Wednesday, November 6, 2019

piccolo post ipotetico [retoricamente ipotetico]

ma se io intravvedessi, in una qualunque caleidoscopica modalità, un qualcosa che possa diventare un obiettivo a medio-corto termine. diciamo uno, due anni. obiettivo tutto sommato abbastanza preciso e definito.
e se questo obiettivo a medio-corto termine fosse un qualcosa che, una volta raggiunto, realizzato, messoinsaccocciato significasse un'istanza ormai inalienabile. impegnativa, magari, ma che si può concretizzare a fronte di incroci di condizioni che non si presentano così, a gratis, e quando capitano allora bisogna più o meno cogliere l'attimo. ma poi il grosso appunto è fatto.
e se poi, una volta che il grosso è stato fatto, si possa pensare che a quel punto fosse anche possibile portarsi avanti più tranquilli, financo più lenti, senza prescia o affanni, anche perché ormai col culo al caldo.
e quindi, grazie a questa minore ansia prestazionale, pensare di dedicarsi a cose più confacenti, che non serve mica poi 'sto granché per viversela dignitosamente. e serenamente appagati.
e se si riuscisse pure a trovare cose più confacenti.
e se questo diventasse così un obiettivo a medio termine. diciamo tre, quattro anni. per quanto con meno precisione su come declinare quell'istanza, rispetto a quella precedente dico. però sapendo che si può anche pensare di andare in quella direzione. e non solo pensarlo. ma che si può fare. diventa possibile.

sapere cioè di poterle fare, le cose. come se fossero sorte al di qua degli orizzonti degli eventi. in cieli che stanno in un emisfero non solo ed esclusivamente immaginifico.

nei giorni scorsi ho accarezzato questo brivido rassicurante.

non so quanto durerà. non so quanto il tutto si scontrerà con quella cosa che poi si chiama vita, calata dentro il principio di realtà.

però, per la prima volta in gazziGlioni di anni, ho la vaga impressione che pianificare le cose - anche solo un minimo - e definire degli obiettivi siano possibilità concessemi.
e che non sarebbe così idiota sfruttare queste possibilità unite alla consapevolezza. e poter passare dalla potenza all'atto.

chi l'avrebbe mai detto, peraltro.

Thursday, October 31, 2019

il rito, l'eco lontana, il riverbero profondo, il senso che balugina

credo che non sia del tutto scorrelato a questa nuovo, intimo, personalissimo zeitgeist.
ma a 'sto giro, ad esempio, ho superato in surplace e con leggerezza financo il cambio dell'ora. quando di colpo si fa tutto più buio più presto. e manca la luce dove, solo il giorno prima, non era ancora notte, che se ne stava cacciata un po' più in là.
e quindi, qualche giorno fa, ho avuto questa fugace, eterea, incartavelinata intuizione. come se questa specie di giocherellare di strati fessurati sovrapposti, d'un tratto, avessero inanellato la combinazione giusta, e allineate le piccole aperture che ospitano. e per quell'attimo abbia intravvisto là in mezzo, come se ci fosse stata luce per poter vedercivisi attraverso. forse il giocherellare di strati in questo [nuovo] periodo ha rallentato un poco. o forse non avendoci molto altro rumore di fondo, distrazioni di sorta, giaculatorie da reiterare, viene più semplice. e succede.
e quindi mi sono immaginato più o meno in questo momento, in questo posto soppaclato, con questa luce alle spalle, questo tepore coccolante e rassicurante, questa meticcia cagnolosa a ronfare accanto - dopo che mi fa sentire obbligato a portarla in braccio, in cima a scale che da sola non osa fare ogni volta.
e mi sia visto fluire, armonicamente, nel cogliere il senso lontanissimo nel traguardare queste ore, di questa serata, di questa notte in cui è stata messa la bandierina per ricordarci l'inevitabile ciclo delle stagioni, e quindi quello della vita. un qualcosa tipo la radiazione di fondo del weltanschauung.
per anni sono stato distratto da un'inspiegabile antipatia, con la sottilissima inquietudine, verso il mese di novembre. facile poi prendersi il bias verso la scimmiottatura commercial-manieristica dell'allllllovvuiin. poi ci hanno pensato i punti angolosi, proprio di questi periodi, a corroborare il tutto.
quindi che passasse il prima possibile 'sto novembre, e meno attenzione possibile. a cominciare dal rituale che gli gira attorno.
ora ne sono meno ossessionato, vai a sapere il perché. ma in fondo possiamo anche non pensarci al riguardo.
però c'è la storia delle ritualità di questa notte. mi piacerebbe essere meno ignorante per poter contestualizzare meglio, nella mia testa soprattutto. sapere meglio del filo rosso che tiene assieme usanze che ogni popolo, ogni cultura, ha modellato con le proprie peculiarità. ma il senso primigenio mi pare di percepirlo, flebile ma inevitabile, come una specie di bordone di fondo. lontano, soffuso ma non smorzabile.
ci son di mezzo i morti, i trapassati, coloro che se ne sono andati per quei sentieri di tenebra, sconosciuta. senza tornarsene indietro mai. e quindi provare a pensare come contrastarlo quel senso profondo ed un po' angosciantello. e tirar fuori dal cappello quei pochi elementi, che si declinano nelle fantasie delle genti.
così ci sono le fiammelle di luce e fiaccole per difendersi, squarciando i muri bui e neri come la pece.
così ci sono gli esorcismi per dar addosso alle cose mostruose, che mimeticamente prendono un po' di quelle sembianze. ci fate paura? e noi proviamo a farla a voi, creature che siete andate al di là, proviamo a spaventarvi.
tutto questo nel suggello di questo periodo. quando la luce ed il volgere della natura cambiano. come se andassero appunto a morire. quella specie di ripresentazione ciclica delle cose che vanno a spegnersi, i declini che si approssimano. ed il memento per l'inverno, lungo, incerto, che sta per arrivare. e da cui [giova ricordarlo] per secoli, millenni, non era mica così certo se ne sarebbe usciti.
dev'esserci questa consapevolezza condivisa, archetipa, fondante, che tira fuori tutto questo. e lo si declina nei modi e nelle manifestazioni più disparate. mossi da quel tic fondante, quell'eco che ci è nascosta dentro, talmente sotto tanti strati, che si diverte a non farsi avvertire. però c'è.
ed è un qualcosa di decisamente rasserenante intuirne la presenza, scorgerla in qualunque modo, accada anche solo per pochi attimi.
è come cogliere il senso di un fluire condiviso, che seppur nel proprio tempo, da vivere attimo dopo attimo, scorre dentro un tempo antichissimo, iniziato prima ancora della consapevolezza del suo andare, inesorabile e ciclico.
come essere immersi nella storia dell'umanità che ci portiamo dentro, e percepirlo nello scandirsi del tempo presente.
che scivola anche ora, mentre scrivo in questa specie di situazione chiara e precisa, che prova ad afferare questa eco così labile, ma così sicura che racconta di quello che siamo stati e quello che saremo.
non si butta via nulla.
basta la volontà di volerlo cercare.
e poco importa se, alla fine, il senso di tutto questo potrebbe essere: nulla, tranne il fatto si continui a provare di scoprirlo, all'interno delle ciclicità delle cose che sono venute, vengono e verranno.

[e comunque non ostante l'eco, anche questa volta, quando novembre sarà finito, sarà un piccolo sospiro soddisfatto. dicembre suona già più sbarazzino, lieve. e poi: l'inverno che si porta dietro, finirà anche lui.]

Thursday, October 24, 2019

la spianata

oggi, alle 18.00, c'è stata una seduta con odg.
non mi pare di averlo mai scritto così precisamente, in tutti questi anni e questi millemilapost.
sono felice? no [però in maniera tale che il contesto lo semantizzi con un estigrandissssssssimicazzi].
sono sereno? abbastanza [ed abbastanza per goderne come qui, presente, rassicurante].
ed ho capito di esser riuscito a far mio l'adattamento. non nel senso del mibastaquesto. ma in una declinazione psichico-darwiniana.
e la capacità di adattamento è il fondamento per l'equilibrio psichico.
l'equilibrio psichico è riuscire a mettere in atto l'adattamento.
ad un certo punto è come se mi fossi visto arrivare alla fine di una salita, quasi di slancio, sospinto dal moto tenuto in moto, come un abbrivio finale per arrivare a conquistare una specie di spianata, in alto. e da lì prendere fiato e guardare il panorama: si è fatto proprio un lavoro importante.

poi succederanno cose. belle e meno belle. il gerundio nel nome del blogggggghe non è lì a caso. è tutto un divenire. e quando le cose divengono, le cose accadranno.

quindi non è che si sta fermi lì, sulla spianata.


odg parlava lenta e pacata, come sempre. ma un po' si percepiva quella specie di sorriso nel suo tono: ha proprio fatto un bel lavoro, importante.

ad un certo punto mi sono venuti gli occhi un po' lucidi.

ci rivedremo ancora, ovvio. anche perché succederanno cose. e non si sta fermi. ma penso che il tutto sarà fatto ed avrà un altro senso.

oggi, ho la sensazione di rasserenante malinconia, è terminata la mia psicoterapia.

Sunday, October 20, 2019

volevo andare a praga, ma poi c'è la storia del viaggio parte della meta

c'è un momento in cui ti manca casa tua, e non vedi l'ora di tornarci. lessi una cosa del genere, pochi giorni fa, durante le giornate di proluvio di miGlioni di ore di straordinario. l'autrice scriveva questo a proposito delle vacanze.
posto tutto ciò sia vero, devo esser inciampato in un falso allarme. e questa specie di nostalgia l'ho giusta intuita, lieve come una sorta di eco-miraggio, nei primissimi giorni. ma poi proprio non è più capitata.
poi sì, ovvio, forse son stato via troppo poco tempo per.
comunque.
volevo andare a praga.
poi mi son ricordato "che il viaggio è parte della meta" [cit.] e quindi mi è tornata l'idea di un mini interrail. tre città europee e millemilachilometri su rotaia, a leggere, a guardar fuori, ascoltare musica, e titillare l'epidermide con quadri cangianti ed emozionevoli, 'sì da coglierne il pizzicorio della cosidetta pelle d'oca.
una variante della specie di versione vacanzifera che improvvisò l'amica laura e che - a sua insaputa - mi incuriosì ormai più di un anno fa. per quanto l'amica laura possegga un auto e verosimilmente quella capacità di buttar qualcosa in un baule e partire. e vedere cosa ne viene fuori. io non sono dotato d'auto [anche se proprio da quella suggestione mi venne l'idea di acquistarla, cosa che rimando da ormai 15 mesi], e forse sono un po' più timido di ella. per questo l'idea era di virare su una declinazione del tipo "la locomotiva ha la strada segnata" [cit.].
[una parentesi sull'amica laura. che tecnicamente non è che siamo amici. anzi, a dirla tutta non ci siamo proprio mai incontrati. fotografa pazzescamente, e questo immagino sia solo uno dei motivi per cui ho idea sia, soprattutto, una persona interessante. però ella è anche una specie di realizzazione esperita del principio di inderterminazione di heisenberg. fugace come una particella sub-atomica: se ne conosci la posizione, diventerà molto più indeterminata la velocità - che la porta da altra parte. e viceversa. poi al limite ti invita ad eventi nell'unico uichend in cui io non posso che essere nell'hometown. una volta ebbi addirittura l'ardire di invitarla ad ammirare il mare d'inverno. mi spernacchiò, per quanto, invero, con molto garbo e cortesia].
ma torniamo alla vacanza e al mini-interrail.
ad un tratto ho poi pensato che, considerati i ritmi di lavoro degli ultimi mesi, forse non sarebbe stato molto scaltro percorrere quei millemilachilometri, e toccar fugando tre città europee.
occorreva un'alternativa meno esosa energeticamente, e con una via di fuga più agevole.
quindi, italia. ma dove?
lo scorso anno fu rumiz, ad incuriosirmi sulla giulia e sulla sua trieste.
questa volta è stato un romanzo ambientato a livorno. nulla di fenomenale, il romanzo. però con un'insolita e riuscita capacità di pennellarla così bene, far diventare la città una co-protagonista del libro, imprescindibile. tanto da vederteli i colori, le sfumature, intuire la brezza del mare, il caldo, il cielo striato, la parlata, persino l'odore di schiacciata rustica, dello iodio durante il libeccio, la salsedine stantia dei canali.
insomma, livorno.
al netto dell'effetto di sentirselo raccontare e raccontarlo. dove vai? maaahhh, pensavo a livorno. poi farò capatine qua e là per l'alta toscana. tutto in treno. apprezzamenti di circostanza, forse nemmeno troppo convinti negli interlocutori, più che altro straniti. ed in alcuni lampi di sguardo che sembravano domandare: livorno? che cazzo ci vai a fare a livorno?
ecco.
poi non è andata esattamente così. per quanto a livorno ci sia andato. ed ho trovato quelle vaibrescion che mi ero immaginato. come se ci fossi già stato.
solo che a metà pomeriggio me ne sono ritornato. tra l'altro si era messo a piovere anche lì.
già.
perché sono stato per tutto il tempo nella casa col terrazzino.
dovevo passarci tre giorni, quasi improvvisando la visita. l'ospite che mi stramalediceva via uotsapp mi stessi negando. ed invece poi ho respirato iodio che saliva in presa diretta venticinquemetri più sotto, a picco. ed ho fatto evaporare un po' della stanchezza accumulatasi negli ultimi mesi.
forse non avevo tutta 'sta gran voglia di starmene da solo per più giorni.
inoltre mi sono accorto, con il mare d'autunno, di quanto mi fosse mancato quest'estate, quel fottuto terrazzino. non tanto per il mare, ma per la sensazione di lasciamounpo'tuttoindietroeguardiamocil'orizzionte. forse invecchio, ma mi basta.
[parentesi meta-licenziosa: su quel terrazzino sono partite cose, intese, sollecitazioni, tutte intermediate dallo strumento smartofonico. alcune concretizzate bene, altre carambolate meno fattivamente. questo pomeriggio in treno, mentre me ne tornavo, mi è sgorgata una specie di visione: io che faccio all'amore nella stanza che dà sul terrazzino, guardando il mare dalle finestre che occupano quasi tutta la parete. [naturalmente qualora dovesse prestarmela l'ospite, la casa. e naturalmente senza avere la minima idea di chi possa essere la fanciulla con cui condividere quel momento d'ammmmmmore immaginato]].
quindi è stata tutta una vacatio abbastanza improvvisata, viene quel che viene, saltando su di un treno ogni giorno, e tornando al terrazzino e agli ospiti la sera.
e son stati momenti che un po' non ti aspetti, ma che quando son venuti ti è venuto un po' di battere il cinque, o abbracciarli con quei colpetti sulla schiena di intensa fraternità. come se fossero delle piccole stille di serena consapevolezza che si è lì, presenti, a farsi attraversare dall'unicità del momento.
tipo quando inizia piovere, ma i piedi sono comunque all'asciutto ed il resto anche se si bagna un po' chi se ne fotte.
tipo quando piove anche oggi, ma in fondo va bene così uguale. me la godo lo stesso.
tipo quando si alza il vento freddo sul ponte pedonale che traguarda il polcevera, ed alzi lo sguardo e c'è un vuoto, pieno di quel che c'era prima, riverbero ed eco di immagini, stampigliate nella memoria che si è fatta ormai condivisa e comunitaria.
tipo quando, dopo qualche chilometro camminato, poggi il culo sullo scalino della calata al canale di fronte la fortezza nuova, senti i muscoli che si rilassano, e ti godi il crocchiare sotto i denti della focaccia rustica.
tipo passare dai vicoli "dove il sole del buon dio non dà i suoi raggi" [cit.] alla piazza più centrale ed elegante in pochi minuti a piedi.
tipo ripercorrere, lento, le vie che camminavo durante il servizio civile. immaginando le più strampalate illusioni, e che son state il limite estremale più prossimo al principio di realtà, narratore inflessibile e spigoloso, a raccontarmi che le cose, poi, sarebbero andate in altro modo [ma su questo, mi sa che ci faccio un altro post].
tipo quando sto cercando l'albergo per livorno, e mi dicono: ma che minchia fai la sera, da solo, a livorno? torna qui. ed accorgermi che no, tutta 'sta voglia di starmene da solo non ce l'avevo, e di come sarebbe stato piacevole cambiare il programma, ancora una volta.
tipo cincischiarmi che, per il rientro, avrei potuto non prendere il treno successivo, ma quello dopo ancora: dopo peraltro averne già lasciati andare quattro-cinque. e poi di colpo, veder comparire questa coppia di sposi, coi fotografi al seguito. sposi non proprio di primissimo pelo: occhioni azzurri lei, pelle-viso non proprio velluto nonostante il troppo fondotinta, ma soprattutto la giacca più improbabile di lui. vederli arrivare sulla terrazza che dà sul piccolo lungomare e il signore sulla panchina così vicino a loro in posa, che non dà idea di spostarsi da lì, con la sua pipa in bocca che osserva tra il perplesso e il divertito. come se stessi aspettando quella scena per sapere che, a quel punto, avrei potuto decidermi a tornare sul terrazzino.
e tipo la sensazione di sentirmi accolto, coccolato, ospitato come uno di famiglia. nonostante o soprattutto la singolarità del padrone di casa. un po' finto-stralunata, un po' con lo sguardo che nel fondo intuisci una tristezza irrisolvibile, un po' che di colpo si fa silenziosa e sembra di sentire il proluvio dei pensieri che si dispiegano. il tutto annichilito alle nove di sera dal crollo verticale, con sbadigli importanti ed il suo "io vado a letto... tu fai un po' quel cazzo che ti pare". o della sua figlia tredicenne, nel pieno della sua adolescenza un po' da ennuì, un po' faccio quel che mi pare. un po' ancora bimba, un po' già ragazzina, che ci rammenta e ci spiega, quasi dovesse essere chiaro a noi, che la pelle del suo viso non è così liscia come prima perché lei è "nella tempesta del pieno della pubertà"; che ha passato la notte a casa del nuovo fidanzatino - così cortese ed educato - dormendo nella stessa stanza: "io sotto e lui sopra", parlando ovvio del letto a castello, e non capendo esattamente l'erompere di quella risata sottile, ma forse anche un po' invidiosa di quell'innocenza che si è persa nei tempi che furono.
sì, una sensazione davvero piacevole. davvero un bel percepire, che ogni tanto sento ancora l'eco della meraviglia: cioè, tutto questo affetto per me? ma son proprio sicuri? però è eco sempre più rado e che dura sempre di meno.
son tornato a casa, per quanto non ne sentissi tutta questa nostalgia.
dopo aver cambiato, smontato, adattato i programmi più volte. ogni tanto non pianificare ti regala anche queste cose così.
son tornato però anche con la convizione, oltre al fatto sia una persona privilegiata, che fosse una vacatio necessaria. per rimettermi a resiliare questo periodo un po' così, impegnativo, piuttosto solitario, con questi picchi improvvisi ed inattesi, di struggentevolezza et emozione commovevole.
è una parentesi, e bisogna viverla più sul pezzo e convinta possibile. che le cose possono anche combinarsi in maniera interessante e favorevole. forse mi ricorda il quinto anno di università. quando in quattordici mesi inanellai undici esami. mi ero iscritto al pelo in corso al quinto, ed arrivai lanciato all'ultimo rettilineo prima della laurea [poi vabbhé, buttato nel cesso, simbolicamente, con la tesi più inutile del DEI del politecnico di milano, ma è altra storia].
ora non mi devo più laureare. ma forse è un momento quasi tanto importante. non foss'altro per la percezione di essere piuttosto sul pezzo, come forse non era mai accaduto.
ci voleva la vacatio. per quanto troppo breve, che già un po' mi manca.
forse, improvvisando, l'ho pure imbroccata.
torno là dentro carico di 'stigrandissimicazzi. vediamo in quanto tempo li consumerò.
però, al momento, fa decisamente bene.




Friday, October 11, 2019

post cui in parte ho già condiviso con l'amico luca [volevo andare a praga, vediamo se tocco la toscana settentrionale]

e quindi niente.
sarei in ferie. dalle prime stime fatte ad agosto, sono in ritardo di un mese. nelle ultime due settimane mi raccontavo che i due giorni successivi sarebbero stati gli ultimi prima di staccare.
è quasi sembrato un piccolo caso, là dentro, che io mi assentassi. dal clangore sottile alcuni pensavano sarebbe stato per un mese. sarà per una settimana più un giorno. pedddddddddire.
sono uscito da là dentro col trolley, nel senso che pensavo di partire ieri. invece non ce l'ho fatta. e me ne son tornato a casa.
quindi parto domani.
volevo andare a praga.
volevo far un mini-interrail.
quindi farò altro.
ho pianificato per sommi capi, non ho prenotato nulla. questo credo sia una declinazione del personalissimo paradigma esistenziale. improvviso piccole tattiche, senza avventurarmi troppo. la strategia è da mo che non so che faccia abbia.
so che potrebbero venirne fuori soddisfazioni vive. ma anche piccole delusioni. nel dubbio, tergiverso. e quindi tutto scorre un po' via.
però, a dirla tutta, qualche attimo riesco a catturarlo. nel senso mi conto di vivere un battito d'ala di farfalla in cui si compie qualcosa di importante. non mi spingerei ad abusare del termine felicità. ma momento importante sì.
oggi è successo alle pendici del monte stella, al bordo del Giardino dei Giusti.
c'era un vociare di bimbi sugli scivoli et similari et regazzini nel campetto o al bordo ad ammiccare i primi ammiccamenti, cani che sgattaiolavano dai loro padroni garruli e con la lingua a penzoloni, questa botta di verde e di alberi, che poi è solo relativo si sia a milano: dagli un po' di corda, e la natura sa come imporsi, tanto lenta quanto inesorabile. stava cominciando a tramontare il sole, nel senso che l'alzo si faceva di quei colori che vanno a farsi più caldi, verso il rosso - è un mero effetto di fisica quantitica, però ti prende e ti strugge dentro.
è stato lì quanto mi son sentito trapassare da questa specie di sensazione dell'attimo, che batte, pulsa, mi attorciglia e poi [forse] se ne va. tuttuncomplessodicose di quella varia umanità che stava lì, in quel modo, i cani che sgattaiolavano garruli, gli alberi e i prati, il sole che cominciava a tramontare. e me medesimo, in quel momento ed in quell'incrocio del suo divenire. foss'anche per il primo giorno di ferie, che sono stanchinissimo, che non son partito ancora e che me ne vado al Giardino dei Giusti.
ed ho pensato che quella combinazione di cose è bastata a vivere quella sensazione dell'attimo. e quindi mi è partita la curiosità di capire quale tra le due cose.
se sono così sfranto e abbacchiatello, che mi basta così poco. tipo quando hai la crisi ipoglicemica in cima al monte, che il tuo amico molto più allenato in forma ha tenuto un ritmo asintotico da avvicinare. e tu sei lì, la testa che gira, il battito impazza, il fiato corto e la sensazione che potresti finire a terra da un momento all'altro. e poi l'amico ti offre la caramella, ed in un attimo passa tutto. quasi meravigliato che un attimo prima pensavi di essere finito.
oppure se sono diventato così bravo da riuscire a levare un bel po' di rumore di fondo, e accorgermi della melodia flebile et continua che è la sensazione dell'attimo. ed ascoltarci che sono una persona privilegiata, guardarci che va bene così nonostante tutto, nonostante si sia parecchio lontani da una qualche idealità, più o meno teorizzata. o psichedelizzata. come se, come i cactus, bastassa poca acqua, poca umidità per poter starsene ritti e maestosi in mezzo al deserto. condensano il poco e ne fanno linfa.
forse è la combinazione lineare delle due cose. perché la prima sarebbe di tipo destruens, o bicchiere quel po' vuoto. la seconda sarebbe di tipo construens, o bicchiere quel po' pieno. ed il bicchiere uno è.
e forse, a guardarla bene, non è che mi basti poco. è che in quel poco c'è dentro, invero, una gran fottia di cose. forse bisogna saperle guardare, appunto.

anche se, di nuovo, non siamo così così prossimi all'idealità. anche se non è così semplice conoscerla cos'è l'idealità. specie nel declinarla in cosa uno combina, cosa fa nella vita, quale segno può lasciare quando - tra le altre cose - si guadagna l'euro per campare. dove per campare c'è dentro quella cosa così ampia, da estremali anche moooooooolto distanti fra di loro.
inutile ribadire che, là dentro, non si realizza l'ideale. anzi. per quanto la fatturazione è più che dignitosa, non foss'altro per la montagna di ore in cui mi consumo.
però è una combinazione di eventi tutto sommato positivi. non ideali, ma positivi.
anche se, appunto, la psichedelia dell'ideale ha tante, troppe declinazioni.
poi però a propaganda live ospitano francesca mannocchi. che di mestiere fa la reporter. anzi, forse reporter è po' riduttivo. e nell'ospitata viene mostrato un sup servizio sulla guerra civile in yemen, per cui si è messa in gioco - a proposito di zona di comfort - per cui ha scritto, e per cui è il caso si vedano cose.
lasciando con il suo lavoro sì, un segno. e che segno. tanto che forse è nemmeno più un lavoro. è una missione [e così il contraltare con quello che non è il mio è ancora più stridente. ma per la serie: mi disseto con l'efficienza di un cactus, va bene così. per il momento va bene così. forse è un periodo di passaggio, necessario].
se quei tre che leggono passando di qui hanno da dedicarle quarantacinqueminuti, sono quarantacinqueminuti non spesi bene: meglio.
se uno arriva in fondo, sappiate che gli occhi, lo sguardo della bambina denutrita di otto mesi - che probabile, oggi forse non è più viva, chissà - è una frustata che fa malissimo. ma sopportarne la visione è necessario. giù in fondo, si impara anche a cogliere la sensazione dell'attimo.
dal minuto 1h17'30''.
davvero.
merita.



Saturday, October 5, 2019

surplacismi

sono tempi strani. percezioni stranine.
che poi non sarebbe 'sta gran novità.
quello che c'è di nuovo è il come, quel po' di divenire, mi appaia scorrere.
c'è di mezzo questo transare dall'estate così faticosa, all'autunno di cui non ho voglia: forse anche per il non aver vissuto poi tutta'st'estate.
c'è di mezzo questa accettata sottile che ho dato, senza quasi rendermene conto, senza premeditazione: tutto è venuto giù di colpo.
c'è di mezzo lo sceicheramento delle fusione di idee, sollecitazioni, suggestioni congrumante - tra le altre - negli ultimi tre post.
però.
è tutt'unaspeciedi surplacismo con onda emotiva vibrante.
se fossi [ancora] scaramantico forse mi direi che sto in equilibrio, financo un po' silenzioso, per non tirarmela, nel senso di tirarmela addosso. zit-zit immobile, acciocché nulla di così manifestatamente non positivo possa appoggiarsi qui, nei pressi miei e ristrettissima cerchia.
nel frattempo vibro di emozioni da magone facile, quasi inevitabile.
come se, d'un tratto, bastasse un niente per attirarmi a stringermi seduto sotto un albero dalla chioma ampia e rassicurante, con la schiena poggiata ad un robusto tronco, raccogliere ginocchia al petto, stringerle con un abbraccio e poggiarvi il capo, ed il viso rivolto di sguincio. il tutto figurativamente ovvio.
ma con la sensazione, in quei momenti, di sentire fino giù il battere la singola diastole e sistole, il soffio d'aria che entra ed esce dagli alveoli, la chimica degli scambi osmotici, il baluginare delle connessioni degli assoni coi neuroni.
sentire, cioè, come dentro un riverberare unico, quella sensazione di serena coerenza di questa infilata di istanti. che passano uno ad uno, per ciascuno dei quali sgranare la convinzione che va bene così. anche se non è esattamente a ridosso dell'ideale: immaginato o intuito che sia.
va bene ogni singolo attimo, anche se inzaccherato di malinconia, glassa che uno non capisce bene se meglio senza, oppure - di nuovo - va bene così.
va bene anche il magone, che d'improvviso qua e là mi coglie. per un nonnulla, apparentemente: un tramonto, un ricordo improvviso, un gesto quanto più variegatamente construens si possa immaginare.
va bene anche questa stanchinitudine, ossessione lavorativa, poca capacità di riuscire a far altro se non quello di spalar guano seppur financo costruttivamente [costruttivamente isdegniublech].
va bene ogni afflato. come se il contesto ed il pormi trovassero armonia, quasi non sapessero far altro in 'sto periodo.
armonia.
liscia e coordinata.
forse sta arrivando chissà quale fortunale, ed intuisco la famosa quiete prima della famosa tempesta.
forse avviluppo col pensiero e l'emozione la somma dei privilegi che in questo momento mi toccano, col quel solco lungo il viso al percepire che c'è gente che lo è di più - privilegiata - ma poi non se ne rende conto.
e comunque mi basta il mio, quindi quella specie di sorriso.
in surplace, ecco come mi sento. perché mi respiro il momento. non scatto da nessuna parte [anche] perché stanchino. ondeggio in equilibrio sul pignone dello scatto fisso a realizzare quell'ovvia semplicità.
le cose non vanno male, quindi va bene così.
mi sarei aspettato altro di più alto?
forse.
ma per qusto surplace va bene, appunto, così.

Saturday, September 21, 2019

'sto cazzo di sentimentonuevo

"la tua pelle come un oasi nel deserto, ancora, mi cattura.
ed è bellissimo perdersi in questo incantesimooooo... oooo... ooooo
ed è bellissimo perdersi in questo incantesimo"

chissà quante cazzo di volte devo averla canticchiata, 'sta cosa, negli ultimi venticinque anni.
senza mai cantarla, veramente.
oggi mi è arrivata diritta qui, sulla mandibola, a tirarmi un cazzotto: figurato quanto stordente.
sarà questa specie di faccia soddisfatta di battiato. sarà che alice è bellissima, con questa voce profonda e di velluto. bellissima colle sue rughe e gli occhiali da vista.
la pelle, oasi che cattura.
e l'incantesimo in cui perdersi.
sarà che quel cazzo di incantentesimo negli anni me lo sono sognato, teorizzato, agognato, immaginato, santificato, raccontato, masturbato, destrutturato, desiderato, sclotomizzato, relativizzato, sublimato, mesmerizzato, castrato, pitturato, incasinato, peccamizzato, idealizzato, verbalizzato, compulsivizzato, pindaricizzato, intorcigliato, razionalizzato, sussurrato, nevrotizzato che alla fine ho perso il filo. ed il senso. ed è venuto un po' giù tutto.
e così non so concedermelo, me lo allontano, quasi la sensazione di non esserne capace.
la pelle come un'oasi. il sentimento. l'incantesimo.
li guardavo cantarlo sul palco, l'accompagnamento coinvolgente dietro. il sorriso che non abbisogna d'altro.
mi è partito uno struggimento che levete. come percepire che è cosa altra da me. niente roba nueva.
e mi è venuto un po' da piangere [per quanto, in queste ultime settimane non è che faccia molto testo. capita spesso. più che come effetto, credo, che come chissà quale causa].

ascoltatela. e voi che ci riuscite, pigliatevelo quell'incantesimo.



[e comunque, visto che è geniale e mai banale: l'incantesimo, non finisce sull'accordo di tonica, ma di quinta, senza che diventi una settima. come sospeso. probabilmente che fugge. per quanto, cazzo, sto cazzo di incantesimo...]

Thursday, September 19, 2019

sulla stanchinitudine [giuringiurello non è un post lamentoso]: sulle beddgnniuss et affini

occhei, che son stanchino l'ho detto.
difatti non era questo il senso del post. ma di un possibile effetto di bordo. sempre che non sia strutturale, l'effetto di bordo dico. perché mi auguro che questa stanchinitudine sia, appunto, solo di congiuntura.
l'effetto di bordo mi si è un po' acclarato, di colpo, 'stasera uscendo da là dentro dopo le solite dodici ore passate là dentro.
ed ho visto d'infilata una serie di situazioni omologhe.
che in battuta potrebbero riassumersi nel: oddio, son diventato un cinico stronzo indifferente?
vado a spiegarmi.
in questi giorni, settimane, oltre ad essere stanchino [anche se non ricordo se l'abbia già detto], sto vivendo una situazione di debito: quanto meno dal punto di vista comunicativo e di presenza. gingillandomi pusillanime su quando potrò ridurlo, quel debito. non è che il post precedente l'abbia scritto così, ragionando sulla teoretica delle cose fattibili che se ne sguazzano nell'iperuranio e che declinano nel concetto di esperito in potenza. sì, insomma, mi sto negando ad una donna, che mai si era avvicinata così tanto.
non solo.
sto recependo una sequela di notizie di gente non esattamente in salute, quando non addirittura ormai un passo già a vedersela sfilare dalle dita, definitivamente. salute et alter.
in tutto questo ho come la sensazione sia divenuto coriaceo nel non farmi soverchiare emotivamente. anzi, ancora di meno. allontano con nemmeno troppa difficoltà la tristezza più struggente.
non dico che me ne fotta. non è esattamente così. ma le lascio scorrere via, come se mi fossi rinchiuso in una specie di immaginifico carapace.
non è che non ci pensi più o meno in continuazione. ma è come se guardassi quel grumo di bedddgniussss et affini [anche quando in difetto sono io], con circospezione, un po' mi volto, poi d'improvviso mi giro di nuovo e sono ancora e lì. per poi continuare ad osservarle torvo. poi ogni tanto vien fuori questa specie di interlocuzione:
- che fate? perché mi guardate?
- ...
- sì, vero, sono io che guardo voi. ma perché non ve ne andate?
- ...
- come dite? non siete venute qui da par vostra e da par vostra non potete andarvene?
- ...
- ahhhh, quindi allora pretendete mi immerga dentro voi, per mettermi a far a cazzotti emotivamente...
- ...
- sì. sì. chiaro lo dica io, voi non dite nulla.

e insomma, sì va a avanti con questo dialogo immaginifico, ogni tanto.
però poi la cosa si ferma lì.
e io me sto qui a contemplare la mia stanchitudine. anche perché non ho 'sta gran energia per fare molto altro.
come se appunto non ne avessi abbastanza per star anche quel pocodimmmmerda, come mi sarei aspettato reagissi.

quindi, oddddddddddio, non so se sia diventato un cinico stronzo indifferente.
o forse perché mi sto autoproteggendo, tipo quando si va in riserva di batteria: alcune app vengono spente, la rete dati pure, e lo scriiiinseiver parte più velocemente. risparmio energetico, insomma.
quindi non potrei reggere molto altro.
non è cosa di cui lagnarsi. o esser praud. constato che.

tanto che sembra quasi ovvio ribaltare la storia del bicchiere mezzo pieno. che basta non sia troppo vuoto. che le cose vanno bene quando non vanno troppo male [semicit.]. anche in questo contesto bigio, spossato, grigino, senza baluginii all'orizzonte. stanchino.
non foss'altro, con l'avanzare del divenire, statisticamente saranno sempre più tanti quelli che se ne andranno, o che si ammaleranno o cose poco liete così.
è proprio una questione di frequenza di ritorno dell'evento.
e quindi ci si deve un po' preparare.
in effetti non è esattamente qualcosa che abbraccia in maniera avvolgente la fazenda che a quindici anni volevo cambiare il mondo. non era la storia della pretesa ad essere ingenua. è che avevo quindici anni.

quindi bene comunque così. e sticazzi la stanchinitudine. sono stanchino, occhei.
magari prima o poi riuscirò a riposarmi.

Sunday, September 15, 2019

sulle conclusioni congiuntural-malinconiche [apodittiche?]

che son stanchino l'ho già detto, vero?
no.
è che la stanchinitudine, forse, non è del tutto scorrelata a queste conclusioni, cui son giunto con un po' di struggimento dentro.
e come tutte le conclusioni sono parziali. e che forse prima o poi comincerò a smontare, perché mai definitive.
conclusioni che forse butto lì come fossero apodittiche. ma che poi, boh, forse. chissà.
e la conclusione è che, in questo momento congiunturale, i miei intorcigliamenti ed io non siamo compatibili con l'avere una relazione.
già fatto dei passi avanti, neh? da quando mettevo il punto esclamativo in fondo alla conclusione strutturale: io non sono capace di avere una relazione [a dirla tutta c'era anche la variante un po' carica di stigma de noartri: io non sono degno di avere una relazione. quella, almeno, credo di averla definitivamente ejettata].
no.
a 'sto giro credo sia una situazione di congiunturale incompatibilità.
i motivi sono, in estrema sintesi, un paio.
  1. vorrei focalizzarmi ad uscire dalla comfort zone, e cercare di trovar più compiutezza;
  2. non riuscirei ad offrire il meglio, anzi.
naturalmente si possono confutare tutte e due, ma sticazzi. se comincio a confutarmi entriamo in un loop che chissà come ne usciamo, poi.
sul primo punto.
non è che sia proprioproprioproprioproprio soddisfattissimo di quel che sto facendo e di come mi stia barcamenando da mesi et mesi et mesi. anche questo mi pare di averlo scritto. certo mi pagano, e nemmeno una stupidata. tutte le idee che mi son venute per ovviarvi, di fatto, si sono schiantate contro il diaframma della mia inazione. che poi è la variante del non averci i coglioni di uscire dalla comfort zone. star là dentro è diventata un'esperienza ormai totalizzante. che però è una specie di sindrome di stoccolma. là dentro so cosa devo fare, so di essermi costruito un ruolo, un'identità, forse anche un'autorevolezza. e in quel contesto al riparo dalle novità mi muovo. sapendo benissimo che mi sta succhiando fuori entusiasmi, energie, serenità, voglia di fare altro fuori da là dentro. è una specie di cul de sac in cui rimbalzo e pesco la carta del "torna al via", e così via. fuori da lì sono spompato e non trovo il guizzo di inventarmi altro. sono diventato [ancora più] orso.
mi si sta succhiando fuori quello che si può [ancora] succhiare.
tutto questo  - inevitabile, credo - ammonticchia, tocco a tocco una consustanziata, insoddisfatta incompiutezza. e non realizzazione.
nel uichend, appena ripreso un po' dal primo rebound, intuisco che c'è dell'altro. ogni tanto mi pare pure di intravvedere che si può de-costruire quell'incompiutezza. e che ci si potrebbe adoperare per altro. anzi, bisognerebbe. 'ché non casca lì accanto. bisogna cercarlo, volerlo, vagliarlo, pianificarlo, agirlo, adoperarlo. perché son dentro nell'utero ormari venefico di una comfort zone tossica. ma è pur sempre comfort. e il colpo di reni si perde dentro la compulsione a proiettare tutto sull'asse del mentale. mi è difficile il rapporto con la corporeità e con il fare. mettercelo dentro nell'agire, quel corpo.
sarà [anche] perché son stanchino. anche se mi sembra di averlo già detto.
in tutto questo bailamme, una relazione è una bellissima sinfonia. che però io ora non ho l'entusiasmo di eseguire.
inoltre sono uno strumento un po' scordato ed un po' spompato.
mi picco di aver l'orecchio fine [visto che a percerpir odori, ciccia], non c'è nulla di più cacofonico di perder l'armonia e l'intonazione delle cose che si suonano.
e così si scivola, senza soluzione di continuità, nel secondo di punto.
io non sono un maschio alfa dominante. e so oramai che l'ottimo è nemico del buono. ma se condivido tutte [o gran parte] delle intimità con qualcun'altra, mi piacerebbe assaje, donarle se non il meglio, qualcosa che gli si approssimi. e non con un succedaneo di risulta.
occhei che ci si piglia nell'ontologia delle proprie qualità e dei propri limiti.
occhei che la mercanzia esposta, specie all'inizio, sono le mele, pere, zucchini, più lustri, e che sappiamo che dietro c'è il resto: frutteverdura coi bozzi e le tumefazioni - tutti i punti angolosi con cui abbiamo scazzato - specie a quest'età.
però.
un qualcosa [che si ritiene] accettabilino, minimominimo sì, no?
ecco.
io in questo momento mi sento un po' in questa fase che dovrei ripigliarmi, tornare ad essere presentabile. pettinarsi un pochetto, indossar la camicia stirata anche alla bell'è meglio: ed uscire. perché così, ora, non mi sento del tutto presentabile.
niente a che vedere con il cotone nel pacco, la brillantina sui capelli, il busto stretto che sagoma il girovita, il deodorante nebulizzato a iosa sotto le ascelle, il sorriso con il luccichio a stellina sul dente mentre sfodero il sorriso più ammaliante.
no. niente di tutto questo.
solo rendermi più presentabile. a cominciare dall'evitare gli occhi cisposi dal sonno. d'altro canto che sono stanchino mi pare di averlo già detto.

sono conclusioni. parziali come tutte le conclusioni. le ho concluse dopo due uichend in cui ho fatto il solingo in mezzo alla gente. milano, da questo punto di vista, è bellissima. puoi conforderti in mezzo alle folla, che nulla ti chiede e non si accorge di te.
se poi finisci in contesti tipo eventi et conferenze et incontri, via libera alle compulsioni a macinare processi analitico-mentali, quindi è una specie di luna park: difficile dir di no.
è quello che ho boccheggiato - pah, pah, pah, pah, tipo i pesciolini quando arrivano al pelo dell'acqua. è quello che mi è venuto istintivamente di fare.
solo, tra i miei pensieri, in mezzo agli altri. eppur così altri da me, ed io così altro da loro.

sono conclusioni amarognole, ovvio. che il fatto mi si siano stampigliate nella testa, credo con una certa nettezza, non tolgono uno zzzzic, il fatto non siano piacevoli. e che rendono ancora più struggente questo tramonto domenicano, o guardare la gente che sembra serena et felice nel pratone della triennale con dentro i bagni misteriosi di de chirico.

poi certo, mi mancherà condividere certe intimità. fare alll'ammmmmore è bello. da prima dei preliminari a rimanere abbracciati dopo, con tutte le lenzuola aggrovigliate. però sono abbastanza poco maschio alfa dominante, che quella cosa fuori dal resto non ha tutto questo senso. [poi lo so che tornerò, probabile, ad istanziare le occasioni onanistiche, come solitario succedaneo, ma è altro discorso. d'altro canto, come un rene ed un pezzo di fegato, il sesso non si compra, figurarsi l'amore].

son conclusioni. e forse tra le cause c'è pure dell'altro. che ho idea parla di reciprocità. o di ricordi delle farfalline nello stomaco di gioventù. ma non indagherei oltre, qui, in questo post già fin troppo sbrodolato.

son conclusioni. piccole impiantiti del raziocinarci sopra ascoltando la [fifa della] pancia, e forse pure quella cosa che una volta chiamavamo cuore.

tanto lo sappiamo che poi c'è la vita.
che poi sarebbe quella cosa che ti capita quando sei intento a far programmi, o trarre indicazioni dalle conclusioni.
cose così.

Monday, September 2, 2019

l'amico lorenzo e la sua proudituinde di poter esprimersi su russsssò

e quindi niente. ho bisogno di spazio. ho letto questo post qui dell'amico lorenzo, e mi son sovvenute un po' di considerazioni. solo che me le scrivo quivi, più che appesantire la commentistica del suo post.



considerazioni, alcune, di merito specifico. altre di principio, di nuovo, teoretiche.
piccolo preambolo: è curioso come renzie abbia segnato la semantica anche dei faivstarrrrrrre. dopo i professoroni, ora si rosica. tutti assieme appassionatamente. c'è un file rouge interessante che lega questi approcci palingenetici: tutto quel che è venuto prima, di base, non ha capito un cazzo.
nel mio piccolo non rosico, non insulto [fascisti e razzisti sono altra categoria], non sbeffeggio il mio pari. al limite sbeffeggio il potente, specie se potente senza merito, un incapace, senza promanare autorevolezza alcuna: non mi riferisco necessariamente a quello là il capitone e agggggggigggggginnonnnnuostro, però agggggggigggggginnonnnnuostro e quello là il capitone sono un ottimo esempio.
non rosico, però eccepisco. vibratamente.
eggià.
perché, amico lorenzo, non è che puoi risolverla così, come una patta a scopone scientifico: "efficiente, o inefficiente, migliorabile?" come se fossero dettagli trascurabili.
perché, metti che domani su russsssò vince il no all'accordo con [ealllllloraaaill]piddddì. e beh. sarà pure cosa dei faivistarrrrre, però minchia se riguarda anche me. che faivstarrrrrrrre proprio non sono.
stessa cosa che se vince il sì.
la cosa mi interessa e mi riguarda. e non posso farla scivolare con incurante omogeneità, che l'importante e che "però c'è", col dettaglio se sia efficiente, inefficiente, migliorabile. non si sta mica decidendo chi vince l'isola dei famosi, o ballando con le stelle. per cui stigrandissimi cazzi. c'è di mezzo l'imbocco da dare a quel che sarà di una nazione.
sei troppo informato per non sapere dei due provvedimenti che, il garante della privacy, ha comminato piattaforma e l'infrastruttura tutta. [qui e qui]. e se non vogliamo risolverla con l'ermeneutica del garante al servizio del pidddddddì o dei poteri forti, qualche pensiero di analisi-[auto]critica, dovrebbe sgorgare, zampillando magari timido.
chi ratifica i dati? non tanto il notaro, che li formalizza. ma chi porta i dati al notaro, dico. se non ci sono log abbastanza verbosi da indicare chi fa cosa, chi si connette con quale account, chi certifica, chi estrae i risultati di una consultazione? e più a monte: chi decide come deve essere posto il quesito - che un qualche importanza deve pur averlo. e più a monte ancora: chi ratifica che i votanti sono elettori faivstarrrrrrrre? chi controlla che non ci siano iscrizioni doppie, triple, multiple? chi garantisce che io non stia votando con qualcuno che accanto a me non mi obbliga a farlo in un modo o in un altro? immagino sia qualcuno della casaleggio. e perché dovrei fidarmi di uno come casaleggio, esattamente come tu perculi coloro che "pendono dalle labbra di chi non si sa bene segretario/capocorrente?". la casaleggio è un'azienda di diritto privato, che risponde a soggetti privati, ma che incide in maniera segnante, e con riverberi importanti, nella semantica istituzionale di un paese. ecco perché i partiti [anche se si danno l'allure da puri e si definiscono movimento] non possono essere srl, snc, spa. anche l'alveo della categoria del diritto cui devi far riferimento, non è casuale, scelto così, come ci piace. non è una questione se l'istanza è inefficiente o migliorabile. è potenzialmente un vulnus. e se anche casaleggio e gli amministratori fossero in assoluta buonafede, un sistema così hackerabile, come si fa ad essere così suadenti che tutto vada secondo democrazia [dei pochi votanti]? tutto così tranquillo? sicuro? apodittico?
[apro una piccola parentesi provocatoria. cosa avresti detto, quanto ti saresti scandalizzato se, ventanni fa, i deputati e senatori di forza italia avessero avuto l'obbligo di versare un obolo mensile a mediaset, società privata facente riferimento a colui che aveva contribuito in maniera importante a farli eleggere? non è esattamente quello che sta succedendo con i cittadini faivstarrrrrre del parlamento verso la casaleggio? nessun dubbio? tutto apppppppostocosì?]
sei un ingegnere dell'informazione, non ti sfuggirà che la centralizzazione di quel tipo di informazione - elettronica - si porta appresso quel genere di criticità. una banca [parlo per esperienza abbastanza diretta] non potrebbe nemmeno registrare il dominio, se garantisse quel tipo di farraginosità e lacune. e tu non ci affideresti un copeco che uno. la banca ci ha i risparmi delle persone. occhei. e quanto è tanto importante il riverbero istituzionale di tutti noi? possiam buttarla in sfaccimma, inefficiente o migliorabile, basta che ci sia?
e se domani vincesse il sì, e poi un sacco di parlamentari votano no, o viceversa. come la mettiamo? è più ignominia aver tradito i fondamentali del movimento, o più importante poter svolgere le proprie - legittime - scelte in nome dell'articolo 67? ovviamente articolo della Costituzione ed ovviamente quello del vincolo di mandato. Costituzione che - immagino - abbia voluto tener così col referendum del 2016, incidentalmente quella volta in cui si votò al medesimo modo.
per questo, proverei ad allargare il discorso. non è russsssò, in sé. ma il concetto di democrazia rappresentativa. perché se russssssò lo si usa per consultare la base per questioni interne, e stigrandissimicazzi. ma se si vuole smontare, appunto, il concetto di quel tipo di democrazia, per soppiantarlo con quella diretta - al netto della meraviglia tecnologica da istanziare per esercitarla - avrei da eccepire pure qui. in maniera vibrante.
innanzitutto perché dovrei essere un obsoleto luddista io, e un visionario chi la vuole soppiantare del tutto? rousseau - il filosofo dico, non russò - ha immaginato l'istanza, ma per quale motivo avrebbe dovuto aver necessariamente ragione lui? certo, la democrazia rappresentativa non gode di ottima salute. perché chi ci ha rappresentato non ha onorato al meglio quell'onere. ma di nuovo è come buttare il bambino con l'acqua sporca. se per te la soluzione è la democrazia diretta, per me è una classe di rappresentanti all'altezza: non mi scalda il cuore siano seicento o novecento. mi sta a cuore siano bravi, preparati, competenti, mediamente [molto] migliori della media di coloro che rappresentano. non solo mediamente più onesti, ma anche mediamente molto più capaci. chi guarda più alla luna: la visione di casaleggio o il mio intimo desiderata? perché non è mica detto che il popolo, la maggioranza, faccia necessariamente scelte giuste, solo perché è maggioranza. la maggioranza delle persone vorrebbe non pagare le tasse, ho idea. è giusto? a fronte del rebound emotivo - magari - di un qualche crimine efferato, non mi stupirebbe se la maggioranza decidesse per la pena di morte. è giusto? o lasciar affogare le persone in mare, quandanche mandati dai trafficanti di essere umani. è giusto?
il fatto che, tecnologicamente, il cambio di paradigma sia possibile - a partire da tutti i limiti, tanti, di russssssò - siamo certi sia auspicabile come la migliore delle scelte possibile, dato l'ampio novero? siamo in possesso della teoria e della tecnologia per utilizzare l'energia atomica da circa un secolo. al netto dell'entusiasmo inziale, e dell'obrobio per averla usata anche per fini bellici, è in questa direzione che vogliamo o auspicheremmo andare? il "passaggio epocale" [ecco, magari anche meno, suvvia] dell'internette, più che usarlo per fare il russssssò, ci ha reso sicuramente più informati: quanto meno in potenza. così non rimarrà misconosiuta la verità sulle scie chimiche, dell'aereo che non si è schiantato sul pentagono, dei video che dimostrano trafficanti libici in combutta con le ong [tutte, ovviamente] mentre trasbordano migranti. quindi si è migliori per consecutio inconfutabile? oppure si è migliori perché poi c'è di mezzo il discernimento. che è cosa lenta e che si conquista a fatica [e di nuovo la preparazione, competenza, cose faticose]. siamo più interattivi, certo. e possiamo noi dir la nostra. esattamente come il fatto si pubblichino dei post sui soscial, quindi parlando alla propria bolla. ci ha resi tutto questo, come conseguenza inevitabile, commentatori illuminati poiché cittadini consapevoli? oppure ha prodotto tanto, troppo liquame pieno di livore, odio, frustrazione. questo per il fatto che il paradigma interlocutorio sia così diverso da quello che siamo soliti usare da qualche centinaia di secoli. vorrei vedere quanti leoni da tastiera sono in grado di ribadire, guardando in viso l'interlocutore, quello che digitano con tanta facilità dal proprio dispositivo grazie alle magnifiche sorti e progressive dell'internette soscial. chissà se anche tu saresti sistematicamente così caustico e risoluto nel ribadire le istanze che - sacrosantemente - ti stanno a cuore. [nel mio piccolo, questo blogghettino, ha mediamente 9-10 lettori. ma son ben consapevole di voler fare una cosa da piccola provincia denuclearizzata].
non è che se c'è lo strumento, insomma, significa si riesca ad usare per forza al meglio. e ragionarci al riguardo, questo non significa sfanculare da luddista lo strumento a prescindere.
così, posto chissà cosa ci riserva il futuro con tutte le sue possibilità, non sono così convinto che la democrazia diretta sia a tendere il meglio. anzi. di certo, oggi, improvvisarla, senza costruirci attorno un'impalcatura Costituzionale organica e mirata, è un po' tipo inziare dai serramenti, prima di gettare le fondamenta di una casa. è qualcosa di disarmonico. col cazzo efficiente o inefficiente o migliorabile basta ci sia.
sperando che nell'immediato, domani, non diventi potenzialmente dannoso, o pericoloso. anche perché a decidere, non sarà affatto una maggioranza. sarà la maggioranza di una minoranza.
non è esattamente la stessa cosa.
[poi, nel dettaglio, domani io avrei votato sì, e tanto per cambiare non siamo d'accordo neppure a 'sto giro. sì, come minore dei mali. per quanto, dovesse mai vincere il sì, ne vedremo delle belle [c'è dell'ironia, se non si era capito]. ma per quello, se mi viene, mi diletterò a sbeffeggiare. quelli potenti, ovvio [ho idea che l'elevato statista darà soddisfazioni, in termini di ispirazione]].

Sunday, August 25, 2019

l'autocritica con l'amico lorenzo

e quindi niente.
col suo modo, tra il tagliente ed il perculante, l'amico lorenzo mi chiede di far autocritica.
ponendomi due domandine.
il contesto è quello della crisi di governo agostana, scatenata da quello là, l'eventuale sbocco della medesima, ed il come. altro piccolo elemento di contesto: l'amico lorenzo è il cinquantapercento dei  faivstarrrrrrrrre con cui interloquisco, per quanto con una certa accezione bizzarra del concetto di interloquire.
la prima domanda è sullo sbocco della crisi, cito: "convergenze parallele, o vuoi andare al voto? (Famme capì sticazzi)".
la risposta è semplice. io tanto se si vota, voto per qualcuno che perde. quindi sticazzi. [però vediamo se vi imparate come è da intendersi, nella correttezza semantica. nell'improbabile caso anche a beneficio dell'amico lorenzo]. nella prammatica del desiderata, mi basta che quello là stia lontano dal viminale. che colà è pericoloso, per tutti. faivstarrrrrrre compresi. per certi versi quasi più pericoloso che staresene a palazzo chigi.
la curiosità che mi sorge, amico lorenzo, è invece famme capì tu. nel senso che vorresti tornare a votare subito e prendere valangate di voti [cit.]? accordarsi col pidddddddddì [sì, ma il piddddddddddì, allora]? tornar nelle braccia di quello là? [ahhhhhhh, ma se ne gliene ha cantate  l'elevato a statista, in senato. se gliene ha cantate. un po' comodo farlo ora, ma tant'è].
che poi significa se vorresti raggiungere l'agognato risultato della maggioranza assoluta, così il moV non si dovrà alleare con nessuno.
oppure barcamensarsi tra le due opzioni, i due forni. che poi significa, nel migliore dei casi, essere dei dorotei democristiani de noartri. nel peggiore dei banalizzatori, con ben poca "grammatica istituzionale" [cit.]. se per i faivstarrrrrrrrre passare dai legaioli al pidddddddddì, significa solo cambiare dei ministri. senza aver nemmeno cominciato a pensare che, per un cambio di del genere, un qualche cenno di autocritica, di presa di coscienza, può aver senso se fa capolino. tanto la colpa è di quell'altro. tanto quel che conta solalmente è il faro che illumina [abbaglia, abbacina] è il mantra che gli italiani li hanno votati per cambiare il paese. quando si finisce per credere alla propria propaganda, i cazzi son lì dietro l'angolo. mentre si è dimentichi, o addirittura si ignora, l'inevitabile cambio di paradigma che comporterebbe passare da quell'alleato all'altro. discontinuità non è un vezzo radicalscìc del segretario di quel partito uno e trino che è il pidddddddì. è la condizione fondante di un accordo che non sia un qualcosa di pezzottato. che a sergio mica lo turlopini. sergio ci ha una cazzimma acccusssì, che in confronto si è un po' piscialetto se non si capisce 'sta cosa.
quello là, è stato dichiarato inaffidabile dieci giorni fa. per una questione forse più personale che politica. la ripicca è quella di provare ad accordarsi col piddddddddddì. solo che poi la rabbia - personale - svapora, ed il riflesso pavloviano eeeeeallllorailpiddddddì? torna a farsi più forte, quindi più ostativo. quindi meglio quello là. tanto più se cede sul nome del primo ministro: dopo il tracollo strategico di aprire una crisi ad minchiam, è il fio che gli tocca pagare.
che si voti o meno, tanto io perderò. si tratta solo di capire di quanto.
la seconda domanda è sui cinque punti del piddddddddì, precondizione per un accordo coi faivstarrrrre. naturalmente quelli del pidddddddì sono percularizzabili, all'ottantapercento. ma sono ormai cosa vecchia. visto che poi sono arrivati i dieci punti dei faivstarrrrrrrre [naturalmente puntuali, precisi, inequivocabili, irreprensibili, inattacabili]. poi i tre da retroscena del pidddddì, forse fatti retroscenare per far saltar tutto. poi da lì ho perso un po' il filo, considerato per gemmazione sia uscito un discreto florilegio di altri elenchi, sottoelenchi, commi, pre-pre-condizioni da parte di uno, dell'altro, dell'altro ancora.
questo, secondo me, smonta il senso della domanda. che i punti, raddoppiati, dimezzati, riassunti, servono solo a chiarire le proprie posizioni. il punto di partenza iniziale. da lì poi si media, magari non tutte, ma la maggior parte delle istanze. perché un accordo è sempre frutto di un compromesso, sempre. perculare quelle degli altri, e acclarare le proprie come pietre angolari significa non aver compreso il senso di fare un accordo. oppure continuare a credere nella propria propaganda primigenia: si fa come se si avesse la maggioranza assoluta dei parlamentari.
aggiungerei qualche considerazione a margine. visto che ci siamo userei un elenco di punti:
  • eviterei di usare il termine contratto [quell'altro, doveva essere depositato da un notaio. a proposito di propaganda];
  • in ambito europeo i faivstarrrrrrrre si sono allineati allo zeitgeist imperante. quando aggggggiggginuosssstro, nei mesi precedenti non ha smesso di dichiarare che dopo il ventiseimaggio sarebbe cambiato tutto, ahhhh, se sarebbe cambiato tutto. più che alla bce e draghi [che ci salverà di nuovo il culo] è alla commissione che si è allineato, inevitabilmente, il gialloverde del cambiamento. con tanto di - sacrosanto - vanto da parte dell'elevato a statista e del suo ministro dell'economia. si deve cambiare qualcosa? certo che sì. ma non lo fai con le dichiarazioni pompose pre-elettorali, lo puoi fare con l'autorevolezza che devi costruirti;
  • il taglio dei parlamentari mi appassiona fino ad un certo punto. la democrazia costa. mi piacerebbe pagare per qualcuno di competente. e non solo dei premibottone, come ci si è ridotti a fare negli ultimi quattro lustri. forse ancora di più nell'ultimo governo del cambiamento[peruncazzo]. ridurre il numero dei parlamentari significa cambiare la Costituzione, bisogna saperlo fare con cognizione. votai NO, l'ultima volta, proprio per questo. non è che mi senta così tranquillo siano in grado di farlo questo giro di giostra;
  • io non sono del piddddddddì. quindi sarebbe meglio non usare la seconda persona plurale come soggetto di un verbo riferito da cosechefailpiddddddddì. il pidddddddì mi è capitato di votarlo, a seconda del contesto. puntualizzo il distinguo perché, proprio perché di nessun partito, credo di poter lasciar agire più obiettiva la mia critica, e la mia autocritica. poi se si vuole continuare ad usare la seconda persona plurale, sticazzi. ma così continua ad acclararsi una certa distonia percettiva di oggettività;
  • il trattato di dublino è stato ratificato per l'italia dal governo berlusconi nel 2003. non dal piddddddddddddì. che debba essere cambiato mi pare lapalissiano. quello là, negli ultimi mesi, spesso è stato il grande assente alle varie riunioni dei ministri degli interni europei, anche per discutere della gestione del fenomeno migratorio. se ne stava a comiziare o in spiaggia. mi pare sia stato poco o per nulla stigmatizzato dagli alleati di governo, tranne nell'ultima seduta al senato [troppo comodo, appunto];
  • i dieci punti faivstarrrrrrre sono una bella elancazione di cose di buon senso. che potrebbero andar bene anche per quelli di forza italia, o i fascistelli di giorgetta. buon senso, che però non vuol dire semplice. sono una sfida a sciogliere i nodi della complessità del principio di realtà. ma per affrontare la complessità del principio di realtà, non basta la buona volontà, ci vuole competenza. ed anche di quella con i controfiocchi [avrei scritto controcoglioni, ma da radicalscìc buonista qual sono, è poco corretto politicamente, molto maschileggiante]. mediamente gli eletti faivstarrrrre sono, nel migliore dei casi, degli onestissimi scappati di casa. nel peggiore degli onestissimi spocchiosi [li sento ogni tanto in radio. in confronto di alcuni di questi, amico lorenzo, sei un pacato iscritto al partito liberale di metà anni sessanta]. io, in tutta serena sincerità e senza perculaggine, di questa capacità di agglomerare competenza ce ne vedo pochina [sono riusciti quasi a farmi cambiare idea sul tav, peddddddddire. che probabilmente è un'opera in effetti non utile]. credo sia significativa, e sintomatica, questa acredine maramaldeggiante verso i professoroni. che poi sarebbero persone competenti, solo che non la pensano come i faivstarrrrre. quindi in automatico in torto e da screditare. [lo fanno anche legaioli, ma la motiviazione, a parer mio è ancora più profonda, ed è cattiva coscienza: se non ce la fai ad essere come il secchione, sputtana la didattica, lo studio, la preparazione, la competenza]. non sarà un caso che professoroni li chiamava già il nanocoicapellidikevlar, la MEBoschi quando confutava chi criticava la sua riforma costituzionale [sic], e i gialloverdi del cambiamento. un bel filotto];
  • i decreti sicurezza sono pericolosi per tutti. faivstarrrrrre compresi. non è solo per biechezza delle norme anti-ong. è anche per le possibilità di manifestare il dissenso. le possibilità offerte ai prefetti. quei due decreti sono stati dei clamorosi abbassamento dei calzoni nei confronti di quello là. che minacciava la crisi. e poi tanto l'ha fatta uguale [sbagliando tutto, dopo, per fortuna];
  • ed a proposito di errori, la cosa paradossale è che la schizofrenia pidddddddddì, fa sembrare quelli seri i faivstttarrrrrrre, oltre che dar loro un vantaggio non indifferente. peddddddire quanto si sia capaci, da quelle parti, a farsi del male con inusitata abilità. non rimarrei così stupito, nel contempo, che la pochezza della classe dirigente faivstarrrrrre, faccia anch'essa qualche minchiata. e ridare fiato, contezza a pregnanza politica ancora a quelli là. anzi, se tornano assieme, - cafonata che non è così improbabile - sarà quasi una certezza, quand'anche, anzi forse soprattutto, ci fosse aggggggggiggggginuuuuostro a palazzo chigi.


della questione migratoria, per ora, lascerei perdere. un po' perché 'sto post è già logorroico di suo. un po' perché sono questioni che - probabilmente - stanno a monte del fatto tu sia faivstarrrrrrrrre, io di sinistra.
quel che tu chiami clandestini, per me sono persone.
punto.
faccio solo notare che il fenomeno migratorio sarà la cosa più complessa da gestire nei prossimi decenni, seconda sola al cambiamento climatico. cambiamento climatico che peraltro riverbererà dentro il fenomeno migratorio, come un camion che ribalta un intiero carico di sassi in uno stagno.
quella cosa lì è già in atto. pensare di gestirla coi porti chiusi o dichiarandoli clandestini significa aver già perso. magari ci può vincer le elezioni, per una o due volte. quando poi però il fenomeno travolgerà - soprattutto - le persone più deboli, i penultimi, i terzultimi, allora sì, sarà chiaro quanto si è stronzi ed inetti.

Tuesday, August 20, 2019

troppo comodo, oggi, il ditino puntato col fare offeso e sostenuto

uh, dunque.
io ho un rapporto con l'autostima che è un po' come il formaggio gruviera, con tutti i buchi in mezzo.
un po' di gente lo sa, ma mi vuol bene uguale, quindi stigrandisssssssimicazzi.
uno dei [pochi] vantaggi di un'autostima tipo formaggio gruviera è che il concetto di autocritica non è qualcosa di esotico, che vagola nell'iperspazio.
senza che tutto ciò diventi per forza un gran rullar di martellate sui coglioni - tipico, invero, della sinistra. bensì prendere coscienza degli errori di analisi, valutazione, azione.
tutto in buona fede, ci mancherebbe, ma errori. se però con l'autocritica gli errori poi ti sembrano più chiari, è più facile non ripeterli.
quindi nessun problema ad alzar la manina e dire: mi son sbagliato.
tipo quando scrivevo che era ovvio finisse accccussì con quello a far il maramaldo, dettar la linea anche ai faivstarrrrrrre, capitanati da quella pochezza di agggggggginnnnnonuostro. e mangiarseli. [il presidente del consiglio non pervenuto]
mi son sbagliato, perché il maramaldeggiamento tattico di quello là, per quindici mesi, non pensavo portasse ad acclarare la sua inconstistenza strategica. forse è stato per il pericolo percepito, ma non immaginavo riuscisse a sbagliare tutto lo sbagliabile nel volgere di pochi giorni.
tanto da far sempre il primo ministro quasi uno statista, agggggggginnnnnonuostro quasi un fine capo-politico, renzie quasi un abile stratega tessitore.
quasi, ovvio.
ora.
quello là, prima se ne andrà dal viminale, prima sarà meglio per tutti. quindi va bene quel poco che sta sul fondo del bicchiere.
mi lascia perplesso che, nel dar addosso a quello là, sia mancato del tutto - del tutto - anche un solo accenno a qualcosa che somigliasse ad una pur vaga autocritica.
quasi che quello là sia stato un plenipotenziario nei fatti, ben oltre la propaganda social - che gli riesce alla stragrandissssssssima. e che gli altri siano stati bersaglio innocenti della sua tracotanza. impossibilitati a proporre qualcosa di alternativo, che non fosse il rincorrerlo sui sentieri che lui batte benissimo.
quindi è tutto ineccepibile quello oggi che gli si è snocciolato sotto il naso, e mica solo figurativamente. figurarsi.
provo però a non dimenticare che la responsabilità politica, di tutto quello che gli si contesta è stata - quanto meno - in gran parte condivisa. con la correità morale conseguente.
troppo comodo, oggi, puntar il ditino sottolineando stizziti che tutto ciò sia stato solo subito.
tipo il negar l'autorizzazione a procedere dopo l'arroganza della diciotti.
o la firma in calce ai decresti sicurezza e sicurezza bis [sperando vengano ritirati prima che si ratifichi quanto siano pezzottati dal punto di vista Costituzionale].

senza un po' di autocritica il ditino puntato, puntuto, rischia di farsi spuntato [miodddddddddddddio, così però mi sembro renzie dei poveri].
perché chi ha solo da rimproverare agli altri, possibile metta sotto il tappeto lo sporco ammonticchiato da sé medesimo.
quindi perde di consistenza.
e figurarsi se è così scontato riesca a NON ripetere gli errori in cui è inciampato.
così la politica sarà solo sangue e merda [cit.].
per far sì possa essere anche l'arte del possibile, occorrerebbero persone un po' più hombre-vertical. tipo quelli che non hanno paura di prender coscienza di quel che si è sbagliato, e riconoscerlo.
non è segno di debolezza.
ma di una fortezza che è merce rara, specie in quei dintorni.
[per questo siamo messi, mediamente, così male, in un contesto imputtanato come quello di oggi, in questo paese pezzottato. qualsiasi cosa decidano di fare da qui in avanti, tutti - tutti]
[poi uno dice com'è che continui a prenderla così bene?]

Sunday, August 18, 2019

post che dovrei smettere di scrivere [nel senso che dovrei smettere certi pensieri] /2: il novecinquantotto di lighting bolt

e quindi sono dieci anni esatti - più paio di giorni - dal record di bolt, ai campionati mondiali di atletica del duemilanove.



a differenza del sedicoagostoottantanove, quando a piazza del campo c'ero, il sediciagostoduemilanove a berlino non c'ero.
me ne stavo già in quel di lipari, vacanza omaggiata dall'amica donata, ospite premurosa. donata che tanto volle bene all'amico daniele. solo che i due non si incastravano così alla perfezione. [è verosimile che altri incastri riuscissero fin troppo bene. ma in casi come questi è sempre bene non dimenticare che:
  • uno degli incastratori è l'amico daniele, grandissimo mastro di chiavi e di incastri;
  • scrivo e ironizzo perché naturalmente sono molto invidioso di lui.
]. poi l'incastro andò avanti per altri mesi. da quel che percepivo molto trascinandosi. e sempre da quel che percepivo era riuscito solo nel volgere delle poche - lisergiche - prime settimane loro.
tant'è.
insomma, si era a lipari. avevamo attraversato l'intiero stivalone con la punto hsd dell'amico daniele, equipaggiata con le gomme invernali. fu un viaggio piuttosto faticosetto. parcheggiammo direttamente nel porto di villa san giovanni. appena saliti sull'aliscafo per lipari riuscii a tener aperti gli occhi per pochi attimi. indi mi schiantai.
insomma, si era a lipari. e non si guardava la tivvvvvù. l'internette sul telefono non c'era ancora. e quindi non ebbi contezza, immediata, di quella finale sovraumana. e quel tempo che chissà quanto tempo ci vorrà ancora prima riescano a tirarlo un po' giù di tempo.
però ebbi contezza di un'altra cosa.
da lipari ero d'accordo mi sarei mosso per il nord della calabria. a far qualche giorno di altra vacanza coi miei soci. lei e lui. lei e lui nella casa al mare dell'ex di lei. ex di lei che l'anno prima mi ero scorrazzato pure lui a lipari. che ero da solo, povero ciccio, così mi titillò col suo buon cuore [e forse quel zzzzzic di coda di paglia] la socia, sua ex, che l'aveva mollato per l'altro, colui che poi divenne socio [nel primo semestre dopaminico loro, convinti a non far figli, fecero germinare l'idea di un'azienda. e qindi tutto quell che ne venne fuori, con me coinvolto]. ex che si erano comunque lasciati bene. la cui presenza era stata nel frattempo sdoganata da parte del socio, per nulla geloso dell'ex della socia. tanto che lei, la socia, ex dell'ex che prestava la casa al mare, me lo comunicò garrula che ci sarebbe stato l'ex, che "sì, siamo in quattro". ed io, un po' sorpreso, per quanto l'opzione fosse in predicato - per quanto poco probabile - mi sentii rispondere al telefono "ehhhhssssì. solo a me riescono certe cose".
e lì, in quel momento, sentii un lievissimo cccrick. la nota sbagliata, a non usare l'alterazione prevista dalla partitura, di un unico strumento nel pieno del fortissimo finale di una marcia maestosa, eseguita da una banda di molti elementi. la nuance nel bouquet di un vino che preconizza che, da lì a qualche giorno, quello stesso vino avrebbe cominciato a saper di tappo [maramaldeggio questa similitudine. considerato non abbia la più pallida idea dell'odore di un vino che sa di tappo]. il soldato che, al presentat'arm di tutto il reggimento al nuovo comandante, impugna il fucile quelle due dita più in basso. l'accenno di pennacchio di fumo, che sbuca non previsto in basso a destra, nella foto panoramica costruita alternando pieni e vuoti con precisione ossessiva.
insomma, quel qualcosa che la mia amata socia sapevo sarebbe stata in grado di fare, mi suono all'orecchio come un ccccrick, appena percettibile.
forse era il rumore di qualcosa che cominciò a rompersi, pocopocopocopocopoco. o forse fu il fruscio del pensiero che mi scappò, senza me ne rendessi conto. un pensiero apostata, irrispettoso, disarmonico che mi si parò di fronte quando fini per conclamarsi: "già, lei e il 1) partner attuale, 2) quello passato, 3) quello sublimato. autocompiacimento nel veder realizzato il desiderio di controllo. piccolo delirio d'onnipotenza". un pensiero che s'era insinuato come di vita propria. che chissà da dove partiva, da dove se n'era venuto, perché l'avevo pensato, perché mi risultava così fastidioso - mostrava pur sempre una critica nei confronti della mia amata socia - e nel contempo così inevitabile, non più ri-spedibile al mittente.
ma in effetti fu proprio il duemilanove dove emersero in nuce quelle istanze, che poi avrebbero deflagrato più in là. con tutte le conseguenze del caso, ed i riverberi amari, e tutti i rivoli. per quanto eterei. pure questo post, ad esempio. forse erano già in nuce prima. solo che io non ero ancora così avveduto da accorgermene e distinguermeli per bene.
l'anno era cominciato sotto i peggiori auspici economico-finanziari-industriali. ascoltai un servizio della tivvvvvù da servizio di fine anno - 2008 - dove oramai stava venendo giù un po' tutto. recitava una cosa del tipo: finisce il 2008, anno terribile, e il 2009 fa già paura prima ancora che inizi. io nella mia sgangherata protervia pensai: sarà pure un anno di merda, globalmente, ma sarà l'anno in cui noi faremo il botto.
ed invece il duemilanove fu quello in cui si depositarono per terra tutti le mollichine di pane con cui capire che per me, in quell'aziendina, sarebbe finita male, e le batoste mi avrebbero segnato. molto. forse troppo.
mollichine di pane del tipo:
  • si strutturò l'istanza che io, comunque, avrei dovuto consumare gazziGlioni di momenti a fare le cose, variegatamente informatiche. e 'nnnnnntuuuucuuulo le considerazioni tipo
    • noi parliamo dell'azienda anche quando siamo a casa;
    • c'è sempre il pensiero di come far quadrarei conti;
    • è come se fossimo al lavoro ventiquattore al giorno.
    per un'ora di strategia commerciale, incontro con improbabili partner [che io poi incrociavo sempre in seconda battuta, e spesso timidamente suggestionavo: ma quello lì? ma dobbiamo fidarci di costui? sì, sì. ci pensiamo noi, tranquillo], idee pensate e progettate, calate un po' dall'alto, ne corrispondevano molte, molte, molte di più di realizzazione. non era responsabilità di nessuno, ovvio. ma proprio la natura delle cose, e la struttura del realizzato. che stava a me realizzare. tra me e la socia, poi, sempre stesse fatture [l'altro, vi è da dire, mai fatturò alcunché];
  • fatture, poi, quando arrivavano. i risparmi, pur risparmiando il risparmiabile, si assottigliavano. ed io cominciai a entrare in certi loop di pre-paranoia, pur di non spenderli inutilmente [a metà febbraio finii a roma, ad incontrare una conoscente di blogggggghe, ospite ne "il mio locale è piccolissimo, ho solo un letto matrimoniale, se non ti fa problemi". non ne parlammo esplicitamente, ma l'idea di finire a letto non esattamente per dormire aleggiava nella testa di entrambi. per quanto lei non si fosse mai mostrata in viso completamente. errore da principiante. andai a roma con biglietto a/r preso con i punti frecciarossa. biglietti chiusissimi, sarei dovuto tornarmene con quello del tardo pomeriggio del giorno dopo l'arrivo. quando mi si presentò di fronte, stazione termini, il primo impulso fu di cercare di tornarmene indietro immediatamente. non lo feci. un po' per evitare di rimbalzarla così plasticamente. un po' perché l'idea di spendere altri soldi per un biglietto mi bloccò. fuggii dall'appartamentino la mattina dopo con una scusa, dopo una notte imbarazzatissima tanto mi repelleva. furono diciotto ore tremende. cazzeggiai poi per roma per altre dieci ore.];
  • mi resi conto, nemmeno troppo tra le righe che eravamo sì la maggioranza dell'azienda, noi tre. ma ero finito nel cul de sac di essere in minoranza della maggioranza. non foss'altro perché quei due condividevano lo stesso tetto e il medesimo letto, oltre che - ciascuno - le mie medesime quote. tornai a roma per due giorni di formazione, pagati profutamente - fatturava l'azienda. lavoro sub-appaltato da un contatto della socia. andai, infilato in una situazione un po' improbabile. cercai ospitalità da un amico, che stava ben al di fuori del GRA, a due ore di mezzi dalla sede del corso - per far risparimare l'aziendina. cercai di far del mio meglio. fu durissima. e non me ne tornai del tutto soddisfatto. complessivamente il corso ebbe feedback poco lusighieri, su di me più che discreti. il contatto si lamentò, chiedendo uno sconto. io mi mi risentii e chiesi di parlare con costui e spiegar le mie ragioni, e raccontargli le cazzate organizzative che erano riusciti ad inanellare. non me lo permisero: il cliente ha sempre ragione, mi dissero. la vivetti come un'inutile umiliazione. la mia assertività che faceva sscccreeepp-sckkkrepp sotto i loro involontari piedi.
poi sì, c'era la storia con la socia. e quel ccccrrick quando la sentii vantarsi sommessamente al telefono. ed il pensiero importuno. la socia. di cui probabilmente mi ero innamorato nove anni prima. ma la mia austostima era così evaporata in quel periodo, che nemmeno pensai per più di qualche attimo che avremmo potuto viverci una storia. per quanto allora fossi alla disperata ricerca di una compagna, madre dei miei figli. e quindi il tutto si sublimò in questa bellissima amicizia. pensavo, davvero, lei fosse una delle persone più importanti della mia vita. quando mi propose di entrare nella compagine della sua nuova azienda mandai un pensiero alla sua vecchia socia - aziendina precedente - che nonostante il viso accattivante, l'occhio chiaro e le tette grandi e sode, aveva avuto l'arditeza di mezzo-sfancularla. come aveva potuto lasciar andare un'occasione del genere? occasione che ora toccava a me. solo un paio di anni prima quel duemilanove mi ero sentito lusingato, felice, onorato mi avesse chiesto di affiancarla. il mio stare in quell'azienda aveva senso perché da lei era arrivata la proposta, c'era lei, potevo lavorare con lei.
poi uno dice che non avevo bisogno di odg.
il fatto è però che, dove esiste un masochista, esiste necessariamente un sadico. e viceversa. i due, da soli, non possono esprimersi nelle rispettive cifre stilistiche. per quanto in sedicesimi. per quanto senza che ciò risalga fino alla quota zero della coscienza.
certo. immagino che anche lei - a suo modo - ricambiasse l'affetto. come però costei intese fin dall'inizio il nostro rapportarci, deflagrò qualche mese dopo.
un piccolissimo punto angoloso e, soprattutto, di non ritorno.
avevo appena cambiato casa - invero grazie al sostegno, suggestioni, consigli dei soci - avevamo appena consegnato l'ennesimo progetto che avrebbe cambiato le sorti dell'azienda [gazzigLioni di mie ore lavorate, tanto per cambiare].
insomma, percepivo fossimo ad un punto di svolta.
solo che il tutto svoltò dall'altra parte.
la sera che festeggiammo la consegna del progetto, a casa di costoro, capii in maniera chiara quel che io ero per lei, come mi considerasse. uno cui era concesso, octroyer, la sua amicizia e la sua capacità di tener vivo, ridente, appagante un rapporto amicale. era merito suo, se eravamo così amici, continuavamo ed avremmo continuato ad esserlo.
non fu un ccccrrrriiik. fu uno stttttuuummmmmpffff intimamente geologico, da personale tettonica a zolle che veniva giù.
tecnicamente l'azienda, per quel che mi riguardava, finì in quel momento.
ricordo che cominciarono a suonarmi dentro acufeni a creare accordi dissonanti.
ricordo l'amaro in bocca che percepii distinto, e come prima cosa, la mattina dopo quando mi svegliai.
ricordo che per alcuni giorni faticai addirittura a guardarla, mentre le rivolgevo le minime parole necessarie.
ricordo quanto fu difficile tornare ad una normalità nel rapportarsi. altri lavori incombevano, altre appuntamenti, altre istanze da risolvere.
di lì, comunque, è stato un lento, inesorabile, frustrante, inevitabile sgretolare verso la fine. e verso il fallimento di un progetto che prima che aziendale, era stato umano, interpersonale.

che poi è questo quello che - ancora - oggi mi disturba.
il senso di fallimento, le difficoltà, la fatica, le millemigLioni di ore passate su di un piccccccì, sono passate, buttate alle spalle.
il senso di precarietà ed afasia finanziaria, invece, ha lasciato qualche reliquio in più [ancora adesso, continuo a tenere un braccino molto più corto di quel che sarebbe utile, armoniosamente, fare. probabile che tutto ciò abbia attecchito su di un terreno già dissodato e fertile di suo, per lavorii pregressi. solo che è montato in maniera un po' ipertrofica. ed ancora non sono riuscito a de-strutturare. sì, insomma, non ho un rapporto del tutto rasserenato col denaro].
quello che però è ancora, molto, tanto, troppo, segnante è il rimestio nel ritornare a pensare alla delusione personale. ma soprattutto la rabbia per aver consegnato le chiavi della mia serenità, e di parte della mia salute interiore, a persone che non lo meritavano in maniera così sfrontata. persone molto più mediocri di quel che si credono. sopra le media, certo. ma non così tanto distanti come si ponevano, o si pongono.
e quindi non so qaunto possa aver senso prendersela con costoro, ovvero più che con me medesimo. quelle chiavi gliele consegnai io. loro mi chiesero molto di meno.

ma ancora è un ribollio di pensieri inutile, dannoso, tossico.
e non tanto perché si rimane ancorati al passato, come la storia del palio dell'ottantanove.
quanto perché ho la vaga sensazione che questo osti all'assorbimento. che poi sarebbe una delle metafore che più azzeccò - per me - odg. il non riuscire a cogliere tutto quel che di buono ho costruito negli ultimi anni, il positivo della congiuntura, la possibilità cominciasse a tradursi in una struttura [positiva]. come se fossi incapace di individuarlo, osservarlo, intercettarlo, accoglierlo, accumularlo. "lei è come se avesse un problema di cattivo assorbimento, come se non riuscisse ad assurgere le proprietà nutrizionali e necessarie degli alimenti. e per questo si trova scarico di energie [positive], stanco, incerto sull'agire. incapace di prendere in mano definitivamente la situazione", mi cazziò più o meno così. e per me fu illuminante.
ecco, ho la sensazione che quei pensieri all'indietro, l'amarezza, la delusione che non sono riuscito [ancora] ad espellere del tutto, siano come tossine che se ne stanno lì, paciose ed inamovibili. e non lasciano entrare il resto. tutto quel fluire di cose costruttive. mentre, di nuovo, son qualcosa che obnubilano et abbagliano. e distolgono dal farti percepire anche gli sparuti elementi positivi, il bello, la stilla di felicità che ogni fotuttissimo giorno da qualche parte viene nebulizzata.
oltre al farmi scordare la cazzimma che sono stato capace di tirar fuori. allora, nonostante tutto, come ora. cazzimma che adesso, peraltro, viene anche discretamente remunerata. la colgono gli altri, là dentro. il contrario di quel che faccio io.
che invece lascio correre via. e non riesco invece ad assorbire. troppo ricordante a rimestare, rivoltare quel che è stato. quel che è venuto.
e mi ritrovo stanco, nel senso più profondo del termine. e disorientato.
e in balia delle cose e degli eventi. come se non aspettassi null'altro che la definitiva sconfitta segnante.

dovrei smetterla con questi post [perché dovrei smetterla con questi pensieri da sconfitta segnante].

post che dovrei smettere di scrivere [nel senso che dovrei smettere certi pensieri] /1: il palio dell'assunta

e quindi sembra che al[la nobile contrada del] bruco abbiano sfilato il drappellone, mentre se ne stavano andando a festeggiare.
se possibile ancora più beffardo a quel che accadde nella carriera dell'assunta di trentannifa esatti.
io c'ero.
si andò laggiù con l'amico luca [nel senso di un altro amico luca], che mi coinvolse in questo titillo. allora si era un po' accomunati, eravamo due addolorati d'amore. ovviamente non della stessa fanciulla. però eravamo sostenuti nei nostri patemi di effluvianti d'amorosi sensi non corrisposti da lei, l'adulta del gruppo dell'oratorio. con lei ci si sfogava, ovviamente in momenti diversi. e lei ci consigliava, ci blandiva, elargiva la sua dotta saggezza di donna adulta, capace di carpire dal capapace di ragazzine con sguardi verso altri, che noi eravamo quelli giusti per loro: ognuna al suo pretendente, ovvio. insomma, ci convinse e noi, boccaloni, a regalarle i nostri patemi.
comunque.
si partì coll'espresso delle 23.27. quello che arrivava fino a roma. si cambiò a firenze, indi per siena. non ricordo come si arrivò a rapolano terme, nei dintorni del capoluogo. il posto donde abitavano i nostri ospiti, parenti dell'amico luca. del pernotto si era fatto carico lui: ci penso io, non preoccuparti. il fatto è che non trovammo i parenti, che se ne stavano in vacanza. non ricordo come si risolse la cosa, ho rimosso i conciliaboli e l'organizzazione del da farsi per ovviare al fatto che due regazzini - l'amico luca ancora minorenne, peraltro - erano a rapolano terme e non sapevano dove passare la notte. e così che noi si finì proprio a siena, vicino al centro storico, in una casa piena di riferimenti al bruco - nel senso di contrada - anche se non ricordo esattamente in che relazione fossero con l'amico luca. però al figlio più piccolo della famiglia ospite, appena più grande di noi, avrebbe toccato l'onore per quel palio, di essere il tamburino appunto del bruco - sempre nel senso di contrada - quello che avrebbe fatto la sfilata storica e sceso in campo per la sbandierata finale. nel mentre all'amico luca sentii dire, un po' sollevato per aver trovato un tetto: noi si sbagliò tutto stamani che si doveva fare in altro modo. al che accaddero due cose:
  • rimasi talmente colpito da quel "noi si sbagliò tutto stamani", che non avevo mai sentito utilizzare, soprattutto da lui, con l'uso sofisticato del passato remoto, che cominciai ad usarlo pur io. dapprima con circospezione. il bloggggggghe, millemila anni dopo ha fatto il resto;
  • io mi sentii, di colpo, un sostenitore acceso del[la nobile contrada del] bruco.
bruco che, peraltro, allora era la contrada nonna*. quella che non vinceva da più tempo. erano passati dall'ultima volta tipo gazziGlioni di palii. i nostri ospiti ne sentivano quasi il peso morale, ormai diventato insostenibile, ne facevano quetione ferale, una damnatio memorie all'incontrario cui erano vittime i giovani contradaioli incolpevoli, e per certi versi orfani, una iattura: essceè una generazione di figlioli che un sa 'osa signifi'hi vincer un paaaalio.
quell'anno poi, quel palio, quell'assunta, sembrava potesse essere la carriera giusta. arrisi dalla sorte era toccato loro pytheos, un cavallo giovane, forte, forse un po' inesperto ma un fulmine. loro s'erano scelti il fantino giusto: cianchino, uno che sapeva il fatto suo. si erano spesi una fottia di soldi. era la volta buona. la sera prima, l'amico luca, mentre sdraiati ci si godeva il tepore gentile in piazza e si pensava ogni tanto alle nostre amate [per quanto non corrisposti] osservando la torre del mangia esclamò: "lei sa già chi vince domani, ma non ce lo dice".
si entrò dall'uscita dell'onda, l'ultima a venir chiusa - l'onda, che poi sarebbe la contrada di quella che poi diventò la moglie, nonché madre delle sue tre figlie, dell'amico luca, ma in quel momento era una cosa decisamente ancora lunga a venire.
ci si piazzò quasi davanti l'entrone. la piazza piena, eravamo in basso, ma sembrava si riuscisse ad avere la visuale su tutto il resto. il mortaretto, a dar il la all'entrata dei cavalli, mi scosse fin giù verso le budella. ci si avvicinò uno, con lo stesso drappo appeso al collo, completamente ubriaco. biascicò una cosa che capì solo l'amico luca: se al primo giro siamo davanti, noi si salta dentro, sul tufo, intesi?
della mossa, che si vedeva lontana, ma chiarissima, ricordo la sensazione mai provata prima. qualcosa che cominciava a tuoneggiarti da qualche parte dentro, giù nel profondo, per poi salire riverberando fino a sentire come se qualcuno ti agitasse, come si sbattacchia un albero da frutto, e nel contempo ti immobilizzasse. un fremito che non ricordo di aver poi sentito molte altre volte. qualcosa di insopportabile ma talmente adrenalinico che vorresti non finisse così, d'amblé. tipo quando poi partirono. solo che il rimbalzo di quarantazoccoli turbinanti sul tufo, era un rullare quasi inquietante, lontano ma che già sapevi inevitabile, sempre più vicino: in apparenza lentamente, in realtà in una manciata di secondi. pytheos e cianchino ci passarono avanti ad una velocità che non pensavo potesse essere una cosa simile, per un cavallo cavalvato a raso su del tufo. era avanti di due lunghezze, l'amico luca completamente fuori di testa. al primo casato, da solo ed in stravantaggio, cianchino strinse troppo, battè il ginocchio su di un colonnino - lo si vide bene, doveva far un male della maTonna. si scompose, andò a sbattere dalla parte opposta del selciato, si autodisarcionò ma ci impiegò un po' troppo prima di lasciar andare le briglie, e sparire chissà dove là sotto. forse rallentò un po' pytheos, che comunque ci passò di fronte scosso, ancora primo e sempre con un turbinare che arrivava a cavalcarti dentro. è che poi al secondo casato o giù di lì, si affiancò benito III, pure lui scosso, risalito come un ossesso dalle posizioni di rincalzo. e quindi nulla. si mise sull'interno, pytheos finì nell'immaginaria corsia più larga, quindi più tufo da calpestare. ci passarono di fronte due fulmini scossi, con la piazza che esplodeva, il rimbombo degli zoccoli sul tufo, uno scattering impazzito di sensazioni e sollecitazioni sensoriali che non riesci a concepire - prima e dopo - come riescano a farle compresse in così poco spazio, come quella piazza a forma di conchiglia, e in così pochi attimi, anche se ogni secondo pare dilatato come se il tempo fosse rivettato su di una membrana moooooooooolto elastica e deformabile.
vinse il drago, con benito III scosso. secondo pytheos. ma al palio arrivare secondo è peggio che arrivare ultimi. l'amico luca ebbe una specie di crisi di pianto rapida. tutto sembrava così assurdo e così inimmaginabile. una cosa del tipo: vi prego, rifatelo subito di nuovo. quel contorcimento di budella non l'avevo mai provato. di nuovo, vi prego.


giunsero voci di cianchino chiuso dentro un androne, col ginocchio sfatto, ed alcuni contradaioli ad attenderlo fuori con un'unica idea, semplice e precisa: menarlo.
giunsero voci di scontri tra brucaioli e draghini, cosa che scandalizzò i puristi: non ci si menava, dopo, per una vittoria mancata.
con l'amico luca, cincischiando a zonzo per il centro storico, finimmo nei pressi della sede del drago, oltremodo in festa. decidemmo di entrare, dopo aver nascosto per bene il fazzolettone del bruco in tasca. se l'avessero scorto chissà che minchia avrebbe potuto accadere. bevemmo del vino che arrotava la papille, circondati da contradaioli già piuttosto ebbri e decisamente ubriachi, non solo di felicità.
lì dentro non ci accadde nulla di spiacevole. non si accorsero dei nostri fazzolettoni, che noi si era del bruco. non se ne accorsero, ed io ancora una volta pensai che non poteva accadere. ci era dovuto. mi era dovuto.
le cose, ostentavo a pensare trentannifa, era piuttoso ovvio che avrebbero dovuto mettersi come mi ero immaginato no?
da lì ad un mese avre iniziato il quinto anno di superiori. quindi l'università. sarei diventato ingegnere elettronico. avrei vissuto a milano, in una casa confortevole, piano alto. naturalmente sposando la fanciulla che, dettaglio, doveva solo prendere atto dell'ineluttabilità fossimo fatti l'uno per l'altro, ma era solo questione di aspettare il tempo l'aiutassero a capire. avrei avuto tre figlie, che avrei ritratto in una sequela di bellissime et amorevoli foto scattate con la mia reflex ed il mio parco obiettivi di tutto rispetto: tutte foto incorniciate a riempire una parete della casa confortevole piano alto. sarei stato felice, appagato, realizzato, benestante, con un lavoro di responsabilità, che mi avrebbe regalato grandi soddisfazioni, e in cui si sarebbe acclarato la mia bravura et insostituibilità: un'ascesa sociale grazie all'istruzione, la mia voglia di farmi il culo ed una più che discreta intelligenza, soprattutto logico-matematica. sarei ritornato al paesello, assieme alla famiglia, con l'auto monovolume e comoda, per la processione di pentecoste: in onore alla tradizione e la mia fede indefessa et cristallina. forse sarei anche ritornato a vedere un palio. magari non dall'interno della piazza, ma da uno dei balconi che vi si affacciano. e avrebbe vinto, in quell'occasione, il bruco.
insomma. quali altre sorti magnifiche e progressive?
ecco.
la vita poi è quella cosa che succede quando sei intento a far un sacco di altri programmi. è una citazione un po' storpiata, mi sa.
e così di quella checklist ad oggi risultano azzeccate:
  • la laurea in ingegneria, per quanto non elettronica. anche se gran parte delle storture cominciano proprio da lì: ancor prima di iniziarla, l'università, avevo intuito che quella non sarebbe stata la laurea che più mi si confacesse. quel giorno del palio, non avevo ancosa subito la sberla innamorevole delle mondo umanistico**;
  • vivo a milano, finché potrò permettermelo. e ci vivo in una specie di esilio volontario, dove posso confondermi come perfetto sconosciuto. solo in mezzo alla moltitudine. per uno scherzo del caso vivo [in affitto] a pochi centinaia di metri dove abita la fanciulla. solo che lei sta all'interno della recinzione delle vie private della zona residenziale, dove abitano nemmeno i benestanti, ma quelli ricchi [in attico di proprietà, ovvio]. lei peraltro di figlie, ne ha effettivamente fatte tre.
e così, dopo la notizia della sconfitta al fotofinish di questo palio dell'assunta, non son riuscito anon pensare al palio dell'assunta di trentannifa, perso per un cianchino così stupido da chiudere in quel modo la prima curva del casato.
forse, a trovarci un forzatissimo fil rouge, era già tutto preconizzabile già lì. pytheos scosso, che si fa fottere la corsia interna da benito III. quasi beffardo. ed al palio arrivar secondi è peggio che arrivar ultimi. grandi possibilità. ma non si vince [mai]. anzi a volte è peggio che arrivar ultimi.
forse, a vederla bene, quell'elenco di cose mi [a]spettavano sarebbero successe [me lo si doveva] era un elenco piccolo-borghese. per certi versi roba nemmeno di ampio respiro. un'esistenza incasellata nel dettami socio-riproduttivi, dettati anche da un paradigma invero banalotto.
ci ho pensato spesso, al fatto se effettivamente così mi sarei sentito in qualche modo realizzato, o qualcosa che gli si approssimasse. e non mi sarei prodotto in svariegatissime contumelie, come scusa per potermi lamentare. nelle forme e nei modi previsti dalla fantasia giaculatoria.
mi sono anche chiesto se tutto questo, tutto questo metter in dubbio l'eventuale realizzazione, non sia una variante della classicissima la volpe e l'uva.
ma è esercizio inutile. e soprattutto emotivamente faticoso. specie in giorni come questi. per quanto giorni adattissimi, così pieni stanchezza interiore e svuotati di elementi construens, a far sgorgare zampilli di pensier come quelli. esercizio inutile perché è andata in altro modo. e non ci sono controprove a cosa avrebbe potuto succedere se. credo che l'unica variante fondamentale sia la partenità mancata. un totale cambio di paradigma. per cui ho la sensazione non mi riesca di immaginarmi - davvero - il come se. oltre al fatto, savasssannndddddirr, che son giorni come questi in cui diventa ancora più inconcepibile immaginarsi genitore. nel senso che la percezione di inadeguatezza, anche solo pensando al come se, quasi si sostanzia, come un bolo che ha consistenza reale.
son pensieri che ancorano al passato. che così, pensiero inutile dopo pensiero evitabile, sassolino dopo sassolino, si fa sacca pesante. si fa zavorra così difficile da portare, faticoso pure quello. continuando a guardare indietro, per inferire chissà quali proiezioni e conclusioni, conseguenza dopo effetto, di un futuro inevitabilmente nefasto: per il semplice fatto saremo tutti morti, giù là in fondo nel futuro.
mentre ci sarebbe da vivere, assaporare, serenizzare, scopare, felicizzare, contemplare, apprezzare, godere, inspirare, abbracciare, armonizzare, baciare, regalare, esserci nel presente. oggi. adesso. qui.
mentre quelli son pensieri che obnubilano et abbagliano. e distolgono dal farti percepire anche gli sparuti elementi positivi, il bello, la stilla di felicità che ogni fotuttissimo giorno da qualche parte viene nebulizzata.
penso a quello che [di un po' ovvio] desideravo. quasi che quello che fosse giusto dovesse essere per forza quello, in quella forma, in quella declinazione. e con questo tirarsi sopra la testa le coperte dell'alibi. e smettere di cercare altre forme ed altre declinazioni.
che poi sarebbe questa la sconfitta più segnante.
che poi sarebbe la cosa che, in questi giorni, non riesco a smettere di fare: perdere in un modo così segnante.

dovrei smetterla con questi post [perché dovrei smetterla con questi pensieri da sconfitta segnante].

* la [nobile] contrada del bruco sarebbe rimasta la contrada nonna per altri sette anni. vinse la carriera dall'assunta del novantasei. guardai quel palio in tivù, con al collo il fazzolettone di quel primo palio da brucaiolo. saltavo, urlavo, e mi dimenavo come nu pazzo da solo davanti la tivvvvvvù. la sera uscii a zonzo per il paesello con il mio fazzolettone, raccontando a chiunque che non si era più la contrada nonna. il giorno dopo partii per la vacanza più brutta, triste, umiliante, da dimenticare di quel che mi è capitato di viver fin qui. ovviamente non l'ho scordata. quanta dignità si può infilar sotto la suola delle scarpe, per correr dietro una donna [che non è la fanciulla di cui sopra]. donna che, peraltro, in quegli anni non ha fatto altro che percularmi, facendomene solo sentir l'odore [figurativamente, ovvio] e financo da molto lontano. [per quanto, quando uscì dall'acqua con quel costume bianco diventato quasi trasparente, che poi mai più re-indossò, mica solo a me parve non esattamente di immaginare i capezzoli ampi sui seni che mostravano compiutamente la loro compatta rotondità, ed il contorno non proprio glabro del pube. fu ulteriore sofferenza. per i desideri repressi che scalciavano come ossessi dentro. e nel dubbio mi girai, ventre a terra. mica cominciassero a scalciare anche fuori]

** in quel viaggio, mi portai appresso i promessi sposi, lettura commentata, compito per le vacanze. non sapevo che da lì pochi mesi mi sarei scoperto così innamorato della letteratura. ricordo che via via a don rodrigo si metteva male, via via prendevo speranza che la fanciulla stesse per scazzare col suo mezzo fidanzatino dell'epoca, cosa che poi avvenne in effetti - dopo aver finto la lettura de i promessi. solo che si ri-mise assieme ad una altro, che non ero io. in maniera molto meno sentimentale ricordo anche nel viaggio di ritorno lo stavo leggendo seduto per terra, vagone piuttosto pieno. quando arrivarono e si piazzarono lì accanto due donne, giovani, ma decisamente mature per noi. leggevo, ma alzando lo sguardo me lo ritrovai a pochi centimetri dalle coscie di costoro. una delle due aveva un vestito con una fila di bottoni sul davanti. la distanza delle asole generosa, il tessuto piuttosto lasco. insomma: cominciai a leggere con pause sempre più ravvicinate, anche perché, ad osservar di sguincio tra le pieghe, i pieni e vuoti che si creavano, si spalancavano visioni di porzioni di coscia sempre più importanti. quando appurai portasse l'intimo bianco un po' mi passò la curiosità. e mi rimisi a leggere più concentrato.