Saturday, May 25, 2019

le elezioni europee, il quarantaeotto, il lustro di mezzo [e a culo tutto il resto]

alle scorse elezioni europee votai il piddddddddì. ero partito con l'idea di votar quei ragazzacci di leu [parlandone da vivi]. poi qualche sera addietro andai ad ascoltare pippo, nel senso di civati from monza, col suo stile sardonico [che poi un po' adesso, boh, chissà, magari anche basta]. così cambiai idea e votai tre candidati civatiani. che - giova rammentarlo - il pidddddddì aveva pure provato a rivoltarlo come calzino. a raccontarlo oggi, non sembra neanche vero [cit.]. intanto era arrivato renzie, che il piddddddddì se l'era preso, oltre che la presidenza del consiglio, oltre che i consigli dei ministri da chigi, come tuitttttttava da imperatore del consiglio de lì me cojoni, con tanto di foto. e poi l'inizio frombolante, gli ottanta eurI, la sfida ai faivstarrrrrre [M5s]che maramaldeggiavano con l'hastag #vinciamoNoi. solo che renzie li doppiò, prese il quarantaetottopercento, i faivstarrrrrre vennero spernacchiati con l'hashtag #vincetePoi [cosa che in effetti hanno fatto, poi. però da pezzottati qual sono, hanno diversamente vinto pure loro, e pur di governare si son tirati dietro a chigi quei figuri-diocenescampi dei leghisti. che ora li sodomizzeranno. complimentoni.]. insomma. 'sta storia del quarantaeottopercento poi divenne quasi una iattura. la mattina dopo, quando renzie entrò in sala stampa per la conferenza, gran parte dei giornalisti lo accolse con un reverentissimo applauso, che manco il ragionier calboni quando esclamava "lei è un bellisssssssimo direttore". io allora capii di aver fatto una mezza minchiata, mannaggia a me ad ascoltar pippo. e poi il quarantaeottopercento scritto come volitivo memento, gigante, sulla parete della direzione. oltre che ricordato a piè sospinto, dai renziani più renziani di renzie, in tutti i possibili talk et similari.
comunque vabbhé.
sto divagando.
quelle elezioni europee. e poi le regionali che la imbroccai. e l'elezione del sindaco tipo ottantacinque a quindici [percento].
però stingrandisssssssimicazzi ai risultati di quel triduo di consultazione elettorale.
no.
il fatto è che le elezioni europee scorse, le presiedetti dal seggio in uno stato di mezza trance.
non fosse per il fatto che pochissimi giorni prima era venuto giù tutto. la fine rovinosissima, di una cosa tenuta su ormai con lo sputo, e che ci si illudeva potesse addirittura ripartire, spiegando le ali, verso luminonsisimi altri lidi [sic].
sto parlando di quel progetto aziendale, che era soprattutto di vita.
una scommessa giocata malino - per non continuar ad inzuppare di parolaccie 'sto post -, perpetrata in maniera frustrantina, azzardata con ingenuità non propriamente invidiabile, occlusa molto prima che cominciassi a pensare di aver fatto una cavolatina, nel infilarmici ad aziendare.
era venuto giù tutto. di colpo, in maniera bruciante et irridente. quando la raccontavo mi arrampicavo in un climax di voce tonante e tono sputacchiante la rabbia che sbordeggiava, che mi ero tenuta dentro e repressa per mesi, se non anni.
fu pochi giorni prima le elezioni, ma quando vennero, quelle elezioni, ero tutt'altro che chetato. anzi, quasi che il trambusto dentro era montato e faceva onda. ed io digrignavo in maniera ontologica. brulicavo come mai forse mi era capitato, mentre consegnavo schede e matite copiative. e nel farlo cercavo di essere più gentile e cordial con l'elettore che mi si parava innanzi. quasi a voler produrre una specie di contrappasso positivo, tra quello che mi bruciava e il mio modo di pormi formale et istituzionale. quasi a provar a mitigare il tempestare del mio incazzo, con il comportarmi esteriore.
e poi venne il rebound.
così, nelle settimane, mesi a venire, mentre renzie la menava col quarantaeottopercento, mi ritrovai a sguazzare il periodo più complicato dalla malattia e morte di patreme.
senza soldi, senza fiducia, senza un lavoro, senza un'idea di precisa di cosa fare e dove andare. continuare a far una sottoforma di ingegnere dell'informazione, che non era la mia vocazione? cercare come dipedente in un contesto lavorativo che non mi si confà? come libero professionista con l'autostima che scavava sotto i piedi, per esplorare terrenti ben ancora più sotto la suola delle scarpe? tornare nell'hometown che mi soffocava? rimanere a milano che sentivo avulsa? andarmene all'estero tanto per contarmela su, che figurarsi se avevo i coglioni per far una cosa del genere?
insomma, non esattamente  un finale di primavera ed estate [freddina e piovosissima quell'anno al lago] da incorniciare.
poi arrivò l'autunno. ed i paradossi sono che lì fu la svolta. leggevo "follia" di patrick mcgrath la sera che feci l'aperitivo, durante il quale vidi un baluginio rossastro, tipo un raggio di sole al tramonto, che squarcia la nuvolaglia nera, che forse sta passando.
e poi niente. da lì ad un paio di mesi a finir là dentro. il contocorrente che tornava ad essere capiente [quando mi vidi accreditata la prima fattura, prima di quanto mi aspettassi, con l'estratto conto di nuovo a superare il migliaio di eurI dopo anni, piansi di commozione]. e soprattutto la sensazione di essere molto più capace di molto altro, più di quanto mi aspettassi e immaginassi.

proprio l'altra sera mi hanno chiesto se non sia controproducente tornare su situazioni e persone che, magari in buona fede ma di fatto, sono state venefiche. come se non si riuscisse a distaccarsene.
ci ho [ri]pensato.
ed in fondo è come se fosse una sorta di autonarrazione poietica e catartica. che poi sarebbe quella cosa, senza abusare di parolone prese dal greco, che guardi un po' perché ti atterrisce e ti fa senso, ma è proprio nel guardarla che sconfiggi l'eco nefasta. ed anche un po' la paura.

è passata una legislatura europea. e più che un lustro è passata un sacco di vita.
è vero. star là dentro continua a non piacermi del tutto, anzi. faccio una fatica pazzesca, anche per quel tipo di attività che declina e spavalda le mie caratteristiche: che un po' son nevrosi, un po' particolarissime peculiarità. il lavoro della vita è tutt'altro. sono stanchino.
però il conto è piuttosto capiente. non sono soddisfatto, però so di esser capace di far cose e di saper utilizzare bene le mie intelligenze. e nemmeno soprattutto quella logico-analitica. ma quell'altra, quella dell'emisfero destro del cervello.
sto tutto sommato bene. ogni tanto, addirittura, vado a braccetto soddisfatto con la signorina serenità. e contestualmente - qui et ora - si fa anche piuttosto spesso all'amore, per quanto il confine tra il trombare e farlo [all'ammmmmmore, dico] non è che sia chiarissimo. non sono felice, ma mi capita di osservarmi con un ghigno che se non è ontologico è quanto meno ironico, leggero, gaudente. non è quella cosa degli uomini realizzati et arrivati, ma tipo il famoso solco lungo il viso [cit].

ma soprattutto. soprattutto. soprattutto.
sono ragionevolmente convinto che, oltre al lustro delle elezioni passate, siano evaporate quelle buche che mi portarono, piccoli passi per volta, in quel cul de sac, che si incistò, ingrossandosi e bubbondandosi.
quando esplose fece un male malisssssssssimo.
però è stato proprio da lì, che è poi partito gran parte del resto.
i paradossi son cose che possono inventarsi avere un fascino tutto loro.
non mi ci dovrei infilare più. non fos'altro perché so un po' meglio chi sono. e che non devo più cercarlo nei riverberi dell'altro, per non sentirmi sbagliato [o cercandolo nelle persone sbagliate].
lo so un poco più da me.
[ed anche, a culo tutto il resto].

Sunday, May 12, 2019

l'adunata del centenario [sulla storia del conflitto generazionale et alter]

domani c'è l'adunata del centenario. quella degli alpini, dico. è che se la fanno a milano la sento come se me la facessero in casa, quindi roba anche un po' mia. anche se tecnicamente arriverò colà a sciogliete le fila già impartito.
e soprattutto io non sono un alpino.
al limite figlio di.
per quanto ci sia stato di mezzo la storia dell'obiezione di coscienza, convinta.
mio padre era un alpino, nel senso di sergente fanteria/artigliere di montagna e penna nera. fiero di esserlo, come quasi tutta la totalità di alpini. non so quanto se ne sia mai reso conto, ma quel ottemperare la coscrizione di leva obbligatoria in quel corpo è stato un [suo] momento fondante. un rito di passaggio, l'iniziazione all'età adulta. in zone antropologicamente estreme dell'africa, appendono i giovani adulti per i piedi in cima ad una pertica, oppure si adoperano in prove più dolorose e segnanti, magari pure sulla nuda carne. in una vasta zona del nord d'italia si faceva la naja in una delle cinque brigate: taurinense, orobica, tridentina, cadore, julia.
naturalmente mio padre voleva alpini pure mio fratello e me. anzi, diciamola meglio, per dargli giustizia: avrebbe tenuto tantissimo che mio fratello e me fossimo alpini come lui. pare avesse conservato un coupon dal mensile dell'associazione degli alpini [si chiama "l'alpino", saavvvvààsaaannddir], con cui segnalare casi in cui si fosse stati richiamati, con la cartolina rosa, a divise diverse da quella con la penna nera, misconoscendo l'orgogliosissima volontà di indossarla, ci avrebbero pensato loro a rimediare.

quando partii per la visita militare gli promisi che avrei scelto così: alpino. in realtà già lì, nel mentre compilavo i test - occhio a non rispondere che ti piacciono i fiori, per non finire sicuro a passare almeno mezza giornata in più, a far due chiacchiere con lo psicologo all'ospedale militare a baggio - vidi tre le varie possibilità "comunicazioni". mi titillò, non foss'altro per il fatto allora ero molto prauuddd del mio studiar da perito quasi telecomunicazionista. mi vidi circondato da trasmettitori radio, antenne a dipolo lunghissime, e quel bendiddddddio tecnologico [com'ero tenero in quel candore illusorio]. segnai quello. quando glielo dissi un po' ci rimase male. probabilmente lo delusi un po'. non me lo fece mai capire bene.
tanto più che poi di lì a qualche mese decisi che sarei stato, altresì, obiettore.
cominciai ad immedesimarmicivisi, tanto per cambiare. e come in molte altre scelte lo feci convinto.
in fondo è sempre stato il modo che ho compulsato per definirmi una forma, una struttura, un'individualità. e la storia dell'obiezione coniugava bene quel desiderare fare una scelta non particolarmente conformista, e alimentare quella specie di conflitto generazionale, che tenevo vivo - di nuovo - forse perché immaginavo fosse il modo per strutturarmi, marcando l'alterità verso mio padre.
leggevo anch'io l'alpino. era lì, a guisa di lettura per i momenti di relax, comodamente riposto sul davanzale della finestra del bagno. leggevo da febbraio a maggio dei preparativi delle adunate nazionali. da giugno a settembre delle eco delle adunate nazionali. leggevo spesso dei ricordi della battaglia di nikolajewka - anche se non ricordo di essermi mai - davvero - soffermato a pensare che cazzo devono aver vissuto, su là, durante la ritirata di russia. guardavo le foto di "belle famiglie" scattate nel giorno del giuramento di sbarbatelli con la divisa stirata, i guanti bianchi, l'arma pulita, ed accanto fratelli, padri, nonni, zii con fare più rilassato, volti più rubizzi e ventri più prominenti. ma tutti con il cappello con la penna nera in testa. orgogliose continuità transgenerazionali.
lessi dell'adunata del - bohhhh '92, '93, '94? - in cui alcuni si lamentavano che lungo corso venezia rispetto l'adunata di vent'anni prima, erano molto poche le bandiera tricolore sventolate alle finestre.
e lessi alcune prese di posizioni verso gli obiettori. quando andava bene, imboscati, rei della somma onta di volersi negare al sacro dovere di difendere la patria.
figurarsi a me, leggere di quelle idiozie. gliel'avrei fatta vedere io, a quelli de "l'alpino", e probabilmente anche a mio padre - che peraltro nulla mai mi contestò della scelta obiettrice.
quindi scrissi, un paio di volte, per confutare quelle tesi. per farlo mi studiacchiai la storia dell'obiezione di coscienza, lo stato dell'arte giuridico, l'evolversi della pratica del servizio civile. mostravo almeno altrettanta protervia di quelli de "l'alpino". il tutto incasellata in una forma baroccheggiante. periodi lunghissimi, prosa contorta [i post del bloggggghe, a confronto, sono lista della spesa. tanto per dare un'idea]. [ed a pensarci ora, quella forma laocoontica, non era un modo per segnare lo iato tra mio padre e me. roba del tipo: visto quanto complicato riesco a scrivere, tanto che fai una fatica fottuta a leggere? visto quanto mi sono elevato? visto quanto son riuscito a fare da par mio, senza chiedere nessun aiuto a te?. poi, vabbhé, che quella roba fosse poco fruibile non mi entrava nemmeno nel campo visivo. che tronfio coglioncello ero].
in ogni caso, passò il tempo, finii gli esami, mi laureai, quindi obiettore venni riconosciuto [status giuridico concesso, ai tempi]. e così anche il servizio civile feci. naturalmente molto meno nobile di quanto mi ero immaginato, o desiderato.
mio padre non si mise mai di traverso. buttò il coupon ben prima iniziassi a far il servizio civile, con mio fratello ormai riformato. con molto - molto - meno clamore di quel che volevo in fondo suscitare io, con quel fottuto conflitto generazionale.
anche perché, dopo tutti questi anni, ho la vaga sensazione che fui solo io a confliggere. tipo che tu sei lì che meni cazzotti all'aria. un gran mulinare di braccia, ma giusto per smuovere un po' la polvere in sospensione lì accanto.
come l'impressione di aver fatto tutto 'sto casino di originalissima alterità, soprattutto da mio padre. per poi conchiudere cosa? qualcosa che sta su giusto un po' più che con lo sputo. poi, vabbhé, un po' il contesto, un po' le circostante, un po' le scelte sbagliate più o meno eterodirette dai miei bachetti interiori. ma mi sento come se avessi brigato la saccenza di dire: faccio tutto da me, non voglio confronti, conforti, aiuti per strutturarmi, anche perché è mio padre in primis a non capirmi. il fatto che, tra l'altro, ho rifiutato altri mentori. oppure ho scelto quelli sbagliati. o probabilmente non sono mai stato con tutti 'sti talenti per potercela fare, in quell'esigenza, del tutto da solo.
poi sì, ovvio.
non sono stato nemmeno così originale, nel cercare di guerreggiare con il proprio omo-genitore. e probabilmente lui non possedeva quegli strumenti per intercettare del tutto quel figlio un po' rompicoglioni. tacendomi, allora, che ero il primo a non volermi far capire. lui ha fatto del suo meglio. anche a partire dal fatto non si sia mai sentito in guerra con nessuno, figurarsi con me. io che menavo fendenti all'aria, pensando sarei stato allenatissimo alla bisogna. ho fatto un sacco a pugni con i pulviscoli di polvere. e sul senso di profonda irrealizzazione, avrei già scritto pure troppo.
ora, con le cinquecentomila penne nere [previste] ormai dentro la città, con lui che ci sarebbe stato, e dopo tutti questi anni, ho il vago sentire amarognolo che non ne sia valsa 'sto granché la pena. anche per il semplice fatto che, un certo numero di cose per cui sono moderatamente soddisfatto del mio essere me medesimo [è la versione personale, da understatement, di andare fiero], sono aspetti che a lui più, o meno consapevolmente, venivano naturali. non tutti, ovvio, ma un bel po'. io, al limite, ci ho lavorato sopra. perché ho bisogno di conquistarmele così, studiando, nel senso più ampio e pervasivo del termine.
ma è stato un fottutissimo mulinare di braccia, spreco di energie piuttoso inutile. e un po' di malinconia ex-post, per tutte le consapevolezze che nel frattempo ho fatto mie. anche se in parte c'è voluta l'inevitabilità - limitante - dell'assenza per conquistarsele. e per questo non ho mai avuto la possibilità di dimostrargli. e mai potrò.

Wednesday, May 1, 2019

trentalibritrenta, per khorakanhè [primomaggio]

stavamo guardando la piccola giocare nell'area attrezzata del palazzo. ad un certo punto uscì con una frase del tipo "vorrei trovarlo quello che ha detto che il lavoro nobilita l'uomo. rincorrerlo e prenderlo a calci nel culo, fino a non poterne più. il lavoro schiavizza, bisogna liberarsi del lavoro".
forse cominciai in quel momento ad aver sempre meno voglia di averci a che fare.
al netto della protervia che sentii pettinarmi i capelli all'incontrario - da chi usa le affermazioni con i tre punti esclamativi in fondo, ormai, mi guardo bene dal fidarmi - sentii stridermi qualcosa dentro. rimasi senza parole, cancellato di colpo l'aggancio teoretico in materia - invero non così ampio.
come per tutte le uscite apodittiche si potrebbero impalcare construtti per confutarle.
ci ho ripensato più e più volte. e del perché sentii quell'uscita quasi come insultante, a partire da me.
diventerebbe un po' lungo raccontare qui le suggestioni che mi son sorte da allora.
non foss'altro per tutte le sfumature, cangianti, che mi son parate davanti ogni mattina, entrando là dentro. ci son stati financo giorni che ho varcato quei tornelli quasi contento. quasi, ovvio.
anche se là dentro è fottutamente complicato, per me, starci. per la struttura, per le attività, per il contesto cui devo resiliere, per lo spreco delle mie intelligenze, di cui ho la spocchiosa sensazione accada. l'azienda medio grande, il trito da soffritto emergenziale senza soluzione di continuità, la variegata medietà e l'alterità che [mi] percepisco, l'utilità che si ha nell'oliare processi che offrono servizi tossicchianti.
eppure.
eppure.
là dentro provo a dare sempre il meglio. un po' perché il confine tra le nevrosi e l'etica può capitare sia sottile, più di quel che appare al primo lampo. un po' perché non porsi in quel modo è una specie di insulto a tutti coloro che, lavori meno migliori del mio non ce l'hanno. e magari lo meriterebbero assai. tutti coloro che là dentro è un luogo che non c'è, e invece lo vorrebbero eccome.
certo.
quel lavoro non mi piace. mi sta succhiando energia, di quella profonda, molto più di quanto riesca a trattenere con i più variegati espedienti. un po' perché le nevrosi, altre volte, sfondano i confini e non riesci a richiuderle abbastanza nei recinti. un po' perché voglio mettere quanto più fieno in cascina. per arrivare, magari, a far altro. cosa, non lo saprei.
anzi. forse no. in fondo lo so. forse non ne sono capace. ma lo sento come una specie di richiamo. irrealizzabile. o forse ne sarei anche capace. ma c'è da uscire dalla zona di conforto, che peraltro mi rende quella precisa quantità di eurI per ogni ora passata là dentro.
di sicuro, però, anche grazie a quel lavoro sono parte di qualcosa che mi trascende. e mi nobilita. non è una questione complessiva di pil, ovviamente. ma è qualcosa di più profondo, pervasivo, ancorante nel flusso del divenire di una società: complicata, migliorabile, perculata, automiditratizzata, incosciente, a tratti idiota, a tratti illuminata. lavorare là dentro, e farlo per come provo a farlo - con fatica - tutti i fottutissimi giorni varchi quei fottutissimi tornelli mi rende migliore. perché ho a che fare con gli altri che lavorano là dentro: donne e uomini, che sentirò anche spocchiosamente altri, ma che pezzi di umanità sono, con tutto il loro armamentario di gioie, dolori, bachi, stronzaggini, bontà. magari mi stanno pure sui coglioni, ma usare le mie intelligenze [sottoutilizzate, occhei, già detto] per provar a far qualcosa assieme a loro e provare farlo al meglio - almeno io - rende tutti un po' più stanchi, ma migliori. ci nobilità, faticare là dentro.
poi io sono altro e la mia vocazione - utilizzo una categoria per cui odg mi guardò un poco convinta, quando accennai a hillman, ai tempi - il mio daimon mi pungola ad adoperarmi altrove.
spesso ho la vaga sensazione sia in questa distonia di fondo la causa dell'insoddisfazione che mi leva quella specie di sorriso [dentro]. e la non capacità di provare - veramente - a vibrare a ridurla, la distonia, il mio non sentirmi adatto. nel senso più ampio ed abbracciante del termine. per quanto, in tutto questo, non è che non intravveda il luccichio della lama affilatissima di questa cosa un po' ambiziosa: fare quello per cui sei portato. essere felici di fare il proprio lavoro è un privilegio che pochi riescono a centrare. magari nemmeno per particolare talento. a volte ci vuole un po' di culo. e ambirvi così tanto può essere parimenti frustrante, se non ci riesci.
però.
però.
però.
se non provassi a nobilitarmi anche nel lavoro che faccio, là dentro, sarebbe peggio. è come se avessi abdicato del tutto. e come mi levassi abbastanza del tutto a costruire qualcosa che è un baluginio migliore.
per questo, pur senza mai aver sentito del tutto mio [da orso] il concetto di classe, oggi è stato giusto ricordassi e festeggiassi. tutto a mio modo, ovvio.

fabrizio de andrè, ho sentito dire, lesse trenta libri sulla storia, cultura, tradizioni dei rom per scrivere khorakhanè, a forza di essere vento.
trenta libri per una canzone.
come se avesse fatto suo quello scibile e l'avesse sintetizzato in un distillato. evanescente come può essere una canzone. immortale come riescono ad essere alcune canzoni.
dicono pure leggesse un libro a notte.
ho anche sentito dire che per scrivere i trecentotre versi de "la buona novella" impiegò un anno. come se fosse necessario più di un giorno per un singolo verso. come dover cesellare e trovare la parola adatta. quella e solo quella.
fabrizio de andrè faceva il lavoro più bello del mondo.
un po' ha avuto la possibilità di. un po' ha avuto il culo di. un po' era il faber.
anche se, per diventarlo, il faber, ha dovuto studiare, a suo modo.
ancora a proposito di un altro lavoro, anche quello il più bello del mondo.


ecco. a proposito di daimon.

Tuesday, April 23, 2019

su quella prima fotografia matrimonialista [post un po' melodrammatico]

in effetti avevo rimosso la data, l'anniversario. gli sposi, di allora, ovviamente no.
quel giorno, diobonino, quant'acqua che veniva.
incidentalmente è stato anche il primo matrimonio in cui ho fatto da fotografo, non sono stati molti altri, invero. me lo chiesero gli sposi, il regalo da parte nostra. andai in contemporanea in debito di ossigeno dall'apprensione, oltre a gonfiarmi il petto perché avevano scelto me [ex-post mi domando, retoricamente: ma perché, anche allora, non ribaltar la sensazione dovessero essere loro quelli onorati dal fatto avessi accettato? vabbhé, manco non si sapesse già la risposta]. comunque giusto per non farmi salire l'ansia: cercai una pubblicazione sulla fotografia matrimonialista e mi feci prestar l'album di nozze, scattato una quindicina d'anni prima dal miglior fotografo dell'hometown. studiai: cosa e come riprendere. mi feci prestare un secondo corpo macchina. andai in un negozio di fotoprofessionisti - era in un seminterrato da qualche parte di via de amicis, nemmeno troppo lontano da qui, ma non mi par di averlo mai più ritrovato. comprai delle pellicole fiche, talmente fiche che mica potevi tenerle come le altre, andavano conservate in frigo. qualche giorno prima sognai che aprivo il notolino contenitore di plastica [fico pure quello, come si conviene ad un notolino che conserva pellicole fiche] e ci trovavo dentro una specie di yogurt, impastatato, ed io che andavo nel panico perché non avevo più di che fotografare. comprai un paio di batterie di batterie per il flash. e mi sentii più o meno pronto.
e poi quel giorno pioveva, diobonino come pioveva.
e questo solo in parte complicò la situazione. perché scattai ripetutamente: a partire da casa della sposa - che aveva questa gran fretta e prescia di arrivar in chiesa. scattai con tale tensione da ansia da prestazione che mi fece vivere quella giornata in quasi totale surplace. trovai forse giusto un paio di momenti di commozione, durante la messa. in fondo erano i primi di noi, parrinarioratoriani colla verità rivelata in tasca, che convolavano. con tutto il portato emotivo che si portava appresso 'sta cosa [anche la suggestione che avrebbero trombato quella notte, noi si viveva con questa occlusione contra-natura, almeno io, che peraltro vivevo con struggentissimo rimorso il farmi le pippe, visto che nemmeno di baci con la lingua potevo avvilupparmi con chicchessia [ero nel pieno della più ottundente - e respingente - ossessione abbia mai vissuto]]. in quella funzione non suonai, dovevo fotografare. con l'idea anche di cercare inquadrature un po' sui generis. tipo da una posizione quasi verticale sull'altare, sfruttando un pertugio che mi pareva di aver colto in una salita precedente. non ricordo se effettivamente feci di corsa quella serie di rampe di scale - invero - scomode, però ho il vago memento di essermi stirato il muscolo di una coscia ad un certo punto.
fu ventiquattroanni fa.
ero un cattolico convinto. mi adoperavo indefessamente nella comunità giovanile di quelli che pensano di aver la verità rivelata. sapevo che da lì a un paio di mesi il prete che era il centro di tutta quella congrega di emozioni, persone, situazioni, realtà uterina, se ne sarebbe andato [lo sapevamo in due-tre]: quindi qualcosa sarebbe cambiato. mi trastullavo ancora l'idea che far l'ingegnere mi avrebbe portato un sacco di onori e belle cose. e poi ero un canonista, con la smaccata propensione ad usare zoom con caratteristiche teleobiettive. che danno quell'effetto schiacciato-vicino, che a volte può essere anche tracotante. in cui però l'angolo di presa è fottutamente ristretto. in definitiva mi immaginavo davanti un futuro niente male [magari da fotografare con quella serie di fotocamere mi sarei acquistato da lì a un po', con lo stipendio da ingegnere]. onusto di soddisfazioni et ricompense dalla vita et serenità et facilità di felicità. e tutto questo come una specie di effetto di un nesso causale che mi era dovuto. [poi se mi aveste chiesto da chi o per quale motivo, probabilmente, non avrei saputo rispondere qualcosa di meno saccente che ero una specie di chiamato, oltre che benvoluto da un dio che se ne stava in una qualche dimensione di un qualche universo].
quel giorno pioveva una fottia. e non so se davvero lo ricordi come un giorno lieto. faticoso sì, molto. ad un certo punto, nelle foto di gruppo al ristorante, nonostante le batterie di batterie, il flash impiegò quel paio di secondi in più ad esser di nuovo pronto a scattare. non si fece mancare la battuta tagliente dello sposo, che quasi sembrava scocciato di dover aspettar quel zic in più. tono e modalità molto del suo porsi in quella modalità fastidiosa - chi lo conosce, sa come può essergli uscita.
oggi, altresì, son passati ventiquattro anni. al netto che ormai le pellicole non si acquistano più, per quanto farebbe ancor di più fico, sono tendenzialmente un nikonista, anche se potessi acquistar una leica a telemetro, perché no? poi in realtà fotografo con lo smartofono, che acquistai pagando decisamente tanto per uno smartofono, ma perché aveva la migliore fotocamera a disposizione. in ogni caso avrei la propensione ad utilizzare obiettivi tendenzialmente grandandolari, possibilmente luminosi. che così si può fotografare anche con poca luce - quando il buio picchia un po' più forte - e con un'apertura di visione ampia, a contemplare meglio la complessità della realtà. sono agnostico. ho bruciato la mia laurea [ma non vivo nemmeno di parole - semicit.]. quel prete non lo sento da tempo, e sono moderatamente onusto di rabbia nei suoi confronti. ogni tanto mi scarliga [dialettismo: scivola] un piede a subodorare quella vaga sensazione di fallimento su abbastanza tutta la linea [oggi, per dire, per quanto situazione contestuale, ho impiegato quasi cinque minuti a smettere di frignare non appena mi son seduto sulla sedia davanti ad odg]. così come ho la vaga percezione che qualcosa mi sia sfuggita di mano, anche se non riesco a capire come e quando sia capitato; e che sia fottutamente difficile riprenderla abbastanza. sul perché, figurarsi, se ora la vedo come l'effetto di un nesso causale. è capitato, nel mezzo di altri privilegi che comunque ho.
anche se.
anche se.
anche se.
naturalmente non c'entra nulla.
è stato il caso.
ma mi è tornato in mente un dettaglio. come se ci fosse una specie di piccolo episodio simbolico, legato a quel giorno, a quelle foto. se non rischiassi di finire nell'oracolostico melodrammatico direi: premonitorio, quasi profetico.
sbagliarono a sviluppare i negativi. nel senso di temperatura di colore cui fecero virare la resa della pellicola. quando vidi i provini mi venne quasi da piangere. colori smunti, sfalsati. come se nonostante tutto l'impegno, la fatica, ci si fosse messa di mezzo qualcosa di irreparabile. rimediammo - molto in parte - nelle stampe effettive, facendo tirare artificiosamente la resa della temperatura di colore dalla parte opposta del danno fatto sui negativi.
da che ne so gli sposi furono financo contenti. loro però su quelle foto rimarranno per sempre ad avere un incarnato pallido, con sfondo il cielo grigio.
pioveva. anche se loro comunque paiono felici. come sembrano esserlo oggi - apparentemente.
a me rimane la sensazione di qualcosa di sottotono, sfalsato. nonostante tutto il gran culo. [senza che nessuno abbia necessariamente sbagliato a svilupparmi i negativi].

Saturday, April 20, 2019

le lagrime di giorgini, il fuoco di notre-dame e 'sta cosa delle campane di pasqua a distesa

[...che poi è una specie di augurio genetliaco alla mia amica francy, cui arde un fuoco dentro, tanto che contraltara con questa specie di placidia. cose così.]
comunque.
francesco giorgini è il corrispondente da parigi per popolare network. quindi mi capita spesso di ascoltarlo nel dar notizie di quell'altra parte delle alpi. sulle cose dei cugini e tutto il resto. dai suoi servizi, radio diffusi, traspaiono goccioline di impegno e convinzioni di punti di vista precisi e convinti. il tono della voce, il più neutro possibile, pare trattenga suo afflato pasionario. quel suo "da parigi, francesco giorgini per popolare network", sembra quasi un gancio, l'invito a ascoltarlo di come la pensa, fuori dai denti, al di là della cronaca ragionata giornalistica - peraltro ottima. d'altro canto è capitato di ascoltarlo in altre trasmissioni, più cazzare del professionalissimo gierrrrrre [giornale radio, se non si era capito. là dentro fare gierrrrre è celebrare un rito laico, fondativo quanto continuo: fornire informazione, in primis]. è in quelle occasioni che si coglie il compagno giorgini nella sua militante convinzione, per quanto a tratti ironicamente leggera, con innesti cinici e razionalisti, quasi disturbante a tratti, fino al midollo.
quindi, per certi aspetti, un po' mi ha stupito l'altra mattina.
suo un collegamento da parigi durante l'approfondimento del "denome del tardi" [che poi sarebbe la trasmissione che mi risuona nell'orecchio della cuffietta mentre monto la postazione e appizzo il picccccì, chiedendomi che cazzo di faccia là dentro - oltre fatturare - nel mio ontologico sonno disperante. il "demone" è un piccolissimo rinforzo positivo - ma tutto è utile in quei frangenti - per ricominciare ogni mattina. bello ci sia]. l'argomento era la declinazione del rogo di notre-dame da parte del corrispondente. chi quindi vive l'inevitabile peculiarità di essere sul posto. telefonata del giorgini innestata in mezzo a pareri di ingegneri strutturisti, architetti, storici dell'arte, esperti di restauro. giorgini ha raccontato la parigi che ha vissuto in presa diretta, dal vero, quei momenti. io che li ho vissuti come qualcosa che non può essere, incredulo e inebetito [beh, un pochino almeno, dai] mentre lo seguivo sullo smartofono del sito di repubblica.it. il valore simbolico del fuoco, che avvampa, inghiotte, consuma, e che sembra si porta via, in maniera inesorabile, qualcosa che sembrava dovesse starsene lì per sempre. chiaro che non può essere così. ma non è il primo pensiero che sovviene.
e insomma, il giorgini racconta che, in mezzo a molti come lui, ad osservare bruciare la cattedrale, si è ritrovato a piangere. piangeva, il giorgini, inaspettatamente. troppo emozionato a vedere consumarsi tra le fiamme la foresta, il tetto, o forse spaventato dall'idea potesse venir giù tutto. e venir giù una chiesa, quella chiesa. sorpreso di quelle lagrime, pasionario e forse anche un po' mangiapreti. raccontava di quel brivido ad essere lì, di quel piangere che l'ha meravigliato. chiedendosi e condividendo, con gli interlocutori negli studi a milano, con chi lo stava ascoltando che forse il radicamento della cultura cristiana era innestata in lui, ed in noi, molto più di quanto potremmo immaginare. o forse riuscire ad ammetterci.
a quel punto della trasmissione, solitamente, sono già nel pieno delle fazende lavorative. già mandato mail, verificate le urgenze. già con la testa immersa a stordirsi per e non pensare troppo a possibili alternative. invece, quella mattina, ascoltando delle lacrime del giorgini, mi son fermato qualche secondo a pensare alla chiave di lettura che ne dava. il perché di quel piangere ed il radicamento della cultura cristiana.
io, naturalmente, non so cosa possa esserci nella testa del giorgini.
così come un paio di fondamentali  psicanalatici potrebbero dare chiavi di lettura sulla chiave di lettura del giorgini [dagli archetipi, all'inconscio collettivo, alla stratificazione del vissuto di tutto quello che è stato prima di lui].
però ho anche pensato che, più che la cultura cristiana, c'è qualcosa di ancora più antico, e quindi profondo. che è il senso del sacro, e la spiritualità che ci portiamo dentro. la religione, le religioni, forse sono le campagne di marketing meglio riuscite della storia, tanto che durano da secoli, per incanalare, declinare quel senso e quella spiritualità che è roba di ciascuno. convincendosi e convincendoci che in realtà è roba loro, che gestiscono come monopolisti, spiegandoti come devi usarlo quel senso del sacro e quella spiritualità, e che soprattutto è valida solo la loro esclusiva. fuori è apostasia, infedeltà, pericolo da rendere rejetto, o zittire [esagerato ed esacerbato coi preti? forse. però son solo pochi decenni che questa avversione verso l'apostasia ha effetti meno "violenti". pochi decenni, affogati in percentuale con i secoli. e per fortuna sono gli ultimi decenni].
insomma, caro giorgini, forse non è tanto la cultura religiosa. ma il senso del sacro e la spiritualità che riverbera, perché vede le fiamme avvolgersi attorno ad un luogo, ad un edificio, un simbolo - enorme - che declina, che è originato dal medesimo senso del sacro di una popolo di persone nella storia delle persone. e a quella spiritualità importa poco se quella cattedrale è il simbolo di un potere che si è consolidato nei secoli, diventando monopolista del senso del sacro. gli fotte sega se il giorgini, al pari di interi popoli, hanno voltato le spalle alla chiesa, alla religione, come nel più classico caso di rimozione di un amore che ha deluso: si odia perché una volta si ha amato e si è stati respinti. non gli importa e fa piangere il giorgini, perché è il senso del sacro che piange. è la spiritualità che si emoziona.
io non saprei se il giorgini sia un po' come me.
i suoi servizi sono più stringati dei miei post sbrodolosi.
però io lo so di essere una persona molto spirituale, e con un senso del sacro che ho deciso di provare a smettere di provar ad eiettare. io so di esserlo, come lo siamo tutti quanti. e non so nemmeno se uno lo è più di altri. forse qualcuno lo percepisce di più, tutto qui. questo naturalmente non esclude che oltre a percepirlo di più sia allo stesso tempo più testa di cazzo. è un modo non propriamente diretto per spiegare che non c'è giudizio di merito.
io sono una persona molto spirituale. cui, per anni, il cattolicesimo ha dato una spiegazione, si è intestato l'esclusiva per indicarmi come stare nei binari, in quanto rivenditori esclusivi: facendomi credere di fornire motivazioni indiscutibili per raccontarmene la causa. mentre di fatto mi gestivano l'effetto.
io sono una persona molto spirituale che per anni ha gioito nel sentire la distesa delle campane di pasqua, da dentro la veglia più importante della cristianità. e poi se n'è allontanato. per poi subirne un po' il timore di ascoltarle da lontano, soffuse, risuonare in una notte di primavera. ho condiviso con una serie di psicopippe questo momento con l'amica francy. che peraltro compiva gli anni proprio in questa giornata - capita mica sempre, ovvio.
questa sera, come ormai da qualche anno di queste sere omologhe, le ascolto meno turbato.
quest'anno, poi, perché sono stanco - molto stanco - e la testa e quel tipo di emozione sono un po' obnubilati.
forse è perché quel senso di sacro ha [ri]trovato il posto dove collocarsi. senza dover scomodare una fede, o il timore dell'eco per quella cosa che era sparita, figurarsi un dio. il senso del sacro e una spiritualità che [ci] sono connaturate, ancora pre-laiche, fondative della persona.
forse è questa spiritualità, tra l'altro e come effetto di bordo, a rendermi così automatica la psicopippa o la compulsione speculativa. una volta la scambiavo per fede indubitante, mentre era solo la risposta più conforme e semplice - nel contesto in cui psicopipponeggiavo - che mi trovai a portata di mano.
certo, un po' riverbera questo senso del sacro nella giornata di pasqua. un po' l'eco. un po' è primavera. un po' sono fatto così. accettarlo, nell'imperfezione della soluzione ottimale, è un bel regalo che vorrei farmi. e non è nemmeno natale.
è pasqua, appunto.
con la mia spiritualità e il mio senso del sacro, festeggio.
laicamente.

Monday, April 1, 2019

qualcosa di sinistra [secondo me]

[premessa, diciamo che non è proprio un post di uno che è sul pezzo. ma ci ho altre cose che mi sovvengono in testa, negli ultimi giorni. e non necessariamente negative...]
ho come la sensazione che Ramy abbia detto la cosa più di sinistra che, da tempo, ho avuto modo di ascoltare.
sulla questione dello ius soli manco aggiungo altro. a mio modo di vedere è incommensurabilmente  autoevidente la meschinata di non aver osato la scorsa legislatura. ma tant'è.
quello che mi ha colpito che costui, non so quanto consciamente, ha ridato lustro ad un concetto che mi sembrava sfibrato, sulla bocca stantia di un qualche nostalgico - mica detto che abbia per questo torto, ovvio.
che poi è la questione semplice e fondamentale della coscienza di classe. magari non è esattamente la classe operaia. ma forse è la coscienza di quelli della sua classe, e le altre classi, le altre sezioni, insomma i baganetti nati qui, che studiano nelle nostre scuole, magari più italiani di tanti nati da genitori italiani, cittadini magari migliori.
ecco. la coscienza di classe. che si porta dietro un paio di idee, semplici e fondamentali:
  • che i diritti non sono ottriati, tipo lo statuto albertino. ma sono ontologici, connaturati al fatto di essere persone, che divengono, ad esempio in un luogo, tipo l'italico paese. coscienza, appunto;
  • e che i diritti hanno senso se sono per tutti, perché se non sono per tutti di fatto si riducono ad essere qualcosa di ottriato. non sono più diritti, quindi devono essere per tutti, estensione del concetto di classe, appunto. [che poi, quando ripenso a questo concetto mi viene in mente un'amaca, scritta da Serra migLioni di anni fa. e citava come esempio virtuoso "galline in fuga", contrapponendolo ad una cafonata del nano coi capelli di kevlar, tra le tante con cui ci ha intossicato - giusto per non dimenticarsi, qualora ne tornasse la nostalgia perché questi sono pessimi, diveramente peggio].
c'è poi un altro aspetto, come interessante effetto collaterale, utile soprattutto per la prammatica delle rivendicazioni. per quanto sia banale, ovvio. è che insieme è più semplice lottare e combattere per nuove istanze, idee, proposte. non serve essere maggioranza. in fondo son sempre state le minoranze a dar il la alle conquiste sociali più importanti. e d'altro canto, come controcanto, cosa è più funzionale che polverizzare la coesione di portatori di istanze comuni, per retrocederle?
insomma.
ramy ha colto un aspetto centrale, per certi aspetti quasi commovente [ma ogni tanto ho la lagrima facile], dell'essere di sinistra - per me. che è la storia dell'I care. lo lessi in un libercolo di don milani, che fu per me lettura fondativa. I care, che si contrapponeva al me ne frego fascista. lo scrivevano i soldati americani che stavano risalendo l'italia, durante la liberazione dell'italia.
e mi curo poco che fossero americani e poi si è visto cosa possono arrivare a fare gli americani.
è il concetto. mi prendo cura. alzando lo sguardo verso l'altro, alle sue esigenze, alle sue necessità, a quello che dovrebbe essere giusto anche per lui. in questo caso sono le sorelle e fratelli italiane e italiani di ramy. se non ce la si fa tutti, ha tutto molto meno senso. e quindi è a tutti che la cittadinanza dovrebbe essere concessa - ius soli o culturae che sia. che è il sogno di ramy, di ciascuno di costoro. ma se dev'essere realtà, devono averne diritto tutti. non so se ramy lo avesse chiaro in testa. però lo ha intuito con una nitidezza adamantina: cittadinanza non è elargizione del potente, che quindi è per pochi, ma un principio che deve valere come istanza degli altri simili, di cui ha cura. I care.
chi è che continua a dire che, destra e sinistra, sono concetti superati?
ed a proposito concludo con qualche disclaimer per cose che mi si potrebbe confuare.
tipo.
  • che la sinistra ha smesso di fare la sinistra quando ha cominciato a pensare in primis ai diritti civili, dimenticandosi di quelli sociali e del mondo del lavoro. la risposta potrebbe essere che le due istanze non sono proprio antitetiche, anzi. è il contesto che in parte è cambiato. e che le istanze che la sinistra dovrebbe aver stampigliato nel centro della è l'attenzione verso il più debole, in una contrapposizione tra parti, con più o meno disparità tra di queste. che siano operai che lottano per una vita migliore, o che siano ragazzini italiani, ma senza aver qualcosa che lo certifichi;
  • che ramy ed adam, probabilmente, la cittadinanza loro la avranno. di fatto per meriti molto particolari. non tutti gli altri, per cui verrà [ancora] a mancare questo diritto. e quindi 'sticazzi a quello che egli ha dichiarato. sarebbe una confutazione stupida. perché l'istanza di quel diritto, non sta in capo a due ragazzini di tredici anni. ma nelle sensbilità e, in questo paese di peracottari spaventati dalla propaganda di un ministro babau, dal coraggio di quelli che dovrebbero essere classe dirigente politica. invece sono, nella maggior parte, un cortocircuito causa-effetto della peracottosità di questo paese con l'etica mediamente pezzottata;
potrebbero esserci ben altre confutazioni. ovvio. qualcuna ne avrei anche in mente. ma il post già si sta sbrodolando più del dovuto. mi picco pure l'arroganza di pensare che riuscirei a smontarle tutte, dal mio punto di vista, ovvio.
anche perché mi è abbastanza chiaro, e serenamente risoluto, di starmene dalla parte dell'idea che vorrebbe che ci si adoperi acciocché le disuguglianze, le possibilità vadano a ridursi, non accentuarsi. e me ne sto dalla parte dell'idea che ci si adoperi senza pensare che alcuni sì e alcuni no.
ed il fatto non sarà mai del tutto possibile [a guardarle nell'iperuranio] o che in italia, in questo momento, siano in pochi che possono garantire brandelli di 'sta cosa [a guardarla nella mediocrità politica italica] non significa che quell'idea non si possa provare a metterla in pratica, o starsene da quella parte. e che lo iato con il resto non si possa rimarcare.
qualcosa di sinistra, insomma.
ed è un bellissimo memento che ricordarmelo sia anche un regazzì di tredici anni, peraltro con una scaltra cazzimma mica da tutti. e non solo per aver chiamato con scaltrezza i carabinieri.
[e d'altro canto qual è per lui l'altro sogno? oltre la cittadinanza: quello di poter essere carabiniere.
appunto.
chiudere, citando il desiderio di essere carabiniere, un post su qualcosa di sinistra [secondo me], se non è un paradosso questo...
anche se poi sono i paradossi che, spesso, vanno a sistemare i tassellini del mosaico mirabolante].

Friday, March 29, 2019

improvvisazionismi

e poi niente.
succede che viene quello che non ti aspetti fino a mezz'ora prima. anche se si casca dal sonno. una cosa tra l'improvvisazione e la cazzata creativa. financo in pigiama, di pile, che saremo pure a fine marzo, ma se uno è particolarmente sensibile al freddo va bene così.
e così la cosa viene, in quel momento. sganciato dal passato. incurante dell'effetto sonnoso del giorno dopo.
lì, una cosa che è solo ora. anche nella parte procastinante, che poi è un affaccio su quel che può venire dopo. ma solo un affaccio. c'era solo l'ora.
va bene così.

Sunday, March 24, 2019

post al termine [più un giorno] di una settimana complicatina

piccole considerazioni sparse al termine di una settimana complicatina, là dentro.
  • è stata una settimana complicatina, là dentro. niente che non mi aspettassi. poi a passarci in mezzo è altra roba;
  • la cosa interessante è che poi la settimana è finita. occhei, occhei, ne arriverà un'altra. e poi un'altra ancora, e poi ancora un'altra. però passano;
  • a proposito di altre ancora, di quelle settimane, mica si sa quante ancora saranno. ho la vaga sensazione non lo sappia - davvero - nessuno là dentro. sono veramente territori nuovi, per tutti;
  • poi sì, ovvio, gli aruspici sono più variegati di un intiero arco costituzionale: da chi imagina terrore e stridore di denti nel cappottamento di un istituto siffatto, a chi scrolla appena la spalla, sbertucciando che il buffetto sarà riassorbito come se nulla fosse;
  • poi, com'è inevitabile sia, le cose andranno: in un qualche modo. e lo faranno fottendosene con la superiore indifferenza degli ambiti del divenire: figurarsi se si fanno condizionare dagli aruspici di cui sopra. quindi un effetto divertente, quanto secondario, sarà che qualcuno che aruspica la azzeccherà. e magari si sentirà pure un/a gran fico/a. invece avrà avuto solo culo. e non vincerà nemmemo il cesto della tombola;
  • io non aruspico, e non credo al culo [né alla sfiga]. però non mi sento esattamente sereno. forse mi accapiglio troppo ad interloquire con le pars più denstruens delle possibilità. forse quel piccolo fremito che sento vibrare, sottile e costante, è perché basta poco a farlo entrare in risonanza;
  • alcuni miei colleghi più stretti sembra, altresì, riverberino decisamente di meno. quasi la cosa a loro risulti indifferente. cosicché mi chiedo:
    • forse son io che non colgo i loro segnali di piccola inquietudine, o forse non ne emettono, di segnali di piccola inquietudine dico;
    • forse vivono meglio loro, e quindi mi carico di riverberi verso istanze di cui non si ha controllo: né loro né io;
  • continua a stranirmi un pochetto la storia dello scoprirsi aziendalisti a propria insaputa. però forse è più un senso di etica del lavoro e di coinvolgimento emotivo; 
  • etica del lavoro e coinvolgimento emotivo in realtà un po' ti fottono, come da piccoli fremiti che sento vibrare. però capita che vengano riconosciuti: non è scontato, ed indirizza il fatto possa intravvederci un senso a star là dentro [oltre alle fatture e all'autocoscienza, dico];
  • può essere che da queste parti blogghiche capiti anche il responsabile di là dentro. la cosa sui generis è che fino a poco più di un anno fa, 'sta cosa, mi sarebbe sembrata fantascienza pura. oltre al fatto che, nel caso, si andrà ad incrementare del 15% circa i potenziali lettori;
  • tutta 'sta storia potrebbe - veramente - essere lo sprone per un cambiamento. lo dico per una questione esperita, non perché in questo momento lo percepisca con la pancia o con il cuore. semplicemente da un piccolo recondito della testa so che è già successo. e rilancio.
  • il cambiamento, come le prossime settimane, non saranno propriopropio facili. magari non saranno tutte così complicatine come quella testé finita: anche perché la tensione emotiva - come quella erotica - non si può tenere così sostenuta. altrimenti ci si sderena gli ingranaggi: schlenghe-clounghck-splangh-ttoink-ink-ink-ink-nk-k;
  • a proposito di tensione erotica, la mia dev'essere sospesa come se avessero emanato un qualche decreto, un qualche organismo di controllo. sì, insomma, non mi viene esattamente di pensare a come conquistare una qualche "origine del mondo" [o "l'origine du monde"];
  • forse la storia della bulaccata di briosches, il giorno del compleanno, è stata un'istintuale nonché anticausale azione preveggente. una roba del tipo: potrebbe essere l'ultimo compleanno che passo qua là dentro;
  • in realtà non credo alle preveggenze. al limite al buon senso. e comunque il giorno del compleanno - dopo la bulaccata di briosches - è stata una giornata più complicata, della cosa complicatina di questa settimana là dentro;
  • sì, insomma, in fondo è sempre una questione di relativizzare le menatie;
  • dal sabato siamo già scivolati nella domenica. quindi significa che si sta caricando sulla rampa di lancio un'altra settimana, verosimilmente complicatina, tanto quanto non so;
  • finirà anche questa nuova settimana.

Wednesday, March 20, 2019

equinozio [intanto dormo]

e quindi che accade?
in ordine casuale e d'importanza relativa altrettanto acccazzzo.
accade che ho un pezzo di apparato digerente in fiamme, quindi il pensiero di vellicarmi qualsivoglia rrrroba da magnà, come succedaneo, anche no. la testa è come dentro un'ampollona e mi riverbera tutta. un acufene blando all'orecchio destro fa da colonna sonora mononòta a questa specie di punto di domanda perplesso, serenamente rassegnato: il grip all'esistenza e all'esistere, quel poco che ho avuto la sensazione di avere, dov'è finito? [nel frattempo l'acufene si è modulato in una frequenza un poco più bassa].
di scopare nemmeno provo a pensarci [ed ho la quasi banal-priapistica sensazione mi si sia accorciato il pisello].
di qualcosa di più ampio et appagante non so nemmeno come [ri]cominciare.
sono molto stanco.
non so se arriverò a terminare l'anno là dentro [poi sì, certamente, le possibili altre opportunità et blablablabla...].
nessun'auto, al momento, figurarsi.
eppure.
sta arrivando allo zenit una luminosissima luna piena.
tra 75 minuti l'asse terrestre sarà perfettamente verticale.
e sarà primavera.
uno vorrebbe arrivarci in altro modo.
ma poi viene quel che viene. e la primavera viene a prescindere, come tutto il resto, del resto.
quindi buona primavera, a quei cinque-sei che passerrano da qui.
vado a dormire. ricomincio con un sonno ristoratore. ci provo, almeno.


Sunday, March 17, 2019

sui riverberi che non ti aspetti [meta-aziendalismi compresi] [post più autoterapeutico di altri]

e quindi niente.
sembra che abbiano rimproverato a là dentro il fatto di avere modalità di verifica, in contesti financo delicati, non proprio ineccepibili. un rimprovero talmente severo, mimetizzato con forme di pacata cifra stilistica neutra, che quello successivo è il commissariamento.
non mi meraviglia così tanto. nel rimestar e provar a mitigar quello che non va, un'idea me la sono fatta. una visione a sensazione-qualitativo-percettivo, non tassonomico-analitico-numerica. un'intuizione cumulativa. in estrema sintesi: nella catena analisi funzionale-architetturale, sviluppo, testing, migrazione in produzione, le risorse non sono adeguate. adeguate in termini di abilità delle persone coinvolte, declinantesi sul tempo che costoro hanno disposizione. risorse di tutta la catena, nel tempo che si richiede la catena debba essere completata.
e quindi un coacervo di imprecisioni. ed ogni volta che attaccano là un pezzo evolutivo, arrivano altre imprecisioni. con noi che nel frattempo si prova a dare il la a che ne vengano risolte alcune. è sempre la solita storia dei flussi che entrano, e quelli che escono. chi è più veloce determina come evolve il livello delle imprecisioni del momento.
solo che alcune imprecisioni sono più imprecise di altre.
e quindi ti rimproverano. in maniera severa, seppur mimetizzato con forme di pacata cifra stilistia neutra.
che il merdone fosse grosso lo si era intuito. o forse sono quel quid in più abile a percepire dettagli, che nulla hanno a che vedere con lo sviluppo di soluzioni ICT [o mi sono accorto di esserlo diventato, oppure d'esserlo già, proprio stando là dentro.].
ieri sera - tardi - quando la notizia è deflagrata ho fatto pure un po' di ironia stantia e poco efficace.
stamani, invece, mi sono scoperto più preoccupato. o quanto meno in uno stato non propriamente di serenità appagata. insomma, una sensazione spiacevole [relativamente, ovvio].
ed è sensazione stratificata.
in parte razionale, in parte che viene su dal coacervo irrazionale. e di cui intuisco il borbottio del bollore di quel fluido denso - blop, blop. blop - quando appunto emerge alla luce della contezza.
e che provo a razionalizzare.
tipo che il gruppo in cui lavoro - fondamentalmente prostituendo la mia intelligenza [nei vari ambiti in cui è chiesto declinarla], in cambio di fatturazione regolare, con evento contabile il diecidelmese successivo - non è responsabile. quand'anche dovessero ridurlo - ottimizzazione delle spese, razionalizzazione delle risorse, riorganizzazione dei ruoli, salcazzo di qualche mestruopatia di un pezzo grosso che precipita dall'alto - ho più che moderate possibilità non essere in cima alla lista. non ne sono causa, per il semplice fatto siamo talmente insignificanti che, anche volendo, non abbiamo potenza d'atto dispositiva di alcunché
e poi c'è la re-interpretazione consapevole. che il merdone, quello che è un grosso problema per là dentro, può essere il tramite di un'opportunità per me, e la mia intelligenza merettriciata. occhei: fa un po' gniuveig, pissssssendlov da motivatore che condivide i propri video, col montaggio serrato, sul feisbuch.
però è un possibile dato di fatto.
o rimanendo là dentro - nuovi paradigmi, nuovi impieghi, nuove declinazioni dell'intelligenza merettricciata.
oppure arrivando a conchiudere l'esperienza ed uscirne, da là dentro. come se fosse venuto il momento che tanto, si sa, dovrà pur arrivare. all'inizio potevano esser tre mesi, per avere la confortevolissima via di di fuga. e invece sono quasi cinquantadue.
al netto che:
  • significherà uscire da una zona non appagantissima, ma pur sempre di conforto - invero con tariffe di fatturazione che si stavano facendo sempre più interessanti;
  • mi piacerebbe deciderlo da me: serenamente, trovando qualcosa di alternativo, ma non come se fosse una fuga da là dentro. oppure, al limite, determinarlo a causa della mia poco sopita remissività: meno serenamente, sfanculando in maniera esplicita o implicita qualcuno di più o meno in alto.
in fondo anche il bubbone del maggio di cinque anni fu dolorissimo e riverberò i mesi più complessi da un sacco di anni. ma se non ci fosse stato non sarebbe venuto quello che è venuto. a partire dal conto corrente capiente. per arrivare alle ben più preziose consapevolezze di oggi.
[e a proposito del conto corrente capiente, la prima cosa che è scattata nella testa è stata l'emergenza compulsivo-risparmiatoria. ci devo lavorare su 'sta cosa. provare ad intuire questa coazione a ripetere. che deve avere una qualche sua ragione d'essere - come tutte le coazioni a ripetere. e che ha deflagrato come se si fosse a cinque-sei-sette-otto-nove anni fa, mentre ora ci sono un inconfutabile quantità di migliaia di eurI di differenza, evidentemente non abbastanza rassicurante].
eppure, oggi pomeriggio, mentre ascoltavo dibattere a buuuukpraid, sentivo far capolino ogni tanto questo sottile fremito.
quindi, di colpo, ho proprio avuto la sensazione di alzarmi nella sala e dire, seppur sommessamente: preso! come di averlo acchiappato, per la coda, l'altro pensiero che stava tornandosene sotto, nascondendosi nel suo di strato.
e mi son trovato a rendermi conto di questa compartecipazione di riconoscenza: nel senso di riconscersi dentro là dentro. come se, in una qualche coazionevolearipeteresca ragione, mi sentissi co-responsabile di quel rimprovero. come se l'ufficializzazione di quel rimprovero si fosse fatto sbertucciamento davanti al paese intiero, e in quello sbertucciamento ci fossi dentro pure io. io che, peraltro, non ho a che vedere con quelle imprecisioni, se non di un eccentricissimo sguincio, io che non sono responsabile di alcunché, io che sono tra gli ultimi della fila, io che son legato - formalmente - al là dentro con una lettera d'incarico, che non passerebbe nemmeno i preliminari blandi di una qualche vertenza. stessa valenza legale di una cosa scritta sulla carta di formaggio.
eppure.
eppure.
mi sento co-responsabile. come se non mi vi volessi sottrarre. come se fosse cosa un po' mia. come scoprirsi aziendalisti a propria insaputa. nel senso che uno proprio non se lo sarebbe aspettato di sapervisi. [ed è la prova provata della superiorità del valore etico delle istanze - che poi significa in qual modo porsi e come gestire relazioni - che trascendono di gran carriera le questioni legali].
mi ha stranito.
non c'è che dire.
mi ha stranito.
giusto in tempo per valutare anche che, sempre nell'onda delle coazioni a ripetere, tutto questo non mi appartiene nella riconoscenza - nel senso di risconoscersi - nelle fasi construens. quando si festeggiano obiettivi raggiunti, numericamente simbolici. che al limite è una scusa per imbucarsi al buffet cornucopiesco, che appaga il piacere ancestrale di abbuffarsi di cibo, ed avercelo aggggggratisssse. non mi ci riconosco perché c'è la questione del posticcio, del retorico, dell'abbaglio che il millemiGlionesimo cliente ottunda, col sorriso tirato, il fatto di tutto il mare magnum delle imprecisioni, e delle storture che - inevitabilmente - ci sono [meno inevitabile è, al limite, la quantità e qualità di queste imprecisioni].
riconoscersi solo nel destruens e non nel construens, tecnicamente, è malassorbimento. per quanto - forse - più inevitabile di altri.
comunque è un altro spunto di [auto]riflessione, [ma gNente post, giuringiurello].
quando sarà, ne parlerò con odg.
e comunque dopo.
da domani cominciamo a capirci meglio. che è sempre la cosa migliore dell'incertezza. che tra l'altro genera post del genere.

Sunday, March 10, 2019

via del pettirosso e dintorni

stamani ero in auto. stavo andando al lavoro - capita, ogni tanto, anche di domenica. tariffa oraria maggiorata - sono passato davanti l'imbocco di via del pettirosso. ricordi a palla, ma nel senso di orticata lì, nelle palle.
e mi è risalito tutto d'un colpo la sensazione sgradevole, a tratti per quanto continuativa, che mi assaliva nel farla, in cazzo di fottute mattine, quando mi recavo nello stanzino, lì poche diecine di metri, svoltato l'angolo là in fondo a via del pettirosso. poche diecine di metri che sembravano lunghissime, noiosissime, frustrantissime [a tratti per quanto continuative]. via del pettirosso è un senso unico, quasi soffocante, e certe mattine [che comparivano a tratti, per quanto continuative] sembrava non finisse mai. per quanto fosse ancora quasi più soffocante la sensazione di star in quella stanzetta, al chiuso di quella cosa che mi ha azzoppato per troppo tempo.
dio mio, quella cazzo di via del pettirosso.
che faceva da contraltare alle altre vie, quelle del ritorno la sera, uscito dallo stanzino [quasi continuativamente chiudendo l'ufficio]. che poi me ne allontanavo, quindi sembravano vie diverse, anche via del pettirosso medesima. oppure prendevo altre strade. e le percorrevo a piedi. a volte un pezzo, fintanto di incrociare la 58, a volte fino a casa. via soderini, lunghissima, per quanto mai come la distanza che mi pareva di intuire di dover percorrere, per riuscire ad uscire da quel cul de sac. e soprattutto con film inverosimili, produttoria di eventi poco probabili. tanto ribaltanti con clamore lo status quo, quanto poco probabili. percorrevo, a volte fino a casa, quelle strade, per scaricare un passo alla volta, tutto il peso dell'ennesima giornata ad andare dietro a qualcosa di soffocante, senza una vera via d'uscita. mi infilavo le cuffiette e ci davo dentro col volume. ogni tanto funzionava anche che quel poco di neurorecettore buono, secreto dal passo un po' spedito e ritmato, facesse pure effetto. ed entravo in casa se non rasserenato, almeno un poco meno incazzato, o smarrito.
quando ce ne andammo da quell'ufficio, quando uscii del tutto da quel cazzo di stanzino, provai una sensazione di liberazione - ci deve essere un post, da qualche parte, una mail scritta a qualcuno a testimonio di quei momenti di quella domenica. intuii che qualcosa era veramente finito. ed ebbi certezza che - quand'anche avessimo avuto un altro ufficio - ero nelle condizioni per pormi in maniera diversa.
poi le cose sono andate in maniera ancora più diversa. ed il paradosso è che quanto è stato doloroso far scoppiare il bubbone, tanto è stato salutare, alla lunga: per quanto faticosino [eufemismo]. poi io son uno lento, quindi ci ho messo un po' a capire certe cose.
forse anche per il senso di obnubilamento di parte del mio senso, che smarii chissà quanto tempo indietro. e per la cristallizzazione di percezioni di sé.
poi, dopo, ovvio sia tutto più facile capirlo. non foss'altro perché hai vissuto.
e me ne sono accorto stamani, passando accanto via del pettirosso, dello iato tra allora e oggi. di quanto lavoro c'è stato per prendere contezza di una bella fottia di cose. e quante ne sono successe, perché la vita vive, anche quando ti vive addosso e tu te la guardi vivere senza capirci molto, tranne la sensazione sarebbe meglio indirizzartele tu, le faccende. poi di cose da capire, sono certo, ne mancano ancora molte altre. ma intanto, appunto, sarebbe stolto non considerare già il gruzzolo esperienziale accumulata [finiamola col malassorbimento].
e a proposito di fieno in cascina, per quanto naturalmente quasi banale sottolinearlo, non è solo una questione di conto corrente capiente. però un po' aiuta. anche solo per aver molto chiaro che intendere [e coglionarsi] come una prova da attraversata del deserto il fatturare tremilamillecinquecento eurI in venti mesi [tacendo i pochi fatturati comunque nei sette anni precedenti], non è senso di abnegazione, credere in un progetto e nel fatto sarebbero arrivati momenti migliori. è rimozione di un problema: l'horror vacui che sta dietro al cambio di paradigma. il cambiamento fa paura. ed è una paura dannosa, 'ché che immobilizza in maniera pericolosa e ottundente la serenità psichica. dalle trasversate nel deserto si può anche non uscire.
fottutissima via del pettirosso.
ho scalato la marcia, sono passato oltre.

Sunday, March 3, 2019

de[h] itsohniani genetliaci

dopo un piccolo confronto feisbucchiano sul concetto [vergognoso, a parer mio] di disuguaglianza, mi scrisse in privato d'essersi scordato del mio genetliaco. troppo scosso per il suo capo che se ne diparte, e per la giravolta faivstarrrrrrrre di graziare quello che comanda nel governo [ancor ripenso, disgustatamente ammirato, alla forgiatura della post verità: il sequestro di persona che diventa 'ritardo nel far sbarcare', miserrimi capziosi cangianti la realtà]. a dir di altre realtà, in realtà, al mio di genetliaco le cose mi erano parimenti scosse, per ben altri motivi: quindi sarebbe stato un altro cui non avrei ringraziato per gli auguri.
il fatto è che non passano nemmeno due settimane tra i due genetliaci, il mio e il suo. solo che tredimarzo fa già un po' più primavera, suvvia. in particolar modo questo di anno, che la primavera già entrò sicura senza bussare [semicit.], quanto meno dal punto di vista delle temperatura da climate change.
vabbhé.
e quindi ci ho un po' ripensato, all'amico itsoh. che è un po' un quasi unicum nel mio personalissimo palmarès relazionale. già ci scrissi sopra, in altri post e/o blogggggghe. ma poiché invecchiamo, gioco la mossa del cavallo all'arteriosclerosi, che avvamperà, avanzando imperiosa. anticipandola quindi, l'arteriosclerosi dico. così rinnovo alcune ditteggiature di ritratto di come me lo ritraggo dentro, l'amico itsoh dico.
lo conobbi a primavera avanzata, a casa del pasquali, appartamento sopra il teatro carcano, che ri-aveva indietro i soldi delle tasse dell'iscrizione all'università in quanto - tecnicamente - nullatenente, mecojoni [e come ostentava, flap-flap, svolazzando il pezzettino di carta che glielo ratificava, quasi dovesse prendere il volo come libero augello. lo svolazzava davanti a me, che ogni volta dovevo chiedere al genitore l'equivalente fio per le sopracitate tasse, che non tornavano mica indietro, mi sentivo in colpa. poi uno dice che non tengo 'sti gran ricordi di 'sto nullatenente abbientissimo] [vabbeh, ormai 'sticazzi]. insomma lo conobbi lì e fu baluginio di aver di fronte una codina della gaussiana. per quanto non lo idealizzai mai [ecco, la storia dell'idealizzazione delle persone. cosa che  soprattutto con le donne, mannaggia, mi è venuto di fare spesso: infausti i rotolamenti a valle degli effetti, fino a sfiorare la iattura in alcuni casi. forse uno delle cose che più contentamente ho imparato a non far più, grazie al lavoro fatto con odg, soldi investiti bene. a ripensarci bene non è un caso che le persone, con cui la relazione affettiva è uno dei [pochi] sensi a questo peregrinare terreno, sia intreccio con donne e uomini che non mi scivolarono sul terreno dell'idealità. idealità che, come iperuranio dei poveri, è un concetto della mente. e morta lì. insomma. un itsoh codina della gaussiana [alta], senza che mi si trasfigurasse innamorevolmente sia pure in maniera platonica [a proposito di iperurani]. ed il fatto non riuscisse ad essere del tutto in sincrono coll'incedere fragoroso degli esami non riuscivo a spiegarmelo, ovvero un contrattempo risolvibilissimo. ma nulla a che spartire con il tocco di classe empatico della madre del pasquali che, con laicissimo e psichiatrissimo tatto, gli spiattellò, con voce calma ma da ditino dritto puntato, che bisognava conchiudere il percorso nei tempi stabiliti, e che gli esami mica si provavano, si passavano e morta lì [se non si era capito 'tocco di classe empatico', di cui appena prima, era sardonico. sto infarcendo lo stilema, rendendolo meno leggibile per celia. considerato le evoluzioni pirotecniche della forma di cui stia leggendo, proprio in questi giorni, di una suggestione feisbucchiana dell'amico itsoh, roba da folgorazione ex-ante. stilemi e forma, tipo ramo del kiwi attorno alla pergola, che io scimmiotto, ovvio. ma mi diverto]. insomma, 'stu quagliuncello sembrava di una pasta che non avevo [ancora] conosciuto. non era solo una questione di formazione, di riferimenti culturali e attrezzatura conoscitiva a rimorchio. per quanto io avessi la mia, e lui la sua, mi sembrò lo schiudersi di praterie di cui forse vagheggiavo l'esistenza ma poco più [già il parolin me ne fece subodorare il bouquet, ma talvolta con una superiorità di qual forma, che non è che facesse poi tutto 'sto gran piacere. per quanto, al parolin, debba l'epifania, da testata d'angolo del mio essere, fossi di sinistra, cattolico convinto, ma di sinistra. cattocomunista a vederla con ghettizzante ghigno reazionario, invero banalizzante. anche a vederla quel che è ora: non sono più cattolico da mò, e tecnicamente mai stato comunista]. il fatto è che 'sto battipagliese, oltre a provocarmi il primo orgasmo da vellicamento di bocconcino di bufala, che una volta portò dagggggggiù entro quegli scatoli di polistirolo bianco [scatolo: isoglossa da caianiello - compreso - in giù], sembrava unire i puntini tra le cose con inusitata completezza di visione, come inquadrasse con un fottutissimo e luminosissimo grandangolo. di quello che le foto che potrebbero venir fotografate, già partono con quel tocco di vantaggio. e il mood era spesso tra l'understatement ["evabbbhuò, dai"] e la consapevolezza di aver disegnato una spezzata poligonale mica da poco [unire i puntini si creano, appunto, spezzate poligonali], e sono piuttosto convinto di avervi intravisto un mezzo ghigno soddisfatto, mentre inspirava e lasciava andare dei leggerissimi, improvvisi, movimenti del capo.
certo, allora c'era un certo iato tra il fatto lui fosse, boh, possiamo definirlo agnostico, o quanto meno anticlericale? mentre inspiravo a pieni polmoni l'effetto gradevole dell'assenzio, uterino, del mio vivere con fortissimamente intensità la fede cattolica professata, vissuta, praticata. forse è anche per questo che non entrai mai dentro l'auletta brenta, raduno politecnico di una parte del piccolo ma variegato mondo della sinistra dei futuri ingegneri. anche lì sinistra, più o meno scissa, più o meno militante, più o meno di maniera, più o meno radical, più o meno chic, più o meno con la carta di credito del papi [ben prima che il copyright papi fosse scippato, nella vulgata, dalle zoccolette che il satiro silvio foraggiava, bramava, e credeva di aver concupito: facile quando hai potere e soldi]. niente auletta brenta, quindi, per quanto mi stessero oltremodo sui coglioni già allora i ciellini, che con clangore facevano sentire la loro rumorofastidiosa presenza circondandola, l'auletta brenta, su più lati quasi debordandovi dentro in misura di un brentino per almeno dodici-tredici ciellini. niente auletta brenta, quindi, e questo mi ha impedito di conoscere anzitempo il professor ruggieri, che allora non era mica ancora professore, ma son piuttosto certo avrei intuito un'altra capacità di altre spezzate poligonali, altri puntini uniti come pochi sanno fare.
quando l'amico itsoh se ne andò definitivamente dalla casa del pasquali andai a dargli una mano a smontar pezzi di mobili suoi. fu anche l'ultima volta in cui entrai in quell'appartamento, che nemmeno avessi dei nipoti, con l'ascensore sociale in essere, si permetterebbero di poter pensare di permettersi. mi presi in prestito dalla biblioteca di quella magione, tempo di restituzione indefinito, la prima edizione de "il sistema periodico". quindi figurarsi se non son legato a quel libro, che mi ricorda anche quando l'amico itsoh se ne andò da milano.
ci si rivide, come oggi, sedici anni fa. era anche allora il suo genetliaco, ovvio. accadde accanto a stazione termini. erano cambiate un po' di cosine. io ad esempio avevo già capito che di essere un ingegnere non me ne fotteva nulla. ero diventato decisamente agnostico. non mancò il piacere di re-incontrarlo. anzi, per me fu un momento bello assaje.
dubito che allora lui avesse già in fatta contezza sua della svolta a vocazione maggioritaria. quanto meno non esisteva ancora il piddddddì, e lui non aveva ancora lasciato l'italia, a proposito di cervelli in fuga. quindi non si erano ancora verificate alcune condizioni, che ci hanno dis-unito quel cicinino, nell'interpretar la personalissima partitura della sinfonia dodecafonica dell'esser di sinistra. posto che si fosse così unitamente uniti anche prima, ovvio. faccio fatica ad assorbirmi l'idea di una visione verticistico-leaderistica di un partito: per dire, ad una tornata elettorale mi diede un po' fastidio che sul simbolo di SEL [parlandone da viva], per cui ebbi una timidissima infatuazione elettorale di qualche tempo, ci fosse il riferimento a nicccccchivendola [parlandone da pre-emigrazione-canadese, e tanti saluti e baci a tutti i compagni], per cui ebbia una timidissima infatuazione narrativo-retorica: a proposito di construtti semantici che ci vuole il manuale di istruzione per interpretarli, e giusto per essere prossemici alla gggggggggggggente. su questo si discusse, con l'amico itsoh, a cui 'sta cosa sembrava più che ovvia. anche se - immagino - non appose nessuna croce con la matita copiativa, su quel simbolo, né allora, né mai. quindi mi meravigliai nemmeno a metà, quando lo vidi adoperararsi per la mozione renzi, alle prime primarie. più sorpreso si fosse tesserato al piddddddddddì, più che travolto dall'onda di rottura di quel di rignano. dimentico o indifferente, forse, dell'ego psico-lisergico del personaggio, che a me generava bias disturbanti come poche altre persone [sì, insomma, per fine sintesi politica: a me renzie 'sta proprio sui coglioni per come si pone].
naturalmente chi se ne fotte del rottamatore, quando l'amico itsoh ha continuato a raccontarsi, raccontare. continuando ad unire i suoi puntini. vedendosi molto di meno, ovvio [amico itsoh, a me sembra che, dopo il tuo matrimonio, almeno una volta ci sia visti. ma proprio non riesco a farmi ritornare alla mente quando sia stato [che poi è per capire se l'amico itsoh, arriverà fin qui a leggere]].
in almeno un'occasione gli dissi che la sua capacità analitica, la sua ispirazione narrativa, la sua cifra stilistica avvolgente, potrebbe veramente far i fuochi artifiziali, se riuscisse a farsi scivolar via - almeno un po' - quell'incazzo, quel nervoso digrignar i denti, per quanto giustificato. è come se fosse energia che un poco si degrada in calore, che non aggiunge nulla. anzi. naturalmente è un personalissimo punto di vista, quindi più che opinabile. mi viene però da ribadirlo. sia perché io a 'sto personaggio sui generis sento di voler bene, senza che debba trovar o ragioni, o infarcire post lunghissimi tipo questo. sia perché lo stimo assssssaje, e non è che sia così prodigo di quel genere di ammirevolezza tra pari. per quanto non so se possa pensarmi a pari. non foss'altro per le mirandevolezze che gli son riuscite, che a me paiono così complicate da pensare di far parimenti. pari: forse sì, forse no, forse sticazzi. sta di fatto che a volte, dopo averlo letto, mi viene da pensare: cazzo, avrei voluta scriverla io, una cosa così. e penso che, quando sento disquisire dotti e opinionisti e cose mimetiche simili, mi chiedo cos'abbia in meno uno tipo l'amico itsoh [o l'amico ruggieri, però oggi è il genetliaco dell'amico itsoh, e l'amico ruggieri un po' mi intimidisce, figurarsi]. e la risposta è che all'amico itsoh non manchi una minchia di nulla. anzi. potrebbe fare, dire, scrivere decisamente meglio di una fottia di prodotti di marketing culturale, variegatamente riusciti.
per una qualche beffarda combinazione hanno pure piazzato le primarie del pidddddddì, oggi. mi par di capire che, a 'sto giro, l'amico itsoh nemmeno voterà. per quanto sia taggato, arrecandogli una qualche forma di fastidio, in condivisioni feisbucchiane narranti l'evento adveniente, che ormai si sta concludendo. peraltro - mentre scrivo ancora - con più che soddisfacente partecipazione, per quanto relativa. provo ad intuire che l'amico itsoh abbia deciso di non votare, ma non sia una cosa che abbia [non] fatto a cuor leggero. e chissà come sta vivendo quest'affluenza soddisfacevole, per quanto relativa. lui il renziano [ex?] più intelligente e dialogante conosca [forse anche la mussini, ma lei è "solo" contatto feisbucchiano, e secondo me pure lei mi intimidirebbe un poco, a conoscerla dal vero veramente].
andrei anche a chiuderlo, 'sto post lunghisssssssimo. che però mi è piaciusto scrivere. non so se l'amico itsoh arriverà fin qui. nè se gli farà piacere. ma tant'è.
un po' vorrei rubare un tocco d'arte all'amico itsoh. e confrontarsi con lui mi fa sempre uscire un po' migliorato. come allargare, quel pertugino in più, la visione delle cose.
io lo sapevo, d'altronde, che quando ha evocato l'eco de "leggenda privata" di michele mari, era una di quelle suggestioni da prendere al volo. lo sto appunto leggendo nel mentre transita il suo genetliaco. e sono altre praterie che si intuiscono [pensando, ad esempio, alle mie di nevrosi] [e comunque, caro giusè, la mamma gabriela, più la guardo nelle foto e più mi sembra di un fascino disruptivo]. insomma, amico itsoh, buon compleanno. fatte abbraccià. che il resto passa in fretta, o forse mai. si è equazioni risolvibili solo in parte, grumi di cellule emozionanti: che forse saranno solo secrezioni di neurorecettori. ma in fondo è una ficata così, per quanto lo si intuisca a tratti. ecco, che questi tratti [ti] siano sempre più frequenti e lunghi.
[intanto torno alla "leggenda"].

Friday, February 22, 2019

molto ben conosciuti sentismi [sulle eterogenesi dei fini, in contesti genetliaci - post triste]

1)
essendo stato un relazionarsi con molto interloquire su panchine, gliel'ho segnalato. intendo uotsappando che la stavo aspettando sulla panchina vicino alla metro. quando poi lei è arrivata le ho letto sul viso, per quanto stanco, una radiosità particolare. anche quel filo di trucco che le ho visto addosso poche volte. un accenno, tanto quanto basta me ne accorgessi. nulla di più. ma con l'effetto di starle proprio bene.
quindi ha cominciato a raccontarmi, così come ho fatto io. solo che lei ha questa specie di cifra stilistica narrativa. se si cimentasse nella scrittura creativa potrebbe venirne fuori una stile avvincente. tipo inpennata improvvisa della storia. quando meno te l'aspetti. non è proprio banale da gestire, però con una resa interessante. perché è come se raccontasse, con una placida sistematicità analitica, di contesti che ormai fanno parte della sua vita. portando avanti una specie di tecnica mimetica. nel senso che ti parla di normali dinamiche lavorative, poi, di colpo, quasi facendo scivolare il piccolo colpo di teatro con una naturalezza che spiazza , dice: comunque tra un mese mezzo me ne vado dall'italia.
ah.
ed io penso che è una cesura che, pragmaticamente, cambierà poco. ma simbolicamente invece significherà molto. però nel frattempo non posso che essere felice per lei. un nuovo inizio. il poter ricominciare a studiare. nuove possibilità che le si apriranno, tutte da inventarsi, dove magari è più semplice riuscire a farlo. dopo anni di lavoro che definirlo intenso non rende abbastanza l'idea. che le ha dato molto, chiesto altrettanto, ma da cui andarsene con le fierezza di tutto il tanto che si è fatto. e di quello che si porterà dentro, le intenzioni di ricordare quello che ha fatto, con coloro con cui ha lavorato.
sono contento. davvero. un po' l'invidio. perché intuisco anche il brivido emozionante del nuovo che le si spalanca di fronte. se lo merita.
è che la tecnica narrativa, se riesce a stupirti una volta, perché non farlo di nuovo? perché mi racconta che sì, vorrà un po' riposarsi, per ambientarsi, per dedicarsi a se stessa e non solo. perché aggiunge: mi servirà un po' di tempo libero, quest'estate mi sposo.
ah.
ed io penso che fa strano sentirselo dire da chi ti ha fatto perdere la testa, anni prima. talmente una cosa condivisa - nel senso che ne ha ben contezza anche lei di questo fatto, non che abbia condiviso la perdita della testa - che ormai è un'istanza di cui si parla serenamente. però il matrimonio è un'altra cesura, definitiva. per quanto non mi ponga più il dubbio potesse essere lei a cambiare il mio paradigma, da quasi altrettanto anni prima. mi aveva mescolato i pensieri per qualche mese, in un modo che poi non si è più [ancora?] verificato. non c'erano le condizioni, allora, perché osassi più quel che ho osato. [come mi è stato fatto notare] è rimasta appesa la fascinazione di una storia mai vissuta, quindi bellissima, senza che ci debba confrontare con il quotidiano del calzino appallotolato in disordine ai bordi del letto, l'eponimo della ferialità caduta di ideali innamorevoli. una storia, simbolicamente, che finisce ancora più in dentro l'iperuranio. di dove era già. ora che si sposa. spero per lei per la prima e unica volta.
sono contento. davvero. perché la vedo serena e convinta ratificare quello che già decise qualche lustro fa, ben prima di incontrarmi. è un nuovo punto di arrivo ed uno per ri-cominciare. sono felice per lei perché tutto questo se lo merita. e quando a qualcuno riesce non posso che essere felice, specie se voglio molto bene a questa persona. per quanto non ci sarò, là. perché son contento della mia felicità per lei. ma esserci, a quel matrimonio, sarebbe una sfida un po' azzardata alla fonte inesauribile di malinconia, che le situazioni possono rappresentare.
quando la saluto, in metropolitana, ancora riverbero un po'. sono contento. glielo ribadisco poco dopo con un messaggio. prima di spegnere tutto. e andare dormire.
il giorno dopo sarebbe stato il mio genetliaco.


2)
mi ero messo di buzzo buono. avevo ordinato settantabrioschesettanta per un po' di gente di là dentro. è il quinto genetliaco che incrocio da quando varco quei fottuti tornelli. mi era sembrato un segno dei tempi interessante desiderare e riuscire a vincere la ritrosia di ignorarlo, festeggiandolo con quante più persone di là dentro. per quanto la cosa un po' mi metteva in agitazione.
quindi non so cosa sia capitato esattamente, dopo. forse il calo adrenalinico di essere fottutamente in mezzo ad un sacco di gente, quasi avessi rimosso il fatto avevo dato io il la a tutta 'sta cosa. sta di fatto che nella mia stanzettina, con un gabazzo di briosches avanzate, tutto ha cominciato a venir giù. nessun segnale, inaspettatamente, precipitosamente. quasi mi si fosse spalancata di fronte tutta la mia irrealizzata insoddisfazione. come se il totem di acciottolati da corrente di fiume fosse durato un cazzo, rovinando disordinato a terra, finendomi pure sui piedi. ho avuto l'improduenza, stupidina, di accostare per un attimo la contentezza della sera prima, per lei, al posticcio che mi si trovavo di fronte: irrealizzato, incompleto, insoddisfatto, frustrato, spossato dalle strutture, ciurlandomi nelle contingenze che sembrano girar meglio, verso cui mi sembra una bestemmia lamentarsi, ma che poi, appunto, rinsaldano la struttura. che è questa cosa qui, da cui sembra io non riesca a venir fuori. come una specie di eterno ritorno. l'impossibilità di ri-cominciare, re-iniziare: esser contento perché riesce a lei, con la spietata consapevolezza che il fatto funzioni a lei non ha nessun nesso causale col fatto possa riuscire a me. tutto questo mi scorre davanti, come una beffarda eterogenesi dei fini, mentre trillano i messaggi che si assommano sullo smartofono. ognuno dei quali mi ricorda - malgrado l'affetto di ciascuno di questi - che è passato un altro anno. ma è come se fossi bloccato dentro qualcosa che non riesco a farmi piacere del tutto, anche decisamente meno del tutto. con nettissima la sensazione sia io il primo responsabile di tutto ciò. come fossi un auto-sabotatore di una qualunque forma di re-inizio.
non c'è proprio un cazzo da festeggiare.
senza riuscire nemmeno a pentirmi troppo del malassorbimento verso coloro che, appunto, volevano augurarmi un pensiero. ad oggi non ho [ancora] praticamente risposto a nessuno. quel pomeriggio ho spento il telefono presto, molto presto. negandomi. ho tirato non pochi pacchi per la serata. tornato a casa sfinito e quasi strascicando i piedi, mi è pure preso un veloce pianto nervoso. mi son preparato una minestra invero anche piuttosto triste, rovesciandomi addosso anche un po' di brodo.
mi sono coricato presto. prima del solito. per farla finire il più veloce possibile quella merdosissima giornata genetliaca. solo. solissimo. la simbolica privazione di affetto e di relazioni con cui mi sono punito. forse sono le eco masochiste. forse rappresento la mia incapacità di uscire da questa solitudine, o forse la capacità pervicace di continuare a tenermici dentro.
non se ne esce.
c'era proprio un cazzo da festeggiare.
spento la luce, rinsaldate le coperte fino a metà guancia, fatto un sospiro profondo. finita [finalmente] la giornata. me l'ero immaginata diversa.
fanculo a tutto.

Saturday, February 16, 2019

mis-consociuti sentismi

quindi stavo attraversando le strisce pedonali di via sardegna. e per un attimo fugacissimo, ma netto, preciso, distinguibilissimo il tutto si è conciliato in un qualcosa di serenamente appagante.
è stata una sensazione strana. e per certi versi nuova, quasi mis-conosciuta.
tanto che la parte vigile, ininterrottamente speculativo-analitica ha suggerito una cosa tipo: ah, ma allora è così che ci si sente.
come a voler fissare il punto. come se la contezza di quella cosa fosse apparsa - tonda, luccicante, invitante - come salta fuori la palla di una mozzarella di bufala, maneggiata abilmente dal casaro.
è così che ci si sente.
io non so se e quando abbia mai avuto la possibilità di vivere un momento del genere. forse sì. boh. magari è già capitato, ma tutto il trambusto di questi anni ha scanocchiato talmente tanto la percezione dei ricordi, che mi manca, appunto, la percezione di averlo mai vissuto.
è così che ci si sente.
quando tutto sembra collimare in un equilibrio che è come mettere assieme tante, tante cose, e tutte stanno, per quel momento, al loro posto. che poi sarebbe dove devono esattamente stare, anche se nessuno ha mai fornito il manuale di montaggio. per una volta che la cosa è montata ti dai una significativa pacca sulle spalle. e si spalanca la suggestione: ah, ma è così che ci sente.
l'equilibrio omeostatico della serena soddisfazione di quel che si è fatto meritandosi cose, anche considerata la fatica fottuta per essersele meritate quelle cose, quel che si è, quel che si ha. tutta una sequela di imperfezioni, che in quell'attimo sono perfettamente combinate nel migliore modo possibile.
vero.
potrei fatturare il doppio, aver malattia e ferie pagate. potrei fare un lavoro che veramente mi piace. oppure, in modo meno altisonante, da non proprio l'ultimo della fila [al netto del ruolo che ho di fatto, oltre che l'autorevolezza costruita con una fatica piuttosto fottuta]. potrei aver messo da parte questa timidezza un po' inadeguata. o anche sapermi decidere di provare a costruire una relazione. potrei avere un pisello più grande e soprattutto molto più performante. potrei vivere in un appartemento più confortevole senza dover sentirmi poco più che uno studente, e senza dover aprire il divano letto tutte le sere. potrei essere più realizzato, arrivato, completo, rappacificato.
vero.
ma ci sarebbero reggimenti e reggimenti di cose, questioni, ambiti, contesti, situazioni che potrebbero andare peggio. ed anche molto peggio. il prodotto cartesiano di possibili eventi negativi per ciasuno dei punti di cui sopra, e magari altri. insomma, una fottia di peggio.
e quindi: è così che ci si sente.
quando tutto collima con quello percepisci essere in quel momento, unitamente a quello che hai - in termini materiali e non materiali. e soprattutto: va benissimo così.
quell'attimo è durato un attimo. poi giù rotolare addosso a un qualche altro pensiero. non che poi di colpo uno sta male. solo che quel pensiero netto, quel così che ci sente ha virato altrove.
come le composizioni dei sassi di fiume. si tratta di trovare il punto di scarico dei ciottoli arrotondati dalle acque. quel lavoro di allineare il centri di massa, in maniera scarichino esattamente sulla verticale, per non generare momenti volventi. a guardarle sembra impossibile stiano su, alcuni ciottoli sono disalllineati e ti chiedi: come farà a non cadere. ecco, una cosa così. disallineata e fugacissima, ma dove basta la componente normale di gravità.
in questi giorni, in queste settimane, più probabile in questi mesi è come se - pazientemente - si fossero collocati i ciottoli, sfruttando la componente normale.
tutto quello per cui farsi il culo è stato importante, quello che sono, quello che ho. i miei ciottoli. d'un tratto eccolo lì allineati, il piccolo totem, che è pure una ficata. apparso e poi scomparso, già intento a ragionar su altro. già oltre. un po' perché l'equilibrio è precario, quindi qualcosa verrà giù prima o poi. ma non importa. importa quel momento rapido ma netto.
allora è così che ci sente.

Tuesday, February 5, 2019

sul sogno che riporta [un po'] alla realtà

questa notte ho fatto un sogno. cioè. a dirla tutta ogni notte faccio sogni. a volte me li ricordo per bene e con dovizia di particolari. a volte sono talmente complessi che è un lavoro far una serie di sogni così [bi-cit.]. roba tipo a provar a far psichedelia con dell'acido lisergico. poi ovvio uno la mattina si sveglia più stanco di quando si coricò.
comunque.
nei sogni degli ultimi tempi, il coinquilino, mi manda su robe a raccontarmi cose che saprei già benissimo da me. la prendo dritta, senza arzigogolare giri eufemistici: ho [gran] desiderio di scopare. pochi infiocchettamenti col sentimento, poca necessità di scoprirsi corteggiatori, poca introspezione sul possibile cambio di paradigma per uscire dalla singletudine. no. no. scopare. a volte poi non ci riesco nemmeno nel sogno. anzi a raccontarla bene: non scopo pure lì. però è tutto un tentativo di arrivar lì in maniera spiralosa. avvicinarsi in maniera avviluppante e avvicinatesi a infilarsi nell'origine del mondo. quindi è limone duro. oppure gesti di accondiscendenza nel raccontare il volersi far prendere. a volte preliminari espliciti. a volte petting fatto in maniera rigorosa. ogni tanto si contempla quel concetto tanto desiderato, che si sostanzia nella visione da vicino di declinazioni cheratinicamente molto differenti.
il fatto è che le fattezze sono di donne piuttosto inventante dal boschetto della fantasia del coinquilino. magari unisco tratti di alcune altre metà del cielo incrociate il giorno prima, e se ne fa sintesi. ma nei sogni non mi trovo quasi mai in compagnia intima - invero magari in mezzo a situazioni affollate - di qualcuna di precisa.
il fatto è che questa notte ho fatto un sogno. ed è tutto il giorno che ci penso. a tratti in maniera struggente. mi è venuto pure di scriverci sopra un post [esticazzi]. ed il fatto è la fattezza della donna di questo sogno. il coinquilino, la notte scorsa, non si è preso la libertà di inventarsi alcunché. mi ha piazzato lì una donna ben precisa. incidentalmente l'ultima per cui ho perso la testa. in maniera, oserei dire, non propriamente ricambiata. donna a cui non pensavo da un po'. che non vedo e non sento da mesi. e che mi sarei financo prefissato di non incrociare per i prossimi lustri. e d'altro canto pure nel sogno desideravo non vedere, talmente era l'incazzo che mi porto dentro verso costei. quindi avrei voluto andarmene e lasciar casa sua insieme ad altri. che se n'erano andati, lasciando la porta aperta e me col tentativo di cercar le scarpe buone per uscirmene di lì pure io, il prima possibile, per riuscire a non incrociarla. ed intanto, mentre cercavo le scarpe, pensavo che con quella fottuta porta aperta sarebbe entrato una fottia di freddo. e avrei dovuto far in fretta ad andarmene. ma non trovavo le scarpe. fintanto che lei è arrivata, ha chiuso la porta con me dentro. non ci siamo scambiate molte parole. anche perché è stato un attimo e quindi era tutto un turbinare di lingue. ma poi non ci siamo mica fermati. abbiamo continuato fuori, all'aperto, con questo grande fottesega se eravamo in un prato in mezzo alla città e ci potevano vedere.
nemmeno a 'sto giro onirico ho chiuso la questione copulatoria.
però mi son svegliato molto turbato. e lo sono ancora un po' ora. dopo dieci ore e mezzo di ufficio ed una birra che mi sta regalando molto reflusso, in cui ho raccontato un pezzo di sogno, e mi son preso pure un tentativo di ramanzina.
in tempi andati avrei avuto reazioni variegamente ossessive, per quanto ammantate di roba sciropposa. da giovane l'avrei interpretata come la prova provata che quello era il segno del mio amore immarcescibile per costei, senza che costei dovesse venirne necessariamente a saperlo in tempi brevi [è capitato un paio di volte, bastava cambiare la costei], in parte perché pensavo di aver davanti un tocco di eternità, un po' perché se l'avesse saputo avrebbe potuto dirmi di no, e addio sogno. in tempi più recenti sarebbe partito il filme su cosa escogitare per favorire quell'incontro inevitabile e onusto di cose belle. poi solo un filme sarebbe rimasto, con proiezione quindi dibattito tipo cineforum tra i presenti: io e il coinquilino. ma tant'è.
questa volta è un po' diverso. al netto del turbamento di ora, che magari domani chissà cosa sarà rimasto.
il fatto è che rimette un po' le cose in prospettiva. e che mi ricorda cosa sono, e cosa forse vorrei.
mi ricorda che ho voglia di scopare, figurarsi se me lo dimentico. ma quella è veramente robetta in confronto a quel rapimento, al fatto di perder la testa. che poi, appunto, perdere la testa, è fottersene dei construtti razionali, che ti raccontano che quel desiderare quella persona è cosa assai poco razionale. come tutte le considerazioni intorno a costei. a partire dal fatto - probabilmente - abbia più nodi da sciogliere lei. per arrivare al fatto che è una che ha deciso di stare almeno ad un fuso di distanza dalla casa che i suoi le hanno costruito, che è a dieci minuti a piedi da qui, da dove scrivo.
mi ricorda che le varie pre-possibilità, di costruire qualcosa che assomigli ad una relazione normale, le sfoglio come un margherita abbastanza spetalizzata perché son compromessi, un filo al ribasso. un po' più che scopare. molto, molto di meno quel senso di cosa che non è nemmeno una questione di turbinare di farfalle nello stomaco. ma quella cosa di cui intuiamo la potenza generatrice che alberga in noi poche, pochissime volte. e che rimane, comunque in noi, anche se ci si scontra, magari dopo pochissimo tempo, con la quotidianità del calzino lasciato disordinato accanto al letto, col suo afrore di poco fresco.
già.
le cose reali.
ho smesso di far sistematicamente a botte con il principio di realtà. anche solo per il fatto mi stessi accorgendo continuavo a pigliarle e basta. quindi so benissimo che non è costei il vertere della questione, e che rinuncerò ad incrociarla, rinunciando a possibili situazioni, contesti, persone. so che quel perdere la testa è molto poco probabile si sostanzi in qualcosa che, da potenza generatrice si faccia atto, continuo ed appagante. il caso è molto poco favorevole. figurarsi se mi ci metto a fidarmicivisi.
io quella cosa lì, che ho dentro di me, l'ho percepita per mezzo di persone improbabili. tanto che scrivo post, in una congiuntura ormai quasi strutturata di singletudine. l'ho percepita ed è una ficata pazzesca. forse ricapiterà. boh. spero di esser più pronto e meno titubante nell'afferrarla, come stamanimi hanno augurato. anche se magari poi finirà nello stantio di un calzino un po' usato.
forse è questo il vero portato di quel fottuto sogno. mica quella che chiudeva la porta e cercava la mia lingua con la sua.
lo so che quando cercherò di scopare con una, mooooooooolto probabilmente, sarà una cosa ben diversa.
lo so.
però quella cosa bellissima non credo si offenderà, se mi accontenterò di provare a scopare. lei è ben superiore a queste cose. figurarsi se non posso farmene una ragione pure io. anche se significa non perder più la testa. e poi, d'altro canto, ho dato da quel punto di vista. sbagliando del tutto le persone. ma importa fino ad un certo punto.
è aver percepito il cielo, oltre gli spermatozoi che l'unica forza che c'è in noi.
qualcuno di un po' incompiuto ci sta possa esserci.
nel frattempo, se riesco, proverò a scopare. chiaro, mi accontenterò. quindi, come dice la tradizione popolare, potrei anche godere.
appunto.

Saturday, February 2, 2019

un qualcosa sulle candelore ed il baffo della nike

quindi mi è sovvenuto quel ricordo dell'evocar di matreme. raccontò, una volta, che quell'anno, nei giorni in cui ero lì lì per nascere, si fece tutte le candelore del circondario. un po' per far passare il tempo, i giorni di attesa tutti uguali, in attesa arrivasse quello più uguale di tutti gli altri. un po' - penso - come gesto apotropaico, che a crederci lo si eleva a momento di devozione e soprattutto richiesta di protezione alla madonna. un po' - forse istintivamente - a secernere prostoglandina [mi pare si chiami così], l'ormone che favorisce le contrazioni, quindi il travaglio, quindi la nascita del pargolo. ['sta storia della prostoglandina la raccontò l'amico omar. eravamo nella stanza dei carbonari, vent'anni fa, dall'altra parte della strada di là dentro, dove io ristò con qualche serenità in più, ma con convinzione mai troppo radicata. allora l'amico omar ci erudì col fatto che in campagna, quando la donna era lì lì per partorire, o la si mandava a far fieno o qualche altra attività un po' faticosa, o la si trombava. la prostoglandina è secreta dal corpo umano con lo sforzo, oltre che presente nello sperma. non ho mai approfondito. però mi è rimasta in mente, 'sta cosa].
dicevo.
le candelore che si fece matreme.
mi son tornate alla mente perché ne ho viste passare almeno un paio, nei rapidi feisbucchiamenti di oggi. la cosa più interessante è chi l'ha condiviso, e con quale aura di contorno. donne non proriamente religiosisssssssssssime, anzi. e rappresentazioni molto sincretiche, evocanti paganamente il mito della madre terra. nel senso di femmine che germinano, e queste femmine sono rappresentate sotto terra. e sopra la candela. che è un po' fuoco che ha purificato la terra, con tutti i falò di sant'antonio di un paio di settimane fa, un po' luce, visto che finalmente le giornate si sono allungate di un po', e un po' devozione a qualcosa che ci sovrasta, non foss'altro perché ci sappiamo mortali et finiti. il fatto ci sia arrivata la madonna mi sembra un'interessante ri-brandizzazione di qualcosa di più ampio, antico, fondante. oltre che ricordarsi che si è usciti vivi dall'inverno. cosa che oggi ci sembra tutto sommato normale. ma che così scontata non lo era, da queste latitudini in su, fino a non molto tempo fa: il tempo, per l'umanità, conta con ben altri clock.
sì. sarà che invecchio. sarà che non scopo. sarà che si può esser scettici razionalisti, ma quel intuire l'eco di quello che ci portiamo dentro da tempi immemori, è qualcosa di emozionante. o forse necessario. o forse strutturante nel suo essere rasserenante. come se si capisse meglio. come se si risuonasse più armonicamente. una cosa non molto diversa dalla storia dell'albero di kiwi, e il cogliere dei suoi frutti. kiwi che peraltro ora sono dolcissimi, che è un piacere mangiarseli.
come se le intuizioni di tutti quelli che ci hanno preceduto, ognuno il suo granellino, si fossero ammassate, condensate, macerate, raffinate. per poi distillarsi in una specie di tintura madre che e lì, e basta saperla intuire. o riuscire ad avere quella serenità ad ascoltarne i riverberi flebili, ma convinti.
e a valle di questa specie di pre-psicopippa ho anche pensato che forse - forse - c'è pure una qualche relazione con un altro aspetto. che poi è il fatto che, secondo me, questi sono giorni molto interessanti, come tutto quello che si porta appresso un qualche paradosso. perché questi giorni dell'anno sono - mediamente - i più freddi. forse l'effetto accumulo dell'inverno, che detta i suoi rigori da due mesi o più. che ha suggestionato, in tempi andati e da una parte, la tradizione popolare, e suggerito l'invenzione dei giorni della merla; in tempi più recenti, e dall'altra parte, il constatare del picco delle influenze. nel senso che prima si moriva senza domandarsi troppo sul perché.
però sono giorni, appunto, dove le giornate ormai conquistano convinte minuti di luce, inesorabili. e poi - mediamente - tutto volgerà al meglio in maniera molto più rapida. l'inverno non è ancora finito, anzi, se ne sente tutto il peso proprio ora. ma poi sarà cosa veloce accorgersi che se n'è venuti fuori. quindi questi sono i giorni della svolta. per questo sono interessanti. come sapere di un cambiamento, quel frangente prima accada. e venga fuori il gomito. quella cosa che dopo esser sceso lento ed inesorabile, molto più tosto torna a guardare verso l'alto, in un guizzo.
ho qualche dubbio ci abbiamo mai pensato apposta. ma mi è venuto in mente, a quel punto del vagolar coi pensieri, il baffo, il logo delle nike. che poi è rubato dal greco, Nίκη, la vittoria.
probabilmente è un caso.
o fore l'eco archetipo. flebilissima, ma persistente.