba molto meno quando ad usarlo sono loro, i medici, gli infermieri. è tutto piuttosto irrazionale ed incoerente, mica non lo so. ma è così. tant'è].
dicevo di un pensiero. che poi sarebbe questo.
a tutto quell'ammasso globulare di emozioni, sensazioni, dolori, gioie, preoccupazioni, energie inaspettate, angosce, fatiche, ansie, sfinimenti, paure, speranze, che stanno vivendo costoro. la sconfitta per qualcuno che non ce l'ha fatta, la vittoria per qualcuno che si è riusciti a strappare alla bestia. e poi, subito a prendersi cura di un'altro: che si perda o che si vinca. senza lasciarsi coinvolgere troppo, per non perdere la lucidità che ora più che mai è necessaria. tutto quello che li sta attraversando in maniera così massiva, collettiva, senza soluzione di continuità. deve essere un grumo inimmaginabile, non del tutto chiaro a nessuno, nemmeno a loro. la sua vastità e la sua portata. tutto così assieme. tutto così [apparentemente] inarrestabile. roba che passa attraverso il loro essere più profondo, fondante. è già successo nella storia più o meno recente, mica non lo dimentica nessuno. adesso però sta passando in mezzo a costoro. qui ed ovunque 'sta cosa sta succedendo e succederà. per non dire poi di tutti coloro che si sono ammalati. dei ottanta ottantasette novantatre cento centocinque centonove centoventi centociquanta medici e ventotto  trenta infermieri [a questo momento, continuerò ad aggiornare i numeri], che sono qualcoa di più che caduti sul lavoro.
e mi è sgorgato dentro questa specie di desiderio di cose che - verosimilmente - non mi riuscirà di fare. qualcosa che, immagino, arrivi dal mio lontano. l'eco flebilissimo di quando mi sarebbe piaciuto essere un medico per guarire le persone.
ed il desiderio, dopo, è quello di aver la possibilità di ascoltare il racconto di qualcuno di costoro. percepire l'effetto di riverbero di quello che gli passato in mezzo, e a cui sono passati in mezzo. dopo. dopo averle lasciate decantare. quello che si potrà condividere, ciò che deborderà oltre quello che ciascuno di loro si porterà dentro, per sempre. più o meno consapevolmente. provare a far distillare quella esperienza collettiva di loro, che sono stati così vicino al centro di quella roba lì. un privilegio unico quanto drammatico. che nessuno, ovvio, avrebbe voluto. ma che è capitato. ed un po' sarebbe un peccato lasciar scivolar via. sono comunque cose preziose, utili per tutti e questa fottuta, ed imprescindbile, coscienza collettiva. vulnerabilissime umane genti.


Thursday, April 2, 2020

considerazioni non assembrate /9: infighettamenti et inaugurazioni [post parzialmente ad uso interno]

ogni tanto spulcio come lassù, nell'hometown, vivono e passano attraverso questi tempi nuovi. un po' questioni affettivo-familiari, un po' perché da lì comunque vengo. è interessante. anche perché, oltre al lago, immagino che lì il contenimento sociale si viva diversamente. credo che il riflesso, quasi diventato pavloviano, di percepire il prossimo a te prossemico come potenzialmente portatore di contagio, sia quanto meno mitigato dalla probabilità di conoscerlo quel potenziale portarore. qui è più raro. e si guarda l'altro a te prossemico con una diffidenza che ci rimarrà attaccata addosso per un po'. dopo.
qui è un posto che continua ad essere più contagiato, che lassù. qui è un posto dove succedono cose. tantissimamente poco piacevoli.
tra l'altro si inaugurano nuovi padiglioni ospedalieri nella vecchia fiera. a piedi, da casa mia, non ci vogliono venti minuti per arrivarci.
è stato fatto notare che, oltre al nuovo padiglione, sia stato inaugurato un nuovo piccolo focolaio, considerato quanto siano state per nulla rispettate le norme di contenimento sociale. [la storia del focolaio inaugurato era una battuta, se non si era capito].
qualcuno, anche nell'hometown l'ha notato. e ci ha postato sul feisbuch.
qualcuno si è premurato a ricordare che prima di utilizzarlo sarà di nuovo sanificato, centrando peraltro perfettamente il senso dell'osservazione pugnace [c'è dell'amara ironia, se non si era capito].
mi hanno colpito un paio di commenti. persone che conosco, piuttosto bene. si rifuggiva la polemica e si osservava alla questione construens della situazione. riassumo forse in maniera colorata:sticazzi se si sono autocelebrati, la cosa importante è che ci siano nuovo posti di terapia intensiva, grazie all'operosità con cui ci si è adoperati.
ecco.
quei commenti, per quanto pacati, mi hanno lasciato un po' perplesso. e forse disturbato un pochetto. per quanto, si sa, son diventato fighetta. però mi è rimbalzato dentro questo piccolo disturbino. così ci ho ragionato un po' sul perché, oltre al fighettamento, dico.
e credo di averle intuito il perché.
provo a spiegarmi velocemente.
che ci siano posti di terapia intensiva in più, non può che essere una bella notizia. giusto se serve ribadirlo.
credo però che quell'inaugurazione, autocelebrativa, a dirla gentilmente sia stata inopportuna. meglio: stridente. roba come il graffio su di una lavagna. se si ascoltasse bene cosa sta accadendo qui e qui accanto. se si guardasse oltre la prima linea delle notizie mainstream. come la realtà è in realtà disarmante.
fuori di polemica, ma osservando le cose dopo quaranta giorni dall'inizio del delirio.
gli effetti di una politica regionale che in un quarto di secolo ha sbrindellato la sanità pubblica, privilengiando l'ambito ospedaliero, disarmando la prima linea dei medici di base. una politica che nella contingenza di queste settimane ha ospedalizzato totalmente l'emergenza, in maniera non del tutto efficace. non predispondendosi a gestire la tempesta che stava arrivando [le notizie dalla cina hanno cominciato a circolare nella prima quindicina di gennaio. non si poteva non sapere che sarebbe potuto arrivare anche qui. ci si è fatti trovare impreparati, in tutto. pensando bastasse esser pronti ad aumentare di un centinaio di unità i posti di terapie intensive, pronti a gestire il tutto in ospedale, senza indicazioni ai medici di base. risultato: gli ospedali sono diventati veicolo di contagio, i medici sul territorio senza protezione altrettanto. solo qui sono vi sono così tanti ammalati e morti tra gli operatori sanitari].
una situazione dove, ancora oggi, non sta andando esattamente tutto bene. anche se rassicurano che la curva dei contagi - ufficiali, tamponati - si sta riducendo. nelle rsa, le case di riposo, stanno morendo anziani con numeriche agghiaccianti in un discreto silenzio mediatico. numeri importantissimi per come non è stata gestita l'emergenza, per come non vi sia assistenza, protezione al personale. muoiono moltissimi anziani, non contemplati tra i numeri di decessi con o per covid: semplicemente non si fa il tampone.
non si conosce del tutto lo stato, il numero di coloro che se la stanno svangando, quando non morendo, in casa. i numeri reali sono decisamente più alti, per quanto ancosa piuttosto sconosciuti.
la sensazione è che non si abbia del tutto sotto controllo la situazione. anzi. soverchiata bergamo e la provincia, il bresciano. forse sta succedendo anche qui.
poi, naturalmente, la complessità è talmente granguignolesca che non si può pensare che tutto questo dipenda solo della regione. figurarsi.
ma a chi ha capo la gestione della sanità, che è competenza regionale, si porterà il peso futuro di manchevolezze, errori, responsabilità.
errori, manchevolezze, responsabilità che affondano le radici negli ultimi venticinque anni, e i modelli che si è scelto di costruire e difendere pervicacemente.
errori, machevolezze, responsabilità nella gestione della contingenza, sia per inadeguatezza che forse ha aggravato la tempesta, che avrebbe picchiato duro di suo.
errori, manchevolezze, responsabilità che sarà disonorevole non osservare con spietata lucidità, con le conseguenze del caso. dopo.
adesso, che abbiamo il culo affondato nella merda, quella comparsata è stata davvero inopportuna. forse l'instintiva necessità di mostrarsi bravi ed efficienti. forse l'istintiva necessità di far guardare di là., per distrarre l'attenzione a quel che accede di qua.
poi, ovvio, è anche una cosa positiva vi siano nuovi posti di terapia intensiva.
evinopportuna anche perché in altri luoghi si fanno cose omologhe, financo più velocemente e con meno eventi autopromozionali.
mica solo nella rossa emilia.
no no. anche nella pervicasissima bergamo. [dove hanno il sacrosanto diritto di cantare con orgoglio e facendo il giusto casino]
e non dire pure qui a milano.
simbolica stretta di mano, simbolica consegna delle chavi e via. ecco altri posti per ricovero e di terapia intensiva. sempre a proposito di buone notizie.
che ce n'è una fottutissima necessità.
ma è altrettanto necessario starsene attenti, osservare con giudizio il divenire di questi tempi complicati. e per osservare i tempi complicati c'è bisogno di sguardi meno ovvi.
giudizio e sguardo fino. saranno fondamentali per ripensare, speriamo meglio, il dopo.